ALCIBIADE
PERSONAGGI
- ALCIBIADE
- SOCRATE
- ASPASIA, vedova di Pericle.
- TIMANDRA, etéra ateniese.
- GLICERA, giovinetta etéra.
- CIMOTO, parassito.
- TIMONE di Colitta, misántropo.
- LÀMACO, stratégo comandante con Alcibiade la spedizione di Sicilia.
- TÉSSALO, CLEONIMO, cittadini ateniesi, nemici di Alcibiade.
- AMÌNIA, CARÌNADE, DIOCARE, TIMARCO, cittadini ateniesi dell’ultima classe (thètes).
- TRASILLO
- BACCHIDE, EUFROSINE, LAISCA, etére ateniesi.
- FILUMENA, CRITILLA, vecchie ateniesi del popolo.
- MIRRINA, giovinetta ateniese.
- ANTIOCO, EUFEMO, capitani ateniesi subalterni.
- TIDEO, CONONE, stratègi ateniesi.
- DUE GRAMMATICI
- ANDROCLE
- CALLIA, primo arconte (epònimo).
- GRAN SACERDOTE degli Eumòlpidi (gerofante).
- CINESIA, cittadino spartano.
- ENDIO, èforo di Sparta.
- BRÀSIDA, soldato spartano.
- SEUTE, re dei Traci.
- BERISADE, MEDOSADE, ODRISIO, traci.
- STRATONICA, moglie di Seute.
- ELPINICE, DROSO, ARGIA, donne tracie.
- Due soldati siracusani
- Un servo
- Un cuoco
- Un messo
- Un bimbo
- Capitani, soldati e cittadini ateniesi — Soldati siracusani
- Sacerdoti — Guerrieri traci.
Epoca. — Il secondo periodo della guerra del Peloponneso, dal 415 av. l’E. V. (spedizione di Sicilia) al 404 av. l’E. V. (caduta d’Atene).
LE ETÉRE.
Quanta parte della vita ateniese, quante memorie in questa parola! In Atene, ove leggi e costumi creavano alla donna di famiglia, nel chiuso de’ ginecei, posizione poco dissimile da quella che l’Oriente le assegna ancor oggi nel fondo degli harem, — ove il genio del popolo e il cielo e il clima prepotenti portavano al culto del bello e della Venere sensuale, — la cortigiana doveva naturalmente invadere ed occupare essa sola tutto il posto, o quasi, che nella civiltà di un popolo spetta al sesso più gentile. Un posto ben importante, perchè potesse esser degno di Aspasia! Gli affetti della famiglia, santi a Sparta (alla maniera de’ tempi), e santi a Roma, lasciano luogo, fra le tepide notti del cielo jonico, ad affetti più liberi: le Andromache, le Penelopi, le Antigoni già sono d’altri lidi e d’altre età; argomento di meraviglia ai licenziosi figli dell’Attica le mogli spartane, dominatrici dei terribili mariti, giusta il vanto della sposa di Leonida; e la storia che scrive in pagine d’oro i fasti delle madri e delle spose in riva al Tevere e all’Eurota, dimentica e sopprime, come tampoco non esistesse, la donna di famiglia nel quadro della città e del secolo di Pericle. Ella ci conserva cinti d’aureola il nome della madre dei Gracchi e della madre di Bràsida; narra ai secoli la virtù conjugale di Porzia e di Chelonida; ma non si ricorda in Atene della donna di famiglia che, tutt’al più, per tramandarci il tipo della moglie bisbetica e insopportabile, in quella Santippe che il buon Socrate si teneva per esercitarsi alla virtù della pazienza.
Storici, oratori, filosofi, poeti non ci parlan di donne che non sian cortigiane. Cortigiana Aspasia, le cui grazie per quarant’anni governano il genio d’Atene; cortigiana Laide, per cui tutta Grecia traeva a Corinto, e dalla quale, narra Ateneo, era più difficile impetrar udienza, che non dal Satrapo Farnabazo; cortigiana Taide, per cui Alessandro incendiava Persepoli e che Tolomeo re d’Egitto sposava; cortigiana Glicera, che Arpalo in Tarso fa salutar regina; cortigiana Rodope, a cui si innalzano in Grecia palazzi, in Egitto piramidi; cortigiana Frine, che s’offre a rialzare a sue spese le mura di Tebe, purchè vi si scriva: Alessandro le distrusse: Frine le rialzò. Il costumato Teofrasto dipinge i caratteri d’Atene, e fuorchè cortigiane, altre donne non cita; l’elegante Alcifrone, il libero Aristeneto dettan le Lettere e ci intrattengono di cortigiane. Alla cortigiana Glicera regala Alcifrone le grazie del suo spirito e del suo stile, domanda Menandro gli estri della sua Musa; colle cortigiane Teodota e Diotima conversa di filosofia l’austero Socrate nelle pagine di Senofonte e di Platone; colla cortigiana Leonzia vien filosofando Epicuro; e alla fortissima Leena, che coi denti si mozza fra’ tormenti la lingua perchè il dolor non la stringa a rivelare il nome dei patrioti cospiratori, a questa cortigiana drizza Atene monumenti che ne attestino la gloria e la virtù.
Tradizioni di tal fatta intorno ad un tal nome di casta da sè lasciano intendere come ei dovesse suonar ben diverso alle orecchie ateniesi che non alle moderne orecchie pudiche; certamente, non titolo d’onore, ma senza confronto men vituperevole d’oggidì: la lingua stessa designava col dolce nome di etéra — ἑταίρα — ossia compagna, buona amica, quelle alunne di Venere, dal nome di Venere amica — (Athen., Deipnos., XIII, 571) — ad attestare, nella differenza del senso, la differenza della posizione sociale. Certo è ch’elle erano il perno e l’anima della giovine società elegante ateniese; e agli scapoli non solo, ma agli stessi mariti, malgrado i vincoli del matrimonio, poco o niun biasimo veniva dall’uso comunissimo del trescar pubblicamente seco loro: gran mercè se non giungevano a vantarsene, come si narra dello stesso Alcibiade, quando, sposo ad Ipparete, facea di sè esporre ritratti che il mostravano fra le braccia della meretrice Nemea (Andocide, Contro Alcib., 14); anzi nemmeno per le mogli era questo motivo di legge sufficiente a spor querela in giudizio e ad ottenere il divorzio, come Plauto ne fa fede (Merc., IV, 6, 3). «Abbiamo le etére per il piacere dell’animo, le donne legittime per la procreazione della prole» (Demost., C. Neera). Però a qual punto spingesse Atene la libertà del commercio colle meretrici, nulla meglio lo addita di quel giudizio di àrbitri, portato da Demostene in tribunale, ond’è risolta la lite tra Stefano e Frinione, disputantisi i diritti sulla meretrice Neera, col sentenziar la posseggano a vicenda due giorni per ciascuno (Demost., Contro Neera, 46).
Era oblio delle virtù antiche che avevan fatto grande la città? Era corruzione infiltrata col tempo ne’ costumi? Certamente da altro punto di vista avea considerato Solone il meretricio, quando per il primo pensava a regolarlo per legge, e a organizzarlo, confinato ne’ bordelli, sotto la vigilanza dello Stato. Udiam Filemone ne’ Delfi in Ateneo:
«Solone, tu fosti veramente il benefattore del genere umano! poichè tu per il primo pensasti a una cosa assai vantaggiosa al popolo e alla pubblica salute. Sì, a ragione io dico questo, perchè tu considerasti la nostra città piena di giovani dal temperamento bollente, e che sarebbero quindi trascorsi ad eccessi punibili. Perciò tu comperasti delle donne, e le hai poste in luoghi ove, provviste di quanto è a lor necessario, divengono comuni a quanti le bramano. Eccole nude; perchè non ti ingannino, ispeziona ben tutto. Vieni; la porta è aperta: paga un obolo ed entra: qui non si faranno smorfie, non si farà la ritrosa. Qua, subito, se vuoi, e nel modo che vuoi» (Athen., Deipn., XIII, 569).
Così in Atene (vuoi che Solone ne fosse realmente il primo istitutore o ch’ei ne trapiantasse l’usanza da alcune coste del Peloponneso e dell’Africa, secondo Engel, Kypros., II, 373) — sorgevano i primi bordelli (πορνεί ἃ παιδισκεῖα): eretti a istituzione di Stato, dacchè sappiam da Nicandro che Solone pel primo alzò un tempio a Venere pandemia o cortigiana (Αφροδίτη Πάνδημος, ovvero Εταίρα) col danaro raccolto dalle donne che presiedevano a que’ luoghi (Athen., l. c., cfr. Albert, ad Hesych. I, 1477).
Pur erano i tempi di Atene austera, e il regno delle etére non era ancor sorto.
Ma in fuor delle schiave ne’ bordelli serbate, per ragioni di pubblica igiene, allo ignobile traffico, e dell’altre che privati lenoni, uomini e donne (πορνοδοσκοί) comperavano e mantenevano allo stesso scopo ed uso, per trarne lucro in loro apposite case — l’ironia del linguaggio li chiamava ἐργαστήρια, luoghi di lavoro — (cfr. Demostene, C. Neer. 18, 67; Athen. X, 437, f.; Eschin., C. Timarc., 138; Plauto, Cistell., Asin., ecc.) — veniva sorgendo e moltiplicandosi — da quelle assai distinta — la classe numerosa delle affrancate e delle libere, professanti per proprio conto il culto della Venere volgare. È per queste propriamente che il popolo, con indulgente eufemismo, mutava il nome spregiativo di πόρναι, o παλλακαί, in quello carezzevole di amiche od etére: «Dimmi, chiede Socrate a Teodota, hai tu poderi? — No. — Ma forse hai una casa che ti dà la rendita? — Non ho casa alcuna. — Ma forse hai schiavi manifattori? — Nè anche questi. — E di dove dunque ricavi le cose necessarie alla vita? — Se alcuno fattomisi amico vuol farmi del bene, questo è il mio avere» (Senof., Memor. III, 9). E Antifone: «Avea costui per vicina una giovine cittadina: appena la vide, che la fece sua amante: cosa tanto più facile ch’ella non aveva nè tutori, nè parenti: era una ragazza dalle inclinazioni più virtuose, oneste, d’aurei costumi: insomma quel che può dirsi veramente una meretrice (etéra), diversa da altre che disonorano un nome così bello» (Antifone, presso Athen., XIII, 572). E l’autore di questo dramma, leggendo, pensava alla sua ingenua Glicera.
Del novero di queste cittadine ateniesi che viveano a sé, traendo frutto da’ proprj vezzi, benchè in umile grado, erano le auletridi, e le citarede, e le ballerine (αὐλητρὶδες, κιθαρίστριαι, ὀρχηστριδης), le quali prestavano a prezzo, ne’ sacrificj e ne’ banchetti, l’opera de’ flauti e delle cetre e delle danze: ma associavan di regola l’una all’altra industria, vivendo da etére, e facendo spesso delle loro abitazioni il luogo di convegno della gioventù (Isocr., Areop., 48; Luciano, Dial. delle cortigiane, 5). Non era banchetto che non fosse rallegrato da queste leggiadre sacerdotesse di Calliope e di Tersicore: e spesso, tra i fumi del vino e le armonie de’ suoni, qualche commensale accendéasi per esse di passione violenta. (Menand., Tesoro, pr. Stob., LXIII, 18). E però, molte di costoro, per attrattive di mente e di beltà, dovettero emergere e salire in fortuna: ed eran di queste, parecchie fra le etére più in grido, di cui si narrano i nomi e gli aneddoti in Ateneo. Suonatrice di flauto fu Lamia, la figlia dell’ateniese Cleanore, che innamorò di sè perdutmente il dominatore d’Atene Demetrio Poliorcete (Aten., XIII, 577, c.). Pure, generalmente non fu in Atene, dal grembo di queste, ma dal di fuori che vennero e sorsero quelle apparizioni veramente meravigliose, come Hermann le chiama (Bild. des Griech. Privatleb., II, 60), le quali, colle grazie dello spirito e coll’amabilità assai più ancora che coll’avvenenza esercitarono una influenza così strana e decisiva sulla società del loro tempo, sulle arti e sui costumi. Forestiere (ξέναι) erano Aspasia da Mileto, e Laide da Iccara e Frine. Venian per lo più fanciulle, povere e sole, nelle grandi città, a Corinto e ad Atene, per trovarvi lavoro: ivi i talenti naturali e la bellezza fermavan sovr’esse gli sguardi: e a poco a poco travolgevale il vortice. Libere e cresciute all’aperto, — a differenza delle matrone ateniesi rinchiuse da bimbe in casa, fuor degli occhi degli uomini, a imparar di conocchia e di cucina, e a vegetare più tardi ne’ talami fra la custodia di leggi pressochè claustrali, — nella libertà avean potuto coltivare i ricchi doni di natura e lo spirito; soltanto nella vita libera delle etére, al contatto della società, poteano omai trovarne lo sviluppo. Così circondate dal fiore di Atene, disputanti di scienze e di arti con artisti e filosofi, corteggiate dalle aristocrazie del sangue e del censo, sorgeano datrici delle leggi del buon gusto e dell’eleganza, raffinatrici di ingegni e di studii e di ogni senso del bello nelle piacevoli gare, ispiratrici care alle Muse. Aspasia apriva in Atene la prima sala di conversazione che rammentin le storie; vi cresceva alunne degne di lei; e là in quel circolo leggiadro, dove donne virtuosissime come la moglie di Senofonte non temean di compromettersi frammischiandosi alle etére (Plutarco in Pericle; Cicerone, De Invent., I, 99; Quintil., Instit. Orat., V, 19), veniva Pericle a riposarsi dalle cure della repubblica e dalle burrasche del governo popolare.
Di queste etére di prima classe proverbiali erano il lusso e l’orgie ed il prodigo fasto, — spesso non discompagnati da cauti risparmj e da previdenza del futuro, spesso preparanti una squallida vecchiaja. Talora se n’immischiava, col disinteresse, anco l’amore: e Meneclide allora piangea morta la bella gioconda Bacchide, che esempio di amore e di fedeltà, contenta a’ poveri cenci di lui, avea rifiutato i ricchi doni e l’oro del satrapo (Alcifr., Lett., I, 38): più sovente l’interesse volea la sua parte, e Filumena scriveva a Critone lettere lunghe come questa: «A che col tanto scrivere e piangere martirizzi te stesso? Cinquanta monete d’oro mi fan d’uopo, non lettere. Se è ver che mi ami, mandale: se sei un sordido, non seccarmi altro» (Alcifr., Lett., I, 40). — Era il tempo che Gnaténa domandava mille dramme per una notte: e Laide a Demostene chiamato a Corinto dalla fama di lei, ne domandava diecimila, per udirsi rispondere: Non compro a sì caro prezzo una penitenza.
Sulla fede di Suida pretesero alcuni (Petit, Leg. Att., p. 573-576) che le leggi stesse regolassero il lusso delle etére, prescrivendo loro, per distinguersi dalle matrone, date foggie di vestiario a colori. In ciò questo solo è di vero, che le leggi, rigorosissime nel frenare e punire il lusso delle matrone (Polluce, VIII, c. 9) e punirle se usciano men che modeste e decenti per via — non poneano alle etére prescrizione o freno di sorta (Diod. Sic., XII, 21; Eustath. ad Iliad., XIX); naturalissimo poi ch’elle si valessero, quanto più bramavan piacere, tanto più ampiamente di quella libertà: e all’abbigliamento affatto modesto delle matrone sostituissero lo sfarzo delle vesti di porpora o tessute in oro, o vagamente ricamate a fiori o colori smaglianti, e gli artificj del belletto e i ricchissimi monili e le splendide ricercate acconciature (Luciano, D’una sala; Alessi, presso Athen., XIII, 568 a. e Clem. Al., Paedag., III, p. 218); salvo ai comici di ferirle in pubblico con detti ed epiteti mordaci, e alle pudiche matrone di invidiarle in segreto.
Cfr. Alcifrone; Aristeneto; Ateneo, lib. XIII; Menandro e Comici greci, Frammenti; Luciano, Dialoghi delle cortigiane; Demostene, Contro Neera; Becker ed Ermann, Bild. des Griech. Privatlebens; Cl. Bader, La femme grécque; Laitier, La femme dans la fam. Athen.; Wieland, Lettere di Aristippo, ecc., ecc.
I PARASSITI.
Questo nome fu lontano dall’avere in origine l’ignobile significato che ebbe di poi. Fra gli antichi l’epiteto di parassito significò un ufficio sacro e fu sinonimo di commensale. Così chiamavansi (Aten., VI, 235 c.) coloro che erano nominati a soprintendere alla scelta e alla percezione del frumento sacro (οἴ δ’ἐπὶ τήν τοῦ ἵερου σίτου ἐκλογὴν αἰρούμενοι): e vi era pertanto un collegio ossia curia di parassiti (καὶ ἤν ἀρχεῖον τι παρασίτων). Per il che era scritto nella legge del re: «Il re avrà cura che si creino i magistrati: e dalle varie borgate (demi) sian scelti, a norma delle leggi, i parassiti: i quali dai magazzini di grano della rispettiva classe e tribù scelgano ciascuno un sestiere di orzo, affinchè gli Ateniesi se ne cibino secondo il patrio costume.»
E in Polluce si legge: «Era ad Atene una certa curia o magistratura detta parasition: come sta scritto nella legge del re» (Onomasticon, lib. VI, cap. 7). Dalla qual legge anco rilevasi che vi era una casa sacra destinata e consacrata a questa curia che i parassiti formavano.
Il parasition ebbe dunque il suo nome dal grano (para sitou) sacro di cui vi si deponevano le primizie. E col grano intendevansi in genere anche tutte l’altre offerte fatte da cittadini al tempio ed agli Dei.
La parola parassita, scrive dal suo canto Clearco di Soli, discepolo di Aristotile, nelle sue Vite (Athen., VI, 335), «la qual designa attualmente un uomo pronto a condursi secondo il piacere d’altrui, in altri tempi significava un uomo scelto ad essere commensale dei sacerdoti: anzi la maggior parte delle città annoveravano fra le prime dignità quella dei parassiti, come alcune le annoverano ancora.»
E in Atene al Cinosargo (ginnasio destinato ai poveri e ai bastardi), nel tempio di Ercole era affisso ad una colonna questo decreto di Alcibiade scritto da Stefano figlio di Tucidide: «Che il sacerdote coi parassiti faccia i sagrificii di ogni mese. I parassiti prenderan seco un bastardo e un figlio di bastardo secondo l’uso della patria. Colui che rifiuterà d’essere parassito sarà tradotto ai tribunali.»
Altro decreto affisso a una colonna dell’Anaceo (il tempio di Castore e Polluce): «Dei due più bei bovi che si saranno scelti, la terza parte sarà destinata alla celebrazion dei giuochi; gli altri due terzi si daranno uno al sacerdote, l’altro al parassito.»
E sotto le offerte votive consacrate a Pallene, leggevasi: «Essendo arconte Pitodoro, i magistrati e i parassiti, cinto il capo di corona d’oro, offersero questi doni.» E altrove: «I parassiti della sacerdotessa Filea furono Pericle di Pittea e Carino di Gargetto.» E nella legge del re: «I parassiti d’Acarne sagrificheranno ad Apollo» (Ateneo, l. c.; Meursius, Themis Attica, II, 35).
Fu molto più tardi che quella designazione di coadiutori e commensali dei sacerdoti, passò a significare in genere un’altra specie di commensali assai meno nobile, ma forse altrettanto antica.
Nè si potrebbe meglio spiegare la mutata fortuna del vocabolo che colle parole di un parassita stesso, in una commedia di Diodoro di Sinope: «La mia professione è sempre stata gloriosa ed onestissima. La nostra città che rende grandi onori ad Ercole, fa sagrificii in tutti i borghi, dando a questo dio dei parassiti per queste cerimonie sacre. E non li prende già fra i primi venuti; ma sceglie a ciò dodici cittadini fra i più potenti e ricchi, e di vita intemerata. In seguito di tempo, alcuni cittadini agiati, volendo imitare ciò che faceasi per Ercole, s’impegnarono reciprocamente a prendere un certo numero di parassiti per mantenerli; ma non scelsero già persone veramente ammodo; presero invece adulatori sempre pronti a colmarli di elogi; di modo che, se il padrone rutta loro sul naso dopo aver mangiato del rafano e del pesce stantio, essi lo complimentano per le rose e le violette con cui ha pranzato. O p... egli vicino all’uno o all’altro? quegli gira il naso annusando qua e là, e domanda: Dove prendi tu questo profumo squisito? — È così che i parassiti hanno fatto, di ciò che era onesto e rispettato, una professione ignobile qual è oggi» (Athen., VI, 239 d.).
Secondo Ateneo, Alessi ed Epicarmo furono i primi che introdussero nelle loro commedie il carattere del parassito, quello cioè che oggi da noi si intende comunemente con questo nome. Il personaggio di Epicarmo, nella commedia il Pluto, risponde a chi l’interroga: «Io pranzo con chi vuole: basta invitarmi. Quanto ai festini di nozze, io ci vado senz’esservi chiamato. Faccio ridere a crepapelle e non manco mai di lodare il padron di casa che dà il pranzo. Se qualcuno è di parer contrario al suo, io gli do sulla voce, e mi riscaldo. Infine, dopo aver ben bevuto e ben mangiato, me la cavo. Non ho schiavo che m’accompagni colla lanterna, ma cammino traballando e solo fra le tenebre. Se per caso incontro la ronda, le dico qualche buona parola, rendendo poi grazie agli Dei che a furia di pugni e di staffilate non m’abbia accoppato. Giunto a casa m’addormento e non penso più a quel ch’è stato, fin che il vino è padrone della mia anima» (Athen., VI, 235-6).
Altri volle scorgere il primo tipo del parassito in Omero: «Fra i Trojani era Podete, valoroso e ricco, figlio di Eezione. Ettore lo avea per amico e commensale» (Iliad., 71): e perciò il poeta lo fa ferire al ventre da Menelao, cioè da uno spartano, amico della frugalità.
Il caustico Luciano andò ancora più innanzi: e il parassito de’ suoi dialoghi, che la pretende a letterato, fa di Omero non soltanto lo scopritore, ma anche il primo panegirista di questa casta rispettabile. E cita l’elogio del viver parassitico seduti in fila a convito, quando le mense traboccano di pane e di carni e il coppier versa intorno il pretto vino; e nota che Omero non per nulla il pose in bocca ad Ulisse, cioè al più savio de’ Greci; e trova maliziosamente che parassiti di Agamennone eran nientemeno che Nestore e Idomeneo: e parassito di Achille lo stesso Patroclo (Luciano, Parass.): nella qual citazione è curioso lo scambio tra la classe dei parassiti e quella dei donzelli o degli amanti, secondo il greco costume.
Checchè ne sia delle facezie di Luciano, gli antichi poeti designavano i parassiti col nome di adulatori (κόλακες). In una commedia di Eupoli, che reca appunto quel nome, un coro di adulatori così parla: «Io ho due vesti abbastanza belle che indosso a vicenda, e ne faccio sempre andar l’una o l’altra al mercato; se vi scorgo qualche sciocco riccone, subito io gli sono alle coste. Se egli dice qualche parola, mi sbraccio in elogi, mostro d’andar in estasi a quel ch’egli dice; e il nostr’uomo si vede così assalito da una quantità di adulatori che vengono alla sua tavola: e noi andiamo in panciolle a spese altrui. Là ogni discorso dev’essere adulazione, menzogna: se no, addio tavola: saremmo messi alla porta» (Athen., VI, 236 f.).
Ma il nome propriamente di parassito, usato in questo senso, lo si incontra la prima volta nel comico Araro, da Ateneo così citato: «Mio caro, tu sei necessariamente parassito (παράσιτος), poichè non è forse Iscomaco che ti mantiene alla sua tavola?»
Or ecco il carattere di un parassito, dipinto dal comico Timocle, nel suo Draconzio citato da Ateneo: «E che? Lascerò che si sparli di un parassito? Mainò. È la razza d’uomini più utile. Se vi ha qualcosa d’onesto a fare che possa recar piacere agli amici, il parassito non si mette ei subito all’opera? Hai una passione? il parassito ti seconderà, pronto a tutto quel che ti occorre: e persuaso che è un giusto ricambio ch’ei ti deve per la tavola che gli fornisci. Ma ecco, per finirla, ciò che prova all’evidenza quanto caso si faccia del parassito. Si accordano al loro merito le stesse prerogative che a quelli che furono vittoriosi ad Olimpia, cioè il nutrimento a spese dello Stato: poichè qualsiasi il luogo in cui si mangia senza pagar nulla, non si deve chiamarlo il Pritaneo?» (Athen., VI, 237 d. e.).
E Antifane nei Gemelli: «Un parassita, se ben rifletti, è un uomo che divide con noi e la fortuna e la vita. Nessun parassita mai desiderò veder infelici gli amici; al contrario egli non augura che del bene a tutti. Sa sopportare un trasporto d’ira: se lo pigli a dileggio, ne ride: è propenso all’amore, burlone, gioviale» (Athen., VI, 238 a.).
Altre simili citazioni degli antichi comici greci intorno a questa classe di persone ponno riscontrarsi da chi voglia in Ateneo; il quale prosegue ricordando nomi e aneddoti de’ parassiti più conosciuti ad Atene nel V e nel IV secolo avanti l’êra volgare, cioè: Titimallo, Corido, Cherefonte, Filosseno, Ceribione, Grillione ed altri famosi chi per voracità, chi per la vena inesauribile di facezie, o anche di impertinenze con cui rallegravano i banchetti dei loro Anfitrioni.
Certo è che una tal classe rappresentava nella vita ateniese del secolo d’oro un tipo troppo interessante e caratteristico per non tentar l’estro degli scrittori che più al vivo dipinsero quell’età. Ed ecco Luciano spendervi intorno le arguzie più sottili della sua Musa; e qui far le lustre di impietosirsi sulle piccole disgrazie di quei che vivono alle spalle dei signori (Lucian., XVII), là decantarne le delizie e mostrar come e qualmente la parassitica è un’arte, anzi la prima tra l’arti.
«Il primo punto — osserva il suo parassito — è cercare e discernere chi può essere atto a nutrirti, con chi acconciarti meglio a desinare, senza avere a pentirti poi. Direm noi che il cambiatore ha un’arte con cui distingue le monete false dalle buone, e che uno senz’arte conosce gli uomini quali son falsi e quali buoni? Pure gli uomini è ben più difficile scernerli che non le monete. L’arte del parassita è dunque grande, se a tanto arriva. E a saper dire acconce parolette, a far di quelle cose che ti acquistino la benevolenza di chi ti dà a mangiare, non ci vuol forse prudenza e conoscenza assai? E nei conviti, l’uscirne colla miglior porzione ed avere più carezze degli altri che non hanno quest’arte, credi tu si possa far senza sapienza? E il conoscere le virtù e vizi delle vivande e degli intingoli, ti pare che sia una curiosità da poltrone? Eppure il nobilissimo Platone dice: Chi fa un banchetto e non si intende di cucina, non può mostrare buon giudizio. Arrogi, la parassitica non consiste solo nelle cognizioni ma anco nella pratica. Le altre arti, anche non esercitate per anni, non periscono in chi le possiede: ma se le conoscenze del parassito non sono esercitate ogni giorno, non solo perisce l’arte, ma l’artista. Nelle altre arti il dolce viene all’ultimo, e la via n’è lunga e scabrosa: il parassita solo gode dell’arte sua mentre l’impara, e mentre comincia è già al suo fine... E qual fine utile nella vita è mai il suo! Per me non trovo nella vita niente più utile del mangiare e del bere, e non si può vivere senza di ciò» (Luciano, Parass.).
E questo è precisamente il parere non solo del parassito di Luciano, ma anche degli altri suoi degni predecessori, che vivono ancora nelle lettere del giocondo e pittoresco Alcifrone. E anche qui i parassiti occupano gran parte di quel quadro di costumi così vivo e così vero; e si raccontano a vicenda tra di loro le delizie della loro vita. Sentiamo, per esempio, il rispettabile parassita Misognifo: «Benedetta la nave che portò da Istica in Atene questo meraviglioso mercadante, appetto del quale pajon sordidi li più agiati ateniesi! Non pago di un solo parassito, ci fece venir tutti dalla città: e non solo noi, ma le cortigiane più sfarzose, le cantatrici più belle, e gli istrioni da teatro in tal numero che avresti detto non mancarvene pur uno. Egli ama essere festeggiato da cetre e flauti, il suo conversare è ridondante di grazie e di veneri: fin nell’aspetto è tutto gioviale: ne’ suoi discorsi eloquente sì come quegli
Cui di néttar la musa i labbri asperse.
Anche noi parassiti parliamo alla foggia de’ letterati, chè noi pure siam nativi dell’Attica, ove uomo non trovi che in cotali ciancie non abbia buon gusto» (Alcifr., Lett. III, 65).
Le rose però hanno le spine, ed era tutt’altro che di sole rose la vita del parassito: obbligato ora a far ridere senza sempre riuscirvi, come il povero Filippo del Simposio di Senofonte, ora a rischiar salve di busse o a servir di zimbello ai capricci e alle burle di chi lo invitava, e a starsene alla varia fortuna. Taluno pigliava filosoficamente la sua parte, come il parassita nel Pitagorista di Aristofane: e si tratta di bever acqua? io sono rana. Ci son erbe o radici a rodere? io sono bruco. Bisogna far senza del bagno? io sono il grasso e il sudiciume in persona. Viver l’inverno a ciel sereno? io sono merlo. Sopportare un calor soffocante e cantare di pien mezzodì? sono cicala. Non far uso di olio? son polvere arida. Camminare a piè nudi dall’aurora? sono gru. Non dormire un sol minuto la notte? sono civetta» (Athen., VI, 238 d.).
Non tutti però avevano la stessa filosofia; e allora venìano i lamenti: «O Genio cui son toccato in sorte, quanto maligno sei! Se alcun non mi invita, e’ mi conviene divorar piante selvatiche e conchiglie, ovvero andar cogliendo erbe od empiere il ventre bevendo all’Enneacruno (fontana pubblica di Atene). Finchè ero giovine e in gambe, potevo patir questi disagi; ma ora che son fatto grigio qual rimedio a tanta sciagura? Una fune d’Aliarto mi occorre e penzolerò davanti alla porta Dipila, se la Fortuna ad ajutarmi non pensa» (Alcifr., Lett., III, 49). È il povero parassito Capnosfrante che si dispera.
Ma udiam quest’altro: «Ribaldo di barbiere!... Anzi che radermi egualmente tutto il mostaccio, senza mia saputa lo fece a metà, sicchè restommi la mascella qua pulita, là ispida. Io, ignaro della malizia, recaimi al solito a casa Pasione, benchè non invitato. Come li commensali mi videro, dieronsi a fare le più grasse risa del mondo: ed io non conobbi la cagione di tanto riso se non quando l’un d’essi mosso ver me, mi tirò pei peli rimastimi. Questi mi strappai tosto non senza grave dolore: ed ora vo’ pigliar un bastone delli buoni e darlo sul cranio al mariuolo! Poffar di cielo! Ciò che per burla fanno quei che ci pascono, ardì fare costui che non ci pasce» (Alcifr. III, 66). Questi è il parassita Ginnocheronte a cui sale presto la mosca al naso.
«Oh Dio! — grida un terzo, — crudel giornata che fu quella di jeri! Che non mi fecero soffrir questi ricconi! Essi gareggiarono nel costringermi a tracannare e a mangiare oltre la capacità del mio ventre. Questi mi imbottava di salsiccia e quello per forza mi cacciava un pezzo di pane nelle ganasce; un altro mi riversava nello stomaco, come in una botte, non vino, ma brodetto di senape e di pesce spremuto e di aceto. Se il medico Acesilao vedendomi moribondo non mi facea portar via e non mi soccorreva di rimedj, era finita per me» (Alcifr., III, 7). E la umanità avrebbe perduto innanzi tempo il povero parassito Etoemocóro.
Allora, co’ guai, veniva il pentimento: e insieme il proposito di mutar vita: Vo’ pormi a far qualche mestiere: andrò al Pireo: farò il facchino. Meglio empir la pancia di cipolle e di polenta, ma goder sicurezza di vita, che gustar manicaretti ed uccelli del Fasi, e ogni giorno stare in bocca alla morte» (Alcifr., III, 7). Ma più spesso i propositi li menava il malanno: e un altro pranzo se li portava via.
Tale era, in Atene, il parassito. Mezzo filosofo, mezzo buffone; con qualche sprazzo di letterato; adulatore di professione, e al bisogno, impertinente; niente invidioso de’ beni altrui, pur di goderne qualche briciolo in compagnia: sempre gaudente per istinto, spesso rassegnato per necessità; pronto a ogni servigio pur di guadagnarsi qualche dramma od un invito; capace, per far servizio, di parecchie azioni cattive, e se il caso gli veniva, persin di qualcuna buona. Un faceto mariuolo, senza l’impossibilità assoluta di cavarne per combinazione un galantuomo. Tutto sommato, una pasta d’uomo niente peggiore — migliore forse — de’ suoi figli e pronipoti della nostra età.
CLASSI DI ATENE.
La popolazione tutta di Atene, ossia dell’Attica, dividevasi in tre grandi categorie: cittadini (πολῖται); meteci o trapiantati o forestieri domiciliati (μέτοικοι); (schiavi) (δοῦλοι). Ai tempi di Alcibiade sommavano nell’Attica i cittadini, all’incirca, ai 20,000; i meteci ai 10,000; gli schiavi ai 400,000.
Gli schiavi erano o Greci prigionieri di guerra, o barbari per lo più di Tracia, di Caria o di Frigia rapiti dai pirati e portati sul mercato d’Atene; o Ateniesi nati di genitori schiavi. Formavano un ramo considerevolissimo di commercio; il prezzo ordinario di uno schiavo variava dalle 300 alle 600 dramme (la dramma valeva 96 centesimi di franco), però poteva salire anche a prezzi straordinarj di affezione. Adoperavansi all’agricoltura, alle miniere, alle manifatture, ai servigi domestici interni; il padrone poteva incarcerarli, incatenarli, interdir loro il matrimonio, separar il marito dalla moglie; non poteva però ucciderli; la legge, in Atene per essi assai più mite che non a Sparta ed a Roma, accordava agli schiavi il diritto di querelarsi dei maltrattamenti ingiusti dei cittadini e dei padroni («chiunque a fanciullo, o a donna o ad uomo, siano liberi o schiavi, farà villania od atto illecito sia accusato ai Tesmoteti...» Demost., Contro Midia); se trattati dai padroni con eccessivo rigore rifuggivansi nel tempio di Teseo e di là, come da asilo inviolabile, chiedevano padrone più umano. Tutti avean diritto di affrancarsi riscattandosi; talvolta per servigi resi li affrancava la Repubblica: e nei bisogni urgenti potean essere armati per la guerra.
I meteci o trapiantati — classe intermedia fra gli schiavi e i cittadini — erano stranieri ai quali il Senato aveva permesso di venire a domiciliarsi nell’Attica ed esercitarvi qualche industria, coll’obbligo di pagare una imposta di 13 dramme annue per ogni capo di famiglia e sottostare agli altri oneri straordinarj, nonchè al servizio militare. Formavano una sola categoria insiem con loro anche gli schiavi affrancati o liberti. — Eran tenuti in conto di liberi; poteano esercitar l’arte che loro piaceva, posseder terre e schiavi; il governo li proteggeva; e questo patrocinio tenea luogo per essi dei diritti politici dai quali erano esclusi. Perciò dovean scegliersi tra’ cittadini un patrono (προστάτης) che guarentisse per loro e li rappresentasse negli atti giuridici. Poteano però in dati casi venir innalzati al grado di cittadini.
Infine eccoci alla categoria dei cittadini, alla quale apparteneasi o per diritto di nascita, da genitori cittadini ateniesi, — o per adozione o per conferimento di cittadinanza; che fu onore ab antico da principi ambito e non potea conferirsi se non per decreto popolare ratificato da 6000 cittadini. Onore caduto in discredito più tardi, perchè a troppi e immeritevoli conferito (Vedi Demostene, Contro Aristocrate e Sintassi).
La divisione più antica dei cittadini dell’Attica fu quella di Teseo: il quale liberato il territorio dalle scorrerie de’ pastori e riuniti in un solo corpo i distretti dell’Attica, ne ripartiva la popolazione in tre classi: eupatrìdi o nobili (εὐπατρίδαι); agricoltori o coloni (γεωμόροι) e meccanici o industriali (δημιουργοί). Grandi disuguaglianze doveano essere tra la prima classe e l’altre due, sebbene Plutarco (in Teseo) ed Euripide (Supplici, v. 46 e seg.) ci presentino Teseo istitutore della eguaglianza politica e lodatore della democrazia. Infatti Pausania, accennando a questa pretesa istituzione della democrazia fin dal tempo di Teseo, soggiunge: simili cose credevan coloro che prestavan fede a tutto che udivano da fanciulli in teatro (Paus., Attic., 1, 3, 2): e dallo stesso Plutarco rilevasi che considerevoli prerogative erano accordate alla nobiltà ereditaria degli eupatrìdi. Della classe degli eupatrìdi furono i re; indi gli arconti o re decennali quando l’autorità regia fu limitata a tempo (753 av. l’E. V.) e quand’essa fu soppressa del tutto (682 av. l’E. V.) ancora fra la classe degli eupatrìdi si stabilì di scegliere i nove arconti annuali.
Questa preminenza dava agio agli eupatrìdi di opprimere le due classi inferiori: e le leggi di Dracone (624 a. l’E. V.), favorevoli all’aristocrazia, la aggravarono: indi turbolenze e lotte intestine fra le tre classi, dalle quali presero origine e nome le tre fazioni politiche dei Pedii, dei Diacri e dei Paralii, ossia degli abitanti della pianura (i nobili oligarchici); dei monti (i poveri coloni, partigiani di democrazia) e delle spiaggie (i ricchi industriali, fautori di governo misto). A cessar la completa anarchia, che fu la conseguenza di queste lotte, venne la costituzione di Solone (594 a. l’E. V.).
Egli sostituì all’antica una nuova ripartizione dei cittadini in quattro classi, secondo il vario ammontare della rendita netta della loro proprietà fondiaria e della corrispondente cifra d’imposta.
1.ª Classe: i pentacosiomedimni — (πεντακοσιομέδιμνοι), cioè i cittadini che raccoglievano annualmente 500 medimni o misure di frutti solidi e liquidi (il medimno corrispondeva a un mezzo ettolitro circa — 2628 poll. cub. parigini — e al valore di una dramma); e pagavano 120 dramme d’imposta del cinquantesimo.
2.ª Classe: i cavalieri (ἱππεῖς), i quali raccoglievano 300 medimni e potevano mantenere un cavallo. Pagavano 60 dramme d’imposta.
3.ª Classe: gli zeugiti o aratori — jugarj — (ζευγίται), i quali raccoglievano annualmente 200 medimni o 150, e possedevano un aratro (ζεῦγος). Pagavano 20 dramme d’imposta.
4.ª Classe: i proletarj o thétes — capite censi (δῆτες) che ne raccoglievano di meno od erano nullatenenti.
Di queste nuove quattro classi, la prima sola forniva i cittadini ammessi all’Arcontato e per conseguenza all’Areopago; e le tre prime in generale (pentacosiomedimni, cavalieri, zeugiti) fornivano i cittadini per le altre magistrature. Quelli della quarta classe infine (thètes) concorrevano colle prime tre al diritto di voto nella assemblea popolare e all’ufficio di giudice (Vedi Plutarco in Solone; cfr. Aristof. scol. Caval., v. 627; Polluce, VIII, 129-132; Suida; Hülmann, Costituz. di Solone; Schöman, Antich. greche; Grote, Thiriwall, ecc.).
Così, in luogo della vera aristocrazia ereditaria — base del governo oligarchico — non si ebbe più che una semplice aristocrazia del censo — rappresentata dalle prime due classi de’ pentacosiomedimni e dei cavalieri — naturalmente mutabile nella sua composizione e accessibile alle classi inferiori. Il titolo di eupatrìda continuò a distinguere la antichità e nobiltà del casato, ma non più come distinzione ufficiale di casta, iscritta nel diritto pubblico. E alla democrazia fu spianata la strada — volta che non più la nascita, ma il patrimonio fu la base — e quindi il lavoro potè essere il mezzo dell’ammissibilità di tutti i cittadini alle più alte magistrature.
Dalle prime tre classi eran forniti per l’esercito i capitani, e i trierarchi ossia comandanti delle triremi, i cavalieri (questi in ispecie dalla 2.ª) e gli opliti o fanti di grave armatura (in ispecie dalla 3.ª). Tutti costoro servivano a proprie spese, e a proprie spese fornivano quelli la trireme, questi il cavallo, quest’altri le armi. L’ultima classe poi di cittadini forniva la fanteria leggiera e regolare (arcieri, τοξοται) e gli equipaggi della flotta.