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Cronica di Matteo Villani, vol. 1 / A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna cover

Cronica di Matteo Villani, vol. 1 / A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna

Chapter 144: CAP. XLI. Come papa Clemente sesto fe’ la pace de’ due re.
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About This Book

A continuation of a civic chronicle presented as a sequence of books and numbered chapters that record year-by-year occurrences: political developments, public affairs, military incidents, famines, epidemics, economic details, and notable individuals, accompanied by moral reflections and documentary particulars. The text follows an annalistic, descriptive method, includes a prologue and editorial remarks on manuscript readings and past printings, and aims to preserve contemporary events and institutional memory for readers and future compilers.

CAP. XXIX. Come la Scarperia sostenne la prima battaglia dal Biscione.

Tornando all’assedio della Scarperia, il capitano dell’oste col suo consiglio vedendo che la Scarperia era fornita per la sua difesa di valorosi masnadieri, e che dentro era bene fornita di vittuaglia, e sentendo che i Fiorentini non si curavano di loro, e continovo accresceva loro forza, ed essendo mancata la ferma de’ loro soldati: per non partirsi con vergogna di non avere vinto per forza uno piccolo castello, rifermarono i loro cavalieri, e avuti danari dall’arcivescovo tutti gli pagarono, e promisono paga doppia e mese compiuto a coloro che combattendo vincessono la Scarperia. Il tempo era già all’entrata d’ottobre, e la vittuaglia cominciava a rincarare, e questo più gli spronava a volere vincere la punga. I dificii da combattere la terra erano apparecchiati, scale assai, e grilli e gatti e torri di legname, le quali aveano condotte presso al castello al tirare della balestra, o poco più. E così apparecchiati, una domenica mattina, ordinati i combattitori, da più parti con molti balestrieri assalirono il castello, e conduceano i dificii e le scale alle mura con gran tempesta di loro grida. Quelli del castello ordinati dentro alla difesa co’ loro capitani, si teneano coperti e cheti, e lasciarono valicare i nimici il primo fosso e entrare nel secondo, che non v’avea acqua, e accostare molte scale alle mura innanzi che si movessono: allora dato il segno da’ loro conestabili, con grande romore sollecitamente cominciarono dalle mura a percuotere sopra i nimici colle pietre, lance e pali, e a traboccare loro legname addosso, e i balestrieri saettare da presso e da lungi senza perdere in vano i loro verrettoni. In questo primo assalto fediti e magagnati assai di quelli che s’erano accostati alle mura e agli steccati per forza ne furono dilungati: nondimeno i capitani per straccare di fatica quelli delle mura, rimutavano spesso la loro gente dalla battaglia, rinfrescando gente nuova, e non lasciando prendere lena nè riposo a que’ delle mura e della guardia degli steccati, ma i franchi masnadieri si difendeano virtudiosamente, avendo in dispregio il riposo, e confortando l’uno l’altro per modo, che per forza nè per rinfrescamento di loro battaglia, da innanzi terza all’ora di nona, per molte riprese di battaglie non ebbono podere d’accostarsi alle mura, nè agli steccati ove le mura non erano. Nel primo fosso condussono sessantaquattro scale, e nel secondo accosta del muro tre, le quali abbandonarono, non potendo avanzare; e con poco onore di questa prima battaglia, e con alquanti morti rimasi nel fosso, e con molti fediti e magagnati, si ritrassono dalla battaglia, e que’ d’entro intesono al riposo e a medicare i loro fediti, che ne aveano gran bisogno.

CAP. XXX. Come la Scarperia riparò alla cava de’ nimici.

Nonostante l’ordine delle battaglie, i conducitori dell’oste con gran costo e con molto studio conducevano una cava sotterra per abbattere le mura della Scarperia, e molto grande speranza aveano in quella di vincere la terra. Que’ d’entro pensando e temendo che così dovessono fare i loro avversari, provvidono al rimedio, e feciono un fosso dentro intorno alle mura, il quale era braccia quattro e mezzo largo in bocca, e braccia tre largo in fondo, e andava di sotto al fondamento delle mura braccio uno e mezzo, acciocchè se le mura cadessono, si trovassono l’aiuto del detto fosso alla loro difesa. E nondimeno provvidono di cavare di fuori de’ fossi per ritrovare la cava de’ nimici innanzi che giugnesse alle mura. E a fornire questo misono grande sollecitudine, ma i loro avversari adoperarono grande forza per ritrarli da quello lavorio: e condussono un castello di legname in sul primo fosso, sì presso, che con le pietre combatteano coloro ch’erano tra l’uno fosso e l’altro alla guardia de’ loro cavatori, e avvenne che a questa si rivolse grande parte dell’oste, e tutta la forza di quelli d’entro. Quelli di fuori combattendo con le pietre e con le balestre, e rinnovando d’ora in ora i freschi combattitori, quelli del fosso colle fosse delle parate e co’ palvesi francamente s’atavano, con le loro balestra e con quelle del loro aiuto dalle mura, e diputati a questa punga trecento di que’ d’entro, sostennono l’assalto de’ nimici il lunedì e ’l martedì molto francamente, non lasciando impedire i loro cavatori: i quali lavorando con grande sollecitudine pervennero alla cava de’ nimici, la quale era venuta innanzi centottanta braccia, e presso alle mura a venti braccia: la quale di presente affocarono, e cacciarono i cavatori, e guastarono loro la cava. Essendo da catuna parte molti fediti, que’ del campo abbandonarono l’assalto con loro vergogna; e i valenti masnadieri alla ritratta de’ nimici presono e arsono il castello del legname ch’era sopra il fosso, e stesonsi ad assalire un altro ch’era più di lungi, e per forza l’affocarono, e tornaronsi sani e salvi nel castello, avendo presa grande baldanza della loro difesa, per la vittoriosa punga di quella cava.

CAP. XXXI. Del secondo assalto dato alla Scarperia.

Vedendo il capitano dell’oste e il suo consiglio essere di ogni assalto fatto con vergogna ributtato da que’ della Scarperia, e vedendosi venire addosso il verno e non avere vinto il castello, e che lo strame mancava, pensavano che la partita sarebbe con loro grande vergogna: però vollono ancora da capo cercare la fortuna, innanzi che da quello assedio si partissono. E per avere apparecchiato da riempiere i fossi, feciono tutto il legname e’ frascati che aveano ne’ loro campi conducere presso a’ fossi: e il giovedì mattina innanzi dì, essendo l’oste armata, e le battaglie ordinate, e più torri di legnami condotte presso a’ fossi, con ordine di palvesari e di loro balestrieri, senza contasto riempierono di frascati il primo fosso, e le torri condussono sopr’esso fornite di molti balestrieri. I cavalieri smontarono de’ cavalli con gli elmi in testa, e cominciata la battaglia a un’ora da ogni parte, i cavalieri si sforzarono di conducere gatti, grilli e scale alle mura. Que’ d’entro che aveano preso maggiore ardire per gli altri assalti, lasciarono fare molte cose innanzi che alla battaglia si scoprissono, ma ordinato da’ loro conestabili, al segno dato si mostrarono alla difesa, e con tanto impeto cominciarono a caricare di pietre, e di pali aguti e di legname i loro assalitori, con l’aiuto de’ loro buoni balestrieri, che per forza gli ributtarono addietro del primo fosso. E avendo a quelli ch’erano nelle torri ordinato di loro i migliori balestrieri, gli strinsono per modo, che non si poteano scoprire, nè dare a loro utile aiutorio. E in questo assalto alcuni conestabili d’entro ebbono ardire con certi loro compagni eletti d’uscire fuori della terra, e con le lance e con le spade in mano fediano per costa i combattitori, e incontanente si ritraevano: e questo feciono più volte danneggiando i nimici, e ritraendoli dalla battaglia dov’erano ordinati, senza ricevere impedimento. Ed essendo durata la battaglia infino a nona, senza avere que’ dell’oste fatto alcuno acquisto, feciono sonare la ritratta. E di presente quei del castello misono fuori de’ loro masnadieri, i quali presono le torri e’ dificii e arsonli, che i nimici aveano condotti, e dato opera infino alla notte a mettere dentro il legname utile, tutto l’altro co’ frascati arsono nel fosso. E intesono a medicare i loro fediti, e a farsi ad agio d’alcuno riposo, del quale aveano gran bisogno per quella giornata.

CAP. XXXII. Del terzo assalto dato.

Avendo i capitani dell’oste quasi perduta ogni speranza di potere vincere la Scarperia, vollono tentare l’ultimo rimedio con danari e con ingegno; e in quello rimanente del dì feciono venire a loro tutti i conestabili tedeschi con i più nomati cavalieri di loro lingua, i quali nelle battaglie date al castello poco s’erano travagliati altro che di vedere, e dissono loro: se a voi desse il cuore di vincere con forza e con ingegno questa terra, l’onore sarebbe vostro, e oltre alla paga doppia e mese compiuto, a catuno daremo grandi doni. I conestabili e i loro baccellieri si strinsono insieme, e mossi da presuntuosa vanagloria e da avarizia, rispuosono: che dove e’ fossono sicuri d’avere di dono sopra le cose promesse fiorini diecimila d’oro, che darebbono presa la Scarperia: e questo dava loro il cuore di fornire con l’aiuto dell’altra oste, ove fosse fatto quello che direbbono in quella notte. I capitani promisono tutto senza indugio, sicchè rimasono contenti, e di presente feciono fare comandamento a tutti i conestabili delle masnade da cavallo e da piè, che colà da mezza notte fossono apparecchiati dell’arme e de’ cavalli; e fatto questo, andarono a cenare e a prendere alcuno riposo. Venuta la mezza notte, e armata l’oste chetamente, il tempo era sereno e bello, e la luna faceva ombra in quella parte della Scarperia che i Tedeschi aveano pensato d’assalire: e fatto tra loro elezione di trecento baccellieri, a loro commisono tutto il fascio della loro intenzione; i quali bene armati, separati dall’altra gente, con le scale a ciò diputate e con altri utili argomenti, senza alcuno lume, s’addirizzarono verso quella parte della terra ove l’ombra gli copriva. Tutta l’altra oste con innumerabili luminarie, e con ismisurato romore e suoni di tutti gli stromenti dell’oste, colle schiere fatte e colle battaglie ordinate si cominciarono a dirizzare dall’altre parti verso la Scarperia. I fanti della Scarperia, che appena aveano ancora dell’affanno del dì preso alcuno riposo, sentendo lo stormo, e vedendo l’esercito venire con ordine di loro battaglie a combattere la terra, cacciata la paura e invilito il riposo, di presente furono all’arme: e con l’ardire delle loro difese apparecchiati, andò catuno alla sua guardia delle mura e de’ palancati; e stando cheti e senza mostrare i loro lumi attesono tanto, che le schiere e le battaglie s’appressarono alle mura, e cominciato fu l’assalto con suoni di tanti stromenti e con grida d’uomini, che riempieva il cielo e tutto il paese molto di lungi. Quest’asprezza delle grida era maggiore che dell’arme, per attrarre l’aiuto da quella parte di que’ d’entro, e mancarlo ov’era l’aguato. Quelli della terra maestri di cotali cose delle grida non si curavano, e quelli che si appressavano, francamente colla balestra e colle pietre gli faceano risentire e allungare, e niuno non si partiva o mosse dalla sua guardia. I trecento baccellieri riposti presso della terra sentendo il romore e l’infestamento di quelli dell’oste, chetamente colle scale in collo passarono il primo e il secondo fosso, che non v’avea acqua, e condussono e dirizzarono alle mura più e più scale, vedendolo e sentendolo que’ della terra ch’erano a quella guardia, e lasciandogli fare, finchè cominciarono a salire sopra esse, e aveano già i loro aiutori a piede; allora quelli della guardia cominciarono a gridare, e a mandare sopra loro grandi pietre e legname e pali, percotendoli e facendoli traboccare delle scale nel fosso l’uno sopra l’altro. E in un punto gli ebbono sì storditi e fediti e magagnati, che in caccia si partirono da quello assalto, e tornaronsi all’altra oste. Dall’altra parte fu maggiore il grido che l’assalto, ma per li buoni balestrieri molti ve ne furono fediti in quella notte. E facendosi dì, in sulla ritratta uscirono della terra un fiotto di buoni briganti, e dieronsi tra’ nimici, e per forza ne presono e ne menarono tre di loro cavalieri nella Scarperia, e gli altri ritornarono al campo perduta ogni speranza d’avere la Scarperia. Que’ di dentro uscirono fuori un’altra volta quella mattina, e arsono più dificii di legname ch’erano presso, e uno castello ch’era più di lungi, e contamente senza impedimento sani e salvi si ritornarono nella Scarperia.

CAP. XXXIII. La partita dell’oste dalla Scarperia.

Vedendo il capitano dell’oste e i suoi consiglieri aver fatta la loro oste ogni prova per vincere la Scarperia, ed esserne con vergogna ributtati per la virtù de’ buoni masnadieri che dentro v’erano, e tornando l’oste piena di molti fediti, e che la vittuaglia venia mancando l’un dì appresso l’altro fortemente, e che già lo strame per i cavalli al tutto venia loro meno, e il tempo ch’era stato fermo e bello lungamente s’apparecchiava di corrompere all’acqua, prese per partito d’andarsene a Bologna; e al segno dato d’una lumiera alzata sopra ogni lume molto, il sabato notte, a dì 16 d’ottobre, l’oste si dovesse partire, e ogni uomo si dovesse riducere verso l’alpe di Bologna, i cui passi erano tutti in loro signoria, e il cammino era corto e il passo aperto, e la gente volonterosa di levarsi da campo, per la qual cosa subito ebbono passato il giogo dell’alpe. I Fiorentini avendo sentito che i nimici erano per partirsi dall’assedio, aveano mandati in Mugello i cavalieri che aveano per danneggiarli, se potessono, alla levata: ma gli avvisati capitani dell’oste la domenica mattina innanzi che la loro gente s’avviasse feciono una schiera di duemila buoni cavalieri, i quali tennero ferma in sul piano, insino che seppono che tutta la loro gente e la salmeria erano valicati il giogo e passati in luogo salvo; la schiera della guardia passò, non vedendo apparire alcuno nimico, girò e prese il suo cammino verso la montata dell’alpe, ch’era presso a due miglia di piano: ed ebbono passato prima il giogo, che la cavalleria de’ Fiorentini si assicurasse di stendere per lo piano, temendo d’aguato: e così sani e salvi si ricolsono a Bologna senza impedimento per lo senno de’ loro capitani. Quest’oste mossa con tanto ordine e aiuto di tutti i ghibellini d’Italia, venuta di subito sopra la nostra città sprovveduta d’ogni aiuto, stette ottantadue dì sopra il nostro contado senza potere vincere per forza niuno castello, e de’ quali, sessantuno dì consumarono all’assedio del piccolo castello della Scarperia. E come fu piacer di Dio, la sfrenata potenza di cotanto signore, aggiunta con tutta la forza de’ ghibellini d’Italia, guidata da buoni capitani, credendosi soggiogare la città di Firenze e’ popoli circustanti, non ebbono podere di vincere la Scarperia, da qui addietro vilissimo castello, non murato per tutto e di piccola fortezza per sito, ma difeso da piccolo numero di valorosi masnadieri: essendovi a oste con più di cinquemila barbute, e duemila cavalieri, e seimila pedoni di soldo, senza la forza degli Ubaldini e degli altri ghibellini con loro sforzo; per la qual cosa il tiranno che avea l’animo levato a inghiottire le italiane provincie, potè conoscere che un piccolo e vile castello domò e fece ricredente tutta la sua forza. E come era venuto a guisa di leone con la testa alzata, spaventevole a tutte le città di Toscana, chinate le corna dell’ambiziosa superbia, tornò pieno di vergogna e di vituperio, non avendo per sua potenza potuto acquistare un debole castello, e diede materia a’ popoli di grande confidenza della loro difesa. Lasceremo ora finita questa materia, e torneremo all’altre tempeste italiane, che non bastando in terra conturbano l’altrui mare.

CAP. XXXIV. Come l’armata de’ Genovesi si partì da Negroponte e andò a Salonicco.

In questo tempo cominciando aspro e fortunoso verno, i Genovesi che con la loro armata di sessantaquattro galee erano stati all’assedio della città di Candia nell’isola di Negroponte, sentendo l’apparecchiamento delle cinquanta galee de’ Veneziani e de’ Catalani che doveano venire contro a loro al soccorso; e vedendo che lo stare ivi per speranza d’avere la terra era invano, e non minor danno a loro che a’ Veneziani, e avendo promesso il loro aiuto all’imperadrice di Costantinopoli, ch’era fuggita col figliuolo nel reame di Salonicco, parendo per questa cagione la loro levata dall’assedio fosse con meno vergogna, ed entrando nell’imperio aveano più sicuro vernare, si partirono di là e dirizzarono loro viaggio verso Salonicco; e giunti a Malvagia, intendeano levare l’imperadrice e ’l figliuolo, e fare loro podere di rimetterli in Costantinopoli con la loro forza e della parte che amava il loro vero signore. L’imperadrice sentendo l’armata di presso, come femmina mutevole, non avendo piena confidenza del figliuolo, cominciò a sospettare: e il giovane medesimo non avendo avuto più maturo consiglio all’impresa, convenendo la sua persona mettere nelle mani dell’altrui forza, dubitò, e non lo volle fare, e forse fu più da biasimare il cominciamento della folle impresa che ’l cambiamento del femminile e giovanile animo, i quali non si vollono abbandonare alla non provata fede de’ Genovesi; per la qual cosa l’ammiraglio col suo consiglio presono sdegno, e rivolta la loro armata, desiderosi di rapina e di preda, vennero all’isola di Tenedo, piena di gente e d’avere, sottoposta all’imperio, i quali de’ Genovesi non prendeano alcuna guardia, ed elli la presono e rubarono d’ogni sustanza. E quivi feciono dimoro gran parte del verno prendendo rinfrescamento, e ragunando la preda di quella e dell’altre terre di Grecia, della quale data a catuno la parte sua, si trovarono pieni di roba e di danari, sicchè a loro non fece bisogno altro soldo, e la loro vita tutta ebbero per niente delle ruberie del paese. E ivi stettono fino al Natale senza mutare porto.

CAP. XXXV. Come i Veneziani e’ Catalani s’accozzarono in Romania con l’altra armata.

I Veneziani, come addietro abbiamo narrato, avendo fatta compagnia e lega co’ Catalani contro a’ Genovesi, armarono in Venezia ventisette galee molto nobilmente, ove si ricolsono quasi tutti i maggiori e migliori cittadini di Venezia per governatori e soprassaglienti, forniti a doppio di ciò che a guerra faccia mestiero, e ventitrè galee armarono i Catalani. E tanto bolliva negli animi loro lo infocamento dell’izza ch’aveano presa contro a’ loro avversari genovesi, che nel tempo che l’armate sogliono abbandonare il mare e vernare in terra, si mossono da Venezia e di Catalogna, domando le tempeste del mare, ad andare contro a’ loro nimici in Romania. Del mese di novembre s’accozzarono insieme in Cicilia, e di là senza soggiorno si dirizzarono verso l’Arcipelago, e con grandi e aspre fortune, avendo per quelle perdute sette galee veneziane e due catalane, non senza danno della loro gente, pervennero in Turchia, e posono alla Palatia e a Altoloco; e ivi, del mese di dicembre del detto anno, avendo raccolte le galee che aveano a Negroponte e nelle contrade si trovarono con settanta galee: e in Turchia stettono gran parte del più fortunoso verno per rivedere i loro legni e avere novelle di loro nimici. In questo travalicamento del tempo delle due armate ci occorre a raccontare altre cose rimase addietro, e in prima una pazzia di corrotta mente dell’ambizione umana, la quale alcuna volta combattendo, contro al suo prospero e buono stato abbatte e rovina se medesimo con debito e degno traboccamento.

CAP. XXXVI. Come i Brandagli si vollono fare signori d’Arezzo.

Dappoich’e’ Bostoli per loro superbia furono cacciati della terra d’Arezzo, una famiglia che si chiamarono i Brandagli, loro nimici, cominciarono di nuovo ad avere stato in comune, e montando l’un dì appresso all’altro vennono in maggiori, ed erano al tutto governatori del reggimento di quello comune, e per questo montati in grandi ricchezze: e della loro famiglia Martino e Guido di Messer Brandaglia erano i caporali. Costoro ingrati del loro buono stato cercarono di farsene signori con tradimento, non perchè fossono da tanto, ma per farne loro mercatanzia, come nel fine del fatto si scoperse. Costoro trattarono col nuovo tiranno d’Agobbio d’avere da lui al tempo ordinato centocinquanta cavalieri, e da quello di Cortona dugento cavalieri, non che da se gli avesse, ma per servire costoro n’accattò centocinquanta dal prefetto da Vico, e cinquanta dal conte Nolfo da Urbino, e feceli venire e soggiornare all’Orsaia, come gente di passaggio che attendessono d’essere condotti e oltre a questa gente a cavallo, di quello che non era richiesto, mise in ordine d’avere apparecchiati undicimila fanti a piede, con intenzione, che se fortuna il mettesse in Arezzo di volerlo per se. E ancora richiese messer Piero Tarlati, che aveva in Bibbiena il doge Rinaldo con trecento cavalieri, benchè fosse ghibellino e nimico del loro comune richieselo non manifestandogli il fatto. Ma la volpe vecchia che conobbe la magagna, si offerse loro molto liberamente, sperando altro fine del fatto che non pensavano i traditori, accecati nella cupidigia della sperata tirannia. A conducere questa gente aveano fuori d’Arezzo Brandaglia loro nipote, e Guido intendeva a raccogliere i masnadieri che gli capitavano segretamente, e a nasconderli ne’ loro palagi, e Martino stava nel palagio co’ priori della terra a tutti i segreti del comune. In quel tempo si dava in guardia a confidenti cittadini una porta della città che si chiamava la porta di messer Alberto, la quale era a modo d’un cassero, e dava l’entrata tra le due castella. Questa guardia per procaccio di Brandaglia era ne’ figliuoli di messer Agnolo loro confidenti, con cui elli si teneano in questo tradimento. E messe le cose d’ogni parte in assetto, a’ signori d’Arezzo fu scritto per lo comune di Firenze e per quello di Siena ch’avessono buona guardia, perocchè sentivano che una terra si cercava di furare, ma non sapeano come nè quale; Martino Brandagli ch’era nel consiglio, co’ suoi argomenti levava i sospetti. E venuto il dì che la notte si dava il segno a que’ di fuora, un conestabile fiorentino ch’era in Arezzo, uomo guelfo e fedele, fu richiesto da’ Brandagli per la notte. Costui per amore della sua città e di parte non potè sostenere per promesse che avesse avute che non manifestasse a’ priori il tradimento di quella notte. Incontanente i priori mandarono per Martino, il quale confidandosi nel suo grande stato e ne’ molti amici, andò dinanzi a’ priori, e negava scusandosi che niente sapeva di quelle cose; e in quello stante Guido suo fratello corse a’ loro palagi, e colla gente che avea nascosa levò il romore, e tennesi co’ suoi masnadieri forte. I cittadini in furia armati corsono alla porta di messer Alberto, che poteva dare l’entrata a’ forestieri, per fornire di guardia per lo comune, ma trovarono ch’ella si tenea per i traditori. E così la città intrigata nel nuovo pericolo, e non provveduta, fu in grande paura. La porta era forte e bene guernita alla difesa da non poter vincersi per battaglia, e già era venuta la notte, e quei della torre della porta d’entro feciono i cenni ordinati alla gente di fuori, che venire doveano a loro aiuto per vincere la terra.

CAP. XXXVII. Di quello medesimo.

I cittadini vedendo i cenni, temendo di non essere sorpresi dall’aiuto provveduto da’ traditori, tempestando nell’animo, intrigati dalle tenebre della notte e dalla paura, intendendo a combattere quei della porta e mettere gente in su le mura, ma per questo non poteano conoscere riparo che i forestieri non entrassono per forza nella città, e però s’avvisarono di rompere le mura della città appresso a quella porta: e fattane la rotta che vollono, avendo per loro guardia cento cavalieri di Fiorentini e alcuni di loro, li misono fuori in uno borgo fuori di quella porta, ove dovea essere l’entrata de’ nemici, e accompagnaronli di cittadini e d’altri fanti alla difesa con buone balestra; e di subito tagliarono alberi, e abbarrarono e impedirono le vie al corso de’ cavalli, e le mura guarentirono di gente e di saettamento: e nondimeno facevano dal lato d’entro combattere di continovo quelli della porta e della torre, ma e’ si difendevano, e di quella battaglia poco si curavano, e continovo manteneano cenni a loro soccorso: e dentro i Brandagli difendeano i loro palazzi e la loro contrada co’ masnadieri che aveano accolti, e attendendo Brandaglia con la gente invitata, con la quale non dottavano d’essere signori della terra s’ella v’entrasse. I segni della torre furono veduti dal principio della notte, e il signore di Cortona che stava attento fu in sul mattutino con dugento cavalieri e duemila pedoni giunto ad Arezzo, e Brandaglia con altri dugento cavalieri. La gente di messer Piero Saccone tardò più a venire, per riotta che mosse il doge Rinaldo in sul fatto; gli altri ch’erano venuti baldanzosi, credendosi senza contasto entrare nella città, come furono presso alla terra, mandarono innanzi cento cavalieri che prendessono e guardassono l’entrata della porta, e quella trovarono imbarrata dagli alberi e le vie innanzi al borgo: ed essendo là venuti, e saettati da quelli ch’erano alla guardia del borgo, e scorgendo in su l’aurora le mura piene di cittadini armati alla difesa, e già morti due di loro compagni da quei del borgo, si tornarono addietro, e feciono assapere a quelli dell’oste che attendeano come stava il fatto: di che spaventati s’arrestarono senza strignersi più alla terra, e già per segni e ammattamento che que’ della torre e della porta facessono, e eziandio chiamandoli ad alte voci, non si attentarono di venire più innanzi, ma ivi presso si fermarono attendendo come i fatti dentro procedessono, e così stettono schierati dalla mattina sino presso a nona. E in verso la nona messer Piero Sacconi giunse co’ suoi cavalieri e pedoni, il quale sentendo la cosa scoperta e i cittadini alla difesa, senza attendere punto co’ suoi cavalieri diè volta e co’ suoi pedoni, e tornossene a Bibbiena; e veduto questo, tutti gli altri si partirono, e i traditori rimasono senza speranza di soccorso. Questa novità sentita nel contado e distretto de’ Fiorentini, mosse senza arresto i cavalieri e’ masnadieri che allora avea in quelle circustanze, e i Valdarnesi per venire al soccorso degli Aretini: i quali non bene confidenti del comune di Firenze parte ne ritennono per loro sicurtà, e agli altri diedono commiato onestamente, senza riceverli nella città, e dolcemente fu sostenuto. Nondimeno i traditori teneano i palagi, e la torre e la porta: e tanta miseria occupò l’animo di que’ pochi cittadini in cui era rimaso il reggimento, per tema di non volere fare parte agli altri da cui e’ potessono avere aiuto, che si misono a trattare con Martino cui eglino aveano prigione, dicendo di lasciare andare e lui e’ suoi, e i figliuoli di messer Agnolo e le loro cose liberamente, ed e’ rendessono la porta. E innanzi che questo venisse alla loro intenzione, convenne che i figliuoli di messer Agnolo fossono sicuri a loro modo d’avere contanti fiorini tremila d’oro, e avuta la sicurtà renderono la porta e la torre al comune; e facendosi loro il pagamento per coloro che aveano fatta la promessa, i danari furono staggiti per coloro che aveano per loro sodo al comune, che eglino renderebbono quella fortezza al detto comune: e così s’uscirono della città co’ Brandagli insieme; e il seguente dì furono tutti condannati per traditori, e i loro beni disfatti e pubblicati al comune. Trovossi poi di vero, che i traditori aveano trattato come avessono presa la signoria, con ciò sia cosa che non erano d’aiuto per loro lignaggio da poterla tenere, di venderla all’arcivescovo di Milano, a gravamento della loro detestabile malizia, la quale prese non il debito fine, ma alcuno segno della loro rovina, per la viltà di coloro che non degni rimasono al governamento di quella terra.

CAP. XXXVIII. Come il re Luigi mandò il gran siniscalco ad accogliere gente in Romagna.

Tanto imbrigamento di guerra sboglientava gli animi degl’Italiani per terra e per mare in questi tempi, che volendo cercare delle novità degli strani, non ci lasciano da loro partire. Il re Luigi valicata la tregua dal re d’Ungheria a lui, non ostante che rimesso avessono le loro questioni al giudicio del papa e de’ cardinali, tentava con preghiere e impromesse di recare dalla sua parte fra Moriale, friere di san Giovanni, il quale teneva Aversa e Capua dal re di Ungheria, e questo fra Moriale, astuto e malizioso, mostrava di voler piacere al re Luigi; e dandogli speranza, cominciò ad allargare il passo alla gente del re e a’ paesani d’Aversa e di Capua, sicchè andavano e venivano sicuramente, e non faceva guerra, ma nondimeno guardava le città e le fortezze di quelle, e per questo corse la voce che la concordia era fatta: ma però il re di lui, o egli del re si fidava. Ma in questo tranquillo, il re mandò il grande siniscalco nella Marca ad accogliere gente d’arme, il quale con grandi promesse mosse messer Galeotto da Rimini a venire al servigio del re con trecento cavalieri, e messer Ridolfo da Camerino con cento, a tutte loro spese, e ’l grande siniscalco messer Niccola Acciaiuoli di Firenze ne condusse e menò quattrocento al soldo del re, e con tutta questa cavalleria entrò in Abruzzi. E mandò al re, che con la sua forza e con quella de’ baroni del Regno, i quali il re avea richiesti e ragunati a Napoli, venisse là, come era ordinato, per vincere messer Currado Lupo, e racquistare le terre d’Abruzzi che di là si teneano per lo re d’Ungheria.

CAP. XXXIX. Come il re Luigi accolse i baroni del Regno e andò in Abruzzi.

Il re Luigi sentendo come il gran siniscalco avea con seco in Abruzzi que’ due buoni capitani con ottocento cavalieri di buona gente, fu molto contento, e avendo presa sicurtà che fra Moriale per la concordia ch’aveano non moverebbe guerra in Terra di Lavoro, si mosse da Napoli per mare, e capitò incontanente a Castello a mare del Volturno, e tutta sua gente a piè e a cavallo fece andare per terra da Pozzuolo e per lo Gualdo al detto Castello a mare, non fidando la gente sua per gli stretti passi d’Aversa e di Capua ch’erano in guardia di fra Moriale: e seguendo di là loro cammino, del mese d’ottobre del detto anno s’accozzò in Abruzzi con la cavalleria accolta per lo gran siniscalco: e fatta fare la mostra, si trovò con undicimila cavalieri e con grande popolo. Messer Currado Lupo avendo sentito l’oste che gli veniva addosso, e non avendo gente da potere uscire a campo, mise guardia nelle terre che teneva in Abruzzi e ordinolle alla difesa, e con cinquecento cavalieri tedeschi bene montati e buoni dell’arme si mise in Lanciano. Il re poco provveduto di quello che a mantenere oste bisognava, e povero di moneta, volendo usare l’aiuto degli amici che quivi avea si mise a oste a Lanciano; e dopo non molti dì, cavalcando messer Galeotto co’ suoi cavalieri intorno alla terra, messer Currado Lupo uscì fuori con parte de’ suoi cavalieri e percosse i nimici, e danneggiò molto la masnada di messer Galeotto, e innanzi che dall’altra oste fosse soccorso si ritrasse in Lanciano a salvamento. Per questa cagione spaventato l’oste, considerando l’ardimento preso per li cavalieri di messer Currado, e che la terra di Lanciano era forte e bene guernita, e il verno veniva loro addosso, per lo migliore presono consiglio e levaronsi dall’assedio: e stando in dubbio di quello dovessono fare più dì, a messer Galeotto e a messer Ridolfo, non vedendo di poter fare utile servigio al re, rincrebbe lo stallo, presono congiò dal re e tornaronsi nella Marca, e i baroni del Regno feciono il simigliante. Il re con la sua gente invilito e quasi disperato avendo animo di volere entrare nell’Aquila, gli fu detto non se ne mettesse a pruova, perocchè non vi sarebbe lasciato entrare, e scoprirebbe nimico messer Lallo che gli si mostrava fedele; e così rimaso il re pieno di sdegno e voto di forza e d’avere, si tornò a Sulmona a mezzo dicembre del detto anno, e ivi s’arrestò per trarre da’ paesani alcuno sussidio, e per fare in quella terra la festa del Natale.

CAP. XL. Come il re Luigi sostenne gli Aquilani che pasquavano con lui.

Vedendosi il re Luigi rotto da’ suoi intendimenti, e abbandonato del servigio degli amici, trovandosi a Sulmona povero, si ristrinse nell’animo, e diede opera di volere fare in Sulmona gran festa per lo Natale, e fece a quella invitare quei gentiluomini e baroni circostanti che potè avere. I Sulmontini il providono di moneta e d’altri doni per aiuto alla festa. Ciascuno si sforzò di comparire bene a quella festa, e intra gli altri principali fu invitato messer Lallo, il quale governava il reggimento dell’Aquila, e conoscendo la sua coperta tirannia si dubitò d’andare al re, e infinsesi d’essere malato, e sotto questa scusa ricusò l’andare alla festa. Per fare più accetta la sua scusa al re elesse quindici de’ maggiori cittadini d’Aquila col suo fratello carnale, i quali portarono al re per dono da parte del comune dell’Aquila fiorini quattromila d’oro, e costoro mandò a festeggiare col re: e giunti a Sulmona furono ricevuti dal re graziosamente, nonostante che si turbasse perchè messer Lallo non v’era venuto. E fatto il corredo reale con piena festa, i cittadini dell’Aquila volendo prendere licenza dal re per tornare a casa furono ritenuti prigioni, della qual cosa il re fu forte biasimato di mal consiglio, parendo a tutti più opera tirannesca che reale. La novella corse in Aquila: il tiranno molto savio e buono parlatore raccolse il popolo, e con argomenti di sua savia diceria infiammò il popolo all’ingiuria, e mosselo all’arme e corse la terra, e ordinò la guardia come se il re con l’oste vi dovesse venire, ma il re non era atto a poterlo fare, e però si rimase, e messer Lallo più s’afforzò nella signoria.

CAP. XLI. Come papa Clemente sesto fe’ la pace de’ due re.

Stando il re Luigi in Sulmona maninconoso e quasi in disperazione di suo stato, considerando come in tutte cose la fortuna gli era avversa, e come con abbassamento di suo onore gli avea fatte fare cose non reali, ma di vile e mendace tiranno, e vedendosi povero e mal ubbidito, non sapeva che si fare, e parevagli per la baldanza presa pe’ suoi avversari ch’elli dovessono ristrignerlo o cacciare del Regno, e de’ suoi fatti da corte non avea potuto avere alcuna speranza o novella che buona fosse. Il papa Clemente in questo tempo era stato in una grande e grave malattia, nella quale rimorso da coscienza di non avere capitato il fatto tra i due re che gli era commesso, e di questo sostenere era seguito danno e confusione di molti, propuose nell’animo come fosse guarito di capitare quella questione senza indugio, e come fu sollevato mise opera al fatto; e per più acconcio di quello reame, vedendo che il re d’Ungheria avea l’animo al suo reame, ed era appagato della vendetta fatta del suo fratello, deliberò, poichè avea deliberato la reina, che messer Luigi fosse re: e questo pubblicò co’ suoi cardinali, e poi il mise a esecuzione, come appresso nel suo tempo racconteremo. La novella venne improvviso al re Luigi a Sulmona, della qual cosa fu molto allegro: e confortato nel fondo della sua fortuna da questa prosperità, di presente conobbe il suo esaltamento per opera, che i baroni e’ comuni il cominciarono ad onorare e a vicitare con doni e grandi profferte come a loro signore: e tornato a Napoli con grandi onori, stette in festa più dì tutta la terra delle buone novelle. Lasceremo al presente alquanto de’ fatti del Regno sollecitandoci le novità di Toscana, delle quali prima ci conviene fare memoria, per non travalicare il debito tempo della nostra materia.

CAP. XLII. Come messer Piero Saccone prese il Borgo a san Sepolcro.

Avendo messer Piero Saccone de’ Tarlati a Bibbiena il conte Pallavicino con quattrocento cavalieri dell’arcivescovo di Milano, e cento di suo sforzo per fare guerra, e standosi e non facendola, faceva maravigliare la gente, ma egli nel soggiorno lavorava copertamente quello che prosperamente gli venne fatto. Il Borgo a san Sepolcro, terra forte e piena di popolo e di ricchi cittadini, e fornita copiosamente d’ogni bene da vivere, era nella guardia de’ Perugini con due casseri forniti alla guardia de’ castellani perugini e di gente d’arme. Messer Piero aveva appo se uno suo fedele che aveva nome Arrighetto di san Polo, questi era grande e maraviglioso ladro, e facea grandi e belli furti di bestiame, traendo i buoi delle tenute murate e guardate, e rompeva tanto chetamente le mura, che niuno il sentiva, e di quelle pietre rimurava le porti a’ villani di fuori sì contamente, che prima aveva dilungate le turme de’ buoi, e tratte per lo rotto del muro due o tre miglia, che i villani trovandosi murate le porti, e impacciati dalle tenebre della notte e dalla novità del fatto, le potessono soccorrere; così n’avea fatte molte beffe, e accusatone di furto, messer Piero il difendea, e davagli ricetto in tutta sua giurisdizione. Questi saliva su per li cauti delle mura e delle torri co’ suoi lievi argomenti incredibilmente, e quanto che fossono alte non se ne curava, ed era dell’altezza maraviglioso avvisatore. Per costui fece messer Piero furare la forte e alta torre del castello di Chiusi alla moglie che fu di messer Tarlato. A costui scoperse messer Piero come volea furare il Borgo a Sansepolcro, e mandollo a provvedere l’altezza della torre della porta: il quale tornato disse, che gli dava il cuore di montare in su la più alta torre che vi fosse; e avuta messer Piero questa risposta, s’intese con uno de’ Boccognani del Borgo e grande ghibellino, il quale odiava la signoria de’ Perugini, e da lui ebbe, che se la porta e la torre fosse presa, e di fuori fosse forza di gente a cavallo e a piè grande, ch’egli con gli altri ghibellini d’entro verrebbono in loro aiuto a metterli dentro. E dato l’ordine tra loro, messer Piero con cinquecento cavalieri e duemila pedoni un sabato notte, a dì 20 del mese di novembre del detto anno, improvviso a’ Borghigiani, innanzi il dì fu presso al Borgo; e mandato Arrighetto con certi masnadieri eletti in sua compagnia a prendere la torre e la porta, il detto Arrighetto con suoi incredibili argomenti in quello servigio, cintosi corde, e aiutato di non esser sentito per uno grande vento che allora soffiava, e avea ristrette le guardie sotto il coperto, montò in su la torre della porta, ed essendovi due sole guardie, si recò il coltello ignudo in mano, e mostrò d’avere compagnia, minacciandoli d’uccidere. Eglino storditi per la novità, non sapendo che si fare, stettono cheti per paura, e Arrighetto data la corda a’ masnadieri ch’erano a piè del muro, con una scala leggieri di funi tirò su l’uno de’ capi e accomandollo a uno de’ merli, e incontanente montati suso per quella l’uno appresso l’altro dodici masnadieri, e quando si vidono signori della porta, feciono a quelli traditori d’entro certo segno ordinato. Quello de’ Boccognani veduto il segno come la porta era presa, fece sonare a stormo una campana d’una chiesa, al cui suono, come ordinato avea, tutti i ghibellini del Borgo furono all’arme e traevano verso la porta. I guelfi che non sapeano il tradimento traevano storditi alla piazza senza niuno capo; e schiarito il dì, vedendo aperta e presa la porta per i ghibellini, e sentendo come messer Piero era di fuori con molta gente, non vedevano da potere riparare; ma i ghibellini non volendo guastare la terra sicurarono i guelfi che ruberia non vi si farebbe, e senza contasto vi lasciarono entrare messer Piero con tutta la sua gente e del conte Pallavicino, e non vi si diè colpo e non vi si fece alcuna ruberia: e così messer Piero ne fu signore; ma le due rocche che erano forti e guardate per li Perugini si misono alla difesa, per attendere il soccorso de’ Perugini. Messer Piero e il conte senza prendere soggiorno con tutta la sua gente a cavallo e a piè uscirono del Borgo, e accamparonsi di fuori dirimpetto alle rocche per torre la via a’ Perugini, e fecionsi innanzi al loro campo fare un fosso di subito e uno steccato, e mandarono a tutte le terre dov’avea gente d’arme del signore di Milano che mandassero loro aiuto, e in pochi dì vi si trovarono con ottocento cavalieri e popolo assai. E per impedire a’ Perugini, Giovanni di Cantuccio d’Agobbio con la cavalleria che avea del Biscione cavalcò sopra loro: nondimeno i Perugini turbati di questa perdita, procacciarono da ogni parte aiuto per racquistare la terra, tenendosi i casseri, e di presente ebbono cinquecento cavalieri da’ Fiorentini: e con millequattrocento cavalieri e con grande popolo se ne vennono alla Città di Castello: e acconciandosi per soccorrere quelli de’ casseri, tanta viltà fu in coloro che gli aveano in guardia, che senza attendere il soccorso così vicino s’arrenderono a messer Piero; e incontanente quelli del castello d’Anghiari cacciarono la guardia che v’era de’ Perugini, e dieronsi al vicario dell’arcivescovo, ed egli lo rendè a messer Maso de’ Tarlati. In que’ dì il castello della Pieve a santo Stefano, e ’l Castello perugino, tenendosi mal contenti de’ Perugini, anche si rubellarono da loro.

CAP. XLIII. Come i Perugini arsono intorno al Borgo e sconfissono de’ nimici.

I Perugini avendo perduta la speranza di soccorrere le rocche, cavalcarono al Borgo, e arsonlo intorno guastando tutte le possessioni, e già messer Piero e ’l conte Pallavicino non ebbono ardire d’uscire della terra contro a loro: e fatto il guasto, si tornarono alla Città di Castello. Messer Piero preso suo tempo, con tutta la cavalleria ch’avea nel Borgo cavalcò fino alle porti della Città di Castello: i cavalieri che v’erano dentro de’ Perugini, e singolarmente quelli de’ Fiorentini, ch’erano buona gente d’arme e bene montati, uscirono fuori perchè i nimici aveano a fare lunga ritratta, e seguitando i nimici quasi a mezzo il cammino, s’abbatterono in un grosso aguato: e ivi cominciò l’assalto aspro e forte, ove s’accolse la maggiore parte della gente di catuna parte senza fanti a piede; e ivi dando e ricevendo si fece aspra battaglia, e durò lungamente, perocchè catuno voleva mantenere l’onore del campo; e non avendo pedoni che l’impedissono, feciono i buoni cavalieri grande punga, e in fine per virtù di certi conestabili della masnada de’ Fiorentini, ristringendosi insieme, con impetuoso assalto ruppono la cavalleria di messer Piero, e a forza in isconfitta gli cacciarono del campo, e rimasono morti sessanta de’ loro cavalieri in sul campo e più cavalli, e presi sei de’ loro conestabili da’ cavalieri de’ Fiorentini, e messer Manfredi de’ Pazzi di Valdarno, e più altri cavalieri tedeschi e borgognoni, a’ quali tolsono l’arme e’ cavalli secondo l’usanza, e lasciaronli alla fede: e questo fu del mese di dicembre del detto anno.

CAP. XLIV. D’una cometa ch’apparve in oriente.

In questo anno 1351, del detto mese di dicembre, si vide in prima in cielo a noi verso levante una cometa, la quale per li più fu giudicata Nigra, la quale è di natura saturnina. Il suo apparimento fu a noi all’uscita del segno del Cancro, e alcuni dissono ch’ella entrò nel Leone: ma innanzi che per noi si vedesse fuori del Cancro, fu fuori del verno, sicchè approssimandosi il Sole al Cancro se ne perdè la vista. Alcuni pronosticarono morte di grandi signori, ovvero per decollazione, e avvenimento di signorie. Noi stemmo quell’anno a vedere le novità che più singolari e grandi apparissono onde avere potessimo novelle, e in Italia e nel patriarcato d’Aquilea furono molte dicollazioni di grandi terrieri e cittadini, che lungo sarebbe a riducere qui i singulari tagliamenti. E mortalità di comune morte in questo anno non avvenne: ma per la guerra de’ Genovesi, e Veneziani e Catalani avvennono naufragii grandi, e mortalità di ferro grandissima in quelle genti e ne’ loro seguaci, e per i difetti sostenuti in mare non meno ne morirono tornando che combattendo. Avvenne in Italia singolare accidente al grano, vino e olio e frutti degli alberi, che essendo ogni cosa in speranza di grande ubertà, subitamente del mese di luglio si mosse una sformata tempesta di vento, che tutti gli alberi pericolò de’ loro frutti, e i grani e le biade ch’erano mature battè e mise per terra con smisurato danno. Dappoi a pochi dì fu il caldo sì disordinato, che tutte le biade verdi inaridì e seccò. Per questo accidente avvenne, che dove s’aspettava ricolta fertile e ubertosa, fu generalmente per tutta Italia arida e cattiva. E avvennono in questi anni singulari diluvi d’acque, che feciono in molte parti gran danni, e gittò per tutta Italia generale carestia di pane e sformata di vino. In questo medesimo mese di dicembre apparve la mattina anzi giorno, a dì 17, un grande bordone di fuoco, il quale corse di verso tramontana in mezzodì. E in questo medesimo anno all’entrare di dicembre morì papa Clemente sesto, e alcuno de’ cardinali. Al nostro lieve intendimento basta di questi segni del cielo e delle cose occorse averne raccontato parte, lasciando agli astrolaghi l’influenza di quello che s’appartiene alla loro scienza, e noi ritorneremo alla più rozza materia.

CAP. XLV. Come fu preso il castello della Badia de’ Perugini, e come si racquistò.

Essendo i Perugini imbrigati nelle rubellioni delle loro terre per gli assalti de’ loro vicini, con la forza dell’arcivescovo di Milano, la quale di prima, come addietro narrammo, nel tempo che si cercò di fare lega con la Chiesa e co’ Lombardi, dicevano che non si potea stendere a loro, due conestabili di fanti a piè cittadini sbanditi di Firenze, partendosi dal soldo del tiranno d’Agobbio co’ loro compagni, di furto entrarono nel castello della Badia, grosso castello, il quale era de’ Perugini, e cominciarono a correre e predare le villate vicine con l’aiuto di Giovanni di Cantuccio signore d’Agobbio. I Perugini vi mandaro certe masnade di cavalieri che aveano di Fiorentini e altra gente a piè: costoro vi si puosono a oste del mese di gennaio. Giovanni di Cantuccio con la cavalleria ch’avea dell’arcivescovo di Milano e co’ suoi fanti a piè, essendo tre cotanti di cavalieri e di fanti che quelli de’ Perugini, andarono per levarli da campo e fornire il castello. Un conestabile tedesco delle masnade de’ Fiorentini valente cavaliere, ch’avea nome M... si fece incontro a’ nimici a un ponte onde conveniva ch’e’ nimici venissono, e francamente li ritenne, tanto che l’altra cavalleria de’ Perugini ch’era alla Città di Castello venne al soccorso del passo: e giunti, valicarono il ponte, e per forza cacciarono l’oste di Giovanni di Cantuccio in rotta, e presono cento e più de’ cavalieri del Biscione: e tornati al castello, i masnadieri che ’l teneano, vedendosi fuori di speranza di avere soccorso, il renderono a’ Perugini, salvo le persone e l’arme, a dì 6 del detto mese di gennaio.

CAP. XLVI. Come i Fiorentini cercarono lega co’ comuni di Toscana, e accrebbono loro entrata.

Temendo il comune di Firenze la gran potenza del signore di Milano, fornito della compagnia de’ ghibellini d’Italia, con suoi ambasciadori smosse i Perugini Sanesi e Aretini a parlamento alla città di Siena, del mese di dicembre del detto anno, e ivi composono lega e compagnia di tremila cavalieri e di mille masnadieri, contra qualunque volesse fare guerra a’ detti comuni o ad alcuno di quelli; e incontanente il comune di Firenze si fornì di cavalieri e di masnadieri di più assai che in parte della lega non li toccava. E per avere l’entrata ordinata a mantenere la spesa elessono venti cittadini, con balìa a crescere l’entrata e le rendite del comune, i quali commutarono il disutile e dannoso servigio de’ contadini personale in danari, compensandoli che pagassono per servigio di cinque pedoni per centinaio del loro estimo per rinnovata dell’anno, a soldi dieci il dì per fante: e questo pagassono in tre paghe l’anno, e fossono liberi dell’antico servigio personale: o quando per necessità occorresse il bisogno del servigio personale, scontassono di questo. E questa entrata secondo l’estimo nuovo montò l’anno cinquantaduemila fiorini d’oro, e fu grande contentamento de’ condannati. E a’ cherici ordinarono certa taglia per aiuto e guardia e alla difesa della città e del contado, la quale stribuirono e raccolsono i loro prelati, e montò fiorini ... d’oro; e raddoppiarono e crebbono più gabelle, per le quali entrate il comune potè spendere l’anno trecentosessantamila fiorini d’oro. E oltre a ciò ordinarono e distribuirono tra’ cittadini la gabella de’ fumanti, la quale nel fatto fu per modo di sega, che catuno capo di famiglia fu tassato in certi danari il dì per modo, che raccogliendosi il numero montava fiorini d’oro centoquaranta il dì: poi per ogni danaro che l’uomo avea di sega, fu recato in estimo di soldi trenta; e questa gabella montava l’anno fiorini cinquantamila d’oro: e quando il comune aveva necessità, riscoteva questa gabella per avere i danari presti, e assegnavali alla restituzione di certe gabelle. Per queste sformate gravezze, avendo carestia generale delle cose da vivere, era la città e il contado in assai disagio, forse meritevolmente per la dissoluta vita, e’ disordinati e non leciti guadagni de’ suoi cittadini.

CAP. XLVII. Come i Romani feciono rettore del popolo.

In questo anno essendo per lo corso stato a Roma del general perdono arricchito il popolo, i loro principi e gli altri gentilotti cominciarono a ricettare i malandrini nelle loro tenute, che facevano assai di male, rubando, e uccidendo, e conturbando tutto il paese. Senatore fu fatto Giordano dal Monte degli Orsini, il quale reggeva l’uficio con poco contentamento de’ Romani. E per questa cagione gli fu mossa guerra a un suo castello, per la quale abbandonò il senato. Il vicario del papa ch’era in Roma, messer Ponzo di Perotto vescovo d’Orvieto, uomo di grande autorità, vedendo abbandonato il senato, con la famiglia che aveva, in nome del papa entrò in Campidoglio per guardare, tanto che la Chiesa provvedesse di senatore. Iacopo Savelli della parte di quelli della Colonna accolse gente d’arme, e per forza entrò in Campidoglio e trassene il vicario del papa, e Stefano della Colonna occupò la torre del conte, e la città rimase senza governatore, e catuno facea male a suo senno perocchè non v’era luogo di giustizia. E per questo il popolo era in male stato, la città dentro piena di malfattori, e fuori per tutto si rubava. I forestieri e i romei erano in terra di Roma come le pecore tra’ lupi: ogni cosa in rapina e in preda. A’ buoni uomini del popolo pareva stare male, ma l’uno s’era accomandato all’una parte, e l’altro all’altra di loro maggiori, e però i pensieri di mettervi consiglio erano prima rotti che cominciati: e la cosa procedeva di male in peggio di dì in dì. Ultimamente non trovando altro modo come a consiglio il popolo si potesse radunare, il dì dopo la natività di Cristo, per consuetudine d’una compagnia degli accomandati di Madonna santa Maria, s’accolsono avvisatamente molti buoni popolani in santa Maria Maggiore, e ivi consigliarono di volere avere capo di popolo: e di concordia in quello stante elessono Giovanni Cerroni antico popolare de’ Cerroni di Roma, uomo pieno d’età, e famoso di buona vita. E così fatto, tutti insieme uscirono della chiesa e andarono per lui, e smosso parte del popolo, il menarono al Campidoglio ov’era Luca Savelli. Il quale vedendo questo subito movimento non ebbe ardire di contastare il popolo, ma dimandò di loro volere: ed e’ dissono che voleano Campidoglio, il quale liberamente diè loro; ed entrati dentro sonarono la campana: il popolo trasse al Campidoglio d’ogni parte della città senza arme, e i principi con le loro famiglie armati, ed essendo là, domandarono la cagione di questo movimento e quello che ’l popolo volea: il popolo d’una voce risposono che voleano Giovanni Cerroni per rettore, con piena balía di reggere e governare in giustizia il popolo e comune di Roma. E consentendo i principi all’ordinazione del popolo, di comune volontà fu fatto rettore; e mandato per lo vicario del papa che lo confermasse, come savio e discreto volle che prima giurasse la fede a santa Chiesa, e d’ubbidire i comandamenti del papa, e ricevuto di volontà del popolo il saramento dal rettore, il confermò per quell’autorità che aveva: e tutto fu fatto in quella mattina di santo Stefano, innanzi ch’e’ Romani andassono a desinare. E lasciato il rettore in Campidoglio, catuno si tornò a casa con assai allegrezza di quello ch’era loro venuto fatto così prosperamente.

CAP. XLVIII. Di una lettera fu trovata in concistoro di papa.

Essendo per lo papa e per i cardinali molto tratto innanzi il processo contro al’arcivescovo di Milano, una lettera fu trovata in concistoro, la quale non si potè sapere chi la vi recasse, ma uno de’ cardinali la si lasciò cadere avvisatamente in occulto: la lettera venne alle mani del papa, e la fece leggere in concistoro. La lettera era d’alto dittato, simulata da parte del principe delle tenebre al suo vicario papa Clemente e a’ suoi consiglieri cardinali: ricordando i privati e comuni peccati di catuno, ne’ quali li commendava altamente nel suo cospetto, e confortavali in quelle operazioni, acciocchè pienamente meritassono la grazia del suo regno: avvilendo e vituperando la vita povera e la dottrina apostolica, la quale come suoi fedeli vicari eglino aveano in odio e ripugnavano, ma non ferventemente ne’ loro ammaestramenti come nell’opere, per la qual cosa li riprendeva e ammoniva che se ne correggessono, acciocchè li ponesse per loro merito in maggiore stato nel suo regno. La lettera toccò molto e bene i vizi de’ nostri pastori di santa Chiesa, e per questo molte copie se ne sparsono tra’ cristiani. Per molti fu tenuto fosse operazione dell’arcivescovo di Milano allora ribello di santa Chiesa, potentissimo tiranno, acciocchè manifestati i vizi de’ pastori si dovessono più tollerare i suoi difetti, manifesti a tutti i cristiani. Ma il papa e i cardinali poco se ne curarono, come per innanzi l’operazioni si dimostreranno.

CAP. XLIX. Come il re d’Inghilterra essendo in tregua col re di Francia acquistò la contea di Guinisi.

Avvenne in questo anno, che un Inghilese prigione nella forte rocca di Guinisi, la quale era del re di Francia, essendo per ricomperarsi, avea larghezza d’andare per la rocca, e così andando, provvide l’ordine delle guardie e l’altezza d’alcuna parte della rocca ond’ella si potesse furare. E pagati i danari della sua taglia, fu lasciato; e trovatosi con alquanti sergenti d’arme, suoi confidenti, disse ove potesse avere il loro aiuto gli farebbe ricchi. E presa fede da loro manifestò come intendea furare la rocca di Guinisi, e avea provveduto come fare il poteva, i quali arditi e volonterosi di guadagnare promisono il servigio: ed essendo tra tutti cinquanta sergenti bene armati, avendo scale fatte alla misura del primo procinto, una notte in su l’ora che l’Inghilese sapea che la guardia della mastra fortezza vi si rinchiudea dentro, condotte le scale al muro chetamente montarono sopra il primo procinto: e sorprese le guardie, per non lasciarsi uccidere si lasciarono legare, e così legati gli faceano rispondere all’altre guardie della rocca. Quando venne in sul fare del dì gl’Inghilesi feciono alle guardie muovere riotta, e fare romore tra loro in modo di mischia. Il castellano sentendo questo tra le guardie, mostrando non avere sospetto scese della rocca, e aprendo l’uscio per venire a correggere le guardie, gl’Inghilesi apparecchiati nell’aguato, immantinente con l’armi ignude in mano furono sopra lui, e presono l’uscio ed entrarono nella rocca, e presono il castello e le guardie. E incontanente mandarono al re d’Inghilterra come aveano presa la forte rocca di Guinisi, la quale il re molto desiderava. E di presente vi mandò gente d’arme e fecela prendere e guardare, e commendata la valenza e l’industria del suo fedele e degli altri scudieri fece loro onore e provvidegli magnificamente. E per questa rocca fu il re d’Inghilterra in tutto signore della contea di Guinisi, e il re di Francia forte conturbato. E avvegnachè questa presura andasse per la forma che è detto, e’ si trovò poi che il castellano avea consentito al tradimento, e tornato di prigione, essendo lasciato, in Francia fu squartato.

CAP. L. Il piato fu in corte tra’ due re per la contea di Guinisi.

Essendo furata la contea di Guinisi al re di Francia sotto la confidanza delle triegue, trasse in giudicio il re d’Inghilterra a corte di Roma per suoi ambasciadori, dicendo che sotto la fede delle triegue prestata il re d’Inghilterra gli avea tolto per furto la rocca, e la contea occupata per forza. Per la parte del re d’Inghilterra fu risposto, che avendo per suo prigione il conte di Guinisi conestabile di Francia preso in battaglia, e dovendosi riscattare per lo patto fatto della sua taglia scudi ottantamila d’oro, o in luogo di danari la detta contea di Guinisi, e lasciato alla fede acciocchè procacciare potesse la moneta, il re di Francia appellandolo traditore, per non averlo a ricomperare, o acconsentirgli la contea di Guinisi il fece dicollare: e così contro a giustizia privò il re d’Inghilterra delle sue ragioni, le quali giustamente avea racquistate. La quistione fu grande in concistoro, e pendeva la causa in favore del re di Francia, e però innanzi che sentenza se ne desse, il re fece restituire la terra di Guinisi a quell’Inghilese che data glie l’avea; e seguendo la morte di papa Clemente non ne seguì altra sentenza.

CAP. LI. Come l’arcivescovo di Milano ragunò i suoi soldati per rifare guerra a’ Fiorentini.

In questo tempo del verno, avendo l’arcivescovo di Milano fatte rivedere e rassegnare le sue masnade tornate da Firenze, trovò ch’aveva a fare ammenda di bene milledugento cavalli. E turbato forte nel suo furore, propose di fare al primo tempo maggiore e più aspra guerra a’ Fiorentini. E trovando che avea consumato senza acquisto grande tesoro, volendolo rifare senza mancare la sua generale entrata, fece nuova colta in Milano e in tutte le sue terre per sì grave modo, che tutti i mercatanti si ritrassono delle loro mercatanzie nelle sue terre: nondimeno a catuno convenne portare la soma che gli fu imposta; per la quale gravezza accrebbe cinquecento migliaia di fiorini d’oro sopra le sue rendite ordinarie in piccolo tempo. In queste oppressioni molti parlavano biasimando l’impresa contro al comune di Firenze, e rimproveravano quello che avea fatto loro il vile castelletto della Scarperia per provvisione del comune di Firenze, essendovi intorno la forza de’ Lombardi e de’ ghibellini di Toscana. E in tra gli altri un cavaliere bresciano di grande età, amico e fedele alla casa de’ Visconti, biasimò l’impresa, dicendo semplicemente il vero, come aveva ricordo di lungo tempo, che qualunque signore avea impreso di far guerra al comune di Firenze n’era mal capitato, però per amore che aveva al suo signore non lodava l’impresa. Le parole del cavaliere furono rapportate all’arcivescovo; il tiranno inacerbito, non considerando la fede dell’antico cavaliere, seguitando l’impetuoso furore del suo animo, mandò per lui. E venuto nella sua presenza, il domandò s’egli aveva usate quelle parole. Il cavaliere disse, che dette l’avea per grande amore e fede ch’avea alla sua signoria, ricordandosi dell’imperadore Arrigo, e dell’impresa di messer Cane della Scala e degli altri che non erano bene capitati. Il tiranno infiammato nel suo disordinato appetito, di presente fece armare un suo conestibile con la sua masnada, e accomandogli il cavaliere, e disse il rimenasse in Brescia, e in su l’uscio della sua casa gli facesse tagliare la testa, e così fu fatto. Costui per la sua fede degno di premio e per l’utile consiglio ricevette pena, la quale soddisfece colla sua testa all’appetito del turbato tiranno.

CAP. LII. Come i Fiorentini, e’ Perugini, e’ Sanesi mandarono ambasciadori a corte.

Stando le città di Toscana in gran tema di futura guerra, i comuni della lega di parte guelfa mandarono al papa e a’ cardinali solenne ambasciata, a inducere la Chiesa contro alla grande tirannia dell’arcivescovo di Milano per aggravare il processo che contro a lui si faceva, e procurare l’aiuto e il favore di santa Chiesa alla loro difesa. Gli ambasciadori furono ricevuti dal papa e da’ cardinali graziosamente. Ma innanzi che questi ambasciadori fossono a corte, l’arcivescovo v’avea mandati i suoi, per riconciliarsi colla Chiesa, e fare annullare il processo fatto contro a lui per l’impresa di Bologna, i quali ambasciadori erano forniti di molti danari contanti per spendere e donare largamente; e facendolo con molta larghezza aveano il favore del re di Francia, che faceva parlare per lui, e quello di molti cardinali, e de’ parenti del papa e della contessa di Torenna, per cui il papa si movea molto alle gran cose. E il papa medesimo avea già l’ingiuria fatta a santa Chiesa per l’arcivescovo della tolta di Bologna temperata, ed era disposto a prendere accordo coll’arcivescovo: e per questo fu molto più contento della venuta degli ambasciadori de’ tre comuni di Toscana, credendo fare l’accordo dell’arcivescovo di loro volontà; perocchè nel primo parlamento disse agli ambasciadori: eleggete delle tre cose che io vi proporrò l’una, quale più vi piace, o volete pace coll’arcivescovo, o volete lega colla Chiesa, o volete la venuta dell’imperadore in Italia per vostra difesa. L’offerte furono larghe per conchiudere alla pace che parea più abile e migliore. Gli ambasciadori savi e discreti di concordia rimisono la detta elezione nel papa, a fine di farlo più pensare nel fatto dandoli gravezza, dimostrando grande confidanza nella deliberazione. E così cominciata la cosa a praticare ebbono tempo e cagione gli ambasciadori d’avvisare i loro comuni, e in questo si soggiornò la maggior parte del verno senza uscirne alcun frutto. Lasceremo alquanto gli ambasciadori e ’l processo del papa, e torneremo agli altri fatti che occorsono in questo soggiorno, rendendo a catuno suo diritto.

CAP. LIII. Come l’ammiraglio di Damasco fece novità a’ cristiani.

In questo tempo l’ammiraglio del soldano che reggeva la gran città di Damasco si pensò di trarre un gran tesoro da’ cristiani di Damasco per sua malizia, e una notte fece segretamente mettere fuoco in due parti della città, il quale fece in Damasco grave danno. Spento il fuoco, l’ammiraglio fece apporre che questo era stato avvistatamente messo pe’ cristiani, e richiese i più ricchi cristiani della città, che ve n’avea assai, e feceli martoriare, e per martorio confessarono che fatto l’aveano a fine di cacciare i saracini: e coloro che di questo pericolo vollono campare la vita gli dierono danari assai; e tanti furono coloro che si ricomperarono, che l’ammiraglio ne trasse gran tesoro: agli altri diede partito o che rinnegassono la fede di Cristo o che morissono in croce. Una gran parte di loro per corrotta fede rinnegò per campare; rimasonne ventidue, i quali diliberarono di morire in croce, innanzi che la perfetta fede di Cristo volessono rinnegare. E però il crudele ammiraglio li fece mettere in sulle croci, e ordinolli in suso i cammelli che li conducessono per la terra, e in questo tormento vivettono tre dì. Ed era menato il padre crocifisso innanzi al figliuolo, e il figliuolo innanzi al padre rinnegato; e i rinnegati con pianto e con preghiere pregavano i crocifissi che volessono campare la crudele morte e tornare alla fede di Maometto; ma i costanti fedeli, il padre spregiava il figliuolo rinnegato, dicendo che non era suo figliuolo, e il figliuolo il padre rinnegato, dicendo che non era suo padre, ma del nimico che ’l volea tentare e torli i beni di vita eterna: e molto biasimavano a’ rinnegati la loro incostanza per la paura della pena temporale, dicendo che a loro era diletto e gran grazia potere seguitare Cristo loro redentore. E così consumate le loro temporali vite in grave tormento e in grandissima costanza, nella veduta per tre dì de’ saracini e de’ cristiani, renderono l’anime a Dio. Il soldano sentì il movimento reo del suo ammiraglio, mandò incontanente per lui, e fecelo tagliare per mezzo.

CAP. LIV. Come i Fiorentini disfeciono terre di Mugello.

In questo medesimo tempo, di verno, i Fiorentini mandarono certi loro cittadini per lo contado a provvedere le loro castella e terre, a fine di afforzare le parti deboli, e fornire le terre di ciò ch’alla difesa mancasse per averle guernite, sopravvenendo la guerra che s’aspettava del Biscione. Avvenne, come è usanza del nostro comune, acciocchè il buon consiglio non fosse senza difetto di singolare ovvero cittadinesco odio, che nel Mugello furono per loro fatte disfare alquante tenute forti e utili alla difesa di quello contado per modo, che dove state non vi fossono, era utile consiglio a porlevi di nuovo. E feciono abbattere Barberino, Latera, Gagliano e Marcoiano, ch’erano al Mugello mura contra i nimici di verso Montecarelli, e di Montevivagni e delle terre degli Ubaldini, ove in que’ tempi si faceva capo pe’ nimici a fare guerra al nostro comune, le quali tenute con piccola spesa d’afforzamento erano gran sicurtà a tutto il Mugello, per le cui rovine s’accrebbe campo a’ nimici senza contasto di più di sei miglia di nostro contado, il quale tutto s’abbandonò, a danno e vergogna del nostro comune. Riprensione comune ne seguitò a coloro che così mala provvisione feciono, altro gastigamento no, per la corrotta usanza del comune di Firenze di non punire le cose mal fatte, nè meritare le buone.

CAP. LV. Come la Scarperia fu furata e racquistata.

Facendo il comune di Firenze con molta sollecitudine afforzare il castello della Scarperia di grandi fossi e di forti palancati, il tiranno e gli Ubaldini con ogni sottigliezza d’inganno tentavano di procacciare ridotto nel Mugello, e sopra tutto di levarsi l’onta della Scarperia, e continovo cercavano come la potessono furare: per la qual cosa corruppono più loro fedeli mandandoli per essere manovali, come se fossono Mugellesi, e alcuno maestro. E messi al lavorio del votare il fosso, del quale si portava la terra al palancato per alzare la parte dentro, costoro provvidono la via onde la terra si portava: e segretamente tra le due terre segarono alcuni legni del palancato, e dierono la posta agli Ubaldini: i quali di presente feciono scendere gente a cavallo e a piè a Montecarelli, e alla Sambuca, e a Pietramala, e nell’alpe e nel Podere, per dare diversi riguardi a’ Fiorentini, e seppono come pochi dì innanzi i soldati che guardavano la Scarperia aveano fatto mischia co’ terrazzani, e mortine parecchi, onde tra’ terrazzani e’ forestieri era sconfidanza grande. La notte che ordinata fu a questo servigio scesono dell’alpe e da Montecarelli nel piano di Mugello duemilacinquecento fanti, e quattro bandiere di cento cavalieri a guida degli Ubaldini. Costoro elessono dugentocinquanta i più pregiati briganti di tutta quella gente con dieci bandiere, e conestabili molto famosi d’arme, e lasciati gli altri fanti e cavalieri riposti ivi presso per loro soccorso, chetamente guidati per la via provveduta del fosso dalla parte di Sant’Agata, e senza esser sentiti, entrarono tutti nella Scarperia a dì 17 di gennaio del detto anno: e stretti insieme si condussono in su la piazza, gridando, muoiano i forestieri, e vivano i terrazzani. E in quella notte non avea nella Scarperia tra forestieri e terrazzani centocinquanta uomini d’arme, sicchè al tutto n’erano signori i nimici. Sentendo questo romore nella scurità della notte i soldati forestieri, credettono che i terrazzani li volessono offendere, e non ardivano d’uscire delle case, e i terrazzani temeano de’ soldati, pensando che fosse in su la piazza inganno, e non voleano uscire fuori, e così i nimici non aveano contasto; e dove Iddio per singolar grazia non avesse liberato quella terra, senza speranza di soccorso umano era perduta. Ma la volontà di Dio fu, che la grande potenza del tiranno non avesse quello ridotto a consumazione del nostro paese; onde a coloro ch’aveano presa la terra, e che aveano presso a un miglio tutta la loro gente tolse l’accorgimento, che non lasciassono guardia al passo ond’erano entrati, e non feciono il segno ordinato a quelli di fuori; e diede Iddio baldanza manifesta a que’ d’entro e accorgimento, perocchè per la vista scura i terrazzani conobbono all’insegne che coloro dalla piazza erano nemici: e incontanente assicurarono i conestabili de’ forestieri che v’erano, per paura che quella gente nè quelle grida non erano per loro fattura, ma de’ nimici ch’erano nella terra. Come i valenti masnadieri sentirono la verità del fatto, ragunati insieme meno di cinquanta tra terrazzani e forestieri, gridando alla morte alla morte, sì fedirono tra’ nimici, che lungamente erano stati ammassati in su la piazza, e nel primo assalto senza fare resistenza li ruppono, cacciandoli come se fossono stati altrettanti montoni; e senza attendere l’uno l’altro, affrettando d’uscire per lo luogo stretto ond’erano entrati, e’ cadeano nel fosso, e voltolavansi per quelle ripe. Que’ d’entro erano pochi, e però non ve ne poterono uccidere più di cinque, e dodici ne ritennono a prigioni, tra’ quali furono conestabili di pregio, che ’l signore avrebbe ricomperati molti danari, ma tutti furono impiccati. Que’ di fuori che attendeano il segno per entrare dentro sentendo la tornata in rotta, senza attendere il giorno chiaro, innanzi che la novella si spandesse per il Mugello, si ricolsono nell’alpe a salvamento; e così in una notte fu presa e liberata la Scarperia con dubbia e maravigliosa fortuna.