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Al di là: romanzo

Chapter 27: CAPITOLO PRIMO
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About This Book

La narrazione segue un giovane intellettuale immerso in un profondo smarrimento esistenziale: alterna urbanità noiosa e fughe in montagna, cerca sollievo nella scrittura e nella fantasia, e compone opere che incarnano le sue angosce, tra sensualità e orgoglio. Attraverso meditazioni sul senso della vita, sull'arte, sulla gloria, sull'amore e sulla morte, il testo intreccia descrizioni paesaggistiche, monologhi interiori e episodi che provocano scelte morali e azioni decisive. La struttura è frammentata in più parti che oscillano tra riflessione filosofica e azione narrativa, mettendo a confronto idealismo e disillusione.

CAPITOLO PRIMO

Laura. L'amo come il fulgor del creato,

Come l'aura che avviva il respir,

Come il sogno celeste beato,

Da che venne il mio primo sospir.

Gioconda. Ed io l'amo siccome il leone

Ama il sangue, ed il turbine il vol,

E la folgor le vette, e l'alcione

Le voragini, e l'aquila il vol.

La Gioconda.Arrigo Boito.

La marchesa era seduta sopra una lunga poltrona ai piedi del letto; Sulema si ritirò immediatamente, mentre Mimy entrava cogli occhi bassi e il passo incerto, arrestandosi poco oltre la soglia.

Elisa fe' un gesto e l'altra, attirata quasi a forza, le venne innanzi alla ottomana senza nemmeno vedere che la marchesa si era sollevata sul busto attendendo ansiosamente una parola.

Mimy non parlava: pareva vacillare.

— A che debbo mai, signora, la fortuna di questa visita mattutina? disse finalmente Elisa alzandosi.

Mimy, che aveva rifiutato l'invito di sedersi, fu percossa da questa fredda e semplice domanda: A che debbo mai? Non aveva dunque voluto leggere il suo bigliettino? La fissò un istante, poi gli sguardi le si appannarono e cadendole ai piedi le abbracciò le ginocchia in piantò dirotto.

— Perdono, perdono!

— Mimy! esclamò prendendole il volto nelle mani: mi tradivate dunque quando vi sorpresi?

— No.

— Giuratemelo.

— Ve lo giuro, e se mento Dio mi uccida prima che mi abbiate perdonato.

— Ah! ruggì la marchesa rialzandola robustamente e premendosela sul cuore. Mimy non singhiozzava più, ma piangeva ancora e i baci di Elisa le cadevano sulle gote più caldi e più frequenti, anzi l'abbraccio era così violento, che le mancò il respiro e le chinò il capo sulla spalla.

Soffocava dall'emozione.

— Mimy, Mimy.... O mio Dio! che cosa hai? sono la tua Elisa, diceva sentendosela svenire fra le braccia. L'adagiò teneramente sulla poltrona e alla sua volta inginocchiandosi.... Mimy, ripeteva, sono la tua Elisa.... guardami dunque....

Quello di Mimy non era che languore, ma s'infinse alle dolci carezze e tenne chiusi gli occhi per non mutare guanciale. Le riposava il capo sul seno: ma siccome l'altra seguitava a smaniare, li aperse languidamente e sorrise.

— Mia....

— Sempre.

— E mi ami?

— Più.... Mimy cercò un paragone... più che tu non mi ami.

La marchesa abbassò gli sguardi quasi umiliata da quella parola, ma risollevandoli prontamente le chiese agitata:

— Ma a casa tua?...

— Sono fuggita.

— Che! Se ti inseguisse? è un uomo geloso, vendicativo. Gli hai detto che venivi da me?

— No.

Respirò.

— Allora forse ti inseguirà.

Mimy comprese.

Tacquero un istante.

— Sempre con te.

— Sempre; la marchesa abbracciandola nuovamente le sentì una gonfiezza in una tasca: Che cosa hai?

— Guardaci, tutte le tue lettere, tutte. Le cavò con vanità bambinesca e gettandogliele in grembo: Vuoi che te ne reciti una? le so tutte a memoria.

— No, parlami piuttosto di te. Sei proprio fuggita? non volevi dunque più ritornare a casa?

— Certo. — E se non mi avessi trovata? Se ti avessi respinta?

— Cattiva! rispose con una smorfia.... Impossibile!

— Supponilo.

— Sarei morta.

— Come?

— Non lo so.

— Dunque non ci pensi più al passato?

— E nemmeno al futuro! mi basti tu.

La marchesa pure si senti vacillare nella stretta di quell'amore.

Così durarono chiacchierando, Mimy assorta nella felicità, l'altra trepidante di perderla ancora ad ogni momento. La fanciulla non si ricordava già più delle angosce della notte, nè della lunga agonia del mattino: il passato era veramente sparito. Elisa la teneva sulle ginocchia; che cosa era più tutto il resto? Nullameno la coscienza le si destava a volta a volta da quel voluttuoso languore come da un sogno, si assicurava di non sognare e tornava ad assopirsi. Allora Mimy guardava la marchesa, socchiudeva gli occhi e posandole il capo sul capo la baciava furtivamente.

A una di quelle occhiate:

— Hai pensato, Mimy, che cosa faremo?

Ella spalancò gli occhi.

— Cara bambina, non vorrai già restare a Bologna: tuo marito ti cercherebbe, sarebbe capace di rivolerti.

— Lo sfido.

— Non ti ci provare.

— Ecco, ti rispondo come mi hai risposto: parliamo di te. Tu che hai tanto ingegno mi dovresti parlare come mi scrivevi. La tua pallida fanciulla ti si è davvero intrecciata ai capelli, e vi si insinuava le dita scomponendoli, come un ramoscello spinoso, me la ricordo questa cattiva parola, ma non oserai strapparlo. Improvvisami un inno: gli uccelli li improvvisano pure al sole! scoppiò improvvisamente a dire.

— Di gioia, ma l'aquila, che sola lo ama, stride quando s'innalza verso lui. Non ti fidare alla passione che studia il ritmo. Quando essa scoppia davvero, è molto se ci resta la forza di un gemito, ma appena il vulcano cessa dall'eruzione la fantasia ritorna, raduna qualche carbone, vi soffia e ridesta in piccolo l'incendio che l'aveva fatta fuggire. Sai dove si leggono gl'inni?

— Nei libri.

— Negli occhi: ma se quelli dei libri esaltano, quelli degli occhi abbruciano.

— Ti ritrovo dunque, mia Saffo. Come sei bella e grande! Mai inni, mai poesie scritte: tu sarai il mio poeta. Già non ho mai capito come si possa gettare alla plebe le proprie emozioni. Tu sarai il mio poeta e canterai per me sola senza accorgertene: io raccoglierò le perle de' tuoi canti nell'urna del mio cuore e le seppellirò meco.

A quest'ultima parola di morte che conchiudeva un dialogo così fulgido di vita, la marchesa considerò con tristezza la bella testa di Mimy resa affascinante dalla gioia.

— Perchè parli di morte, fanciulla?

— Non lo so; tutte le volte che sono felice penso di morire.

Ed ella pure si fe' grave.

Stavano sempre nella stessa attitudine, Mimy sulle ginocchia di Elisa, entrambe con un braccio intorno alla cintura: quella vestita di nero colla luce dell'ebbrezza nel volto ancora macilento dalle passioni della notte e, in tale contrasto, stupendo; questa chiusa in una ricca vesta da camera bruna a bruni ricami, pallida, mal pettinata, con un cerchio turchino sotto gli occhi così terribilmente più vivi. Però quella carissima attitudine alla lunga doveva stancarle; Mimy, che se ne accorse la prima, si lasciò scivolare per terra e, sdraiandosele ai piedi, appoggiò la testa sui ginocchi dell'amica. Era accaduto un gran cambiamento nello spirito di Mimy, dianzi così timida e riservata e adesso così espansiva e folleggiante. Forse la vispa educanda di suor Maria, morta da qualche anno, risorgeva senza ricordi del tempo della morte e, mutata l'amante, sempre collo stesso spirito delicato e leggiero. Invano si sarebbe voluto riconoscere in quella donnina bizzarramente allungata sul tappeto la stessa, che poche ore prima stava attonita in un atroce abbattimento sulla sponda del proprio letto o si trascinava vacillante in chiesa. Ma la sua natura eccezionale, col cuore di un poeta e la fantasia di una vergine, costretta a svilupparsi inarmonicamente nella prima famiglia della madre e nella seconda del marito, aveva presa l'abitudine di una vita ideale, immaginosa. Così dopo essersi dibattuta angosciosamente nella tempesta, adesso gettata sulla riva s'incantava guardando le farfalle e i fiori senza più pensiero del mare: la donna dalle violenti passioni si era addormentata e la fanciulla dalle fantasie idilliache, quasi ne fosse il sogno, sorrideva e gioiva.

Forse la marchesa faceva queste riflessioni assaporando quel suo pazzo e bambinesco atteggiamento.

Mimy cessò dalle carezze.

— È proprio vero! se sapessi... quella maledizione. Me la sento ancora passare sulla testa e mi si rizzano i capelli: mi pare un sogno di essere in paradiso! Come ho pianto! Però ne sono contenta..». Soffrire per te, per starti sempre sulle ginocchia.

— Credi di essere stata sola a soffrire?

— Ti avrò afflitta... non me lo perdonerò mai, ma se Dio ha veduto il mio dolore, egli pure deve: essersene impietosito.

Una lagrima le sorrise fra le palpebre.

— Piangi ancora?

— No, no, rispose nascondendole la faccia fra le ginocchia.

— Mimy, le disse dopo una pausa e con tono quasi solenne la marchesa, il volto soffuso di rossore e gli occhi scintillanti: hai una religione? Ebbene, giurami pel tuo Dio che non mi tradirai e che se un giorno non ti piacerò più me lo dirai: ti renderò la tua libertà.

Si abbracciarono.

— E tu non mi fai promettere nulla?

— Io! non ne ho il diritto, non sono come te, sono una mendicante, che raccogli, e vuoi che patteggi? Guarda. Se adesso quella porta si aprisse e entrasse una donna infinitamente più bella di me e tu mi lasciassi per cadere ai suoi piedi... non mormorerei: mi avresti amata e basta. Se adesso mi trovassi brutta e dovessi cacciarmi.... uscirei, andrei a cercarmi un angolo isolato, nel quale raccogliermi a pensare che mi hai amata... Tu, proseguiva, obbligarti meco! Non voglio esser una tua pari, mi basta di essere l'ultima serva, ma la più innamorata. Ho pensato spesso, vedendo una farfalla sopra un fiore, a chi godeva più se la farfalla o il fiore, e ho sempre tenuto pel fiore. Sentirsi finalmente premere dalla farfalla, sentire che il seno si apre e che questa farfalla, per la quale si è tanto palpitato può d'istante in istante involarsi, deve essere la più intensa e la più delicata delle voluttà.

— Ma la farfalla morrà sul fiore prima di spiccarsene.

— Se il fiore non muoia prima di dolore, sentendosi avvizzire sotto il bacio della farfalla celeste...