CAPITOLO X
La speranza è come una barca; quando la fortuna o la passione la portano in alto ogni riga sul mare si fa un sorriso, e crediamo che potremo sempre spingerla fino al porto; ma se le è contrario il vento, quel sorriso diviene un sarcasmo.
Lettera a Fifi. — Ottone di Banzole.
La natura non ha spettacolo da paragonare con una festa da ballo: l'aurora più vezzosa non vale una signora mediocre, le più belle sinfonie dei rosignuoli sono come un rumorio di monelli a fronte di un valzer di Strauss e di Chopin. L'atmosfera di una festa da ballo non si trova che in una festa da ballo, ma occorrono polmoni giovani per respirarla: è inesplicabilmente composta di mille profumi, di carni e di fiori, di mille luci di sorrisi e di sguardi, di mille riverberi di capelli e di gemme, di mille calori di sensi e di parole: è indefinibile, è volubile — adesso calma come quella di una valle ignorata dai venti, poi agitata come sul cratere di un vulcano, ardente come sul meriggio di un sollione, soave come in una notte di primavera.
La festa era splendida quanto lo consentiva il palazzo e la città: anzi a Bologna non se ne erano mai vedute di simili. Il vasto scalone non si riconosceva quasi, vivamente illuminato da globi bianchi e con una moltitudine di vasi disposti in bell'ordine sulla balaustra e pei pianerottoli. Si entrava per un vasto stanzone dipinto goffamente di trofei antichi e col soffitto a grandi quadri di grossi travi, che punto modificato contrastava colla luce e la verzura profusa nell'atrio e nella seconda anticamera scomparsa dietro un'armatura, coperta di piante e di fiori, una immensa e fantastica capanna coi muri di frondi e il pavimento di aiuole — follia di prezzo e di gente aristocratica. Da questa si passava nel salone irriconoscibile. Spariti tutti quei mobili quasi funebri nella loro serietà, una cornice di semplici divani teneva luogo di loro tutti e lasciava nel mezzo uno spazio sufficiente per le danze di un gran numero di coppie. Il vecchio lampadario di Murano sfolgorava raddoppiando per migliaia di riverberi il lume delle candele; quattro immensi specchi riproducevano all'infinito la loro vacuità aspettando qualche scena che la riempisse. Due anticamere e un salone, una miseria di locale dissimulata dalla splendida improvvisazione degli addobbi.
Fuori nevicava, ma una gran gente di piccola borghesia e di plebe stava sotto il portico e i più intrepidi giù nella strada, fino sul portone, per riconoscere gli invitati e i loro costumi, perchè la festa era annunziata in costume — novità che aveva sollevati tutti gli animi e occupati tutti i discorsi della città nei pochi giorni che l'avevano preceduta. Ora i costumi comparivano e i reietti della festa volevano almeno vederne una volta i beati, non badando che questa invidiosa ammirazione faceva appunto i tre quarti della loro beatitudine. Gli invitati scendevano rapidamente e più rapidamente infilavano lo scalone, la notte essendo fredda e ventosa: ma giungevano infinitamente più fiaccheri che carrozze, triste augurio per la festa.
La veglia già animata andavasi mano mano gremendo. Sebbene fosse in costume, molti uomini passeggiavano però in abito nero e molte donne in abiti volgari. La marchesa faceva sola gli onori di casa in un magnifico costume di Notte. Una leggiera vesta di velo, quasi tessuta di fumo, le scendeva vaporosamente dalle spalle in strascico lungo, fluttuante, disegnandole appena la persona, che diventava quasi più alta e delicata: il voluttuoso ma troppo rubusto rilievo delle ànche scompariva nel panneggiamento, e il seno, tradendosi appena nella parte superiore s'impiccioliva. Un altro velo le avvolgeva indescrivibilmente la fronte, parte celando e parte scoprendo i capelli, e scendeva sull'alto della vesta e non finiva che allo strascico come un lembo di nuvola sopra una nuvola, che il vento respingesse con una intenzione di voluttà. Molte perle rotolate fra le pieghe dei veli imitavano la rugiada, e un grosso e unico brillante sulla fronte le brillava come stella. Nulla di bianco se non la faccia e le braccia che uscivano nude di sotto a veli bizzarramente, uniti alle spalle: non un lembo di camicia o di sottana, di trina o di merletto; il piede coperto da una calza nera e calzato da una pianella egualmente nera, trapunta di brillanti, si mostrava a quando a quando e spariva.
Quella sera la marchesa superava sè medesima, e se un difetto poteva rimproverarlesi, era un'aria di calda sensualità, temperata dal fantastico del costume; ma se ne era accorta e aveva migliorato il portamento, sempre audace, con una incertezza di moti e di gesti quasi originali.
Gli uomini l'ammiravano desiderandola, le donne tacendo.
La festa crebbe, arrivò l'aristocrazia e con essa i costumi. Abiti quasi tutti dell'ottocento negli uomini e nelle donne: qualche abate di Luigi XIV, qualche Maria Stuarda, qualche villanella romana: elegante solo la principessa di San Marciano, vestita come si dipinge la Pia de' Tolomei, e quasi somigliandole; la marchesina Del Pino, la più gracile e la più gentile, trasformata in Ofelia.
Le danze erano incominciate.
Dopo il primo valzer della marchesa con Del Pino, abbigliato graziosamente da Raffaello, giunsero Carlo, Mimy e la baronessa: il primo in abito nero, Mimy incantevolmente vestita da Margherita, la baronessa cammuffata da Aurora. Veramente l'Aurora si levava un po' tardi, ma rossa di veli, di sete e fino nel naso, che sotto una brinata di cipria arrossiva modestamente di questo ultimo trionfo della sua padrona.
— Nevica, disse all'orecchio di un'altra signora come ella senza costume, e forse senza costumi, quella Agnese già vicina di Mimy in villa e per una volta amante di Giorgio: guarda la baronessa, come le si è imbiancato il naso.
— Sarà per dare il buon esempio ai capelli che si ostinano a parer neri.
La Notte allora al braccio di Raffaello si spiccò udendo annunziare il nome di Mimy.
— Permettereste a me, o bella damigella, di darvi il braccio e di accompagnarvi?
— Non sono nè bella, nè damigella, ma accetto.
— Vedete Faust? chiese sommessamente la baronessa a Carlo: no, volevo dir Giorgio; quel costume di Margherita m'imbroglia.
Carlo si morse le labbra cercando Giorgio cogli occhi: non lo vide e per vendicarsi la piantò villanamente in mezzo della sala.
Del Pino passeggiava colla San Marciano, Ofelia era sospesa al braccio di un bel paggio del quattrocento, al secolo figlio di un droghiere, il quale viveva di rendite incognite e s'era infiltrato misteriosamente nell'aristocrazia comparendovi uno dei più belli e dei più imbecilli.
— Che graziosa capanna! diceva Mimy sempre al braccio della marchesa.
— Troppe frondi e troppo pochi fiori: ma il nostro amore...
Quella chinò il capo.
— Mimy, soggiungeva la marchesa abbassando la voce ma calcando sull'accento, una sola parola. Credete che due donne si possono amare almeno quanto un uomo e una donna? rispondete. Questa è forse l'ultima notte che ci parliamo. Io parto, ma prima di lasciarvi voglio sapere se mi sono ingannata su voi. Lo credete questo amore di due donne?
— Sì, balbettò impaurita dall'energia di quella voce sommessa.
— Sì? ripetetelo; affermate una gran cosa e udendovi tutte queste persone vi riderebbero in faccia. Ebbene, se lo credete, crederete anche a me. Io parto: voi restate?
Mimy non rispose.
— Pensate di restare? mi lascerete partire sola e passerete il resto della vostra vita come se non ci fossimo mai incontrate? Oh! vi amo, Mimy: non aspettate che vi dipinga il mio amore, voi stessa che mi amate sapete che non è possibile. Se nella testa mi nascesse un pensiero, che pretendesse descrivere uno dei fiori che mi avete fatto nascere nell'anima, vorrei aprirmi la testa per strapparmi quel brutto pensiero. Non vi parlerò del mio amore: i fiori li coglierete voi stessa, voi sola che li conoscete e sapete che non hanno nome. Venite meco; sarete mia moglie, la mia amante, la mia padrona; per voi sono pronta a rinunciare a tutte le mie donne, a tutti quei piaceri nei quali mi stordivo per dimenticarmi di non essere amata. Vivremo sempre insieme, non vivrò che per voi e quel giorno che mi accorgerò di non essere più abbastanza bella per appagare il vostro amore... lo giuro su voi medesima, che siete il mio Dio — quel giorno sarò morta.
Una specie di singulto le tagliò la voce.
Mimy si sentiva piegare sotto il vento di quelle infuocate parole.
— Aspettate, l'altra proseguiva quasi Mimy volesse parlare: non mi rispondete, voglio prima spiegarvi a voi stessa. Voi avete sognato l'amore femminile che adesso vi offro, me ne sono avveduta ai primi discorsi di Rimini. Non amate vostro marito, non amate un amante, Mimy alzò il capo, ma lo sguardo della marchesa era senza rimproveri, non amate che me, non potete essere felice che con me. Ma oltre l'amore v'inspiro anche ammirazione: mi avete discussa cento volte nel silenzio del vostro cuore e la sentenza mi fu sempre favorevole. Voi non credete agli amanti, che mi si attribuiscono...
Ella le strinse il braccio per risposta.
In quel punto s'udì il preludio di una polka.
L'avvocato e Del Pino si presentarono nel medesimo tempo, così che il marchesino dovette invitare Mimy, perchè il marito non ballasse colla moglie; ma la marchesa seppe tanto gentilmente schermirsi, che rimase con Mimy, e i due innamorati ritornarono nel salone.
L'anticamera era quasi deserta.
Le due donne tacquero qualche minuto senza guardarsi. Si sentivano sopra una china: in fondo s'apriva un burrone e sovra vi era gettato uno stretto ponte; ma scendendo a precipizio si poteva non fermarvi il piede, e allora si precipitava nell'abisso — miseranda caduta! Chiunque le avesse osservate si sarebbe stupito alla trepidazione dei loro volti; ma la marchesa, forse di carattere più violento, sembrava ancora più convulsa.
— Perchè rifiutate di fuggire? Avete paura?
— Fuggire, mormorò;... e il mondo...?
— Condanni; che importa? Badate, sono le mie ultime parole: domani parto da Bologna per sempre. Vi amo troppo per sopportarvi sotto i miei occhi moglie di Carlo, poichè se ho potuto fin qui per forza di civetteria distrarlo, si stancherà dello zimbello e ritornerà vostro marito. Cercherò di dimenticarvi sicura di non riuscirvi: porterò meco il mio dolore; lontana da voi potrò almeno idealizzarvi sognando. Questa festa l'ho data unicamente per voi; aspetterò la vostra risposta prima che usciate e, se mi ricuserete, vi dico addio adesso intanto che ne ho la forza... Siate tanto felice quanto io vivrò miserabile.
E stringendole convulsivamente la mano si allontanò. Mimy la seguì collo sguardo, la vide scomparire tra la folla: il ballo era finito.
— Sempre pensierosa! le disse sorprendendola la San Marciano.
— E voi sempre sorridente.
— È un rimprovero? avete torto di mostrarvi così: vi si supporrà infelice e se ne riderà. Nella dissimulazione vi è più virtù che non si pensi.
E la trascinò seco in sala.
La vivacità era cresciuta dopo le prime danze; ognuno trovato il proprio centro vi si moveva con libertà: i vecchi, i borghesi, l'aristocrazia si mescevano in gruppi e si divertivano canzonandosi scambievolmente: le donne sorridevano ai giovanotti: si discutevano i costumi; complimenti e sangue cominciavano ad infiammarsi, spiriti e lingue si scioglievano. Le più belle avevano naturalmente più folla, le più brutte lanciavano per compenso più frizzi, ma i più acuti scattavano dalle donne che troppo mature per essere amate smaniavano d'intorbidare la fontana, che anche curvandosi non potevano più toccare.
Finalmente entrò Giorgio, cupo nel cupo costume di Amleto: scoppiò un hurrà di applausi.
— Perchè questo lutto? gli domandò con un sorriso la principessa.
— Per me.
— Imitate Carlo V: vi anticipate il lutto invece del funerale.
— V'ingannate, principessa: ho un ucciso in me stesso, e lanciò un'occhiata a Mimy.
— Perchè non lo seppellite?
— Perchè spero che risusciti.
— Un miracolo!
— Forse che le donne avrebbero cessato di farne?
E volgendosi, dovè salutare tutti gli accorsi, ma quel trionfo di eleganza e di spirito non valse a rasserenarlo.
— Siete troppo tetro, mio principe, arrischiò la marchesina del Pino.
— Non vi dolga: Ofelia è troppo bella.
La delicata fanciulla fremè al complimento e si rivolse per nascondere il rossore, che le colorava le smorte guance.
Giorgio passò oltre, gironzolò pel salone, poi andò a sedersi in un angolo.
L'orchestra suonò una contraddanza e i gruppi dei ballerini si disposero con vivace disordine.
— Non ballate con noi, signor conte? l'interrogò passandogli innanzi quella tale Agnese al braccio del droghiere.
— Perchè non vestirti da Faust piuttosto? disse questi. L'epigramma della baronessa era sulle labbra di tutti.
— Da Faust? ripetè l'altra.
— E perchè? rispose Giorgio cogli occhi sfolgoranti d'ira.
— Ma per conservare il carattere di amante di Margherita.
E contento della facezia sorrise alla dama.
— Allora perchè non ti sei vestito da droghiere del quattrocento piuttosto che da paggio?
— Giorgio! esclamò impallidendo.
— Signore.
— Signor conte! spero che ritirerete questa parola o...
— Sentiamo l'alternativa.
— Ma via! s'intromise la signora.
Giorgio s'inchinò con freddo sorriso.
— Ed io spero, aggiunse, che risparmierete alla signora queste volgari particolarità; quindi salutando la dama si allontanò.
Qualcuno aveva ascoltato il diverbio e si seppe subito del duello. D'altronde il volto accigliato del paggio e lo sbigottito di Agnese lo lasciavano facilmente indovinare. Successe un bisbiglio, tutti vollero esserne informati: i cavalieri piantavano le dame e si stringevano intorno al droghiere premendolo d'interrogazioni, ma egli fingeva schermirsene pur confessandolo coi più intimi, onde in pochi secondi il segreto fu divulgato. Egli ed il conte si battevano alla pistola, a venti passi, a dieci, a cinque. Le versioni erano già molteplici: Giorgio si batteva per provare di non essere l'amante di Mimy, della quale andava pazzo: qui mille circostanze, mille aneddoti e tutti a guardare il paggio umile in tanta gloria, mentre il conte era passato nel salottino, ove i vecchi giuocavano il faraone.
Mimy intese e si fe' pallida: la marchesa si annuvolò.
La contraddanza parve lunghissima, tutti provavano il bisogno di serrarsi coi più amici sull'accaduto e di parlarne coi protagonisti: le signore osservavano Mimy che ballava nel gruppo della marchesa, gli uomini si ammiccavano fra loro. Finalmente la musica cessò e la folla potè sparpagliarsi. Mimy rimase colla San Marciano.
Ofelia entrò con una compagna nel salottino del giuoco; Carlo teneva il banco ignaro di tutto e Giorgio puntava cogli altri, così infelicemente che tutti ne facevano le meraviglie.
— Decisamente sono sfortunato! esclamò arrischiando l'ultima carta.
— Fortunato in amore non giuochi a carte, gli rispose un vecchietto.
— Fortunato! e si ritirò che la posta era perduta.
— Signor conte! lo fermò la marchesina tagliandogli la strada.
— Perchè non mi chiamate più mio principe?
— Non mi piace la figura di Amleto, è un personaggio troppo infelice e fatale.
La fanciulla lo guardava malinconicamente pensando forse al pericolo che lo minacciava.
— Avete ragione, rispose tetro; Amleto non può essere compreso da Ofelia, perchè la tortora non può comprendere l'avoltoio.
E proseguì; aveva scorto Mimy al braccio della principessa. Ofelia lo seguì con un lungo sguardo.
Passò vicino alle due donne, si fermò indifferentemente e legarono il discorso senza parlare del duello; ma la principessa sentì che egli aveva d'uopo di restar solo con Mimy, e cogliendo il destro con disinvoltura di gran signora si ritirò.
— Ho bisogno di parlarvi, fu la prima parola di Giorgio; venite.
Si girò gli occhi attorno,
— Andiamo nella anticamera: vi è meno gente.
Infatti v'erano poche persone che rientravano nel salone alle prime note di un ballo: in breve fu deserta. Ella rabbrividì, mentre la baronessa non veduta spiava in uno specchio tutti i loro movimenti. Giorgio si vide presso la porta socchiusa, mascherata da un graticcio di ginestre, del gabinetto destinato alle dame per le raccomodature della toeletta: era illuminato, pieno di specchi; dentro nessuno.
— Venite, saremo più ritirati.
— Mai! e lo fissò in faccia rimproverandolo.
Egli sogghignò mestamente.
— Sapevo che non mi amavate, poichè me lo avete detto più volte, ed avrete forse ragione, ma avete torto di non suppormi abbastanza gentiluomo per rispettarvi in casa d'altri. Venite, ho bisogno di parlarvi: sono forse le ultime parole che vi dirò; le ultime parole di un moribondo dovrebbero essere sacre per una donna.
Mimy fu intenerita: conosceva Giorgio coraggioso, e quell'allusione al pericolo di essere ucciso domani non veniva certo da affettazione romantica o da teatrale jattanza.
La porta era a due passi, il gabinetto esso pure destinato alla festa: Giorgio instava, poteva morire domani... Mimy cedette.
Entrarono rapidamente, cautamente senza chiudere il graticcio, ma egli che voleva un colloquio assolutamente libero, vedutasi innanzi un'altra porta afferrò un candelliere, e profittando del movimento repentino di Mimy la spinse innanzi, aperse la porta, fu nell'altra stanza e prima che ella avesse tempo di riaversi aveva diggià rinchiuso a chiave.
— Mimy, le disse appressandosele, abbiamo pochi momenti: domani mi batto per te; non è un rimprovero, sono contento di battermi per te.
— Giorgio! mormorava sottraendosi ancora incerta di sè medesima e della situazione.
— Oh! ti rispetterò, non temere; Mimy, ti amo, ti amo sempre, più di quando ero il tuo amante; mi è d'uopo ridiventarlo o morire. Più volte hai riso di questa parola: ebbene, mi batto, e se non giuri adesso di amarmi... no, è troppo, di lasciarti amare, ti giuro che mi lascio ammazzare.
Il suo aspetto era così appassionato, gli tremavano così la voce e gli sguardi, che bisognava credergli questa funesta risoluzione.
— Mi amerai?
— Non lo posso, rispondeva addolcendo la voce: non lo posso, Giorgio, e voi non meritate d'essere ingannato... Ma usciamo.
— Non mi amerai? mi lascerai piuttosto morire?
— Giorgio, siate ragionevole: ma perchè vi piaccio tanto? vi sono altre donne, che valgono ben più di me!
— Taci! ruggì infiammandosi; non rendere almeno volgare il rifiuto, non mutare il pugnale in coltello. E io che ti amo tanto! Avere più fiamma nel cuore che il sole non ne abbia sulla fronte, e doverla spegnere nel sepolcro! Povera donna! se tu conoscessi il cuore che rifiuti...
Ma l'esaltazione, che pareva ammorzatasi nella tristezza, fiammeggiò ancora: si strinse violentemente il capo e con atto anche più violento scuotendolo, ne svelse un pugno di capelli. Mimy, impaurita, guardò la porta come per tentare di fuggire, ma egli che se ne accorse le sbarrò il passo.
In quel punto s'intese rumore nel gabinetto. Mimy gelò. Attesero due o tre secondi senza respiro: furono bussati due colpi alla porta.
— Siamo in casa d'altri: non facciamo scandali, si udiva susurrare la baronessa.
— Perduti! pianse Mimy accasciandosi sotto questa nuova ruina, e sarebbe caduta se Giorgio non la sorreggeva.
La situazione non poteva essere peggiore. Con un moto di belva sorpresa, Giorgio si guardò attorno per fuggire; non v'era scampo. Avventò un'orrenda bestemmia, alla quale Mimy rispose con un singulto.
— Mimy! proruppe sordamente inginocchiandosele innanzi; tanto meglio! Carlo non può assassinarci qui: dovrà battersi meco, ti prometto di ammazzarlo. Amami: non hai che me per salvarti, e ti salverò.
Mimy era fuori di sè, lo fissava con occhio istupidito non comprendendo il senso di quelle parole.
Furono bussati altri due colpi e s'intese come l'appoggiarsi di una spalla alla porta per forzare la serratura.
— Coraggio, Mimy, apro: dammi un bacio. Così inginocchiato se la prese contro il petto, indi si levò risoluto, ma ella gli si lanciò al collo e rimasero abbracciati.
Giorgio tentava di liberarsi.
— Fermatevi! udirono dietro una voce e videro la marchesa orribilmente pallida sulla soglia di un usciuolo nascosto dalla tappezzeria: si avanzò lentamente cogli occhi su Mimy.
— Uscite, le disse, e andate subito in sala a raggiungere la San Marciano, che vi salverà col suo spirito.
E accompagnò questa parola con un gesto così solenne che Giorgio ne fu colpito, e l'altra uscì macchinalmente quasi quel gesto la spingesse: però uscendo si dimenticò di chiudere l'usciuolo. Gli altri non se ne avvidero, entrambi avevano abbassata la testa.
La marchesa si riebbe prontamente, e poichè la porta era sempre violentata, accennò a Giorgio di aprirla: poi infilandogli il braccio compose il volto a una fredda alterigia. La porta cedette e Carlo, che si spingeva, restò percosso sulla soglia.
— Ci permetterete almeno di passare? gli disse la marchesa con voce stridula, schiacciandolo sotto uno sguardo di disprezzo.
— Voi! esclamò indietreggiando.
— Forse che la baronessa vi avrebbe fatto sperare altri incontri?
Questa si fe' rossa nel volto come nel naso.
— Andiamo, signor conte, sento la musica che ricomincia. E passò in mezzo a loro con una inesprimibile maestà di portamento.
In quell'istante Mimy passava per l'anticamera al braccio della principessa.
— Avete voluto ingannarmi e rendermi per giunta ridicolo: mormorò Carlo sordamente stringendo il braccio della baronessa; badate a non pentirvi un giorno di questo ignobile scherzo.
— Scherzo! ribattè: venite meco e vi prometto di trovare l'uscio per dove l'ha fatta evadere. È una vecchia commedia: non mi ci piglieranno.
Però molta gente ingombrava l'anticamera, e quel colloquio soverchiamente animato attirava l'attenzione, di guisa che non si poteva decentemente entrare colà dentro. Sulema comparve in quell'istante e rinchiuse la porta a chiave.
La baronessa si morse le labbra: anche questa volta Mimy aveva vinto.
Tutto cotesto tramestìo non era passato senza nota: le donne, che non corteggiate cercavano distrarsi spiando gli altrui amori, avevano osservato l'alterazione del volto della marchesa e degli altri, onde la baronessa ritornando in sala non ebbe che a lanciare una favilla per destare l'incendio. Elisa passeggiava al braccio di Giorgio, che già tutti parlavano della sua avventura guardandola curiosamente; se ne avvide, ma giuocando di audacia non volle lasciare il cavaliere e si sforzò di attaccare discorso.
Del Pino le si fe' incontro quasi stravolto: aveva in mano una rosa e la sfogliava.
— Perchè stracciate questa bella rosa?
— Perchè la bellezza è una maschera, il profumo una menzogna e un uomo può ben stracciare una rosa quando una donna straccia in una volta più di un cuore.
— E quando l'avrete stracciata? rispose colla massima calma: le rose non cesseranno di essere belle, odorose e le donne...
— Si serviranno della bellezza per attrarre e dello spirito per uccidere.
— Ecco una massima che potrebbe essere un'offesa, interloquì Giorgio.
— E allora?
— Oh! fra nostri pari...
La marchesa li considerò un momento senza che la ruga della fronte le si spianasse. Era ancora più livida che pallida; il suo occhio aveva uno sguardo feroce. Vide passare Ofelia e se le accompagnò, ma aveva mutati appena due passi, che ecco Sulema farle un segno.
Carlo, Mimy e la baronessa si disponevano a partire.
Ella mosse loro incontro e accettò senza obbiezioni il pretesto inventato per giustificare quella troppo pronta ritirata: li accompagnò alquanto e offrendo il braccio a Mimy:
— Dunque addio, signora... siate felice.
Stavano sul limitare dell'anticamera; Carlo e la baronessa erano innanzi pei mantelli.
— Eppure se mi avessero detto, questa non è la donna che cerchi, avrei giuocata la testa che non mi ero ingannata. Voi... la coperse di uno sguardo sfolgorante di mille passioni: maledetta! esclamò respingendola brutalmente dalla porta e tornò fuggendo nel salone.
— Mi fate quasi paura, disse Ofelia imbattendosele daccapo e non sapendo ancora nulla dello scandalo del gabinetto.
Ristette: poi afferrandole il braccio con impeto repentino:
— Volete un consiglio da chi ha vissuto troppo e può darvelo? proruppe sordamente. Guardatevi dall'amore voi che siete bella, come dal vaiuolo. Se guardando un quadro, se leggendo un libro, se ascoltando un uomo o una donna vi sentite gonfiare il cuore... soffocatelo, sarà ancora ventura. Diffidate di tutto, del sole, del cielo che vi sorride, della terra che vi fiorisce intorno: diffidate degli uomini che sono bruti, delle donne che sono maschere — innamoratevi di voi stessa: ecco il mio consiglio e respingete sino l'idea di un altro amore.
Ma pronunciando queste ultime parole scoppiò in un riso convulso.
Ofelia la osservò incantata e mezzo sbigottita.
— Vi ho fatto proprio paura, segui accorgendosi, malgrado la tempesta nell'anima, di aver trasceso. Ma sapete, Ofelia, che i vostri capelli neri sono magnifici! Che bel lenzuolo per chi suicidandosi potesse avvolgervisi e cadere nel sepolcro... Belli! e le accarezzava un riccio sul collo: neri come un panno mortuale.
— Che brutte idee!
— Brutta la morte! aspettate, fanciulla, di conoscere la vita.
Quindi piantandola bruscamente come l'aveva afferrata, s'insinuò fra la folla.