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Ahi, Giacometta, la tua ghirlandella! cover

Ahi, Giacometta, la tua ghirlandella!

Chapter 2: AI BUONI INTENDITORI
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About This Book

A first-person narrator recalls his ardent infatuation with a young, orphaned heiress who lives in a white house by a garden; the provincial town idolizes her, suitors gather, and the narrator's idealized longing frames the story. The narrative mixes lyrical, evocative description with satirical asides directed at critics and social commentators, exploring themes of beauty, youthful desire, modest means, and class contrast. Episodes shift between domestic interiors and public streets, emphasizing inner reverie and communal attention, and offering a meditation on romantic obsession, artistic sensibility, and the tensions between private feeling and public judgment.

AI BUONI INTENDITORI

Agli uomini cortesi, di belle e avvedute lettere, ai cacamillesimi, agli speziali della letteratura e a tutti coloro i quali han giudicato dell'opera mia con furiosa malevolenza, con languida acquiescenza o con savonaroliana anima piagnona! ai molti parlatori e valutatori dell'altrui fatica io non ho mai risposto; non ho mai detto a Tizio, critico; o a Sempronio, flebotomo:

— Perdoni, Signore, ma se l'opera mia non convince lei, in assoluto, credo che Ella non abbia avuto da Dio, tale e così vasto dono da esser certo di convincer gli altri, in assoluto, circa la bellezza e la bontà indiscutibile della sua giudicante prosa. Perchè, o mi inganno forte, o Ella assume, mio caro Signore, una non so quale fierissima aria di infallibilità, e un così forte sentore di tremendo impero è in tutto quanto Ella sentenziando scrive, che certo non può ammettere altri faccia, alla sua sicurezza, eccezione.

Epperò Ella deve essere persona di grande animo e di radicatissime convinzioni; e tutto quanto esce dal suo distinto cerebro deve andare per il mondo con piedi tanto infallibili da poter sfidare le distanze dei secoli e dei millenni: chè, se questo non fosse, mio onorando Signore, non saprei davvero a qual partito attenermi e dovrei disgraziatamente conchiudere non aver io dinnanzi se non un piacevole cerretano il quale tanto più si sbraccia per farsi udire, quanto meno è convinto della bontà de' suoi cerotti, empiastri, pecette e flemmagòghi che offre alla attenta e maligna minchioneria del pubblico. —

Questo non ho mai detto io agli uomini cortesi di belle e avvedute lettere, ai cacamillesimi, agli speziali della letteratura, ai sentenziatori e giudicatori e facitori di oroscopi. E mi son preso le busse, ed ho insaccato le male parole, le insinuazioni, le spulciature, le falsificazioni, le grandi arie, le idiozie, le impotenze, le disdegnose ripulse, le fesserie concomitanti e via discorrendo; tutto questo, e ancor più, ho insaccato io, sempre fermo al mio silenzio come il peccatore contrito il quale sa di dover tutto sopportare e tutto aspettarsi, e tanto più si umilia quanto più smisurata riconosce la propria colpa.

Senonchè, miei colendissimi Signori, dopo così lungo esercizio e una tanta ed umile sopportazione, venuto al termine del mio silenzio e trovandomi a un tratto il cuore franco e le mani sbrividite, mi vien voglia di rifarmi col primo che mi capita sotto e caricar lui di quella bastonatura che andrebbe equamente distribuita fra tanti.

Giusto per l'ultimo libro mio, L'Ombra del mandorlo, un certo cotal grammatico ebbe a scrivere tante e sì forti e sbalestrate balordaggini, e di così impeciate mandrillerie, che il men ch'io potessi fargli, sarebbe l'adornarlo di tutti i graduati aggettivi che stan di casa fra la Beozia e l'Idiozia; ma pensandomi poi che anche tale addobbo potrebbe tornargli ad onore, come le corna al marito becco e contento, mi astengo, per mia personale igiene, dal pormi a tale impresa e lo lascio andare, chè in sè di sè maturi, e più si accresca per quanto più vento gli entra in corpo col moto rotativo del suo cervellone centripeto.

Chè se poi questo bisboccia mi venga a parlar di tesi, laddove la tesi se la crea lui nel suo vuoto pneumatico; e di mie sapienti furberie, e di paesi scelti solo per adornata malizia, e di esotismo premeditato, e di dosata poesia e del diavolo che se lo porti, allora mi taccio addirittura, perchè con le donne isteriche e con i critici forsennati non ci si può intendere neppure a insolenze.

Così quello che non ho mai detto agli uomini cortesi di belle e avvedute lettere, ai cacamillesimi, ai sentenziatori e giudicatori e facitori di oroscopi, non lo dirò neppur oggi... e neppur domani.

La mia strada è ancor lunga, fratelli della cornacchia, e vedete un po' se vi riesca talvolta di starmi a paro.

ANTONIO BELTRAMELLI

Roma, 31 marzo 1921.