CCLXI
| Anno di | Cristo CCLXI. Indizione IX. |
| Dionisio papa 3. | |
| Gallieno imperadore 9. |
Consoli
Publio Licinio Augusto per la quarta volta e Lucio Petronio Tauro Volusiano.
Dopo le disavventure del padre, che non fu più contato per imperadore, restò solo al governo del romano imperio il di lui figliuolo Publio Licinio Gallieno. In alcune iscrizioni da me rapportate [Thes. Novus Inscript., pag. 254.] egli è ancora chiamato Publio Licinio Egnazio Gallieno. Il Reinesio [Reinesius, Inscription.], avendo trovato questo Egnazio, si avvisò ch'egli fosse un fratello del medesimo Gallieno Augusto, e l'opinione sua si trova seguitata dal Tillemont [Tillemont, Mémoires des Empereurs.]. Ma egli altri non fu che lo stesso imperadore Gallieno. Da Cornelia Salonina Augusta ebbe Gallieno due figliuoli, cioè Publio Licinio Cornelio Salonino Valeriano, a cui abbiam già veduto che non si tardò a concedere il titolo di Cesare. Trovansi molte medaglie [Mediobarb., in Numismat. Imperat.] col nome suo. L'altro fu Quinto Giulio Salonino Gallieno, che in alcune rare medaglie s'incontra onorato anche esso col titolo di Cesare. Vopisco [Vopiscus, in Aurelian.] nella Vita di Aureliano riferisce una lettera scritta ad Antonino Gallo console, senza che noi sappiamo in qual anno cada il consolato di costui. Dice d'essere stato ripreso da esso console in una lettera familiare, per aver mandato ad educare Gallieno suo figliuolo presso di Postumo, piuttosto che presso di Aureliano. S'è disputato chi sia questo Gallieno mandato nella Gallia, ed appoggiato alla direzione di Postumo, governatore di que' paesi. Il Tillemont [Tillemont, Mémoires des Empereurs.] parve sospettare in un luogo, benchè poscia sia di diverso parere in un altro, che questi fosse lo stesso primogenito suo, cioè Gallieno ora imperadore; ma questo Gallieno è detto puer da Valeriano, età che non conviene all'Augusto Gallieno, che in que' tempi avea già de' figliuoli. Parve al conte Mezzabarba [Mediobarbus, in Numismat. Imper.] che fosse mandato colà Quinto Giulio Salonino Gallieno, da noi già detto secondogenito dell'imperador Gallieno, quando Valeriano il chiama suo figliuolo, e non già nipote. Finalmente stimò il padre Pagi [Pagius, in Crit. Baron.] che questi fosse Licinio Salonino Valeriano primogenito di Gallieno. Trebellio Pollione [Trebellius Pollio, in Salonino.] il chiama Salonino Gallieno. Lascerò io che altri decida cotal controversia, per cui non si possono recare se non conghietture, e passerò innanzi.
Non mancavano all'imperador Gallieno delle buone doti. Per conto delle ingegno, molti si lasciava addietro. Avea studiata l'eloquenza e la poesia; faceva anche dei versi tollerabili; mostrava genio alla filosofia platonica, e tale stima ebbe di Plotino, eccellente maestro di quella scuola, vivente allora, che gli era venuto il capriccio [Porphyrius, in Vita Plotini.] di rifabbricare una città nella Campania, per ivi fondare una repubblica di platonici; ma ne fu distornato da' suoi cortigiani. Pareva avere del coraggio e della prontezza [Trebellius Pollio, in duobus Gallienis.]; ma solamente ciò si verificava quando era in collera, o si sentiva irritato dallo sprezzo altrui. La sua magnificenza e liberalità, se vogliam credere a Zonara [Zonaras, in Annalibus.], era qual si conveniva ad un imperadore, amando egli di far del bene a tutti, e di non rifiutar grazie a chiunque ne chiedeva. Aggiugne ch'egli inclinava alla clemenza, non avendo fatto morire chi contra di lui s'era rivoltato. Anche Ammiano Marcellino sembra concorde con lui su questo punto. Tuttavia un ritratto ben diverso di lui fece Trebellio Pollione, e la sua crudeltà starà poco a darci negli occhi. Del pari vedremo che andò col progresso del tempo svanendo quella parte di buono che in lui si trovava, con lasciarsi egli prender la mano dall'eccessivo amor dei divertimenti e dei piaceri illeciti, e col divenir neghittoso e sprezzato: cose tutte che si tirarono dietro de' gravissimi sconcerti, e furono quasi la rovina della repubblica romana. Non si dee già tacere che questo principe debolissimo, riconosciuta per ingiustissima la fiera persecuzione mossa dal padre contra de' cristiani [Euseb., Hist. Eccles., lib. 7, c. 13. Baronius, Annal. Eccles. ad hunc ann. Pagius, Crit. Baron. ad hunc ann.], restituì sul principio del suo governo la pace alla Chiesa, vietando il recar ulteriori molestie ai professori della legge di Cristo. Ma non cessò per questo l'ira di Dio, che volea puniti i Romani gentili, per aver attizzata la crudeltà di Valeriano contra dei suoi servi; e però si affollò ogni sorta di disgrazie sopra l'imperio romano, regnante Gallieno. La peste più che mai vigorosa seguitò a mietere le vite degli uomini; i tremuoti rovesciarono le città; da ogni parte i Barbari continuarono a spogliare e lacerare le contrade romane. Il maggiore de' guai nondimeno fu, che nel cuore del romano imperio insorsero di mano in mano varii usurpatori e tiranni, l'insolenza de' quali non si potè reprimere senza lo spargimento d'infinito sangue.
Per la prigionia di Valeriano restarono in una somma confusione gli affari dell'Oriente [Zosimus, lib. 1, cap. 37.]; e corsa questa voce per tutto l'imperio e fra i Barbari, si spalancarono le porte alle sedizioni, alle rapine e ad ogni più funesta novità, quasi che fosse rimasta vedova abbandonata la repubblica romana, e si riputasse uomo da nulla il di lui figliuolo Gallieno Augusto. Trovavasi questi allora all'armata del Reno, per opporsi ai tentativi de' sempre inquieti Germani. Racconta Zosimo che gli Sciti, cioè i Tartari, abitanti di là dal Danubio, unite insieme varie loro nazioni, divisero in due corpi l'immensa lor moltitudine. Coll'uno entrarono furiosi nell'Illirico, saccheggiando e devastando le città e campagne; e coll'altro vennero fino in Italia, ardendo di voglia di dare il sacco alla stessa città di Roma, ne' cui tesori speravano di saziare la loro avidità. In fatti giunsero fino in quelle vicinanze. Il senato allora, per rimediare a sì gran pericolo, raunò quanti soldati potè, diede l'armi ai più gagliardi della plebe, in maniera tale, che mise in piedi un esercito più copioso che quello de' Barbari: il che bastò per far retrocedere quegli assassini. Se ne tornarono essi al paese loro, ma con lasciar la desolazione dovunque passarono. Incredibili mali altresì recarono gli altri all'Illirico, dove nello stesso tempo si provò il loro flagello e quel della peste. Forse la peste medesima fu quella che cacciò di là quelle barbariche locuste. Io non so dire se possa essere succeduto in questi tempi ciò che vien narrato da Zonara [Zonaras, in Annalibus.]: cioè che riuscì a Gallieno con soli dieci mila soldati suoi di sconfiggere presso a Milano trecentomila Barbari: bravura di cui non intendo io di essere mallevadore. Veramente Zosimo attesta ch'egli dalla Gallia calò in Italia per iscacciarne gli Sciti; ma Zonara scrive, essere stati Alamanni que' Barbari, a' quali diede la rotta. Gli antichi scrittori facilmente confondono i nomi delle nazioni barbariche. Eusebio [Euseb., in Chronic.] ed Orosio [Orosius, lib. 7, cap. 22.] in fatti scrivono che circa questi tempi gli Alamanni, dopo aver saccheggiate le Gallie, vennero a dare il malanno all'Italia. Anche i Sarmati, se pur non sono parte anch'essi degli Sciti mentovati da Zosimo, portarono l'armi loro contro l'Illirico nell'anno presente. Avea in quelle parti il comando dell'armi romane Regilliano [Trebellius Pollio, in Triginta Tyrannis, cap. 9.], uomo di gran valore. Da una lettera a lui scritta da Claudio, che fu poi imperadore, si raccoglie aver egli data una gran rotta ai Sarmati presso Scupi, città della Mesia superiore, oggidì Uscubi nella Servia. Abbiamo da Trebellio [Idem, cap. 8.], che essendo consoli Fosco (cioè Tosco) e Basso nell'anno 258, e sapendo le legioni della Mesia quanto fosse immerso Gallieno nelle crapole e nella lussuria, e che v'era bisogno d'un coraggioso generale contra de' Sarmati già incamminati alla lor volta, proclamarono Imperadore Ingenuo governator della Pannonia. Ma o il testo di Trebellio si dee credere guasto, o pur egli s'ingannò in riferire la ribellione d'Ingenuo prima delle sventure di Valeriano Augusto; e dobbiamo attenerci qui ad Aurelio Vittore [Aurelius Victor, in Epitome.], il quale chiaramente scrive avere la cattività di Valeriano data ansa all'ambizion d'Ingenuo per ribellarsi. Lo stesso vien confermato da Zonara [Zonaras, in Annalibus.]; e però all'anno presente dee appartenere quel fatto. Ne fu portata la nuova a Gallieno Augusto, che a gran giornate passò colà con un esercito, dov'erano molti Mori. Aureolo capitano della sua cavalleria diede una rotta ad Ingenuo, per la quale disperato si uccise. Può nondimeno dubitarsi se in persona vi andasse Gallieno. Abbiamo [Trebellius Pollio, in Triginta Tyrann., c. 8.] una sua lettera scritta a Celere Veriano suo generale in quelle parti, dove con furore inudito gli ordina di procedere contra d'Ingenuo e de' suoi seguaci senza misericordia alcuna, con uccidere e tagliare a pezzi chiunque de' soldati o di que' popoli avea avuta mano in quella sollevazione; e che quanto più farebbe di vendetta, tanto più gusto a lui darebbe. V'ha chi dice che Ingenuo, presa la città di Mursa, o di Sirmio, dove egli risedeva, col pugnale si levasse la vita, per non venire in man del crudo Gallieno. Che o nell'anno precedente o pur nel presente si rivoltassero Postumo nella Gallia, Macriano in Oriente, Valente nell'Acaia, Regilliano nella Mesia, Aureolo nell'Illirico, è stato parere di varii moderni storici. Mancano a noi lumi per distinguere bene i fili e tempi della storia, per quel che riguarda i tiranni allora insorti nel romano imperio; nè ho io voglia di presentar ai lettori le dispute dei letterati intorno a questi punti. Però chieggo licenza di parlar di essi tiranni negli anni seguenti, perchè non o facile l'assegnar i veri tempi de' fatti d'allora.
CCLXII
| Anno di | Cristo CCLXII. Indizione X. |
| Dionisio papa 4. | |
| Gallieno imperadore 10. |
Consoli
Publio Licinio Gallieno Augusto per la quinta volta e Faustino.
Un di coloro che, alzata bandiera contra di Gallieno Augusto, si fecero proclamar Imperadori, fu Marco Fulvio Macriano [Mediobarbus, in Numism. Imperat. Trebell. Pollio, in Trigint. Tyrann., cap. 8.], da noi più volte nominato di sopra, personaggio nato bassamente, ma che, salendo per varii gradi militari, acquistò il credito di essere il più valoroso e prudente generale che si avesse allora l'imperio romano. Arrivò costui sì avanti, che Valeriano Augusto, siccome già accennai, non avea persona più confidente di lui, e da lui appunto fu mosso a perseguitare i cristiani [Euseb., Histor. Eccles., lib. 7, cap. 10.]. Perchè avea imparata la magia dai maghi egiziani, ha sospettato taluno ch'egli fosse di quella stessa nazione. A lui diede Valeriano il comando dell'armata, allorchè infelicemente prese a far guerra a' Persiani, e per opinione di alcuni tradito fu da lui. Tradì egli ancora il di lui figliuolo Gallieno. Imperocchè dopo la prigionia di Valeriano, giacchè nulla era stimato Gallieno, i soldati della Soria cominciarono, secondochè scrive Trebellio Pollione [Trebellius Pollio, in Triginta Tyrannis, cap. 11.], a trattar di voler un principe atto a sostenere l'imperio. Furono a consiglio su questo Macriano e Servio Anicio Balista, ch'era stato prefetto del pretorio sotto Valeriano, ed esercitava allora la carica anch'egli di generale. Fu d'avviso Balista che niun fosse più atto di Macriano al comando dell'armi e al governo dell'imperio romano. Se ne scusò Macriano con dire di esser vecchio e zoppo; ma perchè avea due suoi figliuoli giovani, già tribuni, e di singolar bravura, cioè Quinto Fulvio Macriano e Gneo Fulvio Quieto, fu conchiuso che il braccio di questi due figliuoli supplirebbe all'età del padre; e però Macriano venne acclamato Imperadore Augusto, ed egli appresso promosse alla medesima dignità i due suoi figli. Di tutti e tre resta memoria nelle antiche medaglie [Goltzius et Mediobarbus, in Numismat. Imperat.]. Trebellio Pollione [Trebellius Pollio, in Gallieno.] vuole che Macriano usurpasse l'imperio, essendo consoli Gallieno e Volusiano, cioè nell'anno precedente 261. Al padre Pagi [Pagius, in Critic. Baron.] parve questo un errore o dello storico o del testo, perchè, secondo lui, nell'anno 259 accade la disgrazia di Valeriano, nè tanto potè restar l'armata di Soria senza capo. Ma siccome abbiam detto che non regge l'opinione del Pagi intorno all'anno della cattività di Valeriano, così nè pur sussiste il negar qui fede a Trebellio. Già si è detto che Valeriano cadde in man dei Persiani nell'anno 260. Che poi non succedesse sì tosto l'usurpazione da Macriano fatta dell'imperio, si può ricavar da Zonara [Zonaras, in Annalibus.]. Scrive questo autore che dopo la sventura di Valeriano i Persiani senza paura d'alcuno portarono l'armi vincitrici per la Soria, per la Cilicia e Cappadocia: il che vien confermato da Eusebio Cesariense [Eusebius, in Chronic.]. Presero la nobilissima città d'Antiochia capitale della Soria; poi Tarso insigne città della Cilicia. Quindi misero l'assedio a Cesarea di Cappadocia, la qual si crede che contenesse allora quattrocento mila anime. Gran difesa fu fatta da que' cittadini, essendo lor capitano Demostene, uomo di gran cuore, e forse l'avrebbono scappata, se un certo medico fatto prigione, per non poter reggere ai tormenti, non avesse rivelato ai nemici un sito, per cui entrati una notte, fecero una strage immensa di quei cittadini. Demostene lor capitano, essendovi ordine di prenderlo vivo, salito a cavallo, ed imbrandito lo stocco, si cacciò per mezzo ai Persiani, ed atterratine non pochi, ebbe la fortuna di salvarsi. Gran quantità di prigioni fu fatta da' Barbari nella presa di quella città, e tutti appena provveduti di tanto cibo che bastasse a tenerli in vita, e senza poter bere acqua se non una volta al giorno, come si fa colle bestie. Finalmente i Romani fuggiti elessero per lor capitano un Callisto (il Tillemont [Tillemont, Mémoires de Empereurs.] sospetta che Zonara voglia dire Balista), il quale, trovando sbandati i Persiani, diede loro assai busse in varii incontri, e prese anche le concubine del re Sapore con delle grandi ricchezze. Per queste percosse si affrettò Sapore a ricondursi ne' suoi paesi, seco menando l'infelice Valeriano. Ora cotali imprese richieggono del tempo, nè si vede che Macriano se ne impacciasse punto; e però fondatamente si può credere ch'esso Macriano solamente nell'anno 261, siccome attesta Zonara, fosse acclamato Imperadore. Credesi che egli regnasse in Egitto; ma, se ciò è vero, non dovette ivi piantare la sua signoria senza spargimento di sangue, facendo menzione san Dionisio vescovo alessandrino presso Eusebio [Euseb., Histor. Eccles., lib. 7, cap. 22.] d'un'atroce guerra civile che circa questi tempi afflisse la città d'Alessandria, susseguita poi da una terribil peste. Che il dominio di Macriano si stendesse quasi per tutta l'Asia, abbiamo motivo di crederlo senza difficoltà; ed ivi egli comandò per più d'un anno.
Pensava probabilmente Macriano di incamminarsi alla volta di Roma, e di passare lo stretto di Bisanzio colla sua armata [Trebellius Pollio, in Triginta Tyrannis, cap. 18.]; ma perchè ben prevedeva che Publio Valerio Valente, creato proconsole dell'Acaia da Gallieno, uomo d'alto affare e suo particolar nimico, gli avrebbe fatta opposizion nel passaggio, mandò un personaggio di gran credito, cioè Lucio Calpurnio Pisone Frugi [Mediobarb., in Numismat. Imperat.], per ammazzarlo. Se ne accorse Valente, e non sapendo come meglio sottrarsi ai pericoli, si fece proclamar Augusto [Aurelius Victor, in Epitome.], e regnò qualche tempo nell'Acaia e Macedonia. Non andò più innanzi Pisone, ma ritiratosi nella Tessaglia, giacchè vedea tanti che usurpavano l'imperio, ne volle anch'egli la sua parte, con prendere il titolo d'Imperadore e di Tessalico in quella contrada. Ma spedita una man di soldati da Valente, levò di vita Pisone, e Valente stesso fu anch'egli da lì a poco ucciso da' suoi soldati. V'ha delle inverisimiglianze in questi racconti; ma più ancora inverisimile a me sembra il dirsi da Trebellio Pollione [Trebellius Pollio, in Triginta Tyrannis, cap. 20.], che saputosi in Roma la morte di questi due personaggi nel dì 25 di giugno, il senato decretò gli onori divini a Pisone, con dire che non si potea trovar uomo migliore e più costante di lui. Come mai questo, se è vero ch'egli usurpasse l'imperio contra di Gallieno padrone di Roma? Nello stesso decreto disse il console di confidare che Gallieno, Valeriano e Salonino sieno nostri imperadori: intorno alle quali parole han disputato più letterati, per determinare chi fossero Valeriano e Salonino, e se tutti godessero allora il titolo d'imperadori: il che è difficile da stabilire per varii motivi. Ora Macriano, messa insieme un'armata di quarantacinque mila combattenti, e lasciato Quieto Augusto suo secondo figliuolo, assistito da Balista, al governo della Soria, marciò verso l'Europa, e passò il mare a Bisanzio. Ma fosse nell'Illirico, o pure nelle estremità della Tracia, gli venne a fronte Marco Acilio Aureolo con altro più poderoso esercito, per dargli battaglia, e segui ancora qualche menar di spade [Zonaras, in Annalib.]. Trattandosi di altri Romani, non voleva Aureolo lasciar la briglia a' suoi, sperando che quei di Macriano verrebbono dalla sua parte, perchè avea fatta la chiamata, e forse guadagnato alcuno dei contrarii uffiziali. Ma quei non si movevano. Per avventura venne ad imbrogliarsi e a chinar la bandiera uno degli alfieri di Macriano; non vi volle di più perchè gli altri alfieri, credendo ciò fatto non per azzardo, ma per ordine de' capitani, abbassarono anch'essi le insegne, e andarono in numero di trenta mila ad unirsi con Aureolo [Trebellius Pollio, in Trigint. Tyrannis, cap. 11.], acclamando l'imperador Gallieno. Accortosi dipoi Macriano che anche gli altri restati con lui titubavano, li pregò di non voler dare sè stesso e il figlio Quinto Fulvio Macriano in mano di Aureolo. Il compiacquero essi con ammazzar lui e il figliuolo; e, ciò fatto, passarono anch'essi all'armata di Aureolo. Trebellio Pollione dà la gloria di questo fatto a Domiziano, valoroso capitano d'esso Aureolo, facendosi credere che Aureolo non v'intervenisse in persona. Da san Dionisio Alessandrino [Euseb., Hist. Eccles., lib. 7, cap. 23.] si ricava che la caduta di Macriano, per cui restò l'imperadore Gallieno libero da un nemico che gli facea gran ribrezzo, accadde nell'anno nono dell'imperio d'esso Gallieno, e però nel presente. Si vuol qui aggiungere che restò tuttavia padrone di quasi tutte le provincie orientali Gneo Fulvio Quieto, dichiarato, come già dissi, Augusto da Macriano suo padre. Stavagli a' fianchi Balista, personaggio di gran senno e di sperimentato valore. Ma giunta la nuova che il di lui padre e fratello erano stati vinti e tolti dal mondo, cominciarono le città dell'Oriente l'una dopo l'altra a ritirarsi dall'ubbidienza di Quieto. Zonara [Zonaras, in Annalibus.] pretende che Odenato da Palmira, di cui parleremo fra poco, quegli fosse che, assediato Quieto nella città di Emesa, l'uccidesse. Trebellio Pollione [Trebellius Pollio, in Triginta Tyrannis, cap. 17.] sembra piuttosto attribuire la di lui morte ai soldati che Aureolo avea spedito per prenderlo vivo. Quanto a Balista, o egli se ne fuggì, o per mezzo di qualche accordo ebbe la facoltà di ritirarsi. Anch'egli, scrivono che prendesse dipoi il titolo d'Imperadore Augusto in qualche parte dell'Oriente, e si mantenesse sino all'anno 264. In fatti v'ha qualche medaglia [Mediobarb., in Numismat. Imper.] che cel rappresenta Augusto. Ma io torno a desiderare che le medaglie di tanti tiranni vivuti in questi tempi sieno tutte legittime e vere, perchè non son mancati di coloro che, per farsi ben pagare dai dilettanti di sì fatte anticaglie, han saputo formar di pianta monete simili alle antiche col mutar le loro iscrizioni. Trebellio Pollione confessa ingenuamente di non sapere se Balista prendesse sì o no la porpora; ed esservi scrittori che asseriscono essersi egli ritirato ad una vita privata. Quel che è certo, egli fu dipoi ucciso, chi dice per ordine di Odenato, e chi dai soldati di Aureolo, con riferire la di lui morte all'anno 264: circostanze tutte dubbiose, e che non si possono chiarire. Noi sappiamo ancora che dopo la morte d'Ingenuo tiranno Quinto Nonio Regilliano nell'Illirico [Trebellius Pollio, in Triginta Tyrannis, cap. 9.] si sollevò e prese il titolo d'Imperadore Augusto. Costui, siccome di sopra accennai, fece di molte prodezze contra dei Sarmati, e ricuperò l'Illirico, che per la dappocaggine di Gallieno era quasi tutto perduto. Ciò dovette avvenire prima di usurpar l'imperio; ma in qual tempo egli l'usurpasse, nol possiamo determinare; e noi vedremo fra poco che anche Aureolo prese il titolo d'Augusto nel medesimo Illirico. Per quel che scrive Trebellio, fu un accidente che costui fosse promosso all'imperial dignità dai soldati, i quali, scherzando sul nome di Regilliano, trovarono che Dio gli avea dato questo nome, acciocchè divenisse re, e per questo l'acclamarono Augusto. Ma quei medesimi soldati poi per timore della crudeltà di Gallieno, già provata nella ribellion d'Ingenuo, e per le premure di quei popoli che non voleano quel peso addosso, diedero ad esso Regilliano la morte.
CCLXIII
| Anno di | Cristo CCLXIII. Indizione XI. |
| Dionisio papa 5. | |
| Gallieno imperadore 11. |
Consoli
Albino per la seconda volta e Massimo Destro.
Credesi che il primo console fosse nominato Marco o Manio Nummio Albino, perchè v'ha un'iscrizione romana, dove egli è chiamato consul ordinarius iterum. Che così fosse, può darsi. Ma nell'antico catalogo [Apud Bucherium et Eccardum.] de' prefetti di Roma noi troviamo che Nummio Albino era stato prefetto di Roma nell'anno 261, e seguitò ad esercitar quella carica nell'anno seguente ed anche nel presente; e non sapendo noi che fosse per anche introdotto di dare ad un solo quelle due dignità nel medesimo anno, perciò può restar sospetto che fossero due persone diverse; se non che andando innanzi, cominceremo a trovare chi, essendo prefetto di Roma, esercitò nello stesso tempo il consolato. Circa questi tempi i Germani penetrarono colle loro scorrerie fino in Ispagna. Aurelio Vittore [Aurelius Victor, in Epitome.] ed Eutropio [Eutrop., in Breviar.] scrivono che i Franchi, popoli allora della Germania, quei furono che, entrati nelle Gallie, vi fecero immensi saccheggi, e di là passarono nella Spagna Tarragonese, dove presero per forza e saccheggiarono la capitale di quel paese, cioè Tarragona; e trovata copia di navi, andarono insino a visitar l'Africa. Paolo Orosio [Paulus Orosius, Histor., lib. 7.] attesta anche egli la desolazione lasciata da costoro nella Spagna, con aggiungere che ne restavano anche a' suoi tempi le funeste memorie, e che durò per dodici anni la persecuzione da loro recata a quelle contrade. Fu di parere il Valesio [Valesius, Rer. Franc., lib. 11.] che costoro non per le Gallie, ma per l'Oceano passassero in Ispagna, come poi fecero i Normanni nel secolo nono; ed Eumene [Eumenes, in Panegyrico Constantin.] porge buon fondamento a questa opinione, che sembra più verisimile, che non è il creduto loro passaggio per le Gallie. A queste calamità son da aggiugnere l'altre narrate tutte in un fiato [Aurelius Victor, in Epitome. Eutrop., in Breviar. Orosius, Histor., lib. 7.] da Aurelio Vittore, da Eutropio e da Orosio, ancorchè non se ne sappia il tempo preciso. Cioè, che la Dacia, di cui quella che oggi è Transilvania, era anticamente una parte, e tutto quanto il paese conquistato una volta da Traiano venne in potere dei Barbari. Secondo Eutropio, i Quadi e i Sarmati devastarono la Pannonia. Eusebio [Euseb., in Chronic.] scrive che l'occuparono. Orribili ancora furono i danni recati dagli Sciti, cioè dai Goti, alle provincie dell'Europa e dell'Asia, colle quali confinavano. Trebellio Pollione [Trebellius Pollio, in Gallieno.] racconta che costoro s'impossessarono della Tracia, devastarono la Macedonia, e vennero ad assediare Tessalonica, oggidì Salonichi. Fu loro data battaglia nell'Acaia da Macriano general de' Romani, diverso da colui che abbiam veduto di sopra, e il cui vero nome probabilmente era Marziano, di cui parleremo più abbasso. Sconfitti se n'andarono i Barbari. L'altro esercito di essi Goti, passato nell'Asia, pervenne sino ad Efeso, dove, dato in prima il sacco al celebre e ricchissimo tempio di Diana, poscia lo consegnarono alle fiamme. Lo storico Giordano [Jordanus, de Rebus Geticis, cap. 20.] non lasciò indietro questa partita, con dire che i Goti condotti da Respa, Veduco, Turo e Varo loro capitani, vi saccheggiarono varie città, incendiarono il tempio di Diana Efesina, e nella Bitinia spogliarono e diroccarono la bella città di Calcedonia. Carichi di bottino nel ritornare a casa devastarono Troia ed Ilio: lasciarono i segni della loro fierezza nella Tracia, e presero la città d'Anchialo, posta alle radici del monte Emo, dove si fermarono molti dì per que' bagni caldi che quivi si trovavano. Dopo di che se ne tornarono ai lor paesi. Ma non si contentarono di questo que' Barbari. Un sì gustoso mestiere li fece altre volte ritornare ai danni delle provincie romane. Crede il padre Pagi [Pagius, in Critic. Baron.] che l'irruzione suddetta de' Goti appartenga all'anno precedente, perchè si figura celebrati allora i decennali di Gallieno. Ma chi riferisce a quest'anno esse feste, vi unisce ancora i pianti dell'Asia per cagion dei suddetti Barbari.
In qual anno Postumo governator delle Gallie si rivoltasse contra di Gallieno Augusto, e prendesse il titolo di imperadore, è tuttavia in disputa, nè io son qui per entrare in sì fatte liti di critica che il lettore non aspetta da me. Certo è che almen qualche tempo prima dell'anno presente egli usurpò l'imperio in quelle parti. Per quanto credono gli eruditi di ricavar dalle medaglie [Mediobarb., in Numismat. Imperat.], era il suo nome Marco Cassio Latieno Postumo, benchè Trebellio Pollione [Trebellius Pollio, in Triginta Tyrannis, et in Gallieno.] il chiami Postumio. In una iscrizione [Thesaurus Novus Inscript., pag. 360, n. 5.] da me data alla luce, non Latieno, ma Latino si vede appellato. Questi era bassamente nato, ma giunto ad essere uno de' più eccellenti capitani che si avesse Roma allora, uomo di singolar prudenza e gravità, che con tutta la sua severità intendeva l'arte di farsi amare dai popoli e dai soldati. Valeriano Augusto, che sapea ben discernere i meriti delle persone, gli avea dato il governo delle Gallie, acciocchè il suo valore servisse a rintuzzar l'orgoglio de' Franchi e d'altre nazioni germaniche transrenane, già usate a molestar le provincie romane. Tal credito s'era egli acquistato, ch'esso Valeriane gl'inviò suo nipote Salonino, non so se il primo o se il secondo figliuolo di Gallieno, acciocchè l'istruisse nelle arti convenienti ad un principe e ad un guerriero. Ma se Postumo era dotato di tanti bei pregi, non si trovava già in lui l'importantissimo della fedeltà. Il sapersi nelle Gallie la vita lussuriosa e scandalosa che menava Gallieno in Roma cagionò in que' popoli un tal disprezzo di questo principe, aiutato probabilmente anche dalle scerete insinuazioni d'esso Postumo, che pensarono a provvedersi d'un imperadore, in cui concorresse il valore e il senno, per difendersi dai nemici Germani. Avea Postumo, per relazione di Zonara [Zonaras, in Annalibus.], sconfitto un corpo di que' Barbari passati di qua dal Reno, e distribuito ai soldati il bottino fatto [Zosimus, lib. 1, cap. 38.] Silvano capitan delle guardie del giovinetto Salonino Cesare l'obbligò ad inviar quella preda al principe: il che sì forte amareggiò i soldati, mal soddisfatti per altro, poichè lor non piaceva di star sotto il comando di un fanciullo, cioè di esso Salonino, che, alzato rumore, proclamarono imperadore Postumo. Il che fatto, marciarono tutti a Colonia, dove dimorava esso Salonino, gridando di voler nelle mani il principe e Silvano, ed assediarono quella città. Bisognò darli, e Postumo li fece morire amendue, aggiugnendo quest'altra taccia alla violata fede contra del suo sovrano. Non vi fu popolo alcun delle Gallie che nol riconoscesse volentieri per imperadore; e pare che anche le Spagne e l'Inghilterra si sottomettessero al di lui imperio; e tolta la fellonia, era egli ben degno di reggere popoli [Trebellius Pollio, in Triginta Tyrannis, cap. 2 et 4.]. Nello spazio di sette anni che Postumo regnò, anche nelle Gallie regnò la felicità: tanta era la sua moderazione e giustizia, tanto il suo valore, per cui ridusse i Germani a contenersi nei loro limiti, e fabbricò anche alcune castella nel loro paese. Egli si trova nelle medaglie [Mediobarbus, in Numismat. Imper.] (se pur tutte son vere) appellato console per la quarta volta. Avea un figliuolo nomato Caio Giunio Cassio Postumo, a cui diede il titolo di Cesare, e poi quello di Augusto. Fu Postumo il più potente e terribil avversario che si avesse Gallieno, non tanto per la sua buona testa, quanto per l'amore che gli portavano i popoli delle Gallie, e per lo grande squarcio ch'egli avea fatto dell'imperio romano.
Ora Gallieno Augusto (io non so dire in qual anno) con buon esercito marciò in persona contra di Postumo. Teodoto era il generale della sua armata. Posero l'assedio ad una città, dove s'era rinchiuso Postumo; ma nel fare Gallieno la ronda intorno a quella città, fu ferito da una saetta, e dovette cessare per questo l'assedio. Se poi Trebellio Pollione [Trebellius Pollio, in Gallieno.] tien qualche ordine ne' suoi racconti, circa questi tempi, o pur nell'anno precedente, il medesimo Gallieno, conducendo seco due bravi capitani, cioè Aureolo e Claudio (il qual fu poscia imperadore), tornò di nuovo a far guerra a Postumo. Fu allora che Postumo dichiarò imperadore Augusto e collega suo Marco Aurelio Piavvonio Vittorino, uomo di grande abilità nel mestier della guerra, benchè perduto dietro le femmine, per poter più facilmente opporsi agli sforzi di Gallieno. Seguirono varii combattimenti o scaramuccie, e in una battaglia restò anche sconfino Postumo; ma senza apparire che per questo sinistro colpo peggiorassero gli affari di lui, e ne profittasse quei di Gallieno. Parimente intorno a questi tempi un'orribil disavventura accadde in Bisanzio. Per quanto sembra dire Trebellio, dovea essere venuto alle mani il popolo di quella città colla guarnigione; e prevalendo la forza de' soldati, restò tagliata a pezzi quella cittadinanza, in maniera che tutte le vecchie famiglie vi perirono, a riserva di coloro che o per la mercatura o per la milizia n'erano lontani. Gallieno adunque, sbrigato che fu dalla guerra di Postumo, passò alla volta di Bisanzio, dove non ispirava di entrare se non colla forza. Ma, avendo capitolato quel presidio, v'entrò; e poi, senza osservar la parola e il giuramento, fece uccidere tutti quanti que' soldati che vi si trovarono. Di là poi frettolosamente, e glorioso per quel macello, come se ne avesse riportata qualche gran vittoria, sen venne a Roma, dove celebrò con grande e disusata pompa il decennio compiuto del suo imperio. Secondo il padre Pagi [Pagius, in Crit. Baron. ad annum 262.], questa solennità si fece nel precedente anno; secondo altri, nel presente, perchè in questo terminava esso decennio, e si faceano i voti pubblici per la conservazione dell'imperadore per un altro decennio. Le medaglie [Mediob., in Numismat. Imperator.] ne parlano, ma senza chiarirne il tempo. Racconta lo stesso Trebellio [Trebellius Pollio, in Gallieno.] che Gallieno corteggiato da tutto il senato e dall'ordine equestre, e dalle milizie vestite di bianco, preceduto dal popolo e fin da' suoi servi e dalle donne che portavano torcie e lampade accese, processionalmente si portò al Campidoglio. Cento buoi colle corna dorate e con gualdrappe di seta (cosa preziosa in que' tempi) e ducento bianche agnelle, andavano innanzi per servire ai sagrifizii. V'intervennero ancora dieci elefanti che si trovavano allora in Roma; e mille e ducento gladiatori superbamente vestiti. V'erano carrette che menavano ogni sorta di buffoni, ed altre, nelle quali si rappresentavano le forze dei ciclopi. Per tutte in somma le strade altro non si vedeva che giuochi, e le acclamazioni dappertutto andavano al cielo. Comparivano in fine centinaia di persone, fintamente vestite, chi alla gotica, chi alla sarmatica, ed altre con abiti da Franchi e da Persiani. Con questa vana pompa, o sia con questa mascherata, si credeva l'inetto principe d'imporre al popolo romano, il quale in mezzo agli applausi si burlava di lui, mostrandosi favorevole, chi a Postumo, chi a Regilliano, il qual non dovea per anche essere ucciso; ed altri ad Emiliano e a Saturnino, che già si dicevano anch'essi rivoltati. I più nondimeno compiangevano la prigionia di Valeriano, a cui nulla pensava l'ingrato figliuolo. Accadde, che conducendosi fra la turba dei finti Persiani anche il re di Persia, come prigioniere (cosa che moveva il riso a tutti), alcuni buffoni si cacciarono fra que' Persiani, guatando attentamente ognun d'essi in viso. Interrogati che cercassero con tanta premura, risposero: Cerchiamo il padre del principe. Gallieno, che mai non si risentiva all'udir parlare dell'infelice suo padre, e solamente mutava discorso con dire agli astanti: Cosa di buono avremo al pranzo? che solazzi abbiam da godere oggi? vi sarà egli spasso domani al teatro, al circo? avvertito della facezia di que' buffoni, allora prese fuoco; e fattili imprigionare, li condannò ad essere bruciati vivi: sentenza e spettacolo che amareggiò sommamente il popolo, e talmente se ne dolsero i soldati, che ne fecero a suo tempo aspra vendetta.
CCLXIV
| Anno di | Cristo CCLXIV. Indizione XII. |
| Dionisio papa 6. | |
| Gallieno imperadore 12. |
Consoli
Publio Licinio Gallieno Augusto per la sesta volta e Saturnino.
Ho io prodotta un'iscrizione [Thesaur. Novus Inscript., pag. 365.] posta a Lucio Albino Saturnino console, ma senza poter determinare se ivi si parli di Saturnino console di quest'anno. S'è fatta poco fa menzione di Saturnino, personaggio anch'esso usurpator dell'imperio in questi calamitosi tempi di Roma. Quel poco che ne sappiamo, l'abbiamo dal solo Trebellio Pollione [Trebell. Pollio, in Trigint. Tyrann., c. 22.], il quale non seppe nè pur egli dirci altro, se non che era uomo di prudenza singolare, di vita amabile, e che avea riportato più vittorie contra dei Barbari; ma senza poter assegnare nè il tempo, nè il paese, dove l'armata posta sotto il suo comando gli diede la porpora imperiale. Probabilmente egli comandava ai confini della Scizia. Ma perchè parve, nell'andar innanzi, troppo severo, que' medesimi che gli aveano dato l'imperio, quello, insieme colla vita, gli tolsero. Maraviglia è come quello storico ed altri sì vicini a questi tempi sì poco sapessero di quegli avvenimenti. Per quello che riguarda Emiliano, mentovato anch'esso poco fa da Trebellio Pollione, non è per anche stabilita la serie de' suoi nomi, perchè le poche medaglie che s'hanno di lui, lasciano dubbio d'impostura. Vien creduto non diverso da quell'Emiliano che, per attestalo di Dionisio Alessandrino [Euseb., Histor. Eccles., lib. 7, cap. 11.], perseguitò malamente i cristiani in Egitto. Era egli generale dell'armi romane in quelle stesse provincie [Trebell. Pollio, in Triginta Tyrann., c. 21.], quando, insorta una briga per avere un soldato battuto un servo, a cui era scappato detto, essere migliori le scarpe sue che quelle dei soldati, la plebe alessandrina, solita per ogni bagattella a muoversi e a far sedizione, s'attruppò, e con armi e sassi andò infuriata a trovar Emiliano, regolandolo ancora d'alcune sassate. Dicono ch'egli non trovasse altro scampo che quello di farsi dichiarar imperadore, per poter comandare a bacchetta e farsi più rispettare. Per quel tempo ch'egli regnò tenne con vigore l'imperio e visitò la Tebaide e tutto l'Egitto, mettendo buon ordine dappertutto. Ma spedito colà da Gallieno un esercito sotto il comando di Teodoto, Emiliano, nel punto che si preparava a far una spedizione contro agl'Indiani, fu preso e strangolato in prigione. Voleva poi Gallieno crear Teodoto proconsole dell'Egitto, acciocchè godesse più autorità e balìa; ma ne fu ritenuto dai sacerdoti, perchè v'era una predizione, che allora l'Egitto tornerebbe in libertà, quando v'entrassero i fasci consolari che si davano ai proconsoli, e la pretesta dei Romani. Trebellio Pollione cita per testimonio di ciò Cicerone e Procolo grammatico. Il tempo, in cui Emiliano usurpò la porpora e perdè la vita, indarno si va ora cercando. Lo stesso Pollione nel precedente anno parlò di Aureolo, come di persona già ribellata contra di Gallieno Augusto. Per questa ragione metto io sulla scena costui nell'anno presente, benchè trovi qui imbrogliati non poco i conti di quello storico [Trebellius Pollio, in Trigint. Tyrann., et in Gall.]. Sembra che egli proponga la di lui ribellione avvenuta non molto dopo la cattività di Valeriano imperadore; e perciocchè dipoi si vede ch'egli combattè in favor di Gallieno contra di Macriano, ed anzi poco fa in compagnia del medesimo Gallieno, lo abbiam veduto far guerra a Postumo; non si può già facilmente credere che così presto egli si rivoltasse. Pollione l'acconcia con dire che Gallieno fece pace con Aureolo, e di lui si servì poscia contra di Postumo. Altri sono stati di avviso che il prendesse per collega nell'imperio per abbattere col braccio di lui gli altri tiranni: tutte cose improbabili presso chi sa le gelosie e le diffidenze dei dominanti. Zosimo [Zosimus, lib. 1, cap. 40.] riferisce la rivolta d'esso Aureolo all'anno 267, ed in ciò è seguito da Zonara [Zonaras, in Annalibus.]. Questa pare la più verisimil opinione. Nelle medaglie [Mediobarb., in Numismat. Imperat.] che restano d'esso tiranno si vede ch'egli era appellato Manio (e non già Marco) Acilio Aureolo. Il governo dell'Illirico fu a lui conferito da Gallieno; ma egli, guadagnati gli animi dei soldati, si fece acclamar Imperadore. Se dice il vero il sopraccitato Trebellio Pollione [Trebellius Pollio, in Gallieno.], nell'anno precedente Odenato re de' Palmireni ottenne l'imperio di tutto l'Oriente. Riserbo io le notizie di questo insigne personaggio all'anno seguente.
CCLXV
| Anno di | Cristo CCLXV. Indizione XIII. |
| Dionisio papa 7. | |
| Gallieno imperadore 13. |
Consoli
Publio Licinio Valeriano per la seconda volta e Lucio Cesonio Lucilio Macro Rufiniano.
Il primo console, cioè Valeriano, comunemente vien creduto il fratello di Gallieno Augusto, con opinione ch'egli nell'anno 259 fosse stato console sostituito. Tempo è ormai di parlare di Odenato, il cui nome si rendè ben celebre per le imprese da lui fatte in servigio dell'imperio romano in Oriente. Egli [Agathias, lib. 4 Histor.] era nato in Palmira, città nobile della Fenicia, non lungi dall'Eufrate, delle cui rovine ed antichità han rapportato molte notizie in questi ultimi tempi i viaggiatori inglesi. Ch'egli fosse solamente cittadino e decurione in quella città, lo scrive Eusebio [Euseb., in Chronic.]. Ciò vien anche confermato da Zosimo [Zosimus, lib. 1, cap. 38.], il quale nondimeno aggiunge aver egli avuto delle milizie proprie: il che sembra indicare ch'egli fosse uno dei principi dei Saraceni abitanti verso l'Eufrate e collegati dei Romani, siccome ancora fu di parere Procopio [Procopius, de Bello Pers., lib. 11.]. Fece Dio nascere in questi tempi un uomo tale per umiliar l'orgoglio di Sapore re della Persia, che dopo la gran vergogna inferita ai Romani, col fare suo schiavo il loro imperador Valeriano, pareva in istato di assorbir tutte le provincie romane dell'Oriente. Avea Odenato [Trebellius Pollio, in Triginta Tyran., c. 14.] in sua gioventù fatto il noviziato della guerra nella caccia delle fiere, prendendo lioni, pardi, orsi ed altri animali selvatici, ed indurando il corpo ai venti e alle pioggie. Veduto ch'egli ebbe divenuto formidabile a tutto l'Oriente il re Sapore per le vittorie guadagnate sopra i Romani, abbiamo da Pietro Patrizio [Petrus Patricius, de Legationibus, t. I Histor. Byzantin.], che per comperarsi la buona grazia di quel regnante, gli inviò molti cammelli carichi di preziosi regali, con lettera di tutta sommessione e rispetto. All'alterigia di Sapore (male ordinario dei gran tiranni dell'Oriente) parve un'insolenza l'atto di Odenato, che, essendo persona privata, avesse osato di scrivergli senza presentarsi egli in persona al soglio suo. Il perchè stracciò quella lettera, fece gittar nel fiume que' presenti, e disse ai messi ch'egli saprebbe ben insegnar le creanze al loro signore, e come un par suo dovea trattare con chi era suo padrone, e che sterminerebbe lui colla sua famiglia e patria. Contuttociò, s'egli bramava un gastigo men rigoroso, venisse a prostrarsi ai suoi piedi colle mani legate. Fu allora che Odenato, non sapendo digerir tanta boria, nè tollerar le mal meritate minaccie del barbaro regnante, si gittò affatto nel partito de' Romani. Zonara [Zonaras, in Annalibus.] scrive, esser egli stato quello che nella Mesopotamia assediò in Emesa Quieto figliuolo di Macriano tiranno, ed il fece uccidere. Da lui parimente [Trebellius Pollio, in Gallienis.] tolta fu la vita a Batista, usurpatore anche esso dell'imperio in Oriente. Appresso mosse una fiera guerra al re di Persia; ricuperò Nisibi e Carre e tutta la Mesopotamia. S'era egli dato il vanto di voler anche cavar dalle mani de' Persiani il prigionier Valeriano; e perciocchè mostrava in tutto dipendenza da Gallieno Augusto, ed ubbidienza agli ordini che venivano da lui, fu creato governatore e generale dell'Oriente da esso imperadore. Avvennero questi fatti negli anni addietro.
Che Odenato anche prima di questo anno entrato nelle terre de' Persiani, grande strage facesse di loro, ed arrivasse fino a Ctesifonte, capitale allora di quella monarchia, si può raccogliere da Zosimo [Zosimus, lib. 1, cap. 29.] e da Trebellio Pollione [Trebellius Pollio, in Triginta Tyrannis, cap. 14.]. Ma verso questi tempi egli di nuovo, più potente e risoluto che mai, tornò addosso ai Persiani, e mise l'assedio a Ctesifonte. Molti combattimenti e saccheggi di tutto quel paese, e macello incredibile della nemica genie fu ivi fatto. Ma perchè tutti i satrapi della Persia si unirono per la comune difesa, non potè far crollare ai suoi voleri quella metropoli. Portate intanto a Gallieno le nuove, qualmente Odenato, dopo aver liberata dai Persiani la Mesopotamia, era giunto sotto Ctesifonte, avea messo in fuga il re Sapore, presi molti di questi satrapi, e fatta strage di que' Barbari: per consiglio di Valeriano suo fratello e di Lucilio suo parente, che abbiam veduto consoli ordinarii nell'anno presente, a motivo di maggiormente attaccare Odenato agl'interessi del romano imperio, gli diede il titolo di Augusto, dichiarandolo suo collega, ed ordinando che si battessero monete in onore di lui, delle quali alcune ancora ne restano [Goltzius, et Mediob., in Numism. Imperat.]. A molti dovette parere strana una tal risoluzione, perchè restava giustificatamente in mano ad Odenato, principe straniero, tutto lo Oriente; e pure, se dice il vero Trebellio Pollione, il senato e tutto il popolo romano sommamente lodarono questo fatto, probabilmente sperando che andasse a terra l'inetto Gallieno, e che questo valoroso Fenicio avesse poi da rimettere in buon sesto il troppo sfasciato imperio romano. E ciò basti per ora di Odenato. Benchè non si sappia il tempo preciso in cui anche Trebelliano non volle esser da meno di tanti altri usurpatori dell'imperio [Trebellius Pollio, in Gallieno, et in Trig. Tyrann., cap. 14.], pure ne parleremo qui. Solamente noi sappiamo che costui, nominato Caio Annio Trebelliano in qualche medaglia [Goltzius, et Mediob., Numism. Imper.] (se pur son legittime le medaglie di lui), trovando nella Isauria quel popolo malcontento di Gallieno, e bramoso di un condottiere, prese il titolo d'imperadore, e nella rocca d'Isauria si fabbricò un palazzo. Fra que' luoghi stretti del monte Tauro si mantenne egli per qualche tempo; ma speditogli contro da Gallieno Causisoleo Egiziano, fratello di quel Teodoto che avea preso Emiliano tiranno dell'Egitto, ebbe maniera di tirarlo a campagna aperta, di dargli battaglia, di sconfiggerlo e di levargli la vita. Ma quei popoli per paura di gastighi continuarono nella lor ribellione e libertà, nè si poterono per gran tempo, e forse mai più, rimettere all'ubbidienza della repubblica romana. Nè pure all'Africa mancarono i suoi disastri [Trebellius Pollio, in Triginta Tyrannis.]. Quivi per cura di Vibio Passieno proconsole, e di Fabio Pomponiano general dell'armi ai confini nella Libia, fu creato imperadore un Tito Cornelio Celso semplice tribuno, e vestito colla porpora imperiale da una Galliena cugina del medesimo Gallieno Augusto. Ma non passarono sette dì che costui fu ucciso, il suo corpo dato ai cani, ed impiccata l'effigie sua per opera del popolo di Sicca, il quale s'era mantenuto fedele a Gallieno. Abbiamo un'iscrizione [Panv., in Fast. Cons. Maffeius, Veron. Illustr.] comprovante ch'esso Gallieno fece in quest'anno rifabbricar le mura di Verona; perlochè quella città prese il titolo di Galleniana. Il lavoro fu cominciato a dì 5 d'aprile, e terminato nel dì 4 di dicembre. Dovea servire quella città d'antemurale agl'insulti de' Germani. A' tempi del gran Pompeo era essa divenuta colonia de' Romani [Incertus, in Panegyrico Constant., cap. 8.]; ma, scaduta per le guerre, trovò miracolosamente un ristoratore in questo sì disattento e scioperato Augusto.
CCLXVI
| Anno di | Cristo CCLXVI. Indizione XIV. |
| Dionisio papa 8. | |
| Gallieno imperadore 14. |
Consoli
Publio Licinio Gallieno Augusto per la settima volta e Sabinillo.
Per gli nuovi tiranni che ogni dì saltavano fuori, conquassato era l'imperio romano; ma poco parea che se ne affliggesse la testa leggiera di Gallieno imperadore [Trebellius Pollio, in Gallieno.]. Quando gli giugneva la nuova che l'Egitto era perduto: E che? diceva egli, non potremo noi vivere senza il lino d'Egitto? Veniva un altro a dirgli le orribili scorrerie fatte dagli Sciti nell'Asia, e i tremuoti che aveano in quelle parti diroccate le città, rispondeva: Non potremo noi far senza le loro spume di nitro per lavarci? Udita la perdita delle Gallie, se ne rise, dicendo: Sto a vedere che la repubblica sia sbrigata, se non verran più le tele di Arras. Così questo imperadore con aria da filosofo, ma con vera dappocaggine e stoltizia di principe. E intanto le applicazioni sue più serie erano dietro alla cucina e alle tavole per mangiar bene e ber meglio, e a soddisfar le sfrenate voglie della libidine sua, e a far comparse di lusso disusato, senza prendersi pensiero del pubblico governo, e senza mettersi affanno di tante ribellioni e disastri che fioccavano da tutte le bande sul romano imperio. Abbiamo da Aurelio Vittore [Aurelius Victor, in Epitome.] ch'egli, oltre alla moglie Salonina Augusta, teneva varie concubine, fra le quali la principale fu Pipa, figliuola del re de' Marcomanni, per ottenere la quale cedette ad esso re una parte della Pannonia superiore. E questa sua trascuraggine appunto era quella che animava or questo or quello ad alzar bandiera contra di lui, e ad usurpare il nome d'imperadore. Trovò egli nondimeno un ingegnoso spediente per mettere freno all'esaltazione di nuovi Augusti [Idem, ibidem.], e fu quello di proibir da lì innanzi che i senatori avessero impieghi nella milizia, e si trovassero nelle armate, perchè diffidava di chiunque era in credito, e poteva aspirare all'imperio, o muover altri a liberarsi da lui. Uso fu degli Augusti di condur sempre seco ne' viaggi e nelle guerre un numero scelto di senatori, che formavano il loro consiglio, e mantenevano ne' popoli e nelle soldatesche il rispetto dovuto al senato, e comandavano bene spesso le armate. Tutto il contrario fece Gallieno. E di qui poi venne, che avvezzatisi i senatori a godersi in pace i loro posti e beni, e a risparmiar le fatiche, i pericoli e le sedizioni della milizia, più non cercarono di far cessare quella legge di Gallieno: perlochè sempre più venne calando la loro stima ed autorità, e crebbe l'insolenza di chi comandava e maneggiava l'armi.
Intorno a questi tempi pare che succedesse nelle Gallie il fine di Postumo, stato per più anni tiranno, o sia imperadore in quelle parti, dove ancora avea preso il quarto consolato. Scrivono [Trebellius Pollio, in Triginta Tyran., cap. 2.] ch'egli mantenne sempre que' popoli in istato felice, mercè del suo senno e valore, ed era anche universalmente amato e rispettato. Tuttavia si sollevò contra di lui Lucio Eliano, che prese il titolo d'Imperadore in Magonza. Eutropio [Eutrop., in Breviar.] scrive, che avendo Postumo presa quella città, per non aver voluto abbandonarne il sacco ai soldati, costoro l'uccisero insieme col giovane Postumo suo figliuolo. Ho io con Aurelio Vittore appellato Eliano l'emulo che si rivoltò contro di lui; ma questi infallibilmente non è se non quel personaggio che da Trebellio Pollione [Trebellius Pollio, in Trig. Tyran., cap. 4.] vien chiamato Lolliano, e tale ancora si trova il suo nome presso d'Eutropio. Postumo, secondo il suddetto Pollione, per maneggi segreti d'esso Lolliano, perdè la vita; ed è certo che questi sopravvisse a Postumo. Dicono ch'egli fu accettato per Imperadore da una parte delle Gallie; e che fece di gran bene alle città di quelle contrade, e che rifabbricò varii luoghi di là del Reno. Ma che? Vittorino, figliuolo di Vittoria, già preso per collega dell'imperio da Postumo, gli fece guerra; e peggiore gliela fecero i soldati, perchè annoiati dalle troppe fatiche, alle quali continuamente gli obbligava, gli tolsero la vita. Trovansi medaglie [Mediobarb., in Numismat. Imperat.], dove egli è chiamato Lucio Eliano ed Aulo Pomponio Eliano; altre se ne rapportano col nome di Spurio Servilio Lolliano. O l'une o l'altre sono mere imposture, quando ancora non sieno tutte. Sicchè Marco Aurelio Vittorino restò solo possessor delle Gallie. Ma costui [Trebellius Pollio, in Trig. Tyran., cap. 5.] con tutte le belle doti d'uomo grave, clemente, economo, ed esattor della disciplina militare, portava nell'ossa un vizio che denigrava tutte le sue virtù, cioè una sfrenata libidine, per cui niun rispetto portava ai talami de' suoi soldati. Ne riportò anche il castigo [Aurelius Victor, in Epitome.]. Trovandosi egli in Colonia, un cancelliere dell'esercito, irritato contra di lui per violenza usata a sua moglie, essendosi congiurato con altri, lo uccise. Il fanciullo Vittorino di lui figliuolo fu allora chiamato Cesare da Vittoria o sia Vittorina, avola sua paterna; ma nella stessa maniera che il padre, fu anch'egli ammazzato dai medesimi soldati. Così Trebellio Pollione, il quale, se son vere le medaglie riferite dal Goltzio e dal Mezzabarba [Goltzius et Mediob., in Numism. Imperat.], mal informato si scuopre di quegli affari. In esse medaglie veggiamo appellato questo fanciullo Caio Piavio Vittorino, e non già col suo titolo di Cesare, ma bensì d'Imperadore Augusto. Se fosse vero il racconto di Pollione, non vi restò tempo da battere monete in onore di questo piccolo Augusto. Il punto sta che siamo ben sicuri d'essere quelle monete fattura indubitata dell'antichità. Certamente è lecito il dubitarne. Dopo i due Vittorini, l'imperio delle Gallie fu da quelle milizie conferito ad un Mario, già stato fabbro ferraio. Eutropio [Eutrop., in Breviar.] mette l'esaltazione di costui fra Lolliano e Vittorino; Trebellio Pollione [Trebellius Pollio, in Triginta Tyrannis, cap. 7.] dopo Vittorino. Era costui salito in alto ne' posti militari per l'estrema sua forza, di cui alcune prove rapporta Pollione. Ma un soldato, già di lui garzone nella bottega del suo mestiero, vedendosi sprezzato da lui o prima o dopo l'usurpato imperio, due o tre giorni dopo la di lui promozione, col ferro lo stese morto a terra, dicendo nel medesimo tempo: Questa è la spada che tu di tua mano fabbricasti. Allora Vittoria madre del vecchio Vittorino, che volea pur conservar l'acquistata sua autorità nelle Gallie, a forza di denaro indusse i soldati a proclamar Imperadore, forse nell'anno seguente, Tetrico suo parente, senatore romano, e governatore nell'Aquitania, provincia delle Gallie. Questi nelle medaglie [Goltzius, in Numism. Imperat.] si trova nominato Publio Piveso, o, secondo un'iscrizione, Pesuvio Tetrico, con apparenza che alcuna di esse memorie patisca eccezione. Dicono ch'egli era anche stato console, e che portatagli questa lieta nuova a Bordeos, quivi prese la porpora. Suo figliuolo Caio Pacuvio Piveso Tetrico, ancorchè allora fanciullo, fu creato Cesare dalla suddetta Vittoria, la quale appresso (non si sa in qual anno) terminò i suoi giorni, aiutata, per quanto ne corse la voce, dal medesimo Tetrico, al quale piaceva di comandare e non d'essere comandato da lei. Continuò dipoi Tetrico la sua signoria non solamente nelle Gallie, ma anche nelle Spagne, fino ai tempi di Aureliano Augusto, siccome allora diremo. Fu di parere il Pagi [Pagius, in Crit. Baron.] che Postumo regnasse nelle Gallie sino all'anno secondo di Claudio imperadore. Non mancano ragioni ad altri per crederlo ucciso sotto Gallieno. La lite non è per anche decisa; nè certo si può ben chiarire il tempo di tante rivoluzioni succedute in quelle contrade.
CCLXVII
| Anno di | Cristo CCLXVII. Indizione XV. |
| Dionisio papa 9. | |
| Gallieno imperadore 15. |
Consoli
Paterno e Arcesilao.
Fin qui il valoroso Odenato da Palmira, dichiarato Augusto in Oriente, mostrava bensì unione con Gallieno imperadore, ma verisimilmente si facea conoscere per solo padrone delle provincie romane dell'Asia. Seguitava egli a far vigorosamente guerra ai Persiani, quando fu ucciso. Si disputa tuttavia intorno al tempo, al luogo e all'uccisore. Chi crede succeduta la di lui morte nell'anno precedente, chi nel presente. Certo è che circa questi tempi i Goti, o sieno gli Sciti, fecero un'irruzione nell'Asia [Trebellius Pollio, in Gallien.], e giunsero fino ad Eraclea, saccheggiando tutto il paese. Secondo Sincello [Syncellus, in Hist.], Odenato prese la risoluzione di portar l'armi contra di costoro, e giunto ad Eraclea, vi fu ferito e morto. Zosimo [Zosimus, lib. 1, cap. 39.], all'incontro, scrive ch'egli soggiornava in Emesa, dove, celebrando un non so qual giorno natalizio, a tradimento restò privato di vita. V'ha chi il fa ucciso [Zonaras, in Annalibus.] da un altro Odenato suo nipote, chi da Meonio suo cugino; e sospettò anche taluno che Zenobia sua moglie tenesse mano al misfatto per gelosia di veder anteposto a' proprii figliuoli Erode, nato da una prima moglie ad esso Odenato, e da lui creato Augusto. Certo è che questo Erode, nominato anche Erodiano in qualche medaglia, della cui legittimità non so se possiam dubitare, perdè anch'egli la vita col padre. Era giovane portato al lusso, alla magnificenza, ai piaceri, e il padre gli lasciava far tutto. E questo infelice fine ebbe Odenato, principe de' più gloriosi del Levante, perchè gran flagello de' Persiani, e perchè conservò all'imperio romano le pericolanti provincie dell'Asia. Arrivò Trebellio Pollione [Trebellius Pollio, in Trigint. Tyrann., cap. 14.] a dire che Dio veramente si mostrò irato contra del popolo romano, perchè toltogli Valeriano Augusto, non gli conservò Odenato. Egli intanto il mette fra' tiranni, ma con ingiuria al vero, e contraddicendo a sè stesso [Idem, ibidem, cap. 16.]. Quanto a Meonio, che lo stesso Pollione ci rappresenta come d'accordo con Zenobia per togliere la vita a Odenato, dicono che fu con consenso di lei proclamato imperadore; ma non andò molto che i soldati, nauseati per la di lui sporca lussuria, gli levarono insieme coll'imperio la vita. Lasciò Odenato dopo di sè tre figliuoli, cioè Hereniano, Timolao ed Uhaballato, che presero il titolo di Augusti, e si trovano mentovati nelle medaglie [Goltzius et Mediobarb, in Numism. Imperatorum.]. Ma perciocchè erano in età non ancora capace di governo, Settimia Zenobia lor madre Augusta prese essa le redini a nome de' figliuoli, siccome donna virile, e fece dipoi varie gloriose imprese, del che parleremo andando innanzi.
Dissi che gli Sciti, o vogliam dire i Goti, aveano portata la desolazione in varie provincie dell'Asia, e massimamente della Cappadocia [Trebellius Pollio, in Gallieno.]. Ora si vuol aggiugnere che costoro, udito che loro si appressava colle armi Odenato Augusto, non vollero già aspettarlo, e si affrettarono per tornarsene ai loro paesi collo immenso bottino fatto. Nondimeno sul mar Nero ne perirono non pochi, perchè assaliti dalle truppe e navi romane. Ma non passò gran tempo, ch'entrati per le bocche del Danubio nelle terre dello imperio, vi fecero un mondo di mali. Sulle rive del mar Nero fu data loro una rotta dalla guarnigione romana di Bisanzio, ma senza che cessassero per questo dal bottinare in quelle parti. Nè da lor soli vennero cotanti affanni. Anche gli Eruli passati dalla palude Meotide nel mar Nero con cinquecento vele sotto il comando di Naulobat loro capitano, per mare vennero fino a Bisanzio e a Crisopoli. In una battaglia loro data restò superiore l'esercito romano; e però tumultuosamente si ritirarono [Trebellius Pollio, Syncellus, Zonaras.]. Ma ecco tornar di nuovo i Goti, che son chiamati Sciti da altri, i quali andati alla ricca città di Cizico, la spogliarono. Indi si portarono alle isole di Lenno e di Suero nell'Arcipelago, ed arrivati sino all'insigne città di Atene, la bruciarono, con far lo stesso barbaro trattamento a Corinto, Sparta, Argo, e a quasi tutta l'Acaia, senza trovar persona che osasse di loro opporsi. Tuttavia, messisi gli Ateniesi in una imboscata, con aver per loro capitano Desippo istorico, ne fecero un gran macello. (Si vedrà qui sotto all'anno 269 un'altra presa di Atene, e forse solamente a que' tempi è da riferire la disgrazia di quella città.) E pure non finì la faccenda, che scorrendo per l'Epiro, per la Acarnania e per la Beozia, recarono anche a quelle parti de' gran malanni. Zonara [Zonaras, in Annalibus.] sembra riferir questo flagello ai tempi di Claudio successore di Gallieno. Mentre sì fiero temporale spremeva da ogni banda le grida dei popoli afflitti, non potè di meno che non si svegliasse l'imperador Gallieno, e non si movesse da Roma per accorrere al soccorso delle malconce provincie. Arrivato ch'egli fu nell'Illirico, non pochi di que' Barbari caddero sotto le spade romane; laonde gli altri presero la fuga pel monte Gessace. Marziano ed Eracliano suoi capitani con altre prodezze liberarono in fine da quei Barbari le provincie dell'imperio. Ebbe parte in tali imprese anche Claudio, che fu dipoi imperadore; e i due primi generali divisando fra loro come si potesse sollevar la repubblica dall'inetto e crudel governo di Gallieno, misero per tempo gli occhi sopra di esso Claudio per adornarlo della porpora imperiale. Diedero probabilmente la spinta a questi lor disegni l'essere, a mio credere, succeduto in questi tempi ciò che narra Trebellio Pollione [Trebellius Pollio, in Gallien.] con dire, che quando si credeva che Gallieno fosse ito coll'esercito per cacciare i Barbari, egli si fermò ad Atene per la vanità di prendere la cittadinanza di quell'illustre città, di esercitar ivi la carica di arconte, cioè del magistrato supremo, di essere arrolato fra i giudici dell'Areopago, e di assistere a tutti i loro sagrifizii, con vitupero della dignità imperiale. Poco fa ho detto, potersi dubitare che non accadesse verso questi tempi la presa e l'incendio di Atene. Viene maggiormente confermato questo dubbio dall'andata colà di Gallieno. Questa ridicola gloria, questa trascuratezza de' pubblici affari nel bisogno, in cui si trovavano allora le provincie romane, fece perdere ai soldati la pazienza e il rispetto verso di un principe sì disattento e vile, e trattar fra loro di eleggere un degno imperador di Roma. Lo seppe Gallieno, cercò di placarli, e non potendo, ne fece uccidere qualche migliaio: risoluzione che indusse anche i generali a desiderar e procurare la di lui rovina, come vedremo all'anno seguente.