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Al di là: romanzo

Chapter 19: CAPITOLO VII
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About This Book

La narrazione segue un giovane intellettuale immerso in un profondo smarrimento esistenziale: alterna urbanità noiosa e fughe in montagna, cerca sollievo nella scrittura e nella fantasia, e compone opere che incarnano le sue angosce, tra sensualità e orgoglio. Attraverso meditazioni sul senso della vita, sull'arte, sulla gloria, sull'amore e sulla morte, il testo intreccia descrizioni paesaggistiche, monologhi interiori e episodi che provocano scelte morali e azioni decisive. La struttura è frammentata in più parti che oscillano tra riflessione filosofica e azione narrativa, mettendo a confronto idealismo e disillusione.

CAPITOLO VII

Le sceptique qui n'ose douter de sa mère c'est comme l'athée, qui rumine Dieu lorsque le tonnerre gronde — blague et faiblesse! Le rire de l'ironie ne convient qu'aux forts et si tout philosophe est cousin d'un athée, tout rieur est neveu d'un gladiateur.

Reponse à Lamennais: Paroles d'un incredule.

Opere inedite.Ottone di Banzole.

Innamorato al di là delle proprie forze, dopo quella scena teatrale, Carlo non pensava più che alla marchesa; non studiava, non andava al foro.

In casa triste ed accigliato non s'incontrava con Mimy che a pranzo, ma evitava perfino di doverle parlare, quasi le odiasse il privilegio di piacere alla marchesa. E Mimy, delicata quanto una sensitiva, soffriva di queste maniere, ma non osava lagnarsi, pensando ai propri torti verso il marito, perchè Mimy credeva ancora l'adulterio una colpa, malgrado l'audacia di certe massime del suo giornale: e quelle acerbità ne erano come la pena.

Quindi, ritirata nel suo roseo gabinetto, tutto il giorno meditava e piangeva sulla sua triste vita e sul più triste avvenire, spesso consolandosi con Giulietta, che soave di anima e come donna incline alla cura degli infermi, riceveva quegli sfoghi di amarezza senza l'indiscrezione di volerli scrutare. Le due donne si amavano di profonda e tacita amicizia, e sebbene differenti di natura, perchè Mimy aristocratica nel senso più elevato della parola, e Giulietta plebea, armonizzavano tra loro come un bel fiore con una bella erba.

Giulietta sapeva della tresca col cugino e la disapprovava molto vedendone soffrire Mimy, ma entratavi complice rispettosa portando più di una lettera o vegliando più di un appuntamento, non le aveva mai fatto sentire nemmeno con uno sguardo tutta l'importanza del servigio: e adesso che Giorgio era stato respinto, le lettere arrivavano più frequenti per mano di Namouna. L'egiziana, che sapeva tutto parimenti, sulle prime aveva recalcitrato a far da corriere: poi per amore o per debolezza aveva dovuto cedere al padrone.

Quella notte che Carlo passò così malamente sotto le finestre della marchesa, Giorgio ricondusse Mimy nella propria carrozza. Per strada non dissero una parola, ma giunti a casa, invece di separarsi, Giorgio salì da lei.

Erano entrambi scontenti: sedettero guardando la fiamma. Giorgio si stancò presto di quel silenzio e volle ritentare la prova del mattino: usò ogni spirito per introdurre la conversazione, fu brioso, passionato, e non ne fece nulla. Mimy non lo ascoltava nemmeno; questa noncuranza lo esasperò.

— Ve l'ho già detto, gli rispose con dolcezza: voglio vivere sola i giorni che mi avanzano.

— Invecchierete presto.

— Lo spero.

Il suo accento era così sconsolato che Giorgio ne fu commosso.

Si levò, ella gli tese la mano.

— Perdonate, disse non badando all'impeto col quale gliela stringeva, se vi sono causa di dolore: so che mi amate più di quanto mi meriti, ma non posso amarvi e non voglio ingannarvi; lasciatemi questa ultima onestà.

Un singhiozzo le tagliò la voce.

— Mimy! gridò appressandosele.

— Oh! andate, ve ne prego, e lo spingeva dolcemente.

Egli indietreggiava sempre guardandole negli occhi tremoli di lagrime.

— Ditemi almeno perchè piangete, se vi debbo perdere; darei la metà della vita perchè piangeste per me.

— Cattivo! se lo sapeste... vi pentireste di questo desiderio.

L'indomani, nell'ora che Carlo entrava alle Assisie, egli ritornava da Mimy, ma Giulietta gli disse che la padrona era a letto indisposta e non riceveva visite: il volto della buona fanciulla era così triste che Giorgio non dubitò un momento della sua sincerità. Però insistette per essere ammesso, promettendo che si fermerebbe nel gabinetto a guardare nella camera dal buco della serratura, e le offerse per prezzo del favore un ricco anello che portava in dito — tutto fu inutile. La fanciulla, sebbene scossa un momento dallo splendore del dono, trovò nel suo affetto per la padrona abbastanza forza contro l'avarizia.

Giorgio dovette andarsene dopo avere scritto sopra una carta da visita questi due versi dell'Aroldo:

Ei che ama

Delira. Amore è frenesia. Peggiore

Però del male il risanare estimo.

Ritornò la sera e scelse l'ora del pranzo per eludere la consegna di Giulietta: infatti li trovò a tavola. Mimy lo salutò freddamente, Carlo gli fece appena un cenno col capo. Era burbero, l'altra languida e sofferente. Scambiarono qualche parola con fatica.

Appena finito il pranzo ella si ritirò.

Rimasti soli, Giorgio che sapeva di dominarlo malgrado la grande sproporzione di dottrina, affrontò risolutamente Carlo parlandogli della marchesa: ma questi esacerbato dalla scena poco prima subíta e inadatto a una guerricciuola di motti esplose, felice di avere qualcuno contro cui sfogare l'amarezza concepita contro sè stesso. Era come una rivolta di plebeo contro un nobile, e quindi senza misura. Carlo giunse fino alle insolenze. Se Giorgio non fosse stato buon gentiluomo e uomo di spirito chi sa come finiva; ma potè a stento troncare la scena e coprirsi la ritirata con un motto brillante come un razzo. Partì in modo che ritornare non era punto facile.

Così passarono più giorni. Il secondo era stato per Mimy giorno di ricevimento. Molte signore della ricca borghesia le si erano recate in visita. Già nella città vociferavasi degli amori di Carlo per la marchesa di Monero e di Giorgio per Mimy, cosichè il pettegolume vi ricamava sopra le più minute e false storielle, e siccome gli amanti erano tutte persone di levatura, si faceva loro l'onore di un più cieco accanimento, di una più acerba maldicenza.

Tutti gli oziosi, dei quali la vanità soffriva a contatto di ogni notorietà, si godevano alle calunnie propalate, come gente assiderata al sole: oramai nei club e nelle case non si parlava che delle stranezze del conte De Vinci, il quale già dissestato finiva di rovinarsi nei più pazzi capricci; e di Carlo, che geloso di Del Pino, il favorito della marchesa, non compariva più in tribunale o comparendovi vi commetteva, mal preparato o distratto spropositi da principiante.

Dal barbiere alla modista, dal pizzicagnolo al patrizio tutti erano occupati dello stesso soggetto, tutte le fantasie sbrigliate nel medesimo campo, tutte le malignità sguazzanti nel medesimo pantano — alcuni lioncelli della moda passavano dieci volte al giorno sotto le finestre dei nostri personaggi, quasi nella speranza di sorprendere una scena; e delusi la inventavano, conchiudendo forse per crederla a forza di ripeterla. I vicini del palazzo Fantuzzi e della casa Mimy stavano alle finestre colla costanza delle sentinelle: le borghesi s'invelenivano contro questi amori così forti da attirare tutti gli sguardi della città, le patrizie ingelosivano che Mimy, una borghese, fosse la principessa reale di Bologna e il più splendido degli eleganti ne andasse pazzo; gli avvocati e la gente seria dicevano cose orrende di Carlo, fingendo di compiangere il suo amore disgraziato per una donna, forse una avventuriera, di costumi insopportabili, che aveva ancora più amanti che cameriere. Si parlava di tutti loro come di un gruppo di soli discesi ad appollaiarsi sui merli della torre Asinelli.

Quindi ognuno di essi conosceva la mala parte che recitava in paese, ma nessuno ne soffriva più di Mimy: ella non comprendeva quelle velenose ed instancabili miserabilità; arrossiva, spasimava ad ogni puntura di zanzara come a una unghiata di tigre. E in quel giorno, essendo state sgombrate le strade dalla neve, si presentarono più signore del solito: Mimy riceveva nel gabinetto roseo. Cinque o sei signore e due giovanotti, belli quanto un figurino di mode, ma ancora più insipidi, la torturavano parlando di Giorgio e della marchesa di Monero. Colla ferocia delle donne, esse le chiedevano ingenuamente quale nuova passione rendesse così stravagante il conte, e la consigliavano a giovarsi di ogni mezzo per rimetterlo sulla buona via. Non si sapeva perchè quel povero giovanotto volesse stordirsi così: ieri sera aveva dato una cena mostruosa, poi scommesso col marchese Del Pino di andare e ritornare da Castelfranco in così poco tempo, che uno dei cavalli era morto ed egli s'era quasi accoppato nel cadere.

Mimy si schermiva alla meglio, ma dopo Giorgio entrava in scena la marchesa e le allusioni diventavano più fini, i morsi più atroci e gentili; si voleva offendere la donna e la moglie, mettere non solo il veleno, ma l'amaro in ogni parola e nullameno indorarla: nulla di più sorridente, un cicaleccio di squisitezza neroniana.

Giulietta entrò con un mazzo e una carta da visita. Era un dono di Giorgio.

«Mia bella cugina,

Essendo ammalato, non posso profittare del vostro giorno di ricevimento: vi mando un mazzo di fiori, che ho fatto comporre da Namouna e che vi prego di accettare. So che amate i fiori: io li invidio — nutrirsi di luce, parlare profumi, essere l'amore della gioventù, della bellezza e dell'amore... quale destino!


— Ah! il conte Giorgio De Vinci! esclamarono le signore in coro. Come sta? Guardate che bei fiori: sempre gentiluomo, sempre elegante!

E assediavano Mimy; si sarebbero lasciate strappare un occhio, e qualcuna ne aveva dei passabili, pur di strapparle quel biglietto. Leggere quel biglietto! certo v'era qualche parola di amore...

— Non sarà dunque gravemente ammalato se scrive: o ha fatto scrivere? domandava la moglie di un avvocato arricchitosi per tempo malgrado la notoria incapacità.

Mimy le tese il biglietto.

Questa lo prese con avidità mal dissimulata e lesse tanto prestamente che parve non comprendere; intanto le altre avrebbero voluto fare altrettanto o almeno leggerle al disopra delle spalle. Ella rilesse e restituì il biglietto con aria fra l'ebete e lo scontento.

Aveva sperato una dichiarazione d'amore e non l'aveva capita.

Vi fu un momento di silenzio. Mimy si sentiva sulle spine: quelle donne brutte, mal vestite, volgari, cattive le erano odiose: i loro discorsi maligni, la loro famigliarità senza abbandono e senza aristocrazia l'irritavano dolorosamente traendola alla mestizia. Le paragonò colla marchesa e il cozzo dei contrasti fu così violento che ne ebbe come le vertigini; ma a salvarla rientrò Giulietta annunziando:

— La principessa di San Marciano.

Tutte quelle borghesi scomparvero immediatamente nell'ombra e Mimy sola sostenne favorevolmente il paragone con lei, malgrado una evidente inferiorità di brio e di alterigia. Le due donne si rassomigliavano in certa guisa, entrambe pallide e gracili, ma la bellezza di Mimy era plastica e quella della San Marciano unicamente di espressione. Forse aveva la persona troppo slanciata, forse il collo sebbene flessuoso mancava di mollezza come tutte l'altre membra rivelate arditamente dall'abito: le scapole le sporgevano, la vita le si allungava soverchiamente, ma la sua figura con tutti questi difetti, e chi sa anche per questi difetti, aveva un vivace ed acre prestigio. Il viso estremamente piccolo e rotondo, appuntato nel mezzo, colpiva pel bianco spento e l'incredibile finezza della carne, quanto pel contrasto della bocca grandissima e di una soavità infantile col nasino, che spiccandosi abbastanza serio dalla fronte coperta d'una infinità di ricci, si rivolgeva gaiamente alla punta, interrompendosi come un epigramma troppo ardito. Gli occhi erano di quel colore, che laggiù in fondo all'orizzonte segna confondendoli i confini del mare e del cielo, e avevano una affascinante incertezza di espressione, mobili come il mare, sorridenti come il cielo, fulgidi colla volubilità delle onde e la trepidazione dell'azzurro.

Sebbene giovane, doveva aver molto vissuto. Una indefinibile esperienza della vita le si leggeva quindi nella gracilità quasi affaticata dei lineamenti, e a ogni reticenza del sorriso, a ogni guizzo dello sguardo si rivelavano mille misteriosità della sua anima, come in mare al gonfiarsi o allo sfasciarsi di un'onda variano e si centuplicano i fluttuanti paesaggi.

La principessa, che comprese la posizione di Mimy, volse appena un'occhiata al gruppo delle borghesi, che si sforzavano titanicamente di assumere un nobile contegno, e colla adorabile scortesia delle persone perfettamente aristocratiche si strinse con Mimy, quasi fossero sole, parlandole vivamente in inglese. Mimy si spaurì dell'audacia, le borghesi fremettero, ma nessuna si trovò tanto spirito da accettare la battaglia: susurrarono fra loro e decisero la ritirata in corpo.

In quella la principessa levavasi per prendere il mazzo di Giorgio e si rimetteva al fianco di Mimy, lodando i fiori e il disegno.

Fu il segnale della partenza. La principessa in piedi, una mano sul tavolino e la fronte alta ricevette i loro saluti piuttosto goffi, rispondendovi appena e seguendole collo sguardo fin sotto il cortinaggio della porta, e quando Mimy accommiatata l'ultima signora si rivolse, le mosse incontro, le strinse affettuosamente la mano e si riassisero senza un commento.

Chiacchierarono. Il vespero oramai imbruniva e l'ora del ricevimento passava. Mimy non temè di altre visite. La San Marciano molto gaia parlava di tutto: Mimy ascoltava a volta a volta sorridendo e ammirava l'amica: ma era deciso che quello fosse un giorno sciagurato e capitò la mamma a guastarle il colloquio.

La San Marciano si levò; aveva quella donna in antipatia forse pel suo carattere, forse anco pel naso così rosso, che sarebbesi detto vi si fosse rifugiato tutto il suo pudore e bloccato su quella punta estrema, arrossisse di vergogna.

— Quest'oggi, carina, pranzo da te, questa disse appena furono sole, slacciandosi la mantiglia e dandole un bacio.

Mimy, pensierosa, non glielo rese.

— Che bei fiori! chi te li ha mandati? Scommetto che sono della marchesa: quella donna è ben impudente.

— Impudente!

— Ma chi è questa signora da fare tanto chiasso a Bologna e che trova tutto brutto e ridicolo? La se ne vada e ci farà un gran piacere. Povera Mimy! tu sì buona la tratti da amica e non sai che ella ti rende la favola di Bologna.

Mimy la guardò strabiliando.

— Vieni qui, fanciulla mia; e sempre accarezzandola proseguì a spiegarle l'obbrobrioso contegno della marchesa, la quale le seduceva il marito mostrandosi tenerissima di lei; e tutta la città ne rideva. Una donna che in fondo non si sa chi sia: una avventuriera, che ostenta gli amanti e ha già guastato quel povero Del Pino, tanto bello! povero giovine... Hai parlato mai della marchesa con Giorgio? tienti a lui: quello è un uomo. Bisogna che Carlo sia ben... oramai lo dicevo, per posporti a lei, una donna che avrà quarant'anni — però, se tu non sai difenderti, c'è la mamma, sai?

— Ma...,

— Lascia fare alla tua mamma: ne ho della esperienza io. Senti: Carlo non ti merita e, se tu non lo avessi voluto, non te lo avrei dato. Ingannarti così villanamente! non sa egli che quando si è brutti a modo suo e si ha una moglie bella bisogna farle i punti d'oro? Giacchè è brutto, avesse almeno il cuore e lo spirito di Giorgio: ti piace Giorgio, Mimetta?

— Mio Dio, che cosa è? cosa intendete di fare?

— Nulla: mi sentirà; bisogna salvare la tua dignità di moglie. Quella donna non metterà più il piede in casa tua, e Carlo lascerà la tresca nella quale perde la sua e la tua riputazione.

Giulietta portò il lume ed avvisò che il signor Carlo era arrivato.

— Entri.

— Per carità, mamma...

— Arrivate solamente adesso? questa gli chiese, ch'era ancora sulla porta, coll'accento di un colonnello.

L'altro levò stupito la testa.

— Ritornerete già da casa della marchesa?

— Quale? ebbe lo spirito o l'ingenuità di rispondere.

Ella quietò Mimy con un sorriso di superiorità, ed avanzandosi verso di lui con passo solenne:

— Ho bisogno di parlarvi seriamente: concedetemi un quarto d'ora.

Carlo guardava la moglie, questa, per disimpacciarsi, i fiori.

La mamma lo trascinò nella stanza attigua chiudendone accuratamente ogni uscio.

— Che c'è?

— C'è... Oh l'affare è grave per me e per voi, per la madre e per il marito.

— Ma infine...

— La mia Mimy è infelice per colpa vostra: perchè innamorarvi della marchesa di Monero così che tutta Bologna lo sa? Mimy è più giovane, più bella, lo dico con orgoglio di madre, e l'abbandonate in un angolo. — Che cosa dovrà farsi della sua gioventù?

— La si diverta, è ricca: chi glielo impedisce? egli rispondeva scontento della piega del dialogo.

— Si diverta? bella! con chi? col marito no: il signor marito, è inutile! replicò ad un suo gesto di diniego, è innamorato della signora marchesa. La povera Mimy non voleva dirmelo, ma gliela ho strappata questa amara confessione, e ha pianto. Sapete che ci vuole un bel cuore a far piangere così una fanciulla! Mi ha confessato tutto: la trattate perfino male. So tutte le visite che fate alla marchesa, le ore che passate sotto le sue finestre, mentre gli altri sono dentro.

— Gli altri? chi!?

— Gli altri. Siete innamorato come un giovanetto: non sapete conquistare l'amante e perdete la moglie.

L'avvocato fremeva.

— So tutto io...

— Allora che cosa volete da me? Andatevene.

— Voglio darvi un consiglio, replicò quasi non avvertendo l'asprezza dell'ultima parola. Calmatevi: mio Dio! fate certi occhi che spaventano; come mai la marchesa vi resiste? e un maligno sorriso commentava l'insulto. Ascoltatemi. Io conosco Mimy meglio di voi: ha un'anima romantica, ha bisogno di amare, e voi la trascurate. Potreste ingannarvi; adesso non parlo al marito, perchè so che è geloso, ma all'avvocato: ho paura di Giorgio; si sono voluti bene fino da fanciulli. Giorgio è bello, è un elegante, ha tutte le qualità per piacere. Non vi siete ancora accorto che fa la corte a Mimy?... Oh non vi spaventate. Mimy è tuttora innocente, ma seguitate a tradirla palesemente ogni giorno, e poi lagnatevi dopo. Se voi non amate Mimy, l'amo io, e vi dico: guardatela, altrimenti ci guarderò io. Non voglio che si dica male di mia figlia. Non vi siete proprio mai accorto di nulla? ripeteva squadrandolo con aria di compassione.

— In nome di Dio, che cosa è? difendete vostra figlia o l'accusate?

— Eh?

— C'è da impazzire: e Giorgio...?

— Basta, basta.

Carlo si agitava a mano a mano che l'altra sembrava disposta a non andare oltre.

— Ditemi dunque qualche cosa. Si veggono? dove?

— Qui, in casa vostra; ma non vi scaldate: Mimy è una moglie onesta che non vi tradirà.

— Già!

— Dubitereste! voi suo marito: andiamo, venite di qua, Mimy potrebbe insospettirsi, e non è bene. Non venite?

— Certo si scriveranno... adesso ci penso. Giorgio veniva bene spesso al casino, per Dio!

— E voi andavate dalla marchesa: la partita sarebbe pari, ma non lo è.

Così dicendo sorrideva.

Egli l'avrebbe schiaffeggiata volentieri: sentiva tutta l'infamia del suo procedere, ma temeva che avesse ragione.

— Via andiamo.

— No.

— Ma ho promesso a Mimy di pranzare con lei.

— Andate pure, non ho fame, e le volse le spalle.

Ella rientrò nel salottino.

— La signora, le disse Giulietta, si è ritirata nella sua camera e mi ha lasciata a pregarla di pranzare col signor Carlo, perchè ella non si sente bene e vuole stare sola.

La baronessa fissò un momento la fanciulla, e un ghigno rabbioso le contrasse la bocca. S'avvide di essere giocata, ma troppo vecchia e cattiva per mancare di abilità, dissimulò l'ira: si fe' aiutare da Giulietta a rimettersi la mantiglia e partì raccomandandole ogni cura per Mimy e di correre subito ad avvertirla se il male peggiorasse.

— Mi sfidano: la vedremo.

Perchè?

La baronessa Clelia Carretti era la madre di Mimy, ma non sarebbesi potuto giurare che Mimy fosse figlia del marito di lei. Nata in una nobile famiglia decadente, un giorno la baronessa Clelia aveva sposato un ricco borghese; e quell'altro giorno lo aveva rovinato grazie a un lusso smodato e poco intelligente: quindi la moglie, che aveva accettato il marito ricco, lo trovò insopportabile povero: questi che l'aveva amata per la carne e per la vanità, la scoperse una donna molto imperfetta. Le liti scoppiarono prima rare e sommesse, poi violenti, solite, quotidiane seguendo l'aire dei debiti e delle ipoteche.

Mimy capitò in quella burrasca e nascendo non trovò più il padre andato alla Certosa prima di andare alla malora; ma uccise quasi la madre. Povera fanciullina! per punizione fu messa in campagna: nessuno andava a trovarla. La mamma aveva toccato a tempo una grossa eredità e di prodiga s'era fatta avara mantenendosi dissoluta. Quando Mimy fu grandicella la misero in convento, quando fu grande le fecero sposare Carlo senza dote: ma uno zio impietositosi ebbe la gentilezza di morire nominandola erede universale: un mezzo milione, e di colpo la figlia si trovò più ricca della madre. Allora scoppiò la rivolta. Mimy, che aveva sempre sopportato e taciuto nella casa materna, non volle più oltre il giogo della madre nella casa coniugale e mutò modi; la trattò freddamente, le disobbedì, non la ricevette, la costrinse ad indietreggiare senza dar luogo a scene malgrado il carattere della baronessa, un miscuglio di volgarità e di ferocia. Questa resistette tentando di appoggiarsi al marito, ma contento della eredità di Mimy quanto scontento della dote negata e di quell'intervento in casa propria, che Mimy con abilità donnesca faceva irritantemente risaltare, egli non le badò e la baronessa dovette ritirarsi.

Poco dopo uscita la baronessa dalla famiglia vi entrò la marchesa — perchè adesso colei voleva rientrarvi e a quella maniera? Perchè la mamma odiava la figlia? Il problema è difficile e non ardiremo darne la soluzione; solamente Mimy era bella, aveva il cuore buono, l'intelligenza lucente e la baronessa non era mai stata che plebeamente appetitosa e ora non lo era più: l'una brillava nel meriggio, l'altra si oscurava nel tramonto. Mimy aveva il dono di attrarre: la baronessa repelleva, del che accorgendosi peggiorava. Mentre Mimy era buona perchè amabile, l'altra era cattiva perchè scontenta di sè medesima: un raggio ed un'ombra, un sorriso e un sogghigno. La mamma aveva voluto sacrificare la figlia, e, non riuscitavi che a mezzo, l'offesa ritorcevasi adesso contro l'offensore. Mimy borghese fu accolta amabilmente dalle poche vere dame di Bologna, l'altra nobile era appena tollerata, e se voleva un amante doveva noleggiarlo; così l'agonia della vanità le si incrudeliva nell'agonia del sesso. Ma se la mamma odiava la figlia, questa analizzando sè stessa non aveva mai osato analizzare tale dolorosa avversione: la sentiva, l'evitava, se la nascondeva alle volte come camminando lungo un dirupo ove altri già pericolò, si rifiuta di guardare il ciglio fatale e si allunga il passo.