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Ciarle e macchiette

Chapter 12: Il mistificatore.
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About This Book

A collection of short comic sketches that lampoon social manners through a succession of concise scenes: domestic intrigues, awkward courtships, petty hypocrisies and moments of public alarm. Each piece centers on an absurd situation or a recognizable stock type, employing brisk exchanges, ironic reversals and exaggerated affectations to reveal vanity and self-deception. The tone moves between light farce and gentle mockery, alternating intimate salon episodes with public embarrassments, and the sequence prioritizes vivid character portraits and situational comedy over sustained narrative development.

Mario Ricciarelli

S. P. M.

Era il carattere d'Augusto.

L'infelice strappò l'involucro, coi sudori freddi e lesse:

Tu m'hai messo in un pasticcio tale che non so come uscirne. Per aver detto a tua moglie che sei all'Hôtel d'Italie, ella ti ha mandato a Bologna tre dispacci, senza avere, naturalmente, risposta. Allora, ha voluto a ogni costo partire per Bologna, e io devo fare il sacrifizio d'accompagnarla, per impedire una tragedia. Vieni subito a Bologna. In qualche modo, vedremo di aggiustarla.

Augusto.

La data era quella del giorno avanti.

— Sacr....

— Che ha? si sente male?

— Eh, ho.... un gran mal di testa!

— S'accomodi.

— Ma che accomodarmi! son già bello e accomodato....

E giù, senz'altro aspettare, giù a precipizio per le scale; un fiacre e via di corsa alla stazione.

Ecco Mario sul treno di Bologna: anche questa volta, naturalmente, un treno omnibus, che non arrivava mai.... mai!

Dall'omnibus ferroviario, lo sciagurato Ricciarelli salì su quello dell'Hôtel d'Italie e — non sapendo dominare le sue smanie — chiese al conduttore:

— Scusate: c'è all'albergo un signore e una signora, così e così?

— Ah, lei è dunque il signor.... come si chiama?... vien da Genova, lei?

— Sì, son io; ma quel signore e quella signora?

— Sono partiti questa mattina.

— Partiti!

— Ma hanno lasciata una lettera per lei.

Povero Mario! gli parve di sentire in sè, più che la collera, i sintomi del colera fulminante.

L'omnibus giunse all'hôtel e il conduttore gridò al segretario:

— C'è qua quel signore....

Quel signore!

Il segretario accorse con una letterina, che Mario appena ebbe forza di leggere:

Ma che fai? dove sei? appena giunti a Bologna, mi misi d'accordo con l'albergatore, perchè dicesse che tu eri andato a Firenze per ventiquattr'ore. Non abbiamo passato che una notte a Bologna. Spirate le ventiquattr'ore, Giacinta volle partire per Firenze. Vieni, ci troverai alloggiati, all'Hôtel Washington.

Augusto.

Ci troverai!...

— Vuol riposare? — chiese cortesemente il segretario; — sono ancora libere io camere dei suoi amici: il 14 e il 15. Quale desidera?

— I miei amici! — ripetè Mario, con voce sepolcrale: — no.... non sono stanco e poi devo ripartire adesso, adesso: fate venire un legno.

Questa volta, lo sventurato Mario acchiappò il diretto e giunse a Firenze alle nove e venti di sera; alle dieci, le sue gambe, tremanti sotto un corpo affranto, salivano le scale dell'Hôtel Washington.

Sul primo ripiano c'era Augusto con le braccia aperte: dalla ringhiera, al secondo ripiano, si spenzolava Giacinta, che gridava con tenerezza:

— Mario! Mariuccio!

Augusto abbracciò fortemente l'amico e gli bisbigliò all'orecchio:

— Bada: che lei crede che tu arrivi da Orvieto.

— Grazie! — mormorò Mario, coi denti stretti, e salì ancora.

Giacinta gli buttò le braccia al collo, baciucchiando quella faccia smunta e intrisa di fuliggine.

— Cattivaccio! — gli disse, poi — ne ho passato delle inquietudini!... se non era per Augusto che cercava distrarmi!... son finiti o no, questi affari benedetti? Io, poi, t'ho da raccontare tante cose....

— Ah, sì?

— Quel che è successo, in questi giorni!... figurati che, quando siamo arrivati a Bologna, ci hanno preso per marito e moglie....

— Ah, questa è graziosa tanto, — esclamò Mario, con un riso cadaverico.

 
 


Non si è mai abbastanza ignoranti.

Fra i cavalieri della corona d'Italia, Ignazio Cipicchia era il più infelice di tutti, a causa del suo matrimonio con Felicetta Cobianchi, per quanto lei, poveraccia, osservasse scrupolosamente i suoi doveri di donna, di cittadina, di sposa e di futura madre di famiglia.

Il cavaliere Ignazio Cipicchia, deponendo le sue sofferenze morali nel gilé d'un amico d'infanzia, gemeva con accento malinconico:

— Ho sposato un'oca, credi, una vera oca.... ma che dico? Le oche hanno un'intelligenza qualsiasi, hanno perfino un posto nella storia.... Felicetta, invece, non è nemmeno un'oca.... io non ho il diritto di classificare questa santa donna in nessuna specie del regno animale, nè tra i vertebrati, nè tra gl'invertebrati....

— Ma che fa, tutta la giornata, in casa? non fa niente? non sa far nulla?

— Al contrario: purtroppo, ella sa far tutto: dalle calze allo stufatino d'agnello, dai più ignobili lavori all'uncinetto fino ai senapismi.... ma ella non sa dire quattro parole sopra un argomento qualsiasi, che non abbia relazione colle faccende domestiche. Tutto ciò che eleva lo spirito, per lei non esiste affatto. Vuoi escire? (le ho detto ieri) andremo alla Società orchestrale. Sai che mi ha risposto? (contraffacendo la voce): “Grazie! preferisco restare a casa a far la pulizia delle camere”. Si direbbe, quasi, che lo scopo della sua esistenza, invece di uno scopo, non sia che una scopa....

— Ma, caro mio, dopo tutto, mi pare una buona moglie.

— Ecco, dove tu sbagli. Non è una moglie, quella è una serva, una serva eccellente, una serva inarrivabile, ma infine una serva. Credevo di sposare una signorina e invece ho sposato una cuoca. Invece di una luna, m'è toccata, amico mio, una frittata di miele. Io avrei voluto dare a Felicetta tutto il mio tesoro d'affetti; volevo aprirle il mio cuore, e invece lei non sa aprire che la credenza. In casa mia c'è una lindura, un ordine, atroci, detestabili. I pranzi sono regolati con una spaventosa regolarità. Alle otto di sera Felicetta sbadiglia: alle nove ha sonno: alle nove e un quarto dorme e russa. Ah, non ne posso più!

— Perchè non la porti a teatro?

— Ci ho pensato: ma s'addormenta lo stesso, alla metà del prim'atto. Non la posso neanche portare in società, perchè mi ci faccio rosso per lei. Figurati: non sa dire altro che come sta?... grazie, altrettanto.... Vedi? a certi momenti, preferirei quasi che non fosse tanto virtuosa, ma un po' meno bestia, perdinci!

Questo intimo sfogo del cavaliere Ignazio Cipicchia, basta a spiegare, se non a giustificare, l'entusiasmo con cui, una sera, in casa Menichelli, fece conoscenza con la signora Eleonora Barbetti, vedova del sempre compianto professore Lorenzo Barbetti, che in suo vivente stampò dottissimi opuscoli, non conosciuti, come al solito, che in Germania.

Dieci anni di convivenza matrimoniale erano stati sufficienti perchè la signora Eleonora si conformasse a quella misteriosa e comune legge psico-fisiologica, secondo la quale i coniugi finiscono a rassomigliarsi, così nel morale come nel fisico. La signora Eleonora, a trentaquattr'anni, riassumeva in sè la duplice personalità del professore Barbetti e di sua moglie: ella era come un'incarnazione buddistica del connubio Barbetti, col naso di Lorenzo, e la voce argentina di Eleonora, coi bei denti bianchi d'Eleonora e le citazioni classiche del professore defunto.

Appena avvenuta la presentazione nelle forme consuete, donna Eleonora soggiunse:

— Cipicchia!... lo scultore?

— Nossignora: lo scultore è mio cugino.

— Allora: avvocato?

— Neppure: io non fo niente.

— Niente? male. Schiller, il grande Schiller, dice: L'ozio non è che il disprezzo della vita.

Il cavalier Cipicchia rimase dolcemente atterrito, davanti a questo miracolo di donna, che gli esplodeva freddamente una massima di Schiller come se niente fosse, e pensò:

— Dio! che felicità passare la propria esistenza al fianco d'una signora, una vera signora, che ha il grande Schiller sulla punta delle dita! Felicetta al posto suo m'avrebbe detto: non fai niente? e perchè non mi gratti un po' di formaggio?

Istintivamente il cavalier Cipicchia sentì nel cuore un misto d'ammirazione e d'affetto per la vedova Barbetti, provò un senso acuto di rispetto e di desiderio per quella donna così colta, e fece di tutto, anche delle vigliaccherie, per discorrere tutta intera la serata con lei....

Ah, era proprio una donna che comandava l'ammirazione.

A ogni momento, citava Seneca, Pascal, Leibnizio, Larochefoucauld, Hegel, Rousseau, Schopenhauer....

Sì, o signori: persino Schopenhauer.

Tornando a casa, il cavalier Cipicchia, nello slacciarsi la cravatta, guardò la paffuta Felicetta, che russava a bocca aperta, e mormorò con accento di profonda commiserazione:

— Donna virtuosa ma inconsapevole, hai tu il più lontano sospetto che l'umanità abbia avuto un filosofo che si chiama Schopenhauer?... oh, anima confinata tra le matassine e la pignatta, tante cose non seppe Pico della Mirandola, quante tu ne ignori e ne ignorerai!

Poi, si coricò anche lui, dormì e sognò che la signora Barbetti gli traduceva e gli spiegava, una per una, le settantamila pelli di bue dello Zendavesta.

Per quindici giorni di seguito, il cavaliere Cipicchia fece una corte onesta sì, ma ostinata, implacabile, alla vedova Barbetti, che sera per sera lo seppelliva sotto cumuli enormi d'erudizione enciclopedica. A poco a poco, le relazioni divennero alquanto più intime, sebbene sempre nei limiti della convenienza, e per un momento parve che l'austera e dotta epidermide di donna Eleonora vibrasse di oscillazioni simpatiche all'avvicinarsi del cavalier Cipicchia. Occhiate languide, sorrisi, e piccole strette di mano s'intercalavano, per così dire, nel testo delle disquisizioni scientifiche o filosofiche di donna Eleonora: poichè Ignazio non era padrone di metter bocca sopra una cosa, o un coso, o un caso qualunque, che lei non avesse pronto il suo commento dottorale, d'un'erudizione inesorabile.

Più che una donna, era una cattedra.

La cosa, anzi, prese tal piede, che il cavalier Cipicchia, nelle espansioni versate nel solito gilé dell'amicizia, in capo a due settimane ebbe a dire:

— È un portento, quella donna!... non ho mai sentito nulla che.... anzi, se proprio l'ho a dire, è persino troppo.

— Davvero?

— Ah sì, troppo!

Il grido partiva dal cuore, e Ignazio Cipicchia aveva ragione: per quanto varia, l'erudizione di donna Eleonora diventava assolutamente asfissiante.

In una bella giornata di maggio, la signora Eleonora vedova Barbetti, piena di mellifluità sentimentale, invitò il cavaliere Cipicchia a un pranzetto intimo e idiliaco, in una modesta palazzina ch'ella aveva in affitto a Frascati.

Il cavaliere rimase quasi spaventato da questa audace partita di piacere silvestre, ma in fin de' conti pensò:

— Le mie intenzioni sono pure: non si tratta che d'un amore intellettuale: io sono un uomo serio: lei è una signora seria.... troppo seria.... troppo!

Così che, malgrado i perfidi lenocinii dell'ottobre e della campagna, il cavalier Cipicchia si recò a Frascati con la coscienza tranquilla e anche un pochino lusingato dal pensiero che forse un idilio platonico, sotto le olmate laziali, avrebbe finalmente elevato quelle due anime un tantino nell'azzurro, al disopra delle massime filosofiche e dell'archeologia scientifica.

Quel giorno, c'era un po' di Catullo, un po' di Orazio, nel cavalier Cipicchia.

Ma, tutto sommato, forse, un Orazio.... Fiacco.

Alle tre, giunse al villino Barbetti, con un caldo formidabile, sotto il sole scottante, che lo faceva andare in acqua dal sudore. Donna Eleonora, insieme con una sua cognatina, femmina magra, muta e insignificante, lo accolse con un sorriso quasi angelico e fece portare dei rinfreschi nel salotto, ch'era a pianterreno.

— Ah, qui si sta bene: — esclamò Ignazio, rifiatando e lasciandosi cadere sopra un sofà, — carino tanto, questo salotto! anche il pianoforte!

— Il pianoforte prima di tutto, poichè la musica è il più dolce nutrimento dello spirito. La religione deve più a Sant'Ambrogio per i canti sacri, che a San Paolo per le sue lettere. Il quartetto del monaco Ubaldo, nel decimo secolo, è un'armonia di paradiso....

Ignazio si sentì piccino piccino, davanti a una signora che osava rimontare al decimo secolo, e s'arrischiò a balbettare:

— Ah, è vero: la musica sacra: ho inteso, in San Pietro, la famosa messa di Palestrina....

— È bella sì, ma omai un po' volgaruccia. Ha sentito mai la messa che Guglielmo di Machault ha composto per la consacrazione di Carlo V?

— Io no.

— E io neppure: ma me la figuro. Mi parli dei canoni di Giovanni Tinctor, di Giacomo Hobrecht; mi parli dei mottetti del Deprés, stampati a Venezia 1502, coi tipi d'Ottavio Petrucci: mi parli....

Il cavalier Cipicchia non parlò dei mottetti, ma tentò abilmente sviare tanta onda musicale, guardando l'orologio a pendolo e dicendo:

— Perbacco! son già le tre e mezzo, non credevo: ma andrà bene quell'orologio lì?

— Si figuri! è nientemeno che un orologio di Wagner, del celebre Wagner, che non s'occupava che di grossa orologeria, ma poteva ben competere coi Lepaute, coi Bréguet, coi Romilly, coi Rivaz, coi Deturtre, eccetera, eccetera. Già, ho sempre avuto una passione per i buoni orologi, non m'è riuscito di trovarne uno lavorato da Galilei, ma mio nonno mi ha lasciato un orologio, fatto, nientemeno, da Huyghens.

— Huyghens! nientemeno.... — mormorò Ignazio, che sentiva questo nome per la prima volta.

— Già: l'inventore della molla a spirale. Ne parla l'Hugenil nell'Horologium oscillatorium, e anche il Thiout, nel suo Trattato d'orologeria....

— Ah, sì: è verissimo.

Ignazio altro non disse per paura di compromettersi, e donna Eleonora visto che la conversazione languiva, soggiunse:

— Qualche minuto ancora e andremo a tavola. Si sa: in campagna si pranza di buon'ora. Vuole, intanto, fare un giretto in giardino?

— Ma si figuri! con tutto il piacere.

E dato il braccio a donna Eleonora, il cavalier Cipicchia si trovò, da lei guidato, in un rettangolo di terreno, ornato di poche piante intisichite che facevano rabbia, ma per compenso dovette sorbire tutta una dissertazione sui giardini degli antichi greci e degli antichi romani, con l'inevitabile citazione dei giardini odoriferi d'Aristofane, e della lettera nella quale Plinio il giovane descrive la sua villa sulle pendici toscane. Tutto un corso completo di ars topiaria, con terribili divagazioni botaniche sulla famiglia delle piante dicotiledoni e monopetali, e una menzione speciale del ligustrum japonicum e della syringa vulgaris (fior di lilla) che fu introdotta in Europa verso la metà del settecento.

Ah, quella donna era pratica di tutto, anche della syringa vulgaris!

Come Dio volle, si diede in tavola: e Ignazio ebbe un po' di respiro fino al fritto. Ma una sua frase imprudente schiuse nel cervello di donna Eleonora il rubinetto dell'erudizione gastronomica, e non uno dei più valorosi mangioni, da Apicio a Brillat-Savarin, da Lucullo a Gioacchino Rossini, fu risparmiato allo sbalordito cavalier Cipicchia. Mancomale, verso le cinque venne il caffè.

— Delizioso! — egli disse, — mi ricorda il caffè veramente orientale che si beve al Florian di Venezia....

— Oh, può essere ben sicuro che le servo il frutto genuino della coffea arabica: per questo lato, sento d'essere orientale anch'io e professo una specie di culto per Soliman-Agà, che lo mise alla moda in Parigi nel 1669. Del resto, oltre a una buona bevanda, io sono convinta che il caffè è una vera medicina. Esso contiene dell'olio volatile, dell'acido gallico, del tannino.... No: io non posso adattarmi all'opinione di Hahnemann, che pretendeva scorgere a dirittura un veleno nel caffè! e lei?

— Anch'io sono d'un parere contrario a quello di Hahnemann! — soggiunse Ignazio; e si fermò, quasi per paura di essersi arrischiato fin troppo.

Bevuto il caffè e dopo un lungo ragionamento sull'uso dei liquori presso i diversi popoli d'Europa, donna Eleonora propose di giocare a tarocchi.

— È un gioco prediletto alle genti italiane, — continuò Eleonora rimescolando le carte, — e mi piace appunto per questo. Alcuni greci, esuli da Costantinopoli, presa poi da Maometto II, fecero conoscere le carte ai fiorentini e ai veneziani, e gli italiani introdussero il gioco in Francia nel 1370. Carlo VI faceva alluminare stupendi mazzi di tarocchi dal pittore Gringonneur....

La lezione fu lunga, poichè da Carlo VI si venne giù giù fino alla riforma tentata da David nel ciclo rivoluzionario, e intanto il cavalier Cipicchia, per dire la verità, sudava freddo. Quelle tre ore consecutive d'erudizione implacabile cominciavano a produrre una reazione completa nell'animo suo, e non fu senza un sospiro di sollievo che udì donna Eleonora a dire:

— Ah, ora facciamo l'ultimo giro, chè a momenti è l'ora del treno.

L'ultimo giro fu ancora funestato da qualche reminiscenza dei giochi fenicii e ateniesi; ma, finalmente il cavalier Cipicchia, gentilmente accompagnato dalla vedova Barbetti e dalla cognatina, si avviò alla stazione di Frascati e pregustò internamente la prossima ora della sua liberazione.

— Creda pure — diceva, col suo biglietto di prima classe nel nastrino del cappello — creda pure che in vita mia non ho mai passato una giornata più incantevole di questa.... Ah! ecco la campana, che annuncia la partenza del convoglio. Dunque, tante cose.... e grazie.... grazie!

— Vogliamo accompagnarla fino al vagone.

— Oh, non permetterò....

Ma non ci fu verso, e prima che Ignazio potesse salire in un ammezzato di prima classe, donna Eleonora esclamò:

— Pensare che la forza del vapore fu scoperta dal meccanico Antemio, nel sesto secolo (ne parla lo storico bisantino Agatias) e che non s'ebbe l'idea d'una locomotiva che sul finire del secolo nostro!...

E mentre il convoglio si metteva in moto, il cavalier Cipicchia udì ancora confusamente questi nomi lanciati nell'aria:

— Papin.... Watt.... Robinson.... Stephenson....

Giunto a casa sua, Ignazio trovò Felicetta in cucina, e profondamente commosso, l'abbracciò due o tre volte.

— Ti sei divertito? — le chiese lei, con la sua consueta espressione di stupido candore.

— Non tanto, e tu che hai fatto?

— Una quantità di cose. Vieni a vedere quante cipolle ho comprato, quasi per niente.

Il marito, trascinato da lei davanti a un centinaio di cipolle, si sentì venire le lagrime agli occhi: e, intenerito, la baciò sulla bocca dicendo:

— Tu almeno non mi dirai: la cipolla, presso gli antichi Egizii....

 
 


Il mistificatore.

Aveva un aspetto, per dir così, tondo, autorevole e venerando: Vestiva un po' all'antica, come conviene a un uomo che ha passato la cinquantina, ma non senza eleganza, sopratutto non senza un'estrema pulizia. I suoi alti solini inamidati, che quasi gli segavano il collo taurino, erano d'un candore così lustro che parevano di specchio. Estate e inverno, portava tuba e soprabito marron cupo: tuba grigia l'estate, di feltro nero l'inverno. Si scopettava gli abiti da sè, più volte il giorno, con una cura minuziosa addirittura incontentabile: il suo vestiario, più che per l'uso, si logorava a furia di scopetta. Non aveva che questa duplice manìa: scopettarsi gli abiti e mistificare la gente. I suoi calzoni, d'una tinta chiara e immacolata, lasciavano scorgere le calze di colore e facevano risaltare le scarpine di coppale, ornate di un largo cappio di seta nera. Sulla sottoveste brillava una catenina d'oro piccola e massiccia, da cui dondolava una quantità di gingilli. Sull'addome prominente gli ciondolava un pince-nez legato in oro, di forma quasi goldoniana. Egli, inoltre, portava sempre guanti scuri, in filo di Scozia, finissimi: poi, un bastoncino di canna d'India, con pomo liscio d'acciaio. Un aspetto, ripeto, autorevole tondo e venerando, tra il magistrato e il console d'una potenza europea, tra il ricco mercante di granaglie e il ricevitore delle gabelle, tra il banchiere ritirato dagli affari e il proprietario di vasti latifondi a mezzadria. Tale era, in pubblico, il signor Nicola Bonacci, che si godeva, in tranquillità solitaria, le sue rendite modeste sì, ma per lui più che sufficienti.

Faceva la vita del vecchio scapolo, con ambizioni molto limitate, ma in una continua e invidiabile serenità, contentandosi del sole e della pioggia e ringraziando vivamente l'Eterno tutte le volte che riesciva a mistificare il prossimo.

Per un pezzo, le sue persecuzioni furono dirette contro la categoria dei portinai.

Entrava nel portone dei palazzi più aristocratici e, con fisonomia sorridente, affabile, chiedeva al portinaio:

— Sta qua di casa il signor Geremia?

— Nossignore.

— Eppure!... non è questo il numero 43?

— Sissignore.

— Ma allora il signor Geremia sta proprio qua, al secondo piano!

— Le dico di no: al secondo piano, c'è il conte di Santafiora.

— Ma che conte di Santaflora! Vi dico che è Geremia. Non è un uomo sulla quarantina?

— Nossignore; avrà forse trentadue anni.

— Appunto come dicevo io: trentadue anni. Allora, caro mio, è proprio Geremia.

— Si figuri! sta qui da cinque anni.

— Cinque anni! non c'è più dubbio. Credete a me: egli è Geremia.... Figuratevi se non lo so!... l'ho visto uscire io di carcere cinque anni fa.

La faccia del portinaio.

— A ogni modo, — proseguiva il Bonacci, imperturbabile, — non vorrei fare equivoco. Informatevi un po' se sia veramente lui: Nicodemo Geremia, condannato a sei anni, per falso in atto pubblico.... Domani, ripasserò.

E usciva con passo veramente solenne.

Certe volte, per le strade più frequentate si avvicinava a un signore d'apparenza ingenua, gli faceva tanto di cappello e gli diceva con voce insinuante:

— Sarebbe tanto cortese da rendere un leggiero servizio a un galantuomo?... a me?

Il signore, davanti a un signore d'aspetto così rispettabile, s'affrettava a rispondere:

— Dica.... dica pure. Se è cosa ch'io possa fare!...

— S'imagini: è la cosa più semplice di questo mondo. Vede: ho due fratelli che stanno in quella casa là, al primo piano.... e indicava una casa qualunque, a preferenza un palazzo; poi soggiungeva: — In questo momento, avrei bisogno urgente di parlare a mio fratello minore: Peppino. Proprio urgenza, creda! Lei mi dirà: e perchè non sale da suo fratello? Il perchè è semplicissimo. Sono in lite con l'altro mio fratello: Gerolamo, e tutte le volte che mi vede cerca di far parole, mentre io aborro i litigi, soprattutto fra parenti....

— Niente di più lodevole, di più onesto!

— Grazie. Ora, capisce, non vorrei incontrarmi per nulla con Gerolamo; neppure vorrei ch'egli sapesse che cerco di Peppino. Lei, dunque, dovrebbe farmi un piacere. Io resto abbasso, sul portone; lei sale, bussa e domanda: C'è Peppino Bonaiuti?...

— Ho capito! lo fo chiamare e gli dico che lei è giù nel portone e che....

— Ma mi raccomando! lo chiami da parte e gli parli sottovoce, chè non senta il domestico; perchè la servitù è tutta per mio fratello Gerolamo e non vorrei... mi capisce?

— Ho capito, ho capito!

— Bravo! le sarò tanto riconoscente.... Si ricorda? Peppino....

— .... Bonaiuti! oh, non mi sbaglio.

L'individuo entrava nel portone e cominciava a salire le scale; allora Nicola Bonacci chiudeva con violenza il portone e s'appendeva all'anello gridando:

— Aiuto! aiuto!

Accorrevano due o tre persone e qualche vicino s'affacciava alla finestra.

— I ladri! un ladro! — gridava Nicola.

— Dove?

— Nelle scale.

— Bisogna chiamare le guardie!

— Chiamatele subito! oh, Dio, mi pare che dei ladri facciano forza dal di dentro per aprire....

I cittadini zelanti s'affrettavano a prestare man forte a Nicola e s'appendevano in cinque o sei all'anello, puntando i piedi contro lo scalino e gli stipiti.

— Tenete forte, — diceva lui, allora — chè io corro in questura.

E via, di galoppo, svoltava subito per un vicoletto e andava in altro punto della via per godersi la scenetta di lontano.

E la scenetta, come vi potete figurare, prendeva a poco a poco proporzioni fenomenali.

Tutta la casa era in trambusto, mentre il disgraziato bussava all'uscio d'un Peppino Bonaiuti imaginario. L'infelice, guardato con diffidenza, veniva licenziato bruscamente da un servo che gli sbatteva l'uscio in faccia. Allora, scendeva per uscire e trovava il portone chiuso; si metteva per aprire e non poteva, mentre voci irate dal di fuori strillavano:

— Forza! forza! che i ladri tentano di scappare!

Allora, giù per le scale una irruzione di servidorame armato d'arnesi domestici; indi il portone si spalanca.... entrano guardie cumulative, trovano un individuo in attitudine sospetta, il quale non può giustificare la sua presenza in quel portone e.... prima che si chiariscano bene le cose!...

Una domenica, d'accordo con un amico, Nicola va sul ponte di Carignano e, dopo avere tracciato, sui muriccioli, una quantità di segni cabalistici con un pezzo di gesso, svolge una lunga fettuccia rossa e corre lungo il ponte, verso Sarzano, mentre l'amico, con l'altro capo della fettuccia, corre verso la chiesa di Carignano. Intanto, i curiosi cominciano a fermarsi.

— Che sarà?

— Uhm!

Nicola si ferma a un certo punto — dal quale non si vedeva più il suo compagno, grazie alla linea spezzata del ponte — e comincia ad alzare la fettuccia rossa, abbassarla, tirarla, allentarla, facendo col gesso delle croci e dei numeri sulle selci e sul muro. Tosto, si forma intorno a lui una straordinaria agglomerazione di curiosi.

— Che faranno?

— E chi ci capisce?

— Che vogliano, rifare il ponte per diritto?

— Ah! è probabile.

Ma Nicola zitto; soltanto, a ogni po' dava strappate alla fettuccina con gesti di viva impazienza, borbottando:

— Ma che fa quell'altro? più su, più su!... non capisce niente!.... accid....

Poi, dà un'occhiata in giro, vede un signore attempato che guarda tutto quell'armeggìo a bocca aperta e gli dice:

— Mi farebbe il favore di tenere un minuto questa fettuccia? il mio compagno s'è sbagliato di posto e bisogna che vada io, se no!....

— Subito! ma si figuri! — e il signore attempato prende in mano la fettuccina, tutto orgoglioso di prendere parte a quella inesplicabile cerimonia dicendo:

— Devo tenerla alta o bassa?

— Alta! alta!

E Nicola attraversa rapidamente il ponte e scompare.

All'altro capo, l'amico aveva ripetuto la stessa identica scena con un altro signore, così che due ignoti, senza saper che facessero, restavano là, tra quei due circoli di curiosi e di sfaccendati: restavano là col braccio teso, reggendo quella fettuccina rossa, con una grande importanza....

Qualcuno chiedeva:

— Ma che fanno?

E loro, con supremazia e mistero:

— Son cose del governo!

Nicola, una sera, entra in uno di quei necessari e molto frequentati stabilimenti, ove c'è una serie di porticine come negli stabilimenti di bagni.

Nicola si pianta in mezzo della sala e con voce stentorea grida:

— In nome, della legge, fuori tutti!

Tosto s'ode un sordo rimescolìo dietro quelle porticine, si schiudono e appaiono dei visi pallidi, inquieti....

Nicola passa davanti a ogni porticina e guarda una per una quelle apparizioni spettrali, poi se ne va, dicendo con accento autorevolissimo:

— Va bene, va bene! possono continuare!

 
 


La Marchesina Soprani.
(RICORDI D'UN ARTISTA.)

.... Dunque, come dicevo, in quell'epoca ero già un imbecille, eppure non avevo che soli diciannove anni.

La mia faccia era una faccia come tante ce n'è: una faccia quasi senza connotati. Segni indelebili, nessuno; tranne il vaccino, la cresima e la patente d'asinità, debitamente autenticata, ogni tanto, dal mio principale.

Il quale poi, per la clemenza di Dio, fingeva di essere un buon pittore di soffitti, e non arrossiva di commettere certi affreschi che, in tempi di minor tirannide, gli avrebbero anche fruttato la galera.

Aveva assoldato due o tre imbrattamuri della mia forza e ci faceva sgobbare come tanti negri, vituperando la nobiltà del nostro ingegno con la miseria di tre lire al giorno.

Si dipingeva, allora, la palazzina del marchese Soprani. Voi la conoscete, nevvero?... Una palazzina di alabastro, in fondo a un prato, che mette voglia di ruzzolare sull'erba, fiancheggiata da boschetti di cedri, d'araucarie, di palmizi, d'acacie, di magnolie e di alberi del pepe, che, solo a guardarli, fanno sternutare ogni fedel cristiano.

Il principale m'aveva affidato un fregio, che ricorreva torno torno ai lacunari del saloncino. Dipingevo una collezione di puttini, così paffuti e rosei, che facevano rabbia.

Era la mia specialità, quella dei puttini, e il principale lo sapeva. Un amorino, condotto di mia mano, con rara diligenza, gli costava in media non più di settantacinque centesimi. Ci era anche uno sparagno, sulla dozzina. Eh, no!... non si potevano dir cari.

Il marchese Soprani veniva, di quando in quando, a dare un'occhiata ai lavori. Era un bel pezzo d'uomo alto e tarchiato, con due baffi grigi e monumentali, appuntati alla soldatesca, e che disgraziatamente avevano preceduto l'istituzione della guardia nazionale. Un vero peccato!

Del resto, il marchese era tagliato alla buona. Aveva modi affabili, non disgiunti dall'alterezza del gentiluomo e divideva onestamente il suo tabacco tra il naso e lo sparato della camicia. Non di rado, chiacchierava con noi altri, come un semplice mortale. Ma quel suo fare di uomo alla mano, m'ingrulliva del tutto, mi scompigliava idee, colori e pignattini.

Anche la signora marchesa faceva, bontà sua, qualche rara apparizione. Immaginatevi una signora più lunga del vero, gialla, stecchita, sotto un abito di raso nero, pieno di anfrattuosità e di singolari dimenticanze.

A mo' di compenso, erano frequenti le visite della marchesina. La marchesina! La marchesina!... un fiore di fanciulla, una figurina svelta e leggiadra, un profilo ideale, due occhi birboni. Due occhi grandi così.

Si chiamava.... oh, non lo crederete!... si chiamava Veronica.

La mamma, con pietosa finzione poetica, la chiamava abitualmente col vezzeggiativo di Nanola.

La marchesina aveva un difetto: non era bionda. Difetto complicato dalla circostanza aggravante che non era neanche bruna. In fatto di capelli, non per colpa sua, era così così. Ma quanto al resto!... fate un po' il piacere; vi dico che di quelle ragazze lì, con tutte le vostre esposizioni di Parigi, non se ne fanno più.

Come mai, da una ceppata così arrangolata come la marchesa, fosse sbucciato un pollone tanto gentile come Nanola, che non somigliava al babbo nè alla mamma, è uno di quei problemi di logismografia, che la religione ammira, ma non analizza. Io non son qui per calunniare!

La marchesina era un occhio di sole e questo è positivo.

Entrava nel saloncino, con tutta disinvoltura, andava alla finestra, guardava nel giardino, cinguettava qualche cosa, e poi si metteva a sedere, con seducente languore, sopra una poltroncina, fingendo dedicarsi a un lavoro all'uncinetto.

I miei puttini, frattanto, crescevano su proprio per amor di Dio, come vitelli allevati a minuzzoli di pane. Le mie facoltà intellettuali erano tutte assorte nella contemplazione della marchesina. Tanto è vero che il principale in breve si accorse che gli amorini venivano a costare due lire l'uno e perfino due lire e venticinque. Cosa naturalissima: l'amore in rialzo.

Il principale mi voleva un gran bene, ma ci teneva assai a non aumentare i prezzi di fabbrica. Messo in sull'avviso, mi sottopose a una muta sorveglianza, che in quei tempi non offendeva ancora la dignità di un libero cittadino. Ma l'occhio del padrone non ingrassò i miei puttini.

L'effetto del sotto in su è noto da secoli parecchi; ma non potete ideare l'effetto strano che produce una bella creatura, vista dal sopra in giù. La teoria degli scorci ha, sotto questo punto di vista, una grave lacuna.

E lei, la marchesina, s'era accorta della mia sordomuta ammirazione?

Bontà divina! chi è quella figlia d'Eva che non se ne avveda subito?

Le nostre occhiate s'incrociavano spesso, si chiappavano a volo, come i lepidotteri, e allora, mentre la marchesina abbassava le ciglia sul filondente, io, tutto rimminchionito, succhiavo il pennello, come si succhierebbe un bastoncino di cioccolatte.

E gli amorini salivano a lire 2,65 l'uno, come in tempi di assoluta carestia.

La sera d'un sabato, il principale, afflitto da un catarro che non mi prometteva niente di buono, mi diede la paga. Porgendomi le diciotto lire, che compendiavano i bisogni della vita, il brav'uomo mi disse con aria paterna:

— Caro mio, ce la dobbiamo discorrere un pochino.

Le mie gambe provarono un rilassamento molecolare, mentre il cuore si faceva piccino piccino.

— Che stupido! — fece il principale, con accento bonario, nello scorgere il mio imbarazzo. — Ma va via: non farmi quella faccia lì. O che c'è forse qualche cosa di male? sei o non sei un artista? che cosa diavolo sei? ma che ti pare che ci sia da vergognarsi? che razza di uomo! Ebbene, signor sì, tu ami la marchesina.

— Io?

— Sì, tu; o chi dunque? Io forse? Capisci bene che le son cose da non potersi nascondere. Gli è come una flussione di denti. Ho visto tutto, ho visto.

— Ma vi giuro.... parola d'onore....

— Ma che parola d'Egitto! Quando ti dico che ho visto! O vieni un po' qui e ragiona: che male c'è? L'artista, mio caro, può pretendere alla mano d'una regina. Michelangelo non ha forse sposato la principessa Buonarroti?

— Questo è vero! — risposi con maravigliosa sfrontatezza.

— O dunque?

— Ma io....

— Ma tu non sei che un ragazzo. Lascia fare a me. La marchesina è pazza per te!

— Oh questo poi!

— È pazza, ti dico. Capisco io il valore di certe occhiate. Lascia fare a me, ti ripeto. Sono intimo del marchese e se a te manca il coraggio, domanderò io la mano della marchesina.

— Ah questo no, principale, per amor di Dio!

— Va là! Dà retta a me; tu non t'impicciare di nulla. Parlerò io al marchese. Anzi, vedi, voglio andar subito da lui. Chi s'addormenta su certe cose, resta con un pugno di mosche. Il marchese lo conosco come il palmo della mano; oggi appunto è d'un umore eccellente.

— Sentite, principale! — gridai con voce straziante, afferrandolo per una manica; — oggi poi no!... davvero....

— Lasciami fare, lasciami fare. Sento che ho vocazione per queste cose. Tutto sta nel saper cogliere il momento, e il momento è questo. Tu resta qui, e a momenti sarai l'uomo più felice della terra! — e, così dicendo, liberatosi con una strappata, si slanciò nell'appartamento del marchese Soprani.

Dipingervi l'orgasmo dell'animo mio sarebbe cosa impossibile. Rimasi lì, come Tenete, senza conoscenza del mondo e delle sue pompe. Le visioni più bizzarre mi s'affollarono al cervello. Vedevo un centinaio di Veroniche, un centinaio di marchese, un centinaio di marchesi che ballavano la sarabanda, un'insalata di Nanole, una frittata di principali, e poi una folla di fantasmi neri che sembravano uscieri o mignatte, e pignattini colmi di marenghi, e sfingi alate che andavano a passeggio coll'ombrello sotto il braccio, e gentiluomini tutti coperti d'oro, e scope, e amorini, e pantofole ricamate, e lumini da notte, e chitarre che piangevano, e perfino una resta di cipolle che, senza dir nulla si trasformava in tanti abatini bigi, colla testa di malachite e le fibbie d'argento. Ero scemo.

L'aria si abbrunava, e a poco a poco mi trovai nella più fitta oscurità. Mi sembrò, in allora, d'essere morto di meningite e di sorridere al maestro Rossini, che mi chiedeva gentilmente il permesso di scrivermi una messa di requiem. A un tratto parve per la stanza un brulicame di domestici in livrea che portavano in giro, su vassoi d'argento, i miei amorini paffuti, con tanto d'etichetta sulla pancia, che diceva: Lire 50 l'uno.

Ripiombavo di poi nelle tenebre, e agli sprazzi d'un lucignolo fumoso, il fantasma di mia nonna (non mi vergogno a dirlo) mi correggeva dolcemente, come a quei tempi felici in cui la sede dell'intelligenza nei ragazzi era a un livello alquanto più basso del midollo spinale.

Come Dio volle, un uscio si schiuse e un fiotto di luce balenò nella stanza. Era lui; era il principale.

— Vieni! vieni! — mi bisbigliò con voce soffocata dall'emozione; — il marchese acconsente.... anzi, n'è felicissimo. Ma vieni, dunque! e mi prese per mano.