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Annali d'Italia, vol. 2 / dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 cover

Annali d'Italia, vol. 2 / dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Chapter 244: DLXXXIII
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About This Book

Si tratta di una compilazione annalistica che registra anno per anno vicende politiche, militari, amministrative ed ecclesiastiche concernenti l'Italia e le regioni limitrofe, unendo estratti di editti, iscrizioni e cronache antiche a brevi note critiche. Le voci documentano guerre e trattati, nomine pubbliche, eventi urbani, catastrofi naturali e controversie religiose, offrendo un racconto serrato di fonti e avvenimenti destinato a ricostruire la progressione storica e istituzionale nei secoli coperti.

   
Anno di Cristo DLXXXIII. Indizione I.
Pelagio II papa 6.
Maurizio imperadore 2.

Console

Maurizio Augusto.

Fondato il padre Pagi sulla fede della Cronica Alessandrina, di Cedreno, e specialmente di Teofilatto, crede che Maurizio Augusto prendesse il consolato solamente nell'anno seguente, e non già nel presente, com'erano una volta soliti i novelli imperadori. Perchè io il rapporti all'anno presente, ne addurrò i motivi nel susseguente. Furono, secondochè abbiamo da Teofane [Theoph., in Chronogr. Theophilactus, lib. 1, cap. 3.] funestati i principii del governo di Maurizio Augusto da un tremuoto spaventoso, che a dì 10 di maggio si fece sentire in Costantinopoli, per cui tutto il popolo ricorse alle chiese. Gli Unni, o, vogliam dire, gli Avari, cioè i Tartari che signoreggiavano nella Pannonia, oggidì Ungheria, ed erano divenuti padroni del Sirmio, sempre inquieti ed avarissimi, e però sempre ansanti dietro a nuovi guadagni, ben veggendo la debolezza dell'imperio d'Oriente, spedirono circa questi tempi ambasciatori a Maurizio Augusto, con dimandargli la somma di ottantamila scudi d'oro, che pretendevano dovuti loro pel regalo annuo che l'imperadore, secondo i patti precedenti, era tenuto a pagare. E ne dimandarono anche ventimila di più. Lasciossi indurre Maurizio Augusto per aver la pace, e fu forzato a far tale esborso, e loro mandò ancora in dono un elefante e un letto d'oro, che richiedevano. Ma nè pur questo bastò a quietarli. Tornarono a chieder sotto varii pretesti ventimila scudi; e perchè l'imperadore non si sentì voglia di pagarli, questa insaziabil gente prese l'armi, s'impadronì delle città di Singidone, d'Augusta e di Viminacio nella Mesia, allora sottoposta alla prefettura dell'Illirico. Assediarono dipoi la città di Anchialo, fecero altre conquiste, e giunse il principe loro, appellato come gli altri Cagano, infino a strapazzare i legati a lui inviati da Maurizio. Queste dure lezioni davano i Barbari allora all'imperio d'Oriente, il quale nel medesimo tempo era involto nella guerra dei Persiani, infelicemente sostenuta da Giovanni, chiamato Mustacchione per gli lunghi mustacchi che portava, generale dell'armi in Oriente. Però non è da marivigliarsi, se gli affari d'Italia passavano male, non potendo Maurizio accudire con forza a tante parti e a tanti nemici. Pensò nulladimeno Girolamo Rossi [Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 4.], che informato esso Augusto intorno a questi tempi del sommo bisogno che avea la Italia d'un buon generale d'armata, richiamasse a Costantinopoli l'esarco Longino, e mandasse in suo luogo Smaragdo, ossia Smeraldo a Ravenna. Ma non resta nell'antica storia vestigio alcuno per determinare quando Longino desse luogo a Smaragdo. Nè la lettera di papa Pelagio, da cui il Rossi prese motivo d'immaginar questo cambiamento, serve al proposito, per nulla dire ch'essa anche appartiene all'anno 584 seguente.