WeRead Powered by ReaderPub
Angiola Maria: Storia domestica cover

Angiola Maria: Storia domestica

Chapter 35: NOTE:
Open in WeRead

About This Book

The work portrays the quiet domestic life of a modest, virtuous woman and her community, tracing moments of innocence, love, and self-sacrifice through everyday scenes and inward reflection. It opens with a prologue on poetry's need for truth and virtue, then moves through seasonal depictions of Lombardy, detailed accounts of family feeling and simple pleasures, and moral meditations that elevate ordinary experience into reflections on hope, resignation, faith, and the sustaining power of affection.

III. COMMIATO.

Intanto ch'io scorreva cogli occhi e col cuore quel manoscritto, che a me fu caro ben più di quanto parrà agli altri che lo leggeranno, il dabben pievano s'era chetamente addormentato nel suo seggiolone a canto del camino, dopo aver veduto il fondo della sua antica e fedele galéda.

Eran forse passate due lunghe ore, allorchè io rientrando nel salottino con que' pochi fogli che, per dir vero, senza soverchio scrupolo m'intascai, lo vidi risvegliarsi di botto e fissarmi in volto due occhiacci da spaurato; chè, non ricordandosi forse più del suo forastiero, Dio sa per chi m'avea scambiato in quel momento. Feci le viste di non accorgermi del terrore che senza volerlo gli avevo cacciato in corpo, nè di quell'impaccio con cui egli andavasi raccostando alla meglio lo sbottonato panciotto e la lunga sottana d'un equivoco negro colore, che nell'abbandono del suo sonnecchiar vespertino aveva in dietro arrovesciata, non senza mettere un poco in compromesso la sua gravità di prima.

Lo ringraziai il meglio che seppi della bontà colla quale m'avea lasciato frugare nel suo studio, e poi, per un certo prurito della coscienza, trassi di tasca il rotolo delle carte di che m'era fatto padrone; e gli chiesi il permesso di portarle meco per alcuni dì, affine di trarne le note che m'occorrevano. Egli allora per dársi un cotale sussiego d'inquisitoria importanza pigliò lo scartafaccio, senza badare che lo pigliava alla rovescia; e dato che v'ebbe un'occhiata mel rendè soggiungendo: — So cos'è, so cos'è... Poh! lo tenete, lo tenete pur fin che vi grada, ch'io per me di coteste malinconie non ho mai voluto l'impaccio e tanto meno adesso. E così, a dirla fra noi due, non mi fossi tirato addosso per que' brutti anni il fastidio di colui che le ha scarabocchiate tutte quelle pagine; che non l'avrei pagata con perder l'appetito per più d'un mese. Basta! ebbi il mio santo anch'io, e per buona sorte la è passata la trista burrasca. Ma v'accerto che sebben quello fosse una cima d'uomo, come dicono, per me fu il primo e l'ultimo prete che mi tenni vicino. Mi riuscì di accomodarla con monsignore; e d'allora in poi, io solo, povero e vecchio qual mi vedete, ho tirata la barca della parrocchia, e spero continuare per un bel pezzo ancora!...

Essendo fatta l'ora tarda, mi congedai dal pievano, pensando fra me di mandargli in segno d'animo grato per il donatomi manoscritto un bel Breviario nuovo che gli servisse in vece di quello tutto squadernato e bisunto ch'io aveva veduto sul suo tavolo. E così poi feci, appena giunto a Milano.

Tornai alla casuccia del mio buon alpigiano. E con lui, il seguente mattino, volli visitare quella ch'era stata la dimora dell'infelice don Carlo. Erano poche camerette, anguste, nude, disabitate, cadenti: e come appartenevano alla prebenda, nessuno le aveva più occupate dal giorno che il vicecurato s'era di là partito per non tornarvi più. Mi si serrò d'angoscia il cuore, veggendo che servivano di ripostiglio alle vecchie e rotte suppellettili della chiesa, e che in fondo della stanza terrena eran riposti il cataletto de' poveri della parrocchia, alcuni rugginosi candelabri di ferro usati ne' funerali, due panche sgangherate, una barella; e nel canto, la zappa e la vanga del becchino.

Nulla più v'era che serbasse ancora in quel cadente tugurio la più piccola traccia della memoria di un giusto.


In sul meriggio, salutai la povera famiglia del Bernardo, quelle buone e sincere creature ch'io aveva già preso ad amare, e che nella fede de' loro cuori benedicevano tuttora al nome del vicecurato. Allorchè m'arrestai un poco sul breve altipiano donde si vedevano in gruppo le prime case di quell'ignota terricciuola, mi venne all'orecchio la limpida voce argentina della figlia del montanaro che cantava così:

Io la vidi salire alla montagna

Io la vidi seder presso al torrente. —

O mia compagna,

Che fai tu qui?

Salutava cantando il sol cadente,

Povera abbandonata alpigianella! —

L'Ave Maria

Sonar s'udì.

Allora sollevò la faccia bella,

Le parole dicea dal piagner rotte, —

Ma la sua stella

Non apparì.

A mezzo del cammin giunse la notte,

Un nugol nero circondò la luna. —

L'antica Fata

Dall'antro uscì.

Accanto a lei passò la Maga bruna.

Povera alpigianella abbandonata! —

Sulla montagna

Essa morì.

— Chi sa, diss'io fra me, ch'egli stesso, il buon prete, non abbia insegnato a quella montanina codesti semplici versi modulati su qualche poetica tradizione dell'Alpi! E il mio pensiero, raffigurando la bella sembianza dell'Assunta, ricordò ancora la fine della povera Angiola Maria, alla quale parevami quasi compiangere quel malinconico canto.

INDICE.

A Corinna Pag. 3
Prologo 7
 
LIBRO PRIMO.
 
I. Una domenica 11
II. Sul terrazzo 21
III. A diporto sul lago 31
  Il ricordo, canzone 35
  Il desio, canzone 36
IV. Nella casetta 38
V. Una prima conoscenza 50
VI. Dallo speziale 58
VII. Scena di famiglia 68
VIII. Amicizia 76
  La voce della fede, stanze 83
IX. Amore 88
X. Le tre fanciulle 100
  Un chiaror di luna, ballata 104
XI. Sulla bass'ora 110
XII. Addio al lago 121
  Il commiato, canzone 129
 
LIBRO SECONDO.
 
I. Altro tempo, altra vita 133
II. Ore di tristezza 147
III. Un colloquio 155
IV. L'onestà del povero 164
V. Partenza e mistero 175
VI. Il fratello e la madre 187
  Il calice del dolore, versi 199
VII. Il pane altrui 201
VIII. Le alunne della crestaia 219
IX. Speranza e dubbio 232
X. Un'altra prova 245
  Rosa, ballata 249
XI. Il ritorno 265
XII. Sacrifizio 287
 
IL MANOSCRITTO DEL VICECURATO.
 
I. L'ospite montanaro 313
  Il ritorno, canzone 315
II. Il manoscritto 328
III. Il commiato 359
  L'alpigianella, ballata 361

NOTE:

1.  Sembra che queste prime pagine del manoscritto si riportino al tempo che il buon prete fu mandato viceparoco in quel povero e ignoto villaggio di montagna.

2.  Pare che qui intendesse parlare d'Alessandro Volta, di cui forse avea scritto a quel tempo.

3.  Qui il manoscritto presentava una lacuna, e pareva fosse stato per parecchi mesi interrotto. A quel tempo forse riportansi i pochi brani delle lettere che trovai fra que' fogli, scritte con mano quasi illeggibile, spiegazzate e lacere, sicchè vedevasi che prima di finirle il vicecurato s'era pentito e le aveva gittate a parte.

4.  Forse il manoscritto fu ripigliato all'entrar della seguente primavera; se pur non erano mancati alcuni foglietti.

5.  Queste note e questi pensieri trovai qua e là sparsi sopra alcuni brani di carta frapposti alle pagine del manoscritto: erano per avventura frammenti o postille di qualche libricciuolo messo in luce senza nome in altro tempo. Ne tenni conto, perchè parmi rivelino meglio ancora quali fossero la mente e il cuore del vicecurato.

6.  Questi pochi versi trovai scritti sulla coperta d'una lettera d'altrui mano: era forse una lettera della sua povera e buona sorella.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.