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Cecco d'Ascoli: racconto storico del secolo XIV cover

Cecco d'Ascoli: racconto storico del secolo XIV

Chapter 57: CAPITOLO LIII. IL PROCESSO.
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About This Book

A historical novel recreates the life of a controversial medieval scholar, following intellectual pursuits, personal relationships, and mounting conflicts with religious and civic authorities. The narrative moves between domestic and academic scenes and public proceedings, examining tensions between inquiry and orthodoxy, individual reputation and communal judgment, and the social forces that shape dissent. The author uses clear, unadorned language and rich period detail to blend vivid character sketches with moral and cultural reflection.

CAPITOLO LIII. IL PROCESSO.

Eran già passati otto giorni che maestro Cecco fu chiuso nella orribile sua prigione, e nè egli era stato mai chiamato a veruna disamina, nè niuno per la città avea potuto saper nulla di lui, con tutto che Guglielmo specialmente, confortatone anche dalla Bice, studiasse ogni modo da saperne qualcosa. Era stato a Santa Maria Novella per cercare frate Marco; ma solo potè raccogliere che frate Marco stesso era stato esaminato e posto alla còlla, e che ora era in prigione per comandamento del priore.

La Simona andava tutte le mattine a Santa Croce; e avvezza alle usanze della chiesa: e sapendo come bisogna bazzicare co' frati e coi preti, la s'era già addimesticata, ora domandandogli una cosa, ora un'altra, di messe, di congreghe, di laudesi ed altri simili, la s'era addimesticata, diceva, col sagrestano, un fratone lungo e secco che pareva la quaresima, il quale per altro era, per dir come allora si diceva piacevoleggiando, il miglior brigante di questo mondo: ed un giorno che le parve, lui essere di migliore umore del solito, la s'attentò a entrare così alla larga in materia:

— Fra Luca (il sagrestano si chiamava fra Luca) e' mi diceva il mio sere, buon'anima sua, che qui alla vostra Regola e' si ardono gli eretici. È egli vero poi?

— Eh, monna Simona, che dite voi? parvi egli luogo questo da ciò? Qui sta messere lo inquisitore.

— E chi è, se vi piace, messere lo inquisitore?

— Egli è colui che nelle cose de' pateríni ha tanta balía quanto il papa; e condanna tutti gli eretici.

— Oh, venerando e santo uomo! E dove gli ardete gli eretici? e quando ha che non ne avete arsi?

— Noi non ardiamo nulla: no, la santa Chiesa non ha così fiere pene temporali. Bene gli diamo ad ardere alla podestà secolare, che ha posto queste leggi. E di corto si farà una bella giustizia d'uno eretico.

— Oh! E si può egli esservi? E chi è, se Dio vi conceda l'essere prelato de' vostri frati, chi è colui che sarà arso? E quando sarà arso?

— Si può esservi; e chi ci va con spirito di umiltà, e per darne lode a messer Domeneddio, messere lo inquisitore concede indulgenza di colpa e di pena. La giustizia si farà da qui a pochi giorni; e si farà sopra un pestilentissimo eretico, che si faceva chiamare maestro Cecco di Ascoli, e che qui a Firenze lo chiamano Cecco Diascolo.

— Gran mercè, frate Luca, fate ch'io sappia il dì posto, chè non vo' perdere l'indulgenza. Ma l'eretico dov'è egli ora? e come sono gli eretici?

— Cecco Diascolo è nelle prigioni della Inquisizione là al vescovado, e oggi si dee fare la sua prima disamina.

La Simona, contenta di quanto avea raccolto da fra Luca, uscì tosto di chiesa per ragguagliare di ogni cosa Guglielmo e la Bice, che pur desideravano sapere che fosse stato di maestro Cecco.

Questi, come aveva detto il frate alla Simona, doveva quel giorno stesso avere la prima disamina, e veramente in sull'ora di vespro il vicario mandò per esso, incominciando così l'interrogatorio.

— Qual'uomo se' tu, e che dottrina è la tua?

E il maestro rispose benignamente la sua dottrina essere quella della verità.

Allora il vicario, cominciò a domandargli, se fosse vero ch'egli professasse e avesse insegnato certe proposizioni ereticali, che ad una ad una esso gli significava; e maestro Cecco rispondeva sempre:

— Sì, le ho professate, le ho insegnate, e le credo: ma non sono ereticali.

Il vicario da queste sue confessioni ne tirava false conseguenze, e il maestro impavidamente le riprovava; e come il notajo scriveva tutta la sua confessione, il maestro protestò molte volte che esso non scrivesse altro che quello che gli diceva; e sulla fine della confessione protestò e disse:

— Se mai dicessi il contrario a questo, lo farei per paura della morte; ma non che questa non sia la verità.

Allora il vicario lo rimandò alla prigione. L'altro dì il vescovo fe' raunare il collegio dei maestri di teología; e mandato per Cecco, fu tratto fuori, e menato dinanzi a loro: e dopo molte ingiurie e scherni ricevuti da loro, fu letta la sua confessione del dì innanzi, alla quale erano aggiunte molte false conseguenze, alle quali rispondendo disse:

— Perchè avete scritto il falso, e quello che io non ho detto? chè n'avete a rendere ragione al dì del giudicio.

E quei farisei si facevano beffe delle sue parole: e fecero grandi disputazioni, alle quali esso rispondeva temperatamente, ma con grave sentimento. Ma essi ne peggioravano ogni volta più, e con gran furore fu fatto rimettere in prigione coi pie' nei ceppi; dove il maestro stava senza dolersi e dispostissimo a qualsivoglia tormento. Venuto il quarto giorno, raunossi il consiglio nella chiesa di S. Salvadore, che vi si tenevano i banchi del vescovado, ed ivi in presenza di molti secolari, e al banco fu letto il processo tutto quanto, e la sua confessione; ma corrotta ed alterata per aizzargli il popolo contro. Ed egli sempre andava ripetendo:

— Voi avete scritto quello che io non ho detto; e ponete le falsità per acciecare il popolo.

Dopo ciò fu recato dal notaio il calamajo e la penna e il foglio dov'era scritto quel loro processo, e disse ch'egli scrivesse ciò che volea dire, di sua propria mano, capitolo per capitolo infra tre dì; infra il qual termine, se volesse rendersi in colpa, sarebbegli perdonato, se no, ch'e' sarebbe dato alla signoría secolare, e sarebbe arso. Accettato il calamajo, il foglio e la penna, il maestro chiese i suoi libri per torne quello che volea dire contro al processo; ma non glieli vollero dare, dicendo che sapea tanto a mente che bastava; ed egli scrisse a mente. Fatta la scritta, il notajo la prese, e mai più non la vide il maestro: e nel processo che lessero quando lo diedero alla signoría secolare non la misero, e solo leggevano quello che erasi scritto innanzi. Venuto l'ultimo dì del termine, il vicario mandò per il reo, domandandogli se voleva ritrattare le dottrine professate ed insegnate per addietro; e Cecco, rispondendo alteramente di no, e che la verità mai non disdirebbe, fu rimandato alla prigione, e mentre ritornava indietro, essendo sul terrazzo del vescovado, l'inquisitore chiamollo dicendo:

— Io non voglio del fatto tuo essere accusato dinanzi a Dio; vuoi tu ancora pentirti dei tuoi errori?

E Cecco rispose:

— Errori non sono, ma certissime veritadi...

E l'inquisitore infocato di stizza:

— Non sono per disputare oltre; menatelo giù.

Mentre il maestro era per rientrare in prigione, si vide dinanzi maestro Dino del Garbo, senza fallo venutovi per gustare l'infernal piacere della vendetta; ma buon per lui se non vi fosse venuto!

Cecco si fermò; e ficcatogli con terribile sguardo gli occhi nel volto:

— Sciagurato! gli disse, non credere che la tua vendetta sia per essere allegra. Io, così legato in mezzo a questi berrovieri, mi sento più nobile e più degno di te. Io ti guardo in volto senza impallidire e senza arrossire; guarda tu me, se ti regge il cuore.

Dino stava veramente cogli occhi a terra, sopraffatto da questa inaspettata invettiva, e oppresso per avventura dal rimorso e dalla vergogna, nè gli bastò l'animo di alzarli in faccia al maestro; il quale con tono solenne e quasi di vaticinio:

— Domani sarò condotto all'orribile supplizio; ma nè tu, nè gli altri nemici miei che a questo mi avete condotto, non sarete lieti di un minimo lamento mio, nè di verun atto di fievolezza. La mia morte a me sarà gloria, a te vituperio nei secoli che verranno; e tu non penerai troppo a seguitarmi.

Maestro Dino era diventato bianco come un panno lavato, nè sentivasi più balía di rifiatare, non che di rispondere verbo, e non sapeva che cosa si fare o dove si andare. Molti di coloro che udirono le parole di Cecco, e sapevano veramente la invidia di maestro Dino essere stata principal cagione della presente sventura di lui, mossi da compassione per una parte e da sdegno per l'altra, dissero a Dino parole d'infamia e di villanía; e forse sarebbero iti anche più là, se i familiari dell'Inquisizione non lo avessero riparato nella chiesa di San Salvadore; e i berrovieri non avessero tosto rimesso in prigione il reo.