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Cecco d'Ascoli: racconto storico del secolo XIV cover

Cecco d'Ascoli: racconto storico del secolo XIV

Chapter 8: CAPITOLO IV. IL DUCA E IL GONFALONIERE.
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About This Book

A historical novel recreates the life of a controversial medieval scholar, following intellectual pursuits, personal relationships, and mounting conflicts with religious and civic authorities. The narrative moves between domestic and academic scenes and public proceedings, examining tensions between inquiry and orthodoxy, individual reputation and communal judgment, and the social forces that shape dissent. The author uses clear, unadorned language and rich period detail to blend vivid character sketches with moral and cultural reflection.

CAPITOLO IV. IL DUCA E IL GONFALONIERE.

In un'altra sala del palagio seguiva intanto altra scena. Il gonfaloniere di Firenze era già a stretto ragionamento col duca, il quale stava seduto sopra sedia magnifica, accanto ad un tavolino, su cui era il suo elmo e la sua spada; e senza preambolo incominciò:

— Messer lo gonfaloniere, questa nobile terra è malata forte dentro di sè, e minacciata di peggio da' nemici di fuori. Bisogna provvedere.

— Valorosissimo signore, e per questo appunto il Comune di Firenze è ricorso alla vostra virtù e alla vostra potenza.

— Virtù e potenza! Ma queste sono poco efficaci là dove non sieno secondate, e non possano liberamente operare. La potenza di Castruccio è più grande che mai, dopo la dolorosa rotta dell'Altopascio; e la parte Ghibellina se ne è rialzata maravigliosamente; nè a combatterlo bastano le genti che abbiamo. Bisogna mandar tosto per le amistà, e raccogliere il meno 800 cavalli, e far senza indugio la cerna del contado.

— Monsignore, come può il Comune sopportare tanta spesa? Come si possono trapassare i patti...

— I patti? — esclamò il duca accerito, e stendendo la mano alla spada, che era sul tavolino, come per brandirla: — i patti sono che io provveda al buono stato di questa terra; ed io debbo volere, e voglio, tutte quelle cose che a ciò conducono più speditamente. Si ricordi la vostra magnificenza, che io son figliuolo di re, e signore di Firenze.

A queste superbe parole il gonfaloniere non ebbe cuor di rispondere. E il duca, più baldanzoso:

— Quando un Comune è ridotto a tali estremi, una volontà sola è necessario che governi il tutto; ed a voi Fiorentini, coi vostri modi di squittinj, con tanti ufficj così strani e diversi, in opera di guerra e di ricomporre lo stato, non è possibile far cosa che sia buona.

— Monsignore, disse timidamente il gonfaloniere, rompere gli ordini del Comune, questo non si può fare.

— Tutto si può fare, chi voglia. Ma io non vo' rompere ordini nè altro: bisogna solo che la somma del potere sia tutta in mia mano: bisogna che i priori si facciano a mia volontà; e simile ogni signoría, e ufficj, e guardia di castella, così in città, come in contado; che a mia volontà possa fare pace e guerra; rimettere sbanditi e ribelli, ed ogni altra cosa fare, che a me paja utile a quello perchè sono stato chiamato qua.

— Questo è molto, signore, e dubito forte se il Comune voglia farlo.

Voglia! C'è per avventura chi abbia balía di dir questo motto, dove io son signore? Messere, pensateci bene: adunate signoría, capitani del popolo, capitani di parte guelfa, collegj; adunate chi volete: a me basta che l'effetto sia quello da me voluto. Anzi darò la cura a monsignor Gualtieri di Brienne, di secondarvi quanto può in quest'opera che vi commetto, e che dee rassodare la libertà e il buono stato di questa nobile e a me cara terra, e ristorare in qualche modo la dolorosa rotta dell'Altopascio.

E fatto venire a sè il duca d'Atene:

— Mio bel cugino, gli disse, strizzando un poco l'occhio e accennando lievemente col capo, farete che siano in arme i vostri cavalli, e seconderete con tutte le vostre forze il magnifico gonfaloniere in quello che vi richiederà.

Qui il gonfaloniere fece atto di voler parlare; ma Carlo gli tagliò le parole in bocca, dandogli cortese commiato in questa forma:

— A Dio v'accomando, messere: gravi cure mi vietano il poter più lungamente ascoltare i vostri savj ragionamenti. Spero farete in modo ch'io possa tenervi sempre per carissimo padre e per amico leale.

Quel venerando uomo fece profonda riverenza, e amaramente accorato, uscì dalla sala.

Gualtieri sapeva già il disegno del duca; e come prima furono rimasti soli, domandò:

— Signore, trovaste voi molto ritroso il gonfaloniere?

— Questi mercanti fiorentini, rispose il duca, restano facilmente abbagliati dalla maestà regale. Non trovò modo di rispondere. Ora bisogna senza indugio dar forma alla cosa, e a te ne commetto la cura; fa che la signoría mi sia confermata per 10 anni, e che i 200 mila fiorini si portino a 400,000.

— I grandi e i potenti sono per noi: ed io farò il rimanente.

— Parmi più savio consiglio tenere col popolo: esso mi diede la signoría, esso me la confermi; e tu lusingalo quanto più puoi. Tieni per altro bene edificati anche i grandi: insomma usa tutte le arti, purchè il voler mio si faccia; e dove queste non giovino, non rifuggir dalla forza, e corri la terra per mia.

— Riposate sulla mia fede. — E dette queste parole, Gualtieri, chiesto ed ottenuto commiato, partì.

Non era passato molto tempo che i Fiorentini avevano fatto in tutto e per tutto la volontà del duca, tanto erano oppressi i loro animi, un poco dalle patite sciagure, e un poco dalla paura delle forze del duca d'Atene. Anzi andossi anche più in là; i grandi e i potenti si erano radunati insieme per dare a Carlo la signoría libera e senza termine; non mica per amore o per fede che avessero a lui, nè che a loro piacesse tal signoría, ma solo per disfare il popolo e gli ordini di giustizia. E la cosa avrebbe avuto effetto, se al duca non fosse piaciuto di tenersi piuttosto col popolo che altrimenti.