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Al di là: romanzo

Chapter 9: CAPITOLO VI
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About This Book

La narrazione segue un giovane intellettuale immerso in un profondo smarrimento esistenziale: alterna urbanità noiosa e fughe in montagna, cerca sollievo nella scrittura e nella fantasia, e compone opere che incarnano le sue angosce, tra sensualità e orgoglio. Attraverso meditazioni sul senso della vita, sull'arte, sulla gloria, sull'amore e sulla morte, il testo intreccia descrizioni paesaggistiche, monologhi interiori e episodi che provocano scelte morali e azioni decisive. La struttura è frammentata in più parti che oscillano tra riflessione filosofica e azione narrativa, mettendo a confronto idealismo e disillusione.

CAPITOLO VI

Il faut se rappeler cet admirable cri de Sapho, par le quel une nouvelle mariée s'adresse à Diane, la deesse virginale «deesse, deesse tu me fuis! pour combien de temps? — Je ne viendrai plus vers toi, jamais plus.»

Portrait de Teocrite.Sainte Beuve.

Mentre Giorgio usciva dalla casa, Mimy entrava in quel gabinetto, ove la vedemmo la prima volta, chiudendosi dietro la porta: posava la bugia sul tavolino, e ne traeva dal cassetto un album piuttosto grande legato in marocchino rosso con un grosso M dorata sulla coperta. Lo aperse; quindi si mise a sfogliare un quaderno racchiusovi, fermandosi qua e là a leggere un periodo, a guardare una pagina senza leggerla.

Era nell'aspetto insieme distratta e commossa: al primo foglio bianco, poichè il quaderno era scritto appena per metà, sembrò voler aggiungere qualche cosa, ma rimase colla penna levata, la fronte pensierosa: non scrisse; seguitò a sfogliare, questa volta leggendo una pagina invece di un periodo.

Poteva mancare un'ora a mezzanotte; lo sguardo pallidamente curioso della luna entrava col vento notturno fra le tende abbassate, l'aria era tiepida; fuori tratto tratto alzavasi un romorio di frondi.

················

«Questa mane era tuttavia a letto sognando ad occhi aperti quando è entrata mammà. Mi pareva di essere ancora fanciulla e di entrare in un antico salone gremito di splendide dame e di più splendidi cavalieri: tutti mi guardavano domandandosi in bisbigli chi ero, così bionda e così pensierosa. Solamente in un angolo un paggio dai capelli d'oro, gracile al pari di me, non mi guardava, non udiva il mormorio destato dalla mia presenza. Io lo fissavo singolarmente, mi sentivo attratta verso lui fra la folla che mi si apriva dinanzi... Dio! il suo sguardo... Mi veniva incontro, mi offriva il braccio senza parlare, io accettava, e ci smarrivamo inosservati fra la folla che tornava alle proprie galanterie: ma noi discorrevamo d'amore tanto bene, che non me ne ricordo più nulla. Nel più bello è entrata mammà; vedendomi sentoni sul letto, forse all'aspetto troppo meditabonda, mi ha chiesto col suo sorriso cattivo

« — Che cosa hai, Mimy?

« — Niente.

« — Sei abbattuta; bisognerà che gliene parli a Carlo.

« — Per carità, mamma.

« — Non spaventarti, piccina; quindi chinandomisi all'orecchio sempre con quel sorriso: Guardati... diventerai brutta, e allora poi...

«Fortunatamente è sopraggiunta la cameriera e si sono messe a chiacchierare.

«Ma guardarsi da che, mio Dio! Quale trista manìa di leggervi sul viso i dispacci della notte e di volere che l'incomodo di dormire con un uomo vi renda assolutamente felice... Non incontro per strada due signore che non mi guardino; se vado a trovarle o vengono da me si occupano ancora più della mia faccia, specialmente degli occhi, che del colore e della guarnizione de' miei abiti. Non so se le mie amiche mi amino molto, ma s'interessano troppo della mia vita di sposa e mi interrogano come tanti medici sopra mio marito — io che lo dimenticherei tanto volentieri! Le mie compagne di convento poi sono insopportabili: talora mi pare quasi che m'odiino per essere uscita dalla loro classe tanto mi esaminano minutamente per scoprirmi senza dubbio qualche ruga. Bisogna che amino ben furiosamente gli uomini, se il mio matrimonio le angustia tanto. Poverette! E pure tanto bella quando, fanciulle, si va a letto ritornando dal teatro, ancora commosse dal Faust o dalle splendide fantasmagorie del ballo, quello spogliarsi lentamente la graziosa toeletta, quel togliersi ad uno ad uno i fiori, lasciandosi cadere liberamente i capelli sulle spalle: poi si va e si viene per la camera: vi fermate a mettere a posto un sopramobile: aprite un cassetto o lo chiudete, odorate un profumo o vi ponete allo specchio e vi ci vedete quale poco fa in teatro, ma libera di sognare e senza paura di uno che entri e vi disturbi, mentre la vita e il mondo stanno come due palazzi di esposizione coi portoni aperti e le sale zeppe di meraviglie: e si può entrare, si può ancora comprar tutto. Allora slacciando il busto si pensa inorgogliendo a tante occhiate: si alza la gonna per ammirarsi il piedino, poi si trascina la poltrona allo specchio, e civettando col vostro bel visino si fanno mille sogni di trionfi e di piaceri. Allora gli uomini ci si possono mescere perchè non li conosciamo; e se ne abbiamo veduto uno delicato, femmineo, coi baffi appena nati, ce lo immaginiamo supplichevole ai piedi con un silenzio e un anelito... Gli uomini — veramente ci pensiamo troppo; però ce li creiamo come dovrebbero essere e non come sono, triviali, brutti, opprimenti. Essere fanciulla... sentirsi vergine, destinata ai piaceri divini inimaginabili, che poi non arrivano mai, e che accadranno forse domani, posdomani; prepararvisi, non avere in sè stesse nulla che vi dispiaccia, voi belle, amabili, adorabili, adorate forse; accarezzare i vostri tesori che appartengono a voi, a voi sole. In questa parola sta il segreto della felicità di fanciulla «appartenersi,» nessuno può stendere una mano sulle mie treccie, chiedermi ignobili carezze, a me fredda, mesta forse in chi sa quale pensiero. Oh! quando si è fanciulla vi cogliete a meditare una scena letta o veduta, e a poco a poco una calda nuvola vi avvolge; ma invece essere sposa, lì a letto con un uomo che ha bevuto abbondantemente a cena e depone, prima di spogliarsi, la pipa sul tavolino: non poter stendere una gamba senza il timore di urtarne un'altra, non stirare un braccio senza far nascere il sospetto di un desiderio che non avete... e aspettare tremando che un gran corpo angoloso e peloso vi si accosti trascinandosi, quale orrore! E una testa si affonda sul vostro cuscino, un grosso naso vi entra in una guancia, un fiato vi passa sulla bocca intanto che due zampe vi schiacciano i vostri piedini Meglio essere fanciulla nel vostro lettuccio bianco, odoroso: le cortine mezzo stirate, il lume chiuso nell'alabastro, un romanzo sotto le coperte, e voi fuori col petto, coi capelli in disordine, bellina! — quante volte mettevo lo specchio sotto il guanciale per guardarmi! poi sognare, inebbriarsi magari di un amore solitario contemplando a occhi chiusi qualcuno che non si conosce ed è tanto caro.

«Pazienza se il marito fosse un amante e vi istupidisse a forza di moine: niente! Carlo viene a coricarsi come va a sedersi sulla poltrona del suo studio e stende la mano al mio volto come ad uno di quei grossi volumi, che mi pregò ieri di porgergli — fortuna che mi consulta di rado. Ma come mai questa gente, la quale pretende a un grande ingegno e a un gran cuore, tratta così una povera fanciulla, attaccandola e staccandola dalla carretta del loro amore (intesi questo paragone da una contadina di mammà), battendola quando è sotto, dimenticandola affatto quando non vi è più? Come rimango io poi?... Questa è la voluttà, questo l'amore del talamo tanto vantato ne' miei sonetti di nozze? Ci credevo poco, ma non mi aspettavo a questa atrocità.

«Ho letto in un libro, non ricordo più quale, che gli Indiani vivono essenzialmente di legumi e hanno un alito, un odorato talmente finì, che la vicinanza di un europeo carnivoro e ubbriacone li ributta: matrimonialmente Carlo è un europeo, io un'indiana.

«Che cosa ne penserà? egli è sempre solo nel giardino delle sue voluttà: io sono una pellegrina che perde il tempo per via fermandosi ad osservare i fiori fra le siepi, sui margini dei fossi; che amerebbe sedersi all'ombra di un albero, che le carezze del vento distraggono e le esalazioni olezzanti del terreno snervano. — Arrivo sempre troppo tardi, quando il cancello del giardino è chiuso, e mi sveglio dal vaneggiamento urtandovi dolorosamente col capo: almeno non vedessi lui sdraiato da ubbriaco sulla soglia. Ho sempre letto che l'amore ha bisogno di mistero e la voluttà di veli, però il loro maggior bisogno è quando spirano. — Cesare si ravvolse nella toga. La commedia finita cala il sipario: perchè non in tutte? Nel nostro teatro no, e per compenso la musica del suo russo. Povera Mimy!

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«Non lo si direbbe, eppure bisogna che Carlo sia uno sciocco per mostrarmisi addormentato così brutto e in una attitudine, che il più spiritoso caricaturista non gli consiglierebbe per perderlo. Intanto che lo guardavo inorridita si è svegliato, e mi sono prontamente rivolta perchè non prenda, come un'altra volta, la mia attonitaggine per un'estasi e me la retribuisca. Basterebbe un equivoco simile a rendere il matrimonio insopportabile. Guai se spiando vostro marito in tal momento una romantica figura vi traversa l'immaginazione! Che sarebbe più la colpa dell'adulterio? Non lo commetterò mai, perchè non mi innamorerò mai di un uomo, io già vecchia a venti anni e che morirò di una malattia che i medici non capiranno, la mancanza di aria e di amore — passerò bella e triste pel mondo come una bella nuvola pel cielo di notte. Povera Mimy, tutto è finito: sei sposa: la tua gioventù è morta: non ti resta più che la gravidanza, e avrai bevuto il calice fino alla feccia.

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«Ma il matrimonio è un contratto, Carlo diceva oggi a pranzo col presidente della Corte di appello: il matrimonio è un contratto e tutto sta nel consenso.

«Io tacevo ansiosa di comprendere questo mistero del matrimonio. Il presidente, che è religioso, negava il divorzio malgrado la maschile bruttezza di sua moglie. Coraggio di martire!

«Hanno discusso con veemenza e credo pure con dottrina, ma non ho inteso se non che il matrimonio o è un contratto o una istituzione; sempre affare di discussione fra gli uomini: per le donne non ci si pensa. Come negare, frattanto, o ammettere il divorzio senza consultare le donne, la metà degli interessati e i maggiormente?

«Basta: il matrimonio nel codice è un contratto? Non è vero, è una truffa.

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«Se suor Maria, che mi amava tanto e mi diceva: gli uomini? demoni! fosse qui, con lei direi tutto, tutto. Mi piaceva suor Maria colle gote più bianche del soggolo, gli occhi neri dolci, la bocca grande e il viso melanconico. Che bella donna se l'avessero vestita alla moda! Poveretta! laggiù nel convento chi sa quanto soffriva, ma adesso la invidio: nella sua cella è sola, libera; ha tutto il giorno e tutta la notte per sognare; che le manca? gli uomini — io ne ho uno e non avrei cuore di cederglielo... cara suor Maria, vi renderei disperata col mio triste regalo.»

Mimy interruppe le lettura e rimase meditando.

«Bice, che m'interroga sempre sulla mia tristezza, me ne ha mandato come spiegazione: Petites misères de la vie conjugale. Ho divorato il libro e non mi è piaciuto. Balzac ammette il matrimonio e ne fa la caricatura degli inconvenienti. Le sono davvero piccole miserie — e le grandi? Se il matrimonio fosse contro natura? Quando m'intendessi a scrivere e potessi dopo decidermi a gettare la mia anima al pubblico, io sì che farei un bel romanzo, per esempio — Il Romanzo di una moglie — quattordici capitoli come sono quattordici le stazioni della Via crucis.

«Gli orientali hanno il serraglio, e credo ci convenga meglio delle nostre famiglie. Il serraglio è un magnifico carcere guardato da mostri: vi si vive fuori del mondo una vita d'immaginazione: si dorme sui tappeti, si respirano profumi, si sta lunghe ore nel bagno, più lunghe allo specchio; il pensiero è tutto fisso nella bellezza, la speranza nella voluttà; il padrone entra come un attore sulla scena. Ma un marito che si vede sempre, certe volte, in certi momenti: non vi è passione, nè illusione che resista.

················

«Pensavo al matrimonio: ci penso spesso. Tutti predicano che li solamente è la vera felicità per noi donne; cioè, che per divertirsi molto e sempre bisogna prendere un abbonamento vitalizio a un teatro in cui gli stessi attori danno sempre la stessa commedia e gli uni sono più goffi dell'altra. La logica degli uomini, essi che scherniscono tanto la nostra!

················

«Sono sua! ecco la grande parola. Sua! Egli penserà forse: il corpo di Mimy è mio. Come della scimmia il violino che s'imposta sotto il mento e non sa suonare. E l'anima? sua! il mio passato, il mio sentimento, la mia fantasia, i miei sogni, i miei castelli che fabbrico sulle nuvole e nei quali mi rifugio, proprio tutto suo?

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«Sono stata tre giorni a letto e nessuno è venuto a trovarmi.

«Ero ancora più triste che malata: la penombra, il silenzio della camera, la cameriera che entrava sulla punta dei piedi e mi parlava bassamente... essere sola — un raccoglimento quasi voluttuoso se i nervi delle tempia non mi si fossero a quando a quando dolorosamente stirati. Carlo, non lo immaginavo, malgrado un accrescimento di lavoro mi veniva spesso al letto, si sedeva al capezzale, mentre l'osservavo fingendo di sonnecchiare. Carlo è incapace di amare, ma non manca proprio di cuore — è buono come un uomo.

«Se avessi una persona amata che mi si ammalasse, mi ammalerei anch'io; mi crederei cattiva diversamente.

«Mi sono sentita inclinare verso di lui: non era più mio marito, ma un amico, un medico disinteressato, e se mi avesse aiutata forse mi entrava in cuore — meglio per lui e per me: ma no, sempre così... i mariti, anche i più intelligenti, non capiscono nulla.

«Se al momento di coricarsi m'avesse detto: — Mimy, mi permetti di stare con te? altrimenti dormo nel gabinetto: correrò pel primo se chiami; — credo che gli sarei saltata al collo, però chiedendogli di lasciarmi sola.

«Invece a mezzanotte m'entra in camera: mi domanda come sto, si spoglia e giù placidamente in faccia alla cameriera:

« — Va pur là: ci penso.

«Ci pensava russando!

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«Giorgio è ritornato più secco e meno brutto dalla Spagna. Come mai gli uomini sono le nostre metà se non ci somigliano punto?

«Il sorriso che rende così grazioso il nostro volto deforma il loro, forse per l'angolosità dei lineamenti, che al più piccolo moto si urtano come le faccette dei giocattoli da bimbi. Qualche volta mi sono messa ad esaminare un uomo: meditabondo, via! ma in azione: ogni cinque minuti un'espressione triviale, un gesto villano: hanno i movimenti ancora più pesanti delle forme (per esempio ballando nessuno di loro si regge sul pollice, come sanno fare tutte le ballerine); il loro viso è talmente grossolano che nessun sentimento delicato vi può sfumare; se vi dicono un bel complimento, gli è come se vi offrissero un diamante montato in ottone. Comprendo che la cavalla ami il cavallo; la loro bellezza è uguale: ma la donna l'uomo?

«Ecco come da fanciulla mi figuravo l'amore: una tiepida pelliccia di ermellino, nella quale mi avviluppavo nuda, morbida, candida, intatta. Invece mi hanno affagottata in una pelle di asino.

················

«Suor Maria aveva per me una ben'altra tenerezza che la mamma. Quando eravamo in camera per la meditazione veniva spesso a trovarmi: mi domandava tante cose! Benchè fossi sul quindici anni mi pigliava ancora sulle ginocchia: qualche volta mi scomponeva quella orribile pettinatura, mi sbottonava dalle spalle la pellegrina e acconciandomi i capelli come la Maddalena dell'altar maggiore mi baciava sulla fronte.

« — Sei bellina, Mimetta; non insuperbire, veh!

«Arrossivo.

«Un giorno mi chiese se aspettavo ansiosamente di lasciare il convento.

« — Non lo so io: se tutte le suore fossero come lei, madre! ma la badessa mi strapazza sempre...

« — Poverina!

« — Venga con me anche lei: le vorrò bene anche fuori: non dimentico io.

«Suor Maria mi guardò con due grandi lagrime negli occhi grandi.

«Mi venne da piangere e pensando di averla afflitta le gettai le braccia al collo: la baciai, la ribaciai senza badare al rispetto...

«Mi lasciava fare.

« — Le vuol bene, madre, alla sua Mimetta?

« — Tanto!

«Io le tenevo il viso fra le palme.

«Si levò bruscamente.

«Rimasi impaurita per la mia audacia di averla baciata.

«Il mattino la rividi, e poichè teneva gli occhi bassi venne a me con dolcezza.

« — Hai detto le tue orazioni, Mimetta?

« — Sì, madre.

« — Ti sei ricordata di me?

«La guardai incantata.

« — Prega il Signore, mia cara innocente, anche per la tua suor Maria, che ne ha tanto a bisogno.

«Povera suor Maria: ci penso spesso.»

Mimy saltò qualche pagina.

«Uno de' miei roseti è stato ucciso da un bruco: ho seppellito l'ultimo fiore in uno scatolino d'oro dove tengo i capelli di suor Maria.

················

«Invece che a Giannina voglio raccontarlo a suor Maria.

«Faccio conto che siate qui nella mia camera, stasera che Carlo è a Ravenna per un processo: voi sedete sulla poltrona, io vi avvicino lo sgabello e nascondendovi la testa sulla spalla vi dico tutto. Ella è una triste istoria e io sarò una narratrice ancora più triste.

«Da sei mesi ero uscita di convento: suonavo e leggevo. Nessun uomo mi aveva parlato d'amore e nessuna donna dopo di voi. Ero quieta e malinconica: campavo di musica e di fantasie, consolandomi delle frequenti asprezze della mamma coi fiori della mia finestra.

«Una mattina che copiavo una rosa, mammà mi entrò in camera gravemente ed esaminato prima il disegno mi tolse di mano la matita: ascolta, mi disse, e seguitò dicendo che avrei sposato Carlo, il quale mi conveniva sotto ogni rapporto. Questi lo avevo poco veduto e meno osservato, perchè non mi piaceva.

«Spalancai gli occhi meravigliata, ed ella aggiunse che il matrimonio si farebbe fra due mesi.

«Mamma non mi ha mai voluto bene: ma allora non avevo altra dote che la speranza dello zio Giovanni: ero più povera della mia cameriera, e non mi venne nemmeno il pensiero di resistere: poi due mesi erano tanto lunghi. Rimasi dunque stupita, poi mi calmai.

«Egli veniva ogni due sere: era meco gentile e serio: annoiava anche più che non parlasse: copiai tutto un album di fiori alla sua presenza.

« — È mio marito: pensavo qualche volta guardandolo, ma non pensavo oltre.

«Mamma aveva una vecchia cameriera pettegola, plebea — poveretta, adesso è morta! Mentre prima mi trascurava, dopo l'annunzio del mio matrimonio, per cavarmi forse un regalo, diventò meco graziosa, e un mattino a letto, che stavo col busto fuori delle coperte:

« — Come si divertirà il signor avvocato! mi disse guardandomi leziosamente il seno: e io a coprirmi.

«Ella m'irritò, io fui curiosa e mi raccontò, anzi e mi descrisse tutto.

«Scoppiai in pianto mentre ella se ne andava ridendo. Dunque era vero?

«Il matrimonio, cui non aveva riflettuto ancora, divenne la prigione de' miei pensieri: non ne uscivo, o se pure, tutto mi vi riconduceva: intristivo; mamma non se ne accorgeva. Ebbi la debolezza d'interrogare un'altra volta la cameriera, che mi punì con molti frizzi.

«Adesso osservavo Carlo con ispavento e non ardivo più dirmi in faccia sua: è mio marito.

«La mia vita peggiorava ogni dì, perchè non potevo incontrarmi colle mie compagne che non mi salutassero ironicamente col nome di sposina, o se in parecchie non mi tempestassero di maligne allusioni, di scherzi insolenti: trovavano brutto il marito e me lo litigavano: mi compiangevano piaggiandomi, ma se piegavo abbattuta la testa, esasperavo ancora la loro cattiveria di aguzzine. Le ragazze sono senza pietà quando invidiano. E le mamme erano anche peggiori coi loro gravi complimenti sulla mia buona ventura.

«In que' giorni lessi l'Amour di Stendhal; il suo ingegnoso paragone dell'amore col bastone gettato nelle miniere e dopo tre mesi ritrattone coperto di brillanti cristallizzazioni non mi soddisfece; lo raccontai alla cameriera di mamma: mi rispose ghignando che l'immagine del bastone era giusta, perchè suo marito, fortunatamente morto, l'aveva sempre bastonata durante i loro amori.

«Ma la ballata alla Luna di Alfredo de Musset capitatami in una strenna mi fece proprio male: mi ricordo tuttavia le ultime terribili strofe. Dio! essere ridicola in quel momento. Quella luna che spia i due sposi e li impedisce col suo sguardo derisorio non la potevo sopportare; chiuderò, pensavo, le finestre: ma qualcuno mi vedrà pur sempre, e questo qualcuno era a Fognano nella vostra cella, suor Maria. Musset deve essere stato un uomo cattivo, e la sua Lucia, se lo amò, fece male. Ma pensare che se potessero vedervi in quel momento scoppierebbero risa così forti e sguaiate che nemmeno egli le sopporterebbe.... Gli uomini sono mostri, suor Maria; se vi avessero veduta quella sera, che dopo piangeste e toccò a me a consolarvi, oh il nostro doveva essere un gruppo molto bello!

«Arrivò la vigilia.

« — È la mia ultima notte, pensai facendo la piega al letto. Non avevo voluto la cameriera per star sola. Girai luogo tempo per la camera, esaminai i miei sopramobili, consultai il mio specchio e lo raccomodai: tutto mi parlava forse con più commozione che non quando lasciai il convento. Era di primavera. Il letto bianco mi pareva più soffice, più misteriose le cortine; volli leggere e non vi riuscii, perdermi in qualche fantasia delle dilette e nemmeno. Egli mi era sempre agli occhi: lo vedevo entrare in manica di camicia, cacciar dentro la testa a guardarmi... io raccapricciavo immobile e desolata: egli stendeva una mano sulle coperte... È orribile. Mi rifugiai nel vostro pensiero, suor Maria, penetrai nella vostra cella e vi scorsi sul giaciglio il capo libero dalle bende, l'abito slacciato. Avevate il volto pallido ed estatico: pensa a me! come è buona! E mi chinavo sul guanciale ad accarezzarvi insensibilmente una ciocca vagabonda — non mi sentivate. Il mio alito vi lambiva le tempia: vi rivolgevate, vi rivolgevate senza un segno di meraviglia... vi ero vicina e il vostro sogno continuava.

«Quella notte fu un'eternità: talora correvo incontro al pericolo e lo affrontavo istupidendomivi — era ancora meglio che vederlo appressare lento, inesorabile: talora lo fuggivo senza persuadermi di fuggirlo ed era uno spasimo inesprimibile.

«Si fe' giorno — la funzione sarebbe alle dieci della mattina.

«Attraverso i vetri vidi un bel garofano sbocciato nella notte: scesi a coglierlo, mi ricoricai.

«Lo ammirai: poi montommi la stizza e lo stracciai.

« — Mi faranno lo stesso, proruppi piangendo.

« — Cosa farà egli in questo momento? Sempre lui e non poterlo dimenticare...

«Poco dopo, entrarono la cameriera e la zia, ambedue guardandomi con un sorriso di mistero. Volevano conoscere se avevo dormito, perchè non dormirei la notte veniente.

« — Sollecita stamane, Mimetta: intanto la cameriera usciva: ti preme dunque molto di lasciare il tuo lettino di fanciulla?

«Non risposi.

«Ella sedette sulla sponda, e prendendomi la fronte colle mani mi baciò: poi facendosi grave:

« — Dunque è per oggi! Già, tu lo sai meglio di me, e chi sa che cosa ti figuri nella tua testolina. Non bisogna spaventarsi, sai: gli uomini sono un po' ruvidi: vedi, il pudore va usato con civetteria; tu poi, civettuola, te ne intendi, e la tua riserbatezza è di una seduzione irresistibile. Bene! che cosa hai adesso che diventi seria? non ti dispiacerà già di maritarti, Mimetta?

«Mentre mi andava consigliando colla sua esperienza gli occhi mi si empivano di lagrime.

« — Ma via, Mimetta: non istà bene adesso questa afflizione. Carlo ti vuol molto bene, tu l'ami e sei bella; egli è ricco e bravo e sarete felici. Poverina, ti rincresce: va là che la è più paura che altro: fa conto che t'abbiano a levare un dente, e davvero Carlo ha un bricciolo di cavadenti nell'aspetto: via non ti offendere dello scherzo, che non sei ancora sua moglie. Vuoi che ti conti io?... purchè ti quieti, la zia Matilde ti confessa quello che le accadde, perchè la scena su per giù è sempre la stessa. Siccome voi altri non seguite la a moda, del resto commoda, di partir subito, usciti di casa gli invitati e la mamma, resteremo io e la zia Agnese per condurti nella camera nuziale; se la vedessi! è una cosa da principe; un letto di mogano colle cortine di damasco in lana. Ti spoglieremo e allora, solo allora, signorina, vi daremo gli ultimi consigli. Poi ti lascieremo e passerai i cinque minuti più lunghi della tua vita, Carlo entrerà: vuoi sapere in qual costume? forse le mutande sotto e la veste da camera sopra. Eh! bimba mia, non è un costume seducente come quello di Salvini nell'Otello alla scena del Senato (la zia ha sempre avuto per il grande attore un culto segreto ed appassionato) però bisogna adattarsi: se meno splendido è però comodo a gettarsi per entrare sotto le lenzuola... ti par mille anni di esserci? Una volta sotto egli tacerà: gli uomini sono tutti imbarazzati a questo punto per quanto facciano gli audaci: poi ti domanderà qualche cosa inutile, cui penerai molto a rispondere; lo sentirai guardarti, perchè allora certe occhiate si sentono proprio... ma vuoi proprio saper tutto? Bene, bisognerà appagarti. Dunque ti accarezzerà, e le carezze cominceranno naturalmente dall'alto; tu fin qui contentati di arrossire, e fremerai involontariamente: è quanto basta. Quindi le sue mani scenderanno nel medesimo tempo che la sua faccia e i suoi piedi si accosteranno alla tua faccia e a' tuoi piedi: lo sentirai allungarsi; non aver paura ancora: la balestra non scatta sebbene sia tesa.

«A questa frase risi involontariamente e la zia scoppiò più forte, così che aprendo la porta, mamma, e la cameriera ci sorpresero in ilarità.

« — Ma bene! mamma esclamò: ecco la morale della predica: il predicatore che ride più del pubblico.

«Fu deciso che mi alzassi subito.

«Presi un bagno e volli essere sola. Per l'ultima volta mi guardai vergine allo specchio e baciai la mia immagine come per salutare una compagna adorata: salutavo la Mimy fanciulla e la salutavo mestamente, perchè non l'avrei trovata mai più, mai più!

«Povero ermellino, cacciato nell'antro della volpe come diventerà la tua candida pelliccia?

«Giunse Carlo in abito nero: il mio era di un pallido color lilla; sotto il velo mi sfuggivano le treccie, annodate da due nastrini con queste parole: Amor, Fides — il motto del blasone matrimoniale, e l'idea era di lui.

«Suor Maria, questo racconto m'irrita, e vi risparmio la descrizione delle formalità.

«Alle sette della sera lasciai davvero la mia casa. Sul primo pianerottolo pretestando non so quale cosa, ma certo bizzarra perchè tutti risero, riscappai dentro, corsi nella mia camera; sebbene ne avessi portato gli oggettini più cari, la volevo rivedere. Mi affacciai alla finestra, scopersi il letto, mi guardai nello specchio: mi si stringeva il cuore. Quante idee! mi vennero le lagrime agli occhi, ma fu un lampo: intesi che mi venivano a cercare, e con uno sforzo fuggii.

«Il pranzo era annunziato per le otto e mezzo, non vi trovammo che alcuni parenti dei più stretti. Mi pareva un sogno di essere in un'altra casa mia: mi osservavo attorno, e niente mi conosceva: ero un'estranea anch'io. Gran faccenda per la tavola; io medesima dovetti intervenire gustando prima della tavola un antipasto di economia famigliare — queste due parole sono sue.

«Che sciocca idea di non partire subito da Bologna! Oh tutte quelle premure, quei sorrisi, quelle occhiate della gente che vi analizza, quei complimenti sciocchi! e non sapere dove fissare gli occhi temendo che se vi scappano anche per ribrezzo sul marito subito venti bocche sogghignino e venti teste gustino un pensiero insolente: e dover rispondere a tutto e a tutti, mostrarsi disinvolta e fino a un certo segno innamorata... quel rumore, quella gioia volgare, spietata...

«Si pranzò: io fui il bersaglio di tutti gli sguardi, di tutti i motti spiritosi: inspirai tutti i brindisi. Chi sa quanti ci lodavano ridendo in cuor loro. Fra i parenti sedevano alcuni amici di lui, giudici, consiglieri della corte, che parevano tante faccie staccate dalle bomboniere di Rovinazzi; parlavano gravemente fra il romorio degli altri avendo l'aria di essere qualche cosa di più... Infatti erano anche più brutti.

«Poi finì il martirio dei complimenti, degli sguardi che mi volevano svelare tutti i misteri. Non rimasero nelle sale che alcune signore.

«Suor Maria, non vi dirò quello che mi dissero.

«Quando la mia buona santa volle se ne andarono esse pure lasciandomi nelle mani delle due zie. Fui condotta nel gabinetto attiguo alla camera nuziale, che egli stesso aveva arredato; proprio il capolavoro di un uomo.

«Lì cominciarono a spogliarmi senza che potessi nè consentire nè resistere, come un fantoccio.

«Rimasi colla camicia, gli stivalini e la corona di rose bianche, quindi mi offersero un paio di pantofole in lana di un orribile disegno: chinandomi per calzarle mi si slacciò il seno.

« — Piccino! disse la zia Agnese, e nella sua voce c'era quasi del rimprovero. Ella certo lo aveva decuplo del mio.

«Arrossii.

« — Non ti levi le calze? seguitò.

« — È meglio che le tenga, rispose la zia Matilde.

« — Sono di seta, delicate.

« — Meglio: sarà bene che le tenga per le prime ore: poi, Mimetta, mi si rivolse, te le trarrai. Gli uomini, proseguì colla zia Agnese, ne vanno pazzi e molti spingono l'esigenza fino agli stivalini; bisogna pure contentarli questi tiranni.

«Io ascoltavo attonita questa grave discussione.

«Fu deciso che andassi a letto colle calze.

« — Zia, disse la Matilde, tocca a voi accomodare il letto per la piccina: andate a fargli la piega e a dispor tutto: non vogliamo che Mimetta si fermi nella camera; se vorrà poi uscire di letto se la intenderà con Carlo.

«Ridevano.

«Cominciavo ad avere la febbre: quei preparativi m'irritavano dolorosamente, e mi sarebbe quasi parso di essere alla commedia se la coscienza non mi avesse avvertita che la protagonista era io.

« — Mimetta, mi si voltò la zia: siamo all'ultimo, coraggio! Non bisogna piangere; no, piccina mia, bisogna ritirare quelle lagrime dai begli occhioni cilestri. Adesso voltati addietro: il passato di fanciulla è passato davvero e incomincia una vita nuova — incominciala dunque bene. Non gli vuoi ancora troppo bene, e abbassava la voce per non essere udita dall'altra camera; me ne sono accorta, silenzio! Anch'io quando sposai il mio Giuseppe ero come te: ma questa di non amarlo non è una buona ragione, per mostrarti fredda con lui: anzi al contrario, perchè guai se ti sospettasse! la pace della tua vita ne sarebbe distrutta per sempre. Gli uomini tengono molto all'amore della moglie sul principio, poi si rallentano. Lascialo farti bella, lascialo fare, e se soffrirai, mostralo per averne il merito: sarà il maggiore —. Sapendo condursi si può nella prima notte conquistare la propria supremazia. Ti voglio bene io, e ti consiglio più da amica che da zia: abbi giudizio adesso se vorrai averne poco in appresso... ma no, tu sarai sempre buona, angelo mio.

«Mi baciò davvero commossa.

« — Piano con quei baci, che non senta Carlo: sarebbe capace d'ingelosirsi! interruppe la zia Agnese. Siamo pronti, sposina.

«Mi presero ognuna per un braccio. Chiusi gli occhi: sentii che entravamo nella camera, travidi un gran letto colle cortine rosse.

«Ci fermammo: eravamo sulla sponda del talamo tanto vantato nei sonetti di nozze. A sinistra, dal mio canto era già fatta la piega.

«Mi scossi come se fino allora fosse stato un sogno, quindi ciò che avevo imparato della notte mi apparve in tutta la sua grossolana realtà, così che mi sembrò quasi d'aver tutto sopportato. Egli poteva essere nel letto ad aspettarmi che la sensazione non sarebbe stata più violenta.

« — Su! esclamarono ridendo, e prima di avvedermene mi trovai seduta con una gamba lungo la sponda e l'altra penzoloni: le pantofole troppo grandi m'erano cadute.

« — Guardate quanto è fatta bene questa bricconcella! disse la zia Matilde.

«Quelle mani mi agghiacciarono dove si posarono. Non era una profanazione? Mi riparai prestamente sotto le coperte tirandomele sul collo.

«Indi:

« — Buona notte; noi ce ne andiamo, mi dissero.

«Le guardai impaurita: tremavo di restar sola in quella camera ignota, in quel letto non mio, troppo grande.

«La zia Matilde s'incamminava verso l'uscio: l'altra fingendo di accomodare le coperte:

« — Siate buona.

« — Agnese...

« — Vengo. Dunque vi lasciamo. Datemi un bacio.

« — Anche a me, e la zia Matilde ritornò al letto.

«Dovetti levarmi per contentarle. In quella che davo l'ultimo bacio scorsi una figura fra la porta e gettai uno strido nascondendomi.

«Uscirono.

«Suor Maria non saprò mai esprimervi ciò che provai in quei momenti. Avevo la testa in subbuglio: mi fischiavano gli orecchi. Stavo rannicchiata sotto le coperte e sudavo ritirandomi in me stessa come una sensitiva: se avessi potuto impicciolirmi tanto che non mi avesse più trovata! Ma cosa parlano all'uscio? Ebbi la tentazione per un istante, di scendere ad origliare. E i famosi consigli delle zie? Ecco che viene! balbettavo nel pensiero. Ah! è questa la voluttà di un primo appuntamento con un uomo, che vantano i romanzi! Adesso dimenticavo tutte le spiegazioni della cameriera e ritornavo ingenua, ignorante, fingendomi mille cose, storpiando quelle che ancora ritenevo. Come sarà vestito? Lo vedrò, mi vorrà vedere? come mi conterrò? lasciar far tutto secondo le raccomandazioni della zia Matilde: capisco... anzi non capisco nulla. Ma come, noi che ci siamo trattati tanto freddamente per due mesi, così all'improvviso passare a una confidenza... Gli parrò bella con tutti questi ricciolini giù pel collo e col mio petto piccino? La zia Agnese, che cattiveria! Ma se mi ripetesse quella sprezzante parola: piccino!

«Udii muoversi la maniglia dell'uscio. Mio Dio! mi raccomandai.

«Non entrava alcuno; respirai.

«Che si cacci subito a letto o me ne domandi il permesso? mi pare che dovrebbe chiederlo. Povera Mimy! Ah! se fosse qui suor Maria e mi proteggesse — se dovesse entrare lei invece.

«Era lui: aveva la veste da camera: scalzo colle pantofole.

« — Hai freddo? mi disse con un mezzo sorriso vedendomi rattrapita.

«Mi stesi subito senza rispondere.

«Egli si premè contro la sponda del letto: era quasi pallido. Dio! che goffaggine...

« — Se mi domanda di venire a letto gli dico di no, pensai.

«Taceva sempre: d'improvviso, non sapendo forse cosa fare, si chinò per baciarmi; le sue labbra mi toccarono la fronte mentre la ritraevo.

«Soffocai un grido: era già a letto.

«Avevamo le faccie in iscorcio che si toccavano quasi: avrei sofferto qualunque tortura per muovermi e non mi arrischiavo.

«Stemmo così in silenzio. Riandavo il discorso della zia Matilde attendendo che si verificasse e fremevo. La vicinanza di lui mi destava un indefinibile ribrezzo. Ero così lungi da ogni pensiero d'amore, come dal trovare lui bello; ma debbo confessarvelo? non desideravo neppure di uscire da quel letto: capitemi, perchè non mi so spiegare. Dipendeva dalla curiosità, dalla stanchezza di meditare un male inevitabile? Non lo so, immaginate tutto fuorchè una simpatia per lui.

«Che cosa parlano mai i romanzi della fragilità del nostro sesso? Menzogne! Coloro i quali scrivono di queste cose non hanno conosciute le donne... Giorgio mi ha raccontato che il papa ha dovuto ordinare una camicia di bronzo al bel genio di Canova sul monumento di Clemente XIV, perchè le inglesi si fermavano troppo ad ammirarlo, e può essere; ma esaltarsi, soccombere di concupiscenza, come diceva la badessa che mi strapazzava tanto, presso un uomo brutto come generalmente gli amanti e i mariti, questa è una infame calunnia inspirata dalla vanità ai nostri padroni o una malattia nervosa di qualche povera donna. Siamo troppo belle per essere così brutali.

«Vedete come divago dal racconto che vi ho promesso? Non ci posso proprio pensare a quei brutti momenti.

«Carlo sospirò — ci siamo, e ci eravamo davvero.

«Dopo il vento la gragnuola.

«Sentii il suo sospiro salirmi per la guancia e la guancia credo che arrossisse, perchè egli stendendovi la mano:

« — Come sei calda! osservò, e nel medesimo tempo un piede di un peso enorme mi affondava i miei due piedini.

«Mi avevano consigliato di lasciar fare.

«Egli principiava a smaniare. Voleva forse discorrere e non trovava che dire: mi sembrava d'intendere le parole mormorargli in bocca. Gli volsi un'occhiata di sbieco e vidi due occhi verdi, luccicanti come gli smeraldi del mio finimento di nozze, e un viso rosso quasi avesse soffiato per dieci minuti sui carboni.

« — Mimetta...

«Finsi di non intendere.

« — Mimetta...

« — Avete bisogno di qualche cosa? balbettai.

« — Sorniona! E la sua mano dalla guancia mi scivolò al seno tentando invano di aprire i piccoli bottoni del corsetto.

« — Apriti! susurrò con voce convulsa.

«Apriti! ma rompilo piuttosto: violentami e lasciami la grazia della debolezza che è vinta, il pudore della innocenza che è sagrificata!...

«Arrossii credo sino ai piedi. Vi ricordate, suor Maria, con quanta grazia pigliandomi le mani e accarezzandomi cogli occhi, coi palpiti del petto, mi costringevate a schiudermi il turpe abitino di educanda?...

« — Apriti, via.

«Dovetti ubbidire.

«Il mio povero seno, il mio solo orgoglio! io che lo amavo come un poeta può amare il proprio genio, che l'avrei voluto sempre casto per conservarlo sempre bello... il mio seno che voi amavate, suor Maria, e coprivate di baci appoggiandovi la vostra bella testa di angelo sventurato: essere costretta a profanarlo così senza potere neppur piangere, senza la poesia del dolore per consolare il sagrificio. Oh! lasciatemi piangere adesso che non sono più Mimy la fanciulla, narrando come la povera fanciulla fu ignobilmente uccisa nel triste mistero di una notte, che non tornerà mai più...

«Non potevo piangere: la mente mi si faceva di una limpidezza terribile, mentre il corpo mi si irrigidiva: nulla doveva sfuggirmi della scena sciagurata.

«Mi era sopra colla testa e io tenevo con isforzo gli occhi al muro per non vederlo, ma una curiosità dolorosa mi spingeva. Mi venne la cattiva voglia di guardarlo; giacchè non potevo allontanare il calice ne volevo la feccia. Infelice! la mia occhiata parve forse un invito; sparii soffocata.

«Non è tutto.

«Egli spiritava. Mi cercava colle labbra sorridenti e mi giunse con un bacio lungo, infernale, che non scemava, non finiva: un bacio co' suoi denti neri senza che potessi muovermi. Non respiravo — non è tutto: mi sottrassi disperatamente, ma invano, giacchè le sue labbra ancora sulle mie labbra ripetevano orribilmente la sublime carezza delle colombe intarsiate sulla cimasa del letto.

«Non è tutto, ve l'ho detto: il suo alito puzzava. E quando le lagrime gonfiandomi infine gli occhi mi caddero giù pel viso, cadeva egli pure. Aveva trionfato... aveva bevuto il vino senza badare alla tazza. Ubbriacone villano!

«Villano!

«Siamo pure infelici noi povere donne...

«Non è tutto ancora... Oh risparmiatemi il racconto di questa ignobile miseria, la più ignobile, e possiate non indovinarla nella delicata bontà del vostro cuore. — La vostra candida colomba, la vostra Mimy...»

Qui interruppe la lettura e si passò la mano sugli occhi ad asciugare una lagrima: sfogliò ancora molte pagine arrestandosi ad una scritta con un carattere, sebbene della stessa mano, assai dissimile. Forse coloro che pensano d'indovinare l'anima dalla calligrafia ne amerebbero un'analisi, ma troppo poco ingegnosi per tale impresa ci contenteremo di leggere con Mimy, guardandole negli occhi, ai passi più difficili.

«È bella come una eroina. Ho visto un ritratto di Goethe: la stessa fronte ampia e possente, quasi misteriosa nella sua strana bianchezza; vorrei vederla in mezzo a una tempesta dominare le onde.

«Se non avevo quel brutto signore dinanzi forse mi avrebbe scorta. Me ne dispiace davvero: le avrei offerto la mia ammirazione: vi è tanto piacere nell'ammirare una donna! Peccato che la sarta non mi sappia fare un abito simile al suo in due giorni, correrei subito allo stabilimento ed ella capirebbe che la copio; ma chi sa se capirebbe il mio complimento o non mi supporrebbe invece una ridicola provinciale, che s'affretta a scimmiottare le grandi dame della capitale. Non mi pare italiana e non so qual nazione darle, mentre è più bianca e diversamente bianca dalle belle inglesi che ammirai tanto nell'inverno a Firenze — un bianco non vivo come nel marmo, nè spento come nella camelia, tiepido, appannato, sotto al quale si travedono appena le vene azzurrine.

«Oh come è bella!

«Sarà vedova o maritata.»

Mancava il punto interrogativo: forse Mimy non aveva osato compire nel pensiero questa domanda.

«Le ho parlato.

«Era vestita come le signore di Bologna non lo sono mai: con un abito da mattina. Me ne intendo di eleganza io, sebbene moglie di Carlo che veste filosoficamente, dice lui. Quanto sarebbe brutto vicino a lei!

«Ci siamo incontrate scendendo di carrozza. Sulla porta dello stabilimento non c'erano uomini. Io precedeva e non ho osato fermarmi per passare la seconda. Il salone era deserto. Ho sentito che ella affrettava il passo e il cuore mi ha balzato con violenza, mentre il pensiero mi è subito corso alla volgare mussolina che indossavo. Avrei voluto guardarmi nello specchio perchè mi pareva mi stesse male ogni cosa: la parrucca era certo per traverso, i cannoncini sulle spalle disciolti, la veste troppo inamidata non accompagnava i movimenti del passo; ma non mi arrischiavo toccarla sentendomi dietro il suo sguardo. Ho traversato il salone certo più largo del solito, e scendevo l'ultimo gradino quando ella apriva l'uscio. Eravamo sole. Giulietta doveva raggiungermi nel camerino. Fortuna che l'ombrellino mi ha salvato dall'impiccio delle mani — la strada era proprio troppo lunga. Sarà una pazzia, ma avevo la febbre. Titubando ho rallentato il passo, poi ho pensato: se mettessi gli occhiali neri? così potrei guardarla con più coraggio... sì ma divento brutta: il mio nasino li sopporta male: e non ho di bello che gli occhi — se li copro è finita. A poco a poco mi sono fatta raggiungere, ma me ne sono subito pentita perchè ella sembrava decisa a non oltrepassarmi. L'ombra del suo ombrellino mi dava sul petto: ascoltavo il rumore de' suoi passi sulla sabbia, odoravo il suo odore di vainiglia — scriverò a Giannina che me ne mandi subito qualche boccetta. Mi sono accorta che camminavo a testa bassa come una educanda.

«Non voglio pensarci oltre: vado a suonare la canzone del moro di Gottschalk.

················

«Eravamo otto signore nel bagno; le più belle io e Giulietta. Mi sono dimenticata la cuffia nel camerino, ma credo di averlo fatto a bella posta: però non pensavo che mi si avessero a sciorre le treccie. Ella era là sulla piattaforma respirando il vento marino che le scherzava col velo; quando mi sono caduti i capelli le è sfuggito un gesto. Il mare era mosso: io nuotavo con passione rompendo le piccole onde, mentre le altre signore strillavano di paura strette alla fune. La spuma imbiancandomi i capelli mi susurrava: ti guarda, ti guarda.

«Ne ero sicura: quando sono uscita dal camerino era lì che mi aspettava. Molti giovani, i belli di Bologna, attendevano pure sulla piattaforma, collezione di scimmiotti più grandi che nei serragli ma in compenso assai meno graziosi. Ci camminavano dietro ridendo forte per farsi notare — imbecilli! badare a loro vicino a lei.

«Siamo giunte così agli scalini: mi sono scansata per lasciarla passare; ella mi ha risposto col medesimo gesto d'invito.

« — Oh! impossibile: mi è sfuggito.

« — Impossibile! Là gioventù e la bellezza non debbono mai cedere il passo.

«Ho arrossito senza muovermi. Che sciocca! non dovevo rispondere: Allora io passo la seconda?

«I scimmiotti ci guardavano: ella si è accorta della mia pena e mi ha offerto il braccio.

« — Sarò il vostro cavaliere.

«Ho accettato tremando. Il salone era pieno di gente che si è messa subito a guardarci.

« — Bello il mare stamane: ella mi diceva all'orecchio come un uomo.

« — Sì.

« — Del colore dei vostri occhi. È questa l'ora del vostro bagno alla mattina?

« — Sì: ci verrà pure la signora?

« — Oh! no: me ne dispiace; piglio il bagno in alto mare, lungi dalla folla: ma ci verrò egualmente; spero che c'incontreremo.

«Eravamo fuori dello stabilimento: una magnifica carrozza l'aspettava. Ci siamo barattate le carte da visita.

« — Emilia... un bel nome.

« — Comincia per E come Elisa.

« — Ah! e stringendomi vigorosamente la mano mi ha salutato.

« == Elisa di Monero == con sopra una corona di marchesa: scritto in corsivo: un biglietto piccino piccino.

«La marchesa ha una fossetta sul mento: pare un nido di baci.

Mimy scartabellò due o tre pagine.

«Il mare ondulava appena: Carlo ritto a poppa seguiva da lungi il bianco di una piccola vela, mentre io pensavo alla marchesa.

«Avevo preso meco la mandola per consiglio di lui e m'era accomodato sul capo un fazzoletto color di rosa alla graziosa maniera delle contadine, colle punte dietro svolazzanti. Il rosa mi va bene, perchè colora lievemente la mia pallidezza spesso marmorea.

«Carlo mi chiama.

« — Voltati, Mimy: quella barchetta pare che sia ferma: vi è dentro un moro: no, aspetta, mi pare una donna.

«E guardava vivamente col cannocchiale.

« — È della marchesa! mi ha subito esclamato il cuore.

«Egli ordinava di remare a quella parte. Mi sentivo agitata: il mare ondoleggiante mi pareva aumentare la nostra distanza trascinando sempre più lungi la barchetta: il tremolìo dei raggi nell'acqua mi abbarbagliava.

« — Perchè non canti qualche cosa sulla mandola? Non ho mai ascoltato musica in mare; dicono che faccia tanto effetto.

« — Ora?

« — Si leva il vento di terra, diceva il marinaio più vecchio; che alziamo la vela, signore? si va più presto e meglio.

« — Come vuoi.

«In un momento hanno piantato il bastone e spiegata la vela: era fra me e Carlo.

«Volavamo: quindi ho cantato sopra un'aria di Schubert la mia barcarola favorita:

«Soffia il vento nella vela

«Ride il cielo e ride il mar...

«ma gittando l'ultimo trillo, il più acuto, ero a poca distanza dalla barca. Uno strano marinaio vestito di una camicietta bianca dentro un largo calzone egualmente bianco e rimboccato al ginocchio, con in testa un fazzoletto come il mio, stava curvo sui remi quasi aspettando un ordine. Era davvero una donna. Intorno alla barca nulla: dunque nulla? Quella mora era proprio della marchesa? non poteva appartenere a qualche capitano di vascello? frattanto vascelli non se ne vedevano. Avevo cantato quella barcarola per la mora e per Carlo — che sciocca!

«Volsi indispettita le spalle alla barca e per non vedere più nulla mi copersi la faccia col fazzoletto: mi veniva da piangere.

« — Ma no, pensai; è una scempiaggine.

«Mi scossi agitando così il fazzoletto che mi cadde nell'acqua.

« — Ah! gridò il marinaio che mi era presso: lo pigliamo subito. Difatti allungò il remo percotendolo sull'acqua, ma i cerchi che vi si formarono lo respinsero assai più lungi.

« — Come si fa adesso?

« — Diamogli dietro colla barca.

« — Contro vento?

«Un'ondicciuola lo coperse: dopo un momento riapparve più lontano.

« — Ti butti: disse Carlo al più giovane.

« — Già, se non ci fosse lei... e mi indicava.

« — Perchè?

« — Che vuole, coi calzoni si nuota male e ad asciugarseli addosso c'è da buscare un malanno. Beppe, tu non ce le hai mica?

« — Che cosa?

« — Bestia!

«Carlo scoppiò a ridere rumorosamente: il pover'uomo non aveva mutandine.

« — Va là: poco male.

«Io m'ero già rassegnata a perdere il fazzoletto ed ammiravo il remoto sfumare del verde marino, quando un grido di Carlo mi scosse: guardai e vidi nuotare verso noi una testa, di cui le treccie nereggiavano a quando a quando sopra un dorso nudo nello sforzo della sbracciata... La marchesa! Mi venne quasi male. Nuotava colla forza del più robusto marinaio: non sapevo più cosa credere, e non pensai nemmeno di farle accostare la barca. Ci raggiungeva egualmente.

«Mi chinai e vidi Carlo a guardare anelante.

« — Carlo!

«Non m'intese.

« — Carlo!

«Si volse e comprendendomi si ritirò, ma siccome la vela ci separava, non so se veramente si nascondesse dall'altro lato, come esigeva la convenienza.

« — Ferma! gridai al vecchio.

« — Che cosa? e si piegava verso di me per guardare.

«Lo respinsi colla mano ponendomi fra lui e la marchesa: nello stesso momento con un colpo vigoroso sull'acqua ella arrivava ad afferrare l'orlo della barca: si sollevò col fazzoletto fra le labbra.

« — Il vostro fazzoletto, signora.

«Tesi confusa la mano, ma ella non lo lasciò e stringendomi un dito, cogli occhi negli occhi che non potevo nè evitare nè sostenere il suo sguardo:

« — Non mi ringraziate?

« — Signora marchesa...

« — Allora stendete un po' più la mano e permettete alla mia bocca di baciarvela: ella vi ha reso il servigio, a lei la ricompensa.

«Ubbidii: ella si rituffò e ricomparve lontana nuotando verso la barca della mora, che parve chiamare col fischietto d'oro, che le pendeva al collo per un filo rosso.

«La vedemmo salire sulla barca e non vedemmo altro, perchè la mora l'avvolse subito in un bianco accappatoio.

«Ci allontanammo.

«Carlo non mi prestò più il cannocchiale.

«Ecco come io pure concepisco il bagno, in alto mare guardando la riva lontana e le vele bianche passare all'orizzonte paragonandosi con esse. Vorrei uno scoglio bianco per sedermi con lei al sole e parlare d'amore fra la cocente solitudine del mare e del cielo. Un bacio allora sarebbe sublime; poi tuffarsi ancora, nuotare di conserva come si cammina a braccetto per il viale di un bosco, e ritornando stanche allo scoglio, riposarci l'una in grembo all'altra coprendoci coi capelli, dopo averli torti sul sasso come si scolpiscono le Veneri.

«Poi montare sulla barca, rivestirci: la mora vogherebbe... e io canterei accovacciata ai piedi della marchesa sopra un cuscino...

«È bella!... se trovassi una immagine... Bella come la prima speranza d'amore in un'ora di solitaria voluttà.

«Ho paura che Carlo discorra dell'accaduto allo stabilimento; se lo sapessero che ella ci si è mostrata così... Che importa? ho letto in un romanzo che il pudore è una invenzione moderna dei brutti — credo che abbia ragione.

················

«La marchesa mi ha mandato i Nibelungi; queste parole erano segnate colla matita:

« — Che mi parli di uno sposo, mamma diletta? Senza amore di guerriero voglio vivere sempre, perchè a causa di un uomo nessun dolore mi tocchi. Così mi conserverò bella fino alla morte.

················

«Carlo si è innamorato: egli! La marchesa lo deride e non se ne avvede.

«Questa sera le ha fatto un complimento:

« — Ma sono proprio bella? gli ha risposto la marchesa: trovatemi un paragone.

« — Non ve ne sono, mi è sfuggito.

«Ella ha sorriso.

« — L'ho trovato.

« — Originale?

« — Lo spero: come la Minerva vaticana.

«A questo paragone veramente originale la marchesa ha fatto una smorfia.

« — E voi non avete il vostro complimento?

« — Sì.

« — Come sono dunque bella?

« — Come io vorrei esserlo se voi non lo foste.

« — Ah! perdonate al mio orgoglio, signor avvocato, ma questa volta la moglie ha vinto il marito: accade spesso.

················

«Mia cara signora,

«Poichè ieri sera non mi fu possibile venire allo stabilimento e debbo partire sull'atto, mi piglio la libertà di scrivervi: posso sperare che non vi sembri strano? Certo ci conosciamo da troppo poco perchè costumi così amichevoli corrano fra noi; ma se la simpatia è la prima apparenza e il primo fondamento dell'amicizia, permettendomeli, non faccio che esprimervi parte dei sentimenti che mi avete inspirato. Siccome non ho conosciuto che voi a Rimini, sono quasi tentata di credere voi pure non vi abbiate conosciuto che me. Il nostro incontro fu quasi romantico quanto la vostra bellezza. Vi ricordate la passeggiata sulla spiaggia al lume di luna? Quella sera mi pareste stupendamente bella; seppi che occupavate un gran posto nel mio cuore e che potrei difficilmente un giorno dimenticarvi. Eravate vestita di bianco, melanconica, meditabonda: la vostra mano appoggiandosi al mio braccio fremeva, i vostri occhi mi guardavano a quando a quando incantati mentre sulla bocca vi aleggiava un voluttuoso e triste sorriso. Perdonatemi, signora, l'audacia delle osservazioni e il cattivo gusto delle frasi; ma quel ricordo mi brucia così nel pensiero, che trattandolo, la passione mi turba e non so velarlo come vorrebbe forse la convenienza.

«Io parto, voi pure a giorni lascerete Rimini per la vostra villa: così almeno mi disse il signor avvocato. Volendo rivedervi mi converrà dunque cercarvi fra le belle colline felsinee, ed ecco una nuova attrattiva. Ma voi, signora, all'ombra di un vecchio albero o sotto una rustica capanna penserete mai a me? Vi tornerà mai la memoria alle poche sere sulla piattaforma, nelle quali abbiamo tanto parlato guardando il mare? Vorrei essere davvero vostra amica per godermi questa bella speranza e dirmi qualche ora del giorno o della notte: forse adesso la più bella fanciulla, perdonatemi ancora questo nome che non conviene al vostro stato di sposa ma va sì meravigliosamente alla vostra figura, la più bella fanciulla cui mi sia incontrata, s'intrattiene di me... Vi sono nell'amicizia consolazioni ineffabili, e questa n'è una: occupare la vostra anima delicata quanto il vostro viso, esservi intorno invisibile ed avvertita: sentire le vostre melanconie, comprendere le vostre passioni, essere la vostra confidente, colei alla quale si ricorre per non star sola, che è nella nostra vita, nell'aria che si respira, nei fiori che si colgono, nel giardino ove ci si perde, nel letto ove ci si adagia... Ecco un sogno di felicità; questo sogno mi assedia.

«Dall'amicizia all'amore è un tratto anche più breve che dalla vita alla morte, dall'amore alla voluttà; quindi desiderandovi amica vi confesso di amarvi. Voi donna comprendetemi e perdonatemi se non dividete il mio affetto — consultate però bene il vostro cuore prima di rispondermi e non mi spedite la risposta, perchè non posso darvi ora alcun indirizzo.

«Il cuore di una donna è capace di sentimenti d'infinita delicatezza, che gli uomini ignorano: consultatelo bene.

«Elisa di Monero.»

«PS. Se intendeste di mostrare questa lettera al signor avvocato per avvisarlo che parto è inutile: gli mando una carta da visita. Mi accorgo, rileggendo la lettera, che non vi ho salutato; non ve ne offendete. Mi duole troppo dirvi addio: non so pensarci, mi è impossibile scriverlo.

«No: a rivederci.

················

«Partita... come un sogno!

« — Ci rivedremo — non lo credo; perchè dovrebbe ritornare? Eccomi ancora sola, più sola e per sempre.... Inchiodate dunque il coperchio, ora che il cadavere è adagiato nella cassa...

«Povera Mimy!

················

«Che scena! Ero nel gabinetto quando Giulietta è entrata ansante.

« — La signora marchesa!

« — Chi!

« — Di Rimini.

«Mi è mancato il respiro, e Giulietta è scappata per preparare non so cosa.

«Dio! com'ero mal vestita. L'abito mi faceva mille brutte pieghe, avevo la pettinatura vecchia, le pantofole invece degli stivalini, ma il tempo, di raffazzonarsi mancava — Come mi troverà brutta! Nullameno, sono andata verso la sala sudando freddo. La porta era socchiusa; la ho traveduta presso il tavolo con un mio ricamo in mano.

«Sentendomi si è rivolta.

« — Così dunque vi sorprendo: il signor avvocato è a Bologna, alla Corte di Appello: vi stupisce che sia tanto bene informata? almeno non vi dispiacerà...

« — Perchè?...

« — Ah! signora Mimy, questa è una cattiva risposta: una amica avrebbe trovato di meglio.

«Ero nella massima confusione.

« — Mi permettete, soggiungeva colla sua disinvoltura prendendomi le mani, di invitarvi a sedere: la mia visita sarà molto lunga.

«Poi ha parlato lei sola di tante cose con uno spirito e una leggerezza, che a poco a poco mi è ritornata la confidenza delle migliori sere ai bagni, e ho potuto seguirla. Adesso che ci penso, non capisco come ella abbia retto la conversazione con me, che parlavo a monosillabi.

« — È appena di un anno il vostro matrimonio?

« — Di un anno.

« — Breve?

« — Un anno.

« — A me parve lungo. Davvero il matrimonio non vale quanto costa. Amore e matrimonio, un fiore di primavera e un fungo di autunno: che ne dite di coloro, i quali ne compongono un mazzo e pretendono che sia bello?

«Le ho risposto con un sorriso.

« — Si vede che le leggi sono fatte dagli uomini: ci vogliono immacolate nel matrimonio e appena contrattolo ci si rivelano nella più ributtante animalità: prima il morso, poi gli speroni. Le donne vi assentono; alcune, le più volgari, vantano perfino la vita di famiglia. Partorire figli, essere idropica nove mesi dell'anno e gli altri tre convalescente, diventare brutta dieci volte prima di essere vecchia, balloccarsi coi piaceri della nonna avendo intorno una torma di bambini... ecco tutto — e il sogno, il romanzo della gioventù, le passioni, l'incognito, la febbre, questa vita della vita?... Compiango le mogli, ma non posso sopportarle felici: mi sembra una rinnegazione della nostra aristocrazia questa loro plebea beatitudine nel matrimonio...

« — Ma il mondo...

« — Il mondo, mi ha interrotto riscaldandosi, lo so, finirebbe: anzi tutto dubito se fosse un gran male — e che m'importa del mondo? che cosa è? La moltitudine è il mondo? Ebbene, abbia le sue leggi e i suoi matrimoni; però tutti non sono moltitudine, e coloro che hanno un altro mondo nell'anima, le donne che sentono sè medesime perchè accettano o peggio ancora godono di questa degradazione: la subiscano almeno, abbiano la poesia del dolore se non quella della felicità. Una volta vidi una tigre domata lambire la mano a un facchino e ne patii: ecco la donna e il marito. Ci battano, ma non ne siamo innamorate. La tigre non deve amare che la tigre; la tigre è più bella dell'uomo.

«Così parlando gli occhi le lanciavano fiamme e il viso le si era colorato. Bella e superba! Ma che discorsi! eppure ha ragione.

«Io tacevo non sapendo che fare o dire: la sua audacia mi spaventava.

« — È vostra questa rosa? proseguiva mutando discorso e tono con incredibile facilità; e m'indicava un ricamo sul seggiolino.

« — Sì.

« — Allora accettate anche questa: ha soggiunto traendosi e presentandomi una magnifica rosa bianca.

«Poi abbiamo ancora parlato non so come di cose malinconiche. Mi sono venute le lagrime agli occhi.

«Ella si è alzata vivamente guardando l'oriuolo:

« — Ho tuttavia una mezz'ora: la passo con voi: ma usciamo, scendiamo in giardino.

« — Come siete pallida, triste: siete sempre così?

« — Carattere...

« — O sciagura.

« — Forse anco.

« — Però siete giovanissima.

« — Venti anni.

« — L'età del primo amore.

« — E del matrimonio.

« — Dimentichiamo, dimentichiamo ha mormorato mormorando gli ammirabili versi del Carducci:

«Odi le cetere tinnir, montiamo;

«Fuggiam le occidue macchiate rive,

«Dimentichiamo.»

« — Vi ricordate?

«Non volevo rispondere, e poi non potevo.

« — Consentite?

« — Consentite? insisteva ancora con voce più sommessa.

« — Sì...

«Il suo volto si è avventato sul mio e le sue labbra mi hanno tanto baciato le labbra da suggermi il respiro. Oh, il suo bacio! Siamo rimaste così: quando l'ho guardata aveva le labbra bianche.

« — Ho fatto male a chiedervi un bacio: avrei dovuto darvelo quando siete entrata, così sarebbe stato meno terribile.

«E mi ha trascinato correndo giù per le scale. Erano le quattro dopo mezzogiorno: fra le piccole aiuole l'aria scottava, sebbene il sole fosse nascosto da un gran nuvolone turchiniccio: laonde abbiamo girato dietro il casino internandoci fra i pochi alberi, che Carlo decora col nome di bosco quando parla coi vicini: ci siamo sedute all'ombra della vecchia quercia: mi sentivo in una atmosfera tropicale.

« — Che ne pensate de' miei discorsi? mi ha chiesto.

« — Belli...

« — Null'altro? confessatelo, sono stravaganti come io stessa, come tutto e tutti che abbassandosi o sollevandosi escono dalla zona comune. Mostrate al vostro giardiniere la rosa delle Alpi e vi risponderà: Strana! Mostrategli la rosa Gulsad-berk dalle cento foglie e vi risponderà egualmente: e se io dicessi a vostro marito, che è pure un gran giureconsulto: una donna ama una donna con maggior passione dell'uomo più sensibile, di Byron o di Heine, mi risponderebbe: stravaganza — e avrebbe torto come il vostro giardiniere. Ma se io ripeto a voi intelligente quanto bella: il matrimonio è il peggiore fra i contratti ammessi e proibiti dal codice, la famiglia un ergastolo per la passione, la gioventù senza amore il delitto più insensato contro noi stessi e la natura: se vi ripeto che noi donne siamo la poesia e dobbiamo essere i nostri poeti, che Eva amò gli angeli perchè soli la somigliavano ed Eva era sola, mentre Adamo era il cane che veniva a lambirle la mano abbandonata nel languore dell'amplesso celeste... mi ribatterete: stravaganza?

« — Oh! no — Gli amori degli angeli — il mio poema favorito... Ma la passione, e tremavo dolente di contraddirla e curiosa della risposta, è davvero la vita? Noi facciamo sogni stupendi... non sono che sogni...

« — Perchè disperare? Credere ai sogni della mente, sogni di volgari interessi, seguirli, dar loro una forma più consistente del marmo e considerare quelli del cuore come nebbie che il vento debba dissipare ancora prima che il sole le illumini... È un triste piacere quello di lanciare un sasso contro un vaso di porcellana per riconoscerlo fragile. Io accarezzo i miei sogni, e se Sardanapalo offriva un premio per un nuovo piacere, ne offro un altro, fosse un bacio ad un uomo, per un nuovo sogno. Sognare è godere, quindi vivere, ed io voglio sognare...

«Così dicendo la sua testa mi si è languidamente appoggiata sulla spalla, come la testa di Zaraph sulla spalla di Nama.

«Una ciocca de' miei ricci le era rimasta sotto la gota: l'aria bruciava, le foglie ci guardavano immobili, noi pure stavamo immobili.

« — Mio Dio!

« — Le cinque! ho esclamato ascoltando l'orologio.

« — Sognavo...

«Ah!

« — Perchè non mi chiedete del sogno?... Ve lo lascio ad immaginare.

«Poi levandosi e tenendomi per mano siamo andate verso il cancello: la sua mora l'attendeva colla carrozza.

«Mi ha stretto la mano e raccolte febbrilmente le redini è partita di gran carriera. Speravo che alla svolta della strada si rivolgerebbe: mi sono ingannata.

«Mia cara signora.

«Così dolci mi rendi, o creatura

«Bella, i riposi, che la veglia è morte

«E vita il sonno dilettosa e pura.

«Ma perchè mi t'involi e, quando assorte

«Fiso in te le pupille ebbre d'amore,

«Ratto mi chiudi del tuo ciel le porte?

«Ricorderete questi versi: sono la preghiera di Lille, sublime come ella ed il suo amore.

«Lille muore in amplesso di luce, e il bacio della sua voluttà moribonda divora la bocca del serafino piucchè il bacio di una saetta: cercate in tutti i poemi ma non ve ne troverete un altro di maggiore potenza: è il bacio di una donna. Noi siamo eccelse: stiamo dunque in alto, excelsior, excelsior! Se i fiori spuntano nel fango il loro profumo sale al cielo; se la donna è depressa nella società deve sollevare in alto il pensiero, perchè la poesia come la gloria non si posano che sugli alti monumenti — le cornacchie che gracchiano non giungono alle vette delle aquile, e se il poeta disse che le vette sono battute dai fulmini per distorci dal salirle gli risponderemo: menti, non sei un poeta — la passione può incontrarsi colle folgori come la tigre colle iene — in alto l'aria è più pura, più limpida l'anima; e non sarà impossibile intenderci.

«L'infelice posizione della donna mi ha sempre, dacchè appresi a pensare, addolorata. La vita è voluttà, mi dicevo, e queste donne non godono: non godono le vergini fra le pareti assiderate dei conventi; non godono le spose che la legge consegna ammanettate al marito del quale la vita, attività di officina, non somiglia tampoco alla loro, fantasticheria di poeta; non godono le madri ridotte allo stato di balie... e la vita o è voluttà o è dolore. Io non intendo nulla alle parole di missione o di cielo da guadagnare: non ho che un sole, che una luna, che una vita, che una giovinezza, che una passione l'amore. Colgo il fiore che olezza senza pensiero che la morte possa cogliermi nello stesso momento. Voglio godere, sempre godere, null'altro che godere: la voluttà è bellezza e splendore, gioventù di sensi e di anima, poesia di arte, di natura. Ahimè! bisogna dunque esser belli e ricchi per godere, mentre l'immensa maggioranza dei viventi è brutta e povera. Una bella statua non istà bene in un granaio, un amore in una soffitta: occorre un altare per la statua, un tempio per l'amore.

«Vedete, il mio problema si rinserra: abbandoniamo alla misericordia di Dio e alla fatica dei filosofi la felicità delle masse affamate, e piangendo su esse una ultima lagrima occupiamoci della felicità delle eccezioni. Io ne sono una, voi un'altra; incontrandovi fui subito tratta verso di voi. Ho quindi sognato come ieri sulla vostra spalla.

«Siete sempre malinconica. La vostra fronte bianca come l'ala della più bianca colomba è avvolta nella benda di un pensiero doloroso, la quale ne lascia vedere il candore ma lo ammorza: i vostri occhi hanno la fissazione penosamente estatica delle lunghe meditazioni — e badate, mia bella amica, quando una donna medita così sè medesima, ella è gravemente infelice, poichè il dolore si concentra e si raggomitola quasi a farsi più piccolo, mentre la gioia sprizza dall'anima come una fontana di luce, ricadendo in fiocchi, che si sciolgono in una atmosfera d'irresistibile espansione. Perchè tanta pallidezza sulla vostra fronte? Il pallore è la tinta della morte; una fronte così pallida può ben sospettarsi il sarcofago di un morto ideale. Perchè l'azzurro dei vostri occhi è sovente smorto come quello di una turchese? Vedete: vi ho osservata. Siete divinamente bella nella vostra tristezza, bella come una di quelle statue nude e velate, colle quali gli scultori si compiacciono da qualche anno a popolare le esposizioni: perdonate dunque all'affettuosa curiosità della donna che vorrebbe alzarvi il velo.

«Non soffrite una malattia della vita, ma avete la vita ammalata: non è il lago che sollevato dalla tempesta si frange invano nelle roccie, ma lo stagno, il quale fremente ancora sente che non si muoverà più, non risalirà la collina, non serpeggerà nella pianura; che l'immobilità sarà la morte delle sue acque, onde imputridendo perderanno l'aspetto del cielo e uccideranno i fiori sulla sponda; che ode il vento passare al di sopra e non può sorridergli, che vede le nubi addensarsi minacciando la bufera e sente che non sarà liberato.

«Oh coraggio! La malinconia è la stanchezza del desiderio inappagato, la prostrazione della speranza: sperate, chiedete. Che cosa posso fare per voi? Vi comprendo, non vi sarà spesso accaduto di essere compresa: ma non basta; mi vi offro. Conosco la vita sebbene io pure non viva, ma diventate sinceramente mia amica e vi dirò come abbia scoperto il nostro mondo: vi racconterò la mia odissea, vi mostrerò i giardini di Circe così belli che a rovescio di Ulisse, il quale ne fuggì, bramerete forse di entrarvi: allora indicandovi il sentiero vi domanderò il permesso di accompagnarvi.

«Elisa.»

«Un'altra lettera di lei.

················

«Bella e gentile, vi ringrazio. Il mazzo di bianche gardenie, che mi avete mandato stamane per ciò solo che camminando ieri al vostro braccio ne lodai la grandezza e il profumo, non è stato solo un pensiero della mente, mi lusingo, ma anche del cuore. L'avete composto voi stesso il mazzo? Il mio istinto di donna me lo dice, perchè un giardiniere vi avrebbe aggiunti altri fiori e curata più la simmetria. Queste bianche gardenie strette insieme da un cerchio di verde giranio senza arte, senza pretensione sono sublimi. Le avete colte per un pensiero improvviso e appena colte mandate, non è vero?

«Vi ringrazio.

«Ogni gardenia m'inspira una idea, mentre fiutandole insieme mi sento avvolgere il viso dal loro profumo inebriante come dalle larghe maniche del vostro abito bianco, che profumate così caramente. Ho baciato le bianche gardenie come se baciassi la vostra bianca fronte. Ah! come sareste bella vestita di un semplice manto candido, meno ampio ma tagliato sul gusto della toga romana: sopra una spalla rattenuto da una fibbia e sull'altra buttato colla negligenza di persona che mediti: i piedi nudi entro sandali pallidamente rosei, i capelli inanellati e sui capelli una gracile corona di queste gardenie... sareste così bella che tutti vi guarderebbero come una pellegrina di altri mondi smarritasi sulla terra.

«Debbo dirvelo? Il mazzo che ho baciato con tanto affetto mi ha risvegliato nell'anima un senso inesprimibile di malinconia: ho pensato alla felicità di questi poveri fiori sul loro arbusto, ai loro amori odorosi, alla loro vita aerea e così breve... e noi li tronchiamo con feroce indifferenza per ornarci il seno dei loro profumati cadaveri. Forse erano felici di vivere nel vostro piccolo giardino, di vedervi, di salutarvi come una sorella maggiore... Adesso mi paiono sorpresi di essere nelle mie mani e nel loro olezzo fiuto un non so che di doloroso. Poveri fiori! Conserverò le loro ceneri in una bell'urna e possa la nostra amicizia durare quanto esse. Perdonatemi questa malinconia forse insulsamente poetica e credete pure, che regalandomi altri fiori non mi saranno meno diletti e preziosi. Tutto ciò che viene dal vostro cuore e passa per la vostra mano mi diviene caro.

«Vi mando un ramoscello di geranio: il suo sorriso cupamente verde è ancora più melanconico che quello della gardenia candida ed appannata; il suo odore è acuto come il pungolo del desiderio, acre come il vaneggiamento della passione che spera ed attende.

«Il ramoscello non ha che le foglie adesso — credete che un giorno avrà i fiori?

«Bella e gentile, addio: no a rivederci. Posdomani sarei ben felice d'incontrarvi; eviterei così di farvi sempre visita nell'assenza di vostro marito. Lasciatevi trovare nel viale coperto di acacie che sale alla parrocchia... vi passeggeremo sole: ho tante cose da dirvi, ho tanto bisogno di stringervi la mano.

«Pensate qualche volta alla vostra

«Elisa.»

Così scartabellando Mimy era giunta all'ultima pagina.

Rimase alquanto assorta colla penna fra le dita.

— Voglio scriverle, mormorò.

«Signora,

«Siete sublime, vi amo, voi pure avete detto di amarmi — datemene una prova. Amate i fiori e li respirate, il mare e vi tuffate nelle sue onde, i cavalli e li slanciate alla corsa, amate, me e...?

«Mimy.»