CAPITOLO V
Fleur rouge de la volupté, fleur arrachée au soleil par Promethée, je n'aime que toi seule et seule je te cultive dans mon cœur. Ta corolle est rouge et ton parfum enivre bien autrement que le parfum de la fleur bleue de l'ideal. Chaque fois que mon ame saigne par ses innombrables blessures je la plonge dans ton calice, et le sang coule alors sans douleur.
Hymne à la Volupté... — Ottone di Banzole.
Entrarono nel gabinetto. Era ancora il medesimo con qualche miglioramento, a prima vista poco notevole. Anzitutto le finestre erano chiuse e invece del sole una grossa lampada, chiusa in una palla appannata e inghirlandata di fiori, spandeva una luce queta, quasi assopita su tutto quel violetto delle tende, che s'abbruniva come in certi vecchi quadri di grandi maestri, mentre le loro pieghe cadevano con una scura poesia.
Nessun mobile tranne il letto e un antico tripode nel mezzo, dal quale tenui profumi evaporavano intorno alla lampada, lambendola mollemente come talora i vapori fanno alla luna; ma nel salire s'insinuavano fra le crespe della tenda allargandosi mano mano fino a velarle, facendo quasi immaginare, se nel gabinetto si fosse trovata una donna nuda, che quella fosse nuvola che l'aveva accompagnata e l'attendeva per ripartire. Il letto di bronzo dorato, nascosto dalla coperta di raso violetto e riparato da un indescrivibile padiglione di merletti, antichi nel disegno e nella dubbiezza del candore, spioventi da un grande vaso di rose a capo del letto, era di un lusso semplice quanto costoso.
Zisa depose Mimy così avvoltolata sul letto e si ritirò quasi precipitosamente.
La prima cosa che Mimy vide nello specchio, che correva magnifico per tutta la lunghezza del letto, fu sè stessa e molti fiori buttati qua e là a mucchi. Due canestri di fiori le sorridevano sopra due mensole di malachite, sopra il capo aveva una vôlta di merletti, sopra i merletti una nube, sopra la nube una tenda, dinanzi un tripode fumante; un gabinetto vero ed impossibile. Si perdette. Solo una donna poteva avere alzato questo mobile tempio alla voluttà, perchè solo una donna poteva esserne la sacerdotessa. Il tripode fumava, ma perchè non dinanzi alla dea?
Colla fantasia già esaltata dai sogni del bagno, Mimy cercò la divinità, e la vide albeggiare dietro la nube azzurrognola dei profumi.
Era una figura bianca, nuda entro quella nuvola che le rendeva più leggiere e delicate le forme... Un'attitudine impossibile ad esprimersi nella sua poesia, una fronte luminosa, un sorriso più luminoso ancora. Un'irradiazione fulgente, ma attenuata dalla nube, le si diffondeva dalla persona e arrivando a Mimy le penetrava nel candido manto, strisciandole su tutto il corpo. Mimy si sentiva quasi sollevare, e sarebbe bastato un moto di quell'onda luminosa per comunicare colla dea.
Chiuse gli occhi: si accorgeva di vaneggiare e che non aveva più forza di vincersi.
Sospirò.
O il gabinetto fosse soverchiamente caldo, o le infiammasse il sangue, si portò le mani alle gote arrossite ed allentò il manto.
Ella, che pure aveva una fantasia ricca e delicata, non avrebbe mai immaginato quel gabinetto della marchesa. Questo nome fu un buffo di vento che le sperse tutti i pensieri; e di nuovo chiuse gli occhi. Non voleva vedere più. Quel gabinetto, quell'atmosfera, quei profumi l'opprimevano. Voleva assopirsi. Non contenta di avere chiuso gli occhi, li strinse; non paga ancora, li coperse con una mano: le pupille così compresse mandarono lampi e brevi e lucenti meteore solcarono quel buio. Si provò veramente a dormire, ma ogni sforzo fu inutile, finchè quella fatica l'illanguidì e l'ansia le si calmò. Non pensava più, come non nuota colui che allungandosi si lascia portare dalla corrente.
Un'altra donna entrò tacitamente; era la marchesa.
Aveva una diafana veste di velo bruno aperta come le camicie dei marinai sino a mezzo del seno e trattenuta sotto di esso da uno splendido fermaglio formato da un solo rubino: ma dinanzi le scendeva quasi a grembiule sino allo stinco, e dietro le si distendeva in strascico lunghissimo e leggero, lasciandole albeggiare ad ogni passo il profilo della gamba. Camminava scalza. Due nastrini di velluto le stringevano gli stinchi, due le braccia velate sino al gomito da una specie di piccola cappa, e uno il collo. I capelli su quel molto bianco delle carni rifulgevano ancora più neri e male pettinati forse nella fretta, poichè una lunga ciocca cadeva giù pel dosso fino ai ginocchi, e il resto legati da un filo di perle si attorcigliavano sulla nuca in un difficile arruffamento.
Era bella. Forse uno scultore le avrebbe trovato più di un difetto nelle forme troppo robuste, forse le reni, forse i fianchi sarebbero sconvenuti a una Venere; ma Tiziano non dipinse mai un collo, nè due spalle più voluttuose, ma il seno abilmente impicciolito dal velo aveva ancora un'ampiezza terribilmente lasciva; ma la statura, il portamento, l'imperiale maestà del volto appena appena commosso la facevano un tipo sublime e fantastico. Era la donna nel meriggio della propria giornata, bella di vita ancor più che di forme; la donna che ha vissuto, che ha goduto, che ha forse anco sofferto, che ha sviluppata tutta la propria bellezza e si ferma un istante prima di cominciare a perderla.
Avendo veduto Mimy in quell'atteggiamento camminava colla massima leggerezza, e si arrestò al letto contemplando.
Del volto di Mimy non si vedeva che la fronte e la bocca, la fronte pura e la bocca tremola di un nascente sorriso. Ella lo premè con uno sguardo inesprimibile, poi le corse su tutte le forme avvilluppate nel manto e risalì posandosele sulla bocca. Mimy non sentiva, immobile, col petto che si alzava nel respiro rivelando un delicato contorno, mentre i capelli distesi sotto il dosso le spuntavano in ciuffo dall'anca, su quel violetto della coperta di raso spiccando dorati come una criniera di leone o un raggio di sole.
La marchesa si chinò sulla assopita, quasi essendo un fiore ne volesse respirare il profumo, ma non osò chinarsi piucchè a mezzo e dilatando gli occhioni neri la cinse di un più avido sguardo. Un non so che di straordinario le brillava nella faccia. L'opaca e in certo modo possente pallidezza del viso le si era allividita, le pupille le fiammeggiavano fuori dell'orbita leggermente bistrata come dal segno di uno sforzo. Tutti i lineamenti le tremavano. Così china colle braccia mezzo aperte all'amplesso e un sorriso famelico e il petto anelante sembrava la statua Voluttà non nella calma come la sentivano gli antichi, ma nella passione come la sentiamo noi moderni. Era più bella di Mimy, se la vera bellezza sta nella vita, bella della bellezza fantastica, appassionata, peccatrice, tanto cara alla scuola romantica. Stupendo gruppo di Venere e Psiche, degno del pennello di Courbet!
Ma perchè la marchesa, che certo soffriva in quella penetrante contemplazione, non destava Mimy? Difficile dirlo. Forse non voleva toglierla all'assopimento, stimandolo conseguenza dei travagli della notte, forse l'amava in quell'atteggiamento capricciosamente infantile, forse, e il più probabile, s'inebbriava del proprio frenato rapimento. Ma la passione fosse più forte della volontà, o le mancassero le forze, dovette sedersi sulla sponda del letto; però lo fece con tale delicatezza che Mimy non diè un moto. Il letto essendo stretto le due donne si toccavano quasi.
— Oh! sospirò sommessamente, volgendo attorno lo sguardo per togliersi al fascino di quella assopita.
La lampada sospesa alla vôlta spandeva sempre la sua luce quieta, il tripode fumava, i fiori sparsi a mucchi sul tappeto e sulle pelli esalavano i loro acri profumi, mentre il fumo delle essenze arse movendosi per cento ondulazioni calava sul padiglione dei merletti. Nessun rumore, nessun testimonio; perfino il sole escluso, sebbene fuori scintillasse stupendo sul candore della neve. La temperatura dell'ambiente cresceva: la marchesa si vide nello specchio ansante di aspettazione.
Aspettava da cinque anni. Era tempo.
Si diè un'occhiata nello specchio, respinse lo strascico distendendolo sul tappeto, si acconciò il grembiule e si dispose. Mimy aprendo gli occhi doveva vederla di mezzo profilo, seduta, più bella in quell'atteggiamento, che le nascondeva la pesantezza, dei fianchi.
Allungando un braccio classico di forma e che terminava in una mano di piccolezza quasi eccessiva, prese quella che Mimy si teneva sul viso e la scostò. Questa spalancò gli occhi, li spalancò ancora e non disse una parola, non mise un'esclamazione.
— Dormivi?
— No: fe' scuotendo il capo.
— Mi sognavi dunque?
— Neppure.
— E allora?
— Non lo so, ma sono contenta di non aver sognato. Non avrei mai sognato così: e la guardò con una meraviglia mista di ammirazione e di amore. Senonchè abbassò gli occhi improvvisamente e, arrossendo appena appena, si trasse colla mano nascosa il manto sul collo e accennò di scostarsi.
L'altra sorrise e quel sorriso la fe' di nuovo arrossire.
— Il letto è troppo piccino. Aspetta; scivolò sul tappeto e cingendole con un braccio la vita l'attirò sulla sponda così vivamente che una gamba ne spenzolò.
Disgraziatamente, strisciando sulla coperta il manto di Mimy s'aperse.
— Ah! esclamarono ad un tempo. Mimy voleva ricoprirsi, ma Elisa più lesta si disciolse il nodo delle perle nei capelli, che caddero in una magnifica onda, e gettandogliela sul seno le adagiò il capo in grembo.
— Ho letto già di una fata, che aveva un origliere, sul quale potendo dormire si facevano sogni di paradiso e che la fata era obbligata a realizzare. Eppure non alzerei il capo per posarlo su quell'origliere! Mimy, sono bella?... non ti veggo così! Se tu potessi vederti... Oh! ti amo: e tu?
— Io!
Una lagrima le apparve nell'occhio cerulo, e staccandosi dalle palpebre scese lenta lenta per le guance.
— Ho il cuore troppo pieno; piango con te!
E si alzò per pigliarle la testa, ma non vi sarebbe riuscita se Elisa non si spingeva oltre. Si incontrarono, si confusero in un bacio.
— Sempre con te!
— Sempre... così.
— Così.
— Sempre così abbracciate, coll'anima sulle labbra e baciandoci. Vogliamo morire così.
— Mimy!
— Elisa!
— E sono tua? tu mi ami? Senti come mi batte il cuore: mi pare di morire.
— Oh! non si muore di gioia.
Così parlavano guardandosi, la faccia nella faccia, l'una respirando il respiro dell'altra, ma la fanciulla indietreggiò e ricadde sul cuscino. Elisa la contemplò ancora un istante, le stese i capelli sul viso senza velarle gli occhi, le passò un braccio sotto l'anca e con una ciocca dei proprii le blandì lieve lieve il seno vergineo. A quella delicata carezza visibili fremiti le correvano sulle carni e umidi lampi le sprizzavano dagli occhi cerulei. Quindi le strappò di sotto il mantello e, chinandosele sul petto, lo corse smaniosa colle labbra. Ma ad ogni bacio cresceva la febbre, cresceva l'anelito e i respiri sfuggivano talora sibilando. Mimy velata dai capelli non la si vedeva arrossire, ma l'altra impallidiva e il seno le palpitava violentemente, mentre colla mano le saliva pel dosso alla testa. Ansava, tremava. Arrivò al volto, ne scostò i capelli e, guardatolo prima con indicibile rapimento, tornò al bacio infuocato delle labbra. Le labbra si premevano, si premevano i corpi, perchè la marchesa nello sforzo era salita sul letto, ma quel bacio, convulso non finiva, non lentava. Forse sentendosi entrambe soffocare si serravano colle braccia l'una contro l'altra per aiutarsi, ed invano. Infine la più forte vi si strappò; Elisa levò con atto febbrile il capo, mentre Mimy chiudeva gli occhi.
Una leonessa sopra una gazzella.
— Mimy! ruggì, e passandosi una mano dietro il collo si rigettò dinanzi tutto il volume dei capelli, così che ne rimasero ambedue coperte; poi si riaccostarono e ricominciò un dialogo tronco, sibilante, sommesso. Erano parole incomprensibili, non erano neppure parole. Erano non lo so: ma le teste si agitavano, scoppiava qualche grido e le braccia si davano una stretta.
— Uomo?! mormorò la marchesa.
— No: donna...
Poco dopo la tenda pei merletti ricadde e nascose tutto il letto.
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Al mattino Carlo correva coll'astuccio in mano al palazzo Fantuzzi. Le finestre del piano nobile erano aperte, ma Elisa e Mimy se n'erano involate.
Non si è mai saputo se l'avvocato andasse al Reno per gettarvi il diadema, come gli aveva detto la marchesa.