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Conversazioni critiche

Chapter 25: IV.
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About This Book

A series of critical essays that examine classical and Italian letters, balancing praise for ancient achievements with scrutiny of later centuries. The author disputes blanket condemnations of Roman and Renaissance culture, traces continuities and ruptures in literary tradition, and critiques contemporary methods of teaching language and history. Through polemical responses to other commentators and close readings of major works, the essays reassess authors and genres across time, defend artistic and civic contributions, and consider how literary form and style reflect broader social and political developments.

È delle solite allegorie del vecchio fondo dei poemi d'amore del secolo XIV e dei romanzi della Scudèry del XVII passate nel linguaggio poetico dell'Arcadia.

Dove il mar bagna e circonda
Cipro cara a Citerea,
Lungo il margin della sponda
Bella nave io star vedea.

Cosí il Frugoni, e altrove ripigliava invitando:

La bella nave é pronta;
Ecco le sponde e il lido
Dove nocchier Cupido,
Belle v'invita al mar...

Al mare, ei grida, al mare,
Belle che mi seguite:
Meco a imparar venite
L'arte che detta Amor.[53]

Nei versi del Parini stan male quei mirti teneri, per un difetto anche piú grave di quello che tutti sentiranno nella ripetizione del suono dentale: ed è, che l'aggiunta di teneri, conveniente al termine reale morale (amore) dell'allegoria, non si affà, anzi ripugna, al termine figurato sensibile (mirti). E un cotal poco strascicate nel manierismo anacreontico appaiono anche le strofe seguenti, ove con elle è una peregrinità pesante, ed è lungo Or di cantar dilettami Tra' miei giocondi amici; ma non mancano i versi belli, che lascerò ammirare ai lettori, contentandomi io a fare la parte dell'avvocato del diavolo.

Volgan le spalle candide
Volgano a me le belle:
Ogni piacer con elle
28Non se ne parte al fin.

A Bacco, all'Amicizia
Sacro i venturi giorni.
Cadano i mirti, e s'orni
32D'ellera il misto crin.

Che fai su questa cetera,
Corda che amor sonasti?
Male al tenor contrasti
36Del novo mio piacer.

Or di cantar dilettami
Tra' miei giocondi amici,
Augúri a lor felici
Versando dal bicchier

Tutto lirico e veramente di getto il momento ultimo.

Fugge la instabil Venere
Con la stagion de' fiori:
Ma tu Lieo ristori
44Quando il dicembre uscì.

Amor con l'età fervida
Convien che si dilegue;
Ma l'amistà ne segue
48Fino a l'estremo dí.

Il poeta aveva da principio scritto, Ma tu Lieo dimori Quando il dicembre uscí; e il dimorar di Lieo rispondeva meglio, a dir vero, al fuggire di Venere, ma troppo era freddo; anzi, col quando e il dicembre parevan tutt'insieme battere i denti.

Le belle, ch'or s'involano
Schife da noi lontano,
Verranci allor pian piano
52Lor brindisi ad offrir.

E noi, compagni amabili,
Che far con esse allora?
Seco un bicchiere ancora
56Bevere, e poi morir.

Bevere e poi morir!

E dire che il pensiero della morte, assiduo o imminente ospite tra i diletti che infioran la vita, e il pensiero del distacco inevitabile imperioso repente dalle piacevoli contingenze del mondo, ha un contorno piú vivo, un'espressione piú mesta, un compianto dalle profondità del senso umano piú vero, nella poesia d'Orazio, che non in questa di questo prete cristiano e poeta civile! «Qui dove il pino dalla larga chioma e il bianco pioppo maritano con gli associati rami l'ombra ospitale, e l'acqua del rivo affrettasi in fuga pe'l sinuoso letto mormomorando; qui fa recare vini e profumi e i fiori ahi troppo brevi dell'amena rosa, mentre la fortuna e l'età e gli stami delle fatali sorelle il concedono. Ti bisognerà lasciare i grandi parchi e la casa e la villa bagnata dalla bionda corrente del Tevere; e un erede s'impadronirà delle ammontate dovizie» ....«Addio terreni e casa, addio moglie piacente! Di questi alberi che tu coltivi, soli gli odiosi cipressi seguiranno il lor signore d'un giorno»[54]. E che versi quelli di Orazio!

Quo pinus ingens albaque populus
Umbram hospitalem consociare amant
Ramis, quo et obliquo laborat
Lympha fugax trepidare rivo,

Huc vina et unguenta et nimium breves
Flores amoenae ferre iube rosae...

E come al confronto il classicismo del secolo passato è liso e frusto, o, meglio casca a pezzi fracidi quasi carta a fiorami muffita per umido!

Bevere e poi morir!

L'abbiamo dunque còlto l'abate Parini nel momento di fare o dire, senza di certo accorgersene, senza rendersene conto, egli, l'autore del Giorno e delle Odi civili, il credo, l'atto di fede, il testamento di quella società leggera, frivola, egoista, corrotta, della quale egli si vantò e fu vantato il piú nobile inimico, e fu certo de' piú operosi guastatori. Il prete ambrosiano, quegli che nel capitolo al canonico Agudio, troppo ammirato come documento di povertà degna, confessava, Limosina di mésse Dio sa quando Ne toccherò, trovò dunque pe' contemporanei e lasciò ai posteri nel Brindisi la vera e genuina espressione dell'epicureismo galante di quella società che ebbe per legittimo re Luigi xv e per vangelo il suo Après moi le deluge, di quella generazione cui le ruine della Rivoluzione ferirono impavida, minuettante e versante champagne alle impudiche sue donne. Pochi mesi dopo scritta quest'ode, l'anno 1779, Giuseppe ii, occupando la Boemia e pigliando guerra col vecchio Federico, e non piú celando gli intenti di arrotondare i dominii italiani a spese de' vicini, anche del papa, e di riformare a dispotica unità gli stati di oltr'alpe, mandava i primi lampi dell'irrequieto ingegno, che fiutó, quasi volendo farla cesarea, la rivoluzione; Luigi xvi sottoscriveva il trattato d'alleanza offensiva e difensiva coi cittadini degli Stati Uniti d'America, e pochi mesi prima il marchese di La Fayette era passato al soccorso di quei repubblicani non senza fornimenti d'armi e d'artiglierie dal re di Francia.

Morire. Di certo fra tredici anni, sotto la scure umanamente riformata dal dottor Guillotin filantropo, dame, cavalieri, filosofi, poeti, tutto ciò che adesso brilla e balla e beve e canta ed ama. E per ciò, in capo a trent'anni da cotesta ode, l'addio alla gioventú e all'amore prenderà ben altre intonazioni nel romanticismo conseguente agli strazi della Rivoluzione e alle disillusioni della Ristorazione. Fino Vincenzo Monti apre il secolo decimonono con un presentimento della crescente tristezza:

Fior di mia gioventute,
Tu se' morto, né magico
Carme, ahi, piú ti ravviva, o fior gentile[55].

E la intensità della tristezza ingrandiva piú sempre fino all'irrigidimento della disperazione nella poesia leopardiana del male e del dolore.

Dal Brindisi al Tramonto della luna, qual passo! Si sente bene che in questo mezzo tutta insieme una società è crollata. Non però che la nuova generazione romantica e leopardiana sia piú nel vero moralmente che i vecchi epicurei del secolo passato. Non è mica una gran trovata che la fine alle altre età della vita è la sepoltura. Sta a vedere se, passata la gioventú, non sia piú virile e piú umano affrontare le dure pugne del reale per l'ideale, anzi che passarsela a frignare sulla caduta del fior degli anni e degli ameni inganni, quasi che l'anima umana sia uno stupido uccello che per cantare abbia bisogno d'inghebbiar nebbia e libar, come dicono, la rugiada dai fiori. Questo non per il Leopardi—intendon bene i discreti—il quale fu un gran poeta grandemente infermo; ma per i leopardiani. Che se ve ne sono ancora degli intignati che si ritingano nei colori di moda, bisognerebbe rincorrerli a scapaccioni fino alla porta d'una pia casa di lavoro.

Ma torniamo al secolo decimottavo, fuori per altro d'Italia.

Il Voltaire, a quarantasette anni, nelle stesse condizioni d'animo e di pensiero che il Parini, scrisse le stanze alla signora Du Châtelet, delle piú ammirabili fra le mirabili pièces fugitives di quel vivissimo ingegno a cui la Musa negando l'os magna sonaturum concesse il tenuem spiritum come a pochissimi de' suoi piú favoriti. Quelle stanze, nella prima parte, se non fosse certa pesantezza qua e là di forme stilistiche proprie del secolo e anche certa prosaicità della lingua francese, sarebbero del piú puro Orazio: nella seconda parte son tutte francesi, cioè hanno una cotal punta di quella maniera che non manca quasi mai alla poesia ed anche alla prosa francese, ma è una maniera cosí graziosa, e la graziosità è cosí tenera e delicata, che, senza piú, incanta, pure sforzando a sospirare.

Si vous voulez que j'aime encore,
Rendez-moi l'âge des amours;
Au crépuscule de mes jours
Rejoignez, s'il se peut, l'aurore.

La mossa è anche qui oraziana,

Quod si me noles usquam discedere, reddes
Forte latus, nigros angusta fronte capillos,
Reddes dulce loqui, reddes ridere decorum et
Inter vina fugam Cinarae moerere protervae.[56]

(Che se non vuoi che io mi stacchi mai da te, rendimi il fianco gagliardo, i capelli che ombreggino neri la fronte, rendimi il dolce favellare e il rider grazioso e il sapermi lamentar tra i bicchieri della fuga di Cinara capricciosa).

Ma la plasticità romana di Orazio è, e doveva essere, smorzata e smussata nella causerie dello spirito francese.

Des beaux lieux où le dieu du vin
Avec l'Amour tient son empire,
Le Temps, qui me prend par la main,
M'avertit que je me retire.

De son inflexible rigueur
Tirons au moins quelque avantage:
Qui n'a pas l'esprit de son âge,
De son âge a tout le malheur.

Laissons à la belle jeunesse
Ses folâtres emportemens.
Nous ne vivons que deux moments:
Qu'il en soit un pour la sagesse.

Quoi! pour toujours vous me fuyez.
Tendresse, illusion, folie,
Dons du ciel qui me consoliez
Des amertumes de la vie!

On meurt deux fois, je le vois bien:
Cesser d'aimer et d'être aimable,
C'est une mort insupportable;
Cesser de vivre, ce n'est rien.

Certi pesanti illustratori delle poesie leggiere di Voltaire, il Rivarol li paragonava ai commessi di dogana che marchiano co' loro piombi i veli d'Italia: sarà dunque meglio passare senza commenti alla seconda parte, che è anche piú bella, a parer mio, della prima.

Ainsi je déplorais la perte
Des erreurs de mes premiers ans;
Et mon âme, aux désirs ouverte,
Regrettait ses égarements.

Du ciel alors daignant descendre,
L'Amitié vint à mon secours:
Elle était peut-être aussi tendre,
Mais moins vive que les Amours.

Touché de sa beauté nouvelle,
Et de sa lumière éclairé,
Je la suivis; mais je pleurai
De ne pouvoir plus suivre qu'elle.[57]

La signora di Staël nell'Allemagna volle contrapporre per certo modo alle stanze del Voltaire Gl'Ideali di Federico Schiller, non tanto insistendo su 'l paragone, quanto rilevando i modi di sentire e fare del poeta tedesco e le proprietà di quel, per cosí dire, romanticismo classico e filosofico, che s'intendeva dedurre dagli esempi di lui e d'altri grandi coetanei. «Nel poeta francese—scrive la Staël—è la espressione d'un amabile rammarico del venir meno i piaceri dell'amore e le gioie della vita: il poeta tedesco piange la perdita dell'entusiasmo e dell'innocente purezza dei pensieri della gioventú, e pur si lusinga di ancora abbellire con la poesia e col pensiero il declinare degli anni. Le stanze dello Schiller non hanno la facile e brillante chiarezza d'un ingegno agile e aperto a tutti; ma vi si può attingere di quelle consolazioni che operano intimamente su l'anima. I più profondi pensieri Federico Schiller presenta vestiti sempre di nobili imagini: egli parla all'uomo come proprio la natura, perché la natura è insieme pensiero e poesia. Per dipingerci la idea del tempo ella ci fa scorrere dinanzi gli occhi le onde d'un fiume che pure non resta mai; e perché la eterna sua giovinezza faccia a noi pensare la nostra esistenza passeggera, ella si veste di fiori che han da perire, ella fa nell'autunno cadere dagli alberi le foglie che primavera vide in tutto il loro splendore. La poesia deve essere lo specchio terrestre della divinità e riflettere con i colori con i suoni e i ritmi tutte le bellezze dell'universo.»[58]

Che che sia da pensare di questo misticismo filosofico o di questo panteismo poetico, e lasciando stare la questione s'ei possa divenir mai fondamento saldo della critica e della estetica o condizione unica dell'arte, certo è che esso esulta potente nella poesia in generale dello Schiller e che Gli Ideali particolarmente, composti nell'estate del 1796, sono una poesia, anche nella significazione individuale, molto nobile. Fu da più d'uno fatta italiana, e con armoniosa larghezza da Andrea Maffei; ma, se ai lettori non spiaccia, io terrei a rappresentare in nuda prosa la potenza, non forse senza difetti, della composizione tedesca.

Tu vuoi dunque partirti, infedele, da me con le tue leggiadre fantasie? tu vuoi con le tue pene, con le gioie, con tutto, inesorabile, fuggire? Nulla dunque può indugiarti fuggente, o età dell'oro della mia vita? In vano! le tue onde si affrettano giú al mare dell'eternità.

Sono spenti gli allegri soli che rischiararono il sentiero della mia gioventú; svaniti gli ideali che un tempo mi facevano sobbalzare il cuore inebriato; è sparita la dolce fede in esseri che i miei sogni aveano partoriti: preda alla rozza realità ciò che un tempo fu cosí bello, cosí divino.

Come un giorno Pigmalione abbracciò con súpplici desidèri la pietra fin che il sentimento traboccò nelle fredde guance del marmo infiammando; cosí io con giovanile talento avvolsi le braccia dell'amor mio intorno alla natura fin che ella cominciò a respirare, a riscaldarsi sul mio petto di poeta,

e fin che partecipando il mio ardore ella già muta trovò pur la favella e inteso il bàttito del cuor mio mi rese il bacio d'amore: allora visse a me l'albero, visse la rosa; a me cantò l'argentea cascata del fonte; sin la cosa inanimata senti l'eco della mia vita.

Un movente universo premeva con impulso onnipossente l'angusto mio petto, per prorompere nella vita, in parola e opera, in imagine e suono. Come grande era in formazione cotesto mondo fin che il bocciuolo lo avvolse! come poco fu allo sbocciare, come picciolo e scarso!

Come slanciavasi alato d'audacia, beato nella illusione del suo sogno, da niuna cura ancora imbrigliato, lo spirito giovanile spinto nella via della vita! Sino alle più pallide stelle del lontano etere lo inalzava il volo dei propositi: nulla era sí alto e nulla sí lontano che l'ale no 'l vi portassero.

E come di leggeri portato! Che v'era di troppo difficile per lui felice? Come danzava avanti al carro della vita l'aerea compagnia! l'Amore con la sua dolce mercede, la fortuna con la sua corona d'oro, con la sua corona di stelle la Gloria, la Verità nello splendore del sole!

Ma ahimè! io non sono anche a mezzo del cammino, e le scorte già si perderono; rivolsero indietro i passi, e l'un dopo l'altra sparirono. Leggera su' piedi volò via la Fortuna, la sete del sapere restò insaziata, il fosco nuvolato del dubbio si distese su la imagine solare della Verità.

Io vidi le sante corone della Gloria sconsacrate su fronti volgari. Troppo presto, ahimè!, dopo breve primavera s'involò il bel tempo d'amore. E sempre piú silenzioso e sempre più deserto tutto facevasi intorno per l'aspro sentiero: a pena che la speranza gittasse ancora un pallido raggio su la tenebra del cammino.

Di tutta la numerosa compagnia chi mi sta ancora amorevole appresso? Chi mi sta ancora consolatore al fianco, e mi seguirà fino alla cupa dimora? Tu, che sani tutte ferite, leggera tenera mano dell'amicizia, che amorosa partecipi i pesi della vita, tu che io di buon ora cercai e trovai.

E tu, o studio, che volentieri a lei ti mariti, e scongiuri, come essa, le tempeste del cuore: tu che non ti stanchi mai, che lento costruisci, ma non mai distruggi, che per l'edifizio della eternità rechi un grano di sabbia dopo l'altro, ma cancelli dal gran conto del tempo minuti, ore, anni.[59]

Un letterato lombardo, oggi dimenticato, che nel 1832 pubblicò un saggio di poesie alemanne tradotte, e fra queste Gli Ideali in ottava rima, fece delle stanze del Voltaire, dell'ode del Parini e dell'elegia dello Schiller un raffronto che si può non senza piacere rileggere anche oggi: «Le stanze di Voltaire tengono come il dimezzo fra quelle di Schiller e di Parini. Tempera Voltaire la libera popolarità di Parini e la severa filosofia di Schiller con la eleganza e con la grazia dei modi francesi e con lo spirito amabile di quella nazione; corregge la gioia quasi clamorosa del primo e la malinconia un po' cupa del secondo con una tinta di malinconia piú delicata e col tócco magico del sentimento. La poesia di Parini è un vero brindisi, sgombra dall'animo ogni cura e ci ispira tripudio. Quella di Voltaire ci scende dolcemente fino al cuore, c'invita all'abbandono, ad andare vagando dietro ai nostri pensieri, e ci lascia come in una cara estasi di malinconia soave. Effetto è questo veramente strano, se si pensa che parte da quell'arguto cinico di Voltaire. Le strofe di Schiller ci concentrano in noi stessi, ci fanno fissare la mente in pensamenti profondi, dai quali scaturisce una consolazione severa sí ma solida, senza illusione, appoggiata alla realtà. E degno è poi di osservazione che Voltaire e Parini sembrano avere dettate le poesie loro in una età piú tosto avanzata, Schiller dettava la sua tanto severa nella ancor fresca età di 36 anni, e sembrava presagire che altri soli dieci glie ne rimanevano di vita»[60].

Conchiudendo per conto mio: le due poesie del Voltaire e del Parini non hanno, specie la seconda, oltre l'artistico, un valore umano: quella dello Schiller sí. Lette le due prime, voi potete, riportandovi in voi, dire—Io non farò mai di cosí bei versi:—letta la terza, voi potete pensare—Questo è un alto documento della dignità e serietà della vita, che posso anche io seguire.

Se non che sarebbe questo un troppo pretendere da versi come quelli del Parini, che sono bensí un addio alla gioventú e all'amore, ma anche un brindisi. E come tale l'ode del Parini vuole anche esser considerata da parte e per un altro lato nella produzione lirica italiana.

L'Italia, Oenotria, la terra del vino, non ha la poesia del vino; come fervida voluttuosa serena l'ebbe la Grecia, come giocondamente borghese la Francia, come fantasticamente cordiale la Germania. Il popolo italiano, oltre che di natura è piú generalmente sobrio che non paia (ne chiedo perdono ai bolognesi e ai milanesi che oggi trionfano del Santo Natale), ama anche di star su le sue, su le grazie, su le gale; non ama abbandonarsi neanche in poesia, perché in vino veritas. Il popolo italiano oggigiorno fa e ode, quanti niun altro popolo mai, brindisi-discorsi, politici, scientifici, artistici, economici, industriali; e com'è naturalmente ed utilmente scettico, cosí egli sa bene che tutta quella chiacchiera, novantanove su cento, è per darsi la polvere negli occhi gli uni agli altri, per adularsi in faccia gli uni gli altri e farsi poi lo sgambetto, per imbrogliarsi gli uni gli altri; ed egli, artista consumato in machiavellismo, si gode alle sottigliezze con le quali e fra le quali svolgesi o avvolgesi l'imbroglio, e giudica da maestro i colpi dei toreadores della menzogna; gode, e giudica, superiormente, come Nicolò Machiavelli descriveva i modi tenuti dal duca Valentino per ammazzare Vitellozzo Vitelli e compagni. Ma il popolo italiano, né anche fra i tanti sonetti e capitoli e ballate e frottole su' beoni, dei secoli piú originali, non ha un vero canto popolare convivale o bacchico, vero, espansivo, cordiale.

Nel secolo del Parini chi ne diè qualche saggio, imitando non male la galante spigliatezza delle chansons à boire francesi, fu il Rolli, nato, per vero, di padre borgognone. Anche nelle sue canzonette, come nelle francesi, e piú che negli scolii greci, il vino s'accorda all'amore e la nota epicurea prevale.

Beviam, o Dori, godiam, ché il giorno
Presto è al ritorno, presto al partir:
Di giovinezza godiamo il fiore,
Sian l'ultim'ore tarde a venir...

Versa, Fiammetta, vezzosa figlia,
Quella bottiglia di vin clarè:
Duchi e regnanti or non vogl'io,
Ma sol, ben mio, brindisi a te....

Oh come, o bella, l'ardor dei vini
Piú corallini tuoi labbri fa!
Bacco vi stilla soave umore
Di un tal sapore che Amor non ha...

Altri versi del Rolli mostrano qual canzonier popolare sarebbe egli riuscito in tempi migliori: di rado, salvo forse in qualche aria del Metastasio, la facilità scorrente e sonora dei settenari ebbe una intonazione corale piena e colorita come in queste strofe qui:

Compagni, Amor lasciate:
Sofferto io l'ho abbastanza:
È pien di stravaganza
E di difficoltà.

Troppo il suo ben si stenta;
E quando poi s'ottiene,
In un momento viene
E in un momento va.

In buona compagnia
Un fiasco di sciampagna,
Che i labbri e il cor vi bagna
Col vivo suo liquor,

Smorzata pria la fiamma
D'ogni penoso affetto,
Pone la gioia in petto
E l'allegria nel cor.

Individuale in vece, ma di movimento lirico piú intimo, e spumanti come il buon vino, queste altre:

Un vaso cristallin
Ripieno di buon vin,
Numi immortali!,

È don celeste in ver,
Se apporta col piacer
L'oblio dei mali.

Nel compiacermi in te
Son come il tuo gran re,
Vin di Borgogna.

Ripien del tuo vigor
D'aver quant'ama il cor
La notte sogna.

Oh come è bel mirar
La spuma che in versar
Gorgoglia fuora,

E in un istante ancor
Lo spirto del liquor
Che la divora![61]

Ma chi volesse vedere un saggio o un cenno o un esempio del come sarebbe riuscita la canzone convivale nel vero sentimento popolare italiano, gli bisognerà ricorrere a un marchese erudito, a un marchese tragico, a un marchese che sapeva di latino, di greco, di ebraico, di tedesco, e volea sapere, credo, anche di etrusco, al marchese Scipione Maffei. Il quale del resto da giovane fu anche soldato, e nel 1704 prese parte alla battaglia di Donawerth sotto un suo fratello generale al servizio della Baviera e autore di Memorie che nessuno più legge e che sono tutt'altro che spregevoli. Nella sua vita militare l'autore della Merope e della Verona illustrata scrisse canzonette da tavola adattate a certe arie. Eccone una:

Amici, amici, è in tavola;
Lasciate tante chiacchiere;
Tutti i pensier se 'n vadano,
Se 'n vadan via di qua.
Che il cielo sia sereno,
Che sia di nubi pieno.
Buon tempo qui sarà.

Quand'io mi trovo a tavola,
Non cedo al re del Messico,
Né mai pensier di debiti
Allor mi viene in cor.
Segghiamo allegramente,
Godiam tranquillamente,
Ci pensi il creditor.

Ch'arrabbin questi economi
C'han sempre il viso torbido!
Per gli anni c'hanno a nascere
Tesoro io non farò.
Ch'io serbi per dimani?
Follia! che san gl'insani
Diman s'io vi sarò!

Ma se a noi fan rimprovero
Che siamo a mangiar dediti.
Non mangiam senza bevere,
Ché non è sanità.
Qua coppe, qua bicchieri,
Vin bianchi, vini neri:
Quest'è felicità.

Un tempo era il mio genio
Languir per un bel ciglio:
Error degli anni teneri,
Pazzia di gioventú!
Quant'è miglior diletto!
Versar dentro il suo petto
Due fiaschi e forse più.

L'amore ci fa piangere
E 'l vino ci fa ridere:
Cui piace Amor lo séguiti.
Ché il vino io seguirò.
La dama, con sua pace,
Allora sol mi piace.
Che brindisi le fo[62].

Non in tutto eguale. Ma Plauto l'avrebbe scritta cosí, e cosí l'avrebbero scritta i ballatisti del Quattrocento, del secolo in cui l'arte, come espressione del popolo italiano, fu piú sincera, piú rilevata, piú, direi anche, originale, sí nella scultura e nella pittura, sí nella poesia.

Per trovare in questo genere qualche cosa di piú fine che non la canzone da tavola del Maffei, di piú vario che non le canzonette del Rolli, di piú nuovo che non il Brindisi del Parini, bisogna pur troppo tornare indietro, molto indietro; ricorrere a quell'artefice superiore che seppe albergare sí buon sangue greco nella polpa romana, ad Orazio.

Era fra il 725 e il 730 di Roma; quando, chiuso Giano, dedicato il tempio di Apolline Palatino ed il Pantheon, la terra pacata lasciava al felice Ottaviano, quasi cacce a divertirsi dalle cure della repubblica, le sole guerre con i Cantabri ed i Salassi, e permetteva alla poesia imperiale et iuvenum curas et libera vina referre. Orazio, poeta di moda, frequentava ancora e celebrava i lieti banchetti. In alcuno dei quali una volta, avendo i commensali alzato un po' il gomito e troppo dimesticamente essendosi affrontati con certo vecchio e burbero falerno, dalle grida e dagli schiamazzi eran venuti alle mani fra loro su per i lettucci del triclinio; e gli scifi (chiamateli, se volete, còppe) cominciavano a volare fra le teste in vano ghirlandate di mite apio. In tale frangente, Orazio, il solo forse della compagnia rimasto padrone di sé, come piú anziano, si rizza su la sponda del suo letto, e, arbitro del bere, col braccio teso, ammonisce i baccanti.

—Farsi arma degli scifi nati al servigio dell'allegria, è da Traci: via il barbaro costume, e lungi dalle sanguinose risse Bacco che n'è rosso di vergogna. Oh immane contrasto la nuda scimitarra fra il vino e le lucerne! Quetate l'empio schiamazzo, o compagni, e rimanetevi col gomito appoggiato ai cuscini.

I rissanti invece di calmarsi si accordano contro il pacificatore.—Ah sí? Ma tu non hai bevuto. Un'anfora di falerno per il predicatore.—L'affare si parava male. Ma Orazio aveva lí accanto un greco, famoso delle glorie della sorella, un biondino sentimentale, un Cupieno perseguitatore delle bianche stole ma che poi si contentava anche delle serve (Xanthia foceese?), e pensò a divergere su lui l'attenzione e l'assalto e ad estinguere cosí nelle risa gli elementi della rissa. Séguito traducendo:

—Volete che anch'io prenda la mia parte di questo brusco falerno? Bene! Il fratello di Megilla d'Opunte dica onde partí lo strale la cui ferita lo fa morire di felicità. Esita? Non beverò ad altra condizione. Qualunque sia la bellezza a cui Venere ti sottomise, la tua non è certo fiamma da vergognare: tu pecchi sempre di nobili amori. Or via, che che tu abbia, deponi il secreto in questo orecchio fedele.

Difficile trasportar in altra lingua, sia pur l'italiana, la suprema squisita eleganza d'ogni parola, e della collocazione e della disposizione e dell'atteggiamento delle formole, onde nel latino risalta a ogni tratto la finissima corbellatura della allungata lusingheria. È impossibile, parmi, supporre in questi versi un'imitazione al solito dal greco. La subitaneità e la vivace verità dell'apparente disordine mostrano, parmi, che è il caso di un allegro episodio, d'una scena animata, còlta lí per lí e tradotta in una breve odicina, ammirabile per movimento drammatico. C'è,—per vero,—un frammento d'Anacreonte, ove si riscontra l'accenno agli Sciti, ma (vediamolo in una recente e accurata traduzione)

Via, non piú di questa guisa
con fracasso ed ululato
a la scitica maniera
non si bea, ma centellando
fra soavi inni d'amore[63]

è tutt'altro. Anacreonte placa i suoi bevitori col canto; Orazio li richiama dal tumulto con lo scherzo.

Ricevuto nell'orecchio il segreto del giovane vagheggino, il poeta si mette le mani ne' capelli, e raccogliendo con un tono d'enfasi comica l'attenzione alla sua pietà su quella vittima d'amore, prorompe:

—Oh sciagurato, in quale Caribdi ti travagli, ben degno di fiamma migliore! Quale strega, qual mago ti potrà con tutti i tessali incanti liberare? qual dio? Bellerofonte a pena sul Pègaso varrebbe a strapparti dai lacci di questa triforme chimera.[64]

Il poeta ha ottenuto l'effetto che voleva. I compagni rasserenano l'ebrietà sfogandola in un turbine di risa e di motti che avvolge il biondino, la famosa Megilla e la non meno famosa fiamma novella. E Orazio può riadagiarsi sul lettuccio meditando lentamente una strofe alcaica ad amici piú degni, a Postumo o a Dellio.

E poi si vuol asserir tutto ai moderni il vanto di aver drammatizzato la lirica!


IV.

L'IMPOSTURA.

Questa, secondo la notizia lasciatane dal Gambarelli nell'edizione che diè delle Odi nel 91, fu «recitata in una pubblica adunanza dei Trasformati circa un trent'anni fa[65]»: dunque nel 1761, tre anni dopo la Vita rustica e due avanti la pubblicazione del Mattino. Il poeta a trentadue anni era in succhio. Si sente al vigore onde tócca certi tasti che non aveano ancor risonato o non risonavano piú da un pezzo nella lirica italiana, all'arditezza onde cerca la nota stridente, al coraggio onde presenta l'antagonismo della sua personalità, all'ardenza saputa trasfondere nel metro, che solo si raffredda per poco qua e là nei passaggi.

L'ottonario è de' versi piú antichi e piú veramente popolari della poesia romanza. Nella lingua provenzale, nella francese, nella spagnola, con maggior varietà e libertà di accenti e di cesure, serví meglio al racconto eroico, e diè, ammirabili frammenti di epopea cantata, i romanzi di Bernardo del Carpio, dei Sette infanti di Lara, di don Beltrano, del Cid: in Spagna serví anche al dialogo drammatico. In Italia da principio fu adoperato a qualche sbozzo di canzone epica; ma piú si allargò per tutti i primi tre secoli, nelle ballate, nelle laude, nei canti carnescialeschi, poesia lirica e narrativa, famigliare e comica. Meno pregiato nel classico Cinquecento, rifiorí, col fiorire della nuova musica, nei cori e nelle liriche del Rinuccini e del Chiabrera, nelle melodie del Caccini. Circa il 1740, quando il Vinci il Pergolese il Jomella musicavano i melodrammi del Metastasio, il Quadrio scriveva: «L'ottonario è divenuto a' nostri giorni celebratissimo; e fra i versi di sillabe pari, per la sua sonorità e numero, si può dire che sia il piú degno e però il piú frequente presso gli autori.»[66]

Oltre che rimato a coppie, nella qual forma serví specialmente alla narrazione e alle epistole o in generale agli scherzi famigliari e galanti (il Parini l'adoperò cosí nell'Indifferenza[67], il Frugoni poi ne abusò in cento o duecento argomenti), fu intrecciato in strofe di varia struttura. Col Seicento, direi, incomincia la strofe di quattro versi baritoni (piani) a rima alternata; e fu molto felicemente, per l'effetto musicale, introdotta nei cori dell'Euridice dal Rinuccini:

Cruda morte, ahi pur potesti
Oscurar sí dolci lampi.
Sospirate, aure celesti;
Lagrimate, o selve, o campi...

Fiammeggiar di negre ciglia
Ch'ogni stella oscuri in prova,
Chioma d'òr, guancia vermiglia,
Contr'a morte ohimè che giova?

L'Appennin nevoso il tergo
Spira gel che l'onde affrena,
Lieto foco in chiuso albergo
Dolce april per noi rimena.

Quand'a' rai del sol cocente
Par che il ciel s'infiammi e'l mondo,
Fresco rio d'onde lucenti
Torna il dí lieto e giocondo.

Ben nocchier costante e forte
Sa schermir marino sdegno...
Ahi fuggir colpo di morte
Già non val mortal ingegno.[68]

E fu popolare nelle canzoni di quel secolo: graziosissima, e caratteristica, anche per il costume, questa:

Monicella mi farei,
S'io pensassi esser accetta:
Et il nome ch'io vorrei
Saria Suor Bell'Angioletta.

Vorre' aver le tonicelle
Di saietta milanese
E le bende bianche e belle
Co i soggòli alla franzese,

Il bavaglio largo e fine,
La cintura lunga e stretta,
Con le belle forbicine
Il coltello e la forchetta.

Quando poi fossi chiamata
Da parenti o da stranieri,
Verrei presto a quella grata
Dove io stéssi volentieri;

E con dolci paroline,
Col tener la bocca stretta,
Direi mille coselline
Da fermar chi avessi fretta.[69]

Continuò nel Settecento, adattandosi alla descrizione e alla narrazione nelle poesie degli Arcadi.

Ecco una descrizione assai garbata del Frugoni:

Ve' che spiaggia, ve' che sponda,
Dove pace signoreggia!
Che bell'aer la circonda!
Che bel mare al piè le ondeggia!

Là son antri ove tra i vivi
Sassi l'edere tenaci
Van serpendo, e qui son rivi
D'acque gelide fugaci.

Là di cento alberi folte
Son lietissime selvette,
Qui son piani, e là son cólte
Rilevate collinette.[70]

Del Parini ecco una narrazione, che ha già qualche atteggiamento da ballata romantica:

Ne le fasce ancor lattante
Le sdentate donnicciuole
L'alma debole incostante
Mi nudrîr d'assurde fole.

Io da lor narrar m'udía
Come spesso a par del vento
Van le streghe in compagnia
De' demòni a Benevento,

Come i lepidi folletti
Di noi fanno e gioco e scherno
E gli spirti maledetti
A noi tornan dall'inferno.

Con la bocca aperta e gli occhi
E gli orecchi intento io stava,
Mi tremavano i ginocchi,
Dentro il cor mi palpitava.

Al venir de le tenébre
M'ascondea fra le lenzuola;
Quindi un sogno atro e funébre
Mi troncava la parola.

Non di meno al novo giorno
Obliavo i pomi e il pane,
A le vecchie io fea ritorno
E chiedea nuove panzane.[71]

Non è se non uno svolgimento di cotesta prima la strofe di sei versi, che aggiunge, cioè, ai primi quattro una coppia a rime baciate. Piú larga, ricorda un po' l'antica ballata.

Maggio, onor di primavera,
Oggi nasce in grembo a'fiori:
Spira l'aura lusinghiera,
Scherzan lieti i nudi amori:
Con dolcissimo diletto
Rido e canta ogni augelletto

è una maggiolata del secolo decimosettimo, semipopolare[72]. Tale strofe riprese bene il Chiabrera, nelle odi ad Amarilli, tra descrittive e narrative.

Vieni almen per trarre un'ora
Tutta lieta e dilettosa
Qui vermiglia esce l'aurora,
Qui la terra è rugiadosa,
Qui trascorre onda d'argento,
Qui d'amor mormora il vento.

Mirerai rive selvagge,
Chiusi boschi, aperti prati,
Spechi ombrosi, apriche piagge,
Valli incólte e colli arati:
Che dirò di tanti fiori?
Fior che dan cotanti odori?

I nevosi gelsomini,
Le vïole impallidite,
Gli amaranti porporini
Di beltà movono lite;
Ma la rosa in su la spina
Sta fra lor quasi regina.[73]

Dal Chiabrera l'ebbero il Frugoni e gli Arcadi, e l'abbiosciarono. Da essi la liberò il Parini; e la racconciò nel Parafoco,[74] la rialzò nell'Impostura imprimendole impeti nuovi e nervosi, e pur lasciandole un po' della popolare pianezza. Il Monti in poesie rivoluzionarie e imperiali la fece squillare a battaglia.[75] Il Manzoni la fece parere un'altra, aggiungendole un tronco, nella Resurrezione, che è delle sue poesie meno eguali e forse meno corrette ma piú originalmente liriche.

Perdonino i liberi e profondi ingegni queste chiacchiere su' metri, troppo lunghe e minute: ma senza conoscere la storia della metrica, poco fin ora o nulla curata in Italia, si potrà benissimo fare molta retorica inspirata e chiamarla poesia o critica, ma non s'intenderà mai Io svolgimento organico e lo spirito della lirica, non si discernerà quello che sia da innovare o modificare e quello che giovi meglio lasciar morire.

Tornando al Parini e all'Impostura, comincia con un'entrata molto franca in mezzo alle cose [1-6].

Venerabile Impostura,
Io nel tempio almo a te sacro
Vo tenton per l'aria oscura;

E al tuo santo simulacro,
Cui gran folla urta di gente,
Già mi prostro umilemente.

A proposito: è egli lecito supporre che l'adunanza dei Trasformati, ove il poeta lesse da prima questi versi, fosse una carnevalata, e la sala rappresentasse il Tempio dell'Impostura, e i poeti recitanti o leggenti figurassero da sacerdoti o da devoti e supplichevoli della dea? Saremmo nel costume della poesia academica d'uno o due secoli fa, e l'ode ne acquisterebbe un tanto di vivezza.

La quale ode, dopo l'entratura, si divide in due parti, ha due quasi intonazioni diverse: la prima [7-38] è dell'ipocrisia in universale, la seconda [49-84] è delle ipocrisie particolari: finisce con una chiusa [85-96] forse inutile, certo moralissima, ma un poco strascicata.

Nella prima parte il poeta invoca e saluta la Impostura, mente e anima del mondo.

Tu degli uomini maestra
Sola sei. Qualor tu dètti
Ne la comoda palestra
I dolcissimi precetti,
Tu il discorso volgi amico
Al monarca ed al mendíco.

Che disinvoltura! E, pur conservando il solenne movimento trocaico e l'ondeggiamento delle coppie a rime alterne, quanto è già lontana questa intonazione dalla morbida e vuota sonorità delle canzonette! Egli è che non son piú parole; son colpi di pensieri, come colpi di ala.

L'un per via piagato reggi,
E fai sí che in gridi strani
Sua miseria giganteggi;
Onde poi non culti pani
A lui frutti la semenza
De la flebile eloquenza.

Tu dell'altro a lato al trono
Con la Iperbole ti posi;
E fra i turbini e fra il tuono
De' gran titoli fastosi
Le vergogne a lui celate
De la nuda umanitate.

Cose nuove per la vecchia lirica italiana. E la elocuzione poetica insorge anch'essa, nella prima delle due strofe, fiera, vigorosa, a tócchi e sbòzzi; e nella seconda la verseggiatura, con quegli sdruccioli nelle cesure e con quelle vocali gravi nelle ultime sedi, par che sbuffi il vento e il bombo dell'ironia plebea verso le nebulose cime delle grandezze sociali. E forse che dalle pareti della sala pendeva, in asburghese solennità carnaloccia, il cesareo regio ritratto di Sua Sacra Maestà Apostolica, la imperatrice e regina di non so quanti paesi e madre di Maria Antonietta. La filosofia, come dicevasi allora, faceva capolino nei metri dell'Arcadia e nell'Accademia dei Trasformati; e i Trasformati, marchesi, canonici, consiglieri aulici e conti, battevano le mani, e non vedevano quali figure seguissero caliginose per l'aria la salutata apparizione.

L'abate intanto, preso l'abbrivio, procede di bene in meglio: dimentico che forse la mattina stessa si è consumato fra le sue dita dinanzi all'altare dell'Uomo-Dio il mistero della transustanziazione (Limosina di mésse Dio sa quando Ne toccherò), procede e passa all'impostura religiosa; alla impostura, cioè, di altre religioni che non sia la cristiana:

Già con Numa in sul Tarpeo
Désti al Tebro i riti santi,
Onde l'augure poteo
Co'suoi voli e co'suoi canti
Soggiogar le altere menti
Domatrici delle genti.

Del macedone a te piacque
Fare un dio, dinanzi a cui
Paventando l'orbe tacque.

A confronto di questi ultimi tre versi il prof. D'Ancona, nella illustrazione che opportunamente ha fatto delle odi pariniane a uso delle scuole,[76] cita quelli del Guidi nella canzone La Fortuna:

Allor dinanzi a lui tacque la terra;
E fe' l'alto monarca
Fede agli uomini allor d'esser celeste,
E con eccelse ed ammirabil prove
S'aggiunse ai numi e si fe' gloria a Giove:

dei quali, per due belli, tre sono superflui, inutili, vescicosi. Da tali confronti apparisce la misura del progresso e la qualità del rinnovamento mosso e operato dal Parini, quando e dove, anche nella elocuzione, anzi specialmente nella elocuzione, fece bene da vero.

La strofe séguita con tre versi brutti, proprio brutti:

E nell'Asia i doni tui
Fûr che l'arabo profeta
Sollevaro a sí gran meta.

Prima di tutto: Maometto è un di piú: bastavano Numa e Alessandro: la lirica non si fa mica per enumerazioni. Poi, la elocuzione casca trivialmente scorretta: i doni tui fûr che è costrutto francese: a una mèta si arriva di per sé, si scorge si guida si conduce altrui, non si solleva.

Le due strofe, che seguitando incontriamo [37-48], sono come il passaggio dalla prima parte alla seconda, dal generale al particolare. Nei passaggi il Parini è per lo piú poco cigno e manco aquila: fa un saltetto, e stramazza: o pure per la lunga risale la corrente finché trovi il ponte.

Qui aveva cominciato bene:

Ave, dea. Tu come il sole
Giri e scaldi l'universo.

Due bellissimi versi, ampi di giro e di suono, pari alla contenenza; ma che sono anche un bellissimo schiaffo alla storia della civiltà e alle credenze, delle quali il genere umano è solidale, nelle idealità o nelle idealizzazioni della società. Al che pensi un po' chi ci ha da pensare. Io dico che son brutti, brutti di core, brutti in modo da non si potere far peggio volendo, i seguenti:

Te suo nume onora e còle
Oggi il popolo diverso:
E fortuna a te devota
Diede a volger la sua ruota.

I suoi dritti il merto cede
A la tua divinitade,
E virtú la sua mercede.
Or, se tanta potestade
Hai qua giú, col tuo favore
Che non fai pur me impostore?

E non mi scalmano da vero a dimostrare come e perché sono brutti; né saprei o vorrei sottilizzar troppo a ricercare come e perché il Parini, che pure di versi belli s'intendeva, e di che guisa!, s'abbandonasse poi a farne talvolta di cosí: era per amore d'una semplicità al rovescio e per riazione contro la vuotezza sonora? Ad altro c'è da pensare. Ecco: questa scuola lombarda, che fu giustamente definita la scuola del buon senso, del buon senso sollevato all'idealità e alla lirica, incomincia con l'inno all'Impostura, e finisce o tócca il piú alto punto con gl'Inni sacri. Tanta è la logica nelle parabole dello spirito umano.

Passiamo alla seconda parte: ipocrisie individuali.

Anche il Parini vorrebbe far l'impostore, ma non scioccamente da essere súbito scoperto e fischiato, come era pur allora avvenuto a qualcuno di sua conoscenza e di conoscenza, pare, di tutta Milano. Perocché, dopo i brutti versi piú sopra recati, nei manoscritti dell'ode seguitano tre strofe, rifiutate poi dal poeta, delle quali una è bella e curiosa:

Temerario menzognero
Già su l'Istro non vogl'io
Al geografo Buffiero
Tôrre un verso e farlo mio,
E buscar gemme e fischiate,
Falso conte e falso vate.

Pare dunque che quella di fare il conte e la contessa non sia un'impostura democratica, cioè di questi ultimi tempi di democrazia titolata. Ma chi era egli cotesto falso conte? Né il Salveraglio che tante ricerche fece su i personaggi delle odi pariniane, né il D'Ancona che tante brache pur sa del secolo decimottavo, ne trovarono nulla. Questo è un bel caso per certi critici impostori di mia conoscenza. Costoro leggono un libro o un saggio o un fascicolo, che all'autore è costato tempo e fatiche, e dal quale essi imparano tutto quello che non sapevano; ma avviene per caso ch'e' ricordino o si abbattano a un nonnulla, che era sfuggito all'autore o non se ne era curato. Ecco cotesti farabutti a menar giú un articolo, come qualmente quel pover uomo è un ignorante e un disonesto, e che in Italia non si sa questo, e che in Italia non si fa quello, e che è tempo di smettere, e che è tempo di cominciare. Ed essi cominciano facendo de' libroni ove c'è tale un'allegria di chiacchiere e di spropositi da mandarli diritti diritti a una cattedra. Cerchino i su lodati farabutti, cerchino, ciò che probabilmente non troveranno. Quel falso conte dovè essere persona e ricordanza già svanita nel '91, quando la prima volta fu stampata l'ode, e il poeta ne tolse via questa e le strofe che nei manoscritti le seguono, una anche piú enigmatica, e tutt'e due insieme bruttarelle anzi che no.

Il poeta tira avanti nella buona intenzione di far l'impostore. E disposizione ne avrebbe: invenzione e chiacchiera a sufficienza. Ma ... c'è un ma, che gli fa molto onore.

Mente pronta e ognor ferace
D'opportune utili fole
Have il tuo degno seguace,
Ha pieghevoli parole;
Ma tenace e quasi monte
Incrollabile la fronte.

Ma bravo l'abatino! In mezzo a tanti

.........marches,
Marchesazz, marcheson, marchesonon,

questa è una bella scappata. Che ne dirà ella la padrona, la duchessa Maria Vittoria Serbelloni? Prima di tutto, donna Vittoria era una signora molto per bene e spregiudicata, che stimava per quel che valeva l'orgoglio della nobiltà milanese: e poi l'abate era per la parte sua uomo da tener duro anche con donna Vittoria. L'anno dopo la recitazione di quest'ode il Parini si trovava in campagna a Gorgonzola con la duchessa e col maestro San Martino, adorato allora in Milano per il dio della musica. La figliuola del San Martino voleva tornarsene in città: la duchessa non voleva che tornasse, e le menò un par di schiaffi. Che fa il Parini? Il Parini pianta la duchessa, e accompagna lui la ragazza a Milano. «J'ai dû me défaire—scriveva poi la duchessa al figliuolo—de l'abbé Parini à cause qu'à Gorgonzola il m'a fait une tracasserie bien grande».[77] Il terzo stato s'annunziava non soltanto in poesia.

Segue una strofe cosí cosí, della quale il poeta non potea far di meno per congiungere imagini e ragionamenti. E un danno per altro che in tali o ricongiungimenti o passaggi il Parini, o piú generalmente i lirici moderni, abbiano a spendere strofe intere; mentre la lirica antica e la popolare n'esce con un colpo d'ala.

Sopra tutto ei non oblia
Che sí fermo il tuo colosso
Nel gran tempio non staría,

Se, qual base, ognor col dosso
Non reggessegli il costante
Verosimile le piante.

«Altri vegga—dice il D'Ancona—se è bello e perspicuo il Verosimile che, qual base, regge col dosso le piante al colosso dell'impostura.[78]» Bello no; è una rappresentazione barbara e barocca, tra di chiesa del Mille e di pagoda; e però figura benissimo, a parer mio, nel culto dell'Impostura.

Belle, cioè vive, di vena, d'un'arguzia civettuola come il soggetto, facenti gl'inchini con le pòse del verso, seguono le strofe che presentano un tipo immortale d'impostura, il medico delle signore.

Con quest'arte Cluvïeno,
Che al bel sesso ora è il piú caro
Fra i seguaci di Galeno,
Si fa ricco e si fa chiaro;
Ed amar fa, tanto ei vale,
A le belle egre il lor male.

Tal medico oggigiorno mescerebbe dell'oscenità galante a un po' di socialismo mulso, e il tutto dibattuto in molta prosa vaporosa romantica darebbe a bere come un siroppo di scienza e d'arte. Allora il leggiadro birboncello, il cattivo soggettuzzo, faceva madrigali ed ariette. Era un poetastro, e avea scorciato la pazienza al Parini: era di certo un poetastro, me lo assicura Giovenale:

.....facit indignatio versum
Qualemcumque potest, quales ego vel Cluvienus.
[79]

Peccato che il poeta escludesse o lasciasse escludere dall'edizione del '91 le due strofe che seguono nei manoscritti:

Ei non come i pari suoi
Pompa fa di lingua argiva,
Ma vezzoso i mali tuoi
Chiama un'aura convulsiva,
E la febbre ch'ei nutrica
Chiama dolce e chiama amica.

Ei primiero il varco aperse
A un ristoro confidente,
Egli a' medici scoperse
Come l'utero si pente:
Dea, ben dritto è se n'hai scólto
Nel tuo tempio il nome e il volto.

Ma forse nel '91, pur restando il tipo, il personaggio vivo era passato, e dileguato e dimenticato il suo linguaggio prezioso. Perché Cluvieno è un ritratto dal vivo: il Parini non rifuggiva dai ritratti personali, come non ne rifuggirono tutti gli artisti veri e forti, tutti i greci, il temperatissimo Orazio, tutto il Trecento con a capo Dante, tutto il Cinquecento con a capo l'Ariosto, fino il Boileau. Il Giusti, sempre e ferocemente falso e academico nelle teoriche, predicò anche contro la satira personale; ed egli ne faceva a tutto spiano, di sottécchi, spalmandola poi con molte manate di vernice civile. A proposito del Giusti, sarebbe da raffrontare a questa Impostura il San Giovanni di lui, per rilevar meglio il difetto di facoltà plastica, il contrasto tra la volgarità e la convenzionalità, l'urto tra la sciattezza e la pretensione, il prosaicismo inorganico e sconclusionato, che offende segnatamente nei primi tentativi satirici di cotesto poeta che non fu quasi mai perfetto e intero artista.

Sarà meglio tornare al Parini.

Ma imitar Cluvieno e farsi largo tra le signore egli non può: è prete. Farà dunque il Tartufo.

Ma Cluvien dal mio destino
D'imitar non m'è concesso.
Dell'ipocrita Crispino
Vo' seguir l'orme da presso.
Tu mi guida, o dea cortese,
Per lo incognito paese.

Di tua man tu il collo alquanto
Sul manc'omero mi premi:
Tu una stilla ognor di pianto
Da mie luci aride spremi:
E mi faccia casto ombrello
Sopra il viso ampio cappello.

É il tipo figurato per l'eternità dal Molière, qui la prima volta ridotto alle brevi proporzioni della caricatura popolare.

Ma quest'altra strofe con quanta efficacia non rende il giólito degli sfoghi bestiali grugnante dallo stabbiolo della conscienza ipocrita! Quel fregamento di mani interiore, quella interrogazione e quella esclamazione che s'incalzano con uno sguardo di sotto in su, come é drammatico!

Ch'io non macchi e ch'io non sfrondi,
Dalle forche e dall'esiglio
Sempre salvo? A me fecondi
Di quant'oro fien gli strilli
De' clienti e de' pupilli!

Le ultime due strofe sarebbe meglio non ci fossero. C'è l'amabil lume e il fervido pensiere, ci sono i rai della verità e le zanne fiere del mostro orrendo dell'Impostura, c'è un E me nudo nuda accogli che fa ridere, facendo pensare alla bella figura che farebbero que' due nudi lí, la Verità e l'abate. Quei nostri vecchi, con tutte le lodi del buon tempo antico, doveano aver da vero di molto poca stima o dell'intelligenza o dell'onestà dei loro lettori uditori: attaccavano sempre la moralità dove n'era meno il bisogno. Oggi affettiamo invece la immoralità. Né l'uno né l'altro è arte.


V.

LE NOZZE.

Quest'ode fu scritta del 1777, nella prima quindicina di ottobre: l'abate Gian Carlo Passeroni la mandava con lettera del 15 a Verona al dottor Paolo Patuzzi, che era dietro a compilare una delle tante raccolte nuziali d'allora. Il Passeroni scriveva: «Per servirvi presto e bene, mi sono raccomandato ai due piú classici scrittori che io conosca in Milano; ambedue m'hanno promesso; ma un solo m'ha favorito; onde ho dovuto io subentrare al peso, che l'altro non ha voluto o potuto portare. Dunque la canzonetta scritta di mia mano è mia, fatene quell'uso che volete; l'altra è dell'abate Parini, e ve la raccomando ...» La canzonetta del Passeroni che segue alla lettera è troppo simile alle troppe sue sorelle sparse per venti o piú volumi di rime e d'apologhi del buon nizzardo: incomincia

Fu a color la sorte amica
Che spirarono di vita
La primiera aura gradita
In città nobile antica,
Per pietà per saver chiara;
Quanto mai da lei s'impara!

e séguita

Quanto celebre è Verona!
Cosí ognun di lei favella,
Ed il titolo di bella
E di dotta ognun le dona:
Voi la cuna a lei dovete:
Quanto mai felice siete!

Quanto mai siete un buon uomo, dové pensare il dottor Patuzzi; e non pubblicò la canzonetta dell'autore del Cicerone, sí quella del Parini, nella raccolta intitolata Per nozze de' nobili signori marchese Carlo Malaspina e contessa Teresa Montanari, stampata in Verona dal Moroni nel 1777.[80]

Dunque l'ode Le Nozze fu composta per una raccolta e stampata in una raccolta ventisette anni dopo che il Bettinelli aveva composto il poemetto satirico allegorico critico in quattro canti d'ottava rima su le raccolte o contro le raccolte[81]; sí che potrebbe parere che il Parini fosse rimasto addietro in franchezza di opinioni e in audacia di ribellioni dalle mode letterarie al gesuita falsificatore di Virgilio, se il Bettinelli non avesse pur egli seguitato a dar del suo alle raccolte per tutta la vita e se le raccolte in Italia non durassero tutt'oggi a divertire forse quelli che noiano gli altri per metterle insieme.

Il Bettinelli riporta, solo per capriccio poetico, alla metà del secolo XVII l'invenzione delle raccolte dei versi. Ma la prima forse fu fatta per la morte di Dante, che anche nelle sue ecloghe inventò l'Arcadia. Il Cinquecento incomincia con le Collettanee grece latine e vulgari in morte de l'ardente Serafino Aquilano [1504], e ne conta poi delle celebri, parecchie: Il tempio di donna Giovanna d'Aragona [1554]: Rime in vita e in morte della signora Livia Colonna [1555]: Rime in morte del cardinal Bembo [1549], in morte d'Irene dei signori di Spilimbergo [1561], in morte e per le esequie di Michelangiolo [1564]. Le raccolte in specie per nozze abondano dal 1575 al 1625 particolarmente in Romagna, e nominatamente nelle città di Bologna, di Ferrara, di Ravenna. La piú antica a me conosciuta fu impressa in Bologna del 1575 nel fausto sposalizio di Carlo Antonio Fantuzzi e Laerzia Rossi. Altra stampata in Ravenna del 1583 per le nozze d'Alfonso d'Avalo marchese del Vasto e di donna Lavinia Feltria Della Rovere ha una canzone di Torquato Tasso.

Il Bettinelli anche attribuí l'uso di verseggiare le nozze principalmente al Marini, che, egli scrive, divulgò, senza tener conto de' sonetti, egli solo dieci e forse piú poemi di tali argomenti. Ma piú assai che dieci canzoni nuziali, oltre sonetti moltissimi, avea già composto Torquato Tasso, e prima di lui per nozze di Medici e di Farnesi ne compose Francesco Maria Molza. Sí veramente che in quelle rime del Tasso e del Marini è già tutta la materia e il maneggio della poesia nuziale, quale derivò nelle raccolte dell'Arcadia, con due amminicoli o luoghi comuni, la lascivia rimbiondita con frasi e figure piú o meno garbate, e l'adulazione su gli avi famosi e su i nepoti che han da nascere anche piú famosi.

Il Baretti in certo capitolo a un amico che raccoglieva rime per nozze toccò bravamente della lascivia, mirando al Frugoni:

Dite un poco a quel vostro pretacchione
Che, quando vuole far versi per nozze,
Non istomachi tanto le persone.

Non dico che non usi frasi sozze:
Ma non vorre' neppur ch'egli adoprasse
Certe rubriche imagini mal mozze.

Vorrei che con ritegno egli parlasse,
Vorrei che il molle seno e il casto letto
E i casti baci da un canto lasciasse.

Cosí procaccerebbe piú rispetto
Alla sua toga, e un certo soprannome
Non gli saría cosí sovente detto.

Faccia pure scherzar le bionde chiome
Sulle guance vermiglie e sulle bianche
Spalle soavemente, io non so come;

E batta pure a suo piacer le franche
Ali, e se 'n vada a ragionar col fato
E parlare per forza lo faccia anche...

Ma da' pudichi talami si stia
Alquanto lunge e da' lor puri lini
La sua poco pretesca poesia.[82]

E il Passeroni con la sua piacevolezza bonaria mise in burla le adulazioni cosí[83]:

Se prende moglie un ricco cavaliere,
Un Orlando, un Achille, un novo Aiace
Fan nascere i poeti; e aste e bandiere
Vedono tolte al già tremante Trace;
Additan di nepoti immense schiere,
L'un sarà chiaro in guerra e l'altro in pace,
E faran gli uni e gli altri in pace e in guerra
Cose che star non puon né in ciel né in terra.

Nascerà, Italia, Italia, il tuo soccorso,
E fioriranno in te virtú novelle,
Gridano i vati, e vendono dell'orso,
Prima che preso l'abbiano, la pelle,
E portano, di penne armati il dorso,
I nascituri eroi fino alle stelle;
E spesso accade poi, come Dio vuole,
Che muoiono gli sposi senza prole.

E voi, poeti, avete ancor coraggio
Di dir che penetrate entro il futuro?
Di dir che in voi scende un celeste raggio
Che vi rischiara ciò che agli altri è oscuro?
Che parlate in profetico linguaggio
E che un Dio rende il vostro dir securo?
Affé, se debbo anch'io far da indovino,
Credo che questo Dio sia il Dio del vino...

Dovreste essere ormai disingannati,
E non dovreste dir piú tante insanie;
Lasciar dovreste ormai l'orror de' fati,
Le vie de' venti e altre parole estranie,
E il pegaseo cavallo e i cento alati
Destrier, su cui fate cotante smanie;
Ma chi d'altro caval non si provvede,
Faccia pur conto d'andar sempre a piede.

Anche il Bettinelli con quel suo stile franco-gesuita e con que' suoi versettucci ripicchiati alla Boileau disse cose argute su le raccolte; ma piú che altro gli dispiaceva, pare, che le si fossero, come oggi si direbbe con francesismo democratico, volgarizzate:

È la raccolta un traditore ordigno,
Vago in vista, piacevole, pudico;
Sembra un cortese libricciuol benigno,
Ma in volto onesto asconde un cor nemico.
Sparge un succo sonnifero maligno,
A l'oro insidia, a la menzogna è amico;
Di monache fa strazio e di dottori,
E le nozze avvelena e i casti amori.

Tempo già fu che d'onorato sprone,
Servir poteva a l'anime gentili,
Or destando a cantar dotte persone,
Or lodando atti onesti e signorili:
Ma le antiche Gonzaghe e le Aragone
Cangiò col tempo in giovinette vili,
Trovò nel vulgo l'Elene e i Pompei,
E fu veduto a nozze con gli ebrei.[84]

Già, anche con gli ebrei. In Ferrara, nel 1744, fu pubblicata per Bernardo Pomatelli stampatore arcivescovile, con licenza de' superiori, una raccolta di rime Per li felici sponsali del signor Moisè Vitta Coen ferrarese colla signora Consola Coen mantovana; ebrei, come sentite, e della tribù sacerdotale, mi pare. Sono sette sonetti e una canzonetta, sottosegnati di denominazioni academiche, D'un pastor arcade, D'un accademico infecondo, D'un accademico intrepido. Entrano in uno de' sonetti Rachele e Giacobbe:

Onor di Carra e la piú illustre e bella
Delle sirie fanciulle era Rachele;
Ma tre lustri servir, soffrir per quella
Del suocero gl'inganni e le querele,

Ma unirsi a forza alla maggior sorella
E l'assenzio gustar prima del mèle,
Tal la nemica fu sorte rubella
Dell'amoroso suo sposo fedele.