CAPITOLO VI
Quale influenza avrà un mazzo di fiori in un gabinetto, massimamente d'inverno, sopra una signora che respirandone il profumo senta l'uomo da lungo tempo simpatico parlarle d'amore? Certo queste due voluttà si mesceranno rinvigorendosi, e il linguaggio odoroso dei fiori servirà d'interprete al linguaggio dell'amore. Per me credo che la tappezzeria, i mobili, la luce, il lusso, la fisonomia di una stanza, un libro aperto, un periodo letto a metà, una immagine traveduta spiando lo specchio, un'eco raccolta in una parola, un'aria che si risveglia guardando il pianoforte entrino per assai nella seduzione di una donna. La pianta dell'amore non ispunta in terreno incolto, e perchè il cuore della donna sia fecondato bisogna che la rugiada lo bagni prima che soffi il vento e s'alzi il sole.
Ha ancora meno spirito di un marito l'amante che non conosce la propria insufficienza.
La donna è essenzialmente religiosa: tutto ciò che non è divino è nulla per lei — bisogna quindi crearle un mondo nel mondo ed esserne il Dio per imporle l'enorme sacrificio di amarvi.
Contro Isocrate. Avvertimenti morali a Demonio.
Ottone di Banzole.
La mattinata era bella.
La neve caduta come un immenso mantello, che si fosse rotto fra gli alberi e sulle siepi, dava alla campagna un aspetto di desolata uniformità. Le sue case più distanti in quell'abbandono e senza verde intorno diventavano come incomprensibili — perchè abitare in quel paesaggio senza vita? Appena qualche esile colonna di fumo uscendo dai camini tremolava lievemente sui tetti, mentre un altro vapore più denso e più grasso alitava dai concimi, e i pagliai di un giallo dorato, più vivo, tra tutto quel candore sembravano cedere sotto il peso del loro elmo d'argento. Nessun rumore, nessuna attività: tratto tratto un ramo aiutato dal sole invisibile si rialzava scrollando la neve, come un cane che esca dall'acqua, o un uccello passava pigolando per la fame, spaventato dallo scoppio di un archibugio lontano.
Tutto era bianco nella stretta pianura, all'infuori di un abete o di una spalliera di mortella intorno a qualche casino abbandonato; ma sulla collina di San Michele, antico e vasto convento, una folla d'alberi brulli e frondosi rompeva per largo tratto il niveo tappeto, facendovi come una macchia. Non un sentiero era scoperto sui monti.
Avvolto in un ampio mantello, che cadeva in bei panneggiamenti, e calzando grossi stivali, Carlo usciva da Porta Castiglione, che suonavano le nove: sulla soglia della porta la neve s'era disciolta in una limacciosa pozzanghera impressa di orme e rigata da rotaia, ma al di là della strada di circonvallazione, l'altra della collina non era aperta se non da una stretta pista che smarrivasi dopo un centinaio di passi in un solco sudicio su quel candore — l'orma degli uomini nella natura!
Perchè venire a piedi non invitato a quel convegno? Che cosa ne penserebbero gli altri due?
Non vi aveva riflettuto.
Levatosi di buon mattino, s'era vestito da campagna dimenticando la seduta dell'Assisie, e avvoltosi nel mantello, quasi per uscire immediatamente, aveva invece egli stesso acceso il caminetto. Si sentiva stanco.
Non osò presentarsi a Mimy, temendo egualmente le sue domande e il suo silenzio; colpevole in faccia a sè stesso ed a lei, gli parve gran cosa di evitarla per meglio dimenticare. Adesso andava ripensando la scena della notte.
Giunse presto ove la strada si biforcava, da una parte svoltando verso San Michele e dall'altra proseguendo in serpeggiamenti su per la collina. Si fermò: avevano a passare di lì.
Attese un pezzo, poi guardò l'orologio: le nove e tre quarti.
Cominciava quasi a pentirsi di essere venuto, ma per cansare possibilmente il ridicolo di aspettarli, si disse che vedendoli muoverebbe loro incontro, come di ritorno in città da una passeggiata — forse da questo buco non l'avrebbe scappata, ma una scappatoia c'era. Stava immobile guardando, ascoltando. L'anima gli tremava, mentre il pensiero ritornando, malgrado tutti gli sforzi della volontà, ai dolori della notte li ridestava uno ad uno. Aspettare, sempre aspettare, e aspettare forse inutilmente!
Aspettava da venti anni.
Un rumore di passi e di voci al di sopra lo fece voltare. Due contadini venivano sghignazzando.
Quando gli furono presso, uno esclamò:
— E quel zuccone innamorarsi a quarant'anni! va là, che con un'altra donna in casa si deve star bene...
— Le case vorrebbero essere rotonde con una donna per cantone.
— E a quelli che s'innamorano aguzzargli i pali sulla schiena e piantarglieli... — ma si arrestò per rispetto dell'avvocato; senonchè il dado era ormai tratto e scoppiò a ridere volgendosi al compagno.
Carlo, che aveva inteso, li guardò allontanarsi così allegri, e mormorò tristamente:
— Hanno ragione.
I due contadini erano scomparsi; Carlo rimase ancora solo. Come tutto era bianco e freddo! Attendeva sempre, ma l'anima in quella aspettazione gli si prostrava invece d'impazientirsi. Tutta la sua energia l'aveva consumata nella notte. Oramai si rassegnava ad essere venuto inutilmente: i contadini avevano proprio ragione: egli era stato un imbecille innamorandosi a quarant'anni la prima volta!
Vennero le dieci, e stanco di quell'immobilità ritornò sui propri passi alla curva della strada, dalla quale si vedeva fino quasi alle mura, e nessuno! Sospirò, risalì, si spinse per la strada di San Michele, tese l'orecchio, acuì lo sguardo. Allora fantasticò, disse che la marchesa mancherebbe all'appuntamento, che non amava Del Pino, che aveva negato di venire all'Assisie per metterlo alla prova; ma nel più bello di questa argomentazione trionfante una voce sorse dal fondo della coscienza e gridò: no. Si smarrì, divagò, suppose un'altra passeggiata a San Luca, alla Certosa: quei due erano così stravaganti! Suppose che non la facessero, che fossero tuttora a letto, languidi della notte... Fu una idea micidiale, che volle invano respingere e che gli ravvivò tutti i dolori sofferti... Intanto il tempo passava.
Le dieci ed un quarto, poi le dieci e mezzo: la seduta doveva cominciare alle undici.
Bisognava risolversi; a che?
L'anima gli si frantumava nella tempesta con quella natura intorno bianca ed inerte: l'opposizione di tale calma esteriore rese più violenta la tempesta e lo decise.
Si ravvolse nel mantello dandosi rabbiosamente un pugno nel petto, e ritornò a gran passi verso la città: alla porta s'imbattè nei due contadini, che lo guardarono guardandosi fra loro.
— Strada San Vitale, palazzo Fantuzzi! gridò ad un vetturino che passava, cacciandosi nel fiacre.
Il cavallo, che era una rozza, seguitò il suo passo, mentre il cocchiere si alitava sulle mani intirizzite. Non ci volle altro.
— E frusta, mascalzone! ruggì abbassando lo sportello: paga doppia, ma frusta.
E lo incitò tanto che, offeso da quella prima parola nel suo sacro orgoglio di cittadino, il mascalzone si decise a frustare, ma non così il cavallo a correre, impedito dalla neve che scemavagli le poche forze lasciategli dalla fame. L'avvocato, che quelle piccole contrarietà facevano infine prorompere, scagliò bestemmie su bestemmie. Tutto gli si opponeva, persino le strade in molti canti barricate così che bisognava prendere delle giravolte: egli sbuffava dal caldo cacciando ogni tanto la testa fuori dello sportello. Finalmente infilarono via San Vitale: suonavano le undici.
— Tardi! bestemmiò saltando dal predellino, che la carrozza si muoveva ancora.
— La marchesa? domandò precipitosamente al portinaio, che spazzava l'atrio.
— Che cosa?
— È in casa?
— Chi?
— La signora marchesa, imbecille!
— No, rispose più alla seconda che alla prima parte della domanda.
Gli cadde il cuore.
— È uscita a cavallo?
— Un'ora fa.
— Sola?
— Sola.
Quando entrò nella sala dell'Assisie la Corte era diggià seduta: il suo compagno della difesa cominciava a spaventarsi.
L'accusata, chiusa nella gabbia di ferro, sembrava non accorgersi del pubblico e sedeva sull'ignobile panca, la fronte nella mano. Il suo viso, ancora giovane ma patito, aveva una malinconica espressione, resa quasi fosca dai capelli nerissimi, che mal pettinati, in treccie e in riccioli l'incorniciavano: era scarno, livido. La veste ampia e smollata non consentiva le forme della persona: ma la testa era di un bel carattere, vigorosa, cogli occhi affossati e nerissimi, le labbra sottili: la mano era secca e nervosa, il piede che spuntava dalla veste assai piccolo.
Siccome all'entrare di Carlo sorse un mormorio negli spettatori, ella si rivolse, incontrò il suo sguardo e riabbassò indifferente gli occhi.
Il processo era grave: trattavasi della testa.
Arrivando al banco, Carlo cadde così abbattuto sulla sedia, che il compagno gli chiese sbigottito se si sentiva male.
— Peggio, rispose con scherno doloroso.
L'altro l'osservò stupito e non osò interrogarlo di più.
Incominciarono le formalità: Carlo si volse al pubblico osservando le signore in prima fila, convenute in gran numero pel nome dell'avvocato e l'importanza della causa e il sesso dell'accusata — una donna che ha ucciso il marito a sangue freddo e senza un motivo apparente, bella, che può essere condannata nel capo, eccitava anche troppo la curiosità femminile: bisognava venire all'Assisie per penetrare quella fisonomia e leggere meglio del giudice nelle risposte, cogliere a volo la passione. L'accusata avrebbe paura? Svenirebbe se condannata nel capo? Problemi divertenti per gli sfaccendati, ed era il caso. Poi vi è sempre una certa voluttà a sentirsi libero e sano in faccia ad un altro prigioniero e moribondo.
Carlo corse rapidamente tutte le signore collo sguardo senza fermarsi ad alcuna, sebbene più di due begli occhi cercassero di incontrarsi ne' suoi per vanità.
L'interrogatorio proseguiva: l'accusata rispondeva con voce franca ma velata, senza iattanza e senza paura: si era passata una mano sui capelli e composte le pieghe della veste. Confessò l'omicidio, ma quando il presidente volle spingersi oltre colle domande, gli lanciò un'occhiata breve breve e si chiuse nel silenzio.
Le circostanze erano atroci.
— Badate, egli le disse commosso da quella ostinazione: tacendo potete pregiudicarvi ed essere condannata nel capo.
— E poi?
Carlo la guardò: in quel punto era bella.
— Somiglia quasi alla marchesa, e si volse udendo aprirsi la porta delle signore: entrava la principessa di San Marciano: nuovo rumore nella sala.
Il còmpito del Pubblico Ministero questa volta era assai facile, giacchè la rea si era accusata di per sè quanto lo si potesse: però il coscienzioso magistrato non volle venir meno al suo carattere di sicario della legge e si scagliò contro la donna colla maggior collera artificiale. Il suo discorso, breve ma noioso, fu un continuo scoppiettio di razzi rettorici, di sentenze morali: a sentirlo, la società aveva bisogno di quella testa per reggersi sui cardini, o tutto era perduto, la morale, il matrimonio, la famiglia, il mondo, Dio e probabilmente ancora qualcunaltro.
L'accusata non si scosse, o avesse un cuore molto duro o una mente molto distratta.
Rispose primo e vantando la irresistibile eloquenza dell'accusa il compagno di Carlo, ma la sua difesa, basata unicamente sul fatto, somigliò all'altro discorso, come si rassomigliano quelle coppie di fantocci che ornano i caminetti, e avrebbe potuto passare inosservata anche con vantaggio dell'oratore. Venne la volta di Carlo.
Vi fu un leggero bisbiglio, poi un silenzio di statua.
Carlo si levò.
L'accusata lo guardò curiosamente: il difensore era più pallido della rea.
Stette un momento colle mani appoggiate sul banco e la testa china, poi l'alzò alteramente e con voce prima lenta, poi mano mano più sonora e concitata proruppe nel mezzo della questione. Il delitto era un delitto di amore, l'ostinazione della pallida accusata nel rifiutare ogni spiegazione il pudore della passione; e qui ebbe movimenti di vera eloquenza. S'indirizzò ai giurati, e cacciandosi nei laberinti di quell'anima, che non conosceva, li trasse seco frementi, li aggirò a lungo negli umidi sotterranei ove germinano le idee e i sentimenti: mostrò loro quelli che insinuandosi per i crepacci delle volte arrivavano all'aria aperta ed al sole, gli altri meno fortunati che strisciavano al suolo o si abbarbicavano alle pareti, talora giungendo ad abbracciare le radici delle piante felici e a soffocarle colla dolorosa vendetta del vinto. L'analisi era viva, colorata, sensibile a tutti malgrado la sua finezza; commosso commoveva, onde accorgendosene ad una pausa si spinse oltre all'attacco, e negò quella testa al carnefice, negò alla società il diritto di morte, negò infine la colpa alla passione: fu oratore, fu quasi poeta, fu potente. Come fosse la cima di un monte vi salse prima correndo, poi ridiscese e risalì indicando alla gente ove mettere il piede negli scoscendimenti delle roccie: la salita era terribile, massime per gente borghese, ma l'avvocato ascendeva colla fronte luminosa: la sua voce toccava, blandiva, sferzava — bisognava buono o malgrado seguirlo, senonchè riguadagnando per la terza volta l'aerea cima cadde stanco egli stesso e dovette chiedere al presidente qualche minuto di riposo fra uno scoppio spontaneo, irresistibile di applausi.
Tutti guardavano verso di lui e verso la rea, che ammaliata da quella potenza lo fissava immobile.
Carlo era ricaduto colla fronte nelle mani.
Si voltò alle signore e non vide la marchesa, bensì Del Pino.
— Crudele! mormorò fra i denti.
Ritornata dalla passeggiata, perchè non veniva alle Assisie?
Questa durezza incomprensibile lo prostrò: fino allora aveva sperato e spesso nel calore della improvvisazione, udendo schiudersi la porta, sbirciava.
Se ella fosse venuta, quella testa era forse salva!
Dovette proseguire: senonchè tutto era in lui cambiato, persino il gesto e la voce; al bello e temerario oratore succedeva un floscio avvocato, che invece di negare quella testa la mercanteggiava cogli articoli del codice: e il discorso durò un'altra ora interrompendosi per ripetersi zoppicante, snervato, disgustoso; e svanita nel giurì e nella gente la prima impressione, il delitto riapparve nella sua luce sanguigna; il carnefice ridistese verso la testa della accusata la mano dianzi ritirata con ispavento. Nè a Carlo questo sfuggiva: sentivasi realmente venir meno, non aveva altra voglia che di finire, ma come accade spesso la parola gli avea rubata la mano, ed egli andava innanzi senza pensiero, quasi inseguendola...
Finalmente tacque e al suo tacere sorse un bisbiglio di disapprovazione. Che cosa gli importava della folla? Degli applausi o dei fischi di chi non poteva apprezzare il suo ingegno nè attirare il suo cuore? Fischi ed applausi della moltitudine, aria percossa! In quella sala, peggio in quella folla, gli pareva di soffocare; sarebbe fuggito, se il compagno non lo distoglieva come da un atto indecente verso l'accusata, la quale lo guardava più intensamente di prima, quasi per leggergli in volto la passione, che lo aveva reso tanto dissimile da sè stesso in così breve lasso di tempo.
Il presidente le chiese se avesse altro da aggiungere in sua difesa.
— Nulla, rispose levandosi e lanciando al Pubblico Ministero un'occhiata di disprezzo; se non che pregare i miei giudici di accordare la mia testa a quel signore, purchè ritiri almeno la metà delle insolenze che mi ha prodigate con tanto coraggio.
Questa risposta fu una folgore e tutti ne rimasero interdetti, perfino il presidente, egli stesso tanto avvezzo a strapazzare gli accusati.
Il Pubblico Ministero, lo constatiamo con grande compiacenza, pregando ognuno dei nostri innumerevoli lettori di crederlo per quanto incredibile, fu ancora abbastanza uomo per arrossire di sè stesso. Oh! il rossore di tale che non vive se non perchè si uccida ed è stimato in proporzione delle vite immolate; che per mestiere odia i caduti e li calpesta, che cuccia il dito nelle piaghe e le lacera, e più trionfa, più la vittima si contorce nello spasimo, oh! il suo rossore consola, perchè ci rassicura della nostra spiritualità sempre viva nell'ombra e nel fango di ogni opera umana...
L'avvocato era sulle spine: sapeva di aver perduto la causa; ma troppo incallito nel mestiere per provarne rimorso, e troppo orgoglioso per avvilirsi di un insuccesso, non pensava che a correre subito dalla marchesa per domandarle una spiegazione. Da due giorni aveva il cuore così gonfio di opposti sentimenti, che non versandone parte in un colloquio gli pareva di scoppiare.
I giurati ritornarono dalla camera: il verdetto portava la condanna del capo.
L'accusata l'accolse in piedi in attitudine modesta ma impenetrabile: non una nube le oscurò la fronte, non ebbe una contrazione alle labbra, un palpito nel petto; guardava colui che leggeva, poi girò gli occhi sul pubblico e più di una fronte legalmente pura si abbassò dinanzi alla pallida fronte della moribonda.
II Pubblico Ministero non potè frenare un sorriso di trionfo, nè Carlo la propria smania, e fuggì.
Corse diffilato al palazzo Fantuzzi.
— La signora marchesa è in casa?
— Sì.
— Sola?
La donna lo fisò meravigliata e fe' una smorfia.
Comprese di aver detto una sciocchezza ed aggiunse:
— Potrà ricevermi? bisogna che mi riceva; annunziatemi, ve ne prego, — e senza darle il tempo di rispondere si spinse nell'anticamera; la donna lo condusse al salone e ve lo lasciò.
Era ancora più agitato: cominciava a sentire la difficoltà di una spiegazione non ridicola colla marchesa. Passeggiò su e giù pel salone fermandosi davanti al ritratto di una matrona, che nuda il seno malgrado il poco calore dell'ambiente, sembrava guardarlo sorridendo.
Quel ritratto gli deviò i pensieri.
Poco dopo intese da una stanza attigua un accordo di mandôla e la voce della mora, che cantava con accento melodico e appassionato:
Oh t'amo! il sol ti sfolgora
Nelle pupille, t'amo...
T'amo... ogni accento spirami
Sui labbri smorti... t'amo!
Non mi guardar — mi palpita
Troppo violento il cor...
Della fanciulla è gracile
L'innamorato fior!
Schiava, vorrei rivendermi
Sol per lambirti il piè;
Farti un guancial del vergine
Seno e soffrir per te.
La romanza si smorzò così voluttuosamente, che l'avvocato si sentì correre al cuore un fremito di poesia e attese palpitando che ripigliasse.
Zisa riprese:
E amar ti lascia, o pallida
Sultana del piacere...
Schiava di te, m'innebrio
Di schiava nel pensiere.
Una catena argentea
Mi serra il collo e il piè:
Ad ogni anello un bacio
E non invidio ai re,
Nè le regine splendide,
Nè le corone d'or,
Le Urîs al cielo; un raggio
Mi basta del tuo amor.
Tremavano ancora le ultime note della mandôla, che l'uscio segreto si aperse e comparve la cameriera della marchesa accennando all'avvocato di entrare. Questi cadde da una meraviglia in un'altra maggiore, perchè la fanciulla non aveva altra veste che un ampio mantello azzurro, sotto al quale si vedevano i piedi stretti in sandali colle corregge egualmente azzurre: era accesa nel viso e le treccie nerissime le cadevano disordinate sul manto.
Egli ubbidì al suo gesto grazioso e le passò innanzi senza osare uno sguardo, ma entrando nell'altra stanza si fermò percosso sulla soglia. Era uno spettacolo degno delle Mille ed una Notte! Quella stanza era una tenda di damasco violetto a fiori giallognoli, la quale cadeva in ampi panneggiamenti intorno a quattro colonne di bronzo sopra un tappeto certamente orientale, tanto era bizzarro nel disegno e splendido nel colore. Un canestro di filigrana d'argento sospeso alla vôlta e colmo di gaggie esalava un odore dolce e penetrante: sotto di esso quattro tartarughe sostenenti una grossa lastra di acciaio brunito formavano un tavolino cinto da cuscini neri ricamati d'oro: sul tavolino fumava ancora una tazza di caffè presso un enorme dente di elefante bucarellato da infinite sigarette; e in un canto, sovra un magnifico letto di bronzo, coi piedi a grinfe d'aquila in gran parte nascosti da una coperta di raso violetto, stava la marchesa sdraiata in un costume simile a quello della cameriera, ma tutto bianco e senza sandali ai piedi.
S'appoggiava a una bica di cuscini, nudo un braccio sotto il capo scoprendo un po' di spalla, ma il manto avvoltolato strettamente le disegnava tutto il corpo. Era appena colorata in viso, gli occhi le splendevano e le splendevano le labbra e i capelli ancora più neri dei cuscini. Da un lato del letto luccicavano la sua grande arpa d'oro e uno specchio; la mandôla era sul letto, e sulla sua cimasa sopra una mensola di malachite olezzava un altro canestrino di fiori. A piedi del letto nuda sopra una pelle d'orso bianco, stava Zisa la mora. Vedendo entrare l'avvocato Zisa si alzò e le sue catene d'argento, come aveva cantato, tintinnirono. Infatti un collare sfolgorantemente brunito le serrava il collo, un altro in forma di cinto le reni e due altri gli stinchi e due i polsi e due le braccia, ma congiunti fra loro con catene di un bianco appannato. I capelli sciolti e cresputi erano costretti sulla fronte da un diadema di coralli meno rossi delle sue labbra, come l'argento era meno candido dei suoi denti. Più alta e più svelta della marchesa, Zisa era ancora più robusta: le sue forme erano di una forza e di una delicatezza inesprimibili; l'anche e le spalle superbe; ineffabile il seno, più rotondo che nella Venere; il ventre piccolo e lustrato come di onice, le giunture stupendamente fini.
Una bella levriera le stava sdraiata ai piedi.
— Siete proprio voi? esclamò la marchesa senza scomporsi: avanzatevi dunque, si direbbe che vi faccio paura.
— Quasi! balbettò inoltrandosi e guardandosi intorno colla meraviglia del villano che entra la prima volta in un tempio.
— Sulema, disse la marchesa alla cameriera, ravvoltola il tuo manto e fanne un sedile: qui. Sulema, scostati. Sedete dunque; davvero che se durate ancora in questo stupore, mi farete pentire di avervi ricevuto nel mio gabinetto.
— Perchè non piuttosto nel vostro paradiso?
— Sentiamo: perchè venite con tanta premura a sorprendermi nell'ora del bagno? Avete qualche notizia importante o qualche nuovo rimprovero? A proposito, e la vostra bella rea?
— Condannata.
— Nel capo?
— Avete dunque perduto?
— E lo debbo a voi: voi mi avete insegnato a perdere le mie cause.
— Cosichè mi odierete ferocemente; e la bella donna volgendosi sul fianco veniva quasi a porgli il seno sul capo. Eppure non avete trovato finora una donna di me più generosa. Sono bella: vi permetto di dirmelo, di amarmi; mi lascio corteggiare, vi lascio essere geloso, vi ricevo come non ho mai ricevuto nessuno...
— Nemmeno Del Pino?
— Avvocato! ribattè con un ghigno adorabile a questa indiscreta interruzione: vi ricevo nel mio Sancta Sanctorum ed osate lagnarvi? E se vi dicessi che siete voi l'ingeneroso, che amandomi furiosamente da due o tre mesi non mi avete ancora offerto un piacere o un dolore per i tanti che vi ho prodigati?... Ma perdono, adesso vi umilio e dimentico che siete già un uomo illustre e che non vi manca forse se non una grande passione per divenire un grand'uomo.
L'avvocato non si riscosse nemmeno all'accento civettuolo di queste ultime parole. Quella scena lo stordiva ancora più che non l'ammaliasse. Che cosa era quel gabinetto per la marchesa? Quella donna nuda ed incatenata? Perchè riceverlo così? La mente gli si aggirava rapidissima per mille supposizioni. che svanivano, appena toccate, come bolle di sapone; intanto l'odore dei fiori e quelle nude bellezze gli pungevano i sensi lanciandoli sfrenati come i cavalli di una biga. Una fiamma gli ardeva così cuore e volto, che se la marchesa non gli avesse imposto rispetto, avrebbe nitrito come un cavallo. Ma l'ebbrezza soffocata gli si condensava sempre più nell'anima, scuotendogliela con tremoti di vulcano, e acciecandogliela col fumo.
Elisa, che lo guardava, vedendogli fare come un gesto sonnambulo:
— A che pensate? gli chiese.
— A voi! rispose in inglese, per evitare almeno nel dialogo la presenza della schiava.
— E ne pensate male, certamente!
— Ebbene, sì. Perchè ricevermi in questo gabinetto? Non siete una donna comune per amare lo scandalo, supponendo ch'io vada a ridire ciò che mi avete mostrato, e non volete sedurmi, perchè non mi amate. Ascoltatemi, signora marchesa: avete ragione; siete tutto ciò che io non sono, siete bella, nobile, splendida... e io non sono che un povero avvocato, un povero nulla: vi ho amato, vi amo per quanto può amare il mio cuore, ma perchè forse mi manca quella poesia di immagini e quella musica di parole del vostro discorso, stimate piccolo il mio cuore. E quando anche lo fosse? L'ovo è pieno e il fiume lascia qua e là scoperto il proprio letto. Potevate rifiutare il mio amore da gran signora, ma lacerarlo a colpi di spillo, come Fulvia la lingua di Cicerone, è vendetta di miserabile e non di potente!
E quanto erano più dure le parole, era più malinconico l'accento.
— Lo so che siete bella, continuò con crescente emozione, e non occorreva la splendida insolenza di questo manto per farmene accorto.
La marchesa corse allora sulle proprie forme collo sguardo, quasi per accertarsi di meritare il rimprovero: egli seguiva con gli occhi gli occhi di lei, e siccome la marchesa tardava a rivolgerglieli, le prese la mano libera sul letto e la strinse.
— Per carità spiegatevi.
— È troppo difficile.
— Temete che non vi comprenda? sono dunque imbecille?
— L'ingegno, chi ne dubita? ma il cuore...?
— L'ho, ve lo giuro.
Ella tacque e guardò il gruppo delle schiave, che distratte fra loro non parevano prestare alcuna attenzione a quel dialogo.
— Iela! si volse chiamando la bella levriera: dammi un bacio.
Alla voce della padrona l'animale fe' uno sbalzo e si mise tosto a lambirle la mano con tanto amore che gli si dovette imporre di cessare: poi la marchesa chiamò Zisa ripetendole lo stesso ordine e le tese un piede così impercettibilmente, che l'avvocato non accortosene, sorrise alla scelta della mora di baciare quel candido piedino: indi Sulema, e questa la baciò sulla bocca appoggiando una mano sul cuscino, così che egli sorprese fra i loro seni lo sfiorarsi delle loro labbra. Ambedue le schiave si muovevano con disinvoltura di donne perfettamente vestite.
— Adesso scegliete, gli si rivolse la marchesa: datemi un bacio.
L'avvocato strabiliò: ma ella lo fissava con tanta potenza, che si levò: non osava, ed ella fredda al pari di una statua non arrossiva, non trepidava, coll'occhio immobile del serpe attirandolo irresistibilmente. — Si curvò, si curvò lentamente, si curvò ancora su quel viso inerte, su quell'occhio luminoso, inflessibile... oh, era un bacio impossibile! Pure seguitò a curvarsi sulla bocca... non un alito, un fremito — allora chiuse gli occhi da disperato ed avventossi ad un bacio come chi si lanci nel vuoto.
Ma in tale positura gli mancò un piede e cadde quasi sulla marchesa: potè rattenersi, e volgendosi al rumore delle catene agitate si vide dietro Zisa pronta a sostenerlo o a strapparlo dal letto.
La mora aveva gli occhi fiammeggianti.
— Non avete cuore, gli disse la marchesa respingendo la schiava con un'occhiata; un bacio sulla bocca! e non avete capito che vi era infinitamente più amore nell'altro di Zisa sul piede, e che un innamorato posto così alla prova doveva preferire l'amarezza di non baciare alla volgarità di ripetere il bacio di altri? Non intendete la poesia del dolore e non sarete mai che un mediocre voluttuoso. Bisognava baciarmi cogli occhi, offrirmi una lagrima; temevate che non vi comprendessi?
Carlo spalancò gli occhi.
— Oh spieghiamoci, ella proseguiva animandosi: me lo avete chiesto con ragione. È impossibile, non sarete mai il mio amante: voi non siete che sensuale e io sono voluttuosa: io voglio la bellezza, le voluttà raffinate dei poeti, lo splendore del lusso, l'ebbrezza della febbre... Il mio amante dovrebbe offrirmi tutto ciò, incoronarmi di fiori e pungermi di spine, essere bello, genio, forse pazzo, forse anche cattivo, e voi non lo siete — ringraziatene il cielo. Le mie donne, guardatele; sono belle come statue greche: voi me le rimproverate: non ci intenderemo giammai. L'amore, come lo concepisco io, non ha nè oscenità nè pudore, perchè la sua voluttà purifica quanto il fuoco, e nella sua armonia si perde ogni dissonanza. Se amassi un uomo raddoppierei il numero delle mie donne e gliele offrirei come un mazzo di fiori, egualmente beata, si compiacesse egli nell'ultima ancella o nella prima sacerdotessa del tempio. Queste parole vi sembreranno pazze — e vi sembrino. Stranieri di due mondi, ci siamo incontrati a caso, abbiamo creduto di poterci accompagnare e invece ci dividiamo stranieri; però dividiamoci amici. Soffiate sui vostri sogni come sulla polvere caduta sopra un cameo e conservate netto il cameo della vostra ragione. Partirò, mi dimenticherete e tutto sarà finito.
— No.
— Illusioni!
— Vi amo.
— Parole di amore, aria ricamata!
— Addio, e gli tese la mano; perdonatemi di avervi ricevuto così.
— Questa è la freccia del Parto.
— Che non vi ucciderà.
Carlo non poteva rassegnarsi a partire. Più ella gli mostrava l'impossibilità del loro amore, più vi si ostinava colla testardaggine delle passioni, che attaccate di fronte raddoppiano le forze nella resistenza. In questa tirata sull'amore non aveva tutto capito, ma quell'idealismo della voluttà non gli era passato invano sull'anima. Solitario e robusto abete alpino sentendosi fra le frondi use ai veli ricamati della brina una folata di profumi involati ad una palma, gli sembrava di destarsi dalla propria vita gelata a non so quale altra vita.... Quei tiepidi ed incogniti olezzi erano pur deliziosi! Qual cielo sorrideva sul capo della pianta felice, che li esalava? Quali uccelli facevano il nido fra le sue foglie e vi si davano appuntamenti amorosi? L'abete palpitava, ma laggiù nel deserto la palma incoronata di sole, avvolta negli odori, non pensava che a sè stessa o ad un'altra palma....
Era oppresso, si sentiva mancare il respiro.
— Sir Charles.
— Milady.
— Mi perdonate? e la voluttuosa guardandolo languidamente stiravasi nel manto, come una leonessa al sole aspettando il leone.
— Dunque addio: egli dava la mano per invitarlo a sorgere.
Egli ubbidiva.
— Aspettate; si gittano fiori sulle tombe: voglio gettarne uno sulla fossa del vostro sogno.
Sorse seduta, cosichè il manto disciogliendosi le lasciò quasi nudo il seno: afferrò la mandola e passandosi prima una mano sulla fronte come per correggere un riccio o ghermire una idea, lo guatò con occhio corrusco e cantò:
Vola, fuggiasca rondine,
Che vengo teco a vol;
Tutto è qui morto, o rondine,
Dove dirizzi il vol?
Lontan, lontan ceruleo
Sorride il ciel, sorride
Più alto il sole; o rondine,
Quale più ti sorride?
Vola, fuggiasca rondine:
Fuggiasca volerò...
Tutto è qui morto, perdermi
Lontan, lontano io vò!
— Lontan lontano io vò, ripetè abbandonando la mandola e coprendosi il volto leggermente arrossito.
— Dunque addio...
— Addio, mormorò stringendole la mano e contemplandole il seno, come il condannato contempla il cielo nel salire i gradini del patibolo: però non si spiccava, ed ella in atteggiamento fra il languido e il modesto non si muoveva sotto quegli occhi fiammeggianti.
L'avvocato ebbe una forte contrazione nella faccia: le si chinò improvvisamente sul volto.
— Mi provocate, brontolò sordamente: e se accettassi? Sono più forte di voi.
— Provate.
Egli non si mosse; stettero qualche secondo scontrandosi col lampo minaccioso delle pupille come colla lama di un fioretto, ma vinse la donna. Quegli occhioni avevano una luce intollerabile e dura quanto il riverbero al sole di uno scudo brunito.
L'avvocato dovette abbassare i suoi.
— Accompagnate il signore, gridò la marchesa a Zisa congedandolo con un gesto.
Egli uscì lentamente, macchinalmente senza comprendere, nè rivolgersi: e Zisa ritornando trovò la marchesa nella stessa attitudine, ancora torva in viso.
— Leonessa! esclamò, inginocchiandosi presso il letto: non vorrei che una tana e vivere sempre con te....