CAPITOLO IX
La trepidazione della speranza è talvolta così violenta che basterebbe sola ad uccidere in pochi istanti, senonchè l'anima non la sopporta e dopo i primi fremiti prorompe fuggendo ad affermare o a negare. L'insetto si regge fermo sull'ali, non l'uomo più pesante e più debole.
Lettere a Caldesi. — Ottone di Banzole.
Due giorni dopo la marchesa, recandosi da Mimy, incontrava Carlo sulla porta dello studio.
— Venivate dunque da lei, egli le diceva avvertendola come non fosse in casa.
— E anche da voi: fra otto giorni dò una festa, venivo ad invitarla. Conto su lei e su voi. Ella sarà la più bella, voi il più illustre.
— Vorrei essere il più bello, rispose con malinconia.
— L'ingegno non è forse una bellezza?
— Non mi farete l'onore di entrare nel mio studio? Lo studio di un grande avvocato, e sorrideva sempre con malinconia, può essere una curiosità.
— Entriamo, altrimenti sareste capace di supporre che vi temo.
Lo studio era ricco e severo.
— Dunque la vostra festa...?
— È di addio: invito gli amici per lasciar loro, abbandonandoli, una buona impressione: dissero tanto male di me, che si meritano bene che li condanni a trovarmi amabile almeno l'ultima notte. Parto per Parigi.
— Per sempre?
— Per sempre: ma non ricominciamo, non mi parlate di amore. Sono così stanca di non poter amare, che oramai mi persuado dell'illusione dell'amore. Hanno ragione quelle donne, che mutano gli amanti come i guanti: se l'amore è un'illusione, l'amante deve essere un'ombra. Che importa il nome dell'albero quando vi protegga dal sole? Davvero non vale la pena di scegliere. Se nessuno di essi può darvi il tesoro che cercate, perchè rifiutare loro l'elemosina che domandano? Un bacio vale forse più di un soldo?
Carlo trasalì.
Ella si alzò.
— Uscirete senza avermi fatto l'elemosina? Siete una milionaria e negare un soldo ad un povero sarebbe lurida avarizia.
— Badate a non dovervene pentire — un bacio è un prologo: se vi fallisse la commedia?
— Avrei sempre il mio prologo: meglio poco che nulla.
— Uomo! meglio nulla che poco, massime in amore: allora datemi un bacio. E gli tese la mano, che egli si recò avidamente alle labbra.
— Attendete, le disse rattenendola. Siete la donna più bella, la sola donna grande che abbia visitato il mio studio; scrivetemi un pensiero su questo album, sul quale ne ho notato io stesso molti di autori.
Il complimento era lusinghiero, fors'anche meritato, e la marchesa lo accettò senza scuse volgari. Così in piedi, senza trarsi i guanti, prese una penna e, stata un momento meditando, scrisse:
Dio fece l'uomo, poi la donna: prima l'abbozzo, poi la statua.
— Avete ragione, ma facendo la statua bella si dimenticò di farle il cuore. Voltaire diceva: «Dio fece l'uomo frivolo per farlo meno misero;» e s'ingannava, doveva dire: «Dio fece la donna frivola per fare l'uomo più misero.» Se sapeste amare come sapete innamorare!
— Amo forse di più! ma non parliamo d'amore.
Gli strinse cordialmente la mano e fuggì così ratta, che egli non ebbe il tempo di offrirle il braccio, nè di dirle che Mimy era uscita colla San Marciano: non le corse dietro, ma cadde sopra una poltrona e tese l'orecchio al rumore della carrozza che si allontanava.
Era una giornata d'inverno stupenda anche pel cielo d'Italia: l'aria era tiepida, il sole scintillava, pareva una festa. Una insolita gente popolava le vie, e quelli che non potevano escire stavano alle finestre, le ragazze povere col lavoro o il caldanino in mano, ai balconi delle case ricche le signore in veste da camera o in toelette sfoggiate. Molti vasi di fiori si riaffacciavano sulle strade come spiando il tempo, sorridendo del vederlo sì bello, e i passeri venivano a domandar loro dove si fossero nascosti tanto tempo e recavano loro notizie dalla campagna sulla vicina primavera. Nella città non un lembo di neve: fuori la verzura aveva fatti larghi strappi nel bianco lenzuolo e ghignava maliziosamente un umido e luccicante sogghigno. Gli uccelli traversavano l'aria cantando e il sole sorrideva alla natura ancora misera, come un gran signore entrando in una festa di povera gente.
Che bel giorno per amare, escire in vettura alla campagna e gridare: evviva! come gli eroi di Auerbach!
La marchesa giunse in piazza del Paviglione; i cavalli procedevano al passo. Molte signore passeggiavano sotto il portico in abito nuovo, almeno giudicando dalle occhiate della gente al loro passaggio, e molti giovinotti deposti i mantelli si mostravano con insistente cortesia in bella vita. Le porte delle botteghe erano spalancate e gremite di gente che si estasiava guardando le ultime novità — stile commerciale.
Il magnifico equipaggio e la magnifica marchesa furono subito un avvenimento.
Mimy, che veniva con Giorgio, arrossì vedendo la marchesa scendere quasi precipitosamente ad incontrarli. Questa dimandò al conte della sua ferita, la quale non era stata grave malgrado il brutto cadere della carrozza; però egli usciva quel giorno la prima volta. Egli le chiese della festa d'addio, e qui il dialogo facendosi fra loro vivo e spiritoso, Mimy guardò Giorgio con deferenza.
Elisa sorprese quell'occhiata e fremè visibilmente: quindi la invitò seco in carrozza.
— Mi perdonate se vi rubo la dama? disse a Giorgio.
— No, egli rispose mascherando con un sorriso il dispetto.
— Non importa, purchè ella mi perdoni.
Giorgio era ancora allo sportello e sopravveniva Del Pino, quando la marchesa accennò al cocchiere di partire. Traversarono la città e si erano già dilungate alquanto da porta San Felice senza barattare una parola.
— Sareste gelosa amando? domandò la marchesa.
— Sì.
— Avete ragione: un amore senza gelosia è un leone senza ruggito. Sareste gelosa... di tutti?
— Di nessuno.
— Oh!
— Sarei gelosa di lei stessa: temerei che troppo bella mi accettasse senza amarmi... ma l'amerei egualmente.
— Sublime! esclamò afferrandole con impeto la mano, poi guardando l'orologio ordinò al cocchiere di volgere alla stazione.
— Manca tuttavia un quarto d'ora.
I cavalli volavano: Mimy teneva la testa bassa sentendo gli sguardi della marchesa.
— Scendiamo, questa le disse, che la carrozza non erasi ancora fermata sotto la tettoia di ferro.
— Ma chi parte?
— Noi: partite meco. Per dove? ma per dove volete, per Parigi, per l'America, per l'Oriente. Partiamo subito e, prima che ci si sospetti, abbiamo già lasciato l'Italia.
Mimy divenne pallida come un cadavere.
— Coraggio...
— Oh! mormorò rabbrividendo e colle lagrime agli occhi.
La marchesa rimontò in carrozza e non si parlarono più.
— Addio, le disse senza stringerle la mano, mentre Mimy scendeva alla propria casa e l'avvocato si affacciava ad una finestra.
— È una triste parola.
— Il saluto che si manda ai morti.
— Ma da chi spera.
— E voi sperate?
— Sempre.
— A rivederci, le gridò dietro, che fuggiva. Mimy si rivolse raggiante, fece un gesto inesprimibile e sparì.