LE MOSCHE E LA POLONIA.
Non mi accusate di essere positivista, scettico o come meglio vi piace chiamarmi. Io, alla vostra età—parlavo con un giovane amico—ero terribilmente romantico ed idealista. Combattere per la infelice Polonia era il mio sogno...
—Non per il Proletariato?
—No, mio giovane amico; allora non era ancora di moda quella cosa che voi dite.
—Non c'era il Socialismo ai vostri tempi?
—Sì, c'era; ma era—come dire?—ancora a balia: un grosso, tozzo marmocchio di una voracità incredibile che lasciava indovinare uno sviluppo prodigioso: un po' bruttino, sia espresso col dovuto rispetto, ma marmocchio ancora, come vi dicevo. Ah, morire con una palla in fronte e il sole polacco davanti agli occhi, centuplicava l'ebbrezza della mia gioventù! La mia gioventù è fiorita agli ultimi bagliori del Romanticismo. Ma anche senza Romanticismo, sta il fatto che pei giovani la Morte spesso si presenta come una forma eroica di Vita. Se la natura non ci usasse questo lugubre scherzo, le guerre sarebbero finite da un pezzo! Ma io non voglio tediarvi con la filosofia. Vi dirò, dunque, che allora vi erano comitati per la Polonia, conferenziere polacche, come oggi vi sono le suffragette. Sapete chi mi ha guarito della mia malattia romantica? Le mosche!
—Le mosche?
—Sì, come ho il piacere di dirvi: se non c'erano le mosche, io sarei rimasto—forse—ancora romantico ed idealista, e non avrei fatto la discreta carriera politica che voi, bontà vostra, esaltavate poco fa. Quel lurido e petulante animale mi ha inoculato il virus del positivismo. Una reazione, quasi fulminea, è sopravvenuta, ed improvvisamente la mia vita ha deviato come un treno, a cui lo scambista toglie, con un colpo di leva, la direzione: dà un sobbalzo e poi fila, precipita verso nord invece che verso sud. Vi può interessare?
Il mio giovane amico rispose gentilmente:
—Moltissimo.
Io allora gli offersi una sedia, una sigaretta e, richiamando alla memoria cose antiche, proseguii. Alla vostra età io amavo una signora polacca, di Varsavia, anzi di Varsovì, come ella diceva in un suo gergo, mescolato di polacco, di francese e di italiano.
—Ci siamo col solito amore!—disse l'amico.
—Ma, benedetto Iddio, questo dovreste saperlo: senza l'amore e senza la donna non esisterebbe nè romanticismo, nè positivismo, nè lirica, nè epopea, e tutto questo benchè la donna sia un fenomeno triste. Ricordate la conclusione dei Nibelunghi?
—Nemmeno per sogno.
—È un'espressione notevole. I Nibelunghi terminano con queste parole: «perchè l'amore porta in fine disgrazia».
—Era questa vostra signora una conferenziera Pro-Polonia?
—Mai più. In che lingua doveva conferire? Era una splendida, lattea, placida creatura bionda, di quel biondo tenero come di spiga non baciata bene dal sole; anzi vi dirò che quella bellezza nordica aveva così conquistato il mio animo che non soltanto il color bruno ardente delle bellezze nazionali, ma lo stesso color falbo delle nostre donne, mi pareva un'imperfezione di natura. Ella era inoltre così squisitamente monda e detersa che dalle sue carni lattee io sentivo esalare un perpetuo profumo di pervinca e di mughetto; e gli occhi suoi grandi, quasi squarciati, di un azzurro dolcissimo, sotto due archi di ciglia perfetti ed evanescenti, mi immergevano nello stupore di un sogno, da cui uscivo talora fremente e con queste terribili domande: «E come finirà questo amore? Come farò io a palesarle il mio affetto? E palesato pur anche il mio amore, dopo che avverrà?»
—Allora un amore ideale...
—Altro che ideale, romantico, vi dico: anzi nessuna dichiarazione d'amore era avvenuta. Ella era donna per bene, madre di due graziosi bambini a cui io facevo da bambinaio, perchè la servetta era una smemorata, un'arfasatta, come sovente sono nei nostri paesi.
Suo marito, uomo di molti affari, viaggiava per l'Europa, ed aveva lasciata la sua signora a curarsi in una piccola, modesta stazione balnearia, dove ella aveva preso a pigione una villetta solinga presso il mare, e dove io l'avevo, naturalmente, seguita. Permettete che continui la descrizione: Il suo mento era di un ovale perfetto e la sua piccola bocca, a cuore, era la sola cosa rosea in quel volto. Il naso, quello sì, era poco perfetto: un piccolo nasetto rivolto in su, ma vi dirò: i nasi aquilini e forti delle nostre donne, con sopra le dense corrusche ciglia nere, spesso congiunte, che sono così caratteristiche fra noi, mi spiacevano tanto al confronto che mi chiamavano in mente il becco delle civette e le ciglia dei bachi da seta.
—Parlavate della Polonia?
—Mai più: ella era una donna placida, come vi dissi, e si parlava di cose placide: delle mie cacce, dei bagni, di cose da mangiare, tanto più che io la aiutavo nelle compere presso gli avidi e zotici nostri rivenditori, che avevano, anche allora, l'abitudine di mettere sugli stranieri una tassa di soggiorno mediante un sovrapprezzo sui commestibili. Del resto, la cucina italiana le gradiva moltissimo, e se ne parlava. I pròcoli (broccoli) fritti le piacevano assai. I nostri vini leggeri, razzanti, erano una deliziosa pìpita (bibita). Sospirava Napoli dove era stata parecchio tempo. A Naple semper trovate tante buone gente. Ma le pizze di Napoli la turbavano, al ricordo.
Ella mi affidava il suo portmonè (portamonete), e andavamo coi bimbi a far la spesa. Si comperava la pulpa di manzo per fare il buglione (brodo); e trasaliva di gioia con tutta la chioma flava, come una fanciullina, quando vedeva nei panieri: Keste pikkel cose fini fini (queste piccole cose fine fine), le ziligi (ciliege).
—Dio, come era volgare!
—Tutto è relativo; e poi a quel tempo non era di moda l'estetica. Vi ho detto che era placida, ma aveva anche lei i suoi momenti di lagrime e di commozione: per esempio quando il marito la avvertiva che lui non poteva tornare, perchè era chiamato per affari a Parigi. Lambiva con le belle mani i suoi piccini: «Povres enfants! Kante (quando) un ome (uomo) promette, deve mantenire» (mantenere). E diceva ciò assai gravemente.
Aveva molti scatti di sdegno contro la fanticella très-laide, e peggio: chè, spesso di giorno, spesso anche di notte, era trovata assente, sotto il pretesto delle danze campestri al lume della luna. Le diceva sempre: Vergognati gli occhi fuori della testa! Doveva essere una espressione polacca.
Per conforto io dovevo cantare.
—Voi cantavate?
—Certo, come italiano io avevo il dovere di sapere cantare e cantare canzoni napoletane.—Canta, bell'italiano!—diceva.
—Anche «bello» vi diceva?
Era nient'altro che un epiteto ornativo: tutto ciò che era in Italia godeva di questo aggettivo, eccezione fatta dei bottegai. Povera e buona signora! Del resto io ero assai bello, nè mi vergogno, oggi, di dirlo: bello di quella bellezza maschile, forte, che io non so se l'esotismo della moda, oppure il positivismo hanno fatto perdere a voialtri, giovani moderni. Concedetemi la divagazione: voi moderni siete brutti: la virtù fisica maschile è appena sostenuta oggi dagli ufficiali; e quelle signore che oggi sono così fiere propagandiste dell'antimilitarismo, dovranno creare, forse, un militarismo pacifico ed artificiale in omaggio alla bellezza virile. Ma sapete che siete ben goffi, ben menci coi vostri abiti razionali? Noi, romantici, eravamo belli. Alto io ero, nerboruto, con due calzoni assaettati, stretti sì che i muscoli delle cosce guizzavano: voi oggi portate le gonnelle, non i calzoni, e qual meraviglia se le donne vogliono adottare i calzoni? Portavo io, allora, coturni da cacciatore, feltro grigio, giacca stretta al busto e così cantavo, come potevo, ed ella diceva: Canta, canta, mio core mi fa male! tanto dispecere col core malato!
Ma il cuore, malato veramente, era il mio.
***
Avevo cantato tutta quella mattina stringendo appena la sua pallida mano, odorante di giunchiglia, fresca della sua primavera. Avevo mangiato un boccone all'osteria; mi ero chiuso nella mia stanza. Era un giorno ardente, e il sudore, con la passione, grondava dalla mia fronte. Come concludere quell'amore? Rapirla, e poi? E dove andare? Come vivere? E quei figli? Sappiate che io ero povero, allora. Volli almeno, qualunque fosse stato il nostro destino, che ella sapesse almeno tutto il mio amore. Non ci saremmo, forse, mai più riveduti, ma del mio amore ella doveva avere notizia certa e memoria perpetua.
Per tutto questo, benchè mi paresse cosa disonesta ed audace rivolgere dirette e vere parole d'amore a donna che apparteneva ad altro uomo, pure la passione vinse e scrissi. Timidezze dei venti anni!
Suo marito, forse—io pensavo—mi avrebbe ucciso. Ebbene? Non ero già io disposto a dar la vita per la Polonia? Guardai per la misera stanza d'albergo: non c'era calamaio nè penna, istrumenti poco usati nelle locande campestri, anche oggi che siamo così evoluti. E poi, che calamaio, che penna! Trassi il coltello, mi denudai il braccio, vi immersi la punta della lama. Più profondamente premetti che non fosse necessario; ed un forte rivoletto di sangue, del mio sangue, rutilò. Lo contemplai con occhi sbarrati: scendeva giù per l'avambraccio, scuro, e si veniva grumando nella mano. Poi che l'ebbi deterso alquanto, scrissi col mio sangue. Che cosa scrissi? Non ve lo saprei ripetere. Poche parole, ma parole di sangue; ma degne di essere scritte col sangue. Poi mi si appannò la vista; mi parve che un'aria, quasi gelida, asciugasse il sudore della fronte. Un gran languore mi colse. Caddi riverso sul letto, e mi addormentai profondamente.
***
Cadeva il vespero quando i miei occhi si riapersero. I bagliori sanguigni del tramonto sereno entravano nella stanzetta muta. Mi ricordai. Balzai per prendere il foglio dove avevo consegnato al mio sangue la confessione del mio amore.
Il foglio era scomparso!
V'erano bensì sul pavimento due o tre fogli del mio taccuino, ma quello con la lettera era scomparso.
Qualcosa di terribile balenò allora nel mio cervello. Io non vi ho detto di alcune gelosie che nutrivo in segreto per la bellissima donna. Ella ne era del tutto innocente: ma un barbuto signore del luogo, assai prepotente e ricco, e di sospetti costumi, troppo spesso e troppo da vicino, e con aria troppo beffarda soleva passare presso di noi, lungo la spiaggia del mare. Io vi assicuro che più volte ero stato preso da un impeto folle di affrontarlo, e soltanto per riguardo alla dama me ne era trattenuto, per timore che egli beffardamente mi dicesse: «E lei chi è? che c'entra?» Ora il sospetto che colui, o altri per lui, avesse, durante il mio sonno, fatto rapire il foglio, mi si presentò come cosa certa, per effetto dell'immaginare mio fallace; tanto più che l'uscio della stanza era rimasto aperto. Misi in tasca il coltello, stavo per lanciarmi fuori, quando rassettando rapidamente le cose mie e raccogliendo quei fogli sparsi, m'avvidi con stupore profondo di una cosa non sospettata.
Ecco: durante il mio sonno, le mosche avevano fatto colazione con la mia lettera. Avevano mangiato col sangue le mie parole d'amore.
Il foglio non era stato rapito; era stato succhiato dalle mosche. Ecco perchè esso era tornato bianco come prima. Quali pensieri mi germogliarono in mente, non vi saprei dire: ma ricordo che guardai le molte mosche appollaiate sui vetri: esse parevano godere di una eccellente digestione. La mia idealità era stata divorata dalle mosche!
Allora avvenne quel disorientamento nel mio spirito di cui vi parlavo in principio; o se vi pare, un nuovo orientamento.
—Avete rifatta la lettera con l'inchiostro?
—Nè con l'inchiostro, nè col sangue: avevo trovato la soluzione semplice, naturale del problema che mi tormentava. Il violino dell'oste faceva già zin-zin e un contrabbasso faceva zun-zun: le danze sotto l'imminente luna erano cominciate.
Attesi: Quando fu notte alta, vidi fra le ballerine apparire la servetta della mia signora polacca a cui la frase, vergognati con gli occhi fuori della testa, non produceva alcun effetto morale.
La Polonia, dunque, era sola in casa.
Allora mi avviai, ed ero ben risoluto: il cancelletto era aperto e la sabbia del viale non produceva alcun rumore.
Povera e buona signora! Me ne rimorde un po' ancora il cuore: ella aveva messo a letto i suoi piccini e si preparava in abito molto notturno a seguirli, dolce, placida, indifesa e per nulla presaga dell'avvenire di quella strana notte. Quando mi vide scavalcare la finestra a piano terreno mandò un grido...
—Di paura o di piacere?
—Chi se ne ricorda più? Ricordo che rimase immobile, paralizzata. Io ero ben gagliardo allora, e le mie braccia e tutto il mio essere si affondò in quella profumata tenerezza bianca della Polonia.
La sentii più tardi mezza dormiente sussurrare alle mie orecchie:—Da quanto tempo ti aspettavo bell'italiano!—E la mattina mi diceva quasi piangendo: Mon Dieu, come mi potevo difendere? Voi siete entrato come un véritabile brigante et une femme quand est en toilette de nuit ne peut absolumment se défendre.
Non mi rimase che l'ufficio di confortare la sua coscienza, assicurandola che la colpa non era sua, ma della toilette che vestiva in quell'ora.
***
Il dì seguente io mi ricordo che ebbi una discussione con l'oste e con alcuni avventori di campagna. Le mosche erano a nembi per la cucina in quella mattina d'estate; e quella gente ragionava, per effetto di quella disposizione filosofica che è connaturata nell'uomo, sui misteri della Creazione.
Essi sostenevano, ad esempio, la inutilità assoluta delle mosche nella economia della vita.
Io ero di opinione contraria.
Sventuratamente non potevo spiegarmi, se non col dire che anch'esse erano creature di Dio. Certo io ero guarito dell'orgasmo della mia passione. Avevo trovato quella base morale che Archimede, come sapete, propone come giusto fulcro delle operazioni umane, nessuna esclusa. Sono diventato positivista; ho abbandonato la Polonia al suo destino storico; mi sono dato anch'io al Proletariato, del quale, come esempio vi dimostra, si vive, ma non si muore.
LA BUSECCA.
Vedi questa mia barba selvatica? Vedi queste mie scarpe e questi calzoni inconciliabili nemici di ogni elementare eleganza?
E d'altra parte vedi quella automobile laccata di verde con quella bella signora? con quei due bambini, compresi già della loro posizione privilegiata? Vedi quella governante che conserva tutta la dignità della razza britannica a dispetto della bianca cuffia servile? Vedi tutto questo?
—Sì, vedo, ma andiamo oltre.
Il mio amico pittore—artista molto delicato e fine, ma pur troppo, oramai fallito per la gloria—si trovava in quell'ora del pomeriggio nel suo stato abituale di saturazione lucida di assenzio.
—Niente affatto «andiamo oltre», rimaniamo qui. Contempla soprattutto quella signora. Ti pare bella, sì o no?
—Sì, bella, ma andiamo oltre.
—Niente «oltre», perchè tu devi sapere che io, se non fossi nato imbecille, potrei essere seduto su quella limousine: quei figliuoli, cioè no quei figliuoli, insomma alcuni figliuoli li avrei potuti fare io, cioè lei; lei ed io in marital nodo congiunti. Tu ne dubiti? tu credi ad una mia allucinazione verde? Guarda! Sono stato avvistato. La signora ha dato ordine al meccanico di allontanarsi.
La signora, infatti, volgendosi a caso verso di noi, ci aveva scorti: aveva fatto un impercettibile segno di spiacevole sorpresa e poco dopo la automobile si allontanava per il viale del Parco.
L'amico pittore continuò:
—Ci credi ora? Vuoi sapere la storia? Vuoi venire a casa mia a vedere i documenti? no? Bene, paga un assenzio e ti racconto la storia inverosimile. Essa è fatta di niente.
È il dramma psicologico di un cretino: e il cretino, lo intuisci subito, sono io. Credi tu che uno, perchè è artista, non possa essere profondamente cretino? Credi tu che uno, perchè è pittore e sente il colore, non possa essere un cieco della vita reale?
Io sono un cieco della vita. Ascolta.
Dieci anni addietro questa barba orribile non era nata: fra le mie scarpe ed i miei calzoni esisteva un'intesa di eleganza e la mia cravatta svolazzante era come una bandiera di giovinezza. Ero astemio. I miei capelli fiorivano sul mio capo dolcemente al tepore della mia anima sciocca, ma sensitiva. Io giungevo per la prima volta a Milano così sicuro di essere accolto nel Grande Hôtel della gloria, come il mio primo quadro era stato accolto all'Esposizione di Brera: le poche centinaia di lire che avevo in tasca, mi parevano un capitale a fondo illimitato, come si legge nelle Società di banca, «capitale a fondo illimitato». La prima impressione di Milano non fu piacevole. Era un mattino grigio di febbraio; e già quel verde crudo della campagna sotto il cielo basso che gemeva di pioggia, mi pareva un colore stonato, disteso da un cattivo pittore. Le case, le strade, tutto mi pareva precipitare verso una tinta unica: un grigio caffè e latte. Perchè uno è imbecille? Perchè ha i sensi che fanno vedere e sentire tutto falso.
Era il mattino. Avevo negli occhi il risveglio nel mattino della mia Venezia, in piazza San Marco. San Marco balena d'oro; è tutto animato come una trireme antica in voga piena. Poi abituato al fetore delle alghe e di altre cose stagnanti, l'assenza di quel profumo mi pareva rendere l'atmosfera priva di un elemento necessario alla respirazione. Vi sentivo invece un indistinto lezzo di coloniali, droghe, zafferano; come un odore dell'anima mercantile della città. Il dialetto, questo terribile dialetto lombardo con quelle desinenze cupe, in oeu, u, uh, uuh, mi scoteva i nervi, e mi pareva che tutti si fossero divertiti a rivolgermi delle parole scortesi. Oh, invece, il risveglio della mia Venezia! batter di zoccoletti, scandere di parole cadenzate, musicali, come su di un'antica spinetta. Provai un bisogno di fuggire ancora, di imbarcarmi sul primo treno in partenza. Ma poi pensai: E la conquista della gloria? e il mio quadro all'Esposizione?
Avevo una fame da poeta; e proprio in quell'ora un ristorante si apriva.
—Avete niente di pronto?
—La busecca.
—Ah sì, la busecca!
Mi stava in mente l'idea che la busecca fosse una sorta di manicaretto raro; un cibreo delicato, aristocratico, asciutto, finamente rosato, servito in un piattino, o tegamino di bel metallo.
Mi vidi portare davanti una tazza da brodo, soverchiata da un liquido giallastro purulento. Dentro vi nuotavano delle anse intestinali lardacee. Ne concepii un terrore macabro.
Guardai il cameriere: esso stava col naso in su, soddisfatto di sè, intento alla disinfezione mattutina del detto naso. Questa non è una specialità milanese, ma dei lavoratori della mensa in genere. Ma allora mi parve una specialità milanese, come la busecca. Uscii naturalmente senza toccare cibo.
***
Girai tutto il giorno per trovare una stanza d'affitto che non avesse l'apparenza atroce di essere io in balìa di un'affittacamere. Ebbi la fortuna di trovare una cameretta pulita, in una via relativamente silenziosa. La mia finestra dava in un cortile grigio, quadrato. Quattro pareti grige, ma pulite, si innalzavano per altri tre piani e sprofondavano per altri due. In fondo, alcune piante di bambù si allungavano nella nostalgia dell'azzurro. Io le guardai con un affetto fraterno.
***
Passavo lunghe ore alla finestra a dipingere, ed ero così assorto nel mio lavoro che non mi accorsi che di fronte a me, a venti metri di distanza, una figura di giovinetta passava, ripassava, era intenta a fissarmi. La guardai anch'io. Essa si era messa con la testolina appoggiata sulle palme della mano, e mi pareva che le sue labbra mormorassero: «Cattivo, non vi accorgete che da tanti giorni vi guardo?»
Certamente—pensai—è una cameriera, una sartina, una ballerina, io non so bene. Ma qualcosa di volgare deve essere per fissarmi con tanta insistenza.
Risposi tuttavia al saluto. Un giorno mi fece un cenno vivace, come a dire: «Abbiate la cortesia di aspettare».
Aspettai.
Scomparve un momento, riapparve: diede una occhiata rapida per osservare se dalle altre finestre poteva essere scorta, se vi era qualcuno; poi rapida, risoluta, graziosissima, sollevò un foglio grande come quelli da disegno. Se lo collocò davanti alla faccia.
C'era disegnato in nero un gran V geometrico.
Subito il V è buttato via; ed è sollevato un altro foglio con un I della stessa proporzione.
Seguì un breve cenno molto calmo, molto grazioso con la testa, come a chiedere: «Avete capito? Quello che vi ho fatto vedere è un VI. Ora attento.»
Ed allora sfilarono fulmineamente tre lettere, sostenute da un colossale ammirativo: esse formavano la parola Amo! Vi amo!
E rimase lì imperterrita. Io rimasi lì. La rivedo ancora fare un gesto così grazioso, così disperato di impazienza! Certo deve aver detto: Dio, come l'è bell, ma come l'è stupid. El capiss no!?
Allora io, cretino, meditai come avrei dovuto fare per comunicarle la risposta, che era questa: «Io sono straordinariamente stupìto».
Mi posai la mano sulla fronte, e la allontanai con un gesto melodrammatico. «Ah! Ah, io sono straordinariamente stupìto».
Lei, la cara fanciulla, interpretò quel gesto come un'espressione romantica, come avessi detto: «Il vostro amore mi dà alla testa, e mi toglie la facoltà, per ora, di rispondervi.»
Parve soddisfatta; prese dalle sue labbra un bacio e me lo consegnò deliziosamente.
Scomparve.
***
Noi abbiamo tenuto corrispondenza epistolare per quasi un mese. Le sue lettere erano scritte tutte con alti caratteri in punta; esatte, regolari, e contenevano un loro profumino delicato, e la loro immancabile enorme viola fresca del pensiero, fermata con uno spillo e un nastrino all'angolo superiore sinistro. La sua ortografia era precisa, la sua prosa non priva di fioriture letterarie, nate non da lei, ma appiccicatele dalla maestra di letteratura. Le espressioni sue, sue di lei, invece balzavano fuori da quelle convenzionali, misurate, calme, positive, concludenti: tutto il contrario di quello che si poteva supporre dopo quell'assalto di torpedine: Vi amo!
La prima lettera fu naturalmente la sua, ed il ragionamento, così della prima come delle seguenti, seguiva questa linea di logica: «Voi—parliamoci chiaro—non mi amate se non forse un pochino per vanità. Io vi amo invece davvero, e ve l'ho dichiarato. Per quante prove io vi portassi che sono una signorina per bene, voi non ci credereste: non negate. È una disgrazia; ma mi crederete in seguito. Siete disposto a sposarmi? I miei genitori sono molto severi, ma mi vogliono anche molto bene. Io ho ventidue anni, ma non intendo di fare niente senza l'approvazione dei miei genitori. Potete dare, come non dubito dal caro volto che avete e che amo tanto, buone referenze di voi? Se sì, ditelo presto e l'affare è fatto».
Era stata allieva di qualche scuola di ragioneria, la signorina, per trattare l'amore così alla spiccia?
La signorina era carina: e ti confesso che se l'avessi veduta su di un balcone di marmo a Venezia, intenta a interpretare l'azzurro interminabile della laguna, io mi sarei chiamato felice di una così rara ventura. Invece io la vidi un giorno, quasi da vicino, in un grande negozio: slanciata, bella, elegante in un grembiuletto di seta, tutto quello che vuoi; ma ritta accanto ad un libro mastro. Era il negozio paterno. Esso era immenso, pieno di commessi, e ne esalava quell'odore di droghe, caucciù, medicinali che mi pareva l'odore di Milano. Il sorriso, che lei mi lanciò dietro il libro mastro, si impregnò di drogheria, di ragioneria. Ma che importa la ricchezza! Che importa la miseria!—dissi fra me—Non è la Miseria la divina introduttrice nel vestibolo della Gloria? Almeno così avevo imparato nei romanzi e anche nei libri di scuola.
Allora avrei dovuto lasciarla: una bella lettera d'addio, e tutto finito. Ma io, uomo inconcludente, oltrechè cretino, non sapevo decidermi. Non per amore, sai, ma così, per quella impotenza morale, che ho alfine riconosciuta come mia proprietà inalienabile: e un po' per egoismo, perchè mi confortava il sapere che, nella città tumultuosa e grande, esisteva un piccolo cuore che palpitava per me; fosse pure un cuore di ragioniera.
Un giorno mi scrisse e diceva così: «Sentite, per lettera vedo che non c'intendiamo. Proviamo ad intenderci a voce: mi vedrete così anche da vicino. Alle ore sette trovatevi nella chiesa di via X***. Entrate in chiesa: a quell'ora la chiesa è deserta; potremo parlare.»
***
Un piccolo raggio di sole si riverberava sulle alte cime delle piante allora rifiorenti nei giardini pubblici per cui lei doveva passare per recarsi in quella chiesa. La vidi arrivare in fatti. Era in compagnia di una sua governante o domestica che fosse. Vestita di scuro con una veletta scura sul volto: dietro turgeva la massa bionda dei capelli. Mi vide. La sua testolina si inchinò insensibilmente, ed un piccolo cenno della mano mi fece capire: «Seguitemi a distanza». Le sue scarpette facevano scricchiolare i sassolini dei viali, deserti a quell'ora.
Allora vidi bene i suoi piedi. Io, l'essere più sprovvisto di fondamento, avevo delle idee estetiche assolute, sui piedi delle donne. Io pensavo ai piedi di lei e ad un'altra cosa che mi si era fissa in mente.
«Piedi troppo lunghi—sospirai—: irremissibilmente piedi troppo lunghi. È orribile: queste donne lombarde hanno tutte i piedi lunghi.»
Ella scomparve dietro la portiera della chiesa.
Io entrai.
La chiesa era deserta, infatti. Lei mi affrontò. Due bianche belle mani sollevarono la veletta.
—Voi non mi avete veduta mai da vicino—disse.—Voi siete artista e questo pensiero mi turba un po'. Sono quello che sono, così: guardatemi. Vi piaccio?
Dio, che caro volto, che tremore nelle pupille, che candore nei denti! Ma io pensavo a quei piedi, e poi aveva quell'altra idea fissa in testa. Vedi, quando io ricordo tutte queste cose, io corro alla buvette a bere assenzio e domando:
«Un assenzio per questo cretino.»
—E la voce?—io domandai.
—Ma deliziosa, amico mio: tutto delizioso.
—E cosa ti disse?
—Cosa vuoi che possa ricordarmi io che vivevo dentro un'idea fissa? Mi fece, ecco, capire che bisognava che mi decidessi: o prendere o lasciare. Quella insistenza mi turbava. Io mi ricordo che sentivo il suo piccolo tacco battere impazientemente come tu faresti se fossi un maestro di musica e udissi delle stonature.
—Ma di positivo che cosa hai detto tu?
—Di positivo? ho domandato: Signorina, lei mangia la busecca?
Mi guardò trasognata.
Io ripetei imperterrito la domanda.
—Ma certamente—rispose.—Il sabato è d'uso, in casa, fare la busecca: a papà piace tanto. Perchè?
Vedi, amico, allora l'idea di sposare una donna che mangiava la busecca, mi incuteva un senso di orrore!
***
Poi non ricordo più nulla.
La rividi attraversare ancora i giardini. Aveva la testa abbassata, come se una ferita la avesse offesa nel petto.
Le sue finestre non si aprirono più.
La grande Arte non mi aprì nemmeno l'anticamera del suo palazzo; e l'Arte del tanto per cento mi scacciò a calci nel sedere.
Ma nelle trattorie di infimo ordine sono felice oggi quando mi annunciano che c'è una busecca con cui riscaldarmi e sfamarmi con poco prezzo. Allora penso: Cretino, che ti era capitata una donna col cervello sano e forte, col cervello di ragioniera, che avrebbe pensato anche per te... E tu...! Via, via, amico, pagami l'assenzio.
AHI, QUEL POVERO COLONNELLO!
Polifemo—come sanno quasi tutti—era un mostro della specie oggi scomparsa dei Ciclopi, cioè che avevano un solo grand'occhio tondo in mezzo la fronte.
Questo Polifemo era innamorato di Galatea, la quale era una bella ninfa del mare, bella e bianca come il latte. Aveva un solo occhio, Polifemo, ma le lagrime che pioveva per la passione di Galatea non erano per ciò meno abbondanti, e i sospiri che mandava su la zampogna silvestre facevano tremare le foreste dell'Etna.
Ma Galatea veniva su dal mare e gli faceva, maramao! e poi con le compagne vezzosamente rideva del rozzo amatore, e tratta dai delfini, gli facea davanti scorribande pel glauco mare.
Queste cose, assai vecchie, sono consegnate nei libri degli antichi poeti.
Ma i poeti hanno trascurato di dirci che guai per Galatea se fosse giunta a tiro di mano di Polifemo!
Per troppa furia d'amore se la sarebbe messa in bocca come un fondant e se la sarebbe ingoiata, per goderne tutto il sapore.
***
Ebbene, qualche cosa di simile accadde tra il signor conte Guido Ubaldo e la signora Fanny, o donna Fanny, come ella amava chiamarsi; perchè ella era una dama molto aristocratica. «A Roma—e sospirava—andavo ai balli di Corte!»
Ci fu un giorno che il signor conte si trovò al contatto della mano della signora Fanny, e dopo la mano venne il braccio e dopo il braccio venne il resto, finchè... «Finchè il signor conte ingoiò così come stava la signora Fanny...?» Per l'appunto: finchè la sposò, così come stava.
***
Ma non bisogna dimenticare che le mani della signora Fanny erano deliziose e rare; e un po' i profumi, un po' la pelle, un po' lo splendore languido delle turchesi e degli anelli, accoppiato col pallido corallo delle unghie, fatto è che quelle mani esercitavano una tale seduzione, che il signor conte fu più che scusabile se ne subì il fascino irresistibile.
Gentiluomo campagnolo, il signor conte, bruciato dal sole, riarso dalla vita faticosa dei campi e della caccia, col sangue grosso e caldo di un uomo che—quando arrivava a sedere nel tinello della sua villa—li faceva suonare sì gli ossicini dei pollastri, e un fiasco di vino della sua vigna (oh che vino!) gli andava giù come ridere; un uomo—dico—in quelle condizioni, al posar le sue grosse e arse labbra su quelle mani, aveva provato l'impressione indimenticabile di ingoiare un sorbetto di vaniglia o di ananasso.
Ora, tutto il resto della signora Fanny era—almeno per gli occhi e pei sensi del signor conte—nella relazione di quella mano: una donnina profumata, signorile, languida, che pareva avesse la virtù di attaccare alle vesti la emanazione carnale di se stessa. Ora se una mano soltanto dava questa sensazione di piacere, che cosa avrebbe dato l'intera signora Fanny?
Il signor conte si ammalò di questa malattia di assaporare la signora Fanny per intero, e l'infezione giunse a tal punto che fu necessario l'intervento del matrimonio.
Ma ci furono dei guai seri e delle difficoltà da superare.
Il signor conte, ohimè! rasentava il peso di un quintale: ora appariva da molti segni poco probabile che la signora Fanny volesse accettare il matrimonio con un uomo di quelle proporzioni. Inoltre il signor conte portava le camicie di flanella coi colletti rovesciati: aveva l'antiestetica abitudine di legare le mutande su le calze, per modo che bene spesso si scorgevano giù pendere i legacci: ignorava—almeno a giudicar dall'esterno—l'uso degli stiracalzoni; e non soltanto fumava degli orribili mezzi toscani, ma, quel che è peggio, giungeva al punto di tagliuzzare con un coltello da tasca un mezzo toscano, ne imbottiva la pipa e fumava come un plebeo.
Aveva altre abitudini rozze e contadinesche, che non concordavano niente con la sua nobiltà. Per esempio, fra le otto e le nove del mattino, dopo tre o quattro ore di caccia o di sorveglianza ai lavori agricoli, era per lui un gran piacere far colazione, all'ombra se era estate, al sole se era inverno, nelle più umili osteriuzze di campagna in cui s'imbatteva, e mangiava quello che c'era, come un muratore: quattro soldi di tonno cosparso di pepe e un mazzo di cipolline fresche, e, se v'erano operai, manovali, carrettieri, villani, parlava con loro da pari a pari, tranne che a lui aggiungevano un signor conte, ma un signor conte così alla buona e consuetudinario che passava inavvertito. E d'altronde se quel tonno con la cipolla piaceva tanto a lui come a quegli altri, che bisogno c'era di far tante distinzioni anche nel resto?
Nella casa del signor conte non esisteva una table à the, anzi credo che quanto al tè preferisse una buona tazza di camomilla; e infine attorno alla sua mensa non girava nessun muto e impassibile cameriere, ma la stessa cuciniera si staccava dai fornelli per mettere in tavola, così com'era, con il grembiule. Ed essendo oramai solo e senza nessuno, arrivava d'estate al punto da mangiare anche in maniche di camicia.
Però di tutte queste ultime cose la signora Fanny non aveva che un lontano sospetto, come ignorava la predilezione di lui per la minestra di fagiuoli col lardo; o di ceci, con i quadrettoni di cruschello ben grossi, che si sentono sotto i denti.
La signora Fanny era in quell'estate ospite in villa di una cospicua famiglia, la quale era in buoni rapporti di vicinato e confinante per proprietà coi beni del signor conte; e per tal modo si erano conosciuti.
La signora Fanny aveva appena da un anno smesso l'abito di lutto per il suo primo marito: anzi si può quasi assicurare che era stato lui, il signor conte, a farla sorridere la prima volta dopo quella gran disgrazia; lui, con quel suo fare bonario, semplice, con quel suo largo riso sano e felice, con quei suoi occhi celesti, senza ombre e senza malizie.
—Pare un grosso bambino, ed ha la barba che qua e là è grigia—aveva detto agli ospiti la signora Fanny.
—Un uomo felice—avevano detto gli ospiti.
***
La signora Fanny non aveva appetito, perchè aveva troppo sofferto per la morte del suo povero colonnello, chè tale era il grado del defunto consorte. Ma ci pensò lui, il conte, a stuzzicarglielo l'appetito, chè da un laghetto sull'Alpe lontana faceva venir giù certe trotelle, certi panierini di fragole selvatiche, certi formaggi che fanno i pastori, certi funghi...! Tutta roba che si trova sul remoto Appennino, e non è facile conoscere la via, i mezzi, il tempo per acquistarla. Ma il signor conte, gran cacciatore, conosceva la montagna a palmo a palmo, e sapeva in quale gorgo di fiume matura la trota, in quale selva cresce il lampone e la fragola.
E che dire della caccia? O, quanti pennuti, già felici fra i ginepri e le forre montane, quante gallinelle, quante starne, quante quaglie furono dal micidiale piombo del conte sottratti alla libertà ed alla vita e presentati come omaggio alla inappetenza della signora Fanny!
Fu così che la signora Fanny cominciò ad acquistare l'appetito; ma il signor conte cominciò a perderlo.
Un giorno gli caddero molte lagrime sopra due quaglie, le cui compagne erano state consegnate alla cuoca della signora Fanny, e allora pensò:
—Ma perchè piango io, sciocco che sono mai? Se quel povero colonnello fosse in vita, allora sì avrei da disperarmi; ma poichè il colonnello è morto..., io ben la posso sposare.
Pensar questo fu cosa facile.
Ma se il conte ci riusciva ad offrire le quaglie e le starne, ad offrir se stesso non ci riusciva: trattare con donna Fanny era per lui un'impresa seria: si imagini come offrire la scomposizione e ricomposizione di un orologio alle dita di un carrettiere. Ne parlò ai comuni amici, i quali ne parlarono alla signora Fanny.
—Rimaritarmi, io?
La signora Fanny non faceva questione del conte o di altri: faceva questione semplicemente del verbo rimaritarsi. Come è naturale, donna Fanny faceva presente l'ombra di Sicheo, voglio dire del defunto colonnello, il quale era inutile che fosse stato così buono, così cavaliere, così compiacente di morire, se la vedova si doveva legare con altri. Il vero è che lei non vedeva nessuna necessità di queste seconde nozze. Sarebbe come offrire una seconda licenza ad uno scolaro: ma è la prima quella che è necessaria, il porro unum della carriera.
Così per le donne: è il primo marito che è necessario.
E poi quel dover rinunciare alla pensione che quel povero colonnello le aveva lasciata, a lei pareva quasi un delitto di ingratitudine.
E infine, perchè non dirlo? Il suo primo marito era stato troppo buono, troppo cavaliere, troppo delicato in tutto, così che lei si sentiva come un pochino viziata.
—No, amico, credetelo, vi farei infelice—diceva al conte.
Ma se tutti gli impedimenti erano questi, egli, il conte, poteva garantire che sarebbe stato tanto buono, tanto docile, tanto delicato anche lui.
—Sì, ma poi voi siete troppo colossale, mio Dio! Vi pare che staremmo bene vicini l'una all'altro?
A questa terribile domanda, il povero conte non sapeva che rispondere; ed era tanta la desolazione che si dipingeva sul suo viso, che donna Fanny ridea di gusto, e da allora cominciò a pensarci su. Le donne—come è ben noto—hanno l'istinto della redenzione, e fu appunto per questo che nel cervello della signora Fanny entrò, non l'amore propriamente, ma l'idea di redimere quel povero conte: compiere come una missione di bene.
Senza cominciare da Beatrice Portinari, che gettò nella mente del suo pallido amico l'idea della Divina Commedia, quante donne potrebbe registrare la storia che furono cagione dell'opera egregia di tanti uomini illustri!
Ora la signora Fanny non si proponeva certo di far comporre al conte una Divina Commedia, e nemmeno di iniziarlo alla vita politica. Ma le pareva opera degna della sua muliebre intellettualità e di quell'istinto materno che fu depositato dalla natura nel segreto di ciascuna discendente di Eva, richiamare alla vita quel disgraziato conte.
Perchè io non ho detto tutto: ma il vero è che il conte Guido Ubaldo portava un bel nome storico, che il suo patrimonio era cospicuo, e il castello che abitava era stato testimone di antiche storie. Con questi requisiti, un uomo si doveva seppellire in campagna? vestire a quel modo? condurre l'esistenza di un fattore?
«Ma salva e redimi quell'infelice nostro discendente», pareva dicessero alcuni ritratti antichi a donna Fanny, il giorno che il conte la condusse a visitare il castello.
Fu così che donna Fanny si decise, perchè oltre a richiamare il conte Guido Ubaldo a vita conforme al proprio grado, c'era tutto il castello e le sue adiacenze da riformare.
Riformare la mobilia, se non in tutto almeno in parte: tutte quelle sale tetre con quei mobili neri, roba d'altri secoli, consunti dai tarli, roba da antiquari, sostituirli con aerei, azzurri, rosei mobili di stile floreale; e bianco e oro alle pareti; e su la spianata invece di quei funebri cipressi, spianarvi un lawn-tennis, e perchè no? sostituire il vecchio e geometrico giardino all'italiana con tutti quei vasi di limoni, con tutti quei corridoi di verdura, con un vago e vario giardino all'inglese.
C'era insomma da consumare l'attività di una donna anche meno intraprendente della signora Fanny. Ma più che il castello, stava a cuore a donna Fanny di riaprire e rimodernare il palazzo comitale di città; e più che il castello e più che il palazzo, le stava a cuore di rimodernare e aprire alla vita il suo volonteroso secondo consorte.
***
Così adunque vennero celebrate le nozze.
Gli sposi partirono, e si racconta che, nei primi tempi, molto viaggiassero, e in grandi città facessero loro dimora.
Se non che, dopo qualche anno, ritornarono al castello perchè il povero conte non istava proprio bene. Infatti non si riconosceva più.
Lasciamo stare l'abitudine delle minestre col cece e delle colazioni da cacciatore con il tonno, il pepe e la cipolla: ma voglio dire che lui non si conosceva più. Era diventato di un colore che ricordava il grano che è cresciuto in cantina; e, mentre prima stava ritto, ora era tutto cascante, e quella sua barba veramente fiorita, in cui i fili d'argento già facevano bizzarro contrasto con il color primitivo del rame, era stata trasformata in una barbetta in punta, d'un colore tutto eguale, un colore sporco fra il cenere e il biondo.
Parlava mansuetamente e assicurava tutti che stava bene di salute; ma quel suo sorriso stirato, dava a vedere che non lo diceva con convinzione.
Anche l'aria nativa non gli giovò: e come molti avranno osservato che gli uomini prima di impazzire, prima di ammalarsi di incurabili mali, ovverosia prima di morire, mettono fuori certi loro sentimenti sigillati nel cuore da anni ed anni, così si racconta che il povero conte esclamasse una volta:
—Ah, perchè è morto quel povero colonnello!
***
Quando anche il conte morì, fu osservato che la sua barba era tutta bianca e così i capelli; e così si osservò che il suo volume e il suo peso non erano diminuiti.
Ahi, come si dolse donna Fanny della morte del povero conte! Dopo il colonnello ella credeva impossibile di trovare un uomo più cavaliere, più gentile. Eppure ella lo aveva trovato nella persona del conte Guido Ubaldo; ed era morto!
Tutto ella aveva fatto per lui: lo aveva abituato a portare i colletti alti; a gustare il tè, che prima non poteva soffrire, a fumare le sigarette invece dei toscani. Aveva smesso l'abuso dei farinacei, del fiasco di vino; s'era adattato benissimo ai ricevimenti del venerdì, a coricarsi dopo il teatro, a stare in letto al mattino sino alle otto per lo meno: insomma, in tutto si era incivilito, dirozzato quel povero conte; in una sola cosa non era riuscita donna Fanny: nel farlo dimagrare. Perchè quello di ridurlo magro era stato il principale pensiero di donna Fanny. Ma invano!
Cure sopra cure, aveva fatto: non vino rosso, non farinacei di cui era sì ghiotto; molto tè, molto digiuno, massaggio, cura elettrica ad alta frequenza, idroterapia, cura di Montecatini, di Carlsbad, tabloidi di tiroidina. Macchè! Diventava pallido, ma magro niente!
Così, ma molto più in lungo spiegava donna Fanny al dottore, il vecchio dottore di condotta, che la stava ad ascoltare a fronte bassa e con gli occhi chiusi dalla mano.
—Pensi—seguitava donna Fanny—che vedendo l'impossibilità di ottenere alcun dimagramento, mi sono raccomandata ad un celebre specialista omeopatico, il quale mi consigliò come infallibile una cura assai rara e costosa, fornitami—noti bene—da quella stessa casa—una delle case più accreditate—da cui io da anni faccio venire i miei articoli da toilette.
A questo punto il vecchio dottore si tolse la mano dagli occhi, e, levando il volto, affissò attentamente il volto della contessa Fanny, chè tale ora si poteva a buon diritto chiamare; e poichè qualche cosa era necessario rispondere, così il dottore disse:
—Io sono della vecchia scuola, signora contessa; ma io credo che chi è nato grasso e grosso non potrà mai diventare snello e magro. Credo piuttosto che una vita libera ed all'aperto, piena di attività, quale era quella che spontaneamente conduceva prima il defunto signor conte, avesse virtù di mantenere l'equilibrio organico meglio che le cure specifiche escogitate al proposito e a cui ella testè mi accennava. La ragione ci consiglia spesso di violentare la natura, ma una più acuta ragione ci avverte che è bene usare le maggiori cautele in quest'opera di violenza.
Così parlò il vecchio dottore.
Ma alla sera, avendo osservato il volto imbiutato e lisciato di cosmetici della signora contessa—cosa di cui forse il conte Guido Ubaldo non si era mai interamente accorto—scrisse in un suo libro di memorie mediche, accanto al nome del defunto, questa nota in latino, come soleva:
E le parole sono queste:«Ex eodem unguentario unde causas nuptiarum, idem, miser comes Guidobaldus, mortis emit causam.» (Dal medesimo venditore di cosmetici, da cui il misero conte Guidobaldo tolse la causa del matrimonio, comperò pure la causa della sua morte.)