CAPITOLO III
La follia vince spesso il genio, la fortuna il merito; l'uccello il serpente; il serpente il leone, perchè la donna non vincerebbe l'uomo?
Ottone di Banzole.
L'avvocato, che attendeva nel salone, s'impazientiva e aumentava quasi volontariamente la propria impazienza per sottrarsi a una segreta emozione.
Messo sulla traccia da una imprudente parola di Giulietta, era venuto a cercar la moglie fuggita presso la donna da lui amata pazzamente. Che cosa decidere ritrovandola? Perchè cercarla? Come chiederla a quella donna, alla quale aveva offerto tante volte il proprio amore, e che adesso, dopo l'eroico scandalo del gabinetto, amava e temeva maggiormente? Chi era dunque la maschera? Era folle? No: perchè?
Inciampava da mezz'ora in questi problemi e gli toccava sempre indietreggiare.
Finalmente intese il fruscìo di una veste di seta e vide la marchesa ferma fra il cortinaggio della porta, così che il rosso dell'abito fiammeggiando sul cremisi bruno della tappezzeria le faceva quasi un'aureola fantastica. Era vestita colla più aristocratica ed insolente semplicità. L'abito non aveva che un corsetto liscio con una finta scollacciatura ad angolo, segnata da un merletto bianco, e la sottana sull'anca attillata, a lungo strascico, velata come da un altro merletto. Invece della solita grossa treccia, che le percoteva a mezzo la vita come un anellone di battitoio, una pioggia di lunghi e disordinati ricci rimbalzandole vivamente sulla fronte le grondava pel collo e per le spalle.
Ella s'innoltrava lenta, lenta.
— Mia moglie è qui? egli le domandò per non sapere che dire.
— Vostra moglie! ripetè con accento di ironica meraviglia. Ah! siete venuto per lei? E proseguì verso il camino, che avvampava scoppiettando.
Sedè sull'altra poltrona.
— Potrei, disse Carlo, che avvicinatosi goffamente appoggiava i gomiti sulla spalliera di una sedia, aspettando che ella gli rivolgesse la parola, osservare senza indiscrezione alla signora marchesa, che non mi ha ancora risposto?
— Mi pareva, fece rivolgendosi con un moto pigro.
— Mi avete detto: non siete venuto che per lei!
— Avete ragione: questa non è una risposta. Ma sedete dunque, non sono una regina per avere diritto che mi si parli in piedi.
— Se la bellezza avesse troni...
La marchesa gli troncò con un sorriso indulgente il complimento, e l'avvocato arrossì.
Tacquero: il duello stava per cominciare.
— Mimy è qui?
— Ebbene?
— Voglio vederla.
— È impossibile.
— Perchè?
— Non lo so: ma è impossibile.
— Ma sapete voi tutto?
— So qualche cosa.
— Dunque?...
— Aspetto che mi diciate, poichè si tratta della signora Mimy, che cosa vi conduce qui.
A questa franca interrogazione, egli si fermò.
— La difendete ancora?
— Ancora, soggiunse con amarezza, e voi perchè la perseguitate ancora? Comprendo: Mimy vi fugge, l'inseguite. Istinto di cacciatore che insegue una lepre, ma istinto pure di lupo che insegue un'agnella.
— Così, sono io che ho torto!
— Infallibilmente, poichè siete voi il fuggito.
— Logica bizzarra! mormorò.
— Dunque mi vi opponete: capisco... vorreste salvarla nuovamente.... So tutto. E le presentò la lettera di Mimy.
La marchesa s'illuminò in volto dalla gioia.
— Siete una nobile amica, ma badate, l'amicizia, essa pure, ha le sue frontiere. Ieri sera l'avete salvata con una generosità da romanzo, e adesso vi domando scusa del mio impeto villano e vi ammiro. Ma la scena è cambiata. Malgrado la vostra bella azione io so e il mondo sa tutto. Quella donna non può aver mancato impunemente a' suoi doveri... la reclamo.
— Come un giudice in tribunale, rispose stridulamente la marchesa.
— E sia pure, ribattè irritato dalla ridicolezza della sua posizione.
La marchesa si levò:
— Ebbene, no. Cedetemi vostra moglie: credo che in diritto romano si possa. Catone la dette pure ad Ortensio.
Questa scappata detta con inesprimibile grazia lo fece sorridere.
— Non importa: la mia citazione vi esilara, e così? insistè infilandogli il braccio.
— No, egli fe' resistendo: qualunque siano le vostre opinioni sul matrimonio, io ho le mie e il mondo ha le sue. Siete libera di ridere che Giorgio mi abbia miserabilmente ingannato, di offrire ricovero alla sua amante; siete libera in questo come nel trovarmi brutto, senza spirito, senza pregio, ma non senza onore. Non scherzo, signora. Mia moglie è qui e deve ritornare meco: voglio impedirle altri scandali. Se avete voluto trattenermi finchè mi calmi, parmi ormai d'essere abbastanza tranquillo per non destare seri timori.
— Che cosa farete di vostra moglie, che vi fugge?
— La legge mi lascia più di una strada.
— V'ingannate, per un gentiluomo non ve n'è che una sola: la separazione.
— Può essere.
— Separatevi. Che cosa può accordarvi il tribunale di più che ella non abbia perduto fuggendovi? Conosco il codice anche io. Mimy non vi disputa nulla, poichè vi abbandona tutto.
Non rispose, e l'altra stimando d'averlo scosso:
— Dimenticatevi quella donna: non vi eravate mai uniti, adesso vi separate. Lasciatela al suo destino. Ella perde più di voi, giacchè perde ciò che il mondo chiama onore, e scende dalla sfera della legalità per finire chi sa dove; mentre voi sarete sempre un grande avvocato, dovunque ricevuto, dovunque applaudito. Mimy era infelice con voi e lo sarà più senza di voi. Se desiderate la vendetta: tranquillatevi, l'avrete. È venuta da me, so tutto e l'ho raccolta giurando di proteggerla.
— Anche dal conte, replicò senza scomporsi: da tutti. Sono sola al mondo e rimarrò sempre sola. Mimy mi terrà compagnia e ci aiuteremo a vivere. Quella colpa, che a voi pare infame per ragioni di egoismo, non irrita me donna. Mimy è sempre per me la bella fanciulla di Rimini dal cuore delicato e dalla fantasia poetica, e ora, che mi chiede ospitalità fuggendo disgraziatamente dal mondo, sarei peggiore delle sue amiche, che domani la insulteranno, troppo vili per l'energia dello scandalo, se la rifiutassi. Mimy è pentita, addolorata, starà meco fuori del mondo: io veglierò su lei. Andate avanti per la vostra strada voi, che l'avete gloriosa, e non rivolgetevi a guardare a quale svolta si è perduta vostra moglie...
— Andrò innanzi solo...
— Non eravate solo anche prima, non lo sareste egualmente quando ella consentisse a ritornare con voi. Un abisso vi divide. La vostra vanità di uomo, i vostri progetti di marito soffriranno, ne convengo: ma ogni vita ha il suo dolore, come ogni lago il suo vortice.
Egli aveva chinato il capo. Quelle osservazioni erano troppo sensate per rispondervi prontamente, e per di più pronunciate con un accento, che molto ne leniva la durezza. Stava cogli occhi fissi sopra un fiore del tappeto e pensava, intanto che la marchesa, calma nella voce, l'osservava con mortale trepidazione.
— Signor Carlo, riprese ad un suo moto: siccome contavo di partire, partirò domani portando meco Mimy. Ve lo giuro sulla tomba di mia madre, finchè Mimy sarà meco non sarà di alcun uomo. Nessuno sa ancora della sua fuga e non se ne saprà, anche sospettandola, perchè il conte non sarebbe meno fuggito di voi. Direte che è partita meco per un viaggio, e se la baronessa vorrà saper quale, penserò io ad ingannarla. Accettate?
— Di perdere a un tempo una donna che amo ed una donna che odio: l'offerta è splendida.
— Di chi la colpa?
— Di voi. Ma perchè da quattro mesi vi trovo in ogni luogo della mia vita? Giorgio, uno dei pochi che amavo, mi tradisce; mia moglie mi vilipende e poi mi fugge lasciandomi solo e ridicolo in faccia al mondo e alla vecchiaia e, quasi la bevanda non fosse abbastanza amara, venite voi e vi gettate dentro il vostro amore. Così, quando penserò a voi, mi ricorderò di essere un marito come tutti; quando penserò a lei, mi ricorderò che avevo incontrato una donna ben più bella e che mi ha egualmente fuggito. Bisogna che ci sia un destino contro di noi, perchè i dispiaceri non saprebbero ordinarsi di per sè tanto atrocemente!
— Coraggio, non bisogna poi avvilirsi...
— Chi si avvilisce? Credete che rimpianga quella civetta? Ma è triste sentire a quarant'anni di non avere più nè famiglia, nè una passione di cui vivere. Voi partirete, andrete lontano, a Parigi, a Pietroburgo, a New-York, non lo so. Là sarete felici. Giovani, belle, ricche, tutto il mondo ai vostri piedi, mentre io starò in uno studio a distrigare dalla legge o da un altro avvocato qualche imbecille incappatovi. Per me tutto è finito. A Bologna non c'è un'altra donna come voi: non ho dove rivolgermi. Rimontando il passato, soffrirò ancora più, e voi ne riderete, e forse ritornando da una festa o preparandola vi domanderete: che cosa farà adesso quell'imbecille di Carlo? Mi pare di sentirvi.
— V'ingannate.
— No, non m'inganno, proruppe violentemente; i brutti sono ridicoli per i belli, i vecchi pei giovani, gl'ingannati per gl'ingannatori. A voi tutto e a me niente; è impossibile, non mi rassegno. Avete detto: ogni vita ha il suo dolore, come ogni lago il suo vortice. Bella frase e vera: ma ogni vita deve avere una felicità, come ogni lago ha un incanto. Io non l'ebbi ancora e la voglio, e se mia moglie non potè darmela, mi rivolgerò a qualche altra: se l'avrà, è mia. Vi pare che abbia ragione, signora marchesa?
Ella, che si aspettava da un pezzo questo colpo, non ne fu sbigottita.
— Veramente non mi pare. Avvicinatevi, soggiunse tendendogli amabilmente la mano, e ragioniamo.
— Sarà difficile: e gliela afferrava appassionatamente appressando una specie di sgabello alla poltrona.
Vi fu un altro silenzio: ella si colorò in volto.
— Mi amate?
— Sì.
— Se vi dicessi, e lo fissava audacemente negli occhi: offritemi un dono e sono vostra?
— Accetterei, dovessi restare sulla paglia.
— Siete più generoso di Assuero: egli non offriva che una provincia... Cercate.
Egli le baciò convulsivamente la mano, ma cercò inutilmente.
— Lo sapevo: se io l'avessi trovato?
— Voi!
— Rinunciatemi Mimy.
— Ah! e di seduto le scivolò in ginocchio.
— Non partirete?
— Partirò.
— Quando?
— Posdomani.
— Per sempre?
— Chi può dire questa parola superba? partirò.
Egli la contemplava istupidito. Gli pareva di sognare, mentre venuto a cercare sua moglie per vendicarsi, era adesso lungi dal primo disegno; ma la marchesa calda nel volto di un voluttuoso rossore e col seno ineffabilmente commosso lo abbagliava e l'incendiava. Si stavano tanto presso e in tale atteggiamento, che l'amplesso era quasi incominciato e scoppiando un bacio si compiva.
La marchesa sfinita si rigettò sulla spalliera della poltrona.
Carlo le passò un braccio alla cintura.
— E sia!
Ma ella balzò in piedi, e respingendolo, sembrò voler fuggire.
— Marchesa! gridò inseguendola: ma è una...
Non disse di più, perchè ella gli aveva chiusa la bocca con una mano.
— Adesso andate e stringiamoci la mano: io salvo una donna e voi ne perdete un'altra.
— Ma...
— A domani.
— Troppo tardi.
— Eppure sarà domani.
— E se non mi piegassi? Domani! Gittate un tizzone in un pagliaio e poi ditegli: ardi solo domani: non vi ubbidirà.
— Sì, altrimenti lo spegnerò.
Gli tese la mano, che l'altro strinse.
— Chi mi assicura che manterrete la promessa? scoppiò improvvisamente a dire.
Una nube passò sulla fronte della donna.
— Dubitate? e, accennandogli di attendere, sfuggì per la porta e ne ritornò subito con un astuccio in mano.
— È il diadema di mia madre. Regalandomelo, mi fece promettere che non me ne priverei per cosa al mondo. Prendetelo in pegno, e se domani mattina non mi troverete, andate e gettatelo nel Reno.
— Ma vale centomila franchi!
— Molto di più, corresse sorridendo ironicamente: andate.
L'accento di quest'ultima parola fu così imperioso che indietreggiò come un servo. Teneva l'astuccio aperto nelle mani, ritraendosi metà rivolto alla porta, metà a lei, immota nell'altero atteggiamento.
— Domani mattina a quest'ora! disse guardando l'orologio sul tavolo.
— A quest'ora.
Si avanzò di un passo e correndole incontro:
— Non lo posso credere: è una felicità troppo grande. Le prese un lembo della veste e fuori di sè dalla gioia glielo baciò.
— Lasciatemi, signore: se la fortezza ha abbassato la bandiera, non ha ancora aperto le porte. A voi il domani, ma l'oggi è ancora mio; però queste parole furono pronunciate con tale malinconia, che finì di persuaderlo.
Si ritrassero entrambi ad un tempo: l'avvocato andando verso la porta; la marchesa verso l'usciuolo del gabinetto. Vi giunse la prima, si fermò sulla soglia. Di rossa era divenuta pallida: ogni passo di lui sarebbesi detto le calpestasse il cuore. Egli camminava vivacemente e arrivando alla porta ne scostò in fretta il cortinaggio, fe' girare la maniglia, il cortinaggio ricadde quasi coprendolo. In quel punto intese un:
— Ah! che lo gelò.
Mise fuori il capo, non vide che lo strascico rosso della veste scomparire per la fessura dell'usciuolo.
Stette pensoso; si mirò attorno, fece due passi nel salone, gli occhi fissi sull'usciuolo fremendo incomprensibilmente: ma il domani gli rifiammeggiò così vivamente nel pensiero che stringendosi con un'occhiata suprema tutto quel salone sul petto, uscì sospirando un altro ah! diverso ma egualmente passionato.
Chi aveva vinto?
Chi aveva vinto alla battaglia di Mantinea? I Tebani che avevano sconfitto l'ala sinistra dei nemici rimanendo padroni del campo, o gli Spartani che avevano tagliato a pezzi lo squadrone sacro e ucciso Epaminonda?