CCXVI
| Anno di | Cristo CCXVI. Indizione IX. |
| Zefirino papa 20. | |
| Caracalla imperad. 19 e 6. |
Consoli
Catio Sabino per la seconda volta e Cornelio Anulino.
Certi sono i cognomi de' consoli di quest'anno, cioè Sabino ed Anulino. Per conto dei nomi, un'iscrizione riferita dal Panvinio [Panvin., in Fast. Consular.] e dal Grutero [Gruterus, Thesaurus Inscript., p. 183, n. 4.], si dice posta Q. AQVILLIO SABINO II. SEX. AVRELIO ANVLLINO COS. Ma essa dee essere falsa; o, se è legittima, appartiene a qualche altro anno. Perciocchè un'altra presso il medesimo Grutero [Idem, pag. 261.] fu alzata CATTO SABINO II. ET CO. ANVLLINO COS., ed una parimente presso il Fabretti [Fabrettus, Inscript., pag. 682.], C. ATIO SABINO II. ET CORNELIO ANVLINO COS. In vece di C. ATIO, credo io che s'abbia a leggere CATIO SABINO II., perchè, se questo primo console fosse ornato del prenome, anche il prenome dell'altro apparirebbe. Dopo avere [Dio, lib. 77.] l'Augusto Caracalla passato il verno in Nicomedia, dove celebrò il suo giorno natalizio nel dì 4 di aprile, ripigliò il suo viaggio [Herodianus, lib. 4.]; ed arrivato alla città di Pergamo, celebre fra i Gentili pel tempio di Esculapio, dove si facea credere alla buona gente che quel falso dio in sogno rivelasse il rimedio dei mali del corpo: quivi Caracalla si raccomandò, e di cuore, a quella ridicola divinità, che pur non avea orecchi. Egli era malsano, e pativa varii mali, parte evidenti, parte occulti: effetti dell'intemperanza sua nella gola e nella libidine, per cui anche era divenuto inabile alla generazione [Dio, in Excerptis Valesianis.]. Sognò quanto volle; ma niun sollievo trovò a' suoi malori. Visitò la città d'Ilio, e benchè i Romani si tenessero per discendenti dai Troiani, pure più onor fece, al sepolcro di Achille. Non si trovava chi facesse la figura di Patroclo. O di morte naturale o di veleno morì allora Festo, il più caro de' suoi liberti; e quella vana testa di Caracalla gli fece far le esequie con tutte quelle cerimonie che sono descritte da Omero per Patroclo del suo poema. Di là passò ad Antiochia, dove per qualche tempo attese alle delizie, e dichiarò guerra al re de' Parti. Ne prese motivo, perchè Tiridate ed Antioco, due de' suoi uffiziali, erano disertati e passati al servigio di quel re, il quale, non ostante che da Caracalla ne fossero fatte più istanze, non li volle mai rendere. Trovavasi allora quel re in dispari, perchè in guerra con un suo fratello, e Caracalla si gloriava di aver seminato fra loro la discordia; però, per non tirarsi addosso anche la potenza romana, fu costretto a restitur que' due uffiziali. Caracalla allora si quietò, al vedersi così rispettato e temuto; e fatto poi sapere ad Abgaro re di Edessa, o sia dell'Osroene, con amichevoli lettere, che desiderava di vederlo, questi sen venne; ma, credendo di trovare in Caracalla un imperador romano, vi trovò un traditore [Dio, in Excerpt. Valesianis.]. Abgaro fu messo in prigione, e Caracalla s'impadronì di quella provincia, dove in fatti lo stesso Abgaro per la sua crudeltà era forte odiato da quella nobiltà. Confessano tutti gli storici che la simulazione e il mancar di fede non fu l'ultimo dei vizii di Caracalla. Anche nella guerra fatta in Germania avea lavorato di frodi, gloriandosi poi di aver colle sue arti messa rottura fra i Vandali e Marcomanni, ed attrappolato Gaiovomaro re de' Quadi, con torgli anche la vita. Inoltre, avendo finto di voler arrolar nelle sue guardie moltissimi giovani di nazion germanica, gli avea poi fatti tagliare a pezzi.
In questi tempi ancora bolliva la discordia tra il re dell'Armenia e i suoi figliuoli. Caracalla colla sua consueta infedeltà chiamò cadaun d'essi alla corte, facendo loro credere di volerli accordare insieme. L'accordo fu, che tutti li ritenne prigioni, figurandosi di poter fare il medesimo giuoco dell'Armenia che avea fatto dell'Osroene; ma s'ingannò. Que' popoli presero l'armi per difendersi, senza volersi punto fidare di un principe che s'era troppo screditato colla sua perfidia. Avea Caracalla alzato al grado di prefetto del pretorio Teocrito, uomo vilmente nato, già ballerino nei teatri, e divenuto a lui caro, perchè stato suo maestro nel ballo, e che per ammassar roba commise varie crudeltà [Dio, lib. 77.], e facea anche sotto mano il mercatante. Presso Sifilino è detto essere stato tanta la di lui autorità nella corte, che la facea da superiore ai due prefetti del pretorio. Questo degnissimo generale fu da lui inviato con un corpo d'armata per sottomettere l'Armenia; ma da quei popoli rimase intieramente disfatto. Scrisse in questi tempi Caracalla al senato, con dire di saper bene ch'esso non sarebbe contento delle di lui imprese; ma che, tenendo egli una buona armata al servigio suo, avea in fastidio chiunque sparlasse di lui. Quindi volle passar in Egitto, con ispargere voce d'essere spinto da divozione verso Serapide, e da desiderio di veder la fiorita città di Alessandria, fabbricata dal suo caro Alessandro Magno [Herodianus, lib. 4.]. Arrivata questa nuova in quella città, gli Alessandrini, gente vana, non cupando in sè stessi per l'allegrezza, si diedero a far mirabili preparamenti di addobbi, di musiche, di profumi per accogliere con gran solennità il regnante. Ma Caracalla, secondo il suo costume, doppio di cuore, si portava colà non per rallegrar que' cittadini, ma per disertarli. Il natural di quel popolo era inclinato forte alla maldicenza, ed avea sempre in bocca motti frizzanti, specialmente contro ai potenti. In fatti, senza nè pur risparmiare l'imperador stesso, misero in canzone la morte da lui data al fratello, attribuendogli anche un disonesto commercio colla madre, e deridendo la piccola di lui statura, non ostante la quale egli si credeva un altro Alessandro e un nuovo Achille. I principi saggi, che non prendono mosche, non fan più caso di simili ciarle, di quel che si faccia delle ingiurie de' pappagalli e delle gazze. Ma all'iracondo e bestial Caracalla esse trapassavano il cuore, e però ne volea far gran vendetta. Giunto ad Alessandria, visitato con divozione il tempio di Serapide, vi fece molti sagrifizii; andò al sepolcro di Alessandro, e vi lasciò de' preziosi ornamenti. Gridavano gli Alessandrini: Viva il buon Imperadore; e lo sdegno sanguinario di Caracalla stava allora per piombar sulle loro teste. Erodiano scrive che, fatta raunar la gioventù di Alessandria fuori della città, che ascendeva a migliaia, fingendo di voler formare un falange ancora di Alessandrini, dopo averli fatti attorniare dal suo esercito, tutti ordinò che fossero messi a fil di spada. Orridissima fu quella strage. Dione [Dio, lib. 77.] scrive che il macello seguì nella città di notte e di giorno, ed essere stato sì grande il numero degli uccisi, che impossibile fu il raccoglierlo [Spartianus, in Severo.]. Vi perì gran copia ancora di forestieri venuti per veder quelle feste; il sacco fu dato ai fondachi a alle case, nè andarono esenti dalla rapacità militare que' templi. E questi furono i nemici che il detestabil Augusto andò a cercare in Oriente per gastigarli. Divise poi la città in due parti, la privò di tutti i privilegii, e lasciovvi presidio, con divieto ai cittadini di far adunanze in avvenire. Perseguitò ancora i seguaci di Aristotile, con dire che quel filosofo era stato cagion della morte di Alessandro, e levò loro le scuole che godevano in quella città. Da uno di quegli oracoli Caracalla fu chiamato una fiera; ma chi v'ha che non l'abbia a chiamar tale, e vedute crudeltà sì enormi? Anch'egli nondimeno si gloriava di questo, benchè molti poi facesse uccidere, perchè divulgavano l'oracolo suddetto.
Tornossene questa fiera Augusta ad Antiochia, con animo di far una delle sue frodi anche ad Artabano re dei Parti. Se crediamo ad Erodiano [Herodianus, lib. 4.], gli dimandò per moglie una di lui figliuola, proponendo nello stesso tempo di far una specie di unione delle due monarchie, sufficiente ad assoggettar tutto il mondo allora conosciuto. Non ne volea sentir parlare a tutta prima Artabano, ma poscia, accettato il partito, lasciò campo a Caracalla d'inoltrarsi nel suo regno, come s'egli andasse a prendere la sposa, e a visitar il re suocero. Venne da una certa città ad incontrarlo Artabano con immensa quantità di gente tutta inghirlandata e senz'armi. Allora Caracalla comandò a' suoi di menar le mani contra de' Parti, che, trovandosi privi di cavalli e d'armi, ed imbrogliati dalle vesti lunghe, nè poteano punto difendersi, nè speditamente fuggire. Gran carnificina vi fu fatta; il re ebbe tempo di scappare; restò il paese in preda ai Romani, i quali, stanchi del tanto uccidere e rubare, se ne tornarono finalmente nella Mesopotamia colla gloria di essere insigni traditori. Dione [Dio, lib. 78.], all'incontro, lasciò scritto (ed è ben più verisimile il suo racconto) che avendo Artabano promesso la figliuola a Caracalla, e poi negatala, perchè s'avvide avere un sì perfido Augusto dei perniciosi disegni sopra il suo regno, e che non era uomo da fidarsi di lui; allora Caracalla ostilmente entrò nella Media, saccheggiò e smantellò varie città, e fra l'altre Arbela, e distrusse i sepolcri dei re parti. Si servì ancora di lioni, mandandoli a quelle genti [Spartianus, in Severo.]. Dione nondimeno scrive che fu un solo lione, che, calato all'improvviso dal monte, fece del male ai Parti. Ora, quantunque niuna battaglia seguisse, perchè i Parti scapparono alle montagne, e di là dal fiume Tigri, pure il vano imperadore scrisse al senato magnifiche lettere di queste sue vittorie, colle quali avea conquistato tutto l'Oriente, e volle il titolo di Partico. Si sapeva a Roma quel ch'era, ma convenne far vista di credere illustri e memorande quelle imprese. Nelle monete [Mediobarbus, in Numismat. Imp.] dell'anno seguente si trova menzionata la vittoria partica, ma non si vide già che egli prendesse il titolo di Imperadore per la quarta volta, benchè al Tillemont [Tillemont, Mémoires des Empereurs.] sia sembrato di vederlo. Venne [Spartianus, in Severo.] poscia Caracalla coll'armata a prendere la stanza di verno nella città di Edessa, assai contento delle sue strepitose prodezze.
CCXVII
| Anno di | Cristo CCXVII. Indizione X. |
| Callisto papa 1. | |
| Macrino imperadore 1. |
Consoli
Caio Bruttio Presente e Tito Messio Extricato per la seconda volta.
Ricevette in quest'anno la corona del martirio san Zefirino papa, e fu in suo luogo posto nella cattedra di san Pietro Callisto. Svernò, come già accennai, l'Augusto Caracalla in Edessa [Anastasius Bibliothecar.], dove tanto egli che i soldati suoi viveano nelle delizie senza disciplina alcuna nelle case de' cittadini, e prendendo come proprie tutte le loro sostanze; quando, secondo i regolamenti de' tempi addietro, i soldati anche in tempo di verno abitavano sotto le pelli, cioè sotto le tende fatte di pelli. Lo stesso imperadore avea mutata la forma delle vesti militari, avendo presa dai Galli la foggia di un abito talare, appellato Caracalla, con cappuccio, di cui andava egli vestito [Spartianus. Dio. Aurelius Victor.], e voleva che andassero vestiti anche i soldati. Di là venne il soprannome a lui dato di Caracalla. Si avvidero allora i Parti che non erano poi lioni i Romani; anzi, in sapere che la vita molle del quartiere di verno e le fatiche dell'anno precedente aveano snervata la milizia romana, facean dei gran preparamenti per vendicarsi. Ma nè pur Caracalla si teneva le mani alla cintola, ammassando anche egli gente, e quanto occorreva per tornare in campagna contra di loro; quando Iddio volle mettere fine alle iniquità di questo indegno imperadore o piuttosto esecrabil tiranno. Esercitava in questi tempi l'uffizio di prefetto del pretorio, o sia capitan delle guardie, Marco Opellio Macrino, nativo d'Africa, i cui natali furono vilissimi. Era in età di circa cinquantatrè anni. Capitolino [Capitol., in Macrino.], nella Vita di lui, ne parla assai male. Dione, all'incontro, scrive [Dio, lib. 78.] aver egli con alcune buone qualità compensati i difetti della sua bassa nascita, essendo stato competentemente dotto nello studio legale, uomo moderato, avvezzo a giudicare con molta equità, e che si facea amare. Avvenne che un indovino in Africa chiaramente disse ch'esso Macrino e Diaduminiano suo figlio, in età allora di circa nove anni, aveano da essere imperadori [Herodianus, lib. 2.]. Costui, mandato a Roma, confessò questo medesimo a Flavio Materniano, comandante delle milizie lasciate in Roma, il qual tosto ne spedì l'avviso a Caracalla Augusto. Ma, per attestato di Dione, non andò la lettera direttamente a lui, perchè ordine v'era di portar le lettere provenienti da Roma a Giulia Augusta, la quale, dimorando in Antiochia con grande autorità, avea l'incumbenza di accudire a tutti gli affari, per non isturbare il figliuolo occupato nella guerra coi Parti. Intanto avendo Ulpiano Giuliano, allora censore, inviato frettolosamente a Macrino un altr'uomo coll'avviso di quanto bolliva in Roma contra di lui, Macrino venne prima di Caracalla a risapere il pericolo a cui egli era esposto, perchè in simili casi vi andava la vita. Si aggiunse che un certo Serapione Egiziano pochi dì prima avea predetto a Caracalla che poco restava a lui di vita, e che gli succederebbe Macrino. Fu ben pagata la di lui predizione, con essere dato in cibo ai lioni. Imperciocchè Caracalla conduceva sempre seco una man di lioni, e specialmente ne amava uno assai dimestico, appellato Acinace (noi diremmo scimitarra), e il teneva a guisa d'un cane alla tavola, al letto od alla porta, con baciarlo sovente pubblicamente. Per tali accidenti determinò Macrino di prevenir la morte propria con procurar quella di Caracalla. Erodiano [Herodianus, lib. 2.] aggiunge che Caracalla anche talvolta aspramente motteggiava Macrino, trattandolo da uomo da nulla nel mestier dell'armi, con giungere ancora a minacciargli la morte. Secondochè s'ha dal medesimo storico, arrivato il plico delle lettere spedite da Materniano, Caracalla, che in cocchio era dietro a far correre i suoi cavalli, lo diede a Macrino, come era suo costume alle volte, con ordine di riferirgli dipoi le cose importanti, e di eseguir intanto quelle che esigessero risoluzione. Trovò [Dio, in Excerptis Vales.] per questo fortunato accidente Macrino il brutto avviso che di sua persona era dato a Caracalla. Osservi qui il lettore che mali effetti producesse una volta la troppa credenza agl'impostori indovini. Caracalla avea gli oroscopi e le geniture di tutti i nobili romani, credendo di conoscere chi l'amava o l'odiava, e chi gli potesse tendere insidie. Si folle credenza o produsse o almeno accelerò la di lui rovina.
Macrino adunque, senza perdere tempo, giacchè credeva perduto sè stesso, qualora Materniano avesse con altre lettere replicato l'avviso, segretamente trattò con un tribuno delle guardie, appellato Giulio Marziale, della maniera di levar dal mondo l'iniquo Caracalla. Oltre all'essere Marziale uno de' maggiori suoi amici, nudriva ancora un odio gravissimo contra di esso Augusto, perchè avea fatto morir, qualche tempo prima, indubitamente un di lui fratello. Promise egli di fare il colpo alla prima buona congiuntura. Infatti, nel dì 8 di aprile, essendo montato a cavallo Caracalla con poche guardie [Dio, lib. 78. Herod., lib. 4. Spartianus, in Severo.], per andare alla città di Carre a fare il sacrifizio alla dea Luna, appellata da quel popolo il dio Luno, essendo smontato per una necessità del corpo, e ritiratesi per riverenza le guardie; Marziale, che stava attento ad ogni momento per isvenarlo, se gli accostò con qualche pretesto, quando egli ebbe soddisfatto al bisogno, ovvero per aiutargli a risalire a cavallo, perchè non erano in uso allora le staffe. Quel che è certo, con un pugnale gli diede una ferita nella gola, e morto lo distese per terra. Perchè l'altre guardie non si avvidero così tosto del colpo fatto, avrebbe potuto salvarsi Marziale, se avesse lasciato indietro il pugnale. Ma riconosciuto da uno de' Tedeschi, o pure Sciti, che scortavano Caracalla, gli scagliarono dietro delle freccie e l'uccisero. Divulgata la morte dell'imperadore, corse colà tutto l'esercito, e più degli altri Macrino si mostrò dolente d'una sciagura, per cui internamente facea gran festa il suo cuore. Ma a chi era morto nulla giovavano i lamenti altrui. Così Marco Aurelio Antonino, non meritevole d'essere da noi rammentato se non col soprannome di Caracalla, terminò i suoi giorni in età di ventinove anni, dopo aver regnato solo sei anni, due mesi ed alcuni giorni. Egli [Dio, lib. 78.] era anche soprannominato Tarante, dal nome di un gladiatore, il più sparuto e scellerato uomo che vivesse sopra la terra. E morì odiato da tutti, ma non già dai soldati, ancorchè non pochi sofferissero mal volentieri che egli nelle sue guardie anteponesse i Germani e gli Sciti ai Romani. Macrino, fatto dipoi bruciare il di lui corpo, e riposte le ceneri in un'urna, le mandò ad Antiochia a Giulia sua madre. Dopo qualche tempo le fece egli stesso portare a Roma a seppellire nel mausoleo d'Adriano. Allorchè arrivò a Roma la nuova della morte di Caracalla, non si attentava la gente a mostrare di crederla vera, finchè, venuti più corrieri ed accertato il fatto, ognuno lasciò la briglia all'allegrezza, ma specialmente il senato e la nobiltà, a' quali parve di ritornar in vita [Capitolinus, in Macrino.], perchè in addietro lor sempre parea di aver la spada pendente sul capo. Caricarono i senatori il nome e la memoria di lui dei più obbrobriosi titoli, ma per paura de' soldati non ardirono di chiamarlo nemico pubblico. Anzi, creato che fu imperadore Macrino, vennero sue lettere, colle quali pregava il senato di decretare gli onori divini ad esso Caracalla, e bisognò ubbidire. E si vide allora, come osserva fin lo stesso Sparziano di professione pagano [Spartianus, in Caracalla.], questa orrida deformità, che un uccisore del padre e del fratello, un boia del senato e del popolo di Roma e d'Alessandria, l'orrore in somma del genere umano, presso il quale dopo morte si trovò una incredibile copia di varii veleni, per valersene a soddisfare le sue voglie crudeli: questo mostro, diss'io, conseguì il titolo di dio, e per ordine di un Macrino, che l'avea fatto uccidere, con aver da li innanzi tempio, sacerdoti e cultori. Saran pure stati contenti ed allegri di sì nobil compagnia gli dii della Gentilità! avran pure ottenuto delle belle grazie da questo nuovo dio i Pagani! Io tralascio i presagii della di lui morte riferiti da Dione [Dio, lib. 68.], gran cacciatore di somiglianti augurii, ai quali per lo più si facea mente dopo il fatto.
Quanto a Giulia Augusta, madre di esso Caracalla, si vuol ora avvertire che essa era nata in Soria, e probabilmente ella fu che condusse colà il figliuolo, forse per non partirne mai più. Grande era stata sotto Severo Augusto suo marito la di lei autorità, maggiore fu sotto il figlio Caracalla, di modo che comunemente veniva appellata Julia Domna, cioè Giulia signora e padrona. L'adulazione inoltre inventò per lei i titoli di madre degli Augusti, della patria, del senato, delle armate. Sparziano [Spartianus, in Severo.] le dà taccia di donna infame per gli adulterii, ed aggiunge anche un fatto più nero, cioè che il figliuolo, dopo la morte di Severo, la prese per moglie nella seguente maniera. Essendo ella bellissima femmina, si lasciò un dì vedere a Caracalla quasi affatto ignuda. Miratala in quell'atto Caracalla, disse: Io vorrei se fosse lecito...! Ed ella rispose: Purchè vi piaccia, è lecito. Non siete voi imperadore? A voi tocca di dar le leggi, e non di riceverle. Ed egli allora la sposò. Così orrido è il fatto, che lo stesso Sparziano tenne Giulia per matrigna, e non già per madre di Caracalla; e, da lui addottrinati, scrissero lo stesso anche Aurelio Vittore [Aurelius Victor, in Epitome.], Eutropio [Eutrop., in Breviar.], Eusebio [Eusebius, in Chron.] ed altri; ma queste son tutte fandonie e calunnie. Dione, che fu famigliare di essa Giulia Augusta, ed Erodiano, che fiorì almeno in vicinanza di questi tempi, concordemente asseriscono che essa Giulia fu vera madre di Caracalla e di Geta [Dio, lib. 78. Herodianus, lib. 4.], e ce la descrivono per donna savia ed applicata alla filosofia. Nè all'età di lei, che si dovea accostare ai cinquant'anni, conviene l'eccesso narrato da Sparziano. Oltre di che, se Caracalla l'avesse presa per moglie, non avrebbe trattato col re dei Parti di prender una di lui figliuola. Dalle dicerie degli Alessandrini venne questa calunniosa voce. Già vedemmo che la maldicenza la trattava da Giocasta. Contra chi è odiato nulla è più facile che l'inventare delitti oltre al vero. Non può già negarsi che Giulia non fosse donna di rara avvedutezza e disinvoltura. Ancorchè il barbaro Caracalla le avesse ammazzato in grembo il figliuolo Geta [Dio, lib. 78.], pure seppe ella contener le sue lagrime, per non accusare ed irritare il bestial fratricida; anzi contraffaceva in pubblico a dispetto del suo dolore il volto sereno ed allegro, perchè era notata ogni sua parola ed ogni menomo gesto. Non si accorda ciò col dirsi da Sparziano [Spartianus, in Geta.], che avendo ella sparse alcune lagrime in compagnia di alcune dame, poco mancò che Caracalla non facesse morir lei e tutte quelle sue confidenti. Ci assicura Dione ch'ella da lì innanzi fu sommamente rispettata dal figliuolo Augusto, e che a lei diede l'incumbenza di rispondere alle lettere e di fare i rescritti ai memoriali, con dover solo riferire a lui le cose più importanti. Stavasene in Antiochia allorchè arrivò la nuova certa che il figliuolo Caracalla era stato tolto dal mondo [Dio, lib. 78.]. Sopraffatta dal dolore, più pugni si diede sul petto, che irritarono forte un cancro che già l'affliggeva. Scaricando ancora la sua bile contra di Macrino, altro non desiderava che di morire; non già che ella amasse il perduto figliuolo, ma perchè colla morte di lui era spirata la somma di lei autorità. Tuttavia, perchè Macrino le scrisse con assai civiltà, lasciandole tutti i suoi uffiziali e fin le guardie, anche ella lasciò andare il pensiero di non più vivere. Informato poi Macrino del suo sparlare, e ch'ella facea dei segreti maneggi per rendersi padrona dell'imperio, le mandò ordine di levarsi da Antiochia. Tra per questo, e per la nuova a lei pervenuta degli strapazzi fatti in Roma alla memoria e al nome di Caracalla, si lasciò essa dipoi morire col non volere cibarsi; benchè Erodiano [Herodianus, lib. 4.] scrive, essere incerto se spontanea o forzata fu la di lei morte.
Due giorni stette vacante l'imperio, perchè l'armata cesarea di Soria non sapea a chi conferirlo; e pur conveniva affrettarsi, perchè con poderoso sforzo di armati era già in campagna Artabano re de' Parti, voglioso di vendicar le ingiurie e i danni a lui recati da Caracalla [Dio, lib. 78.]. Macrino esternamente parea non ricercare quella sublime dignità, per non dar sospetto all'armata di aver tenuta mano alla morte di Caracalla, ma segretamente faceva i suoi maneggi coi primi uffiziali, affinchè in lui cadesse la elezione. Per suggestione appunto di essi, nel dì 11 d'aprile, e non già per inclinazione che ne avessero, i pretoriani proclamarono Macrino imperadore: al che consentì il restante dell'esercito. Aveano prima tentato di alzare al trono Advento, prefetto anch'esso del pretorio; ma egli non avea voluto accettare, con allegar la troppo avanzata età. Anche Macrino fece alquanto lo schifoso, pure in fine mostrò di cedere alla lor premura [Capitolin., in Macrino.]. Diede un regalo ai soldati, e molto più ne promise. Per farsi anche credito presso i medesimi, assunse il nome di Severo; e però nelle monete [Mediobarbus, in Numismat. Imp.] si trova chiamato Marco Opellio Severo Macrino: per lo che fu deriso, niuna attinenza avendo egli con Severo già Augusto. Vuol Capitolino che fosse da lui preso anche il nome d'Antonino; ma di ciò niun vestigio apparendo nelle monete e nelle iscrizioni, si crede un fallo di quello storico. Il nome bensì di Antonino, troppo caro all'esercito, diede egli a Diadumeniano suo figliuolo, con dichiararlo Cesare e principe della gioventù. Comparisce egli nelle monete [Mediobarb., in Numismat. Imper.] col nome di Marco Opellio Antonino Diadumeniano. Ha creduto il padre Pagi [Pagius, in Critic. Baron.] che dal padre sul principio del suo imperio gli fosse conferita la podestà tribunizia, e che amendue prendessero il consolato dell'anno presente, sostituiti ai due consoli ordinarii. Ma questa opinione è appoggiata solamente a qualche medaglia [Mediobarbus, in Numismat. Imperator.], che sarà adulterata o falsa. Tale specialmente è, a mio credere, una, in cui Diadumeniano è chiamato all'anno seguente console per la seconda volta, ornato della tribunizia podestà per la seconda, imperadore, pontefice massimo e padre della patria. Dio sa se Diadumeniano fu nè pure imperadore Augusto. Erodiano [Herodianus, Histor., lib. 4.], Dione [Dio, lib. 78.], Capitolino [Capitol., in Macrino.] e Lampridio [Lampridius, in Diadumeniano.] o ne dubitano, o chiaramente il riconoscono non più che Cesare. Il che risulta ancora da una iscrizione esistente nel museo cesareo, e da altre nell'appendice da me [Thesaur. Novus Inscript., pag. 469, n. 1.] pubblicate, dove nell'anno seguente Diadumeniano tuttavia vien detto Cesare e principe della gioventù, e non già imperadore, nè console, e tanto meno console per la seconda volta. Ivi ancora s'incontra Macrino console, ma senza segno alcuno di aver egli altra volta tenuta la dignità consolare. Impostori di medaglie, non men che d'iscrizioni antiche, non sono mancati negli ultimi secoli.
Scrisse poi Macrino lettere di molta sommessione al senato, il quale non fece difficoltà di accettarlo, qualunque egli fosse: tanto era il piacere di vedersi liberato dal carnefice Caracalla. Perciò il proclamarono patrizio romano [Capitolinus, in Macrino.], che nè pur tale era egli in addietro; e gli conferirono la podestà tribunizia e l'autorità proconsolare con tutti gli altri onori. Trovavasi imbrogliato Macrino, perchè dall'un canto, per non dispiacere ai soldati, dovea mostrare di amar la memoria di Caracalla: e, ciò facendo, disgustava il senato ed innumerabili altri. Tuttavia cassò alcune leggi ingiuste di Caracalla, levò via le esorbitanti pensioni da lui accordate [Dio, lib. 78.], relegò ancora in un'isola Lucio Priscilliano, famoso per gli combattimenti da lui bravamente fatti con assaissime fiere, ma più per le sue calunnie, che aveano cagionata la morte di moltissimi cavalieri e senatori, allorchè era favorito di Caracalla [Herodianus, lib. 4.]. Anche tre senatori, spie d'esso Caracalla, ebbero il medesimo gastigo, con altri non pochi di minore sfera. Intanto il re dei Parti Artabano, messo insieme un formidabile esercito di fanti e cavalli, entrò nella Mesopotamia, e veniva a bandiere spiegate per vendicarsi de' torti a lui fatti dal perfido Caracalla. Macrino, uomo di poco cuore, spedì ambasciatori per placarlo e per trattar di pace. Ma Artabano mise ad alto prezzo questa pace, con pretendere il rifacimento delle terre e città rovinate da' Romani, ed eccessive somme di danaro in compenso de' sepolcri guasti e di tanti altri danni recati al suo paese. Appena ebbe data questa risposta, che comparve con tutte le sue forze in faccia ai Romani nelle vicinanze di Nisibi [Dio, lib. 78.]. Due sanguinosissime battaglie si fecero, dove perì innumerabil gente, e sempre con isvantaggio de' Romani. Allora il tremante Macrino più che mai rinforzò le preghiere per la pace, ed Artabano ebbe anch'egli i suoi motivi di concorrere in essa, ma con venderla ben cara. Scrive Dione, aver Macrino spesi cinque milioni di ducatoni per far cessare questa guerra, con aver anche restituiti i prigionieri e quel bottino che si potè. Se merita in ciò fede Capitolino [Capitol., in Macrino.], Macrino ebbe da combattere ancora coi popoli dell'Armenia e dell'Arabia Felice, ed in ciò mostrò valore, e fu fortunato. Abbiamo solamente da Dione ch'egli stabilì la pace con quel re Tiridate. Sembra poco verisimile l'altro punto dell'Arabia Felice. Andarono queste nuove a Roma, e tuttochè sia da credere che il senato avesse delle informazioni fedeli de' sinistri successi, pure serrò gli occhi, e alle lettere di Macrino, che parlavano di vittoria, e promettevano ottimo governo, rispose con pienezza di civiltà e di congratulazioni, accordandogli il titolo di Partico e il trionfo, ch'egli nondimeno ricusò, per non sentire i rimproveri della sua coscienza. Avvicinandosi poi il verno, egli sen venne ad Antiochia, e compartì l'armata per la Soria.
CCXVIII
| Anno di | Cristo CCXVIII. Indizione XI. |
| Callisto papa 2. | |
| Macrino imperadore 2. | |
| Elagabalo imperadore 1. |
Consoli
Marco Opellio Severo Macrino Augusto ed Oclatino Advento.
Questo Advento console quel medesimo è che in compagnia di Macrino era dianzi prefetto del pretorio, ed avea ricusato l'imperio. Macrino il compensò con quest'onore, benchè fosse anch'egli di bassissima sfera. Non si può ben chiarire il di lui prenome e nome. Il Relando [Reland., Fast. Cons.], con produrre una iscrizione assai logora del Fabretti, il nomina Q. M. Coclatino Advento per la seconda volta. Non è da credere ch'egli usasse due prenomi, o che il suo nome fosse disegnato con un solo M. Molto meno sussiste ch'egli fosse stato console un'altra volta [Noris, Epist. Cons.]. Dai frammenti di Dione abbiamo che fu ripreso Macrino per aver creato senatore, collega nel consolato e prefetto di Roma Advento, uomo già soldato gregario, poscia corriere e, poco fa, procuratore. In vigore di due iscrizioni, da me [Thesaurus Novus Inscript., pag. 354.] altrove pubblicate, è sembrato a me più verisimile il suo nome Oclatino che Coclatino. Almen dubbioso, se non falso, parimente sembra che Macrino fosse chiamato console per la seconda volta, come giudicò il Relando. Ci sono medaglie [Mediobarb., in Numism. Imperator.] che il nominano solamente console in quest'anno; però è da vedere se legittime sieno l'altre che ci rappresentano il secondo suo consolato. Passò Macrino Augusto il verno in Antiochia, ma senza prender ben le sue misure per assodar la sua fortuna sul trono. Era desiderato, era sollecitato a venirsene a Roma, dove, non ostante i difetti della sua nascita, si era conceputa non lieve stima ed amore per lui, sapendo ch'era uomo di genio moderato ed inclinato alla giustizia e a far del bene. Fallò egli non poco [Herodianus, lib. 5.] col perdersi tanto nelle delizie di Antiochia [Dio, lib. 78.]. Ad errore ancora gli fu attribuito l'aver lasciato troppo tempo unita l'armata senza dividerla, e senza mandare i differenti corpi alle loro provincie, giacchè più non si parlava di guerra. Oltre a ciò, in vece di studiar la maniera di farsi amare, affettava una aria di gravità e di altura non convenevole a chi era salito tant'alto dal basso; nè si mostrava assai cortese verso i soldati. Capitolino [Capitolin., in Macrino.], che unì tutto quel che seppe per iscreditare la di lui memoria, cel rappresenta crudele anche nello stesso far la giustizia, e troppo rigoroso nell'esigere la militar disciplina. Diedesi inoltre a far degli eccessi di gola, e divertirsi nei teatri, e dar poche udienze. Può essere che tale storico alterasse la verità in più d'un capo. Oltre di che, Lampridio [Lampridius, in Elagabalo.] scrive che Elagabalo fece dire dagli storici d'allora quanto male mai seppe di esso Macrino. Tuttavia, per attestato di Dione [Dio, lib. 78.], noi sappiamo che esso Macrino conferiva i magistrati a persone inabili ed indegne, e che le sue parole, al pari dei fatti, non mostravano ch'egli avesse mai testa e spalle per sostener con decoro e con utile del pubblico una sì gran dignità. Ma quello che finalmente diede il tracollo alla di lui fortuna, fu che, a riserva de' pretoriani, il resto dell'armata, la quale mal volentieri aveva accettato dalle mani di essi pretoriani questo nuovo Augusto, sempre più si andò alienando da lui; perchè osservava in Macrino uno spietato rigore nel voler rimettere l'antica disciplina nelle truppe, costringendoli ad alloggiar sotto le tende anche nel verno, e sì perchè non cadevano più le frequenti rugiade di regali, usate verso di loro dal prodigo Caracalla; ed aveva anche preso piede il sospetto ch'egli avesse tolto dal mondo quell'Augusto loro sì caro. Con questo cuor guasto andavano fra loro sparlando di Macrino, e trapelava dalle parole della maggior parte d'essi una inclinazione a ribellarsi. Solamente mancava chi alzasse il dito e si facesse capo; ma questo tale non tardò a presentarsi.
Ebbe Giulia Domna Augusta, madre di Caracalla, Soriana, siccome già vedemmo, di nazione, una sorella in quelle parti, appellata Giulia Mesa, da cui erano nate due figliuole, l'una Giulia Soemia, e l'altra Giulia Mammea [Herod., lib. 4. Dio, Lib. 78. Capitol., in Macrino.]. Fu maritata la prima di esse con Vario Marcello, la seconda con Genesio Marziano, amendue ricchi signori in Soria, e già mancati di vita. Giulia Mesa, che tuttavia era in buona età, stando in addietro alla corte in compagnia di Giulia Augusta sua sorella, vi aveva ammassata gran copia di ricchezza; e siccome donna accorta e spiritosa, gran provvisione avea fatta di disinvoltura e sperienza negli affari del mondo. Lasciolla Macrino in pace, nè tolse un soldo dei tesori da lei accumulati: laonde ella, dappoichè fu morta la sorella Augusta, si ritirò nella città di Emesa, patria sua, colle due sue figliuole vedove, e con due nepoti, figliuoli delle medesime. Quello di Giulia Soemia si appellava Vario Avito Bassiano (Dione, non so perchè, lo chiama Lupo: fors'era un soprannome), che noi vedremo fra poco imperadore col soprannome di Elagabalo. L'altro, nato da Giulia Mammea, portava il nome di Alessiano, il quale, giunto anch'esso all'imperio, sarà da noi conosciuto col nome di Severo Alessandro. Bassiano, giunto all'età di quattordici anni [Herodianus, lib. 4.], era bellissimo giovinetto, e sacerdote del tempio del dio Elagabalo, cioè del Sole, benchè altri dicano di Giove o di Serapide, adorato in quella città, non già in qualche immagine o statua, ma in una pietra che avea la figura di cono o sia di un pane di zucchero, pietra caduta dal cielo per felicità di quel popolo. I soldati acquartierati fuori di Emesa, coll'andare a quel tempio, e veder in esso e fuori di esso in superbe vesti e con corona gioiellata in capo il vaghissimo sacerdote Bassiano, se n'erano mezzo innamorati. Crebbe poi a dismisura questo amore, da che l'accorta Giulia Mesa fece spargere voce [Capitol., in Macrino.] che questo bel giovine era figliuolo di Caracalla Augusto, mercè del commercio da lui avuto con Giulia Soemia figliuola di lei, allorchè dimoravano tutte in corte. Vera o falsa che fosse questa voce, commosse non poco i soldati tra per lo amore che tuttavia nudrivano verso Caracalla, e per l'odio che portavano a Macrino. Si aggiunse la fama delle grandi ricchezze di Giulia Mesa, la quale ne facea loro una generosa offerta, se volevano promuovere al trono il giovine Bassiano. Fatto il concerto, ed uscita ella una notte di Emesa, condusse il nipote al campo de' soldati, che immediatamente lo acclamarono Imperadore, e vestirono di porpora nel dì 16 di maggio, dandogli il nome di Marco Aurelio Antonino, soprannominato dipoi Elagabalo per cagione del suddetto suo sacerdozio. Da Capitolino e da altri è chiamato Heliogabalo; sono d'accordo ora gli eruditi in appellarlo Elagabalo. Dione [Dio, lib. 78.], all'incontro, lasciò scritto, essere stata l'esaltazione di questo mentito figlio di Caracalla opera e maneggio solamente di Eutichiano, soprannominato Comazonte a cagion del suo umore allegro e buffone, già figliuolo di uno schiavo, e poi liberto degl'imperadori, uomo screditato al maggior segno per varii vizii. Costui (seguita a dire Dione) arditamente trattò l'affare senza che lo sapessero nè la madre, nè l'avola di Elagabalo; ma sembra ben più verosimile il racconto di Erodiano, che mette incitati i soldati alle sedizione specialmente per la speranza de' tesori loro esibiti da Giulia Mesa.
Portata a Macrino questa nuova, mostrò egli nel di fuori di non farne conto, anzi di ridersene, considerato per uno scioccherello e ragazzo Elagabalo, ed atteso particolarmente il nerbo de' suoi pretoriani e delle altre milizie che il fiancheggiavano. Scrisse nondimeno questa novità al senato, e con lettera appellata puerile da Dione. S'egli fosse stato uomo di testa e provveduto di coraggio, nulla più facile era che di affogar quella ribellione, marciando tosto con tutte le sue forze contro quel corpo di armata ribelle, troppo inferiore alla sua, e col promettere ai soldati il bottino delle ricchezze di Giulia Mesa. Gli parve sufficiente rimedio al male lo spedir colà Ulpio Giuliano perfetto del pretorio con parte delle milizie [Herod., lib. 5. Dio, lib. 78.]. Appena arrivato colà questo uffiziale, ruppe alcune porte della città, dove si erano ritirati e fortificati i ribelli; ma non vi volle entrar per forza, sperando di veder di momento in momento esposta bandiera bianca. Questa bandiera non comparve, e durante la notte si fortificarono così bene i soldati di dentro, che quando Giuliano, venuta la mattina, fece dare l'assalto alle mura, trovò una insuperabile resistenza negli assediati. Inoltre, si lasciò vedere quel bel fantoccio di Elagabalo magnificamente abbigliato sui merli delle mura e delle torri, gridando i suoi soldati: Ecco il figliuolo di Antonino, cioè di Caracalla, e mostrando nel medesimo tempo i sacchi dell'oro e dell'argento loro dati da Giulia Mesa. Quella bella vista, passando in cuore di chi tanto bene avea ricevuto da Caracalla, servì d'incanto ai soldati di Macrino, che, ammutinati anch'essi, trucidarono i più dei loro uffiziali, e si unirono con quei di Elagabalo. Giuliano fuggì, ma raggiunto perdè la vita; e fu così ardito un soldato, che, posta la di lui testa entro un sacchetto sigillato col sigillo del medesimo Giuliano, la portò a Macrino, fingendo che fosse il capo di Elagabalo; e mentre quella si sviluppava, destramente se ne fuggì. Erasi inoltrato Macrino Augusto sino ad Apamea, aspettando l'esito della spedizion di Giuliano. Uditolo sinistro, credono alcuni [Goltzius. Mediobarb. Tillemont. Pagius.] ch'egli creasse allora Augusto il figliuolo Diadumeniano. Altro non dice Dione [Dio, lib. 78.], se non che il disegnò Imperadore, e promise un grosso regalo ai soldati. Però le monete che ci rappresentano Diadumeniano Augusto prima di quel tempo e le lettere citate da Capitolino, o son false o non vanno esenti da sospetto. Anzi non pare che vi restasse tempo di battere nè pur monete in onore di questo nuovo Augusto, oltre al dirsi da Dione ch'egli fu disegnato solamente, per aspettarne probabilmente il consenso dal senato. Erodiano il riconosce fregiato unicamente col titolo di Cesare.
Non si fidò Macrino di fermarsi dopo la disgrazia di Giuliano in Apamea, e si mise in viaggio per ritornarsene ad Antiochia. Ma l'esercito di Elagabalo, ch'era per tanti desertori cresciuto a segno di poter fare paura a Macrino, uscì in campagna, e con isforzate marcie il raggiunse in un luogo distante circa trenta miglia da Antiochia [Herodianus, lib. 5. Dio, lib. 78.]. Bisognò venire ad un fatto d'armi correndo il dì 7 di giugno. I pretoriani, siccome bei pezzi di uomini e gente scelta, erano superiori di forze; ma i nemici con più furore combattevano, perchè, perdendo, si aspettavano la pena della lor ribellione. Contuttociò, prevalendo i primi, cominciarono a piegare e a prendere la fuga gli altri; se non che, scesa dal cocchio Giulia Mesa colla figlia Soemia, con lagrime e preghiere tanto fece, che li rispinse nella mischia. Lo stesso Elagabalo, il più vile uomo del mondo, comparve in questa occasione un Marte, perchè a cavallo e col brando in mano maggiormente animò i suoi alla pugna. Nulladimeno si sarebbe anche dichiarata la vittoria per Macrino, s'egli non fosse stato figliuolo della paura. Allorchè vide dubbioso il combattimento, per timore di essere preso, se restava rotto il suo campo, abbandonò i suoi per salvarsi ad Antiochia. Tennero saldo, ciò non ostante, i pretoriani, finchè Elagabalo, informato della fuga di Macrino, lo fece loro sapere, con promettere nello stesso tempo di conservare ad essi il grado loro, e di regalargli se si dichiaravano per lui, siccome seguì. Ciò saputosi da Macrino, travestito prese le poste alla volta di Bisanzio, dove se potea giugnere, facea poi conto di passare a Roma, e di rimettere in piedi la cadente sua fortuna. Si mise a passar lo stretto, ed era già presso a Bisanzio, quando un vento furioso il rigettò a Calcedonia, dove stette nascoso alcun poco, finchè giunti i corridori spediti da Elagabalo coll'avviso della vittoria, fu scoperto e messo in una carretta per condurlo vivo al vincitore; ma gittatosi dal carro, e rottasi una spalla ad Archelaide, città della Cappadocia, gli fu mozzato il capo e portato ad Elagabalo, che lo fece porre sopra una lancia, e girar per tutto il campo alla vista di ognuno. Terminò Macrino i suoi giorni in età di cinquantaquattro anni, dopo aver regnato quasi quattordici mesi. Mentre Diadumeniano suo figliuolo era in viaggio, sperando di salvarsi nel paese de' Parti, raccomandato dal padre ad Artabano, fu preso anch'egli [Lamprid., in Diadumeniano. Herod., lib. 5. Dio, lib. 78.], ed ucciso in età di circa dieci anni, con che restò solo padrone del romano imperio Marco Aurelio Antonino, soprannominato Elagabalo, in cui andiamo a vedere il più vergognoso ed abbominevol uomo che sedesse mai sul trono de' Cesari. Dopo l'union degli eserciti proclamato di nuovo Imperadore, entrò come trionfante in Antiochia. Pretendevano i soldati il sacco di quella innocente città: la salvò Elagabalo, con promettere loro cinquecento dramme per testa; somma che la dovettero pagare per loro men male i cittadini.
Dai frammenti di Dione, pubblicati dal Valesio [Dio, in Excerptis Valesianis.], abbiamo che esso Elagabalo, ovvero chi faceva per lui, scrisse al senato, mandando la lettera a Pollione console. S'intitolava egli imperadore Cesare Augusto, figliuolo di Antonino (cioè di Caracalla), nipote di Severo, Pio, Felice, dotato della podestà tribunizia e proconsolare; cosa contraria all'ordine e all'uso, perchè gli altri principi aveano aspettata questa autorità dal senato, almen per un atto di convenienza. Si può argomentare da ciò quanto abbiam detto di Diadumeniano creduto Augusto, perchè non vi fu tempo da poter ricevere questo titolo dal senato. In essa lettera Elagabalo sparlava forte di Macrino, prometteva gran cose di sè stesso, protestando di prendere per suo modello Augusto e Marco Aurelio. Tutte spampanate di lui o di chi dettò a lui quella lettera. Staremo poco ad avvedercene. E se ne accorsero allora i senatori, perchè egli a parte scrisse al console Pollione, che se alcuno facesse opposizione o resistenza, egli si servisse della forza e dei soldati ch'erano in Roma. Già erano afflitti essi senatori per aver perduto Macrino, principe che non doveva essere quel tanto sciagurato che Capitolino ci vuole far credere; e molto più per dover essere governati da uno sbarbatello Soriano, non conosciuto da alcuno, o almen da pochi: il quale senza verun legittimo titolo, e per una vergognosa finzione di bastardismo, si era intruso nel trono cesareo. Tuttavia bisognò chinare il capo, insegnare alla lor lingua le acclamazioni e gli elogi ad Elagabalo, e fino all'odiato Caracalla, vantato suo padre, e dichiarar nemico pubblico Macrino. Trovasi qualche iscrizione spettante a quest'anno in cui si veggono consoli Antonino ed Advento. Una specialmente ne produce il Fabretti [Fabrettus, Inscript., pag. 637.]: il che fa intendere, e lo conferma anche Dione, che Elagabalo, chiamato Marco Aurelio Antonino, di sua autorità si fece console in quest'anno, e ciò senza licenza del senato, con far anche radere dagli atti pubblici il nome di Macrino, e mettervi il suo, quasichè egli fin dalle calende di gennaio fosse stato console con Advento. Ma noi poco fa abbiam veduto console in quest'anno anche Pollione. Forse nelle calende di maggio era egli stato sostituito a Macrino in quella insigne dignità. Ardevano intanto di voglia Mesa e Giulia Soemia, madre del nuovo Augusto, di rivedere Roma, dove erano state in delizie ne' tempi addietro, e però affrettarono verso quella parte Elagabalo [Herodianus, lib. 6.]. Giunto egli coll'armata a Nicomedia, per la stagion troppo avanzata, quivi si fermò, per proseguire il viaggio nella prossima ventura primavera.
CCXIX
| Anno di | Cristo CCXIX. Indizione XII. |
| Callisto papa 3. | |
| Elagabalo imperadore 2. |
Consoli
Marco Aurelio Antonino, soprannominato Elagabalo, per la seconda volta e Sacerdote per la seconda.
Una iscrizione da me [Thesaurus Novus Inscription., pag. 355.] riferita porge qualche barlume per credere che il secondo console fosse appellato Tiberio Claudio Sacerdote. Ora mentre tuttavia dimorava in Oriente l'Augusto Elagabalo, Dione [Dio, lib. 79.] accenna alcuni torbidi, che dovettero essere di poca conseguenza, cagionati da chi, avendo veduto salire all'imperio un Macrino ed un Elagabalo, benchè sprovveduto di nobiltà, si diede a tentar delle novità negli eserciti. Furono costoro ben tosto oppressi. Nè tardò il nuovo Augusto a dar segni della sua crudeltà, con uccidere di man propria il suo aio, pel cui senno e valore avea conseguita la vittoria di Macrino ed ottenuto l'imperio: solamente perchè lo esortava a lasciar le ragazzate. Fece anche uccidere Giuliano Nestore, già prefetto del pretorio sotto Macrino, Fabio Agrippino governatore della Soria, Reano governator dell'Arabia, Claudio Attalo presidente di Cipri, e Decio Trajano governator della Pannonia, non per altro delitto, che per essersi eglino sottomessi con prontezza all'usurpato imperio suo [Herodian., lib. 5.]. Durante il verno, ch'egli passò in Nicomedia, cominciò di buon'ora a farsi conoscere quel mostro non solo di crudeltà, come ho già detto, ma anche di libidine, di capriccio e di leggerezza di senno, che poi da tutto il mondo fu conosciuto e detestato. La prima sua pazzia, principio di molte altre, fu l'esser egli perduto dietro al suo dio Elagabalo, di cui era stato e pretendeva di voler essere tuttavia sacerdote. Ne cominciò in essa Nicomedia a promuovere il culto con varie feste, portando veste sacerdotale tessuta di porpora e d'oro, e maniglie e gioielli, e corona a guisa di mitra o tiara fregiata d'oro e di gemme. Questo abito all'orientale, pieno di lusso, era il suo favorito; gli facea nausea il vestire alla romana o alla greca, chiamando i lor abiti troppo vili, perchè fatti di lana; laddove egli li voleva di seta: cosa assai rara e preziosa in que' tempi. Lasciavasi anche vedere fra i sonatori di timpani e di pive, e faceva il ballerino nei sacrifizii a quel ridicolo dio. Giulia Mesa sua nonna, a cui dispiacevano forte queste sue puerilità, non mancò di riprenderlo, col mettergli davanti il discredito in cui incorrerebbe con sì straniere vesti comparendo a Roma. Più che mai si ostinò a volerla a suo modo, perch'egli non badava se non a chi gli stava intorno per adularlo. Affine poi di provare quanto egli si potesse promettere dalla sommession de' Romani ad ogni suo volere, fattosi dipingere in quel l'abito sfarzoso e forestiere di sacerdote insieme col dio da lui adorato, mandò a Roma quel ritratto, comandando che si appendesse nella sala del senato, e che ad ogni assemblea de' padri s'incensasse, con ordine ancora a tutti i ministri sacri di Roma che nei loro sacrifizii prima degli altri dii nominassero il suo dio Elagabalo. Fu ubbidito, e questo servì a far conoscere in Roma il di lui esterior portamento, prima che vi arrivasse; ed, arrivato che fu, a non maravigliarsene.
Comparve dunque il folle giovinastro in quella gran città, e l'unica cosa che fece meritevol di lode [Dio, in Excerpt. Valesianis.], fu l'attener la promessa da lui fatta di non punir chicchessia che avesse operato o parlato contra di lui finchè Macrino visse. Diede al popolo il congiario solito a darsi dai novelli regnanti; ed è da credere che allora, se non prima, impetrasse dal senato il titolo di Augusta a Giulia Mesa avola sua, ed a Giulia Soemia sua madre, che a noi vien dipinta da Lampridio [Lampridius, in Elagabalo.] per donna avvezza a mettersi sotto i piedi l'onestà e l'onore. Volle appunto Elagabalo, nella sua prima comparsa in senato, che i senatori pregassero la medesima sua madre di sedere presso i consoli, e di dire il suo parere a guisa degli altri senatori: novità non più veduta ne' tempi addietro, e che non si praticò se non sotto questo capriccioso giovane Augusto. Costituì anche un senato di donne nel monte Quirinale, capo di cui era la stessa Soemia, acciocchè quivi si trattassero e decidessero gl'importantissimi affari della repubblica femminina. Quivi poi furono fatti dal senato consulti ridicoli intorno alle precedenze e mode donnesche; e fu deciso qual foggia di vesti s'avesse a portare; quale delle dame precedere, quale baciar l'altra, ed a chi competesse carrozza colle mule, a chi coi buoi. Ad alcune era conceduto l'andare a cavallo, ad altre solamente il cavalcare asinelli, e ad altre il farsi portare in seggetta. Fra queste seggette ancora fu decretato chi la potesse avere intarsiata di avorio, e chi di argento, e chi coperta di pelle; e si determinò a chi fosse lecito il portar oro e gemme nelle scarpette. Quanto allo stesso Elagabalo [Dio, lib. 79. Herodianus, lib. 5. Lamprid., in Elag.], i suoi gran pensieri cominciarono ad impiegarsi tutti per introdurre ed ampliare il culto del suo dio in Roma. Fece venir da Emesa quel pezzo di pietra a guisa di cono, in cui si facea credere ai popoli insensati che si adorava il dio Sole; e fabbricò per questo un suntuosissimo tempio. Noi il troviamo nelle medaglie [Goltzius, Numism. Mediobarb., in Numism. Imper.] intitolato sacerdote dote del dio Sole Elagabalo. Si era egli messo in capo di ridurre tutta la religione, cioè tutte le superstizioni dei Gentili Romani, al culto di questo solo favorito suo nume. Pretendeva in oltre, come lasciò scritto Lampridio pagano, di tirare ad onorar questo dio anche la religion de' Giudei e de' Samaritani, e infin la divozion de' Cristiani: dal che certo erano ben lontani i nemici dell'idolatria, e massimamente gli adoratori di Gesù Cristo. Pensava ancora di trasportare in quel tempio, e forse anche trasportò, tutto quello che di più sacro e raro si trovava negli altri tempi, come il fuoco di Vesta, la statua di Cibele, lo scudo di Marte, il Palladio, e simili altre superstiziose memorie della divozion de' Gentili. Se queste novità e violenze dispiacessero ai Romani, amanti degli antichi falsi loro dii e delle inveterate loro superstizioni, facilmente ognuno sel può figurare. E un gran dire dovea essere in Roma, al mirare tolta la mano al suo Giove altitonante da questa forestiera divinità. Abbiamo ancora da Erodiano che Elagabalo intorno a quel suo tempio fece ergere molti altari, ne' quali ogni dì sagrificava una gran copia di buoi e di pecore, e si spandevano infiniti fiaschi di vino del migliore e più vecchio che fosse in Roma, vedendosi scorrere a ruscelli quel vino e quel sangue per terra. Bisognava che di tanto in tanto i senatori e cavalieri assistessero a quei sagrifizii, e vi facessero anche le funzioni più vili, con tener sulla testa i piatti d'oro e d'argento dorato, ne' quali si mettevano le viscere delle vittime, e coll'andar vestiti alla forma dei sacerdoti orientali. Intanto l'imperadore conduceva i cori intorno agli altari fra lo strepito d'innumerabili musicali strumenti, e colle donne di Fenicia che ballavano battendo cembali e timpani. Ed ecco ove era giunta la maestà di un imperadore e di un senato romano.
CCXX
| Anno di | Cristo CCXX. Indizione XIII. |
| Callisto papa 4. | |
| Elagabalo imperadore 3. |
Consoli
Marco Aurelio Antonino Elagabalo per la terza volta ed Eutichiano Comazonte.
Questo Eutichiano, soprannominato Comazonte, quel medesimo è che, secondo Dione, cooperò più degli altri alla esaltazione di Elagabalo. Per ricompensa fu creato prefetto del pretorio e poi console, benchè di razza abbietta, per essere di condizion servile e libertina. Pretendono alcuni ch'egli in quest'anno si abbia ad appellar console per la seconda volta; ma non ne abbiamo sicuri fondamenti. Scrive bensì Dione [Dio, lib. 79.], aver egli ottenuto tre volte il consolato: il che si può credere seguito ne' due seguenti anni per sostituzione. Altresì fuor di dubbio è ch'egli esercitò tre volte la carica di prefetto di Roma. Niun'altra applicazione si prendeva il folle Elagabalo dei pubblici affari di Roma e delle provincie, se non per vendere le cariche e i magistrati a persone talvolta vili ed infami. Quel tempo che gli restava dopo le sue grandi occupazioni in promuovere il culto del suo caro nume, tutto lo impiegava in isfogar la sua libidine, che forse non ebbe pari nel mondo. Il regno suo non giunse a quattro anni, e pure più e più mogli prese [Herodian., lib. 5. Dio, lib. 79.]. La prima fu Giulia Cornelia Paola, delle più illustri famiglie di Roma, sposata con gran solennità e con regali al popolo e ai soldati, ma ripudiata ben presto ed anche spogliata del titolo di Augusta e degli altri onori di chi era stata moglie di un imperadore. Sposò egli dipoi Giulia Aquilia Severa, vergine Vestale, con iscandalo e mormorazion grande dei Romani, dicendo egli di aver ciò fatto, affinchè da lui pontefice e da una sacerdotessa di Vesta nascessero dei figliuoli divini. Se ne stufò dopo ben poco tempo, perchè rivolse gli occhi ad Annia Faustina, bellissima donna, nipote di Marco Aurelio Augusto, e moglie allora di Pomponio Basso. Per averla in libertà, fece sotto altro pretesto morire il di lei marito, e sposolla. Discacciò ancor questa, e ne prese poi delle altre, delle quali non sappiamo il nome con tornare in fine ad Aquilia Severa. Ma questo fu il meno delle bestiali sue stravaganze. Abbandonossi egli ad ogni eccesso ed infamia di impudicizia. Nè a me convien di entrare in sì fatta cloaca, nè onesto cristiano lettore potrebbe aver piacere d'intendere tutto ciò che in questo genere lasciarono scritto gli storici Dione e Lampridio, ma non senza orrore di lor medesimi. Basta dire che la malizia unita colla pazzia arrivò a tali sozzure, che non cadrebbono ora in mente di persone anche le più pratiche dell'infame regno della disonestà. Arrivò egli in fine a sposar pubblicamente l'un dopo l'altro due vilissimi giovani, con far mille pazzie, cioè Jerocle carrozziere ed Aurelio Zotico, figliuolo di un cuoco; e però egli vestiva da donna, e voleva essere appellato la signora Regina. Di più non occorre per ravvisare che pezzo di forsennato e d'infame fosse Elagabalo Augusto. E pure con questi effemminati costumi si vedeva unita anche la crudeltà [Dio, lib. 79.]. Solamente perchè con qualche cenno mostrarono di non approvare le di lui bestiali operazioni, egli fece levar la vita a Peto Valeriano e a Silio Messalla. Lo stesso fine ebbero altri ancora dei suoi più amici e confidenti, perchè osarono di esortarlo a vivere con più onestà e moderazione. In onore ancora del suo dio fece scannar molti garzoni nobili [Lampridius, in Elagabalo.], scelti da tutta l'Italia, nella guisa che si faceva delle bestie, per osservar le viscere loro.
CCXXI
| Anno di | Cristo CCXXI. Indizione XIV. |
| Callisto papa 5. | |
| Elagabalo imperadore 4. |
Consoli
Grato Sabiniano e Claudio Seleuco.
Più che mai andò continuando le sue sordidezze e follie l'Augusto Elagabalo [Dio, in Excerptis Vales.], nelle quali consumò gran copia d'oro trovato nell'erario principesco, e nè pur bastavano al lusso e alla lussuria sua le rendite del pubblico. Ne' borghi di Roma [Herod., lib. 5.] avea fatto fabbricare un altro tempio di gran magnificenza. Venuto il settembre, conduceva colà a spasso il suo dio, cioè quella pietra, di cui abbiam parlato, posta sopra di un carro tutto ornato di oro e di pietre preziose, e tirato da candidissimi cavalli. Andava innanzi il folle Augusto, tenendo le briglie in mano, colla testa volta all'idolo, e camminando sempre all'indietro. Era composta la processione di tutto il popolo, che portava le statue degli dii di Roma, ed ogni cosa più rara de' templi, con fiaccole accese in mano e corone in capo; e veniva fiancheggiato dalla cavalleria e fanteria di Roma. Finita poi la solenne funzione, saliva l'imperadore nelle altissime torri del tempio, e di là gittava alla plebe vasi d'oro e d'argento, e vesti e panni di varie sorte: il che finiva colla morte di parecchi affogati nella calca, o trapassati dalle lance dei soldati. Passò poi la sua sfrenatezza più oltre, perchè, non volendo essere da meno di Nerone e degli altri abbominevoli suoi predecessori, la notte travestito e con un cappellino in capo girava per le osterie e pei bordelli, facendo delle insolenze. Aprì anche un postribolo nello stesso palazzo. Sovente facea il carrozziere alla presenza di tutti i cortigiani e di molti senatori: de' senatori, dico, ch'egli nulla stimava, solendo chiamarli schiavi togati. Più spesso facea il ballerino, non solamente nell'orchestra, ma ne' sagrifizii ed in altre pubbliche funzioni. Di questo passo camminava lo scapestrato Augusto, perduta affatto ogni riverenza al suo grado, e divenuto, per le sue infami lascivie, l'obbrobrio del mondo: quando gli saltò in capo di dar moglie al suo dio Elagabalo. Scelse a questo effetto [Herod., lib. 5.] la statua della dea Urania, o sia Celeste, venerata in Cartagine, oggetto di gran divozione ad ogni città dell'Africa. Era essa dea creduta la Luna; e però il pazzo imperadore diceva, ch'essendo quel suo dio il Sole, non potea darsi matrimonio più proprio e convenevol di questo. Quant'oro e cose preziose si trovarono in quel tempio di Cartagine, tutto volle portato a Roma, acciocchè servisse di dote al suo dio. Giunta poi quella statua, ordinò che in Roma e per tutta l'Italia si facessero feste ed allegrezze, affin di onorar le nozze di questi numi. Non era egli un imperador da legare?
Qui racconta Dione [Dio, lib. 75.] uno strano avvenimento, appartenente a questi tempi, di cui potè egli essere ben informato, trovandosi allora in Bitinia. Sulle rive del Danubio comparve un personaggio, creduto da esso Dione un dio, cioè un demonio, che diceva di essere Alessandro il Grande, quale veramente pareva all'aspetto ed all'abbigliamento. Seco menava quattrocento persone, portanti in mano dei tirsi, e addosso pelli, come si solea dipignere Bacco, ed imitanti quel dio e le baccanti colle lor danze e follie. Passò per la Mesia e per la Tracia, senza far male ad alcuno; nè i pubblici ministri nè i soldati gli si opposero mai; anzi tutte le città, per dove andò, gli preparavano l'alloggio, e somministravano quanto gli bisognava. Arrivato a Bisanzio, passò lo stretto, e venuto a Calcedonia, dopo aver quivi creato un sacerdote, disparve, senza apparire che ne fosse divenuto. Ma un altro Alessandro, non già immaginario come questo, si vide in questi medesimi tempi in Roma [Herod., lib. 5. Dio, lib. 79.]. Giulia Mammea, figliuola anch'essa di Giulia Mesa, siccome di sopra accennammo, avea un figliuolo appellato Alessiano, cugino, per conseguente, dell'Augusto Elagabalo, ma giovinetto di ottimi costumi ed affatto diversi da quel mostro regnante. Già dicemmo che donna accorta fosse Giulia Mesa. Costei, osservando le tante pazzie ed infamie del nipote Augusto, per le quali cominciò anch'ella ad odiarlo, ben considerò ch'egli non potea durare sul trono, e che presto o tardi farebbe il fine degli altri troppo screditati imperadori, e ch'ella con esso rimarrebbe spogliata dell'autorità, con pericolo anche di peggio. Prese dunque ad esaltar l'altro nipote Alessiano; e per ben condurre il disegno, destramente insinuò ad Elagabalo, che giacchè egli era occupato nella divozione verso il suo gran dio, ben sarebbe lo scegliere persona che per lui accudisse ai pubblici affari; e questo doversi prendere dalla casa propria, e non altronde, proponendogli infine il cugino Alessiano. Piacque ad Elagabalo questa proposizione, e però entrato un dì in senato coll'avola Mesa e con la madre Soemia, dichiarò che adottava per suo figliuolo Alessiano, dandogli il titolo di Cesare ed il nome di Alessandro, spacciando che ciò faceva per ordine del suo dio Elagabalo. Disegnollo ancora console per l'anno prossimo venturo. Risero i Romani al vedere ch'egli in età di circa diciassette anni voleva intitolarsi il padre del cugino, che già era in età di tredici o quattordici anni. Dione gli dà anche più età che allo stesso Elagabalo. Tuttavia tanto i senatori che i soldati di buon cuore accettarono il novello Cesare, già consapevoli del di lui buon naturale. E l'astuta Mesa, per renderlo vieppiù caro a' soldati, divulgò dappertutto, che anche questo suo nipote era figliuolo di Antonino Caracalla: finzione, la quale poi prese un sì fatto piede, che laddove si tenea Elagabalo per un falso figliuolo di esso Caracalla, Alessandro comunemente veniva creduto nato da lui.