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Al di là: romanzo

Chapter 25: CAPITOLO XIII
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About This Book

La narrazione segue un giovane intellettuale immerso in un profondo smarrimento esistenziale: alterna urbanità noiosa e fughe in montagna, cerca sollievo nella scrittura e nella fantasia, e compone opere che incarnano le sue angosce, tra sensualità e orgoglio. Attraverso meditazioni sul senso della vita, sull'arte, sulla gloria, sull'amore e sulla morte, il testo intreccia descrizioni paesaggistiche, monologhi interiori e episodi che provocano scelte morali e azioni decisive. La struttura è frammentata in più parti che oscillano tra riflessione filosofica e azione narrativa, mettendo a confronto idealismo e disillusione.

CAPITOLO XIII

La vita rassomiglia ad una fuga di stanze cogli usci chiusi: ogni volta che ci tocca aprirne uno ci sentiamo rimescolare o pel timore che sia l'ultimo o per l'ansia di che cosa nasconda.

Lettera a Conti.Ottone di Banzole.

La candela si spegneva che già tra le persiane s'insinuava il bianco dell'alba.

Mimy levossi sentoni: bisognava partire. Come accade sempre, anche ai caratteri forti, nel momento di eseguire una risoluzione capitale, tutte le riflessioni e i dubbi che ci lacerarono e si dispersero quando sorse, riappaiono in tumulto urtandola d'ogni parte. L'anima ricade nella agonia delle prime incertezze, ma se allora fu lunga e dolorosa, adesso è affrettata e spasmodica. Si pensa con incredibile fretta, con più fretta ancora si percorre ognuna delle vie che ci si aprono innanzi, si procede, si indietreggia come una goccia d'acqua sopra un piano mobile.

Fuggire!

Quando la tempesta si placa, il marinaio lungi dal calmarsi tiene l'occhio al mare con maggior trepidazione, poichè teme le ultime onde, sempre le più terribili forse perchè le più libere; nelle tempeste delle passioni non avviene altrimenti, e l'anima, che resistè allo imperversare della burrasca, è spesso sprofondata nelle sue estreme convulsioni.

Mimy stava immobile, poi balzò di letto: un'ultima onda la sospinse in alto mare.

Prese il manicotto, si assicurò che non vi mancasse il giornale, guardò la lettera per Carlo, il biglietto per Giulietta, li pose sopra il cofano delle gioie, girò attorno un ultimo sguardo e soffocando un sospiro, come il marinaio soffocherebbe volentieri il vento della tempesta che vuole soffiare ancora quando questa è ormai quietata, si mosse davvero fuggendo; ma nel gabinetto frenò il passo. L'uscio aveva fatto rumore: proseguì. Il canarino le gittò uno dei soliti gorgheggi senza finirlo; poveretto! la padrona non udì nemmeno quel saluto. Aprì cautamente la porta della sala, sempre sulla punta dei piedi e col cuore che palpitava da scoppiarle giunse all'altra dell'appartamento. Tirandone il catenaccio, che non stridè, le parve di cadere... C'era ancor tempo per retrocedere: dove andava? Fece un ultimo sforzo, il più faticoso in quella sfinitezza, oltrepassò la soglia e giù per le scale a furia. Per fortuna la casa non aveva portinaio, uno dei pochi comodi delle case di Bologna, e così non ebbe a fingere una andatura più calma dinanzi a questo personaggio inventato dai borghesi. Al medio evo la sentinella, adesso il portinaio.

Per strada girava ancora poca gente, niuno le badò; ma col moto l'interna agitazione le si venne calmando. S'avvide di camminare con soverchia bizzarria: si abbassò il velo sul volto e, componendo la persona alla solita eleganza, proseguì come se invece di fuggire passeggiasse.

Mimy abitava in via San Felice, onde nel passare dinanzi all'Hôtel Brun vide uscirne una folla chiassosa, e tremò. Aveva riconosciuto la principessa di San Marciano con tre altre signore e molti giovani tutti ancora in costume da ballo. Bisognava che avessero fatta baldoria tutta la notte e fossero alquanto avvinazzati per permettersi in provincia una simile scappata.

Mimy allungò il passo, ma s'intese dietro chiamare da una voce.

Si fermò.

— Come mai a quest'ora e con questo abito? esclamò gaiamente la principessa sollevandole il velo e accomodandoglielo sul cappellino.

— Mi pare che dovrei farla io questa domanda.

— Mi annoiavo, non sgridarmi, e ho pregata questi signori di divertirmi.

— Spero che ci saremo riusciti, interloquì spiritosamente uno di loro.

— V'ingannate. Vuoi venire con me? dopo aver cenato all'Hôtel Brun, andiamo a far colazione dal mio giardiniere in campagna: lo metteremo alla disperazione.

La risposta fu accolta con un hurrà.

— Grazie, balbettò.

— Non vieni! ma sentiamo, dove vai? l'abito nero... andresti in chiesa a pregare per qualcuno?

— Che fosse in pericolo, aggiunse cortesemente una signora.

Tutti risero, ma la principessa si dolse della domanda indiscreta; senonchè era già troppo tardi per respingere la cattiveria sguinzagliata da quella allusione.

Mimy si sentì raccapricciare fra quel riso e per disgrazia arrossì abbassando il capo come il condannato sul ceppo: attese. Quell'abbattimento le giovò più del migliore spirito, perchè la gente ne fu tocca e la principessa profittando del momento fe' cenno ad un signore di chiamare i fiaccheri.

— Addio, Mimy; e accompagnandosele per pochi passi tanto per liberarla dal gruppo: Dio ti salvi da incontri peggiori.

Ella non rispose, proseguì senza rivoltarsi, e fu bene, perchè avrebbe veduto quegli allegri, che ridevano guardandole dietro.

La via non era lunga dall'Hôtel Brun a San Vitale, ma non ne poteva più; le mancavano le ginocchia.

Cominciava a patire gli inconvenienti della sua risoluzione. Che cosa avrebbe detto il mondo sapendo che si recava dalla marchesa, invece che da Giorgio? La stravaganza della propria passione le apparve allora in una luce così abbagliante che la acciecò. Non vide, non capì più: era fra tenebre lacerate da baleni.

Fece tuttavia qualche passo vacillando. Per buona sorte si trovò presso una chiesa; vi entrò.

Era deserta e piccina. Una lampada ardeva dinanzi all'altar maggiore, un'altra più piccola sotto a una Madonna addolorata dalla rotella di argento in capo, un manto d'argento addosso e sette spade nel petto dai pomi luccicanti tratto tratto. Due vecchie pregavano inginocchiate presso la panca, sulla quale s'assise; lo scaccino spazzava nell'ombra. Nella chiesa durava un denso crepuscolo. Mimy aveva le vertigini.

La gente entrava nella chiesa e colla gente anche la luce. Due altre vecchie vennero ad inginocchiarsi dietro la sua panca; poco dopo ne arrivò una terza.

— Don Ignazio è uscito?

— Non ancora.

— Sapete la nuova? La Tuda è morta.

— Che! esclamarono ad un tempo le altre due.

— Sì: stamattina l'hanno trovata morta avvelenata nel letto: si è ammazzata per quel bel mobile.

In quel punto suonò il campanello della messa.

— Beppe! colui che aveva comprato l'oratorio per farci una stalla?

— Ah! don Ignazio.

— Eh?

— Ah! dicevo: ammazzarsi perchè l'aveva piantata... invece di ringraziare la Madonna della grazia. Figuratevi quella poveretta di sua madre: i pianti stamattina. Voleva gettarsi dalla finestra. Già alla Tuda ci voleva bene, perchè ti ricordi, Teresa? la Tuda non era mica figlia del marito. Basta, povera Tuda! bisognerà dire tre paternostri per la sua anima. Dicono che fosse gravida; sarà stato forse per la vergogna che si è uccisa.

— Sì! bisognava vergognarsi prima: adesso si è dannata.

— Chi sa!

— Sfido io; andava sempre a spasso con lui. Una sera li trovai da San Rocco: sua madre non ci badava. Già anche lei sempre alla finestra a guardare l'oste.

Mimy ascoltava fremendo. Un'altra infelice che s'era uccisa per amore; dunque non era lei sola ad arrischiare la vita... Tutto il mondo avrebbe riso o parlato di lei come quelle tre vecchie, ma importavano ben poco quelle risa e quelle mormorazioni nell'ora del sagrificio, mentre l'abisso chiamava la vittima e la vittima chinandosi coraggiosamente a guardare nell'abisso vi si precipitava...

Forse quella fanciulla, uccisasi per l'uomo che l'aveva ingannata, era bella e pura. Calda l'anima di amore aveva aperto le braccia al primo che passava e se lo era stretto sul cuore per comprimerne i battiti troppo violenti, ma il brutale aveva odorati i fiori, poi rotto la ghirlanda che lo legava... ed ella invece di raccoglierla di terra aveva chiuso per sempre gli occhi. La morte non era dunque così brutta, se quella fanciulla aveva osato darle il suo ultimo bacio! Adesso era morta; era sul povero lettuccio e la folla passava sghignazzando sotto le finestre; ma i pochi cuori sensibili, che l'avevano conosciuta, pensavano forse con mesto rammarico al suo infelice destino e la seguivano peregrinando collo spirito per le fantastiche regioni della immortalità...

Le batteva il cuore; il suo coraggio si era finalmente desto. Se la vita era un retaggio di sventura e bisognava trascinarla nel fango per lasciarla ad un momento segnato cadere entro una fossa fiatosa, non era meglio prenderla a due mani e arderla come un incenso al Dio del proprio cuore? Che coloro, i quali nati nel pantano non potè scordarsene, camminino sempre colla testa bassa, raccogliendovi ad uno ad uno i loro giorni, come ciottoli... e sta bene. Ma gli altri usi a camminare colla fronte levata non possono distorsi da una stella per raccogliere un sasso, nè rammaricarsi quando la strada non prosegua oltre l'ultima orma che v'impressero cadendo... Che cosa era mai morire per la marchesa se Tuda, una fanciulla volgare, era morta per Beppe?

Intanto che si esaltava in questi pensieri, don Ignazio era uscito colla messa, e le vecchie erano andate ad inginocchiarsi alla piccola balaustra dell'altare. La gente cresceva: qualcuno cominciava ad osservare quella signora seduta indivotamente, mentre tutti stavano in ginocchio. Ella se ne accorse e già infastidita dal monotono borbottio del prete, e dallo stridente rispondere del chierico, uscì. Profondamente commossa, aveva bisogno di moto e più ancora di fretta. La mattinata era splendida, il cielo azzurro, l'aria tepida dallo scirocco: poca gente girava ancora.

Mimy si affrettò. A quest'ora Carlo poteva essere alzato e Giulietta discesa ad origliare alla camera della padrona... Se Carlo la raggiungesse tuttavia per strada!

Questa paura le fece ancora più studiare il passo. Sfiancando dalle due torri scorse subito il palazzo Fantuzzi. Pochi passi e sarebbe là dentro: un nuovo tumulto di fremiti e di idee la sconvolse.

Le finestre del primo piano erano tutte aperte: così presto! Forse che lì pure non avrebbero dormito?

Mimy camminava sotto il portico, ma discendendone i pochi gradini dirimpetto al palazzo ebbe quasi a cadere; v'entrò correndo; il portinaio non la vide. Allora collo stesso impeto si lanciò per lo scalone: i capi ne erano lunghi. Anelando, ansando giunse alla porta e vi si aggrappò per reggersi in piedi tirando il cordone. La porta si aperse quasi istantaneamente.

— Ah! e Sulema rimase incantata davanti a Mimy.

Questa si fe' rossa.

— La signora marchesa... E si fermò per trarre il respiro; la confusione le impediva le parole. Non sapeva più che cosa dire, nè perchè fosse venuta.

Sulema attese.

— La signora marchesa... è in casa?

— Sì.

— Potrei vederla un momento? disse a precipizio.

— Non so: ha ordinato di lasciarla sola e di non ricevere nessuno.

— Mio Dio!... e si mise una mano sul cuore.

— Ma forse per lei farà una eccezione: in ogni caso, se avrò disobbedito, spero di essere perdonata.

L'invitò ad entrare. Traversarono l'anticamera ridotta a capanna e Mimy tornò ad arrossire osservando la porta del fatale gabinetto; passarono pel salone ancora in disordine e si fermarono in un salottino assai elegante.

— Che cosa debbo dire alla signora marchesa?

Mimy si grattò il capo come un fanciullo: tremava a verga a verga.

— Aspettate, e traendosi di tasca il taccuino ne staccò un foglietto e colla matita, che le pendeva alla catenella dell'oriuolo, scrisse:


«Non sono innocente, però prima di condannarmi ascoltatemi: dirò tutto e poi farete di me quello che vi parrà... Ma se la mia colpa non è più grande del vostro cuore ascoltatemi.

«Mimy.»

Piegò il biglietto e glielo consegnò.

Sulema partiva.

— No: pigliate anche questo, e le diede dal manicotto il giornale.

L'araba uscì, ed ella cadde sospirando sopra una sedia.