La mattina del 23 di giugno dell’anno di grazia 1873, pubblicandosi in Milano il volume delle mie Poesie, e nell’aria fiutando che il medesimo non avrebbe forse incontrato i gusti letterarj della Regia Procura; avendo, d’altro canto, ritrovato di mio mediocre soddisfacimento l’alloggio che nel Palazzo di Giustizia alla cella N. 50 mi era stato per parecchi mesi fornito dal Regio Erario negli anni di grazia 1870 e 1871, e non nutrendo che un desiderio languido di ritornarvi: per questi ed altri motivi mi alzai quella mattina con un prepotente bisogno di andare a prendere un po’ d’aria fresca sul lago. E col primissimo treno per Arona me ne venni alla bella Meina, specchiante nel Verbano la verzura de’ suoi clivi e le casette bianche, pulite: e da Meina — visto e considerato che lì, in riva al lago, c’erano troppi villeggianti e curiosi — su, per la montagna, a Ghevio, romito villaggio dell’alto Vergante, — al capo estremo della valle che la Tiasca spumosa, tortuosa, chiassosa attraversa, correndo ver’ Meina alla foce. Il mio Ghevio, dove bambino venivo, nella casa dello zio, con mio fratello e mia sorella, e i cugini, a passar le vacanze della scuola: dove sono i ricordi della mia fanciullezza e il prato ove piccini si faceano le gare delle corse: e delle corse vincitrice talora era anche lei — la bionda vestita di cielo — che vidi più tardi per le vie del mondo un momento rifulgere e sparire:
la s’è racchiusa di nubi in un velo
la diva bionda vestita di cielo!
il mio Ghevio ove s’andava per greppi e boscaglie e per siepi, in traccia di funghi e ciclamini, e di nidi e topolini color bianco e nocciuola; e sempre vi zampilla la fontanella lungo il sentiero della montagna, che ci vedea su la prim’alba in ispezione furtiva ai lacciuoli nel prato; e su in alto è la chiesuola con dipinto nel soffitto l’arcangelo Gabriele, bellissimo, armato di spada, nell’atto che ammazza il gran drago; il quale attirava la mia attenzione più profonda mentre il vecchio prevosto facea la predica domenicale: e lì accosto il piccolo cimitero... che delle memorie più care oggi tanta parte rinserra...
A Ghevio danno i tralci benigni un vino limpido di collina, secco, frizzante, brioso: interlocutore non isgradito di discussioni teologiche fra me e quel parroco molto reverendo, prima che il Cantico dei Cantici turbasse la cordialità delle nostre relazioni diplomatiche: di più, vi spira un’aria montanina salubre, che risveglia gli spiriti, che allarga i polmoni; ma quel giorno parevami anche più salubre del solito: infinitamente più di quella che per me spirava in quel momento a Milano. Tanto è vero che, il domani, una lettera di mio padre avvisavami come qualmente certe faccie di malaugurio si fossero presentate a chiedere di me a casa mia, e gironzassero tutto il santo giorno su e giù per via San Zeno, come ai bei giorni del 69, coll’aria di gente che aspetta amorosamente un debitore. Il terzo dì infine potei formarmi una convinzione assoluta e precisa dei vantaggi igienici della gita mia; poichè la Eccellentissima Procura di Milano graziosamente notificava al tipografo l’ordine di sequestro delle mie poesie e il mandato di cattura contro il loro indegno papà.
Il mio preciso dovere di suddito benpensante sarebbe stato, lo so, di andarmi subito a costituire e risparmiare ai vigili tutori dell’ordine la fatica e la noja di lunghe, pazienti ricerche: prevalse in me il pensiero ch’essi sono pagati apposta per questo, e l’esercizio del moto fa bene al fisico; che d’altra parte alla salute delle istituzioni e del Regno non era rigorosamente indispensabile il completo adempimento delle benevole intenzioni del Fisco a riguardo mio. — Aggiungasi che in prigione, come l’esperienza del 69 e del 70 insegnavami, mancano i comodi necessarj per lavorare: non ci è posto per mettere i libri, non ci è luce per chiarire le idee, e tutte queste cose mi bisognavano per iscrivere il mio quarto lavoro drammatico, che andavo accarezzando col desiderio da più mesi — e che doveva intitolarsi: Alcibiade.
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Come la prima idea di questo lavoro mi sia venuta, e in che ora precisa del tal giorno del tal mese abbia preso alloggio nel mio cervello, non saprei: per quanto oggi sia l’uso fra i poeti di non defraudare il mondo di queste informazioni preziose. Certo — e me lo consentano i giovani autori che improvvisano drammi storici su le notizie dell’Enciclopedia — non mi vi accinsi senza un grande rispetto per il mio eroe: cioè non senza essermi prima ingegnato del mio meglio a studiarlo coscienziosamente, intus et in cute, affinchè dall’isole dei beati ei non tornasse ad intentarmi processo di calunnia: e dopo avere risciacquato alle fonti del secolo d’oro di Atene gli studj di greco prediletti in liceo. Il fatto è che, una volta deciso di ricondurre il figliuol di Clinia sulle scene, e intrattenermi secolui un certo numero di settimane, presi le mie disposizioni per non essere nei colloquj disturbato. E organizzato giù a Meina, in riva al lago, e dentro la valle, un eccellente servizio... semaforico, per avvisare a tempo la comparsa di corpi... eterogenei sull’orizzonte, ispezionai diligentemente il rustico della casa (poichè nei locali ordinariamente abitati il pericolo di seccature era evidente) per eleggere una stanza da studio... all’altezza dei tempi e delle circostanze.
Ragion per cui la prima visita fu alla legnaja nella soffitta, sotto i tetti, dove togliendo via un po’ di legna, e mettendoci un po’ di buona intenzione della fantasia, il locale poteva benissimo passare per una stanza d’architettura spartana, un po’ primitiva, di quella che piaceva tanto a Licurgo. Detto fatto, per le scale tirai su un tavolino e un pajo di sedie, disposi i libri in bell’ordine simmetrico su la legna — e soddisfatto meco stesso del mio spirito inventivo, m’immersi per guadagnar tempo in profonde elleniche meditazioni.
Nè so dir bene quanto durassero: so che di tutte le meditazioni la più importante fu quella ch’ebbi a fare, a un certo punto, sentendomi qualche cosa di morbido passeggiare e scivolar tra le gambe, e trovandomi colla testa in fiamme tutto grondante di sudore come uscissi allora da una stufa. Nel mio desiderio di solitudine avevo infatti dimenticato che in quella stanza... non ero solo: e poi io, che volevo darmi l’aria di pensar tante belle cose, non avevo pensato ch’eravamo a luglio — il sole della canicola, più rabbioso che mai in quella estate, batteva a piombo sulle tegole — e per non dare alla Regia Procura la soddisfazione di prendermi vivo, io le apparecchiavo la ben più dolce sorpresa di un poeta ribelle cotto arrosto.
Nel mio preventivo, questo non entrava: però ridiscesi le scale — ed oh gioia! nello scendere mi s’offerse all’occhio un granaio, che serviva da stanza per l’allevamento dei bachi da seta. Quella destinazione fu come una rivelazione del genio. Imaginate una stanza rustica, appartata, a primo piano, abbastanza spaziosa, coll’uscio su una loggia di legno, prospiciente il cortile, adattatissima all’ufficio di osservatorio astronomico: dal lato opposto una finestra sul prato che mette alla valle: finestra alta non più di due metri dal suolo erboso e morbido — ed ottima, in caso di ricerche indiscrete, per isvignarsela a respirare il fresco della campagna. Aggiungi l’uscio serrantesi di dentro con eccellente catenaccio; e le tavole dei bachi da seta per disporvi in bell’ordine i libri: e il pensiero di quelli industri animaletti per imitarne il lodevole esempio. Non occorre più dire che lì fermai finalmente i vagabondi penati.
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E lì in quella stanza, povero baco da seta, per circa due mesi mangiai la foglia di tutte le astuzie del mio eroe ateniese, e lo condussi al bosco con tutte le regole dell’arte. Cioè, mi sbaglio, siamo esatti nelle date, come la moda vuole — e poi quelle date che belle ore care mi ricordano!: dal 3 al 10 luglio composi la tessera del lavoro distribuendolo in undici parti o quadri: fattomi ben chiaro il disegno nella mente, al dì 11 cominciai dalla coda, e scrissi in due dì l’ultimo quadro: poi feci il 10.º, il 4.º, il 5.º, e via procedendo dal più facile al meno facile, ultimi i primi due, che mi costarono dose di pazienza maggiore.
Lavoravo di lena, le mie sei ore filate, dalle sei di mattina a mezzodì: poi, nel pomeriggio, riscontrar classici, pigliar note, e leggere le novità che da Milano mi mandavano, al finto indirizzo di Luigi Bianco, mio padre ed il burbero Pessimista. Il quale spingea la tenera amicizia sino alla pazienza di scrivere per me un diario minuto quotidiano di tutto quanto succedeva laggiù nel mondo dei viventi all’ombra della mia cara madonnina del Duomo: e ne approfittava per intercalarvi quelle tali sue opinioni artistiche e veriste — ancora in germe allora — che più tardi spaventosamente sviluppandosi doveano contro il mio romanticismo renderlo a tal segno feroce, da levarmi — lui, il migliore degli amici a quei dì — perfino il saluto nella via. Esempio di convinzione artistica meravigliosa in un secolo così scettico come il nostro.
Dopo il pranzo, una giratina per la montagna a prender il fresco della sera — poi, come tutti i bambini savi, a letto all’ora delle galline.
Mercè questo regime, che consiglio a’ miei giovani fratelli d’arte, ai trentuno di agosto alle quattro in punto (i minuti primi e secondi non li ricordo) scrivevo sotto al mio Alcibiade la benedetta parola fine! ch’è quanto dire, a scriverlo, ci avevo speso quaranta giorni di lavoro utile; — perchè ai primi e agli ultimi di agosto il lavoro pur troppo ebbe a subire non prevedute interruzioni.
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La prima — e assai dolorosa — fu la morte di Antonio Billia. Oggi gli anni corrono veloci, la febbre del domani ange i nati da jeri, e i morti van più in furia che nella ballata del poeta, e i giovani che vengono su non han più tempo di ricordarli. Ma per chi visse le lotte di quel periodo febbrile della nostra istoria italiana, che vide dopo Lissa, Mentana e i fasti della Regìa e i processi al Gazzettino Rosa, le ignominie medicee del processo Lobbia, e Barsanti, fanciullo biondo, fucilato; e la nazione e la fortuna caccianti a spintoni verso Porta Pia i ministri del re nell’ora che firmavano la rinunzia di Roma! — ma chi respirò quell’atmosfera di tempeste, di battaglie, di entusiasmi e di ire, ma gli antichi bohèmes del Gazzettino Rosa non potranno mai dimenticarti, povero Tonio, — tu il loro impavido avvocato dei processi quotidiani, il padrino dei quotidiani duelli, l’affettuoso consigliero, compagno in carcere e fuori di carcere alle gioje, alli sconforti, alli ardimenti — tu dal cuore buono come d’un fanciullo, dalla parola tagliente come d’una spada!
Lo chiamavamo tra di noi l’avvocato Trombone. Con questo nomignolo firmava nel Gazzettino Rosa articoli caustici come la pietra. Nel 69, il governo lo mise al forte Bormida, con gli altri redattori, sotto chiave: ma durante la custodia amorosa, i liberi elettori di Corteolona e Belgiojoso — il collegio antico di Ruggiero Bonghi — con ischiacciante votazione lo nominarono deputato.
Stette alla Camera quattr’anni. Amato dagli amici, rispettato dagli avversari, presto temuto, il bohème del Gazzettino s’era creato nell’assemblea, ricca in quel tempo d’oratori insigni, una fama di eloquenza caustica, tutta sua. Era poi l’incubo di Giovanni Lanza, presidente del consiglio: e la prontezza di spirito non essendo il forte del medico ministro piemontese, le barzellette di Antonio Billia lo faceano salire sulle furie.
Ed era stata una sera di barzellette gaje quella che fu, per il povero Billia, l’estrema. Trovavasi lassù alle acque di Santa Caterina, in una delle prime sere di quell’agosto 1873: convitato ad un pranzo nell’albergo, proprio lì a fianco di Sua Eccellenza Visconti Venosta, ministro degli esteri, avea supplito della sua vena briosa alle risorse poco divertenti della anemica eloquenza ministeriale. Tutta la sera intorno a sè tenne desta l’allegria: erano sul suo labbro facezie argute e cortesi, riboccanti di humour, era un fuoco di fila di motti di spirito, scoppiettanti fra la nota del cuore... i commensali ridevano, le signore applaudivano...
La mattina dopo era cadavere.
Avea 37 anni.
L’ebbi lassù nel mio nascondiglio, due giorni dopo, la notizia della tua morte, o mio Tonio!... e il momento che mi giunse mi sta qui innanzi come se fosse ora... Nè quel giorno, nè l’altro scrissi dell’Alcibiade una riga.[1]
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Altre interruzioni al lavoro, anzi parecchie me le procurarono le sollecitudini della R. Procura di Milano. La quale non trovava nè regolare, nè discreto che io mi fossi reso per la terza volta latitante, dopo essermi già presa due volte questa libertà nel 69... ed io d’altra parte, non sapevo come farla persuasa che lo facevo non già per me, ma nello interesse esclusivo delle patrie lettere. È vero che su pei giornali io figuravo dimorante in Isvizzera: il difficile stava nel convincerne il Fisco: e il Fisco se ne era convinto così bene... che un bel dì — passeggiando fra Ghevio e Pisano a prendere una boccata d’aria e meditare il miglior modo di far fuggire Alcibiade sulla barca — m’accorsi di due individui in borghese, innanzi a me, i quali ogni tanto di sottecchi si voltavano a squadrarmi, come tra loro si consultassero sull’essere mio. Fossero gli abiti o gli orecchini o il fiuto o una certa qual pratica da répris de justice, lì per lì mi sovvenni di certa sera del novembre 1869, che latitante in Milano, dopo averla scapolata liscia per un mese, mi ero lasciato pigliare come un merlo, da quattro eccellenti persone che mi passeggiavano innanzi, con aria da gnorri, precisamente a quel modo; e per subitanea associazione di idee (dicono che i poeti non sono perspicaci!) rallentato il passo senza farmi scorgere — e rimesso ad altro momento lo studio del metodo di fuga per Alcibiade — lo ripresi provvisoriamente per conto mio — pigliando in via precauzionale, mentre quei signori non guardavano, una scorciatoia di fianco per i campi. L’idea pare non fosse disprezzabile, perchè avvistisi appena della scomparsa, quei due signori tornarono sui passi, precipitosi; e giù nella valle incontrai un messo da Meina che veniva a portarmi l’avviso della comparsa di... uccelli migratori. Infatto, i due viaggiatori per diporto erano scesi a Meina la mattina in compagnia di due magnifici carabinieri; e umettata con un cicchetto la gola, s’erano subito informati della strada per Ghevio. — Quella visita mi obbligò a trasferire, per un po’ di giorni, i penati giù nel letto della valle, anzi del torrente, alla Cartiera delli amici carissimi Bedone e Bertoglio, luogo fresco, un po’ malinconico: indi ne viene che il mio Cimoto qua e là in qualche scena si lascia un po' andare alla malinconia. Come piacque finalmente agli incomodi visitatori lasciar libero il lago e la montagna, sugli ultimi d’agosto feci ritorno al nido.
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E come piacque alli immortali Iddii, venne finalmente quella sera del settembre, che, intorno a un piatto enorme di castagne, cominciai in famiglia la lettura intima delle gesta e miracoli del mio eroe. C’erano i miei zii, mio papà, mia sorella... che dormono ora tutti al camposanto. Il manoscritto era voluminoso anzi che no — e avrebbe, al solo vederlo, spaventato qualunque spirito forte: ma di quali eroismi non è capace l’affetto del sangue? Ho bisogno di dire che la lettura durò due sere — che fu sopportata da anime stoiche — e che l’applauso di quei cari morti fu entusiastico, unanime?
Ah, quei poveri primi giudici non imaginavano che l’Alcibiade avrebbe dovuto, al pari del suo papà, andar intorno ramingo, come persona pregiudicata, per più mesi, prima di essere per grazia ammesso agli onori della scena!...
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Fatti i tagli per la scena indispensabili, spedito a Milano il manoscritto, aspettavo con qualche impazienza i primi giudizj degli amici... Silenzio su tutta la linea!... Passa un dì, passa un altro: finalmente Achille Bizzoni in un passo di una sua lettera mi scrive: «Pessimista m’ha parlato del tuo Alcibiade e ne è entusiasta. Lo trova troppo lungo per la scena, ma mi accerta ch’è un capolavoro. Bravo Felice!»
Laus deo! dico fra me... Se il lavoro arriva a contentare... perfino Pessimista, figuriamoci i Milanesi, che son gente ottimista in generale.
Infatti il lavoro doveva darsi a Milano al Teatro Manzoni in quell’autunno dalla Compagnia Marini e Ciotti, diretta da Alamanno Morelli. Il buon Ciotti — il primo impareggiabile Raul de’ miei Pezzenti — in settembre mi scriveva da Prato: «Fin da ora ti prometto che nulla sarà trascurato e tutto il nostro buon volere sarà messo in opera per dividere teco un colossale trionfo.».... Insomma, li auspicj non poteano esser migliori.
E i giorni passavano... e gli elettori di Corteolona, eleggendomi al posto del povero Billia, obbligavano la Corte d’Appello a revocare il mandato di cattura; sicchè potei finalmente rivedere Milano — correre in Galleria per veder correre il topolino della rotonda — correre al Manzoni per assistere alle prove del figliolo delle mie viscere.
Quale mortificazione aspettava il mio amore paterno! La signora Virginia Marini, gentile sempre quanto brava, mi fe’ del manoscritto un mondo di elogi... ma pareva imbarazzata nel farmeli; Morelli se ne dichiarava contentone... e mi domandava come avevo passata la villeggiatura; Ciotti era entusiasta della sua parte di Alcibiade... e non rifiniva di felicitarmi della Agnese. Al Caffè Manzoni, convegno dei comici, dei critici e degli autori in attività ed in aspettativa, ufficio postale di tutte le chiacchiere di palcoscenico, mi chiedeano del quando cominciavan le prove con una certa aria di interessamento, tra benevola e protettrice, che mi faceva meravigliosamente salire la senapa al naso.... E ogni dì ne passava uno — e le prove non si vedevano venire... O insomma che era successo? Solo questo: che, dopo la lettura del lavoro, fra i comici era stato sentenziato — e la voce era corsa in un attimo per tutti i crocchi di caffè e di palcoscenico — con grande letizia di certi critici e degli autori... in aspettativa, — che l’Alcibiade era una cosa irrappresentabile e che non sarebbe arrivato in là del primo atto...
Soltanto — come il cuore umano è buono di sua natura — nessuno aveva il coraggio di dirmelo! E poi che io non mostravo la perspicacia di capirlo — e l’impegno con me era formale — alle prove ci si arrivò... in linea di filantropia... tanto per farmi toccare con mano quello che mi ostinavo a non intendere... e rendermi persuaso colle buone, che gli era proprio per risparmiarmi un disinganno... se giunti a metà della seconda prova, lì sul palcoscenico, mi si restituiva il manoscritto!
Proprio così. E i giovanetti autori che oggi si lamentano del sol di luglio e gemono, ravvolti nel manto dei genj incompresi, sulle difficoltà del riuscire a farsi conoscere, e del fare accettar dai capocomici il loro primo capolavoro — sono pregati a consolarsi pensando che quel po’ di mortificazione — coram populo — capitava a me — dopo che avevo già dato alle scene tre lavori — e tutti tre confortati dal plauso dei pubblici italiani.
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Che fare? Rassegnarsi? Ohibò: natura m’ha fatto più testardo del mulo.
Preso penna, carta e calamajo — scrissi quel dì a Luigi Bellotti-Bon — nome caro e rimpianto finchè l’arte italiana serbi il culto delle sue glorie più belle e delle sue tradizioni più gentili.
A Bellotti-Bon — ch’era a Venezia e veniva al Manzoni nell’imminente carnevale — domandai, nudo e crudo, se era disposto ad assumersi la recita di un lavoro rifiutato alle prove. Ecco la risposta:
Venezia, 18 novembre 1873.
«Carissimo,
«Non ti dico che una parola: Sono a tua disposizione. Vieni qui — e c’intenderemo su tutto — e vedrò contentarti.
«Avvisami del giorno del tuo arrivo onde possa essere tutto per te.
«Rimane ben inteso che sarai il mio futuro avvocato presso la Comune e mi salverai dalla lanterna... ed io non abuserò della mia onnipotenza presso il Tirrrrrrrrannico potere cui sono venduto. Ciao.
«Il tuo affez.
«Luigi Bellotti-Bon.»
Povero gioviale amico!...
Corsi a Venezia. (Cioè, prima, per mandar via l’umor negro, corsi a Roma alla Camera a far arrabbiare l’on. Lioy e la maggioranza e il presidente Biancheri con quel tale affar del giuramento, e a far la scherma di sciabola con Avanzini del Fanfulla al cospetto dell’ombre della via Appia). Nella città delle lagune lessi il lavoro a Bellotti — che volle alla lettura essere solo — finito ch’ebbi, egli mi abbracciò con trasporto, mi baciò... e: «Quel che ti davano Marini e Ciotti, da questo momento te l’offro io.»
Di lì a pochi giorni il cartellone del Manzoni annunciava l’Alcibiade fra le novità della Compagnia Bellotti-Bon N.º 2 — per la stagione di carnevale.
Cacciato dalla porta, l’eroe greco rientrava dalla finestra. Finalmente!... ero in porto. Adagio. Mi correggo. Credevo di esserci.
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Santo Stefano e carnevale eran giunti, la compagnia Bellotti-Bon era giunta, l’Alcibiade sul cartellone era giunto... solamente le prove non giungevano... e Bellotti-Bon se mi incontrava parea scansarmi e girar largo... come si scansa un creditore...
Ahimè! all’ottimo rimpianto artista — giunto appena da Venezia, entusiasta del lavoro mio — era toccato in proposito udirne di cotte e di crude. Sapeva, sì, e glie lo avevo detto, che nei dintorni del Manzoni il mio eroe godeva cattiva reputazione, ma credeva acqua e non tempesta. Al caffè del teatro, nei crocchi artistici, dappertutto gli davan la baja. «O come! tu hai preso di quella... roba? Come! tu butti i denari a quel modo? E fai di questi servizi a Cavallotti? Così gli sei vero amico? E hai coraggio di far subire ai tuoi artisti una corvée di quella fatta per un lavoro che non arriva al secondo atto? Ma non sai che la Marini qua, ma non sai che Morelli là...» Il pover’uomo avea l’orecchie intronate.
Dubitò di aver preso un abbaglio. Avea sentito una sola lettura alla sfuggita... e la prima impressione, chi sa, poteva averlo tradito. Ma la parola meco era spesa — e Bellotti-Bon era gentiluomo in tutto il rigore del termine. Per levarsi dai fastidi, lasciò Peracchi, direttore, nelle peste — e andò a Firenze.
Con questi belli auspicj lessi il lavoro alla compagnia. Ci volle tutta la deferenza personale delli artisti, di Giovanni Emanuel, e della signora Pia Marchi e di Zoppetti e degli altri, perchè subissero il supplizio con rassegnazione e non tradissero troppo visibilmente la impazienza... Io fingevo non vedere e tacevo.
Però allora parve obbligo di coscienza il tentar meco almeno un’opera di carità; si pregò il buon Lombardi, dirigente il teatro Manzoni di persuadermi, colle buone, a ritirare il manoscritto spontaneamente. Ma di far questa parte delicata il buon Lombardi, sapendomi testardo, non ne volle sapere. Si officiò Emanuel, il protagonista, a darsi per ammalato. Ma Emanuel, a quei dì non avendo con Bellotti buon sangue, non istimò di poterlo fare. Così le prove cominciarono... eppure, per un filo, ancora in extremis, di salvarmi mio malgrado, non si disperò.
Al dì della quinta prova doveva aver luogo nel pomeriggio una mia partita d’onore con Dario Papa. — La mattina, pregai Riccardo Castelvecchio — illustre e sempre giovane veterano dell’arte — a venir meco alla prova, per diriger egli in mia vece, in caso di disgrazia, le successive — lasciandogli all’uopo carta bianca, con procura scritta. Castelvecchio accettò ringraziandomi, con fratellanza artistica che riconoscente rammento. Alle quattro, finita la prova, vennero i padrini sul palcoscenico a prendermi: — appena io partito, gli artisti, per me inquieti, farsi intorno a Castelvecchio e consultar seco il modo di risparmiarmi il fiasco imminente. E affetto e desiderio eran sinceri: perchè la convinzione del fiasco e del dolore che mi avrebbe dato era intima: indi, per lo meglio, mi si augurava una piccola ferita leggiera, che mi obbligasse a letto pochi dì e permettesse a Castelvecchio di far uso de’ suoi pieni poteri: si sarebbe rabberciato alla meglio il lavoro, levatane la parte di Cimoto che appariva una grossa stonatura — ed altri tagli eccetera, eccetera, — tanto che si potesse arrivare in fin di recita... Ma il calcolo a nulla approdò... conciossiafossecosachè, proprio in quel momento, a Dario Papa una magnifica spaccata a fondo con analogo colpo di punta non riuscissero sgraziatamente in tempo. E quando viceversa riuscite in tempo le cose a me e toccata a lui contraria la sorte, videro di ritorno me illeso... Giovanni Emanuel mi buttò le braccia al collo e mi promise che da quel momento si sarebbe messo a studiar con amore la sua parte. Imperocchè da quel momento parve che la mia caparbietà avesse il diavolo dalla sua — e che il contrastar oltre fosse tempo perso.
Infatti le tre che seguirono furono le sole vere prove serie. Tutti gli artisti dal primo all’ultimo ci posero un impegno, un affetto, uno zelo di cui serbo il ricordo carissimo. E la sera del 31 gennajo 1874 — dopo cinque lunghi mesi — finalmente l’Alcibiade andò in iscena...
Il teatro rigurgitava.
Al prologo cominciarono gli applausi. — Alla fine del lavoro eran quaranta chiamate.
Al successo entusiastico la esecuzione di tutti concorse: e se Angelo Zoppetti fu esilarantissimo Cimoto — Giovanni Emanuel del personaggio di Alcibiade fece una creazione non superata nell’arte.
Trieste e Venezia, per le prime, di lì a poco, ribattezzavano il successo di Milano: e in una sera non cancellata dalla memoria, l’Atene dell’Arno conferivagli la cresima.
La Compagnia Ciotti e Marini mi ridomandava il lavoro, e questa volta pagandolo lautamente, trovò che era rappresentabilissimo.
Infine la Commissione governativa pel concorso nazionale drammatico, in Firenze residente, assegnava all’Alcibiade il primo premio del concorso (2000 lire): e il decreto di conferimento del premio, con analogo mandato di pagamento, portava l’augusta firma di Sua Eccellenza il ministro... Ruggiero Bonghi!
Oh come il cuore battevami di dolce emozione nel recarmi alla regia cassa! Erano (parmi ancora vederli!) due bellissimi biglietti bianchi, da mille... quasi nuovi: e quel che agli occhi non mi sembrava vero, eran proprio denari dello Stato: così per una volta ho potuto provare anch’io la ineffabile consolazione di cibarmi alla greppia del bilancio!
Di quanti soldi per vivere l’arte mi ha fruttato poi — non ne rammento che m’andassero come quelli in tanto sangue.
Quei denari del governo mi rappresentavano il frutto delle persecuzioni governative e il frutto di cinque mesi di prove morali — cinque mesi che per amor dell’arte digerivo in silenzio — io che m’irrito d’una mosca — mortificazioni, compassioni e repulse!
***
Conclusione morale: pei capocomici ed artisti: ricordarsi che Ezechiele, Daniele ed Isaia, se le loro profezie fossero tutte come quelle che si fanno sui palcoscenici alle prove dei lavori nuovi, non sarebbero quei profeti così in credito che sono, anzi nessuno ai loro tempi li avrebbe presi per persone di proposito.
Per i giovani autori e miei fratelli d’arte, che sognano i successi lì a portata della mano, e si impermaliscono di ogni piccolo inciampo: ricordarsi che l’arte va per sentieri di spine, è battaglia che un dì vuole i forti ardimenti e le ire — e un altro dì vuol sagrificj di amor proprio e pazienze da certosino: e quando la meta nella mente ci ride, bisogna a tempo esser anche filosofi: viene l’ora all’artista che gli ripaga le amarezze e degli esercizj filosofici gli rifonde le spese.
Felice Cavallotti.
Meina, 1 aprile 1884.
ALLA CARA MEMORIA
DI
MIO PADRE
CHE AMOROSAMENTE CORRESSE
LE PRIME BOZZE
DI QUESTO VOLUME
E NON POTÈ VEDERNE LE ULTIME
8 giugno 1875.