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Ciarle e macchiette

Chapter 21: Terzetto.
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About This Book

A collection of short comic sketches that lampoon social manners through a succession of concise scenes: domestic intrigues, awkward courtships, petty hypocrisies and moments of public alarm. Each piece centers on an absurd situation or a recognizable stock type, employing brisk exchanges, ironic reversals and exaggerated affectations to reveal vanity and self-deception. The tone moves between light farce and gentle mockery, alternating intimate salon episodes with public embarrassments, and the sequence prioritizes vivid character portraits and situational comedy over sustained narrative development.

Poi, Celeste si stancò di far la massaia: la cucina le sciupava le mani: Pasquale si rannuvolò: allora lei diventò fastidiosa, bisbetica, seccata e seccantissima.

— Non sono mica la vostra serva.

Maria, un'ignorantona di prima qualità, mandava tutto a male, colazione e pranzo: Pasquale si sentiva offeso nel cuore e sopratutto nello stomaco. Ma Celeste non si volle impicciare di nulla e chiamò la madre, donna arcigna e strillona, a dirigere Maria con annessi e connessi. Pasquale ne fu infelicissimo: quella suocera era insopportabile, un vero demonio.

Il povero Barbosio incontra un antico suo collega nella guardia nazionale.

— Sai! ho preso moglie.

— Anch'io; — dice Pasquale.

— Sei felice?

— Lo sarei, se non fosse per la suocera.... Una suocera impossibile.

— Tutti gli amici ammogliati si lagnano della suocera!

— Ciò prova....

— Prova che siete una massa d'imbecilli, che non sapete fare.

— E tu come hai fatto?

— Ah! io non ho voluto nessuna suocera.

— Ma che dici?

— Niente di più semplice: ho sposato un'orfana.

Dopo cinque mesi di matrimonio, Celeste, arcistufa di Pasquale, cercava distrazioni, frequentando assai la società e ricevendo in casa molti amici d'ambo i sessi. Il più assiduo era un cugino, Rodolfo Maggi, bel pezzo di giovanotto, con due baffi marziali e due occhi birboni. Cominciò a far visite un giorno sì e l'altro no: poi tutti i giorni; poi due volte al giorno.

Pasquale masticava in silenzio la sua gelosia e aumentava di premure intorno a Celeste, che non gli nascondeva una ripugnanza invincibile.

Quando usciva, le diceva:

— Me lo dai un bacio?

— Con quella barbaccia ispida? perchè non porti soltanto i baffi? guarda Rodolfo come sta meglio di te.

Pasquale, per istrada, pensa di fare un'improvvisata alla moglie; entra da un barbiere, e tagliata la barba, si fa appuntare i baffi, come quelli di Rodolfo, tal quale.

Torna a casa e suona.

Sua moglie gli corre incontro, gli butta le braccia al collo e lo copre di baci.

— Ah, dunque, ti piaccio di più, coi baffi.

— Dio mio! — esclama Celeste: — non t'avevo mica riconosciuto!

A lungo andare, Pasquale si persuase d'essere.... quello che gli amici avevano vaticinato; ma soffriva in silenzio, per non farsi canzonare e per paura di peggio.

Pure, non potè a meno di fare uno sfogo con un amico intimo, dicendogli:

— Ah, caro mio, sono molto malcontento di mia moglie!

— T'avrebbe fatto dei nuovi torti?

— Oh, no! non lo soffrirei: ma.... sono sempre gli stessi che si rinnovano.

Stanco delle amarezze continue, Pasquale stava lontano il più possibile dal domicilio coniugale e, per distrarsi, si era dato alla vita del circolo e del caffè, cercando le compagnie più scapigliate; ma invece di spassarsi, non faceva che litigi continui, poichè gli amici lo burlavano spietatamente sulle sue sventure coniugali; lui s'inquietava, voleva fare il rogantino, ingiuriava i canzonatori, e finiva sempre per pigliarsi qualche calcio e qualche schiaffo.

Celeste lo seppe e cominciò a fargli delle scene, rimproverandolo di buttar via quattrini e fare delle figuraccie.

Una sera, mogio mogio, Pasquale entra in casa.

— Dove sei stato tutto il santo giorno?

— Alla.... biblioteca.

La moglie, sospettosa, gira intorno a Pasquale e vede.... la forma d'una suola di stivale sulle falde del soprabito.

— Bugiardo! sei stato di nuovo a divertirti coi tuoi amici!

Dio fu misericordioso.

Visto Pasquale tra una suocera e una moglie di quel genere, gli mandò una buona flussione di petto che, in capo a pochi giorni, lo sbrigò.

Fece testamento e lasciò erede universale sua moglie, sotto condizione di rimaritarsi al più presto.

— Non voglio, — disse, — che continui a far chiasso col nome mio.

Eppure, la signora Celeste continuò e continua a chiamarsi Barbosio, poichè, passati appena quattro mesi, sposò il fratello di Pasquale, uomo fresco, robusto e piacevole.

Al banchetto di nozze, uno del testimoni vide appeso al muro un ritratto di Pasquale, buon'anima, ch'egli non aveva conosciuto e chiese alla sposa:

— È di qualche suo parente, quel ritratto?

— Sì — rispose Celeste, sospirando — è quello del.... mio povero cognato.

 
 


Cocò.

La duchessa non voleva confessare che moriva di noia e invece andava dicendo che aveva i suoi nervi, che so io!... l'emicrania.

Il duca, almeno, sdraiato in un cantone, con un giornale che gli copriva la faccia, si sfogava schiettamente in lunghi sbadigli, socchiudendo gli occhi.

Per essere alla fine d'agosto, era una giornataccia impossibile, con rovescioni di pioggia che facevan paura, accompagnati da un ventaccio uggioso, che non permetteva neppure di tener le finestre aperte.

Andare allo stabilimento dei bagni, manco a pensarci. Già: non c'era un'anima!

Inoltre, nulla da leggere, tranne due o tre giornali insipidi e infarciti di quei fatti diversi che poi son sempre gli stessi.

Oh, i nervi della duchessa!

Il duca non represse abbastanza un nuovo sbadiglio, che sonoramente echeggiò nel salone.

— Eh, finiscila un po'! — gridò la duchessa infastidita: — non sai far altro!

— E che ho da fare? — gemette il duca, dal fondo della sua poltrona.

— Potresti ben dire quattro parole, mi pare!

— Su che? non saprei.

— Su che, su che! si parla, ecco!

— Eh, non son mica il pappagallo della baronessa, io!

— Così tu lo fossi! è tanto carino!... Sa dire delle coserelle tanto graziose!

Nel suo impeto d'entusiasmo per il pappagallo, la duchessa appoggiò la mano sul campanello a scatto e comparve tosto il domestico.

— Giacomo, andate subito dalla baronessa Collis e pregatela di mandarmi, per un'oretta, il suo Cocò. Badate a portarlo con tutte le precauzioni possibili e presto: avete capito?

Giacomo s'inchinò e sparì, con la faccia non di chi abbia ricevuto un ordine, ma di un credente colpito dalla scomunica. Che idea! fargli fare un'ora di strada, nel fango, con quel tempaccio, per portare un pappagallo.

La baronessa oppose qualche difficoltà, ma Giacomo fu insistentissimo, per paura che la padrona lo avesse da rimandare una seconda volta: tanto che il povero Cocò fu messo nella gabbia, che venne coperta con un panno qualunque e legata con uno spago, attorno attorno.

— Ve lo raccomando! — gridò la baronessa con accento materno.

— Non dubiti!

Appena uscito dal villino, Giacomo sbatacchiò rabbiosamente la gabbia, come faceva Renzo co' suoi capponi; al punto che l'infelice Cocò, sparnazzando le ali, suppose fosse il finimondo e rimase in guardia e sopratutto in ascolto.

Tutte le volte che scivolava in una fangaia e metteva il piede entro le pozze d'acqua, Giacomo bestemmiava come un turco e mandava un sacco d'accidenti all'illustrissima signora duchessa, che per un uccellaccio d'inferno faceva infradiciare un cristiano a quel modo con un tempo simile.

Cocò ascoltava.

Giunto presso il palazzo, Giacomo fece sforzi enormi per cambiare la sua fisonomia scombuiata con quella impassibile e corretta di un servo fedele; si pulì ben bene gli stivali sullo stuoino, indi entrò solennemente nel salone dicendo:

— Signora duchessa, ecco il pappagallo.

Tosto ella fece uscire Cocò dalla sua prigione, accogliendolo con un mondo di carezze e di moinerie, che il pennuto accettava con un grave dimenare della sua testa intelligente e bonaria.

— Come sta la tua padrona, Cocò bello? dimmi qualche cosa, Cocò bello!

E Cocò dopo un momento di aspettativa e di silenzio:

— Son diventato peggio d'una pozzanghera, e tutto per quella vecchia strega di duchessa! accid....

— Ma che dici, Cocò?

E Cocò dopo una nuova pausa:

— Che il diavolo si porti via la duchessa col suo grugno tinto! Guarda mo' se c'è umanità a mandare un povero servitore per un pappagallo. E che ne fa del pappagallo quella brutta birbona? Non le basta quel cornutaccio di suo marito?

La duchessa, verdognola, sonando il campanello:

— Portate via Cocò!

 
 


Il signor Quiproquo.

La scena è allo stabilimento Pancaldi. A destra, caffè buffet, con tenda e tavolini di fuori. Sopra venti persone, in media due pigliano il caffè caldo; e gli altri.... pigliano il fresco. Una donnina dall'abito vistoso e dallo sguardo equivoco, mangia tutta sola a un tavolino separato, servita da quattro camerieri, che le dicono delle freddure prese a prestito dalle conversazioni dei giocatori di biliardo.

A sinistra: sala da ballo, con tre canottieri che dormono sopra i sofà. Nel centro il bureau per gli abbonamenti e la vendita dei biglietti, con diramazioni laterali di casotti di tela per i bagnanti.

Gruppi di signore qua e là, sopra sedie impagliate e spagliate, di costruzione solida, medievale, resistenti all'influenza corrosiva del mare.

Gruppi di silenziosi e accaniti divoratori di giornali. Gruppi di fumatori, dediti alla coltura dello sbadiglio. Sciami di bimbi e di bimbe, tutte creatura belle come tanti angioletti, creature sorridenti, deliziose, noiosissime, insopportabili. Esse non fanno che divertirsi nell'innocenza dei loro giocarelli, facendovi arrivare un pallone sul cappello, una trottola sopra uno stinco, un manico di pala sopra un gomito, una canna da pesca dentro un occhio. Tutto ciò con l'incoraggiamento dei padri che, segretamente, eccitano la tenera e inconscia prole contro la categoria degli scapoli. Atroce e scellerata, ma legittima vendetta!

Il cavaliere Ascanio Cacace, con le mani incrociate sull'osso sacro, passeggia pian piano, attraverso i crocchi, fumando una sigaretta high-life, e fermandosi, ogni tanto, per fare quattro ciarle con le sue nuove conoscenze.

Il cavaliere Cacace è un proprietario piacentino, futuro candidato alle elezioni generali, avendo egli il maggior titolo per aspirare alla candidatura: l'età prescritta dalla legge.

La sera avanti, un suo amico, che conosce tutti, lo ha presentato a una cinquantina di persone, tutte più o meno titolate, e il cavaliere Cacace, da venti ore, fa esercizi straordinari di Mnemotecnica, per non cascare in equivoci tra le sue nuove conoscenze.

Il cavaliere s'avvicina a un uomo grassoccio, gli stende la mano e gli dice:

— Ha fatto il suo bagno, barone?

— No, — risponde l'altro con una cert'aria di sorpresa.

— La baronessa è rimasta all'albergo?

— Scusi: quale baronessa?

— Sua moglie.

— Le dirò.... mia moglie fa la modista e io sono il segretario dello stabilimento.

Pardon! — balbetta il cavaliere Cacace e retrocede inorridito.

— Badi, — gli grida una signora piuttosto pingue e provocante.

Il cavaliere si ferma e si vede passare tra le gambe un birichino di quattro anni che insegue un cerchio di legno. Dal bambino il cavaliere crede riconoscere la mamma, si inchina con fare galante e le dice:

— Quanti ne ha, di questi angioletti? Come le somiglia!

La signora si fa rossa, volta la testa dalla parte opposta e si mette a ciarlare sottovoce con un'amica, con frequenti scoppi di risa.

Il cavaliere, per uscire d'impaccio:

— Come si chiama quel caro bambino?

— Le dirò: quel bambino non è mio.

— Oh! guarda un po'! mi pareva tutto suo figlio; si somigliano in un modo strano: già i bambini belli si somigliano tutti.

Le due signore ridono.

Un uomo barbuto, alzando gli occhi dal giornale, dice secco al cavaliere:

— Scusi, sa; ma mia sorella non è maritata e non ha figli.

Pardon! — borbotta il cavaliere, — è un equivoco: avevo preso la signorina per la contessa.... la contessa.... (grattandosi la fronte e afferrando il primo nome che si ricorda) la contessa Pampaloni.

Le signore, ridendo:

— Il figlio più piccino della contessa.... ha quarantadue anni.

Il cavaliere Cacace saluta e s'allontana.

— Questa volta poi non mi sbaglio! — esclama il cavaliere, scorgendo un giovanotto magro, con la caramella nell'occhio, una giacca di flanella bianca, e un piccolo panama inclinato sull'orecchio, — questo è il direttore del Maroso, quel mattacchione, che iersera mi ha detto tante freddure (correndogli incontro e stringendogli teneramente la mano): Come va, caro direttore?

— Vengo a prendere un bagno di mare, dopo averne preso uno di inchiostro, che io chiamo il mio bagno.... pennale.

— Ah! ah! graziosa, bellissima; quante ce ne ha? ma come fa? dove le va a scavare? Ho letto il suo foglio di stamattina: creda, è una bellezza. Ho visto con piacere che la faccenda d'Egitto sta per aggiustarsi. Purchè li lascino liberi di fare a modo loro! Ah, gli inglesi rendono grandi servigi alla società.

— Ma che dice? gl'inglesi non hanno fatto che atti di prepotenza, di barbarie....

— In realtà la penso anch'io così: ma che vuole? quel brigante d'Araby pascià.... fortuna che ora la Turchia lo dichiarerà ribelle; io lo manderei sulla forca.

— Chi? Araby? ma se è il Garibaldi dell'Egitto! se è il rivendicatore dei diritti di un popolo! un prode, un eroe!

— Difatti, ha i suoi lati buoni.... buonissimi!... C'è nessuna novità? nessun dispaccio?

— Ah! sì: c'è una grande novità: gli inglesi hanno operato uno sbarco sulle rive dei.... Balkani.

Il cavaliere, con accento profetico:

— Io l'avevo sempre detto che sarebbe finita così!

Il direttore del Maroso s'affretta a piantarlo, dicendo:

— Scusi, sono chiamato al telefono.

Il cavaliere dà un'occhiata in giro, poi s'avvicina a un signore calvo e panciuto, immerso nella lettura di un giornale. Il cavaliere siede accanto a lui e gli dice:

— Che cosa legge di bello?

— Leggo il Gaulois.

— È un foglio interessante: che ci ha di curioso?

— C'è il processo dell'attrice Minelli, contro il Damala, il marito di Sara Bernhardt.

— Un processo?

— Sicuro! La Minelli dice che ha dato spesso quattrini a Damala, che ha pagato conti del cappellaio, del sarto, del trattore, persino della lavandaia. Gli ha pagato anche il maestro di recitazione. Ora, poichè l'amante suo è marito di un'altra, vuole essere rimborsata e domanda 35 mila lire.

— Bella figura per il signor Damala. Già, questi greci....

— Che vorrebbe dire? — gli chiede il vecchio signore, con voce molto risentita. — Anch'io sono greco (scaldandosi) son di Corfù.

Il cavaliere, interdetto:

— Ma lei....

— Lei, che cosa?

— Lei è un greco.... antico.

— E lei mi pare uno sciocco moderno.

Voltate le spalle, il vecchio signore si risprofonda nella lettura del Gaulois.

Il cavaliere pensa un poco, fa una crollatina di spalle, s'alza e riaccende la sigaretta. Indi, con fare noiato, va a sedere a un tavolino del caffè, accavalla una gamba sull'altra, e domanda del cognac con ghiaccio.

Mentre aspetta, è colpito dalle maniere, assai disinvolte, della signora che pranza sola.

Il cameriere porta il cognac, e il cavaliere dice, strizzando l'occhio:

— Conosci quella signora?

— Sì, signore.

— Molto?

— Moltissimo.

— Senti: vai a dirle che sarei veramente felice di pagarle da pranzo e da cena.

— Ma lei è matto; per chi l'ha presa? quella signora è.... mia sorella.

Il cavaliere butta mezza lira sul vassoio e scappa.

Al cancello dello Stabilimento, un giovane serio, posato, d'aspetto signorile, ferma il cavaliere.

— Dove corre, con tanta furia?

— Mi lasci stare, oggi è la giornata delle disgrazie.

— Che le è successo?

— Un'infinità di equivoci. Non sono ancora pratico dei luoghi, nè della società, e mi ci confondo. Si figuri, che per la prima cosa ho scambiato una bella e graziosa signora, per quella vecchia mummia, che è la contessa Pampaloni....

— Mia madre!

 
 


Il deputato in vacanza
(Sfogo intimo epistolare).

Urbicaro, 26 marzo 19....

 

Felicetta mia cara!

Ieri, due lettere. Questa mattina tre dispacci per domandarmi una risposta. Grazie di tanta premura; grazie di tanto affetto. Ma io ti consiglio, come marito, e come padre (forse) di famiglia, di restringere la tua espansività nei limiti dei francobolli postali. Quando l'affezione di una moglie degenera in dispaccio, la moglie stessa diventa molto cara, e ogni semplice espressione acquista un valore effettivo e decimale, che potrebbe turbare l'economia domestica. Rifletti, mia cara, che una frase abituale come questa: io ti voglio tanto e tanto bene, costa non meno di una lira. Un amore ardente come il tuo, lasciamelo dire, consumerebbe tesori. Noi non siamo abbastanza milionari.

Vedi: nel caso che tu mi voglia assolutamente telegrafare che mi vuoi bene, potresti usare il nome d'un illustre capitano di guerra: Bentivoglio. Questo nome storico non costa che un soldo e pure, in grazia sua, mi comunicheresti tanto amore per novanta e più centesimi.

I tuoi rimproveri per il mio silenzio, — cara Felicetta, — sono lusinghieri per me, non dico di no, ma sento di non meritarli.

Non ho scritto perchè non ho avuto, credi, un minuto di tempo. Davvero, sai!

Per darti un'idea della vita che fo, ecco in qual modo ho impiegato la mia giornata:

Ore 4 antimeridiane. — Vengo svegliato dalla serva delle Tre corone, la quale mi dice che sono atteso nel cortile dal sindaco di Gallossio. Bestemmio Gallossio e le sue tremilaquattrocento anime (sono tutti animali a Gallossio), mi vesto in fretta e scendo stropicciandomi gli occhi. Fo un sacco di gentilezze al signor sindaco, omaccione il quale puzza di stalla che appesta. Egli mi dice essere necessario che vada a far colazione dall'arciprete di Gallossio, che dispone di 300 voti.

Partenza per Gallossio. C'è un'ora di salita in montagna; strada comunale obbligatoria e infame, che percorriamo dentro un omnibus tutto sgangherato, che con le sue scosse mi fa galleggiare lo stomaco. Il sindaco di Gallossio mi parla di focatico, di sovrimposta e mi sputa in faccia. A momenti lo strozzo. Siamo alle prime case del comune, e una salva di quaranta mortaretti spaventa i cavalli. Non è per paura, ma preferisco andare a piedi. L'arciprete ci aspetta sulla piazza, in mezzo a uno sciame di monelli cenciosi e di consiglieri comunali, che paiono assassini di strada. Distribuisco un centinaio di strette di mano con sorrisi analoghi. L'arciprete mi fa visitare la parrocchia e pretende che sia una costruzione del 1200. Finalmente si va in tavola. Mi fanno mangiare sei piatti, uno più osceno dell'altro. L'arciprete mi costringe a bere otto qualità di vino fabbricato da lui, credo, nel mortaio. Dico, per pura cortesia, che il vino è squisito, e lo scellerato s'affretta a propinarmene una seconda dose.

Poi faccio un brindisi-discorso-politico-religioso e comunale, nel quale cito persino la fede tradizionale degli avi nostri. L'arciprete che ha strabevuto, vuole baciarmi a ogni costo. Lo dispenserei tanto volentieri perchè c'è non poco tabacco nella sua tenerezza.

Mi portano a vedere le scuole comunali, dove fo un discorso sopra questo tema: La battaglia di Waterloo fu vinta sulle panche delle scuole. Prometto una croce di cavaliere al segretario comunale, perchè tutti i miei competitori hanno fatto altrettanto. L'omnibus, guidato dal vetturino briaco, mi porta a Urbicaro.

Ore 10 antimeridiane. — Mentre mi cambio la camicia, ricevo una deputazione di becchini municipali. Essi deplorano la povertà della mercede, e la scarsità di lavoro. Prometto di far aumentare e l'una e l'altro.

Arriva il direttore della Pulce, brutto stortaccio maligno, che viene a collocare due azioni del suo giornale che non esce mai.

Sono atteso al Comitato di sorveglianza elettorale dove si pretende ch'io deva esporre le mie idee.

Perdo mezz'ora per aspettare il barbiere. Il quale, finalmente, arriva senza ch'io gli possa fare il più piccolo rimprovero. Egli è vice-presidente della Società di mutuo soccorso e membro del Sottocomitato per l'educazione del popolo. Si vede che ce l'ha data tutta al popolo perchè lui non ce ne ha più.

Ore 11 antimeridiane. — Eccomi davanti al Comitato di sorveglianza elettorale, in mezzo a quattro idioti che compongono il banco della presidenza. Fumano e ciarlano tutti con un baccano da stordire. Il segretario, con vocina da contralto, legge il verbale della seduta precedente. Indi il presidente dice: Ho l'onore di presentare a quest'assemblea il commendator Gian Maria Cortopassi, nostro deputato, la quale sta per dirci come intende propugnare i vostri principî che vi raccomando il silenzio, per cui signor commendatore tocca a lei.

Per la decimaquinta volta espongo le mie idee, che, non fo per dire, sono sempre le stesse, meno qualcuna che, a furia d'esporre, non ricordo più.

Una bestia d'elettore m'interrompe sul meglio, per domandarmi quali sono le mie idee intorno ai centesimi addizionali. Io, che non ho mai avuto la più piccola idea in proposito, rispondo con la massima sfrontatezza: Le mie idee? le mie idee.... sono le vostre. L'assemblea, per la prima volta da che parlo, applaude freneticamente.

Profitto di questo effimero entusiasmo per così conchiudere il mio discorso: Salute a te, o generosa e vetusta città di Urbicaro; culla di tanti splendidi ingegni! S'io non ebbi la fortuna d'aprire gli occhi alla luce nelle tue storiche mura, almeno mi sia concesso l'onore di respirare fra i tuoi gloriosi ricordi, e di chiamare i patriottici urbicarini col dolce nome di fratelli. L'uditorio si mette a ridere. Che il mio grande elettore mi abbia ingannato? Che questi cretini abbiano dello spirito? Mi sento depresso.

Ora 1 pomeridiana. — Sono costretto a fare una seconda colazione, in casa del dottor cavaliere Mignattelli, che mi legge un suo trattato botanico sulle Orchidee.

Sono obbligato a fare la corte alla moglie, che è brutta e civetta e, nel tempo stesso, a nascondere le mie finte premure perchè lui è più geloso d'un turco. Non ho mai sofferto tanto, nemmeno al fianco dell'arciprete di Gallossio. La moglie del dottore non parla che delle pietanze, dicendo che è stata lei, personalmente, davanti i fornelli tutta la mattina. Il marito resta ferocemente in mezzo alle Orchidee.

Un nipote del dottore, alle frutta, legge alcuni distici latini dedicati a me. Sono condannato a lasciar credere che io conosco il latino. Il dottore è incantato di questa mia erudizione e non mi parla più che in latino, per cui sono ridotto a rispondere con monosillabi gutturali che non hanno niente di umano.

Ore 2 pomeridiane. — Il dottore mi parla in greco antico e in greco moderno. Che i miei nemici politici lo abbiano pagato per farmi impazzire?

Ore 3 pomeridiane. — Nella sala dei Reduci dalle patrie battaglie. Un guercio, ma glorioso avanzo di Bezzecca, mi domanda: E quante campagne ha lei? Arrossisco alquanto e rispondo: Due. Dovrei soggiungere che sono coperto d'ipoteche. Ancora un discorso su questo tema: Le tradizioni della rivoluzione italiana. In qual pelago mi sono mai cacciato!

Ore 4 pomeridiane. — Sono ancora al 1848.

Ore 5 pomeridiane. — Parlo della convenzione di settembre.

Ore 6 pomeridiane. — Entro per Porta Pia e riesco a consolidare l'edificio nazionale.

Ore 7 pomeridiane. — Banchetto amichevole in casa del presidente della Società filarmonica. Ha invitato lui, ma pago io. La roba esce dalle cucine delle Tre corone. Ogni piatto è più cattivo dell'altro. I convitati bisbigliano. Il presidente della Filarmonica si mangia i baffi e mi dà occhiate di traverso. Ogni tanto mi dice con accento canzonatorio: Perdoni, sa; capisco che, in casa sua, si mangerà molto meglio; ma io tratto gli amici alla buona. Il vino è acido, il manzo è scotto. Il pranzo è una birbonata. Il cuoco delle Tre corone mi fa perdere, almeno, cento voti.

Arrischio un discorso su questa massima politica: I popoli hanno il governo che si meritano. Riflessioni d'un elettore, a chiara e intelligibile voce: Questo pranzo, perdio, non ce l'avevamo meritato.

Ore 9 pomeridiane. — Concerto vocale e istrumentale presso la direttrice degli Asili Infantili. Tre Caste dive; un Eri tu che macchiavi; due Vieni meco; quattro Vorrei morir.... Eh, se non dipendesse che da me! Dio del cielo, ancora una Casta diva. Eppure non siamo mica nelle scuole.... normali!

Ore 11 pomeridiane. — Ritorno all'Albergo, tra due fiaccole e quaranta birbaccioni che non conosco. Fo dar da bere a tutti. Arriva un concertino di quattro strumenti a fiato e suona: Sento una forza indomita. Ricevo una deputazione di falegnami, ai quali prometto un cantiere. Essi continuano a esporre i loro lamenti. Ne prometto due. Ancora! Se mi lasciassero andare a letto, ne prometterei tre.

Mezzanotte. — Eccomi solo. La natura ha orrore del vôto. Provo, credimi, lo stesso orrore per i votanti.

Vorrei essere elettore a mia volta per vendicarmi su qualche candidato. Domani mattina, alle 6 e un quarto, devo partire per la frazione di Cinquecelle. Due ore sopra il somaro! e tu mi fai, per lettera e per dispaccio, delle scene di gelosia.... Ma dove, dove ho io, dunque, il tempo necessario per tradirti? Ho giurato d'esserti fedele fino alla morte e manterrò la fede giurata. Non dubitare: conosco bene la differenza che passa tra la fede matrimoniale e la fede politica.

Del resto, tu sai bene che sono costante anche in politica. Quando m'hai accordato la tua destra, io sono passato a sinistra, e sono oramai cinque mesi e mezzo che professo le medesime opinioni. E credi, è la professione più faticosa di tutte.

Il tuo
Gian Maria.

 
 


Terzetto.

Pioveva. E quando dico pioveva, intendo significare che pioveva da sette giorni e sette notti. Nel circondario di M.... non piove mai meno di venti giorni. È una delle consuetudini più inveterate della città di M...., città che fu fondata forse dagli etruschi.

Pioveva. Un tempaccio cane, che avrebbe messo l'uggia in corpo a un pagliericcio elastico. I nervi dei cittadini di M.... erano tesi a un modo, che Paganini avrebbe potuto eseguire una variazione sugli stinchi dell'ultimo tra i conservatori d'ipoteche.

Non erano che le sei di sera, ma per le vie non c'era anima viva, tranne i bruciatai, che, immobili e fuligginosi, sotto sdruscite tettoie di tela quasi incerata, abbellivano le cantonate delle piazze e delle vie. La città di M.... ha dei bruciatai come le prime capitali d'Europa.

Tre persone stavano raccolte nello studio del pittore Raffaello Marchetti.

Lui, Marchetti, quasi giovane e quasi biondo; pieno d'ingegno, di speranze, di zii facoltosi: romantico a tavola; seguace del realismo davanti al cavalletto; fortunato con tutte le donne più geroglifiche del mandamento; senza condanne criminali sulla coscienza; senza debiti cancrenosi, e sopratutto nemico irreconciliabile dei solini finti. Quando vi dico.... un pittore fenomenale!

Il secondo, era l'avvocato Ludovico Bianchini: nome conosciutissimo nel foro; nome che ha sempre fatto una magnifica figura in tutti i processi celebri e in tutte le cambiali protestate. Trent'anni d'età, trenta denti in bocca, trenta capelli sul cranio. Non uno di più. Le sue difese, a effetto negativo, avevano il nobile scopo di liberare la società dai malviventi. Le sue tasche erano piene di paradossi, con i quali dava, di quando in quando, qualche acconto filosofico ai creditori impazienti. Professava per l'amicizia e per i sigari degli amici un culto speciale.

Vi presento il mio terzo, come nelle sciarade: il signor Aristide Moreni, uomo spregiudicato, possessore di calli e di latifondi, elettore, libertino, giurato, tormentatore di pianoforti, freddurista, libero pensatore. Un uomo insopportabile, dilettante di fotografia. Ogni negativa di più rappresentava un amico di meno; tra lui e i suoi conoscenti c'era un abisso di nitrato, un torrente d'odio e di collodio.

Perchè mai la divina provvidenza aveva riunito, nello studio Marchetti, quei tre esseri di un temperamento e, sto per dire, d'un sesso così diverso? Mistero.

Questo è positivo: che pioveva, che avevano pranzato assai bene tutti e tre e che ora fumavano un sigaro, sorbendo, negli intermezzi, il migliore tra i succedanei della cicoria: il caffè.

Un'allegra fiammata crepitava nel caminetto.

Raffaello, sdraiato sopra un mobile ermafrodita, tra l'ottomana e il sofà, incrociò una gamba sull'altra, sospirò, col mignolo scosse la cenere del sigaro, socchiuse gli occhi, fece fremere, sotto un soffio sarcastico, la membrana pituitaria, e cincischiò tra i denti:

— C'è una cosa stupida molto: la pioggia. C'è qualche cosa di più stupido ancora: l'inventore della pioggia. Non potete figurarvi, neanche per sogno, che cosa mi faccia perdere questa giornataccia d'inferno!

— La pioggia e le pandette sono pur troppo necessarie all'umanità! — esclamò Bianchini, con accento cretino e sentenzioso.

— Io non capisco le pandette; — arrischiò Moreni; — preferirei le pan....scritte, sopratutto il pan....forte, magari il pan-slavismo. L'umidità è un controsenso; essa è seccante!

Marchetti tollerò il bisticcio, con la rassegnazione d'un martire cristiano. Raccolto in sè stesso, aspirò parecchie boccate di fumo, indi riprese:

— Ragazzi miei, se sapeste!

— L'uomo che non sa, è felice.

— Oh, tu.... sei felicissimo!

— T'inganni: pur troppo ho studiato: ho studiato al punto che arrivo a distinguere uno stivalino di donna da un principio di diritto costituzionale.

— Uno stivalino!

— Andiamo, Raffaello; — saltò su a dire il Moreni; — cava fuori il tuo mistero e vediamo, se ci riesce, di cacciar la noia.

— La noia è un elemento sociale.... Vuoi forse ch'io ti fumi un sigaro?

— Fai pure. Davvero, c'è qualche cosa di misterioso in ciò che mi succede. Ve lo racconto, a patto che non mi prendiate in giro.

— Ti pare!

— E che non lo ridiciate a nessuno.

— Neanche in tutta confidenza?

— Meno che mai. Ascoltate. Due mesi addietro....

— Una storia troppo vecchia.

— Non tanto come i tuoi epigrammi. Dicevo dunque che due mesi fa, una bella sera, mi trovavo al teatro.

— Ho già capito. C'era lei, nel suo palco; tu l'hai magnetizzata col binocolo; ella t'ha sorriso; vi siete visti fuori....

— Hai capito un corno, abbi pazienza.

— Lascialo dire.

— Ero dunque al teatro. Si rappresentava non importa che; non l'ho mai saputo. Ero distrattissimo. Due giorni prima l'avevo rotta con Delia e capirete bene!... avevo ben altro per la testa che lo spettacolo. M'annoiavo, da uomo educato, pisolando a occhi aperti. Fantasticavo. M'ero sdraiato per bene nello scanno. Avevo meco il mio fido bastone che, in mancanza di figli, sarà il sostegno della mia vecchiaia. Reggevo il capo colla destra, mentre il bastone mi faceva da gruccia sotto l'ascella. A un tratto, sento che un corpo duro, ma delicato come un tentacolo, aveva urtato l'estremità inferiore del bastone della mia vecchiaia. Era la punta d'uno stivalino. Su questo, non c'era dubbio di sorta. Do una sbirciata con la coda dell'occhio, e di stivalini ne scorgo due. Uno maschio, l'altro femmina. L'amor proprio m'induce ad attribuire allo stivalino femmina quell'atto confidenziale. Facendo finta di nulla, proseguo a sbirciare lo stivalino sospetto. A un tratto, lo vedo fremere, arcuarsi, agitare impercettibilmente la punta e vibrare un secondo colpetto nervoso contro il sostegno dei miei giorni cadenti. “Sarà un caso!” suggerì la mia innata modestia. “È un caso pensato”, bisbigliò il mio amor proprio. Attesi un altro minuto. Nuovi fremiti, nuova agitazione, nuovo colpetto. Non c'era più dubbio; quelle gentili pedate per di dietro erano al mio indirizzo. Mi venivano rispettosamente comunicate, in via gerarchica, pel tramite del bastone della mia vecchiaia. Esaminai con maggiore diligenza lo stivalino. Era uno stivalino aristocratico dal tacco alto, provocante. Un tacco che meritava un blasone. Lo stivaletto disegnava, come un guanto, un piedino irrequieto, capriccioso. Non era cinese, che Dio ce ne guardi. Io esecro i piedi cinesi. Era un piedino italiano, elegante, nervoso, pieno di reticenze, di sottintesi. Mentre lo stavo esaminando, quel piccolo e interessante personaggio si avvicinò, facendo sembiante di nulla, al mio bastone, e vi s'appoggiò, con delicata pressione, colla squisita disinvoltura d'una marchesa che metta il braccio sotto quello del cavaliere in una festa da ballo. Era un piedino sapiente; ve lo dico io.

— Ti consiglio di scorciare con garbo questo tuo lirismo pedestre.

— Sta zitto! In quel piede c'era tutto un poema. Una corrente di fluido magnetico percorse il bastone e mi serpeggiò per le vene, sottile, sottile....

— Come un bicchierino di cognac.

— Che bestia! Scusa, sai! Quel piede mi faceva provare sensazioni strane, voluttuose. Gli accordi dei violini mi giungevano agli orecchi come un debole, indistinto ronzìo. Il mio spirito vagava Dio sa dove. In quel momento dovevo avere (metterei la mano sul fuoco!) una faccia da idiota. La punta del piedino continuava a vellicare, a stuzzicare il bastone, conduttore del fluido. Quella era la musica!... A un tratto l'altra, la musica apocrifa, assurda, si arrestò bruscamente. Mi scossi di soprassalto. L'atto dell'opera era finito. Il piedino aveva operato una ritirata precipitosa. L'incantesimo era rotto, il fluido non correva più.

— Fatalità!

— Allora soltanto mi balenò l'idea di guardare in faccia la proprietaria legittima di quella pila voltaica, di quella bottiglia di Leyda.

— M'aspetto la catastrofe. Era una vecchia?

— Ma che! era una giovane.

— Brutta?

— Bellissima!

— Un angelo?

— Forse.

— Colle ali.... ai piedi! — e Moreni rise da solo come tre stupidi insieme.

— Era una donnina sui trent'anni, dalla carnagione perlata, dagli occhi profondi, fantasiosi, dai capelli neri che ombreggiavano la fronte con una cascatella di riccioli....

— Fa il piacere, di' ch'era una bella donna e che la sia finita.

— Bella donna, non basta. Voglio farvi capire ch'ella era affascinante a dirittura. Un bocchino, disegnato da Greuze, abbozzava sorrisetti indefinibili pieni di malizia e d'ingenuità. Una vita da vespa, da stringerla così: in una mano. E guanti a dieci bottoni, notate bene, guanti a dieci bottoni!

— I bottoni, — borbottò Aristide, — sono una prova apodittica dell'esistenza dell'anima.

— I nostri sguardi s'incrociarono.... Vi risparmio il resto. Finito lo spettacolo, m'avviai per uscire. Ella mi stava dietro.... sentivo il suo alito profumato.... sentivo il suo sguardo; proprio così. Ritengo che il miglior modo di seguire una persona sia quello di precederla. Non si dà nell'occhio. Giunto nell'atrio, diedi una sbirciata indietro. Ella era scomparsa; era sgusciata non so dove. Figuratevi la mia disperazione!

— Ce la figuriamo; tira via.

— Passarono tre giorni.

— Tre anni?

— Tre secoli! Finalmente, un giorno, mentre passeggiavo per i giardini pubblici, m'imbattei nella bella sconosciuta. Era lontana venti passi da me. Ne avevo subito riconosciuto il piedino, quel piedino che m'era rimasto fotografato sul cuore.

— Oh, decadenza della fotografia!

— Anche lei m'aveva ravvisato, e mi guardava di traverso; mi faceva l'occhio di triglia, sorridendomi, al di sopra della spalla. E sempre con quel sorriso....

— Già ce l'hai dipinto; vai pure avanti.