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Cecco d'Ascoli: racconto storico del secolo XIV cover

Cecco d'Ascoli: racconto storico del secolo XIV

Chapter 40: CAPITOLO XXXVI. LA CONGIURA DI LUCCA.
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About This Book

A historical novel recreates the life of a controversial medieval scholar, following intellectual pursuits, personal relationships, and mounting conflicts with religious and civic authorities. The narrative moves between domestic and academic scenes and public proceedings, examining tensions between inquiry and orthodoxy, individual reputation and communal judgment, and the social forces that shape dissent. The author uses clear, unadorned language and rich period detail to blend vivid character sketches with moral and cultural reflection.

CAPITOLO XXXVI. LA CONGIURA DI LUCCA.

Passati pochi giorni adunque il duca Carlo mandò significando per un uomo a posta a maestro Cecco, che quanto più tosto poteva menasse a fine il trattato coi Quartigiani, e fosse a lui in Firenze; ed esso vi si diede con tutto l'ardore, per il desiderio che lo struggeva di ritornare alla Corte. Ma nemmen fino allora aveva esso dormito; e il trattato aveva menato con la più fina astuzia. Arrivato a Lucca, e postosi al più ricco albergo, diede voce di essere venuto per curare messer Guerruccio Quartigiani della gotta; domandò dove fossero le case di lui; dicendo di avere lasciato Firenze anche per paura di capitar male, essendovi oggimai conosciuto per ghibellino, e per poco credulo alle ipocrisíe papali. E volle altresì andare a fare riverenza a Castruccio, col quale ebbe un singolarissimo colloquio; perchè, mentre quel capitano, sapendolo venir da Firenze, si studiava di metterlo in ragionamenti delle cose del duca Carlo, e scoprire, se riuscivagli, quello che mulinasse contro di lui; Cecco, fingendo di lasciarsi tirar nella rete, immaginò di suo capo certi falsi disegni di Carlo, per distrarre Castruccio dall'investigare altrimenti quali fossero i veri. E seppe colorire così bene le sue parole, che egli ne fu persuaso; e non che ponesse nessun sospetto sopra di lui, ma quasi quasi avrebbegli confidato i disegni suoi. Per forma che il maestro viveva sicuro per questo lato; ed alle case dei Quartigiani poteva andare senza niun sospetto, e trattava con suo agio quello per che era stato mandato. Il trattato fu lungo, dacchè messer Guerruccio voleva molto per sè, e Cecco aveva in commissione dal duca di tenersi piuttosto stretto a promettere; ma tuttavía, ricordevole del consiglio dato da Guido di Monforte a papa Bonifazio, si lasciò andare, col proposito di nulla attenere: e restarono alla fine in concordia nel modo seguente: il duca doveva uscire fuori di Firenze con l'esercito, sotto nome di mettersi intorno a Pistoja, e che di fatto vi si ponesse a oste con tanto sforzo e possanza, che verisimilmente Castruccio fosse costretto di andare a soccorrerla, se non la voleva perdere; e allora i Quartigiani con tutti i loro amici, e con molti pennoni e bandiere delle armi della chiesa e del duca, le quali si dovessero mandare celatamente da Firenze, correre la città di Lucca, chiamando gli amici, i consorti, e tutto il popolo a libertà, sforzandosi, quand'altro non venisse lor fatto, di occupare una delle porte della città; e che nel medesimo tempo, senza muoversi pur un soldato da Pistoja, quella gente che teneva il duca a Fucecchio e nelle terre di Valdarno, dovesse volando, avuto un cenno tra lor convenuto, cavalcare a Lucca, e correr la terra.

Riuscita la cosa, messer Guerruccio avrebbe avuto dal duca grandissima quantità di denaro (chi disse diecimila fiorini d'oro), e sarebbe suo vicario colà, che veniva a dire quasi assoluto signore dei suoi cittadini. Da che si movesse messer Guerruccio, e la sua famiglia, a far congiura contro Castruccio, che per volontà e per maneggio di loro era stato fatto signore di Lucca, non è ben chiarito: forse fu il vedere che Castruccio era riuscito troppo diverso da quel che avevano pensato, e il non poter sostenere gli aspri modi di lui; e chi dice, messer Guerruccio si pensasse di acquistare gloria appresso i posteri, se per opera sua si restituiva la libertà alla patria; ma quello che fu più facilmente creduto, ei si lasciò abbagliare dalle larghe profferte del duca, e dall'ambizione di essere quasi principe della sua città.

Posti e bene dichiarati questi patti, maestro Cecco cavalcò senza indugio a Firenze, e fu ben tosto alla presenza del duca, il quale confermò tutte le condizioni poste, ne lo lodò, ne lo premiò altamente, disponendosi a colorire tal disegno. Ma la cosa per altro non procedeva con quell'ardore e con quella prontezza che avrebbe dovuto, per avere certa riuscita, come non pareva da dubitare; il perchè, veggendo che, passa una settimana e passane due, la gente del duca non usciva sopra Pistoja, uno dei Quartigiani, preso dalla paura, scoprì la congiura a Castruccio; ed egli, che non era in siffatti casi avvezzo a smarrirsi, comandato che si serrassero le porte della città, montò con tutte le sue masnade subitamente a cavallo, e fatti prigioni ventidue della casa dei Quartigiani, e fra essi Guerruccio, nelle cui case furono trovate le bandiere della chiesa e del duca celatamente venute da Firenze; senza mettere tempo in mezzo, nel giorno stesso, avendo prima fatto trascinare quelle insegne per terra, il detto Guerruccio, con tre suoi figliuoli e con le stesse bandiere a ritroso, fece impiccare, ed una parte comandò che fossero propagginati[30]: tutto il resto della casa, nella quale si dice che fossero più di cento uomini atti a portare le armi, che non potette avere nelle mani, bandì e giudicò per traditori e ribelli. Feroce, ma meritata giustizia, della quale non si turbarono molto i lucchesi, ricordandosi che la medesima famiglia dei Quartigiani, guelfa di origine, come già dissi, aveva tradito anni addietro gli amici e partigiani suoi, dando la signoría di Lucca a Castruccio.

E così vada pure chiunque, o sotto un colore o sotto un altro, vien meno alla fede e alla lealtà.

Se il duca fu dolente di questo non è da domandare; e ne aveva spesso dolorose parole con maestro Cecco, il quale per altro sempre avealo confortato a tor via ogni indugio, ricordandogli che il buon esito delle imprese sta le più volte nella prontezza e nella audacia.