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Al di là: romanzo

Chapter 11: Ugo ad Anselmo
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About This Book

La narrazione segue un giovane intellettuale immerso in un profondo smarrimento esistenziale: alterna urbanità noiosa e fughe in montagna, cerca sollievo nella scrittura e nella fantasia, e compone opere che incarnano le sue angosce, tra sensualità e orgoglio. Attraverso meditazioni sul senso della vita, sull'arte, sulla gloria, sull'amore e sulla morte, il testo intreccia descrizioni paesaggistiche, monologhi interiori e episodi che provocano scelte morali e azioni decisive. La struttura è frammentata in più parti che oscillano tra riflessione filosofica e azione narrativa, mettendo a confronto idealismo e disillusione.

Caro Anselmo,

Di villa, 5 agosto 1871.

Soffia un vento indiavolato che scompone la campagna dalla lieta serenità: gli alberi sibilano furibondi mentre i campi di canepa ondeggiano come laghi verdeggianti. Tale tempesta col cielo sereno e l'aria secca somiglia a quelle che talora si scatenano nell'anima e la scuotono senza offuscarne la lucidezza, nè toccarne la profondità — tutto trema, ma alla superficie; il muggito delle passioni si perde in un fracasso uniforme, onde il pensiero ne è più sbattuto che impaurito. Tale bufera m'imperversa adesso nel cuore. Certo sopportai nel passato ben altri uragani, ma pochi così mi tormentarono, giacchè la maretta mi è sempre dispiaciuta più della burrasca e non ho mai provato maggiore spasimo della mediocrità del piacere e del dolore.

Forse mi esprimo male che non riescirai a comprendermi; non so meglio esprimermi. Studiando noi stessi siamo come pescatore, che da una rupe si chini sopra un limpido lago a gittarvi le reti; e vorremmo pescare il segreto che ci commuove: scorgiamo laggiù un'immagine, l'avvolgiamo, tiriamo la corda, ma l'immagine è quella del nostro volto — l'altra dell'anima è rimasta nel fondo. I più dotti psicologi non fecero mai pesca migliore, o riuscendo a decifrare qualche carattere sopra una porta si vantarono indarno di esservi entrati. L'anima chi l'ha spiata? Talora ci sale al cervello un profumo inebbriante, ma dove sorridono i fiori che lo esalano? Mistero: l'idea è un mistero per l'idea, il sentimento pel sentimento, perchè la logica che li unisce non li spiega, e la coscienza, avvertendoli, è come una strada polverosa che conserva le orme dei passeggeri, non le fisonomie.

Sono agitato, caro Anselmo, da un gran vento di collera. Sento in me lamentarsi un ferito, cui bene non distinguo se orgoglio, senso o sentimento; la mia ragione è irritata da questo dolore. Mi permetterai di sfogarmi teco confessandomi? Mi sei amico, sei curioso come filosofo: ecco due eccellenti pretesti che me lo consigliano e te lo impongono. Nella mia dell'altro ieri ti parlai di una donna sorpresa nuda allo specchio amoreggiando sè stessa e del mio progetto di sedurla, meno ancora per esserne innamorato che per distrarre la noia dolorosa del mio spirito in questo tempo. Non val meglio sfogliare un cuore mediocre che un mediocre romanzo? Ti assicuro che il pensare sempre di sè stessi è pure il triste pensiero e che colei che me ne liberasse meriterebbe davvero una riconoscenza infinita! Avevo pensato, mi ero deciso. Ebbene, caro Anselmo, sono stato respinto malgrado l'impeto della mia passione, in quel momento sincera, e la simpatia di una vecchia amicizia. Virtù! Vorrai tu dire? Ma t'inganneresti perchè Mimy non ha nulla di quel sentimento, strano volgarmente nelle donne, chiamato con tal nome e che consiste nel conservare il loro corpo solamente pel marito, mentre non lo amano; e se vuoi convincerti che Mimy non è una borghese virtuosa, io le faccio la corte, io che non la farò mai ad una donna la quale intanto che le parli di amore pensi alle pene dell'inferno o si aggiri fra i metafisici aforismi di Kant come una pescivendola fra le rovine del foro romano. Perchè dunque fui respinto? La ho vista nuda e la sua nudità era allora terribilmente lasciva...; invece calma, gelida mi guardava colle grandi pupille azzurre, inesplicabilmente curiose, mentre singhiozzavo ieri alle sue ginocchia di amore e di dolore. Oh! è uno spasimo senza nome quello di aprire in delirio le braccia per stringere la voluttà e non abbracciare invece che un cadavere; di essere lì, anelante, ai piedi di una donna, voi artista, re dei mondi ideali e dirle: t'amo, soffia il vento, partiamo sovr'esso come Paolo e Francesca di Schaeffer: t'amo divina... ed ella fredda e stupida, senza nulla comprendere e nulla sentire — e voi che dovete chiudervi colla mano la bocca per soffocare l'incendio che vi divora il petto, chiudere le orecchie per non udire le arpe dei misteriosi paradisi, chiudere gli occhi per non vedere i misteri dei dilatati orizzonti, ricadendo dall'altezza del sogno sulla strada della realtà, sicchè alla caduta vi scoppiano per aria i polmoni, vi si frantumano le membra sui ciottoli... e non morire e veder lei che vi guarda fredda, stupida, senza nulla comprendere, nulla sentire...

Sono stato respinto, ma non sono ancor vinto; anzi la guerra non fu nemmeno dichiarata. Posso quindi vantarmi di essere fra non molto vincitore — sono troppo orgoglioso per cedere, troppo gentiluomo per avere degli scrupoli — fors'anco riuscirò ad innamorarmi in qualche giorno, e allora ella stessa sarà contenta di me. So quello che tu, nobile puritano, potrai dirmi a dissuasione della impresa, ma so che sarebbe inutile e voglio risparmiartene la fatica.

Ecco la mia morale: condanna, ma ascolta.

La società è una lotta di tutti contro tutti, nella quale ognuno predica il sacrificio per farne suo pro: la moralità è una barriera mobile alzata da interessi timidi che vogliono agire nascosamente, saltata dai forti, rispettata dai deboli: tutti gli uomini s'ingannano a vicenda, le donne gli uomini: la virtù consiste nella forza, la grandezza nell'abbassamento dei vicini. La felicità di uno nasce dal dolore dell'altro, quindi odio di tutti verso tutti, necessariamente unito ad una simpatia di tutti per tutti, a cagione della nostra vita socievole e dell'interesse che rattiene l'individuo all'individuo. Al di là del mondo umano nè speranze, nè timori; e nel mondo la necessità in ognuno di impadronirsi di quanto gli giova — l'amicizia è un'alleanza, l'amore un'aderenza di forze: guai ai fiacchi! Che una donna mi piaccia, caro Anselmo, e me la prendo ed ho ragione; il marito me la contende ed ha egualmente ragione; ci battiamo ed abbiamo tuttavia ragione, e tutta la giustizia sta in questo, che qualunque sia il risultato della lotta il vincitore acquista il possesso, non un diritto sull'oggetto conquistato — la lotta può sempre ricominciare, sempre giusta, sempre uguale la ragione nei combattenti.

Mimy è bella, dunque cerco di impadronirmene, libera di resistermi, se ne ha la forza morale: Carlo suo marito non saprà nulla per legge di guerra, e se per caso lo saprà, a noi due la battaglia, e guai al vinto!

Adesso condannami e rimanimi amico, perchè la nostra alleanza non ti grava in questa mia impresa: solamente, ti manderò il bollettino della campagna.

Vale et me ama.

5 agosto.

Venite et videte si est dolor sicut dolor meus.

Ti ho letto, ma non ti ringrazio: hai troppa ragione. Forse che io cangierò? Pur troppo ne dubito. Organismo robusto ed armonico, che nella tua superiorità non puoi intendere la mia debolezza, mi tratti senza pietà perchè non approvi se non ciò che capisci, e non capisci se non ciò che è logico. Malattia! esclami rimproverandomi la compiacenza onde ti descrivo le mie contraddizioni; ma dimentichi dunque che anche la malattia ha la sua voluttà, e che nello spasimo vi è spesso un prurito, che lo rende quasi caro? Quando il vaiuolo si essica, l'infermo è incessante a scrostarne i grumi e vi si tortura e vi si inebbria — tu dirai: ha torto due volte: e cosa credi di avergli provato con ciò?

Nessuno può mutare sè stesso: Ego sum qui sum, come il Dio di Mosè: però conserva la tua generosa intenzione, e io rifiuto la cura. Parmi di averti scritto altra volta che nella mia anima erano due grandi passioni, la bellezza e la forza, e m'ingannavo, perchè non due, ma tutte. Qualunque sia l'oggetto o l'idea, o non mi tocca o se mi appassiona mi vi porto con tutta l'anima, mi vi perdo e nullameno me ne distolgo colla massima facilità. Poeta e filosofo, classico e romantico, austero e dissoluto, passo prontamente per tutti i gradi del termometro e le antitesi dei sistemi, uniformandomi a tutti; materialista, ho l'entusiasmo della forma; spiritualista, la febbre dell'ideale, e una stravagante potenza di attenzione e di distrazione.

Talora parlando con una donna, se le sfugge una parola o un'idea la inseguo senza badare più ad altro: invano ella mi vorrebbe richiamare, non respiro più che per quell'idea, e finchè non l'abbia raggiunta non ritorno in me stesso: talora m'incanto invece a guardare una donna, ed ella potrebbe parlare come un genio che non l'ascolterei: studio qualche cosa della sua fisonomia, onde a poco a poco la cangio, la trasfiguro — -è lei, non è più lei, è una conoscenza di altri mondi, una mia creazione, divento pazzo, e due volte perdetti così due signore molto amabili. Quindi al pari dello spirito ho variabile l'amore: ho lo spirito nei sensi e i sensi nello spirito.

Ho torto ancora?

Poeta, l'inno è la mia forma e mi sprizza dall'anima come un getto di fiamme: invece di ballonzolare come l'allodola sul prato, scatto dal suolo, mi innalzo, dileguo stringendo fra gli artigli l'immagine che mi ha commosso, e là solo nell'azzurro, senza via, senza limite al mio volo, volando sempre, ignorando se mi fermerò, se dovrò o vorrò fermarmi.

Ma fin qui sono osservazioni confuse: seguimi giù nelle bolge del cuore, e chi sa se nel fondo non vi troverai, come Dante, un satana mostruoso o una perla come il palombaro. Debbo confessartelo? il mondo interno mi seduce più dell'esterno, forse per la vanità di essere solo e più facilmente grande. I suoi confini indeterminati si allargano e si rasserenano a seconda della luce: il suo aspetto è estremamente cangevole: ora mestamente monotono come quello del mare o del cielo, ora vario e intricato quanto un paesaggio alpino, ora ridente come un mattino di Grecia, ora nebbioso come un vespero scandinavo: qualche volta un deserto, qualche volta un'oasi, qualche volta un isolotto. Io vi sto come un anacoreta assorto nella contemplazione, vi passeggio come un epicureo per un giardino, vi erro come un pastore che si compiace della natura, vi passo come un guerriero fuggiasco, lo traverso come un viaggiatore curioso, lo studio colla curiosità di un dotto. Tutto mi attira, i fiori delicati quanto i sinistri, quelli con le urne fragranti e quelli con le velenose: tento le sabbie e le terre per scoprirvi diamanti o serpenti, monto sugli alberi, interrogo le pietre, imploro spiegazioni dalle poche figure di abitanti che rare mi passano innanzi e dileguano. In questo mondo tutto mio, mi regalo le scene più opposte, i panorami più splendidi, gli orrori più terribili: simile a un Dio creo ed annullo con un atto del pensiero: intreccio e separo le forze: sollevo l'uragano e lo acqueto, offusco il sereno e lo purifico, confondo le stagioni e i colori; in questo mondo mi faccio una vita e un impero. E fra questo e il mondo umano vorrei gettare il ponte dell'arte, ma non vi riesco — ecco la mia infelicità. Humboldt ha detto, che passando successivamente dal polo all'equatore si morrebbe in pochi istanti; ed ha ragione anche nel mio caso.

Il mio ideale di felicità è un sogno impossibile, la mia passione pel dolore peggio che un sogno, una follia. Talvolta ne' miei giorni più foschi mi piglio il cuore fra le mani e stringendolo convulsivamente, ne spremo poche goccie, che mi porto alle labbra colla avidità di un febbricitante. Tutto quindi mi si fa lugubre agli occhi e al pensiero; da ogni oggetto mi giungono ferite, in ogni voce è un lamento, in ogni minuto è uno spasimo, che mi affina e mi accresce la vita. Allora mi ravvolgo nel dolore, come in un cupo mantello, e pallido di orgoglio guardo sogghignando la ignobile folla dei felici... senonchè troppo spesso agli urti dei loro gomiti mi casca il mantello, e rimango seminudo alla puntura degli insetti e delle beffe... Ma lasciamo le miserie del dolore, perchè, se lo spettacolo della malattia è più orribile che quello della morte, e possiamo ripetere il grido dell'animo nel parossismo dello strazio, nulla può rendere il suo continuo e difficile lamentio. Il genio stesso non trovò nulla per esprimere il tedio, questa miseria più comune del dolore. La Grecia scolpì la disperazione che lotta nel Laocoonte, spossata nella Niobe; l'Italia l'amarezza inconsolabile nella Madonna, la desolazione delirante in Maddalena, il contrasto di uno spasimo insopportabile e di una rassegnazione divina nell'Ecce Homo; ma chi potè raffigurare l'irritazione di Leopardi o la febbre di Byron? dolori senza espressione, dolori di artista, di uomo deforme nella sua superiorità, con più sentimento e fantasia che ragione. E anch'io sono artista: ne ho gli entusiasmi fulgidi ed improvvisi, le passioni deliranti, il sonnambulismo nervoso; per me non vi è aria respirabile che sulle cime alle quali tiene l'occhio la storia costeggiando le rive del passato, non luce che avvolgendomi in un raggio di sole, non profumi che abitando il calice di un fiore. Non vivo, non godo, non soffro che per me: tutto il mio studio sta nello svilupparmi, tutta la mia fatica nel costruirmi un palazzo. Egoista! mi dirai; ti risponderò: artista, e avremo entrambi ragione. Napoleone invade la Germania, abbatte eserciti e città, rovescia il vecchio impero e Goethe, assorto nella concezione del Faust, volge appena il capo al rumore della grande caduta e guardando fra il fumo dei cannoni e delle macerie l'immane carneficina, mormora indifferente: schiavi contro schiavi! Ecco per la patria. Uno scolaro di Donatello è agonizzante; il prete che lo consola gli offre un Cristo a baciare: ed egli parla ancora per chiedere un Cristo del suo gran maestro. Ecco per la religione.

Egoista che assorbe tutto in sè medesimo, deve essere grande per rendere nell'opera quanto ha assorbito, e guai all'artista che è piccolo, che non può essere immortale. Io, artista, morrò. La comprendi tu questa parola e hai riflettuto come l'arte sola dia l'immortalità, perchè mentre di Annibale non rimane che il nome di una battaglia, di Euclide la ragione nei suoi poligoni, di Aristotile l'intelletto nella Repubblica, di Eschilo, di Dante, di Raffaello rimane tutta l'anima nel Prometeo, nella Divina Commedia, nella Trasfigurazione?

Talora credo sentirmi improvvisamente la potenza della creazione: afferro la penna o il pennello e mi accingo, ma alle prime righe mi cessa il coraggio e mi veggo innanzi il mio Mefistofele, che sogghigna spietatamente. Oh! Anselmo, quando nei tuoi studi non tocchi la meta, non la vedi — io invece ho sempre sotto mano il mio titolo all'immortalità e non posso impadronirmene. Se prendo in mano la creta e mi provo a plasmare soffro ancora una più tremenda tortura: vorrei copiare la bellezza che mi sorride nella fantasia, e copio invece una faccia che m'insulta colla sua trivialità: i lineamenti mi si sformano sotto le dita, gli occhi non guardano, la bocca non trema, le carni non palpitano; insomma la creta non vive, eppure in quella creta vi è la mia forma divina, come dentro un astuccio.

L'antichità ha espresso magnificamente colla favola di Tantalo questo supplizio dell'artista. Quindi gettando la penna o la creta, corro nel mio gabinetto: piango, folleggio: torno a' miei sogni, alle mie appassionate contemplazioni, povero muto dell'arte, povero mendicante della immortalità... e tu vieni a dirmi: esci dal labirinto e risplendi! Non sai che vi sono dentro nudo, e che il labirinto è di spini, e che più volte, la persona insanguinata, urlando di rabbia e di dolore ho tentato invano di evadere? Ho pensato anche a morire, ma non ne ebbi la ragionevolezza o l'imbecillità: non voglio morire perchè sono degno della vita; mi ucciderò solamente quando m'accorga di essere un volgare... Allora addio, sole innamorato, poeta della natura! Adesso nella mia impotenza trovo tuttavia un argomento di superiorità.

Da fanciullo m'immaginavo la strada della gloria come la via Appia, fiancheggiata da sepolcri; e immaginavo di esservi io pure, diritto sopra un cippo, con una ghirlanda sui capelli, ricevendo il saluto della gente: sentivo montarmi intorno l'anelito di migliaia e migliaia di anime innamorate, sorridevo, e il mio sorriso era per loro un raggio di sole. La gente non cessava di passare, e noi sempre ritti, eternamente belli, eternamente venerati; invece mi seppelliranno come un cane! la mia vita sarà come non fosse stata, come la traccia della neve sul mare, dell'uomo nella donna. Vedi il torrente che trabalza da quella costiera?... il torrente è la vita, noi le impercettibili gocce che, sbalzando in aria, incontrano un raggio di sole e vi brillano un istante — l'iride dei colori è l'iride dei nostri giorni mesti o lieti; ma quel sorriso di luce svanisce, e la goccia si scioglie... Potesse invece irrigidirsi in diamante e fra i sassi della costiera parlare eternamente co' suoi raggi ai raggi del sole...

Ti parrà soverchiamente lunga questa lettera! Avresti torto, perchè non sono ancora a mezzo, e la tua conversazione mi diverte.

Pascal domanda: che cosa sarebbe stato di Roma se Cleopatra aveva il naso più lungo? Avrei mai fantasticato di Mimy non sorprendendola nuda allo specchio? — nullameno ci vantiamo ragionevoli. Domani andrò da quella donna, e mi sia lusinghiera o ritrosa, proverò gioie o dolori sinceri, profondi: ieri no, oggi sì, posdomani forse no. Di qual filo è dunque questo laccio che si stringe e si scioglie improvviso ed è infrangibile? Ma supponi ancora che ella mi ami, che Carlo ci sorprenda: ecco forse tre cadaveri, tre vittime per avere sorpreso una donna senza camicia: e tale catastrofe, che può accadere domani, andrò freddamente a sfidarla. Bada, Anselmo, che non scorgo in ciò un delitto, come forse tu moralista pretendi: noto solo la facilità di conseguenze sanguinose da un sorriso, e la vanità del nostro spirito di accettarle, conoscendole — mistero della passione, la quale generata da un nonnulla cresce subito immane, quasi stilla che il vento scuota dall'albero e toccando la terra si gonfii in torrente...

In questo punto ricevo un biglietto di Carlo, che m'invita per domani: manca dunque ogni scusa, e Dio lo vuole! come strillavano, molti secoli fa, gl'ingenui delle crociate.

Adulterio! scrivo questa armoniosa parola, che mi accarezza l'orecchio come una musica altra volta intensamente gustata. Se ti dicessi, Anselmo, che questa è per me la forma sublime dell'amore? Paradosso? No, tutto al più errore, perchè io credo a quello che dico. Amo l'adultera. Questa donna giovane e bella, che comprata dal marito innanzi al sindaco, freme schiava nella casa maritale; che educata unicamente al matrimonio colle lusinghe della virtù e il terrore di minacce umane e divine, concepisce di romperlo arrischiando tutto per un uomo, cui appena conosce e che andrà forse la sera del primo appuntamento a dirlo nel club fra una questione di cavalli e una partita al faraone: che di lui solo innamorata, cura le proprie bellezze divorando spasimi indicibili quando il marito le manomette, che nelle convulsioni delle voluttà deve conservare tutta la lucidezza del pensiero, affinchè non le sfugga il nome adorato e non si rinnovi la tragedia di Parisina: questa donna che una sera apre tremando l'uscio dell'appartamento lasciandovi dietro il lume, scende le scale per le quali un vicino può incontrarla e perderla, traversa l'andito, arriva alla porta, tira il saliscendi, piglia un uomo per la mano... gliela bacia, lo tira, lo strascina su nell'anticamera, nella sala, nel gabinetto e anelante, spaurita, inebbriata cade sopra una poltrona... oh ti amo!... Ah! vi è qualche eroismo in questa scena. Ma se il marito, che ha promesso di ritornare a mezzanotte, si ravveda ed entri adesso... egli ha facoltà di ucciderla, la legge glielo consente, la società approva, Dumas stesso, il caro romanziere, gli grida: tue-la? Non importa. Ma i figli che resteranno senza madre, i genitori senza figlia, ella medesima senza l'avvenire vagheggiato nelle deliranti meditazioni — morta, cadavere, così bella, così felice? Non importa. Ma se il marito non l'ammazzerà condannandola al disonore, chiudendole tutte le porte delle amiche e dei saloni, ove sfolgorò tanto bella... poi l'amante l'abbandonerà per un'altra: più nulla, la miseria, l'infamia, l'isolamento? Non importa: ella ama. Questo amore è un'angoscia inesprimibile, perchè la sua coscienza educata al culto della legalità si dibatte contro la passione e si morde come un maniaco... Tutti i pericoli e i mali le passano e ripassano vertiginosamente nella idea: sa che, solo le tenebre la proteggono, ma che nelle tenebre errano spesso fiaccole, e basta un raggio per scoprirla all'insolenza spietata del mondo. — Mio Dio! che cosa ho mai fatto! Le viene alle labbra, ma l'amante appressa il volto, e invece di aprirle a balbettare la paurosa esclamazione essa le tende smaniosa respingendola nella strozza. Il bacio l'accende, il brivido di una carezza vagabonda la scuote... Dio! s'egli tornasse! E sia: ti amo: mio marito è un mostro: amo te solo, sarò tua, la tua adultera che non potrai neppure sposare volendo, che dandoti tutta sè stessa non potrà aggrappartisi agli abiti quando l'abbandonerai... Oh non pensiamoci: non è vero che mi ami? Vedi: io ti amo più della mia vita, de' miei bambini — ti chiedo solo di amarmi...

Anselmo, che ti pare di questa donna? quale cortigiana, quale moglie, quale vergine può con la fulgida impudenza, col sereno trasporto, con la delicata ingenuità rapirci alla sua passione?

Ti ripeto: amo l'adultera.

Quando il piacere diviene intenso, il dolore vi si mesce; quando il dolore infierisce, il piacere gli passa vicino toccandogli il gomito come un amico obliato e lo conforta di un sorriso: egli è che la vita si compone di molte cose, e la felicità di molti elementi. Vivere è sentire: onde più si sente più si vive. Non ho quindi mai capito la beatitudine del paradiso cristiano, di essere là sopra una poltrona di nuvoli contemplando la faccia di Dio immota fra una orchestra di angeli sbuffanti nelle trombe, là sempre contento di guardare e di ascoltare senza l'ansia di slanciarsi ad un bacio, l'anelito della voluttà la vertigine del desiderio, il languore della stanchezza. Questa felicità di inerte e fredda contemplazione, frutto di una vacua teologia, mi pare l'ideale più opposto al vero umano, alla nostra vita di espansione continua; nè mi stupisce che la maggiorità dei cristiani ne sia così poco innamorata da godersi viziosamente la terra, arrischiando l'inferno — nè più mi soddisfa, malgrado la sua volgarità saturnale, il cielo di Maometto colle Peri alle porte e le Uris nelle sale, perchè questo è una festa da ballo e quello un concerto. No, la felicità non deriva unicamente nè dal bene o dal male; distinzioni vane se si pretendono assolute, nè dal bello nè dal brutto, nè dall'anima nè dal corpo: multiplo il mondo, multipla la vita, deve esser multipla la felicità: bisogna unire tutti i colori in un prisma, tutti i fiori in un mazzo, tutti i ritmi in una musica; ogni senso deve esserne saturo, la ragione invasa, la fantasia accesa: bisogna che in noi goda l'uomo e il fanciullo, l'animalità più bruta e lo spiritualismo più oltramondano: bisogna conservare il fremito della lotta quando la lotta è finita, che nell'armonia vi siano note scordate; nell'ebbrezza un po' di convulsione, nelle carezze un po' di solletico; bisogna che la vita senta la morte, come la primavera sente sotto i piedi gli ultimi brividi dell'inverno e sulla testa i primi baci dell'estate.

Gli Egizii tenevano uno scheletro nelle sale del banchetto, ed avevano ragione. Il bene e il male, due forme intimamente inesplicabili dell'essere, hanno a concorrere nella felicità, o l'anima non è commossa che a metà e la pienezza manca alla sua vita. Al di sopra di Satana e di Dio che si disputano il suo cuore, l'uomo riassume le loro due nature: ritto sopra il suo scoglio intende lo sguardo alla immacolata serenità del cielo e l'orecchio al rumoreggiare maestosamente perverso del mare: il pensiero gli vola lieve per gli spazii tremoli di armonie e di pianeti, e si culla sulle onde del mare pallide di spume e di minacce: egli sente tutto, deve tutto sentire, ma perdendosi nel cielo o nel mare perde il suo trono sublime. Così è dell'amore. La Grecia, fanciulla d'ingenuo genio, lo dipinse bambino alato e cieco: io lo concepisco invece, e se ne avessi la forza vorrei dipingerlo, vestito a bruno come un Amleto: le calze fino a mezzo la coscia, i calzoncini a sbuffi, il giustacuore e la mantellina ricamata di perle nere, e una collana di voluttuosi coralli al collo; gli darei una persona alta e slanciata, un viso ovale, capelli lunghi, un profilo minaccioso, sulle labbra un sorriso lascivo e negli occhi una vampa fatale. L'amore deve aver provato tutte le gioie e tutti i dolori: il suo aspetto essere quello di un dio maledetto.

Provasti mai la voluttà del male? Ma hai letto il Caino? Veduto piangerti sotto il petto una vergine sacrificandola? Non ti sovviene il grido della Sulamitide nel delirio della passione? oh! fossi tu mio fratello: ecco il letto dove fu corrotta tua madre! Il poeta di quel canto insuperabile doveva essere ben profondamente uomo, se coglieva la natura nel più intimo segreto.

Il male, amico, ha pure la sua bellezza e il suo fascino: mortali se vuoi, ma inebrianti. Leonida alle Termopili sulla fronte del suo battaglione non ci commove più di Nerone sulla cima della sua torre, colla cetra in mano, illuminato dai riverberi di Roma incendiata: l'occhio della gazzella ammalia come quello del serpente, il sangue ubbriaca come il vino. Ricordi quell'aneddoto nel pomposo e vano quaresimale del Segneri, di un peccatore moribondo, che incalzato dal prete a rinunciare all'amante, rispondeva smaniando non posso, non posso, e moriva con questa parola sulle labbra? Io la comprendo questa voluttuosa agonia nel male: l'inferno è lì spalancato, immensa voragine di fuoco e di fiamme: vi cadrò se non mi pento, se non rinuncio al piacere della lascivia ora che il senso è impotente: ebbene, no! l'amo ancora questa donna che appena morto mi tradirà, se non mi ha già tradito; mi rivolgo ancora alla memoria dei suoi amplessi, e tu puoi ben coprirti la fronte, povero angelo custode; tu, Dio, corrugare i grigi sopraccigli; tu, Satana, illuminarti di ebbrezza feroce: piuttosto dannarmi che cedere: io muoio intrepido col sorriso dell'orgia sulle labbra e la sfida dell'empio negli occhi.

— Male, sii tu mio unico bene, rugge il Satana di Milton, levando la fronte minacciosa alle porte chiuse del cielo.

— Padre, perdona, perchè non sanno ciò che si facciano, geme Cristo sulla croce, ed entrambe queste esclamazioni sono vere.

Ma ritorniamo all'adultera.

Perchè entro a notte nella casa dell'amico per violargli la moglie che ama, la quale gli ha dato due figli e tre sarebbero troppi?

Che cosa mi ha fatto quest'uomo perchè lo assassini nell'anima e nella discendenza? divise meco le sue prime gioie, i suoi primi dolori: mi giovò di consigli, mi confortò di sollecitudini... non importa: lo tratterò peggio del mio nemico, chiudendolo, se mi scopra, in questo dilemma, o suicidarsi o uccidere l'amico, la moglie, la madre de' suoi bambini. È un'infamia? Eppure tutti la commettono inebriandovisi, e io come gli altri — perchè? Domanda al pesco perchè il succo de' suoi frutti sia tanto delizioso e quello delle sue foglie tanto mortale: se ti risponde, faccio altrettanto. Solo posso dirti che l'amore dell'adultera è il più bello, perchè il più appassionato: l'ingiuria fatta all'amico vi rende più care le carezze, il peccato punzecchia il desiderio, il delitto profuma la voluttà; sentite che toccando quella mano accettate la vostra sentenza di morte, e il brivido della paura mescendosi a quello della concupiscenza, raddoppia la scossa nervosa. Per sedurre questa donna quanta fatica, quanti dolori, quanti pericoli! Ho lottato con me stesso, con lei, col marito: ho calpestato la confidenza, la gratitudine; legato dalle catene dei costumi e delle leggi, le ho spezzate lanciando a Dio e alla società il guanto del duello. Adesso striscio come il serpente, domani mi batterò come un leone; adesso la mia arma è il sorriso, quando vorrete le pistole... e a te, donna, depongo ai piedi le catene rotte, il cuore lacerato, la mente ribelle: Due Giuda, il nostro bacio è il prezzo del nostro tradimento, prezzo inestimabile: due maledetti ci stringiamo seno contro seno, e la folgore, che ci brontola sul capo, stringe più forte il nostro amplesso. Oh! coraggio, donna: bastiamo a noi stessi. Senti come è dolce l'olezzo di questo fiore sepolcrale? rifugiati pure nel mio cuore — ma credi che vi saresti penetrata così avanti, se il rimorso non ti incalzava?

Ecco il linguaggio dell'adulterio, stupendo connubio della lirica colla drammatica.

Mi ripeto ancora; amo l'adultera.

Vedi, il matrimonio e la vecchiezza si rassomigliano spaventosamente. Sulla soglia di questa si fermano speranze e sogni, sulla soglia di quello si ferma l'amore come un ateo alla porta di una chiesa. Lì seduto pensa alla fanciulla rapitagli e si consuma nel rammarico. Come sei bello nel tuo dolore e nella tua fantasticaggine! O superbo mendico, ateo sublime, io ti saluto.

E saluto te pure, Anselmo.

9 agosto.

Mimy è lievemente ammalata. Ieri quando giunsi al suo casino il sole tramontava. Le finestre erano chiuse, sul prato nessuno. Mi fermai a guardare il sole e mi sovvennero le parole di Moor, commoventi di mesta grandezza: — Così cade un eroe! — Quando ero fanciullo il mio pensiero fu di nascere e di morire come il sole. Un pensiero di fanciullo! — Pensiero di re, Moor, e io l'ebbi teco. Ma pur, di coloro che splendettero nel meriggio, quanti ebbero un tramonto come il sole? Un imperatore romano, mediocre in tutto fuori che nell'orgoglio, si levò moribondo da letto: un re muore in piedi! Menzogna. La vecchiaia deturpa l'eroismo e la gloria: ci spegniamo nebbiosi invece di tramontare. Vivere e morire come il sole, ecco un destino! Prorompere splendido al mattino, abbagliare nel meriggio, e al vespero gettarsi sul capo un lembo della clamide e lento, lento, come il leone ripara all'antro, allontanarsi nell'infinito...

Nell'andito incontrai Carlo, che mi domandò subito della marchesa.

— Dove è Mimy? lo interruppi.

— A letto, non si sente bene.

— Infame! e non me lo hai detto subito?

— Ma senti...

Siccome avevo sentito abbastanza, corsi alla camera di lei e mi arrestai sulla soglia; non avevo incontrato nessun servo, dentro non udivo rumore. Un pensiero orgoglioso m'illuminò; che siasi ammalata per me! però ebbi il buon senso di non fermarmici su, e m'appressai piano piano alla porta: busso o non busso? non bussai.

Stava appoggiata a una bica di cuscini, i capelli entro una cuffietta bianca, il capo sopra una spalla.

Scambiammo poche parole.

— Questi fiori sono appassiti! notai pigliando dal tavolo un mazzetto di amorini. I vostri fiori prediletti! li avete colti voi stessa?

— No: mi furono regalati dalla marchesa.

Com'era bellina in quel costume d'inferma!

— È venuto il medico?

— Sì.

— Come vi ha trovata?

— Debole, e mi ha ordinato un po' di moto.

— Obbedirete?

— Mi ci proverò.

— Allora, se me lo permettete, domani vengo coi cavalli; li monteremo per una piccola passeggiata al passo.

— Vi ringrazio.

— Eppure la marchesa, se fosse qui, mi darebbe ragione! Del resto, se la mia offerta vi dispiace, sia come non fatta.

— Adesso vi offendete...

— Perchè? avrei torto! Che cosa sono per voi da farvi accettare i miei consigli? Siamo cugini, ma al mondo siamo tutti più o meno cugini e ci siamo, nullameno, stranieri.

È entrato Carlo recando una lettera.

— Leggi: è della marchesa. Ho riconosciuto il carattere. Indi con ansia mal dissimulata: non c'è niente per noi?

— Leggete; e gli tendeva la carta.

Erano poche parole: «Se domani sul vespro passassi dal vostro casino colla carrozza, potrei sperare che mi accompagnereste? Faremo qualche giro per la campagna; sono sicura che ci divertiremo: siate tanto amabile.»

— Andrete colla marchesa? le ho chiesto con malumore.

— Quando non vi dispiaccia.

— E per me ci sarà un posto? dimandava Carlo.

— Potrebbe darsi, ma il biglietto non ne parla; e un sorriso, che mi è parso di trionfo, le ha sfiorato le labbra.

Povero Carlo! se non innamora la marchesa, sua moglie non è certo innamorata.

Adesso che ti ho dipinta la scena ti manderei quasi la romanza, che ho scritta per Mimy appena ritornato e che le manderò dimani. È in versetti biblici, la forma di Michiewitz, il grande polacco, ma non mi piace, e ti risparmio. Non so che cosa mi pagassi in questo momento perchè la romanza fosse degna di Musset e per dirle: Mimy, ti getto un fiore immortale, dammi un bacio. Invece le regalerò un fiore di zucca.

Un'ora sola, Anselmo, un'ora sola di genio e acconsento a gettarmi dalla finestra. Si è paragonata la vita a molte cose, a un grido, a un pellegrinaggio, a un'ombra, a una foglia, ma nessuna immagine è forse più giusta di quella di un naufragio. Non m'importa di morire, ma vorrei chiudere un foglio con pochi versi entro un'ampolla, e lanciarlo in mare prima di affogare: l'ampolla sarebbe raccolta da altre imbarcazioni e quando i vascelli non solcassero più l'oceano, vi errerebbe eternamente, conchiglia immortale di perla divina. Ad altri di me più forti la gloria affannosa dei grandi poemi, dei segreti carpiti alla natura, delle leggi adagiate nella società: mi basta un nonnulla, una novella, una romanza, un cartone; la dimensione non monta, purchè il genio l'abbia toccato... Ma ritorniamo a Mimy.

Non l'ho vista mai più bella che a letto. Dumas ha profondamente ragione mostrandoci l'amore appoggiato come un angelo dietro il letto di una inferma. Nessun fascino insolente di meriggio regge al malinconico prestigio del vespero, e se la modestia o l'audacia possono talora rendere più acre lo stimolo della voluttà, l'impotenza che nasce dal dolore la rende sempre più intensa. Se Carlo non fosse entrato nella camera sarei rimasto fino a sera, fino a notte presso il letto a guardarla negli occhi aspettando di udirla gemere per mormorarle all'orecchio: Soffri, Mimy! Ella è malinconica: avremmo forse pianto insieme a qualche mesta parola inebbriandoci del nostro dolore come il poeta coll'entusiasmo, il trionfatore coll'orgoglio. Il corsetto da notte nella sua casta semplicità aveva maggiori seduzioni dell'abito più scollacciato: avrei preferito la religiosa trepidazione di girare per la camera in punta di piedi fremendo allo scricchiolio delle scarpe, o di rialzare una tenda perchè il lume crepuscolare si abbattesse sulla sua faccia altrettanto smorta... noi due soli, muti... al più ricco tumulto di una festa da ballo.

Ridi, Anselmo? Hai ragione, perchè questi sentimenti li provo adesso nel mio gabinetto e non li ho provati nella sua camera. Forse che la farfalla dell'amore romperebbe solamente adesso il suo involucro e batterebbe l'ali nel raggio del sole? Ti rammenti la stupenda pagina di Herder sulla crisalide? Egli ne ha poche di uguali e con lui pochi scrittori di simili. Di Herder fu giudicato assai bene, è una poesia e non un poeta: e questa definizione dolorosa, che mi si addice ancora meglio che a lui mi dispera, giacchè la poesia senza essere poeta è come la bellezza senza il dono della simpatia, la superiorità senza la grandezza. Les delicats sont malheureux, non è vero, La Fontaine? La delicatezza non è il fondo della poesia, mentre il genio ne è la forza e lo splendore?

11 agosto.

Ho ventotto anni. La gioventù mi abbandona senza nemmeno rivolgere il capo colla leggerezza di una donna: la veggo allontanarsi istupidito, contemplando la civetteria del suo passo e la vivacità de' suoi movimenti... giacchè al mio braccio camminava sempre mesta e per correre aveva d'uopo di ubbriacarsi. Ventotto anni, Anselmo! ormai la metà della vita, e come trascorsa! Se mi rivolgo, nessun segno attesta il mio passaggio sulla strada. Se guardo innanzi, essa si perde in una steppa muta e monotona come una strada ferrata, per la quale non passa viandante e non s'incontra orma che vi favelli; ho rimorso di aver vissuto. Al principio colsi alcuni fiori sugli orli dei fossi, ma il loro profumo non mi consolò la stanchezza del viaggio; qualche tempo le illusioni mi accompagnarono, precedendomi in aria come uno stormo di uccelli, ma il loro canto così gaio non mi commosse il cuore, anzi dimenticando l'invocazione di Valmichi nel Ramayana — o cacciatore, possa la tua anima non essere mai glorificata per tutte le vite avvenire, poichè colpisci l'uccello nel sacro momento dell'amore — mentre fra loro s'innamoravano, sparai a più riprese, esaltandomi ferocemente nel raccogliermi ai piedi i cadaveri insanguinati. Adesso i fiori sono scomparsi, cessato il canto, tutti gli uccelli morti, e la gioventù, che procedeva al mio braccio, mi abbandona con freddo sorriso.

Mi lamento, mi lamenterò ancora, e se avrò torto, sarà un'altra ragione di lamentarmi.

Sono fuori della vita, non ho famiglia, non gloria, non fede, non amore. Vero nomade attraverso i paesi senza affezionarmivi, mi accompagno e mi divido dagli uomini senza salutarli fratelli. Nato in Italia, non sono italiano nè di mente nè di cuore: cristiano, non appartengo ad alcuna religione e potrei assistere impassibile alla caduta della nuova monarchia savoiarda tanto contrastata per tanti secoli, come all'incendio di tutti gli altari di Cristo. A che giova la mia esistenza? Perchè andrò più oltre persuaso di non arrivare ad una meta? Queste domande non le movo per vezzo romantico, ma per un intimo incessante rodimento dell'anima. Oscillo nel vuoto. Qualunque cosa imprenda, sono sicuro che non approderà, perchè la mia vita non ha basi e sono inetto a gettarle. L'ozio mi è insopportabile, la fatica impossibile: non mi trovo attorno un piacere. Credi che si possa durare un pezzo a questo modo? So quello che mi risponderai: Rompi il cerchio incantato, metti a capo della tua strada una idea. — Troppo bene, amico! Dimentichi dunque che sono un artista impotente e che il dirmi: suscita in fondo alla tua via un fantasma, che ti attiri e ti guidi, gli è come dire ad un cieco: metti una lanterna per dove passerai, se non vuoi inciampare?

A che debbo rattenermi? Il danaro non mi affascina e non ammetto altro mercato che il gioco: non sono ricco, cosicchè mangiando capitale e rendita, i miei due milioni non mi danno un lusso abbastanza poetico per affezionarmi alla vita. Non ho scampo, sono solo: il mio mondo interno è una prigione, immensa sì, ma una prigione; l'arte una smania di paralitico, gli intrighi della galanteria, le orgie dei sensi consolazioni di un'ora e nulla più. Che farò? Viaggiare? Anzitutto questo non può essere uno stato, poi conosco tutta l'Europa, sono sceso in Africa, salito a Gerusalemme, e poichè non scriverò un altro Child Herold, non voglio sopportare altrimenti tempeste in mare, alberghi in terra. Ammogliarmi tanto per cambiare? Rimedio peggiore del male — consigliare il matrimonio a un annoiato è come ordinare un bagno a uno che si anneghi: d'altronde il matrimonio è una brutta cornice pel quadro della donna. La politica? col mio cervello d'artista e col mio cuore di aristocratico una ridicolaggine e una impossibilità...

Vedi, Anselmo, che il problema è forse più difficile di quanto sospettavi; dubito assai che col tuo ingegno mi trovi una soluzione.

Senti. Ieri sera sedendo allo scrittoio mi venne aperto sovrappensieri un cassetto, ove fra altre carte erano rimescolati biglietti e lettere amorose; li radunai, e sebbene non li conti a migliaia, come il famoso maresciallo di Richelieu, ti so dire ch'erano parecchi — le donne scrivono molto, ma in compenso scrivono male. Cominciai scorrendone alcuni prima indifferente, poi interessandomi, seguitando senza ordine, facendo spesso succedere all'invito di un primo appuntamento una lettera di congedo illimitato. Non so quanto durassi così, infine mi accorsi di aver freddo. Non ero più io che leggeva, ma un altro, un altro Giorgio vecchio, coi capelli bianchi, cogli occhi indeboliti; quelle lettere della mia giovinezza mi destavano un senso orribile: mi pareva che fosser trascorsi secoli da quel tempo e che il mondo, nel quale avevo vissuto, si fosse disfatto... Ero solo, con quelle lettere, pochi avanzi del mio naufragio. Le loro calde espressioni mi riuscivano mezzo inesplicabili, le voluttà ricordate come una cosa di cui dura nella memoria una debole eco, spentone nell'anima il senso. Fra l'altre mi capitò alle mani una mia, ironica, briosa che finì di sconvolgermi. Io aveva scritto quella lettera? quando? Io avevo riso, avevo vissuto?...

Ebbi una scossa, mi destai col sudore del raccapriccio.

Questa fantasticheria o sogno mi ha seriamente afflitto — è la mia vita reale guardata a traverso un vetro nero; le tinte sono più fosche, ma anche senza vetro il paesaggio sarebbe tristo.

E la solitudine, rimedio di antica riputazione, inasprisce i miei mali — Seul a un sinonime: mort. Sinonimo fiacco, indegno di Victor Hugo, perchè la solitudine non è già nel cimitero o nella Tebaide, sibbene in un deserto di uomini, quando nella folla che vi circonda non sorge grido che vi scuota, non spicca fisonomia che vi commuova; quando gli edifizii che vi rovinano intorno non hanno più forza di farvi rivolgere il capo, quando la morte che vi ammazza dappresso non vi dà nè piacere nè dolore; quando in questo oceano umano le onde si accavallano senza sollevarvi o si appianano senza rivelarvi nulla, quando niente e nessuno vi tocca e vi si associa.

E allora che la ragione sia presa da questa vertigine del vuoto, afferratela e gettatela nel cuore: poi ritornate fra un'ora a vedere se è tuttavia ragionevole. Le passioni l'afferreranno come maniaci e: spiegaci, ruggiranno, il perchè della nostra condanna: i desiderii moribondi di fame le si strascineranno ai piedi e tirandola per la veste: spiegaci, spiegaci, singhiozzeranno, il mistero della nostra condanna; le speranze deliranti di febbre le si accosteranno livide all'orecchio e: spiegaci, sibilleranno, il perchè della nostra condanna: spiegaci, spiegaci, — e se la ragione impaurita si proverà a mormorare una spiegazione: menzogna! la interromperanno. Abbiamo fame, trova tu modo di saziarci: tu, superba, hai il mondo delle idee e vi ti perdi e vi ti divinizzi; noi del mondo terreno siamo chiuse in un ergastolo, vogliamo godere, aprici dunque le porte, tu che sei la regina. Che cosa volete che risponda la povera ragione? Impazzirà, se non vi affrettate a liberarla.

Come vedi, Anselmo, la mia è già impazzita, e se nella tua bontà di amico ne dubitassi, ti mando questa lettera come prova.

Fare well.

PS. Questa sera vado da Mimy. La sua è una bellezza assai rara, segreta, come si esprime De Mère.

12 agosto.

L'oceano è in tale tempesta che le sponde tremano di fatica e di spavento. Le onde ruggono, si frangono, si addossano, si attorniano, si sormontano, salgono, salgono ancora, urlando e nell'urlo del trionfo ripiombano nell'abisso. Ritta sul lido una moltitudine contempla il feroce spettacolo coll'occhio sbarrato e il pensiero fuggiasco: il cielo è nuvoloso, ma il vento ha lacerato le cortine delle nubi e fra esse traluce profondamente sereno l'azzurro dello spazio. Un pallone e una barca lo solcano: sopra loro nè oggetti nè limiti, la vasta monotonia dell'infinito: al di sotto il mare. Come apparirà la tempesta allo sguardo dell'ardito areonauta?

L'oceano è immobile con appena alcune rughe: ecco i cavalloni.

Così l'anima. Talora l'uragano la squassa scombuiandola dal fondo: dolori, speranze, immagini, memorie tutto trabalza e si sfracella, il petto si apre quasi all'urto dei marosi; ma sul volto non appare che una ruga, così che la gente passandovi vicino la distingue come l'areonauta e tira via. Non la notasse almeno e non vi gettasse l'insulto della sua curiosa parola! Che cosa ho quest'oggi?! Non mi capireste, se pure mi spiegassi! La ruga che mi solca la fronte vi sembra piccola, perchè non sapete che è l'opera di centinaia di dolori, come un sentiero è l'opera di centinaia di orme...

Ieri sera mi avviavo al casino di Mimy in questa triste disposizione di spirito. La sera non era mai stata più insopportabilmente bella. Le stelle ridevano nel cielo come tante candele accese in un tempio per persuadere alla gente l'esistenza di un Dio: ridevano qua e là i lumi per le case: rideva il sereno, ridevano le foglie del granturco pei campi, rideva qualche lucciola per le siepi. Tutto mi rideva in faccia; a mezza strada s'aggiunse il vento.

Io ruggiva di collera, e la natura mi sghignazzava intorno come un'ubbriaca: mi posi quasi a correre.

A pochi passi dal cancello mi percosse una musica di ballo; le finestre della sala erano aperte e ne sgorgava un gran lume. Una festa di vicini! Carlo aveva avuto la generosità di non invitarmi e io ci venivo...

Quando entrai nella sala una dozzina di coppie ballavano un valzer di Strauss; mi convenne fermarmi sulla porta. A te pure, Anselmo, saranno accadute disgrazie di simili feste e vedrai, senza che mi affanni a dipingertela, la goffaggine di quegli uomini e di quelle donne. Ballavano così vertiginosamente che mi pareva ballassero con loro anche i mobili. Era un'illusione, ma avrebbero potuto essere vero senza far perdere al ballo il suo carattere. Si divertivano. Ecco ciò che non perdono a quella gente, di essere così ignobilmente beati, mentre io sono stato tanto infelice. Ranocchie, che stimano un lago la loro pozzanghera e il loro gracidìo una musica.

Non vidi nè Carlo, nè Mimy, nè la marchesa di Monero. La festa era dunque, per la loro assenza, una festa come nella classica notte di Valburga? La musica cessò, stavo per cacciarmi in un angolo, quando molte persone mi furono addosso.

— Come, tanto tardi? Sempre annoiato? Così triste!

— Ma che cosa le manca dunque, signor conte? mi chiedeva la moglie di un mercante, la quale mi fa la corte da un pezzo, innamorata del mio titolo e della mia superbia.

— Molte cose, signora.

— Me ne dica qualcuna, e mi si appoggiava così al braccio, che dovetti offrirglielo.

Ci allontanammo dal gruppo.

— Sentiamo: che cosa le manca?

— Molte cose; per esempio, la potenza di desiderare: adesso non desidero più nulla, nemmeno di essere il vostro amante.

— E se lo desiderassi io invece?

— Sareste ancor più disgraziata di me.

Un rumore nella sala, e forse anche, queste risposte, mi liberarono il braccio prigioniero: ma dopo le donne vennero gli uomini. È inconcepibile quanto duri nei borghesi il prestigio della nobiltà, la mia è tutt'altro che storica, e come cangiandosi in invidia diventi in essi disgustoso l'odio selvaggio che ci portano con tanta ragione i miserabili. Mi corteggiano e mi dispettano, pronti ad umiliarmi domani se fossi povero e ad insuperbire per un complimento che loro rivolga.

Nella sala erano una trentina di persone, quasi tutti vicini, che dal più al meno amici di Carlo mi conoscevano abbastanza, perchè fossero inevitabili saluti e discorsi. Se fossero stati tanto villani da non avvertirmi, li avrei in compenso battezzati gentiluomini.

— Ah ci divertiamo stasera! Balla anche lei? Balli anche tu? una bella società. Poh! che aria: ma perchè così accigliato? si direbbe quasi che posi; mi interpellava uno dei più intimi.

— Vedrai che ci divertiremo: guarda che belle signore.

— Belle?

— Belle! ripetè un marito della luna di miele, guardando in un angolo la propria metà.

— Dite piano, signore: se vi sentissero, sarebbero capaci di credervi e le avreste turpemente ingannate.

— Sei intrattabile, mio piccolo Byron!

— Che ne sai tu di Byron?

— Quanto gli altri che lo hanno letto.

— E ne sanno come del polo, cui non sono mai stati?

— Vieni che ti presento a quelle signore, entrava in mezzo un prudente.

Cercavo inutilmente Mimy.

Mi sentivo soffocare. Quella plebe mi studiava; nulla le sfuggiva dalla mia cravatta a' miei guanti, e si ammiccavano impercettibilmente fra loro come persone che, avendo finalmente misurato un uomo superiore, lo hanno impicciolito alla loro statura.

Mi sono arreso alla presentazione, ma passando innanzi a una finestra ho piantato l'amico.

La collera mi si era cresciuta colla gaiezza di quella gente.

— Mimy! ho chiamato, vedendola passare davanti alla tenda. Dove eravate, che non vi ho veduta entrando?

— Fuori, questa festa mi soffoca.

— Scommetto che è stata un'idea di Carlo di invitare tutta questa gente?

— Sì.

— Per avere la marchesa. Oh! non vengono che a lui certe idee. Però la marchesa non c'è. Come ha rifiutato l'invito?

— Semplicissimamente: ha detto che non verrebbe.

— E non l'avete pregata?

— A questa festa? non ne ho avuto il coraggio.

Così chiacchierando ci eravamo appoggiati alla finestra: nella sala incominciava un altro valzer.

— Mi sembrate ammalato: ella mi ha detto considerandomi.

— È vero: però non supponevo che ve ne accorgereste. Ero venuto qui per sollevarmi, e càpito fra una canaglia che tripudia. Voi almeno non vi divertite: datemi la mano.

Invece gliela prendevo, ma era così inanime che mi è mancato la forza di stringerla. Siamo rimasti alcuni minuti senza parlarci, nè guardarci. Il vento susurrava fra gli alberi, io non pensavo più a nulla; non ero più in collera: la sua mano nella mia, mi perdevo in una calma stravagante.

— Te ne vai? e le davo del tu la prima volta dopo quella scena sciagurata. Allora scendiamo in giardino.

— In giardino?!

— Avresti paura?

— E la festa...?

— La festa ti soffoca, lo hai pur detto; quindi prendendola risolutamente pel braccio la trascinavo: traversammo a stento le coppie vorticose: la scala era deserta e mezzo buia.

Ci avviammo verso il giardino illuminato dalla luna.

— Se qualcuno s'affacciasse alla finestra potrebbe vederci. Vuoi fumare? le dissi; ma cercando l'astuccio delle sigarette, trovai invece la romanza.

— No.

— Leggere?

— Che cosa?

Le presentai la romanza facendole lume con un zolfanello.

— Ti piace?

— No.

— Allora conservala: ti servirà nei giorni di cattivo umore: è bene avere qualcuno da disprezzare quando non si è contenti di sè medesimi.

Così entrammo nel giardino.

— Ma di grazia, che cosa facciamo qui?

— Passeggiamo. Non vorrai già farmi credere che ti divertissi più in sala. La romanza non ti piace? nemmeno a me. Ti ricordi la scena dopo il pranzo della marchesa?

— Giorgio...

— Eh via! lasciamela ricordare, perchè sono io che vi faccio la parte peggiore. Se credi che l'abbia dimenticata, t'inganni: quando dico a una donna: vi amo! non mento e voglio essere amato.

— Proprio!...

Mi guardò sbalordita.

— Ti stupisce. Sentiamo: che cosa hai da opporre al mio amore? Ti sono antipatico? non è vero. Valgo meno di Carlo? non è vero. Non hai bisogno di amare? non è vero. La tua onestà? non è vero: tu non sei onesta.

— Oh! m'insultate?

— No, mia bella, non esageriamo; voi non siete onesta e, anzi tutto, l'onestà non è una virtù. O amate realmente un uomo e il preferirlo a tutti è appunto la ragione e la sostanza del vostro amore; o non l'amate, come nel vostro caso con Carlo, e perchè l'essergli materialmente fedele sarebbe una virtù? E badate che, non amandolo, dovete detestarlo, perchè non voglio insultarvi, supponendo che possiate essere indifferente fra le braccia di un uomo. Se non avete un ideale verso il quale slanciarvi siete solamente una femmina, se lo avete e lo abbandonate per una minaccia umana o divina siete come la cortigiana: questa cede all'avarizia, voi alla paura; la medesima prostituzione, la menzogna nella voluttà, il piacere senza la passione. Volete essere virtuosa? siate forte: passate per dove le altre indietreggiano, salite più alto coi piedi che esse non veggano cogli occhi, abbiate il coraggio della vostra passione, e pel primo vi dirò: Mimy, siete virtuosa; ma finchè verrete a dirmi: fin qui non ho accarezzato che mio marito, vi risponderò che la mia Diana non ha mai leccato altri che Turco: perchè dovrei stimarvi di più? Ma Carlo, voi non l'avete mai amato, voi povera vittima! Voi non credete come le donne volgari a questa onestà, e vi amo per questo. Il vostro spirito è già un ribelle, il vostro cuore ha la febbre della passione e della grandezza...

— Che cosa ne sapete?

— Lo so: vedi, la vita la rassomiglio ad un sentiero fra burroni e frane: i forti lo passano a piedi, i deboli si fanno legare sul mulo della legge e chiamano virtù la loro paura, delitto il nostro coraggio, e sia! A loro l'inerzia e la sicurtà, a noi l'ebbrezza della libertà e del pericolo. Mi amerai: adesso sorridi.

— È il meno che posso fare.

— Meno sciocco vuoi dire.

— Giorgio!...

— Non cercare d'impormi o di fuggire, perchè parola da gentiluomo t'insegno e nasce uno scandalo. Ascoltami: siamo troppo affini per non amarci: ti comprendo come forse appena ti comprendi tu stessa, so le immagini che ti visitano la notte, i sogni che ti seducono nel giorno; entro ne' castelli che ti fabbrichi e li giro tutti, sono simili ai miei: tu idolatri la bellezza, il lusso, l'epicureismo divino del poeta; io posso darti tutto ciò. Ti amerò col genio che Shakespeare ha messo nei suoi drammi: ti costringerò ad amarmi almeno quella mezz'ora che ti starò presso, e sarà il mio trionfo.

Ella fece un moto colle spalle.

— Accetti la sfida?

— Insolente!

— Ora rimontiamo in sala: badiamo a Carlo.

Ritornammo verso la porta. Mimy era pensierosa.

— Guardate: la nostra guerra è già cominciata, il prossimo ha aperto il fuoco. Quelle due signore, che ci osservano dalla finestra, dicono a quest'ora che siete la mia amante.

— Ma non lo sono.

— Domani lo ripeteranno e, siccome Carlo è un uomo di merito, saranno facilmente credute. La vostra onestà non vi garantirebbe dalle calunnie: avreste il danno senza il vantaggio.

Entrammo nell'andito deserto.

— Un momento. Fin qui siam stati amici, d'ora innanzi o amanti o nemici: o vi trasfonderò la mia passione, o soccomberò nello sforzo — il genio non riesce sempre, perchè l'amore sarebbe più fortunato? Salutiamoci dunque; datemi la vostra mano che la baci amicamente.

Non rispose.

Quelle due signore ci attendevano sulla porta, ci squadrarono come due carabinieri. Mimy trasalì alla loro occhiata e mi lasciò bruscamente.

— Bella sera, mi si rivolse la signora Agnese, quella mercantessa mia innamorata: bella come lei! e collo sguardo m'indicava Mimy già lontana.

— Non ci siete, di più ancora: come voi.

— Mentitore!

— Lo so, ma perchè dirmelo in faccia?

Carlo sopraggiungendo imbronciato troncò il nostro alterco. Mi confessò subito la sua idea della festa con tanto cordoglio, che non ebbi il coraggio di riderne.

La festa durò ancora un paio d'ore crescendo di rumore, e se fosse stato possibile, calando di spirito, giacchè venuti a noia i balli, s'impresero i così detti giuochi di società, una costumanza che i naturalisti hanno ingiustamente dimenticata come prova che l'uomo è una scimmia irragionevole. Tutti vi concorsero scambiando motti e complimenti. I ritratti delle quattro stagioni appesi alle pareti si guardavano annoiati.

Io mi annoiavo più delle quattro stagioni.

Finalmente i più vecchi cominciarono a reclamare per il loro sonno: si pestò l'ultima polka, si rise, si parlò più fragorosamente e tra un mormorio di baci e di saluti si dispose la partenza.

— Esce con noi, signor conte? mi domandava la signora Agnese.

— Aspetto ancora.

— Colla signora Mimy.

— Pur troppo no.

— Innamorato!

— Da che lo indovinate?

— Da tutto e da nulla... ho dell'esperienza io.

— Lo credo.

Ella si morse le labbra.

— Sono dunque molto vecchia?

— Bisognerebbe essere vostro marito o il vostro amante per saperlo.

— Il mio amante: ma questi sono insulti, signor conte.

— Non ne avete? perdono: credevo che sarei stato più insolente non supponendovene.

— Vuole proprio schiacciare una povera donna.

Io le tesi la mano, che ella afferrò con impeto molto seduttore.

Eravamo rimasti in sala io, Carlo e Mimy egualmente indispettiti della festa. Non riuscivamo a parlarci.

— Ma allora me ne vado: davvero che questa conversazione è peggiore della festa.

— E vattene... ma a proposito: t'aspetto domani.

— A pranzo, Mimy?

— A pranzo.

Mentre cercavo il cappello, Carlo usciva dalla sala.

— Mimy...

— Non vi accostate o scappo.

— T'amo.

— Non è vero.

— Adesso te lo provo. Feci un passo, ma ella, sospettando sul serio, mi sfuggì per la porta chiudendosela dietro con impeto; vi rimasi contro col naso come uno sciocco. Però uscendo dal casino mi venne l'idea di andarmene dietro pel bosco, come la prima volta della scoperta; speravo che Mimy fosse alla finestra. V'era infatti.