QUADRO NONO
Anno 404 av. l’E. V., nel mese di Pianepsione (ottobre-novembre)
(1.º della Olimpiade 94ª — 27.º ed ultimo della guerra del Peloponneso)
Crocinas di Larissa vinse il premio ad Olimpia.
EGOSPOTAMO[521]
Campo ateniese presso Egospotamo (nel Chersoneso di Tracia). In fondo il mare (l’Ellesponto). Tende dei capitani da un lato. Scolte nello sfondo, lungo la spiaggia.
SCENA PRIMA. ALCIBIADE, EUFEMO, indi ALCIBIADE solo.
Euf. (entrano trafelati egli ed Alcibiade) I duci, credo, stan banchettando. Attendimi qui. Vado ad annunziarti.
Alcib. (gettandosi stanco sopra un masso) Va, e fa presto. (Eufemo entra nella tenda dei duci, Alcibiade rimane solo) Stan banchettando![522] e ad Atene frattanto sovrasta la ruina!... Coraggio, anima mia!... Via da me, inutile orgoglio!... Si pensi ad Atene.
SCENA II. ALCIBIADE e CARICLE soldato.
Caric. (venendo dalle tende dei duci, con deferenza rispettosa) Salve, Alcibiade! I duci han lasciato ora appunto le mense. Essi ti pregano di attenderli. Fra brevi istanti saranno qui. (Alcibiade lo guarda serio e torvo, senza risponder parola. Il soldato lo osserva) Ma tu devi aver corso per ben lungo cammino: sei trafelato, polveroso, grondante di sudore: sarai sfinito dalla stanchezza e dalla arsura. Questo è licor pretto di Chio, di quello che bevono i duci: qui, al campo, la sete non si patisce. Su, Alcibiade, ristorati... (Alcibiade non risponde, ma scaglia a terra con moto violento d’ira il corno che il soldato gli presenta. Càricle rimane a tutta prima attonito e interdetto: poi tranquillamente va a raccogliere da terra il corno, ne succhia gli ultimi sgoccioli, e si volge ad Alcibiade con accento calmo e rispettoso) Ti sapevo superbo, Alcibiade!... Ma se meco sdegnavi di bevere, perchè sono un povero soldato, invece di gettarlo, potevi lasciarlo per me!... (s’allontana lentamente)
Alcib. (scosso dall’atto calmo e dalle parole calme del soldato) È più savio di me!... E così ti prepari, Alcibiade, a vincere l’orgoglio! Olà!... (forte al soldato, richiamandolo)
Caric. (soffermandosi) Che vuoi?
Alcib. Come ti chiami?
Caric. Càricle, figlio di Agórato, peanéo.
Alcib. (alzandosi e movendo a lui) Càricle, fosti meco cortese, ed io, senza volerlo, ti offesi. Ma quel vino... il banchetto dei duci... mi avevan richiamato pensieri irritanti. Perdonami.
Caric. (intenerito, confuso) Che?!... tu... Alcibiade?...
Alcib. (affabilissimo) Io Alcibiade, figlio di Clinia, prego te, Càricle, figlio di Agòrato, a perdonarmi, e ad accettare in segno del tuo perdono lo scambio delle nostre spade...
Caric. Ma ti pare! la tua è ricca, di squisito lavoro; la mia, affatto ordinaria! Il baratto di Glauco e Diomede...[523]
Alcib. Sarò allora io Diomede; perchè son io che guadagno nel cambio. L’amicizia d’un valoroso vale ben più che l’oro di quest’elsa. Accettala dunque... o crederò...
Caric. Accetto! accetto!... (fan lo scambio delle spade) E pregherò i Numi che ti salvino!
Alcib. No! no! non pregarli per me! (con voce tristissima) Pregali per Atene che muore!... (s’allontana da lui)
Caric. (seguendolo dello sguardo, con aria di stupefazione) Che cosa dice?... (guarda alternativamente Alcibiade e la daga avuta da lui, e scrolla il capo) L’aria di Tracia gli deve aver dato al cervello... Peccato!... un così bravo capitano!... (va via, guardando Alcibiade e tentennando del capo, mentre Alcibiade si è immerso di nuovo ne’ suoi pensieri)
SCENA III. ALCIBIADE solo.
Alcib. (cogitabondo, sospirando) Terra fatale ed ingrata, potevi risparmiarmi e i tuoi doni e gli oltraggi, se darmi non potevi anche il dono di odiarti! a che crescermi superbo come la rocca della tua dea, se umile oggi devo farmi per te! Umile dinanzi a costoro che mi odiano, perchè in me paventano un rimprovero alla loro ignavia boriosa; umile perchè la loro vanità non si adombri, e perchè Atene (con accento di rabbia, stringendo i pugni) — giusti Numi! — è in mano loro! Coraggio! essi vengono!...
SCENA IV. ALCIBIADE, TIDÉO, ADIMANTO, CONONE. Altri due capitani, che non parlano.
Tid. Tu qui, Alcibiade!? Non era atteso il tuo arrivo. Comunque, sii il benvenuto. Se più presto venivi, avresti potuto fare un brindisi con noi.
Alcib. (serio e grave) In tal caso avrei propinato a Giove Salvatore e ai Numi caccia-mali, perchè aprissero gli occhi a te, valoroso Tidéo, e a’ tuoi compagni.
Tid. E Giove Salvatore e gli altri Numi avrebbero speso male il tempo: perchè vin puro bevemmo e non filtro di mandràgora: e i nostri occhi son benissimo aperti...
Alcib. Ma non vedono l’abisso sotto i vostri piedi. Ben d’altro, o Tidéo, che di far brindisi è tempo!...
Adim. (freddo) Di che dunque?
Alcib. (rinforzando la voce) Di badare alle navi!
Tid. Le navi sono affidate al senno e al valor nostro, e sta pur certo, Alcibiade, ch’elle sono bene affidate.
Alcib. E allora salvate Atene con esse!
Tid. (ironico) Alcibiade s’interessa alla salvezza di Atene? Sparta infatti ne serba la memoria...
Alcib. (gli sfugge un gesto vivissimo d’ira, ma tosto lo reprime e parla con calma) Tidéo!... lasciamo i sarcasmi. Più amaro delle tue parole, mi è il pensiero dei giorni che alla patria sovrastano. Si tratta, ripeto, di salvar lei...
Tid. Pare difatti, che, senza essere da te chiamati, siam qui venuti per questo...
Alcib. (con impeto) Così non ci foste venuti mai!...
Tid. (prontamente interrompendolo, e terminando la sua frase di prima)... e che tu, Alcibiade, sii venuto, come Menelao ad Agaménnone,[524] consigliero non necessario e non cercato...
Alcib. (nuovo moto di risentimento e nuovo sforzo per reprimersi: si avanza vivamente verso Tidéo, gli prende una mano e gli parla a voce sorda, concitata) Ma lo sapete che Lisandro è a Làmpsaco?
Tid. (tranquillissimo) Lo sappiamo...
Alcib. Con falangi numerose e con un’armata di duecento navi...
Tid. Tanto meglio!... Sarà maggiore il bottino... Per questo lo sfidiamo a battaglia fin sotto Làmpsaco ogni giorno, ed egli non osa uscir da’ suoi ripari...
Alcib. Ma è bugiarda e ingannatrice questa sua calma! Lisandro è capitano abilissimo, e non si mostra che per assalirvi all’impensata!...[525]
Adim. Venga!... sarà ricevuto!...
Alcib. Ricevuto? Ma come, se la flotta vostra è sbandata e gli equipaggi quasi tutti a terra?[526] Ma come riceverlo, qui, dispersi, sovra un lido scoperto, lontani da porti e da città a cui appoggiarvi, vicinissimi ad un nemico vigilante e compatto, esposti a dover combattere alla sprovvista, per terra, contro forze superiori?
Tid. (con calma sarcastica) E son qui tutti i consigli di Alcibiade? e perciò venisti? Affè, mi rincresce ti sii dato tanta pena.
Alcib. (con forza) Oh, non tutti... non tutti!... se io...
Tid. (interrompendolo vivamente, con ironia) Se tu guidassi la flotta — la guideresti meglio di noi — questo vuoi dire?
Alcib. No, Tideo! chiamo gli Dei tutelari di Atene testimoni, che nessun pensiero di ambizione è ora in me. Ma se in voi parla l’affetto della città vostra, uditemi, ve ne scongiuro! Atene vi ha affidato le sue ultime risorse;[527] delle sue navi, delle sue schiere, tutto quel che le resta è qui; qui voi non potete dire, come Spartano alle Arginuse:[528] «Perduta questa flotta se ne armerà un’altra!» Perduta questa, è perduta Atene!... Ascoltatemi. Qui la disfatta vi sovrasta. (La voce di Alcibiade si vien facendo ad ora ad ora insinuante, supplichevole, incalzante, affannosa per l’emozione) In nome d’Atene, partite senza indugio da qui. Imbarcate le truppe: allontanatevi da Lisandro. Portate subito la flotta fra Sesto ed Abido: là tenetela unita, pronta alla pugna. Lisandro evita la battaglia in mare, perchè, più forte di fanterie, aspetta di assalirvi per terra; voi datemi un po’ de’ vostri opliti e di arcieri; con essi, colle mie genti e con un corpo di Traci, io m’impegno ad attaccare lo Spartano nel suo campo di Lampsaco, a ributtarlo in disordine sulle navi, e costringerlo ad accettar su di esse la battaglia, quando più vorrà evitarla e quando alla disfatta non isfuggirà.[529] Questo io farò, per la tomba di mio padre lo giuro; ma salvate Atene — per tutti gli Dei! Salvate Atene!
Con. (a Tidéo, scosso dallo scongiuro di Alcibiade) Tidéo, il consiglio di Alcibiade mi par savio e buono...
Alcib. (vivissimamente) Oh, grazie, Conone!... persuadili tu dunque...
Tid. (ironico) E chi non sa che l’illustre Alcibiade non può dar che sapienti consigli a noi, novizj nell’arte della guerra?! Ma alla buon’ora, Alcibiade, ora ti spieghi più chiaro... è il comando che vuoi...[530]
Alcib. (con forza) No, non il comando...
Tid. (beffardo, interrompendolo) La gloria dunque, che è meglio; e l’onor della vittoria, in faccia ad Atene, or che la vittoria, mercè nostra, è fatta sicura...
Alcib. (fra sè, a grave stento reprimendosi) Giusti Numi, soccorretemi! (si volge a Tideo) No, no, Tidéo, sii tranquillo. Neppur questo. Se questo solo vi toglie di accettare il mio consiglio, ebbene, colla flotta tragittatemi a Sesto: là scenderò a condurvi la mia gente e n’abbia il comando un di voi. Io combatterò da soldato...
Tid. Per avere di capitano il vanto e non la responsabilità. Tardi ti prende, Alcibiade, il desiderio di risalir le navi d’Atene. Non dovevi abbandonarle come un colpevole ed un fuggiasco!
Alcib. (in un moto violento di collera porta la mano alla daga) Tidéo... bada a te...
Tid. (ponendosi in guardia a sua volta) Minaccie ora?...
Alcib. (padroneggiandosi con supremo sforzo, ritira la mano dall’elsa) Ebbene, no, non minaccie! preghiere! preghiere soltanto. Poichè, è per Atene, ch’io prego. Tidéo, tu ingiurii, ed io non ti ho ingiuriato. Eppure anche il mio passato non è senza qualche gloria: tu vedi, io non ne parlo. Eppure Alcibiade non tollerò mai insulto da persona al mondo: tu vedi, io ti favello cortese. Parlasti di viltà, e sai che vile non sono. Se tu ami la patria e anch’io l’amo; se tu offri a lei la tua vita, ed io son pronto a darla al par di te; ma in attesa di morir per Atene, si tratta di vincere per lei!
Tid. La tua vita! l’hai salvata, sottraendoti alla condanna, laggiù, in Sicilia...
Alcib. (frenandosi sempre, ma con voce oramai fatta tremante per l’interna febbrile commozione, e a volte a volte concitata, angosciosa, quasi avente in fondo le lagrime) E fu consiglio di Numi, perchè io potessi giovare ad Atene in questo dì. Sì, due volte essa m’ha dato l’esilio; ma a te, Tidéo, a voi Filocle, Adimanto, Menandro, Conone, essa non ha fatto nulla, perchè vi debba premere di perderla! (supplichevole a Conone) Conone, tu vincesti con gloria alle Arginuse; tu mi ascoltavi dianzi...
Con. (abbassando mesto il capo) Io son solo.
Alcib. (sempre più incalzante supplichevole) Ma tu, Filocle, hai pugnato meco a Catania; tu, Adimanto, eri a Cizico con me. Parlate voi!... Voi tacete! (con accento di disperazione) E Lisandro è là! Dei, qual cecità, qual delirio dunque è il vostro!...
Tid. (imperioso) E tu dunque tralascia di parlare ai deliranti. E vanne! che a noi soli spetta qui il comandare[531] ed è nostra la responsabilità.
Alcib. (tuonante, aprendo lo sfogo all’ira) E cada essa dunque su di voi, e Nemesi vi faccia sopravvivere tanto, che Atene possa chiedervi conto delle sue sventure! Prega, o Conone, prega per Atene, perchè oggi il cielo è ben irato con lei, se ha permesso che le sue sorti cadessero in tali mani!... (agli altri) Oh, sì, rallegratevi, che Alcibiade si è abbassato a pregarvi; ditelo al mondo, perchè mai più non vi toccherà così alta ventura, che il superbo Alcibiade lo avete visto supplicare e piangere dinanzi a voi!... Anime abiette d’invidia e di livore, no, Alcibiade non vi ruberà nulla della vostra gloria! Non duci, — traditori di Atene, la gloria del tradimento[532] è tutta vostra! (moti d’ira e di minaccia fra i duci. Conone resta in disparte a capo chino)
Tid. (sguainando la spada) Paga tu intanto il fio della impudenza!...
Alcib. (incrocia repentinamente le braccia sul petto, e si pianta risoluto in faccia a Tidéo, squadrandolo in atto di sfida) Ferisci! (Tidéo s’arresta interdetto, mentre Conone ed altri si frappongono. Quadro)
CALA LA TELA.