WeRead Powered by ReaderPub
Al di là: romanzo cover

Al di là: romanzo

Chapter 20: CAPITOLO VIII
Open in WeRead

About This Book

La narrazione segue un giovane intellettuale immerso in un profondo smarrimento esistenziale: alterna urbanità noiosa e fughe in montagna, cerca sollievo nella scrittura e nella fantasia, e compone opere che incarnano le sue angosce, tra sensualità e orgoglio. Attraverso meditazioni sul senso della vita, sull'arte, sulla gloria, sull'amore e sulla morte, il testo intreccia descrizioni paesaggistiche, monologhi interiori e episodi che provocano scelte morali e azioni decisive. La struttura è frammentata in più parti che oscillano tra riflessione filosofica e azione narrativa, mettendo a confronto idealismo e disillusione.

CAPITOLO VIII

Si la mer n'eût des tempêtes sa beauté diminuerait énormément: le doute est la tempête des passions, qui doublant leur force double aussi leurs attraits. Rien n'est si enivrant que la lutte de la lumière et de l'ombre, de l'espérance et du désespoir, du génie et de la folie. Le doute tant des fois calomnié vaut bien la foi, et son vertige micidial l'extase stupide.

Lettres à Barié. — Ottone di Banzole.

Mimy era da due ore nel suo gabinetto quando Giulietta introdusse Sulema, l'araba della marchesa, vestita con eleganza di grande signora.

Mimy diventò rossa, le tese la mano, quasi l'altra non fosse una cameriera; ella invece di stringerla se la portò rispettosamente alle labbra e:

— Permettete, signora: bacio per la signora marchesa, le disse dolcemente.

Mimy sempre più confusa voleva farla sedere, ma l'araba rimase in piedi e presentandole una lettera faceva atto di ritirarsi.

— Mi lasciate?

— La signora marchesa mi attende: verrà ella stessa per la risposta, però se ve ne fossero due potrei portarne una.

Mimy pensò un momento, poi andando ad aprire un piccolo scrigno sotto lo specchio ne trasse fra molte bazzecole e gioielli un medaglione, il suo ritratto da fanciullina, magnifica miniatura di Gordigiani montata in oro. Glielo diede. Sulema considerò meravigliata il ritratto poi l'originale, entrambi stupendi.

Però la fanciullina vinceva la donna: e poichè Mimy non le diceva altro, le offerse salutando un mazzetto di gelsomini.

— Ancora da parte della marchesa?

— No: da parte mia. Le arabe preferiscono il gelsomino a tutti i fiori... eppure vi sono fiori più belli, seguitò contemplandola con uno sguardo di ammirazione.

Mimy comprese.

Sorrisero.


La lettera della marchesa diceva:


«Perchè non ci scriviamo più? Crescendo in noi l'amicizia si è forse agghiacciato l'amore? Sarebbe troppo triste il crederlo, mentre lo è già fin troppo il domandarlo: questa sera rompo il velo del silenzio e vi appaio colla fede di essere ancora riconosciuta, perchè ho veramente bisogno di voi, e voi sola potete comprendermi.

«A giorni partirò da Bologna, forse per sempre, forse per fuggire da me stessa sulle traccie del mio sogno d'amore. Voi avete, fanciulla, il pallore dei sogni sulla fronte, come me ne soffrite e, credendoli solamente sogni, ve ne disperate — Eden terribile questo dei sogni, ove le serpi si nascondono tra i fiori e vi mordono quando allungate la mano per coglierli: ove l'ombra attira ed uccide, ove il sole accende sorrisi sopra tutte le cose mentendole, ove la musica delle piante ubbriaca e le farfalle seguendole guidano a perdizione... Eppure dover vivere di un sogno e doverne morire, perchè sempre un sogno, quale destino!

«Quale è il vostro sogno, fanciulla? Quale larva ha gittato la sua pallidezza sul vostro viso, quali baci hanno ammorzato il rosso delle vostre labbra, in quali abbracciamenti la vostra persona si fe' così gracile pur rimanendo così plastica?... Ditemi, fanciulla, di quale dolore vi siete innamorata, perchè l'ami io pure, lui che vi rese così bella.

«Se la sventura è una catena, forse lo stesso anello chiude i nostri polsi.... ma ecco che sogno ancora e dimentico che dovrò partire da Bologna e che voi non vorrete seguirmi! Che cosa farete quando io non sarò più per voi? Sempre bella, sempre moglie, sempre sola, sempre infelice: brillare come un diamante in una grotta, tacere come la cetra di un poeta sulla sua tomba di marmo.... Sarà questa la vostra sorte e la compirete rassegnata: lasciatemi quindi piangere con voi una lagrima sul vostro destino.

«Il sogno della vita non può essere che un sogno di amore; il mio era forse il sogno di un sogno. Sognavo l'amore di una bella più bella delle più belle fantasime dei pittori e dei poeti; al pari di me aveva sognato e patito: ci rivelavamo incontrandoci con uno sguardo; io rompevo la sua catena e c'involavamo lungi lungi, in un'immensa città o in una fiorita solitudine. Là ci amavamo. Il nostro palazzo era costruito come un tempio, alcune schiave belle come le muse degli antichi ci servivano; nessun triste spettacolo; arte e natura, musica e fiori, gemme e sete, giovinezza e voluttà, tutto ai nostri piedi, un mondo nel mondo e in esso noi due sole.

«Sognavo un amore divino e solitario, un corpo più gracile, un'anima più delicata della mia... Era una figura pallida e mesta coi capelli svolazzanti sulle spalle, una tunica bianca a ricami d'oro, un seno piccolo, forme vaporose... Leggiera come una nube la vedevo passarmi sul capo e viaggiare lontanamente pel cielo: mi compariva nel mio gabinetto, spesso entrando nella mia camera la trovavo seduta sulla sponda del letto, ma scorgendomi se ne andava... Sogni!

«Da lungo tempo giro il mondo sull'orme di quel fantasma col terrore di averlo incontrato e che non mi abbia riconosciuto... Oh! se la mia vita dovrà passare senza amore e dovrò cadere nella tomba cogli occhi fisi disperatamente dietro la sua tunica bianca... maledetta l'ora che nacqui, che la mente ebbe il primo pensiero e il cuore il primo palpito: maledetta la bellezza che mi aveva resa degna dell'amore e l'ingegno che me ne aveva rivelata la divinità! Avete un farmaco per questa piaga? Avete un origliere per riposarvi una testa morente di questo dolore?

«Mia pallida fanciulla, perchè ci siamo mai incontrate? Perchè i vostri capelli eran così biondi e il vostro abito così bianco come la tunica della mia Peri? Lontana da voi, il mio cuore verrà spesso a palpitare sul vostro abito bianco: sempre che la voluttà mi bisbigli all'orecchio le sue poesie, il vostro nome mi salirà alle labbra come guizza sulla bruna onda del mare un triglio gemmato; vi sentirò dappertutto, intorno a me, intrecciata ne' miei capelli come un ramoscello fiorito e spinoso. E voi che cosa farete? Dove andrete? A chi penserete? Chi amerete? Ah! misteriosa fanciulla, che mi comprendete e non potete amarmi, che legata al mio polso collo stesso anello non potete col braccio libero stringervi al mio braccio, voi tanto bella e infelice, addio! Addio, povera rosa, che le gramigne hanno soffocato nelle loro spire: addio, magnifica opale, che una lumaca ha chiusa nella propria casa... Addio!»


Mimy si strinse la lettera al cuore e si arrovesciò soffocata sul divano.

— M'ama, lei! mormorava baciando e ribaciando la carta... Mia... solamente... mia, e tendeva le labbra quasi per baciare la stessa parola, che pronunziava.

Tutti i suoi pensieri eran note di un inno, ma occorrerebbe una cetra intrecciata di raggi di stelle e di pistilli di fiori al poeta, che volesse ripeterlo. Certo sarebbe una gentile voluttà seguire il volo di questa bianca colomba per l'azzurro del nuovo cielo, mentre il sole ci tenderebbe sotto un raggio per impedirci di cadere, e là in alto qualche stella non ancora scomparsa ci getterebbe forse un saluto.... Ma la natura non concesse nè ai poeti nè ai falchi tali voli e li costrinse entrambi a volteggiare sulle rupi stridendone fisi il sole troppo alto.

Mimy ebbe l'ebbrezza, poi l'estasi, poi l'assopimento della felicità — la parola, la musica, l'eco: il sorriso, la danza, l'amplesso. Amava, era riamata, aveva tutto. In quei momenti inenarrabili Raffaello le avrebbe invano offerto per un bacio tutte le proprie vergini, invano Napoleone le avrebbe fatto una cintura della sua spada di conquistatore, invano Dio le avrebbe gettato un pugno di stelle come un pugno di brillanti.... Che le importava di tutto ciò? Amava, era riamata, aveva tutto!

Tornò ancora a rileggere la lettera, e penetrandone sempre più la profonda poesia si sentì scoppiare il cuore dalla gioia! Si ricordava bensì del marchese Del Pino, ma non aveva la forza di esserne gelosa, tanto nel suo amore era timida e grande. Poi la marchesa non lo amava, ne era sicura. A poco a poco le si aggravarono gli occhi e le parve di vaneggiare; un'aura blanda la molcea come agitata dall'ali di un sogno, incogniti profumi le esalavano intorno al capo, mentre il torpore, avvolgendola come in una tiepida coltrice, la rovesciava languidamente sul divano... Mimy era assopita.

Carlo entrando a caso nel gabinetto si fermò maravigliato sulla porta. Non aveva mai veduto la moglie così bella, ma le parole della baronessa lo rimorsero improvviso e, vedendole quella lettera sulle ginocchia, la suppose di Giorgio.

Un brivido d'ira gli corse al cuore: si avvicinò col passo del ladro.

— Quella lettera! esclamò, mentre lo scricchiolio delle scarpe aveva risvegliata Mimy, che tentò subito di nasconderla.

— Ma....

— Quella lettera, la voglio, datemi quella lettera!

— Che cosa volete farne? è mia: non vi è nulla che vi possa interessare.

— Davvero! ghignò. E così? La voglio.

— No.

Un lampo gli schizzò dagli occhi.

— Dunque è di Giorgio...: voi! e mosse un passo, ma il pericolo invece di sbigottirla rese a Mimy tutto il suo spirito.

— V'ingannate, ripetè freddamente, è della marchesa.

— Menzogna....

— V'ingannate.

— Oh! lo vedremo.

Ella gittò la lettera nel fuoco.

— Ah! ruggì slanciandosi per ritirarla, ma non trovò subito le molle e la fiamma la cingeva già di un velo intangibile.

Si guardarono: la lettera bruciò in un attimo e i fogli carbonizzati montarono per la canna del camino con un corteo di faville, come fossero le anime degli arsi pensieri.

— Perchè avete bruciata quella lettera? Se io sospettassi...?

— Avete già sospettato.

— Nè senza ragione.

— Allora decidete.

Egli fu scosso dalla risposta.

— Siete l'amante di Giorgio.

— La mamma vi ha male informato.

— Chi ve lo ha detto?

— Indovino: non mi ha ella detto che amate la marchesa, e non ha forse mentito...? Andate, proseguì con orgoglio, dalla signora marchesa e dimandatele se non mi ha mandato una lettera per Sulema mezz'ora fa. La marchesa non è un uomo per mentire, e non mentirebbe con voi. Non dico questo per giustificarmi: se mi sospettate, non aggiungo una sola parola per dissipare i vostri sospetti e ne accetto tutte le conseguenze.

Carlo era alla tortura: la franca indifferenza di Mimy gli cresceva colla gelosia i sospetti.

— Aspettate! gridò afferrandola pel braccio mentre si moveva per ritirarsi nella sua camera: giuratemi che Giorgio non è il vostro amante.

La domanda era così stravagantemente ingenua che Mimy, pur conoscendolo da un pezzo, non potè frenare un atto di sprezzante meraviglia; egli se ne avvide e la lasciò, ma quando scomparve dietro la porta, esclamò battendosi la fronte:

— Sono un imbecille! quella donna mi giuoca... come la marchesa!