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Al di là: romanzo

Chapter 24: CAPITOLO XII
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About This Book

La narrazione segue un giovane intellettuale immerso in un profondo smarrimento esistenziale: alterna urbanità noiosa e fughe in montagna, cerca sollievo nella scrittura e nella fantasia, e compone opere che incarnano le sue angosce, tra sensualità e orgoglio. Attraverso meditazioni sul senso della vita, sull'arte, sulla gloria, sull'amore e sulla morte, il testo intreccia descrizioni paesaggistiche, monologhi interiori e episodi che provocano scelte morali e azioni decisive. La struttura è frammentata in più parti che oscillano tra riflessione filosofica e azione narrativa, mettendo a confronto idealismo e disillusione.

CAPITOLO XII

Les tempêtes de l'Océan ne sont rien pour celui qui connait les tempêtes da cœur — le marin qui s'aventure dans les unes n'a souvent le courage de l'artiste, qui veut peindre les autres et s'y élance seulement pour en être ballotté: mais si nulle terreur au monde n'égale la terreur d'une tempête en mer, nulle volupté n'est si enivrante que de contempler la tempête d'un cœur, lorsque le souffle de l'ouragan passe sur le vôtre.

Lettere a OrtolaniOttone di Banzole.

Mimy era seduta sulla sponda del letto: un rossore febbrile le svaniva sul volto.

Al pendolo suonarono le due e tre quarti.

— Sola! mormorò levandosi. L'espressione di quella calma desolata era scomparsa e le rughe le si sollevavano e spianavano sulla fronte, come le onde in mare al vento: sedè a un grazioso tavolino di lacca e reclinando la testa sulla palma cadde in profonda meditazione. Si sentiva ancora più agitata che al ritorno dalla festa, quando lacerandosi il cuore coll'unghie del rimorso, piegava mal rassegnata alla sorte, ma convinta di meritarla. Adesso era ben altra la tempesta. Carlo l'aveva sollevata.

Morire senza aver nulla goduto, frangere la tazza, nella quale fuma il vino di una vita olimpica nell'atto di recarla alle labbra... Sì, e mentre pentita eroicamente di una colpa non propria si compie il sacrificio, un uomo vi tende colla insolente famigliarità del marito un lurido boccale di birra... Non era forse presto per morire? lei, che la marchesa aveva amata e che sentivasi, malgrado ogni rimorso, ancora degna di amore, morire... Non era possibile: la voluttà ridestata si aggrappava al dolore e gli contendeva l'arma omicida.

Ma perchè non vi sarebbe un rimedio? Tutto fuorchè morire, fuorchè perdere la bellezza, scendere laggiù nel sepolcro così gelido e così buio... Morire, farsi fredda, brutta: l'occhio cerulo smorto che pare di vetro colorato, la bocca livida, le mani, oh! le mani del cadavere stecchite che non si possono toccare dal ribrezzo: poi essere spogliata di quello stupendo costume alla Margherita, lasciata in camicia: poi i becchini, la cassa. No era troppo giovane ancora, troppo bella per finire così...

Morire? Che ne penserebbe Elisa? Dove andrebbe questa grande infelice?

Si fermò: la marchesa non le avrebbe creduto, se le avesse spiegato il mistero di quella scena? Certamente si erano sempre stimate e nessuna di loro avrebbe mentito in simile caso; ma bisognava presentarsi, avere tanto coraggio di raccontarle ogni cosa per filo e per segno: dirle non sono morta di vergogna, perdonatemi, perchè non ho il coraggio di morire: una nuova bassezza per redimerne un'altra!

Certo la marchesa si sarebbe alzata coll'espressione del disgusto sul volto. Mimy indietreggiò: non era più una fanciulla che piegava atterrita dall'uragano, ma una pantera, che chiusa nel vallo ad ogni modo vuole uscire e spicca balzi, tenta le porte, scruta le fessure e se non urla, l'anelito glielo impedisce. Non voleva morire senza vedere Elisa, non voleva perderla. Cercò o meglio ancora le parve cercare: sarebbe corsa da lei sopra una strada selciata con frantumi di vetro se glielo avessero ordinato.

Tornò a passeggiare arrestandosi allo specchio. La candela sul tavolo non splendeva abbastanza per illuminarlo perchè potesse vedersi bene nella lastra: pensò a Giorgio. Anch'egli era in pericolo di morte per lei, sciagurato! La mamma doveva essere afflitta di essere stata invano perversa; tutti infelici quella notte, meno Carlo. Oh, per lui non esistevano certi dolori!

Il pensiero di Carlo la respinse nuovamente verso sè medesima. Vedeva la propria orribile vita, accettando di vivere una volta partita la marchesa. Era impossibile che la mamma non arrivasse ad indovinare la generosità di Elisa e a divulgarla con tutti: Carlo, che non sapeva ancora del duello di Giorgio, lo saprebbe e si stimerebbe tradito: altri scandali. Poi la mamma che entrerebbe a difenderla per inasprire la contesa, poi Giorgio innamorato e cavalleresco che guasterebbe ogni cosa; nel miglior caso, inevitabile una separazione, e allora la società la respingerebbe. Non un mezzo per liberarsi dall'amante come dal marito. Giorgio l'assedierebbe, si batterebbe per lei, la costringerebbe a riceverlo; quindi bisognerebbe fuggire da Bologna dietro un uomo innamorato, ma capace di morire oggi per lei come di piantarla domani... Poi l'abbandono, la solitudine, la degradazione dopo la vergogna... A che rattenersi sopra una tale china di ghiaccio? Così la fanciulla che aveva amato una stella, che aveva pianto sulla propria verginità, che era rimasta pura nell'adulterio, veniva mano mano infangandosi e finiva come tante sciagurate del popolo. Allora non era meglio morire?

Lo credette: ma bisognava pure risolversi, perchè la marchesa partiva domani e il domani era già arrivato. Stava per decidere di tutta la vita. Come incalzava furioso il tempo!

Sentì mancarsi il respiro, così la colse inavvertita la necessità di risolversi subito: guardò l'orologio. Le tre e mezzo; fra tre ore il giorno imbiancherebbe.

— Mio Dio! mio Dio! esclamò nascondendosi il volto nelle palme, e cadde sulle ginocchia. Nelle circostanze scabrose i fanciulli piangono, le donne pregano, gli uomini bestemmiano — tre partiti ugualmente naturali e vani. Mimy pregò, forse non sapendo chi, per qual cosa: ma la preghiera è un trionfo del sentimento sulla ragione, e si levò più calma. Aveva risoluto: tornò al tavolo e scrisse con mano febbrile:

«Signore,

«Questo stato mi opprime: non posso più lungamente durarlo. La marchesa è innocente, è una donna sublime, che avete ragione di amare. Io era in quel gabinetto, io che vi inganno da tre mesi, ma che non vi ingannerò più. Non vi racconto la mia caduta, perchè mia madre ve l'ha raccontata; non cerco scusarmi. Io medesima non mi comprendo e scrivendovi non so bene quello che mi dica.

«Siate più felice di me: dimenticatemi. Amandone un'altra non vi sarà difficile; così non avrò almeno il dispiacere di affliggervi allontanandomi per sempre.

«Vi raccomando Giulietta.

«Non mi cercate; fra noi tutto deve essere finito. Forse il mio avvenire è più fosco del vostro, ma avrò il coraggio di compierlo sola; voi sarete sempre un uomo illustre, io sarò un'infelice di più fra i colpevoli, e sia! La vita non può essere eterna.

«Addio, signore. Se le mie ultime parole potessero non dispiacervi, vi auguro tutta la felicità che non avrei mai potuto darvi e non vi chieggo che l'oblio. Oh! gettatelo sulla mia memoria questo mantello dei morti e, seppellendomi in un angolo del vostro passato, proseguite sicuro ed avventurato. Io dormirò nella mia tomba: vi prometto di non uscirne mai più, mai più!

«Addio.

«Mimy.»

Piegata e suggellata la lettera, mise un gran sospiro.

Un nuovo pensiero la turbò? scriverebbe anche a Giorgio? Il suo buon cuore lo avrebbe voluto, ma la ragione si rifiutò. Perchè scrivergli? Che cosa dirgli? Sospirò.

Colla trepida foga della passione che si sente incalzata dalla ragione e teme di essere raggiunta precipitò i preparativi della partenza: cominciò a svestirsi, e slacciandosi l'abito arrossì di trovarsi sul seno molti bottoni aperti; lo rigettò, si sciolse le trecce e riallacciandole con febbrile prestezza le acconciò in mazzo. Aveva fretta, forse anche freddo perchè la stufa si era spenta da un pezzo. Aperse quindi lo sportello dell'armadio a specchio, e ne trasse fra molti un abito nero: se ne vesti in un batter d'occhio. Tornò ad acconciarsi i capelli. Quei ricciolini avevano l'indisciplinatezza dei ragazzi e sembravano godersi alle carezze delle sue mani delicate... poi si arresero, e benchè il loro tumulto non fosse al tutto sedato, potè coprirlo con un cappellino egualmente nero, guarnito d'un sì fitto velo da togliere ogni fisonomia al volto. Il nuovo abbigliamento era così elegante che Mimy, respingendo sui fianchi la vesta, non potè non accorgersene; ma si avvide ancora, che aveva le scarpette bianche, e le mutò.

Era smorta e patita nella faccia.

— Povera Mimy! esclamò passandosi il fazzoletto sugli occhi ancora gonfi di pianto.

Si guardò attorno: era dunque vero che fuggiva?

Non ci volle pensare.

Aveva paura di rifletterci: pensò invece a mille cose. Ah! prima di tutto il suo giornale: voleva pigliarlo seco, era una parte di se stessa, la coppa nella quale aveva raccolte tutte le sue lagrime e gittati i suoi pochi sorrisi. Andò ad uno stipetto e ne trasse un cassettino, nel quale, premendo una molla, scoprì un doppio fondo. Tutto il giornale consisteva in cinque o sei fascicoli legati ognuno con una cordicella di seta nera: perchè nera? Li prese, ne fe' un rotolo e lo mise nel manicotto. E poi?... Mille idee, mille oggetti le ritornavano alla memoria: scappò nel gabinetto, ove dalla finestra pendeva fra le tende il suo canarino.

Il grazioso animaluccio dormiva colla testa nascosa sotto un'ala. Che cosa sognava mai quella creaturina dalle penne d'oro e dal canto melodioso, adesso che la padrona veniva a salutarlo per l'ultima volta? Mimy riparò il lume colla mano, perchè la vivezza di un raggio non avesse a destarlo. Quanta calma in quel sonno! perchè noi stessi non siamo buoni come i canarini e non possiamo vivere contenti di una gabbia? Quel sonno l'affascinava... Ella dove andava? Dove?...

Le fu d'uopo di uno sforzo per sormontare la corrente dei pensieri, che minacciava trascinarla, ma vi riuscì. A passo lento e sospeso per non fare rumore, sempre colla mano riparando il lume, rientrò nella camera. Ah! s'era dimenticata: tornò allo stipo, aperse un altro cassetto e cavandone un cofano se ne cercò addosso la chiave: non l'aveva. Era d'oro e pendeva come ciondolo dalla catena dell'orologio obliato. Era il cofanetto delle gioie. Ne levò una ad una le diverse guarnizioni cercando nel fondo un pugnaletto col fodero di velluto e il manico di agata. Lo aveva comprato per un costume da ballo, ma la lama era di Lollini. Se lo mise in seno. Quando il cofano fu vuoto lo rovesciò e coll'ugna ne cavò la lastra: sotto stavano tutte le lettere della marchesa; le intascò. E allora? Quelle gemme erano troppe per portarsele via e non avevano pregio per l'anima: pensò di regalarle a Giulietta, la sola creatura che non le avesse mai recato un dolore. Quindi le rinchiuse nel cofanetto, lasciandovi la chiave, e scrisse un altro biglietto per la fanciulla.

«Buona Giulietta,

«La tua padrona ti regala queste gioie; le terrai coi coralli della mamma. Non piangere se non ci vedremo più, ed amala sempre la tua padrona.

«Mimy.»

La malinconia dell'ultima frase la vinse così che due lagrime le appannarono gli occhi. Ora che tutto era disposto per la fuga, quella piena di sentimenti e di idee svaniva per incanto: si guardò attorno. Quel disordine quasi drammatico le strinse tanto il cuore, che dovette ripetersi di non volerci pensare per soffocare l'emozione.

Interrogò l'orologio; appena le quattro e mezzo: due ore prima di giorno. Il tempo che prima incalzava, adesso sembrava andare adagio per godersi la sua tortura. Due ore lì vestita, pronta sempre a fuggire, erano troppo lunghe: doveva star seduta in quel freddo, agghiacciarsi i piedi, agghiacciarsi l'anima, riflettere ancora sulla risoluzione presa, pesarne l'audacia, scrutarne tutti i dubbi, noverarne tutti i pericoli... Non si dava forse al mondo un coraggio capace di tanto.

La candela era meno che mezza. Se si fosse spenta prima dell'alba? Nel gabinetto se ne trovavano altre, ma bisognava cercarle, e ciò aveva mille imbarazzi; in certi momenti ogni cosa, ogni atto acquista un significato incomprensibilmente fantastico. Si sentiva venir freddo; quindi per muoversi andò all'armadio e ne trasse la pelliccia di martora. Vi si ravvoltolò e si rimise a sedere come prima sulla poltrona. Cominciò ad attendere: non erano trascorsi cinque minuti che le sembrò di avere già troppo atteso e dovette alzarsi per camminare. Una smania indefinibile l'agitava; temeva di pensare e non lo avrebbe potuto in quel convulso di ogni fibra: quasi quasi vi si provò. Passeggiò, si guardò nello specchio, studiò le pieghe dell'abito e indispettita di queste frivolezze in tanta solennità di momenti rilesse il biglietto di Giulietta, riaperse quasi il cofano e si pentì a mezzo.

— Mio Dio! attendere ancora due ore.

Rigironzolò, trovò un libro e lesse:

Ma dimmi, altro è l'amore

Che lagrime e dolor?

— Altro! rispose e seguitò leggendo, senonchè la mente non teneva dietro agli occhi e gittò il libro.

Quella domanda di Japhet a Aholibama le era entrata così profondamente nell'anima che se la ripetè parecchie volte. L'amore non è che lagrime e dolore: i fiori della sua corona nascono in cielo, ma per farli vivere sulla terra un giorno bisogna inaffiarli col pianto, e forse muoiono egualmente. L'amore è un angelo allontanatosi dal paradiso per la noia della sua festa perenne, e Dio lo maledì; allora rimase sulla terra, e oggi pure tutti quelli che amano sono maledetti e piangono...

Mimy si accorse di piangere questa volta senza amarezza: pensava con malinconica confusione all'amore e piangeva. Ebbene, perchè non piangere? Ogni lagrima che stilla dagli occhi è forse un'idea dolorosa che esce dal cervello. Si avvolse più strettamente nella pelliccia, si buttò sul letto e tirandosi un lembo del lenzuolo sul volto chiuse gli occhi.

Il tempo allungava il passo.

Che cosa meditavano in quell'ora Giorgio e la marchesa?

Quali tempeste imperversavano in quelle anime più vaste dell'oceano e infinitamente più profonde?

Non cerchiamo saperlo: come tutti gli spettacoli, anche quello del dolore annoia alla lunga e non tutti i lettori avranno atteso a quello di Mimy senza provare alle ganascie il prurito dello sbadiglio... Avanti, la strada è oramai breve se triste: pochi fiori per le siepi, pochi uccelli per l'aria, poca varietà nel paesaggio... Affrettiamoci al casino, che domina quella vetta; là, in mancanza di meglio, avremo la voluttà di separarci.