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Annali d'Italia, vol. 2 / dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 cover

Annali d'Italia, vol. 2 / dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Chapter 269: DCVIII
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About This Book

Si tratta di una compilazione annalistica che registra anno per anno vicende politiche, militari, amministrative ed ecclesiastiche concernenti l'Italia e le regioni limitrofe, unendo estratti di editti, iscrizioni e cronache antiche a brevi note critiche. Le voci documentano guerre e trattati, nomine pubbliche, eventi urbani, catastrofi naturali e controversie religiose, offrendo un racconto serrato di fonti e avvenimenti destinato a ricostruire la progressione storica e istituzionale nei secoli coperti.

   
Anno di Cristo DCVIII. Indizione XI.
Bonifazio IV papa 1.
Foca imperadore 7.
Agilolfo re 18.

L'anno V dopo il consolato di Foca Augusto.

Dopo essere stata vacante la chiesa romana per dieci mesi e varii giorni, fu posto nella sedia di s. Pietro Bonifazio IV a dì 25 d'agosto. L'insigne tempio di Roma, appellato anticamente il Panteon, perchè dedicato a tutti gli dii della gentilità, ed oggidì chiamato la Rotonda, fabbrica maravigliosa, fatta per ordine di Marco Agrippa ai tempi d'Augusto, e che anche oggidì si mira con istupore dagli intendenti, avea fino ai tempi di questo pontefice mantenuta nel suo seno la superstizione pagana con ritenere le statue di quelle false divinità. O in quest'anno, oppure nel susseguente, tanto si studiò il suddetto papa Bonifazio, che l'impetrò in dono da Foca imperadore [Anastas. Biblioth., in Bonif. IV. Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 37.]. Ciò fatto, ne levò tutte le sordidezze del paganesimo, e ridotta quella basilica al culto del vero Dio, la consecrò a lui in onore della santissima Vergine madre e di tutti i martiri, e lo stesso imperadore la dotò anche di molti beni. Ma se Foca per tener contenti e ben affetti al suo imperio i Romani, usava della sua liberalità verso di loro e del sommo pontefice, seguitava bene in Oriente ad esercitare la sua crudeltà. Ed intanto i Persiani andavano facendo nuovi progressi colla rovina dell'imperio romano. Già aveano presa l'Armenia e la Cappadocia, con isconfiggere l'armata imperiale. Impadronitisi poi della Galazia e della Patagonia, arrivarono fino a Calcedone, cioè in faccia di Costantinopoli, mettendo a sacco tutto il paese. Questi furono i frutti del matto popolo greco, che per non voler sofferire un principe con qualche difetto, amarono piuttosto d'avere un tiranno, atto bensì ad incrudelir contro le vite de' proprii sudditi, ma non già a ripulsare i nemici esterni.