CAPITOLO II
T'amo, Fernanda, t'amo come l'uccello ama l'aurora, il marinaio il mare, il poeta la gloria, come tu ami il denaro, come non potresti mai nè meritare, nè comprendere: e, se non mi amerai, comprerò la tua avarizia, e sarai mia come il cavallo che monto e la pipa nella quale fumo.
Ottone di Banzole.
Forse era trascorsa un'ora in quelle carezze, quando fu bussato alla porta e Sulema entrò sbigottita nel volto.
— Il signor avvocato! disse prevenendo l'interrogazione della marchesa e gettando un'occhiata a Mimy.
— Il signor avvocato, ripetè severamente la marchesa, e perchè l'avete introdotto?
— È entrato per forza; e le spiegò come si fosse cacciato quasi a furia nell'anticamera ordinandole imperiosamente di annunziarlo.
La marchesa taceva, ma nella calma del suo volto si sentiva la tempesta.
— Coraggio! è l'ultima burrasca, ma la supereremo, si volse a Mimy stringendole in fretta la mano.
Questa le corse dietro.
— E io?
— Tu aspettami qui.
Sembrava che Mimy volesse aggiungere qualche cosa, ma o si pentì o non ne ebbe la forza: però l'altra preoccupata non se ne accorse. Uscì, e rientrando subito con un foglio in mano:
— Leggi: ti passerà meglio il tempo. È una lettera che ti ho scritto stanotte.
Mimy era abbattuta, Elisa collo sguardo corruscante; al sito del cacciatore la leonessa si alzava squassando la criniera.
Mimy si riassise sulla poltrona e l'ansia di conoscere che cosa le scrivesse nella medesima ora d'agonia la vinse sull'ansia della caccia che Carlo le dava. Si strinse i fogli contro le labbra e lesse:
«Signora,
«Non so che cosa vi dirà il cuore quando questa lettera vi sarà presentata, non so nemmeno se l'aprirete o se gettandola da lato chiuderete la porta ai pensieri, che volessero parlarvi di me: ma il destino m'impone di scrivervi, e scrivo. Nella vita non ho traversato ora più terribile di questa, nè mai la penna mi ha tremato più convulsamente fra le dita. L'uragano m'imperversa con tale violenza nel cuore, che parmi quasi intendere d'istante in istante spalancarsi la finestra ed entrare la bufera. Di dove incominciare? Che cosa vi dirò adesso che il torrente è precipitato in mezzo a noi e ci separa? La sua piena, che svelle i massi e sradica i faggi, non può arrestarsi al cenno supplichevole o altero della mia mano, essa rugge più del leone, come il leone squassa a volta a volta la spumante criniera, pronta come il leone a divorare l'audace o lo sciagurato che vi cada... Non importa, mi vi debbo lanciare... e voi, che veggo bella e tenebrosa sull'altra sponda, se non avreste ascoltato le parole che vi avrei detto dalla mia, ascoltate il grido che vi mando travolta fra l'impeto e la minaccia delle acque.
«Adesso, lo so, siete nella vostra camera, sola e piangete... Oh, ve ne prego per la pietà di quanto nel mondo è bello e sventurato, non piangete. Le vostre lagrime sono come macigni che avvallino dalle cime delle Alpi e mi piombino addosso e mi sfracellino. Non piangete, ascoltatemi. Se nel passato venni mai a passeggiare pei boschi odorosi della vostra immaginazione; se il vostro pensiero ha mai seguito la traccia de' miei passi; se il vostro desiderio ha mai confuso il suo alito coll'alito del vento nei veli della mia fronte; se fra il sorriso dell'azzurro celeste e il sorriso più bello di migliaia di fiori vi apparvi mai bella; se qualcuno de' miei canti è passato mai sul vostro cuore e ne ha destato gli echi del cielo che dormivano; se mai vi piacqui un istante e scomparendo fra la folla degli altri fantasmi mi rammaricaste perduta — ascoltatemi adesso, e ordinando all'orgoglio, come ad un cane troppo ringhioso, di accovacciarvisi ai piedi, ascoltate il mio racconto come ascoltereste il racconto della fanciulla che Heine, il vostro grande poeta, osservava affascinato in fondo all'oceano, seduta alla finestruola della casuccia neerlandese.
«Avevo creduto che ci fossimo comprese senza troppe spiegazioni e mi sono ingannata; o Dio, geloso di un amore assai più grande della sua creazione, ha ingannato me e voi. Perchè un abisso si è sprofondato fra noi e, invece di camminare l'una al braccio dell'altra, stiamo nell'attitudine di due sentinelle nemiche sull'orlo dello stesso confine? Perchè i nostri cuori non battono più la stessa musica e le nostre idee fendono con volo disordinato il cielo verso punti contrari?
«Siamo solamente infelici, o siamo anche colpevoli?
«Osiamo essere franche.
«Comunque sia del nostro avvenire, l'amore è stato in mezzo a noi. Ci teneva ognuna con un braccio alla cintura e così sostenute abbiamo camminato qualche tempo colla leggerezza della nuvola. Ci siamo amate, perchè vicine i nostri cuori si intendevano sempre o nel silenzio o fra il vano cicalìo delle convenienze; perchè lontane i nostri pensieri s'incontravano sempre o volassero nel cielo della speranza come due colombe o nuotassero nell'oceano del dubbio siccome due naufraghi; ci siamo amate in ogni sentimento dell'anima, in ogni fibra del corpo, amate dappertutto, là negli splendidi paesaggi della fantasia, nelle calde oasi dei sensi, nelle valli poetiche del cuore.
«Se i nostri occhi cadevano sopra un quadro o sopra un fiore, trasalivano della stessa emozione: la musica ci rapiva sempre unite in un'onda, la poesia ci parlava il medesimo linguaggio e le rispondevano le medesime parole. Forse mai, dacchè il soffio di Dio accese il fuoco nel sole, due raggi se ne spiccarono e piovendo per lo spazio si riconfusero, come i nostri due spiriti nelle loro passeggiate pei giardini della passione...
«Vi ricordate il nostro primo incontro a Rimini, alla porta dello stabilimento, che dava sul mare? Voi arrossiste come una fanciulla al primo sguardo di un uomo, io palpitai come non avevo mai palpitato. Vi cercavo da cinque anni; vi avevo trovata. Come mi sembraste bella nell'ebbrezza del mio trionfo!
«Io che mi ero affannosamente costruita una diga intorno al cuore, perchè nessuno venisse a specchiarsi nel suo lago e a pescarvi; che avevo dovuto ogni giorno alzarne ed ingrossarne le muraglie, che avevo vissuto tanto tempo nello spasimo d'imprigionarvi le onde della vita temendo pur sempre che ne sfuggissero... allora colle mani tremanti di gioia rovesciai la diga, l'acque dilagarono trascinandomi e nessun naufragio fu più voluttuoso del mio, ma, ahimè! avrei dovuto morirvi. Vi amai e vi volli.
«Cercai di conoscervi. Anelavo di scoprire il vostro spirito, non perchè dubitassi di trovarlo meno bello della vostra persona, ma anelavo di conoscerlo come si anela di baciare la bocca che ci ha confessato l'amore. Ci parlammo... Una sera che la luna era limpida come lo splendore dei vostri occhi e che il mare si era addormentato in quel lume vi trascinai lungo il lido: vostro marito ci seguiva con un altro signore in distanza, potevamo quasi credere di essere sole. Vi feci sedere sulla mia mantellina e vi dipinsi col linguaggio indolente della fantasticaggine una fuga. Mi credetti compresa poichè vi vidi tremare: esultai. Una donna plebea avrebbe giudicato ridicolo il mio sogno: voi lo rammaricaste impossibile. Non avevo quindi che a procurarne le circostanze.
«Badate, signora, al racconto che vi faccio: non vi nascondo nulla, e se, leggendolo, immaginerete solo quanto soffro a scriverlo, avrete pietà di me.
«Vi feci quindi la corte, e vostro marito la fece a me. Ebbi torto di accettarla per servirmene a spronare il vostro affetto: donna, dovevo astenermi da una manovra resa oramai grottesca dall'abuso immemorabile che gli uomini ne hanno fatto; non dovevo io, che vi disputavo loro, usare le stesse maniere, e poichè il mio amore era più nobile e più delicato coprirlo di così abbiette apparenze. Ebbi torto e forse adesso ne sconto la pena. Ma se innamorata come donna non lo fu mai e capace delle audacie più perigliose come dei sagrifici più difficili, invece di circuirvi ignobilmente fossi un giorno venuta a dirvi: Mimy, siate la mia amante; che cosa mi avreste risposto? Non anticipiamo sulla fine. Vi ho offeso e vi domando perdono colla fronte, che non si era ancora piegata, stesa nella polvere.
«Sapendo che partireste a giorni per ritornare da Rimini alla vostra villa, partii prima di voi improvvisamente e così potei scrivervi. Quante cose si scrivono che non si dicono! Trovai un casino non molto lontano dal vostro, e là vi attesi. Veniste, vi chiesi un abboccamento misterioso e cominciarono i nostri colloqui. Quanta poesia in quelle brevi passeggiate del vespero su pel viale, che menava alla parrocchia! Voi fanciulla io donna tremavamo ad ogni stormire di fronda, ci guardavamo dietro, consultavamo le ombre e le svolte; i baccelli delle acacie urtandosi fra loro ci comunicavano ineffabili paure: perchè? Ci stringevamo la mano, poi ad una parola improvvisa i nostri due spiriti spiccavano il volo... e lungi, lungi. Molte volte fui tentata di sedurvi, ma resistei. Benchè lasciandomi corteggiare da vostro marito mi fossi cacciata per una falsa via, non ero così pervertita da correrla tutta. Sicura del vostro amore, volevo attendere che acquistasse la coscienza di sè e si interrogasse per interrogarlo alla mia volta.
«Mi amavate, concepivate che due donne potessero amarsi più di due uomini, ma che potessero romperla colle convenienze e colle istituzioni, romperla colla natura, diciamola questa parola che fa rabbrividire i pedanti, e unirsi in una sola vita... ignoravo se arrivaste fin lì. Vi osservavo abbandonarvi fidente alla simpatia che vi inspiravo; vi vedevo fremere alle audaci parole che vi andavo lanciando sulla condizione della donna, e nulla più. In un'anima infantile come la vostra, e m'ingannavo, la coscienza di un amore come il mio doveva produrre un immenso tumulto. Non vi scopersi il tumulto, non vi supposi questa coscienza e non volli con arte affrettarne lo sviluppo.
«Dio, fu detto, è paziente perchè è eterno: io ero paziente perchè ero innamorata.
«Ma soffrivo. Le carezze dei vostri sguardi, le moine della vostra voce, il vento di un vostro sospiro mi facevano battere il cuore colla violenza di un maglio sopra un'incudine. Mentre vi parlavo mi obliavo sognandovi: studiavo la purezza della vostra anca, indovinavo la forma del vostro seno, e dal piede salendo su per lo stinco mi perdeva nel buio e nella febbre... Se sapeste quante volte avrei voluto ricevere una ferita perchè voi mi spogliaste... Quella volta che vi appoggiai il capo sulla spalla, ero quasi vinta: l'aria era troppo ardente, voi troppo bella. Ma appena ero sola mi volgevo i più acerbi rimproveri, strapazzavo la mia anima fangosa come un negriero può in un eccesso di vino strapazzare uno schiavo, e tornavo a giurarmi che non vi sedurrei. O tutta mia e sempre mia, o nulla. Eravate la vita per me; o la vita o la morte, non agonia, non possesso diviso, non amore smezzato. Voi la mia amante e la moglie dell'avvocato! Questa idea mi pareva più assurda che l'altra di potere un giorno non vi amare. Aspettavo e fidavo.
«Vostro cugino ritornò da un viaggio. Quando lo ebbi conosciuto tremai. Era una grande natura. Non so perchè, voi gli piaceste allora la prima volta e cominciò a corteggiarvi per calcolo, finendo ad innamorarsi davvero. Mi ritirai. Avrei potuto disputarvi, perchè il mio spirito e il mio ingegno non erano minori del suo, e spesso la vanità mi spingeva alla lotta, ma l'amore trionfò della vanità. Indietreggiamo, mi dissi: ella mi conosce abbastanza, lasciamole la scelta; forse, costretta a discutere l'adulterio, apprenderà la coscienza del mio amore.
«Diradai quindi le mie visite, resistei a tutti gli sforzi dell'avvocato e mi allontanai, mentre egli diveniva ogni dì più assiduo. Sola nella mia villa pensavo a voi notte e giorno, immaginando che foste sempre sul punto di cedere. Nei giorni della passione la Madonna non ha sofferto la metà delle mie torture! Volevo sempre vedervi, facevo attaccare la carrozza, sellare i cavalli, poi tornavo in camera e mi vi serravo.
«Finalmente le forze mi si logorarono e partii per Bologna sperando di affrettare la catastrofe. Vostro marito mi aveva prevenuta mi vi aspettava con voi. Non vi dirò le mie pene per evitarvi: non volevo incontrarvi per non sillabarvi lentamente sul volto la mia sconfitta o la mia vittoria; era questa una pena umanamente insopportabile. Ritornaste in campagna, io dopo: avevo perduto. Il conte era stato veduto di notte a braccetto con un suo paggio; indovinai che foste voi, ebbi ancora la bassezza di spiarvi e vi riconobbi. Venni a visitarvi. Eravate triste, e il cuore mi disse che foste stata più soggiogata che sedotta. Ciò calmò la mia disperazione.
«Venimmo in città e mi confermai nel sospetto. Ogni dì vi facevate più pallida e più bella; eravate meco vergognosa, fra noi nessun ricordo di Rimini, dei primi convegni, delle passeggiate segrete. Non ridevate più: la vostra toeletta era trascurata, ancora più triste del vostro volto.
«Allora decisi di disputarvi; il resto lo sapete.
«Eppure, v'insisto, ci siamo amate. Benchè m'ingannassi non stimando nella vostra anima la profondità, che poi vi scopersi, non posso non credere al nostro amore: ci siamo amate, e se anche l'odio accendesse ora fra noi la sua fiaccola fosca non ci abbaglierebbe tanto da farci perdere lo splendore dei nostri sorrisi di un dì.
«Il passato è passato, asilo di conforto contro la collera di Dio e delle passioni! Come vi veggo, bella nella memoria! Perchè non posso ripetere la vostra immagine sopra una tela e metterla sopra un altare? Fanciulla, fanciulla, perchè siete mai così bella! Se la voce dell'amore fosse potente, come cantano i poeti, griderei adesso con tutte le forze chiamando le stelle dalle loro danze remote, e le pregherei di venir meco in processione ai vostri piedi ad implorarmi il perdono piangendo coi loro occhi immortali, che non conobbero mai che il sorriso... Chiamerei tutti i fiori, quelli che sorgono sulle nevi immacolate e quelli che si ergono fra le sabbie dei deserti, perchè vi circondassero amorevolmente e ognuno nella sua favella di odori vi parlasse di me...
«Amatemi, amatemi se il vostro spirito è grande, perchè il mio amore è un infinito e sarà vostro.
«Ma ditemi, voi, che siete trascorsa audace per gli oceani tenebrosi della passione a gettarvi la sonda e la rete, perchè mi avete amata? L'amore per una donna avete forse creduto che potesse nutrirsi sempre delle insipide erbe dell'amicizia e che tutta la sua vita dovesse passare nello studio di nascondersi a sè medesimo per non discutere il proprio problema? Se prima di conoscere l'amore con un uomo potevate, e non era così, non comprendere che l'amore con una donna dovesse essere altrettanto pieno nel possesso; dopo non più... E allora perchè lusingarmi, rinvigorirmi con una promessa la lena moribonda per voltarmi a un tratto le spalle e sospendervi al collo di lui? Che Dio trovi, egli cui dicono sì buono, nella sua infinità abbastanza misericordia per rimettervi il male che mi avete fatto!
«Se la bruttezza della loro forma, le oscenità del loro cuore, le dissimiglianze del loro carattere e delle loro attitudini, le asperità infine della natura degli uomini vi avevano spinta verso un ideale migliore; se neppure il genio e la passione del conte, gli debbo nemica queste lodi sincere, vi avevano nascosto i suoi difetti, e l'amore di una donna bella della vostra bellezza e del vostro cuore sorrideva ai vostri sogni di fanciulla e ai vostri dolori di donna...; se la donna cercava la donna, e io vi apparvi la donna ideale, perchè rifiutaste di fuggire quando vi condussi alla stazione? Non oso dirvi questa terribile parola e mi scivola mio malgrado dalla penna: Mimy sarebbe stata più piccola del suo amore, poichè Mimy amava?
«Non amavate vostro marito, non amavate vostro cugino, a chi dunque mi avete posposta? Che io lo sappia almeno il nome del mio rivale per dirgli di condensare la sua vita nel vostro amore e di morire per voi... Sarà pur bello, se vi piacque, e io cadrò ai suoi piedi, adorando questo maschio Iddio della bellezza, che passa la prima volta sulla terra! Ma allora vi converrà fuggire con lui: dove andrete? Da quando l'amate? Prima di conoscermi, o dopo? La testa mi si perde in queste congetture e sento che la ragione è sfinita di questa lotta di argomenti.
«Addio, signora. Comunque sia, mi avete respinto e la mia ultima prova di amore sarà di non importunarvi mai più. Napoleone perdendo l'impero del mondo conservò ancora uno scoglio, da cui guardare l'immane ruina ed essere dal mondo contemplato immane ruina egli stesso... Di lui più infelice avrò maggiormente perduto e non potrò più vedervi, nè essere veduta da voi. Non avevo che voi nella vita; per voi che non conoscevo ancora avevo reso bello collo studio il mio spirito; per voi educata la mia bellezza a tutti i vezzi della voluttà; per voi aveva cresciuto un amore, quale nessuna donna aveva mai offerto e nessun uomo goduto... voi sola, e mi fuggite! avrò invano vissuto. L'altare era coperto di fiori, splendevano i ceri, l'organo mormorava le sue commosse armonie e la fidanzata ha fuggito la fidanzata davanti all'altare... che il genio del male s'inebbrii dunque del suo trionfo e rovesci lo splendido tempio sul capo dei credenti. Tutto è finito; parola più amara di tutta l'amarezza dell'oceano condensata in una goccia... Ho vissuto e vivrò ancora, sia pure per poco... e perchè? Offro me stessa in premio a quel filosofo, che sappia dirmi adesso il perchè della mia vita.
«Ascoltatemi ancora qualche momento. Questa è la mia ultima lettera, la corda che mi tiene sospesa sull'abisso; non vi lagnate dunque se l'allungo di un palmo e ritardo così la caduta. Affacciatevi piuttosto una ultima volta sul mio abisso, così che guardandovi io non senta più il vuoto sotto i piedi e non vegga più finire la corda nelle mani della morte... Oh! io casco dal cielo, ma il sole mi splende indifferente sul capo e l'azzurro sorride, la natura esulta: io sola infelice, io sola colpevole... ah no, signora, credetelo, colpevole lo siete anche voi. Mi avete pure crudelmente trattata! Respingere il naufrago che aveva afferrata la riva, rinchiudere la cassa sul sepolto che l'aveva scoperchiata!
«Ascoltatemi.
«Poichè dovrò allontanarmi, non negate il tozzo di pane al povero, cui rifiutaste l'ospitalità, e ditemi: allorchè mi amaste, quale era il vostro sogno di vita? Ecco il problema che da sola non risolvo e nel quale si dibattono spasmodicamente il mio cuore e la mia ragione.
«Quando ero fanciulla, come voi, sognavo l'amore di una bella che bella solamente per me non patisse alcun lordo contatto, non avesse altro pensiero che d'essere bella e di amarmi. Nobile, bella, ricca io medesima, immaginavo che nulla potesse impedirmi di vivere per tale sogno e di ottenerlo. M'ingannavo: dovetti essere moglie, umiliare il mio ideale, prostituire i miei sensi sotto un uomo; senonchè la violenza non potè degradarmi, mi ribellai, riebbi l'indipendenza e fui vedova, doppiamente ricca di danaro, d'esperienza e di passione. Quindi cercai il mio sogno e non lo trovai.
«Intanto, nella speranza mi era preparato una specie di serraglio, compiacendomi a chiamare col nome di schiave le cameriere che mi idolatravano. Viaggiai mezza Europa, approdai in Oriente, rimontai l'Egitto e conobbi donne di rara bellezza, d'ingegno vivace, ma nessuna che rispondesse al mio cuore. Ero dunque pazza se cercavo la felicità in un'altra zona fuori della natura? Ma una voce segreta mi susurrava che esisteva, e mi sentivo troppo nobile di anima per stimare la mia passione una bestialità. Proseguii i vagabondi viaggi e finalmente stanca tornai in Sicilia, spendendovi un anno a adornare la villa per la mia incognita. Poi mi rimisi in cammino, e v'incontrai. Ma se meco aveste comuni le giovanili aspirazioni ed i sogni, e al pari di me non potevate amare che una donna, perchè il pensiero di vivere meco lungi dal mondo, al di sopra del mondo, non fu il primo della vostra mente, per non dire del vostro cuore?
«Se Dio esiste e la morte ci apre le porte del suo tribunale, io potrò sempre dirgli: la mia vita giusta o reproba è una, diritta, sempre fedele a sè stessa; non ho mai deviato volontariamente, non ho rallentato il passo, discussa la meta... Ma voi gli direte altrettanto? voi che avete ingannata e tradita voi stessa; voi che per paura di un urlo plebeo avete posto la mano sulla bocca dell'amore e soffocandolo gli avete detto: taci! Voi che avete stritolato un'anima grande come la vostra, perchè? ditemelo, signora; via ditemi come pensavate, come pensate adesso di vivere; ditemi, poichè la vita è un matrimonio, a che, a chi vi sposereste se non mi avete sposata?
«E noi saremmo state felici. Vi avevo già preparato un castello, un serraglio per voi la sultana. I miei milioni, perdonatemi la goffa particolarità, vi avrebbero circondata di un lusso quale solo la poesia può desiderarlo; voi sultana, regina, idolo, dio. Il mio amore si sarebbe steso ai piedi per rendervi più soffici i tappeti dei fiori o della Persia, si sarebbe addensato intorno alla vostra nudità per avvolgerla in una nube sfolgorante, o avrebbe soffiato sulle pieghe dei vostri abiti per renderle più lievi e più loquaci. Fuori alla campagna sarebbe stato il genio della solitudine e della natura, nelle sale del mio palazzo il mago dell'arte e della voluttà. Voi desta, avrebbe vegliato sulle ore che passavano perchè ognuna vi gettasse un sorriso o un piacere: voi addormentata, avrebbe composto la musica per i balli dei vostri sogni... Il mio amore sarebbe stato sempre con voi, dovunque; il mio amore avrebbe saputo uccidermi se glielo aveste ordinato...
«Che gli dirò adesso, al mio amore, adesso che lo avete abbandonato? Perchè vi ho mai rispettata nei primi convegni e debbo essere cacciata dalla fontana senza avervi pure bagnato il lembo della veste? Non vi ho dato che un bacio e non vi ho posato che una sola volta il capo sulla spalla... Ebbene, fanciulla, poichè vi sono dispiaciuta e mi rinnegate, venite a godervi la mia morte; andrò a sdraiarmi sul coperchio della mia tomba, quello sarà il letto e il veleno lo berrò alla tazza della vostra indifferenza... Ma lasciatemi amare, lasciate che vi spogli quel casto costume di Margherita, mentre spoglierò il mio tetro costume di Notte. Vi prometto di non violarvi, ma nuda vi sentirò nuda, vi bacierò solo i capelli, e così non sentirete i miei baci; ma nuda al vostro fianco, il seno presso il seno, l'anca nell'anca, il volto nel volto, la mano nella mano, così, almeno così... e quando sarò morta levatevi, signora, ma fate piano, perchè anche morta sentirò quest'ultimo abbandono e i fremiti del mio cadavere potrebbero spaventarvi...
«Oh, Mimy, ma è impossibile che ci lasciamo! Allora se ne vada il sole e seco se ne vada la terra, che non mi erano cari se non per voi!
«Ci penso e vaneggio: è impossibile che ci lasciamo. Avervi cercata cinque anni, essere cresciuta per voi, per voi divenuta una donna, e abbandonarvi, perdervi... perchè? Vi ripeto, è impossibile. Il naufrago, quando lo ha abbracciato, non lascia più il suo salvatore dovessero assieme annegare: naufragavo se non vi avessi incontrata, ed oramai dobbiamo essere unite per la vita e per la morte.
«Un grande poeta ha detto: che nessun dolore è maggiore del ricordarsi del tempo felice nella miseria, ma vi è un dolore più ineffabile, quello di vedere immiserito il proprio ideale. Non importa. Io che volevo vivere unicamente per voi, e che voi viveste unicamente per me; che nel nostro amore volevo riunite tutte le perfezioni e tutta la natura, che avrei voluto vedervi sempre nell'azzurro pura come esso e colla fronte più luminosa del sole... non importa, rinuncio all'ideale di voi e mi contento della Mimy dell'avvocato e del conte. Non sono più la donna che stimavate grande, sono una povera donna, che domanda l'elemosina. Amatemi come meglio vi piacerà, dalla vostra sfera sublime seguitate a scendere fin dove scendono le donne più intrepide al fango, e vi seguirò... sarò l'ultimo, il più ridicolo dei vostri amanti; amatemi in un'ora di noia, in un'ora di rabbia, non importa! Non vi disputo più, non dico più: o tutto o nulla... no, datemi quello che vorrete, ma datemi qualche cosa e chiedetemi qualunque sacrificio. Vendetemi ognuno dei vostri baci per un bacio che darò a vostro marito, al vostro domestico; quando mi vi inginocchierò ai piedi, percotetemi col tacco la gota, ma lasciatemi toccare la vostra veste. Ho bisogno di voi e vi voglio. Starò sempre alla vedetta, e quando vi vedrò più afflitta o più superba, stenderò la mano... Avremo ancora qualche appuntamento?!
«Se verrete una volta sul mio letto sarò consolata per sempre, perchè ad ogni tempesta di rammarichi mi vi andrò a sdraiare, e baciando i cuscini, dove affondò la vostra testa, mi sembrerà di baciarvi sulle labbra.
«Mi negherete anche questo? Lo so che vi offesi, che ho osato brutalmente respingervi, che vi ho maledetta; ma vi chieggo perdono, e vorrei che quelle empie parole fossero scorpioni che mi ritornassero in bocca e quella maledizione un serpente che mi stringesse la gola. Lo so che ho avuto torto, ma Napoleone mormorò nella caduta, ma Cristo gemè sulla croce, ma nemmeno voi siete innocente... Ah! perdono: non di voi, ma di me debbo parlarvi. Perdonatemi, signora, l'offesa villana, perdonatemi subito, perdonatemi tardi, ma perdonatemi. Se debbo espiare il mio peccato, datemi qualunque penitenza: la compirò col sorriso sulle labbra e nel cuore.
«Ma se non vorrete perdonarmi? Se non mi amaste? No, no, è impossibile: eppure siamo divise e sento l'aspide dello sconforto mordermi il cuore. Mimy, sono pur terribili queste ore, che tu dormi forse nell'ombra di un sogno innocente. Dormi, divina reietta, come dormono i fiori sotto al loro raggio di luna e i raggi della luna dormono sull'onde del lago. Io vorrei piuttosto dormire teco nel fondo di un sepolcro fra lividi cadaveri e candidi scheletri, che sfolgorare onnipotente sul trono di Semiramide.
«Perchè mai Courbet in un'ora di genio dipinse Venere e Psiche...? Tu dormi, bionda, e la bruna non può entrare nella tua camera a passi di lupo.
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