CAPITOLO V
Se la lagrima della innocenza moribonda sulla gota della vergine esalta meglio del vino più generoso, il sudore che la febbre del peccato trae sulla fronte della adultera esalta ancora più di quella lagrima.
L'Amore, Opere inedite — Ottone di Banzole.
L'avvocato era uscito ebbro di quella prima speranza e di quel primo insulto alla sua gelosia. Sino allora aveva sperato e taciuto come tutti gli innamorati: la marchesa era bella, grande, forse anche facile: pensava a lei tutto il giorno, ma ogni qualvolta l'incontrava tutto lo spirito gli svaniva a un tratto. Quel giorno invece aveva osato ripetere la semplice ed eterna dichiarazione: vi amo; s'era mostrato geloso e la gelosia era passata senza contrasti: aveva quindi riconquistato la propria superiorità di uomo, e con quell'invito alle Assisie forse anche decisa la vittoria. Quella causa bella e grave aveva l'interesse di un romanzo e si prestava a tutte le dichiarazioni filosofiche e sentimentali; una causa fatta a posta per sedurre una donna, poichè una donna n'era l'eroina e l'amore la ragione: egli contava di brillarvi insolitamente, di vincere sè stesso, e qualunque ne fosse l'esito, strappasse o no quella testa al carnefice, tutti i cuori sarebbero dalla sua parte. L'accusata era una di quelle romantiche figure, che paiono nate solamente per tessere un dramma e perirvi.
Domani era dunque il giorno più importante della sua vita, ma poichè la vittoria dipendeva dall'ingegno e dalla dottrina, era superbo di battersi con tali armi: così venti anni di solitudine studiosa, rimpianti nelle ore di malinconia, passati quasi fuori del mondo in un ambiente luminoso ma freddo, produrrebbero un giorno di vera apoteosi; alla luce della gloria si mescerebbe il calore della passione, mentre le porte di quel mondo epicureo, che aveva sempre condannato senza conoscerlo nemmeno nelle irruenze giovanili, si aprirebbero d'improvviso scoprendo la marchesa sulla soglia.
Esisteva dunque un'altra vita, un altro amore, un altro vizio diversi da quelli che aveva fino allora creduti?
Corse diffilato a casa per lavorare sino al domani, ma come si allontanava dal palazzo Fantuzzi l'esaltazione sensuale gli si mutava in una febbre di gelosia. Quell'ostinato appuntamento col marchese Del Pino era un nuvolone, che gli copriva il sole delle ultime parole e degli ultimi sorrisi della marchesa. Carlo raccapricciava al pensiero di essere amato e tradito nel medesimo giorno. Come la marchesa gli aveva detto con tanta audacia, egli era un uomo vergine e sensuale, di molto ingegno e di poco cuore. Impetuoso di carattere e di istinti, aveva domato collo studio e colle cure della professione la forza leonina della propria natura, arrivando a quarant'anni per una vita vuota di affetti e di avvenimenti, uniforme di luce e di calore.
Delle donne fino dal primo palpito virile non aveva amato che il sesso col trasporto del bevitore pel vino, dimenticandolo appena assaporato: purchè la forma fosse appariscente, poco importa se corretta, il contrario di Giorgio; molta carne, molta salute, molta lascivia — le qualità del vino: la polpa, l'odore, la spuma, — ecco la donna. Il cuore non era mai stato invitato ai banchetti rumorosi di quelle voluttà, la fantasia non aveva mai offerto per essi le sue sale meravigliose; solo il senso v'interveniva, potente, ubbriacone, spensierato; poi si addormentava, e la mente, vecchia e severa quanto una badessa, ripigliava la matassa difficile dei processi. Così a vent'anni, così a trenta, così ancora a quaranta.
Non aveva mai letto una donna o un romanzo; d'altronde non li avrebbe capiti: aveva inteso parlare d'amore come dell'Africa senza invogliarsene, o lo aveva studiato sugli innamorati delle Assisie come un caso di medicina legale. Le sue passioni erano lavorare, guadagnare, bere: quella la più carezzata, questa la più intensa, l'ultima la sola che dovesse frenare, e la frenava; forte quanto un Ercole, brutto come un Fauno, felice al pari del borghese, che dopo cinque lustri di drogheria arriva a comprarsi una villa o a sedere in un consiglio comunale — intelligente come pochi avvocati, ma nulla più di un avvocato. Però con tale tempra d'ingegno da simulare all'occasione molto sentimento nell'esame di una passione con osservazioni fini o distinzioni profonde; ma simile ai grandi casuisti del Rinascimento, che ci hanno lasciato i più stupendi e i più aridi trattati di psicologia, la comprendeva solamente colla testa.
Viveva borghesemente, se non che tratto tratto, forse per fisica influenza, si faceva tristo e pensava che la sua felicità non era poi gran cosa: mediocri le ricchezze, mediocre la fama, mediocri i piaceri: che era solo ed invecchierebbe con un domani eguale all'ieri; ma questi insulti di malinconia erano poco più efficaci degli schiaffi del vento sul granito: l'avvocato ripigliava il sopravvento sull'uomo alle prime migliaia di lire da guadagnare o al primo onore provinciale da cogliere.
Finalmente incontrò la marchesa, conobbe la donna e quel giorno si perdette. La filosofica uniformità della sua vita gli parve una monotonia insopportabile, la sua magnifica posizione borghese una miserabilità di fronte all'alterezza di quella donna aristocratica. Quindi apprese di non essere stato fino allora che un servitore del pubblico, mentre gli scandali della marchesa sempre al di sopra degli applausi e dei fischi, gli davano le prime vertigini della grandezza: e forte si appassionò di quella forza, s'innamorò di quella bellezza, fu preso da quella eleganza ed amò. Alla prima coscienza dell'amore temè di sè stesso, tanto si conobbe trasfigurato; poi temè della marchesa sentendosele inferiore: ma l'orgoglio arse sull'altare dell'amore, la gelosia soffiò e l'avvocato bruciò tutto come il mistico roveto di Mosè.
L'azalea fa prima il fiore poi le foglie: egli fu prima adultero che amante e marito. Infatti, i due coniugi non avevano famiglia. Carlo viveva nel suo studio, Mimy nel suo appartamento; amabili e rispettosi come due stranieri accomunatisi per qualche giorno; però in pubblico egli faceva le viste di marito e parlava acremente dell'adulterio, giurando seco stesso di punirlo se la moglie v'incappasse, meno ancora per sentimento di marito che di conservatore. Carlo era a Bologna un capo di questo partito.
Si chiuse dunque nello studio, ma aveva appena slegato il fascicolo del processo e disposti alcuni libri, che la smania lo vinse e dovette levarsi e camminare. La passeggiata della marchesa lo angosciava. Uso a considerare la donna nelle solite categorie di vergine, di sposa o di madre, l'anomalia della marchesa lo sconcertava — quella castità di cuore quasi straniera a ogni capriccio della carne, quell'alta concezione dell'amore, quella facile inconsideratezza e insieme quella inaccessibile superiorità gli passavano davanti al pensiero come figure di lanterna magica agli occhi di un fanciullo. Come cedere ad un uomo senza amarlo e confessarlo poi ad un altro, che vi ama ed è profondamente geloso? Chi era costei che passava sul fango senza macchiarsi la veste? Quali seduzioni usarle? Da qual parte insidiarle lo spirito o i sensi? Quella donna era capace di una grande passione e forse come Diogene la cercava colla lanterna dello scandalo. Carlo vaneggiava: povero falco innamorato di un'aquila, si smarriva nel cielo guardando lei che saliva sempre sublime, e guardando la roccia sulla quale la superba gli era passata dappresso volando.
— Del Pino! Del Pino! mormorava a denti stretti camminando su e giù per lo studio, e quel nome lo irritava come una frustata: si dirupava sul bel giovane biondo, lo frantumava, lo pestava, passava, ripassava su lui, tremendo, rabbioso... ed ecco ancora Del Pino ed Elisa, bianchi come la neve, che salivano un poggio tenendosi per mano colla distrazione degli innamorati: il vento sollevava le criniere dei cavalli e i ricci sulla fronte di lei; il vento era gelido e non lo sentivano... Come erano belli! come si sorridevano!
Non volle vedere, negò a sè stesso la verità di quell'appuntamento, li raggiunse anch'egli a cavallo, sebbene non ne avesse in tutta la sua vita inforcato un solo, e rovesciando furiosamente il bel giovine ne prese il posto: ma Elisa ve lo intirizziva con quel suo sguardo fiso, metallico... No, non ci andrà, verrà all'Assisie: venga a sentirmi in questo processo d'amore, poi mi paragoni con lui e scelga il più bello: accetto. Così parlando si rimetteva allo scrittoio tutto infervorato, ma se ne toglieva ancora: andava, veniva, bestemmiava, sorrideva; sogni e sentimenti gli si urtavano nella testa e nel cuore, si struggeva di miseria e di beatitudine, più della prima che della seconda. Invano forte di una lunga abitudine volle ostinarsi a studiare; il pensiero più indocile di un ragazzo divagava quinci e quindi: più invano volle credere quella passeggiata un appuntamento amoroso o un puro capriccio — la febbre gelosa gli impediva ambe le spiegazioni e il dolore del disinganno non gli era in quel punto meno necessario dell'entusiasmo della confidenza.
Finalmente Giulietta venne ad avvisarlo pel pranzo: oramai annottava.
Mimy era già nel tinello estremamente abbattuta nell'aspetto: sedettero e si disposero a mangiare; non ne poterono nulla.
Mimy si arrovesciò sulla sedia.
— Non mangi?
— Non ho fame.
— Nemmeno io.
Marito e moglie innamorati della stessa persona, entrambi senza appetito!
Carlo si sentiva scoppiare.
— Dunque la marchesa parte?
Mimy alzò vivamente la testa.
— Ti dispiacerà, non è vero? È tanto tua amica! Perdio! bisogna convenirne, è una gran donna; non ne ho mai incontrate di simili... Ma è un capriccio incomprensibile, prendere in affitto un palazzo per un anno, farvi mille spese e abbandonarlo dopo due mesi. Capisco che è una gran signora... E l'altra di domattina? Fuori di Castiglione col marchese Del Pino, loro due soli a rompere la neve coi cavalli — Ti stupisce? Non lo sapevi? è cosa da insensati.
E si vuotava il bicchiere: Mimy aveva sbarrati gli occhi.
— Loro due soli; confessa che di peggiori non se ne può inventare. A proposito: domani va la mia causa all'Assisie. Vuoi venirci, Mimy? L'accusata è molto simpatica e ti piacerà: avevo anche invitata la marchesa, ma pare che quella gita le stia molto a cuore, e non verrà. Dovresti andare a trovarla e condurla teco: ti prometto uno spettacolo bello.
Carlo, felice di questa idea, si fece superlativamente amabile: giovarsi della moglie per impedire all'amante un tradimento, era uno stratagemma degno di un uomo avvezzo da lungo tempo alle Assisie! Senonchè Mimy, già afflitta della scena precedente, cedette a questo nuovo colpo. Comprendeva benissimo l'intenzione del marito, ma pur soffrendone nella delicatezza del suo cuore innamorato non volle secondarla. Elisa amerebbe il pallido marchesino: non era ella stata l'amante di Giorgio! Certo nelle più dolorose malinconie non aveva mai sospettato la possibilità di un simile strazio; caduta disperatamente nel fango, poteva levare lo sguardo alla immagine puramente radiosa della sua amata... adesso il fango rimbalzava su quella immagine. Non importa — ti sei cacciata nel pantano? vi muori e teco vi affoghino tutti gli ideali che ti sorridevano: nessun dolore deve esser risparmiato a colei che mentì al proprio amore, nessuna condanna è troppo severa per l'adultera donna...
Mimy taceva; Carlo l'incalzava.
Giulietta li sorprese portando l'arrosto.
— Va fuori: non abbiamo fame, egli le si rivolse brutalmente, e appena uscita la fanciulla avvilita da quell'ordine, appressò la sedia a Mimy per prenderle la mano. Ella lo guardò fiso negli occhi: Carlo le abbandonò la mano.
— Verrai domani alle Assisie?
— Sapete pure che certe scene mi fanno male.
— Sai, farò una bella difesa.
— Vi credo.
— Vieni colla marchesa se temi di annoiarti: vi saranno tante signore.
— La marchesa!
— Saresti gelosa? ribattè sorridendo goffamente.
Mimy soffocava: volle alzarsi.
— Fermati.
— Tu le vuoi bene, soggiunse con lieve rossore: impediscile questa passeggiata, che la renderà lo zimbello della maldicenza. In provincia certe cose non sono permesse. Ho ragione, Mimy? Ella è tua amica: devi salvarla.
Questa insistenza sfacciata non la commosse. Del Pino ed Elisa, un appuntamento amoroso, una vendetta di lei per punirla della sua viltà con Giorgio — ecco la calamita che le attraeva irresistibilmente l'animo in quel punto. Aver tanto amato, tanto sofferto e sentirsi di un colpo frangere tra le mani la corda delle speranze ritorta di tanti sogni e di tanti dolori! Non essere più nulla, ricadere nella volgarità della vita maritale, non essere, per tutta l'esistenza, che la moglie di Carlo l'avvocato!..
Tentò invano di resistere a quel flusso di amarezze, ne fu travolta, scoppiò in pianto torcendosi le mani nella più straziante disperazione. Piangeva così impetuosamente che i singhiozzi le facevano groppo alla gola: respirava a stento. Volle levarsi per fuggire, ma le mancarono le forze, e allora appoggiando la fronte sul tavolo se la cinse col braccio.
Carlo sbigottì stimandosi scoperto, e per riparare il mal fatto le appressò ancor più la sedia:
— Ma Mimy, sei proprio pazza per affliggertene così: non credevo di offenderti... Tu sei la sua amica e potevi giovarle; del resto, quella donna non l'amo e non l'ho mai amata. Dio! non piangere, sarò sempre il tuo Carlo, e tu sei la mia Mimy: non è vero che ci vogliamo bene? E cercava di tirarsela contro. Vada pure a spasso col marchese, s'innamorino, a me non ne importa nulla.
— Lo so, balbettò inintelligibilmente levando il volto rosso dalle lagrime: andate, andate.
— Via, non piangere, non l'ho fatto apposta.
— Andate, ripeteva esacerbata dal ridicolo di quella situazione, e poichè egli non capiva si alzò risolutamente e lo respinse; egli cedette finalmente, e Mimy ricadde sulla sedia.
Rimase così lungo tempo e pianse, pianse... Poi si terse gli occhi colla triste rassegnazione dell'abbattimento, passò per tutti i gradi della rassegnazione, assaporò tutti gli spasimi della gelosia che si conosce senza diritti, si punse a tutte le spine del disinganno: tradita, delusa! perdere anche Elisa. Pianse nuovamente, inconsolabilmente: pensò le cose più bizzarre, divagò nelle astrazioni più lontane, ma sempre ritornava alla marchesa e le lagrime le si riaffacciavano agli occhi.
Volgendo attonitamente intorno la faccia si accorse di non essere sola: Giulietta la spiava da molto tempo, colla fisonomia piangente.
— Vieni qui, esclamò impetuosamente: non è vero che dovrei morire? Se mi vuoi bene, rispondimi di sì. Morire! ripeteva colla immobilità della follia negli occhi: perchè vivere? Se Dio avesse cuore dovrebbe fulminarmi.
Questo sforzo la spossò.
Giulietta le si accostò timidamente e mettendosele in ginocchio le nascose il volto negli abiti. Stettero così in silenzio, ma il dolore della buona fanciulla fu un balsamo a quella passione esasperata; a poco a poco Mimy cessò di singhiozzare, ed accarezzando distrattamente quella testa, il pensiero le si calmò. Mimy si era quetata nella prostrazione di ogni forza.
Carlo stava rinchiuso nello studio più triste di prima, poichè colle sue opinioni sul matrimonio la scena accaduta teneva del peccato ancora più che della imprudenza. La moglie, secondo lui, non aveva mai a sospettare del marito, e se l'adulterio, solamente dall'uscio del marito poteva entrare nella famiglia, almeno doveva passarvi inosservato: l'impuro serpe non doveva lasciare traccia di sito o di vischio sull'altarino del Lare. Certo questo culto del Lare rimaneva per lui alquanto nella astrazione, e la pratica della sua vita non aveva sempre rivelata l'immanenza della teorica; però la professava sinceramente avendola, sebbene capo del partito conservatore, succhiata da Mazzini e da Michelet e difesa sempre nei tribunali come superiore ad ogni altra con calore eloquente e sincero. Si era dunque tradito con Mimy, offendendola nel suo decoro di moglie fino a farla piangere.
Se come coniugi non si amavano, l'amabilità del vicendevole rispetto ne faceva quasi le viste a loro medesimi: l'amore poteva sospettarsi addormentato nel languore delle legittime voluttà intanto che l'indifferenza faceva da governante: adesso invece l'indifferenza doveva cedere allo sdegno: Mimy, era stata insultata. Le donne non perdonano, come non perdonano i preti, non perdonano i vecchi, come nessun debole perdona: ma se una donna poteva in un momento di bontà perdonare ad un uomo di averla posposta ad un'altra, non poteva certo perdonare d'essere stata essa medesima impiegata al proprio scorno: la vanità non transige coll'umiliazione, perchè il circolo non può transigere col quadrato.
Carlo s'inabissava sempre più: e se Mimy avesse pensato ella pure a tradirlo? Se gli avesse impedita la corte alla marchesa scoprendolo come un uomo senza cuore e chiedendole di partire subito da Bologna? Di che non sono capaci le donne?...
Stava immerso da due ore in questi pensieri quando fu bussato alla porta ed entrò Giorgio, anch'egli triste in sembianza.
— Ah! sei tu.
Giorgio si buttò sopra una sedia.
— Che cosa vuoi? ero venuto per invitarti a teatro. Questa sera è la beneficiata della prima donna: una folla immensa, tutti i palchi pieni.
— Allora....
— C'è il mio.
— Grazie: non vengo.
— Fai malissimo, perchè se vieni soffrirai come un dannato: è la consolazione di chi ama. Del Pino accompagna la marchesa.
Carlo impallidì.
— C'è mezz'ora: va ad avvisare Mimy, giacchè io ho già avvisato il cocchiere: andremo insieme.
— Impossibile. Ho avuto ora una scena tale con Mimy a proposito della marchesa, che ella ha pianto: non mi arrischio di rammentargliela. Va, se la persuadi, perdio! sei un grand'uomo.
Giorgio stette un momento pensieroso.
— Accetti? esclamò Carlo; se vinci ti do un bacio.
— Bacio di Giuda.
Giorgio andò da Mimy: si parlarono abbastanza disinvolti, ella annuì e si chiuse nel suo gabinetto per farsi bella.
Au moment ou la parure commence, l'amant n'est plus que un mari et le bal seul devient l'amant: ha già osservato finamente De Maistre — e fedele alla sua natura di donna, Mimy dimenticò sino il dolore di poco prima per farsi bella. Forse alla naturale vanità della bellezza si mesceva una sommessa speranza di amore, di vincere nell'animo della marchesa la simpatia per Del Pino. Indossò quel famoso abito bianco, si cinse il collo con un nastrino di velluto nero sospendendovi una perla grossa quanto una delle sue lagrime allora allora versate, insinuò fra le treccie cadenti sulle spalle una catenella di gramigna stupendamente imitata, e pallida, bianca non ebbe d'uopo di polvere per procurarsi la smorta bianchezza che commuove tanto e che la moda, questa volta artista, esige. La toeletta semplicissima fu lunga ed accurata: ogni piega della veste, ogni errore dei capelli fu calcolato; calcolato lo splendore che il pianto aveva messo negli occhi; calcolata la bianchezza delle mani che rimasero senza guanti per conservare la loro nervosa ed aristocratica seduzione. Poi si avvolse in una pelliccia di ermellino foderata di raso bianco, e venne nel salottino, ove Giorgio l'attendeva.
Vedendola entrare così bianca che aveva quasi del fantasma egli fremette.
— Bianca come la neve ed egualmente fredda!
— Egualmente effimera, rispose tristamente.
Sopraggiunse Carlo e partirono.
Quella sera la sala del Bibbiena vivamente illuminata era magnifica allo sguardo. Dalla platea al loggione non un palco vuoto, tutto il pubblico elegante, una platea molto densa e qua e là nei palchi molti mazzi di fiori coi nastri pendenti: l'architettura un po' pesante in quella luce e con quella folla sembrava perdere alquanto del suo carattere. Fortunate le signore se avessero potuto fare altrettanto, diventando belle! Però vi si erano sforzate e la lodevole ostinazione della loro impotenza avrebbe dovuto redimere qualche cosa della scorrettezza o della soverchia maturità delle forme: molte portavano intrepidamente abiti scollacciati, tutte vestivano riccamente, e le perle cingevano loro i colli e i diamanti scintillavano loro fra i capelli, ma le loro pose mancavano di aristocrazia e i loro colori di armonia.
Tutti quei palchi sporgenti parevano gabbie, e quelle donne così vestite piuttosto assistenti a una mostra che a una rappresentazione. Le signore dell'alta società, poche, poco belle, poco giovani, occupavano i palchi dei due primi ordini; l'alta borghesia erasi insinuata fra questi, e il resto occupava il resto. Disseminati nella platea o nelle barcaccie gli eroi della moda mostravano le bianche camicie, si accomodavano i capelli, disponendosi coscienziosamente ad attaccare col cannocchiale qualche metà di qualche marito dabbene. Un non so che regnava nella sala e l'animava visibilmente.
Si rappresentavano gli Ugonotti, il capolavoro di Meyerbeer.
Giorgio, Carlo e Mimy entrarono sulla fine del primo atto.
Al rumore che fece aprendosi l'uscio del palchetto, molte persone si volsero, e Mimy si vide di fronte la marchesa che la guardava. Sedè. Giorgio si mise in faccia a lei. Carlo in un angolo spiava attentamente la marchesa e il marchesino.
La marchesa splendeva: era vestita di un abito di moerro nero, serrato alla vita e aperto sul petto alla Maria Stuarda; un alto pizzo bianco le montava dietro fino alla nuca, sulla quale i capelli si raccoglievano capricciosamente in un mazzo coronato da un grosso corallo brillantato. Le maniche molto strette consentivano le braccia magnifiche e lasciavano sfuggire le mani sguantate fra delicatissime trine: nessuna ricercatezza, nessun ornamento, ma la sua pallida e vigorosa sembianza spiccava singolarmente in quella toeletta. La sua testa aveva, come già osservammo, del romantico, quasi del fatale, se la parola non fosse ella stessa romantica: gli occhi erano grandi e nerissimi, il naso aquilino, la bocca di un carattere byroniano; ma l'ovale del volto era di una delicatezza infinita e la parte del collo scoperta ancora più voluttuosa. Del Pino le sedeva di contro: schizziamolo rapidamente. Biondo, gracile, gentile, di una pallidezza incredibilmente cerea, di una aristocrazia ineffabilmente tenue: somigliava in certo modo alla marchesa — lo stesso naso, però meno vigoroso, gli stessi occhi, ma azzurri, una bocca freschissima con denti di porcellana e una barba adolescente di un biondo slavato ed elegantissimo. Michelangiolo incontrandolo si sarebbe stretto sdegnosamente nelle spalle, Delacroix se ne sarebbe forse innamorato; era un maschio femmineo, un sorriso di donna vestito da uomo.
La gente dei palchi e della platea guardava spesso verso di loro.
Erano soli; parlavano vivamente, anzi il marchesino se le chinava così sul volto che i loro aliti dovevano confondersi. Carlo dal suo angolo imitava il bracco sulla beccaccia. Mimy li guardava per sottrarsi allo sguardo di Giorgio, che le si dimenticava spesso in volto. La marchesa non badava loro.
Finì il primo atto: il marchesino chiacchierando sempre le prese la punta del ventaglio e la ritenne: ella ascoltandolo abbassava insensibilmente la faccia verso la sua: parlavano ancora, poi tacquero; si guardavano: magnifico gruppo per un artista! Giorgio lo considerò.
— Come si guardano! mormorò a Mimy.
Ella non rispose.
Quei due s'erano dimenticati del teatro: ormai le loro faccie si toccavano, quando il marchesino piegando forse sotto il fascino di quelle grandi pupille nere, si gettò indietro e subito dopo, sempre colla punta del ventaglio fra le mani, le si sedette accanto colla massima imprudenza.
Carlo scappò sbattendo l'uscio.
Giorgio e Mimy si voltarono meravigliati.
— Va dalla marchesa, sciagurato! disse Giorgio.
La fronte di Mimy, sino allora bruna, s'illuminò di un baleno.
— Carlo è innamorato.
Non gli badò.
In quel punto egli entrava nel palchetto della marchesa.
Questa gli tese cordialmente la mano e tutta la violenza di lui cadde per incanto: si trovò lì dentro come senza saperlo, s'imbarazzò, si fe' più goffo del solito, e malgrado una insistenza poco cavalleresca dovette lasciare a Del Pino il suo posto e sedersi in faccia al pubblico. Girò intorno gli occhi e incontrò quelli di sua moglie. Se la distanza gli avesse permesso di leggervi sarebbe stato ancora più imbarazzato, perchè erano carezzevoli. Mimy cessò di guardare in quel palco e appoggiando il gomito al parapetto si accomodò nel suo atteggiamento favorito.
— Vi divertite? le domandò Giorgio, che nel dolore della passione aveva perduto lo spirito.
— Divertirmi?
— Giudicando dal volto sembrerebbe di sì.
— Il volto è una maschera.
— Dunque soffrite e mentite?
— Credete che menta il fiore seguitando a odorare anche dopo reciso? E volse un'occhiata al palco di Elisa: v'entravano molte persone.
La marchesa sempre sorridente sembrava farsi più allegra, Carlo diveniva cupo. Evidentemente parlava, reggeva, ella sola la conversazione, non senza grave fatica; Del Pino si era chiuso nel silenzio e gli altri eleganti erano quasi tutti analfabeti dello spirito.
Quindi l'avvocato dovette suo malgrado uscire per la folla delle troppe visite, ma andandosene non ebbe il coraggio di ripetere l'invito alle Assisie.
Nel corridoio s'imbattè col suo collega della difesa.
— Ero venuto a casa tua e mi hanno detto che eri a teatro; ma è per domani! non ci siamo ancora bene concertati, e la causa parmi discretamente difficile. Andiamo a studiare: avremo tutta Bologna alle Assisie.
— T'inganni, alle Assisie non ci sarà alcuno, rispose il povero innamorato.
L'altro l'osservò stupito.
— Vieni?
— No.
— E domani?
— Improvviserò, rispose con una indifferenza che avrebbe forse guadagnata la marchesa.
Scese nell'atrio e si mise a passeggiare.
Era abbattuto nell'aspetto. Quella collera violenta caduta al primo sguardo della marchesa era stata come l'albero, che nel rovesciarsi sconquassa il vascello. Perchè essere geloso di quella donna che gli sguizzava sempre di mano? Perchè impedire di essere amato a Del Pino, così bello e gentile, se egli brutto non poteva esserlo? Fra loro due, lo sentiva, egli doveva figurare come una insegna da osteria fra un quadro di Guido ed un altro di Hayez; eppure, così brutto aveva uno spirito abbastanza grande per meritare l'amore... Invece, giunto a quarant'anni senza amore, invecchierebbe e morirebbe senza amore! Che gli importava la sua splendida riputazione di avvocato, le ricchezze accumulate, la vasta intelligenza, la forza fisica e morale?... Carlo era in uno di quei momenti, nei quali l'anima scoraggiata si compiace del proprio abbattimento, e morte le speranze agonizzano i desideri; tutto quello che era nella luce o nell'ombra si confonde in una tenebria indecisa, — il passato è una nebbia, una nebbia l'avvenire e la vita vi fluttua in mezzo come una nuvola — Soffrire non volendo sapere il perchè, soffrire lentamente come cola una lagrima per la guancia: sdraiarsi nel dolore come in una tomba aspettando che ne ricada il coperchio, ecco l'estrema voluttà. Così si era persuaso d'essere indegno di amore, di non avere dritti alla gelosia, di non essere più geloso. La marchesa sarebbe l'amante di Del Pino, di altri, di tutti, fuorchè di lui: egli non sarebbe più nulla al mondo...
Il fruscìo di una veste di seta lo interruppe.
La marchesa usciva al braccio di Del Pino; lo spettacolo non era ancora a mezzo. Fu uno strappo violento. Così come si trovava le si cacciò dietro, ma si affacciava appunto sulla porta, che Del Pino rinchiudeva lo sportello della carrozza. Invece di buttarsi in un fiacchero, ordinando al vetturino di seguirla, corse alcuni passi lungo il portico del teatro; la carrozza gli sfiancò tanto presso, che se non era una colonna, quelli di dentro lo avrebbero scorto: la carrozza proseguiva rapidamente malgrado la neve piuttosto alta e perchè recentissima non ancora aperta. Carlo dietro a furia. La strada era deserta. Robustissimo, correva rapidamente colle scarpe di pelle lucida, a suola sottilissima e i calzoni che lasciavano penetrare la neve a bagnargli le gambe, ma i cavalli correvano anche più; la distanza cresceva ed egli raddoppiava di lena: si strinse in una mano le code dell'abito, e via spiccando balzi prodigiosi. Una volta scivolò e sarebbe caduto se non si fosse giovato della gran forza, ma si spinse più furiosamente, senonchè in quel punto la carrozza svoltava a sinistra della piazzetta che prende nome dal vecchio palazzo dei Bentivoglio. Fremette, ma non si smarrì.
— Non vanno dunque a casa? mormorò dandosi un pugno nella coscia come per sferzarsi, e proseguì la corsa disperata. Giunse all'angolo, e potè vedere ancora la carrozza piegare a sinistra del teatro Contavalli. La strada saliva, pure non si rallentò: ansante, trafelato arrivò in piazza San Martino: era deserta; riconobbe la carreggiata e non potè più correre perchè i calzoni inzuppati gli legavano le gambe e le scarpe scontortesi in quella ruina gli indolenzivano i piedi: aveva perduto un tacco; nei portici passava gente.
Si rimise il cappello e proseguì al passo dietro la carreggiata, infilò via Cavaliera, piegò verso le due Torri, sempre su quella traccia, distinguendola, riconoscendola fra le altre, si mise per via San Vitale: si fermò al palazzo Fantuzzi. Tardi! il portone era chiuso.
Del Pino era salito dalla marchesa o era partito dopo averla ricondotta? Tremendo problema, per un geloso.
Stette un momento in fra due se battesse, ma si conobbe sì strano in arnese, in abito nero, infangato fino agli occhi, i capelli grondanti di sudore, che non ne ebbe il coraggio. Interrogò il portone, guardò la carreggiata, studiò sulla neve l'orme dei piedi, ma erano troppe; spiò le finestre; in due brillava il lume, le ravvisò del gabinetto favorito.
— Saranno là dentro!
L'orologio della chiesa vicina suonò le undici.
Per la strada non passava anima viva: bianca, muta, sconsolata: egli solo in piedi, davanti a quel portone in costume da ballo! Intanto, cessato l'impeto della corsa, il sudore gli si gelava sulla fronte al vento notturno, perchè gli abiti troppo leggeri non lo difendevano che assai male: rabbrividì. Egli, l'avvocato più grave e più celebre di Bologna, in quella situazione appena condonabile ad un ragazzo da liceo! Se qualcuno passandolo riconoscesse... Però essi erano là dentro, in quel gabinetto elegante, seduti ad un buon fuoco, forse sulla stessa poltrona: il punch fumava e lo dimenticavano — egli la teneva fra le braccia e scherzandole colla frappa del corsetto rideva ricordandole la brusca apparizione dell'avvocato, quel suo goffo imbarazzo, il più goffo silenzio, la goffissima partenza: ella sorrideva accarezzando la tenue barba all'elegante favorito... l'ambiente era caldo, fiori sul camino, fiori nell'anima, fiori sulla bocca. Del Pino uscirebbe o passerebbe la notte con lei? Perchè abbandonare il teatro a mezzo la rappresentazione? Inutili domande, dolorosi enigmi... Mimy rimasta sola con Giorgio che cosa penserebbe di questa scappata dopo la scena a pranzo? Giorgio era poi un amico tanto sicuro da non profittare d'una cattiva disposizione di lei? Essere tradito a un tempo da ambe le parti era troppo anche per un avvocato...
Il freddo facevasi mano mano più acuto e la tramontana levandosi raggelava la neve: la notte si prometteva limpida, ma insopportabile, massime alle povere sentinelle. Carlo era una di esse. Si era diggià abbottonato la marsina calcandosi il gibus sulle orecchie, nullameno sentiva nelle carni una frigidezza dolorosa, mentre l'acqua penetratagli nelle scarpe gli intirizziva i piedi. Si ritrasse sotto il portico e fe' qualche passo per rianimarsi il calore; si fermò.
— Aspetterò, voglio vederlo uscire.
— Ma se non esce?
Il vento soffiava poderoso; per evitarlo si nascose nel vano di una porta, dalla quale poteva spiare le finestre illuminate e il portone chiuso. Attese; sempre triste l'attendere, allora poi tristissimo. Lo sciagurato si mise a pensare, e di pensiero in pensiero divagò lontano; pensò alla sua infanzia, all'adolescenza studiosa, alla più severa giovinezza: spigolò qua e là per le reminiscenze di quegli anni, e si lacerò ad obliati pruneti, respirò un'aura di obliate primavere: poi assistè alla morte di sua madre e le ripetè il giuramento di ammogliarsi, così che la vecchia moriva contenta e superba di lui, ma tutto ciò in confusione. Sposava Mimy, ed ecco la marchesa insinuarsi fra quei ricordi e scompigliarli. Egli, che non aveva amato nemmeno sua madre, s'innamorava perdutamente di lei: non più preoccupazioni di guadagni, avidità di reputazione; quella donna, solamente quella donna, essere l'amante di quella donna. Era bella, aristocratica, un'ideale, un romanzo. Se la vita non è un romanzo dove è la sua voluttà?... E la fantasia apriva al senso anelante la galleria de' suoi quadri centuplicati dagli specchi; e lo spirito si smarriva in mille scene tutte amorose e inebbrianti. Vivere con quella donna, aumentare ancora la propria fama; già molte volte Bologna gli aveva offerto la candidatura, ora accetterebbe, sarebbe deputato, forse ministro e dopo una lotta eroica alla tribuna si riposerebbe su quel seno pigliandovi un bagno di voluttà ignote a tutto il resto degli uomini. La vita e la morte di Mirabeau: allori e fiori, calici e baci.
Un accordo di pianoforte lo tolse a quel sogno, facendogli provare più vivamente i morsi del freddo.
Ascoltò: pareva un preludio. Una voce che non era quella della marchesa modulò qualche nota e tutto tacque.
Le finestre erano sempre illuminate, il portone chiuso. Guardò l'orologio: ormai il tocco.
— Tardi, susurrò pensando a Mimy, che certamente Giorgio aveva ricondotta a casa.
In questo tempo qualche persona era passata pel portico, ma egli celato nell'ombra della porta ne aveva evitato gli sguardi; senonchè l'immobilità gli accresceva il freddo di per sè insopportabile in quel costume e con quell'umidore alle gambe. Tornò a muoversi, gli occhi sempre nelle finestre, senza allontanarsi, proprio come una sentinella.
Che cosa non avrebbe dato per essere in quel gabinetto o almeno per vedervi dentro? Invece lì fuori, tremante di freddo, di gelosia, di vergogna, lì come una farfalla sorpresa dal gelo nelle ali cogli occhi fisi nel lume. Suonò un'ora, suonarono le due. Forsechè la marchesa e il marchesino si andrebbero a letto o il marchesino uscirebbe? Non vi erano ragioni per credere che uscisse a quell'ora, se fino a quell'ora aveva potuto rimanere. Ma le finestre si erano oscurate. Carlo saltò dal portico nella strada e si mise presso l'usciolo tagliato nel portone... A che scopo? Neppure egli lo sapeva, ma guai per l'altro, se fosse davvero uscito, colla smania di lotta che in quel punto agitava l'avvocato. Incollò l'orecchio ad una fessura e stette ascoltando; nulla: nemmeno un rumore di passi nell'appartamento superiore, nemmeno il martellare dello scrocco di un uscio: nulla, se non un'arietta che zufolando per la fessura gli indoloriva l'orecchio. Dunque non usciva? Si percosse violentemente la fronte e tornò sotto il portico. Le due finestre non si distinguevano più, tutte erano egualmente buie, indifferenti, impossibile fissarne una per cinque minuti ora che non avevano più espressione; il pensiero brancicandole scivolava come un caduto per la camicia di un pozzo. Bruno il palazzo, buie le finestre, e la strada bianca, fredda, deserta: la tramontana soffiava intirizzente; e non potersi distrarre, scaldare quasi al lume di quella finestra.
La notte era limpida, il freddo tagliente: che fare a quell'ora, sotto quel portico in faccia a quel palazzo muto?
— Resterò fino a domattina, masticò rabbiosamente fra i denti, e tornò a ripararsi sotto la porta.
Suonarono le due e tre quarti.
La strada era sempre bianca, fredda, deserta: le finestre non parlavano, ma invece i piedi gli spasimavano atrocemente e il fiato gli si congelava sulla barba: sentì mancarsi la risoluzione. Perchè quella guardia? O Del Pino era dalla marchesa e non ne uscirebbe che a giorno alto, ed era impossibile restare sotto il portico così abbigliato, quando la gente ricomincerebbe a circolare; ma quel lume non luceva più! A che pensare? In che divagarsi? A che rattenersi?
— Sono pur sciagurato! e si spiccò dalla porta per andarsene, ma la gelosia lo rimorse più acuta. E se Del Pino era là dentro?
Due grosse lagrime gli gocciolarono dagli occhi.
Erano le prime lagrime della sua vita, ma non gli furono un refrigerio alla maledetta arsura dell'anima: guardò ancora le finestre; poi finalmente se ne distolse imprecando. Povero Carlo! quelle poche ore gli avevano devastata la vita come un uragano devasta una bella pianura di orti e di vigneti, ma se la pianura ridiventa bella alla nuova stagione, egli forse non avrebbe mai più potuto dopo quella tempesta ritornare l'uomo calmo e forte di prima.