AVVERTENZA DI CIMOTO AL PUBBLICO
Il prologo... io non sono. Io son Cimoto attore,
Compagno di Alcibiade — e amico dell’autore:
Il qual, tanto per romperla col suo vizio di prima,
Scrivendo un dramma in prosa, — lo ha cominciato in rima.
Quest’è la ragion prima della comparsa mia:
Ve n’è un’altra — e ad esporvela lo stesso autor m’invia,
Pregandomi di volgere sommessa una parola
Al pubblico ed ai critici di questa e quella scuola.
Descrivendo Alcibiade e Atene de’ suoi dì,
E quel ch’era il suo secolo, quand’egli vi fiorì,
È natural che parli l’autor de’ tempi suoi
Diverso che ai dì nostri non parlisi tra noi:
E che di idee più libere sotto il diverso lume
Discordi un po’ l’italico dall’attico costume. —
Però l’autor, vestendo colla pudica scoria
Del dramma le severe nudità della storia,
A mostrar quanto avesse serbato a lei rispetto,
Illustrava di un mondo di note il suo libretto,
Ove cita in appoggio di questo o di quel dato,
O d’una o d’altra usanza, l’autore consultato,
E per tutte e per singole le prese libertà
Invoca il beneplacito di qualche autorità:
Omèro, Éschilo, Sòfocle, Eurìpide, Platone,
Tucìdide, Plutarco, Diodòr, Gellio, Alcifrone,
Aristofane, Andòcide, Pausania e Senofonte,
Trogo Pompeo, Cornelio, Luciano ed Antifonte:
E l’aureo Teofrasto, e il buon cantor di Téo,
E Suìda, ed Aristéneto, Polluce ed Atenéo:
Poi, fra’ moderni, Wieland, Meissner, Meùrsius, Grote,
Peyròn, Becker, Corsini, ed altre fonti note:
E i commenti, — io li ho visti — non finivano lì...
Ma il difficile stava nel recitarli qui.
Come far? Per l’autore restava una via sola:
Pregar pubblico e critici a credergli in parola:
E a quelli che non credono, se non vedon lo scritto,
O a venirlo a vedere — o a rincarargli il fitto. —
Ciò riguardo alla storia: — in quanto al dramma poi
(L’autor qui non ci sente — diciamola fra noi)
Se sia un dramma possibile — o un dramma che non va, —
Scommetto che l’autore medesimo nol sa. —
Oh, s’ei potuto avesse, con un prodigio strano,
Fondere in un sol tipo l’Antonio, il Coriolano,
E il Cesare; — e il lascivo eroe babilonese,
E il Don Giovanni eterno del novo bardo inglese,
Oh, lo so anch’io, che allora, in un battere d’occhi,
L’autore un Alcibiade v’avria dato coi fiocchi.
Poichè, quale la storia fra i secoli il mandò,
Fra i Greci fu Alcibiade un po’ di tutto ciò. —
Ma l’èra dei miracoli scomparve: — ed il poeta
Tremò, chiedendo indarno scintille alla sua creta,
Quando, scossa la polvere delle cecrópie mura,
Si trovò solo innanzi la gigante figura
Dell’uom, che ai Greci attoniti di un secolo lontano
Mostrò tutte le faccie del poliédro umano.
Di virtù e vizii impasto, qual vide raro il mondo;
Di gloria e delle gioje dei sensi sitibondo;
Guerrier prode, audacissimo, — zerbino effeminato,
All’orgie, al lusso — e agli aspri stenti del campo usato;
Libertin dissoluto, capitan savio e austero,
Tra i calici il più allegro, tra l’armi il più severo;
Matto negli ozii, all’opera calcolator minuto,
Nelle passioni ingenuo, nelle sue azioni astuto;
Or prepotente, or docile; leal, simulatore, —
Nella gloria egoista, nel resto ottimo cuore;
Ingannator di donne; nell’arti di Cupido
Maestro; e a un casto amore sino alla morte fido:
Tribuno e aristocratico; piaggiator della plebe,
Ch’ei d’Asia trasse e d’Éllade a insanguinar le glebe;
De’ suoi vizj sdegnoso; dall’aura popolare
Sbalzato or nella polvere, levato or sull’altare;
Per ambizion colpevole, per ambizion virtuoso,
Di Aristide men nobile, di Marzio più glorioso;
Pronto a mutar costumi, come a mutar di lido,
Or dell’ira seguendo, or della patria il grido,
E ad alternar fra Bacco, Marte ed Amor le cure,
Tranquillo nei dì prosperi, maggior delle sventure.
Tale era l’uom — fra i Greci, segno d’immenso amore
E immenso odio — che al tumulo strappò l’incauto autore,
Sperando, almen per l’ombra del Grande che già fu,
Non odio e non amore... — ma ascolto — e nulla più.