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Cronica di Matteo Villani, vol. 1 / A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna cover

Cronica di Matteo Villani, vol. 1 / A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna

Chapter 62: CAP. LVIII. Come la Chiesa mandò il conte per racquistare la contea di Romagna.
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About This Book

A continuation of a civic chronicle presented as a sequence of books and numbered chapters that record year-by-year occurrences: political developments, public affairs, military incidents, famines, epidemics, economic details, and notable individuals, accompanied by moral reflections and documentary particulars. The text follows an annalistic, descriptive method, includes a prologue and editorial remarks on manuscript readings and past printings, and aims to preserve contemporary events and institutional memory for readers and future compilers.

CAP. XXXII. Come il re Filippo di Francia e ’l figliuolo tolsono moglie.

Era nella mortalità morta la moglie del re Filippo di Francia, madre di messer Giovanni primogenito, Dalfino di Vienna, la quale fu sirocchia del duca di Borgogna, e la moglie di messer Giovanni suo figliuolo, figliuola che fu del re Giovanni di Boemia della casa di Luzimborgo, della quale rimasono quattro figliuoli maschi, che ’l primo nomato Carlo fu duca di Normandia, e il secondo messer Luigi conte d’Angiò, e il terzo messer Giovanni conte di Pittieri, e il quarto minore messer Filippo: e tre figliuole, che la maggiore fu reina di Navarra, la seconda monaca del grande monasterio di Puscì, e un’altra piccola nominata Lisabetta. Ed essendo catuno senza moglie, il duca Giovanni trattava di torre per moglie la sirocchia del re di Navarra, ch’era delle più belle giovani e di maggiore pregio di virtù che niun’altra di que’ paesi, e tenevane bargagno. Il re Filippo suo padre sapendo che il figliuolo trattava d’avere questa damigella per moglie, un dì che ’l duca suo figliuolo era cavalcato fuori del paese, mandò per questa giovane: e come fu venuta, senza fare altro trattato la tolse per moglie, perocchè ’l piacere della sua bellezza non gli lasciò considerare più innanzi. Tornato il figliuolo se ne indegnò forte, e alla festa delle nozze del padre non volle essere. Ma passato alcuno tempo, richiamato dal padre, venne a lui. E riprendendolo il re dolcemente, gli disse: caro figliuolo, se voi amavate avere a donna questa damigella, voi non dovevate tener bargagno. Onde egli conoscendo suo difetto, rimase contento. E allora il padre gli diè per moglie un’altra nobile dama della casa di Bologna su lo mare, ch’era stata moglie del duca di Borgogna: della qual cosa i Borgognoni furono mal contenti, essendo rimaso un picciolo fanciullo della detta donna, il quale dovea essere loro duca. E per lo detto maritaggio vendè la donna il governamento del figliuolo con la forza del re, e il re occupò parte della giuridizione di Borgogna, onde i baroni e’ paesani forte si sdegnarono contro al loro re. Ma perocchè il re di Francia per troppa giovinile vaghezza avea offeso il figliuolo e se, poco tempo stette con la sua giovane e vaga donna, che sforzando la natura già senile nella bellezza della damigella, raccorciò il tempo della sua vita, come appresso al debito tempo racconteremo, narrando prima com’egli fu ingannato dagl’Inghilesi.

CAP. XXXIII. Come il re di Francia fu ingannato del trattato di Calese con gran danno.

Il re Filippo avendo l’animo curioso di trarre del suo reame la forza del re d’Inghilterra, il quale teneva il forte castello di Calese in su la marina, non potendo per forza farlo, pensava fornirlo per danari con trattato. Alla guardia di Calese era uno gentile uomo d’Inghilterra, con sue masnade di cavalieri e di sergenti. Il re di Francia il fece tentare se per danari gli rendesse il castello. L’Inghilese avveduto diede orecchie al fatto, e senza indugio il fece segretamente sentire al suo signore; il quale confidandosi nella fede di costui, gli diede per comandamento che menasse saviamente il trattato infino al fatto. Costui seguitò con molta astuzia, tanto, che per la sfrenata volontà che il re di Francia avea di racquistarlo, s’indusse a dare i danari innanzi, attenendosi alla fede del castellano, e dielli, come era il patto, seimila scudi d’oro, di ventimila che per lo patto gli dovea dare, e del rimanente gli fece quelle fermezze che volle, che mettendo dentro nel castello quella gente che il re volesse, in sul ponte compierebbe il pagamento. E così data la fede da catuna parte, il re di Francia commise la bisogna ad alquanti suoi baroni: i quali incontanente forniti di cavalieri e di sergenti d’arme in grande quantità, cavalcarono al castello; e come ordinato era per lo castellano, aperta la porta, e calato il ponte, mise dentro nel castello coloro cui i Franceschi vollono, perchè vedessero a loro sicurtà che dentro non vi fosse altra gente che la sua alla guardia, acciocchè si assicurassono a fare il rimanente del pagamento; e a costoro, com’egli avea provveduto, fece sì vedere, che del nascoso aguato non si avvidono. Onde i Franceschi vinti dalla sprovveduta baldanza, s’affrettarono a fare sul ponte il pagamento del rimanente fino ne’ ventimila scudi d’oro al castellano, ed egli mise dentro nel castello una parte de’ Franceschi, mostrando di volere assegnare loro la fortezza del castello, e l’altra oste s’attendea di fuori. Il re d’Inghilterra, che avea fatto menare questo trattato, era di notte venuto nel castello egli e il figliuolo con buona compagnia di gente eletta e fidata, come a quello affare gli parve competente, i quali si stettono riposti per modo, ch’e’ Franceschi non se ne poterono avvedere. I Franceschi che si credettono senza inganno essere signori del castello, da più parti furono subitamente assaliti dal re e da sue genti. E bene che gl’Inghilesi fossono pochi a rispetto de’ Franceschi, per lo improvviso e subito assalto i Franceschi ch’erano nel castello sbigottirono, e temettono, vedendosi a stretta, e non essendo usi di cotali baratti, per sì fatto modo, che poco feciono resistenza. Gl’Inghilesi di presente, come ordinato fu, presono le vie e le porti, e ’l castellano che si mischiava al cominciamento co’ Franceschi d’entro si rivolse contro a loro. E vedendo i Franceschi che non aveano l’uscita libera della terra, lasciarono l’arme, e arrenderonsi prigioni al re d’Inghilterra. E fatto questo, a’ Franceschi di fuori fu la cosa sì maravigliosa, che fortemente spaventarono. E sentendo questo il re e’ suoi presono ardire, e uscirono fuori addosso agli spaventati, con grandi strida e ardire. E non ostante che i Franceschi fossono presso a dieci per uno degl’Inghilesi, tanta paura gli vinse, che si misono in fuga, e abbandonarono il campo. Ed essendo seguitati alquanto dagl’Inghilesi, che non gli poterono troppo seguitare perchè aveano pochi cavalli, presine e morti alquanti, con doppia vittoria si ritornarono nel castello.

CAP. XXXIV. Come messer Carlo eletto imperadore fu presso che morto di veleno.

Nella cronica del nostro anticessore è fatta memoria, come la santa Chiesa di Roma, sappiendo come Carlo figliuolo del re Giovanni di Boemia era di virtù e di senno e di prodezza il più eccellente prenze della Magna, morto il Bavaro, che lungo tempo in discordia colla Chiesa avea occupato lo ’mperio, non ostante che il re Giovanni vivesse, ordinò di farlo eleggere allo ’mperio. Ed essendo in discordia gli elettori, perocchè l’arcivescovo di Maganza non gli volea dare la boce sua, papa Clemente trovando ch’egli era stato de’ fautori del Bavaro, il privò dell’arcivescovado, ed elessene un altro; il quale avendo il titolo, non ostante non avesse la possessione, come il papa volle diede la sua boce al detto Carlo, e così ebbe piena la sua elezione. Costui eletto era impotente di cavalleria e di moneta a potere mantenere campo ad Aia la Cappella quaranta dì, a rispondere con la forza dell’arme a chi lo volesse contastare, secondo la consuetudine degli eletti imperadori: e però santa Chiesa dispensò con lui questa ceremonia, e levollo dal pericolo e dalla spesa. E in questo servigio la Chiesa prese saramento da lui, che venendo alla corona egli perdonerebbe a’ comuni di Toscana ogni offesa fatta all’imperadore Arrigo suo avolo e agli altri imperadori, e tratterebbegli come amici senza alcuna oppressione. Dopo questo, morto il padre nella battaglia del re di Francia, come detto è, a costui succedette, e fu chiamato re di Boemia. E cercando d’accogliere forza per potere venire alla corona dello imperio, ed essendo poco pregiato e meno ubbidito dagli Alamanni, tenendosi gravati della sua elezione, egli umile si stava chetamente in Boemia aspettando suo tempo. La reina con femminile consiglio volendo attrarre l’amore del marito dall’altre donne, ch’era giovane, avvegnachè assai onesta, gli fece dare a mangiare certa cosa, la quale mangiata dovea crescere l’amore alla sua donna. Nella qual cosa, o erba o altro che mescolato vi fosse che tenesse veleno, come presa l’ebbe, ne venne a pericolo di morte; e per aiuto di grandi e subiti argomenti, pelato de’ suoi peli, ricoverò la salute del suo corpo. Della qual cosa facendo condannare a morte due suoi siniscalchi per giustizia, la reina, parendo che per sua semplice operazione, più che per colpa che avessono, i famigli del loro eletto imperadore fossono per morire innocenti, s’inginocchiò dinanzi al re dicendo, come que’ cavalieri non aveano colpa di quello accidente, ma se colpa c’era, era sua: perocchè per femminile consiglio, volendo più attrarre a se il suo amore, non credendo far cosa che offendere il dovesse, li fece dare quella cosa a bere, ovvero a mangiare: e però, se giustizia se n’avea a fare, ella era degna per la sua ignoranza d’ogni pena, e non coloro ch’erano innocenti. Il discreto signore udite queste parole, considerò la fragilità e la natura delle femmine, e colla sua mansuetudine inchinò l’animo all’errore dell’amore femminile, e con molta benignità perdonò alla reina dolcemente, e liberò i suoi siniscalchi, rimettendogli ne’ loro ufici e onori. Alcuni dissono, che messer Luchino de’ Visconti di Milano il fece avvelenare per tema di perdere la sua tirannia. Ed essendo lo eletto imperadore nel pericolo della morte, si disse che promise a Dio se campasse, che perdonerebbe a chi l’avesse offeso e non ne farebbe alcuna vendetta; e quale che fosse la cagione, l’effetto seguitò, che vendetta nessuna fece.

CAP. XXXV. Come il re Luigi prese più castella.

Tornando a’ fatti d’Italia, il re Luigi fatto cavaliere, e dato alcuno ordine a’ fatti del Regno che l’ubbidia, avvedutosi de’ baroni che teneano col re d’Ungheria, innanzi che volesse procedere a fare altra impresa attese a volere racquistare le castella di Napoli. E prima cominciò al castello di Santermo sopra la detta città, e quello per viltà di coloro che l’aveano a guardia, temendo delle minacce più che della forza della battaglia ch’era loro cominciata, essendo da potersi bene difendere, s’arrenderono al re. E avendo vittoriosamente acquistato questo castello, se ne venne a quello di Capovana, che è all’entrata della città, fortissimo, da non potersi vincere per battaglia. Coloro che dentro v’erano alla difesa cominciarono a resistere al primo assalto; ma inviliti per la presura di quello di Santermo, e più perchè non vedeano apparecchiato loro soccorso, trattaron la loro salvezza, e renderono il castello al re. Avuto il re questi due forti castelli con poca fatica, s’addirizzò al castello dell’Uovo fuori di Napoli sopra il mare, il quale per battaglia non si potea avere, ma era agevole ad assediare, che tutto era in mare, salvo d’una parte si congiungeva con una cresta del poggio, in sul quale il re fece fare un battifolle. Que’ del castello sappiendo che il loro soccorso non potea essere d’altra parte che per mare, e in quello mare non era alcuna forza del re d’Ungheria, innanzi che si volessono recare allo stremo patteggiarono col re, e renderongli il castello. Avute il re prosperamente queste tre castella in poco tempo, fece molto rinvigorire gli animi de’ Napoletani. E vedendo che non v’era rimaso altro che il castello Nuovo a capo alla città, dove era l’abitazione reale, il quale era sopra modo forte e bene fornito, tanto era cresciuta la baldanza, che nel fervore del loro animo con molto apparecchiamento si misono a combatterlo da ogni parte, con aspra e fiera battaglia. Ma dentro v’era Gulforte fratello di Currado Lupo, cui il re d’Ungheria avea lasciato vicario suo, ed era accompagnato di buona masnada, e bene fornito alla difesa, sicchè per niente si travagliarono della battaglia. E certificati che per forza non lo potevano avere, e che Gulforte era fedele al suo signore, presono consiglio d’abbarrare tra il castello e la città, e così fu fatto, e misonvi buona guardia; sicchè fuori che dalla marina il castello era assediato. E poi senza combattere o assalirlo, l’una gente e l’altra si stettono lungamente.

CAP. XXXVI. Come il re Luigi prese il conte d’Apici.

Avendo il re Luigi vittoriosamente racquistato tre così forti castelli, e lasciando il quarto assediato per terra e per mare, con la sua cavalleria, e con le masnade del doge Guernieri si mise a cavalcare sopra i baroni che teneano col re d’Ungheria, e in prima andò sopra il conte d’Apici, figliuolo del conte d’Ariano. Il conte vedendosi venire il re addosso con gran forza d’uomini d’arme, si racchiuse in Apici, e ivi s’afforzò alla difesa come potè il meglio. Il re faceva spesso assalire la terra. Vedendo il conte che non attendea soccorso, e che il castello non era forte da poter fare lunga difesa, s’arrendè alla misericordia del re: il quale trattò d’avere di suoi danari trentamila fiorini d’oro, e rimiselo nel suo stato, riconciliato alla sua grazia.

CAP. XXXVII. Come il re Luigi assediò Nocera.

Prosperando la fortuna il re Luigi nelle lievi cose, gli dava speranza di prendere le maggiori, e però si mise di presente con tutta sua gente nel piano di Puglia, e dirizzossi a Nocera de’ saracini, che si guardava per la gente del re d’Ungheria. Ma perocchè la città era grande, e guasta e male acconcia a potersi difendere, sentendo gli Ungheri che dentro v’erano l’avvenimento del re con la sua gente, abbandonarono la terra, e ridussonsi nella rocca di sopra, ch’era larga, e molto forte alla difesa, e ivi ridussono tutte le loro cose. E sopravvenendo il re Luigi, senza contasto con tutta sua gente entrarono nella città: e trovando il castello sopra la terra forte e bene guernito alla difesa, conobbono che non era da potersi vincere per forza di battaglie, e però non tentarono di combatterlo: ma avendo la città in loro balía, afforzarono in ogni parte intorno alla rocca, e puosonvi l’assedio, sperando d’averla, poichè gli Ungheri e i Tedeschi erano per la mortalità malati e mancati, e molti se n’erano iti per lo mancamento del soldo, e non era loro avviso che a tempo potessono avere soccorso; e però tenendo que’ del castello di Nocera assediati, cavalcarono tutto il piano di Puglia infino presso a Barletta; e avendo cominciato a prendere ardire, trovando che Currado Lupo vicario del re d’Ungheria non avea forza d’entrare in campo col re Luigi, nè di soccorrere gli assediati di Nocera, era assai possibile al re di mantenere l’assedio, e di fare tornare l’altre terre di Puglia a sua volontà, cavalcando con la sua forza il paese. Ma il fallace duca Guernieri, ch’avea milledugento cavalieri tedeschi in sua compagnia, conoscendo il tempo che far lo potea signore e trarlo di guerra, si mise a fargli quistione, e non lo lasciò muovere dall’assedio, nè andare all’altre terre per lungo tempo: dando luogo a Currado Lupo avversario del re di potersi provvedere al soccorso, e il re non era potente da se di cavalleria nè di moneta che senza il doge potesse fornire le sue bisogne, e però convenia che seguisse più la volontà corrotta del doge Guernieri che la sua. E non avea ardimento di mostrare sospetto di lui, per paura che peggio non gli facesse, e da se nol potea partire senza peggiorare sua condizione, e crescere la forza e ’l vigore a’ suoi nimici. Ed essendo così intrigato e male condotto, per avere un capo a tutti i suoi soldati, perdè tempo più di cinque mesi al disutile assedio, e diede tempo a’ nimici di procacciare aiuto e soccorso, come fatto venne loro, come appresso racconteremo.

CAP. XXXVIII. Come Currado Lupo liberò Nocera.

Mentre che l’assedio si manteneva per lo re Luigi a Nocera, Currado Lupo, ch’era rimaso alla guardia del reame per lo re d’Ungheria, intese a sollicitare il re, tanto che gli mandò una quantità di danari per ristorare la gente che per la mortalità gli era mancata: il quale di presente cavalcò in Abruzzi, e condusse de’ cavalieri tedeschi ch’erano in Toscana e nella Marca, tanti, che co’ suoi si trovò con duemila barbute: e lasciatine una parte alla guardia delle terre che per lui si teneano, e eletti milledugento cavalieri in sua compagnia, si propose di soccorrere gli assediati del castello di Nocera. Il re Luigi avendo sentito come Currado Lupo avea accolta gente per venire contra lui, di presente mandò il conte di Minerbino, e il conte di Sprech Tedesco, con ottocento cavalieri a impedire i passi, che Currado Lupo co’ suoi cavalieri non potesse entrare nel piano di Puglia. Ma il detto Currado, come franco capitano e sollecito, la notte si mise a cammino, e fu prima, partendosi da Guglionese, valicato i passi ed entrato nel piano di Puglia, che la gente del re fosse a impedirlo, e senza arresto, co’ suoi cavalieri in quello dì cavalcarono quaranta miglia, e la sera giunsono a Nocera in sul tramontare del sole; e perocchè erano molto affaticati della lunga giornata, e i cavalli stanchi e l’ora tarda, se n’entrarono nel castello senza fare altro assalto, o riceverlo dalla gente del re Luigi. E questo avvenne, imperciocchè del subito avvenimento sbigottì forte la gente del re, e specialmente essendo assottigliato l’oste, e non sappiendo che della loro gente andata a’ passi si fosse avvenuto. Il re veggendo la sua gente sbigottita, prese l’arme e montò a cavallo, e confortò francamente i suoi: e sopravvenendo la notte, in persona ordinò buona e sollecita guardia, attendendo il ritorno de’ suoi cavalieri. I nimici ch’erano stanchi intesono a mangiare, e a confortare la loro gente, e dare riposo a’ loro cavalli, per essere la mattina alla battaglia.

CAP. XXXIX. Come il re Luigi rifiutò la battaglia con Currado Lupo.

La mattina seguente, Currado Lupo innanzi che scendessono del castello nel piano, mandò a richiedere il re Luigi di battaglia, e per segno di ciò gli mandò il guanto per lo suo trombetta; il re ricevette il guanto, e con dimostramento di franco cuore e d’ardire, senza tenere altro consiglio promise la battaglia: perocchè la notte medesima il conte di Minerbino e ’l conte di Sprech erano tornati con la loro gente al soccorso del re. Currado avendo la risposta dal re, come accettava di venire alla battaglia, non ostante che il re avesse assai più gente di lui, confidandosi nella buona gente che avere gli pareva, e conoscendo la condizione del doge Guernieri, e forse intendendosi con lui, scese del castello con tutta sua cavalleria, e ancora con gli Ungheri ch’erano nel castello a cavallo, e valicato per una parte della città ch’era in loro signoria, con dimostramento di grande ardire si schierò nel piano dirimpetto alla città, aspettando che il re venisse con la sua gente alla battaglia. E vedendo che non venia, un’altra volta il mandò a richiedere di battaglia. Il re avendo volontà di combattere sommovea i suoi baroni e gli altri cavalieri a ciò fare, con grande istanzia: il doge Guernieri, quale che cagione il movesse, che dubbia era la sua fede, vedendo il re acceso alla battaglia, fu a lui, e con dimostramento di savio e buono consiglio, e con belle parole il ritenne, mostrandogli che folle partito era a quel punto prendere battaglia, allegando che per due cose sole si dovea combattere, l’una per necessità, e l’altra per grande avvantaggio, e quivi non era nè l’una nè l’altra. E forse che il consiglio suo fu più salutevole che malvagio a quel punto, il re vedendo il consiglio del duca, e temendo di non essere seguito nella battaglia da lui nè da’ suoi cavalieri, si ritenne in Nocera, ontosamente schernito da’ suoi avversari, i quali schierati in sul campo faceano vergogna al re, perchè non usciva alla battaglia come promesso avea; e avendo aspettato infino al mezzodì, e trombato e ritrombato per attrarre la gente del re alla battaglia, e veggendo non erano acconci a uscire della terra, si partì di là ordinatamente con le schiere fatte, e dirizzossi verso la città di Foggia, ch’era ivi presso nello piano di Puglia, e in quella, ch’era senza guardia e senza sospetto, s’entrò di cheto, senza trovare alcuno riparo. E trovandola piena d’ogni bene, quivi s’alloggiarono, facendo delle case, e delle masserizie, e della vittuaglia, e delle donne maritate e delle pulzelle la loro sfrenata volontà, e ogni sustanza di quella terra si recarono prima in uso, e poscia in preda. E quivi in prima si cominciò ad assaggiare la preda dello avere del Regno da’ Tedeschi e dagli Ungari, la quale assaggiata vi attrasse da ogni parte i soldati, come gli uccelli alla carogna, in grave danno di tutto il paese, come procedendo per li tempi in nostra materia dimostreremo.

CAP. XL. Della materia medesima.

Essendo Currado Lupo con la sua gente in Foggia, con grande baldanza presa contro al re Luigi, intendendosi col duca Guernieri, afforzò la città di Foggia, per potere contastare al re il ritorno per la via del piano in Terra di Lavoro. E così fece lungamente, crescendo continuamente la sua gente di cavalleria e masnadieri, perchè viveano di prede, e avanzavano sopra i paesani non usi di guerra, nè provveduti alla loro difesa. Il re avendo scoperto come dal duca Guernieri non potea avere servigio che utile gli fosse, e che fidare non se ne potea, stato due mesi a Nocera senza alcuno frutto, con grande abbassamento di suo stato e onore, poichè Currado Lupo entrò in Puglia, prese suo tempo, e girando la Puglia, dilungandosi da’ nimici ch’erano in Foggia, entrò in Ascoli, e ivi stato pochi dì se ne venne a Troia, e di là per Terra beneventana si tornò a Napoli senza contasto.

CAP. XLI. Come morì il re Alfonso di Castella.

In questo anno, del mese di marzo, morì il re Alfonso di Castella, lasciando Pietro suo figliuolo legittimo, nato della reina sirocchia del re di Portogallo, d’età di quindici anni, e sette suoi fratelli nati di donna Dianora, grande e gentile donna di Castella, la quale il detto re amò sopra la reina, e tennela ventiquattro anni. Morto il re, don Pietro fu coronato del reame, ed essendo troppo giovane, i maggiori baroni per tre anni ebbono a governare il reame. E venuto il re Pietro in età di diciotto anni, con malizia, e con senno e con ardire, di gran cuore prese il governamento di suo reame, e trassene i baroni, e cominciò aspramente a farsi ubbidire; perocchè temendo de’ suoi baroni, trovò modo di fare infamare l’uno l’altro, e prendendo cagione, gli cominciò a uccidere colle sue mani, e in breve tempo ne fece morire venticinque: e tre suoi fratelli fece morire e la loro madre, e gli altri perseguitò: ed eglino valenti e di gran seguito e ardire si ridussono in loro castella, e feciono al re aspra guerra. E ora fu, che l’uno di loro, ch’era conte di... in uno abboccamento ebbe prigione il re, e consentì che si fuggisse per grande benignità, e in fine si partì di Spagna, e tornossene col fratello in Araona.

CAP. XLII. Come il doge Guernieri fu preso in Corneto dagli Ungheri.

Tornato il re Luigi a Napoli, non avendo potuto acquistare in Puglia alcuna cosa, ma peggiorata la sua condizione, acciocchè le terre e’ baroni di sua parte non prendessono troppo sconforto della sua partita, mandò in Puglia il doge Guernieri con quattrocento cavalieri, e commisegli la guardia di coloro che teneano con esso lui, e che raffrenasse la baldanza de’ suoi avversari. Il duca si mosse con sua compagnia, e con lui mandò il re alquanti confidenti toscani, tra’ quali fu messer Iacopo de’ Cavalcanti di Firenze, pro’ e valente cavaliere. Costoro entrati in Puglia si ridussono in Corneto. Il fallace duca pensava, che stando dalla parte del re non potea predare nè avanzare come l’animo suo desiderava, e vedendo la materia acconcia, e già cominciata per Currado Lupo e per gli Ungheri, trovò modo, volendo coprire il suo tradimento, come fatto gli venisse senza sua palese infamia. E per venire a questo, essendo presso a nimici più possenti di lui, si stava senza alcuno ordine e senza fare guardia il dì e la notte, anzi non lasciava serrare le porti della città, e andavasi a dormire con tutta la sua masnada. Onde avvenne, come si crede ch’egli avesse ordinato, che Currado Lupo con parte di sua gente una notte vi cavalcò, e trovate le porte aperte, e senza difesa e guardia, s’entrò nella città: e trovando il doge e’ suoi cavalieri dormire ne’ loro alberghi, tutti senza dare colpo di lancia o di spada ebbe a prigione, loro e’ loro cavalli e arnesi, senza che niuno ne fuggisse; e avuti i forestieri a prigioni furono signori della terra, e fecionne, come di Foggia, la loro volontà: e il dì seguente con grande gazzarra ne menarono i prigioni e la preda a Foggia, dove faceano loro residenza. Ed essendo il duca Guernieri prigione in Foggia, si fece porre di taglia trentamila fiorini d’oro; e mandò al re che ’l dovesse ricomperare in fra certo tempo, e dove questo non facesse, disse gli conveniva essere contro a lui in aiuto del re d’Ungheria: e però gli protestava, che se il riscatto non facesse, non gli farebbe tradimento venendo contro a lui dal termine innanzi. Il re Luigi avendo conosciuto per opere i suoi baratti, avvegnachè conoscesse che per cupidità di preda e’ sarebbe contro a’ suoi agro nimico, innanzi il volle suo avversario, potendo contro a lui scoprirsi alla sua difesa, che averlo traditore dalla sua parte, e però nol volle riscuotere. Onde egli trasse a se tutti i Tedeschi di sua condotta, e da Currado Lupo fu fatto il terzo conducitore della sua oste, renduto a lui e a’ suoi l’armi e’ cavalli e gli arnesi. Messer Iacopo de’ Cavalcanti, perocchè altra volta era stato preso, e lasciato alla fede, fu ritenuto, e ultimamente per mandato del re d’Ungheria, per corrotto saramento, vituperevolemente fu impiccato.

CAP. XLIII. Come i Fiorentini presono Colle.

I Colligiani avendo ripreso in loro giuridizione il reggimento libero della loro terra, poichè ’l duca d’Atene fu cacciato di Firenze, che per lo detto comune n’era signore, volendo mantenere la loro libertà, non lo seppono fare, anzi cominciarono a setteggiare, e volere cacciare l’uno l’altro, e alcuna parte trattava coll’aiuto di grandi e possenti vicini d’esserne tiranni. E scoperto tra loro il trattato, si condussono all’arme: e stando in combattimento dentro, il comune di Firenze per paura che tirannia non vi si accogliesse, subitamente vi mandò il capitano della guardia che allora tenea in Firenze, con trecento cavalieri e con assai fanti a piè, e improvviso vennono a’ Colligiani in su le porti e intorno alla Prateria, del mese d’aprile gli anni 1349. E sentendo i Colligiani la gente de’ Fiorentini alle porti, e tra loro grave discordia dentro, viddono, che volere a’ cittadini di Firenze, che ivi erano mandati per loro bene, fare resistenza era impossibile, e il loro peggiore, perocchè se l’una setta si fosse messa alla difesa, l’altra si sarebbe fatta forte col comune di Firenze, e arebbono abbattuta la setta contraria, sicchè per lo loro migliore, di comune concordia apersono le porti, e misono dentro la gente del comune di Firenze. E come dentro vi furono, i terrazzani lasciarono l’arme che aveano prese per la loro divisione, e ragunati al consiglio, conobbono, che il comune beneficio della loro comunità era di dare la guardia di quella terra al comune di Firenze, e altrimenti non vedeano di potere vivere in pace e in riposo senza sospetto l’uno dell’altro. E però diliberarono solennemente tutti d’uno animo e d’una concordia, che ’l comune di Firenze avesse in perpetuo la guardia di quella terra; e il comune la prese, e ordinò dentro senza quistione i loro ufici, comunicandoli discretamente tra’ loro terrazzani, a contentamento di catuna parte; e appresso di tempo in tempo v’ordinò il comune di Firenze la guardia de’ suoi cittadini, e i rettori di quella, mandandovegli da Firenze ogni sei mesi successivamente.

CAP. XLIV. Come i Fiorentini ebbono Sangimignano a tempo.

Nel detto anno e mese d’aprile, recata la terra di Colle a guardia del comune di Firenze prosperamente, innanzi che il detto capitano con sua gente a piè e a cavallo tornasse a Firenze, essendo il comune di Sangimignano per simile modo in grande divisione per cagione del loro reggimento, onde forte si temea non pervenisse a tiranno, il comune di Firenze vegghiando con sollecitudine a mantenere la libertà di Toscana, fece comandamento al capitano e a’ cittadini consiglieri ch’erano con lui ch’andassono a Sangimignano, e senza fare alcuno danno, o atto di guerra, domandassono per lo comune di Firenze la guardia di quella terra, acciocchè il comune loro e ’l nostro vivessono di ciò più sicuri, che non si potea vivere vedendogli in setta e in divisioni. Il capitano con quella gente se n’andò a Sangimignano, e fece il comandamento del comune di Firenze, standosi fuori della terra senza fare danno niuno. E fatta la richesta, quegli di Sangimignano ebbono sopra ciò diversi consigli, e dibattutosi fra loro più giorni, che l’uno volea e l’altro no, in fine avvedendosi che le loro discordie erano pericolose, e che non erano potenti a mantenere libertà; vedendo il pericolo delle divisioni e sette che aveano tra loro, e che lo sdegno del comune di Firenze potea risultare in loro maggiore pericolo, per comune consiglio diedono per tre anni a venire il governamento e la guardia di quella terra al comune di Firenze, con patto che il comune vi mandasse di sei mesi in sei mesi uno cittadino popolano di Firenze per capitano della guardia, e un altro per podestà alle loro spese; e così deliberato, misono di gran concordia dentro la gente del comune di Firenze. E ricevuti i rettori, cominciarono a vivere tra loro in molta concordia e pace, e catuno intendeva a fare i fatti suoi, dimenticando le cittadine contenzioni e gli altri sospetti che gli conturbavano, e il capitano co’ suoi cavalieri e col popolo tornò a Firenze ricevuto a onore, del detto mese d’aprile.

CAP. XLV. Di tremuoti furono in Italia.

In questo anno, a dì 10 di settembre, si cominciarono in Italia tremuoti disusati e maravigliosi, i quali in molte parti del mondo durarono più dì, e a Roma feciono cadere il campanile della chiesa grande di san Paolo, con parte delle loggi di quella chiesa, e una parte della nobile torre delle milizie, e la torre del conte, lasciando in molte altre parti di Roma memoria delle sue rovine. Nella città di Napoli fece cadere il campanile, e la faccia della chiesa del vescovado e di santo Giovanni maggiore, e in assai altre parti della città fece grandi rovine, con poco danno degli uomini. Nella città d’Aversa, essendo i caporali de’ Tedeschi e degli Ungheri, con molti conestabili e cavalieri, a consiglio nella chiesa maggiore, non determinato il loro consiglio uscirono della chiesa, e come furono fuori, la chiesa cadde, e per volontà di Dio a niuno fece male. La città dell’Aquila ne fu quasi distrutta, che tutte le chiese e’ grandi difici della città caddono, con grande mortalità d’uomini e di femmine; e durando per più dì i detti tremuoti, tutti i cittadini, ed eziandio i forestieri, si misono a stare il dì e la notte su per le piazze e di fuori a campo, mentre che quello movimento della terra fu, che durò otto dì e più. Ed erano sì grandi, che in piana terra avea l’uomo fatica di potersi tenere in piede. A san Germano e a monte Cassino fece incredibili ruine di grandi difici, e dell’antico monistero di santo Benedetto sopra il monte del poggio medesimo, che pare tutto sasso, abbattè buona parte; il castello di Valzorano del poggio rovinò nella valle, con morte quasi di tutti i suoi abitanti. Nella città di Sora fece degli edifici grandissime ruine, e così in molte altre parti di Campagna e di terra di Roma, e del Regno e di molte altre parti d’Italia, che sarebbono lunghe e tediose a raccontare. Per li quali terremuoti si potea per li savi stimare le future novità e rivolgimenti di que’ paesi, le quali poi seguitarono, come il nostro trattato seguendo si potrà vedere.

CAP. XLVI. Come sommerse Villacco in Alamagna.

In questo medesimo tempo, essendo all’entrare della Magna sopra una valle una città che ha nome Villacco, in sul passo, con alquante villate e castella che teneano bene dodici miglia, a’ confini della Schiavonia, questa terra con le sue ville e castella per gli terremuoti s’attuffò nella valle, con grande danno di morte de’ suoi abitanti. E perocchè il luogo è sul passo del Friuli e Schiavonia, e paese ubertuoso, e i suoi alberghi tutti si fanno di legname, che ve n’ha grande abbondanza, fu tosto rifatto e abitato. Innanzi che l’anno fusse compiuto dal suo rifacimento, per fuoco arse tutta la terra, che fu a pensare non piccolo giudicio de’ suoi abitanti. Ma per lo fertile luogo e utile per lo passo, in brieve tempo fu redificata la terra più bella che prima.

CAP. XLVII. De’ fatti del Regno.

Del mese di maggio del detto anno, sentendo il re Luigi crescere fortemente nel Regno la forza del re d’Ungheria, fece comandamento a tutti i suoi baroni che teneano con lui che si sforzassono d’arme e di cavalli, e ragunassonsi in Napoli per resistere a’ loro avversari, che aveano per la presa di Foggia e di Corneto presa superchia baldanza in Puglia, e accolti molti Tedeschi d’Italia, per vaghezza delle prede del Regno, più che per soldo ch’elli avessono. I baroni vedendo il comune pericolo di loro stato e di tutto il Regno, feciono gente d’arme, e ragunaronsi a Napoli più di tremila cavalieri ben montati e bene armati; e ancora non era venuto il conte di Minerbino, che avea con seco trecento barbute. Currado Lupo, che avea con seco il duca Guernieri, e ’l conte di Lando, e messer Giovanni d’Arnicchi, Tedeschi grandi maestri di guerra, e con grande seguito di soldati tedeschi, avieno accolti tutti gli Ungheri del Regno, ch’erano più di settecento, in grande fede al loro signore: e ancora erano ragunati con loro masnadieri italiani assai, tratti per guadagnare, sentendo che la forza del re era ragunata a Napoli, di presente fornì di guardia tutte le terre sue, e co’ sopraddetti caporali, e co’ loro cavalieri tedeschi e ungheri, milleseicento o più, e con briganti a piè, acconci a guadagnare, sperando abboccarsi co’ ricchi baroni del Regno, si partirono di Foggia, e senza fare soggiorno o trovare resistenza se ne vennero infino ad Aversa, città di Terra di Lavoro, presso a Napoli a otto miglia, la quale in quel tempo non era murata: e per mala provvedenza non era guardata, avvegnachè malagevole fosse a guardare, perchè era molto sparta, ma avea il castello molto grande e forte. Currado Lupo con la sua cavalleria senza contasto s’entrò nella terra, la quale era doviziosa e piena d’ogni bene. Ed essendo altra volta stata all’ubbidienza del re d’Ungheria, non si pensarono essere trattati in ruberia e in preda dal vicario del re, e però si trovarono ingannati. I Tedeschi e gli Ungheri come furono dentro cominciarono a fare delle cose, vi trovarono da vivere a comune con i cittadini, con più temperanza e ordine che fatto non aveano in Foggia, perocchè vi aveano più a stare. E incontanente cavalcarono per lo paese e per li casali dintorno per farsi ubbidire, e recare il mercato derrata per danaio; e chi non gli ubbidia di recare della roba ad Aversa sì la rubavano e ardevano. E in fine, ora per una cagione, ora per un’altra, tutti erano rubati, e cominciarono a cavalcare fino presso a Napoli, ed a non lasciare a’ foresi portare alcuna roba in quella terra, che a giornata solea abbondare della molta roba delle terre e casali di fuori, ed ora niuno v’andava, che d’ogni parte erano rotte le strade e i cammini, onde la città cominciò ad avere carestia, e convenia che per mare si fornisse. Il re Luigi avea baroni e cavalieri assai in Napoli, ma per buono consiglio riteneva i suoi baroni con il volonteroso popolo che non uscissono contro a’ nimici a loro stanza, e attendea maggiore forza di sua gente di dì in dì, e pensava che i nimici per le ruberie fatte a’ paesani venissono in soffratta, e volea a sua stanza e a suo tempo andare sopra i suoi nimici e a suo vantaggio, e non alla loro richiesta, e questo era salutevole e buono consiglio. Ma dove la fortuna giuoca più che ’l senno, la gente vi corre.

CAP. XLVIII. Come la gente del re d’Ungheria sconfisse i baroni del Regno.

Vedendo i capitani della gente del re d’Ungheria che la baronia del Regno era accolta a Napoli contro a loro, e non si movea nè mostrava in campo per le loro cavalcate, si feciono loro più presso a Meleto quattro miglia presso a Napoli; e quivi stando, cominciarono a dare voce che discordia fosse tra’ Tedeschi e gli Ungheri, e seguendo loro malizia s’armarono, e acconciarono il campo come se dovessero combattere insieme; e avendo tra loro mezzani gli Ungheri, come malcontenti d’essere con Currado Lupo, dierono voce di volersene tornare in Puglia. I giovani baroni che sentivano di presso le novelle de’ loro nimici, e’ baldanzosi cavalieri napoletani credendo che la discordia fosse tra gli Ungheri e’ Tedeschi come la boce correa, non accorgendosi del baratto, e parendo loro che per difetto di vittuaglia e’ non potessono più stare nel paese, quasi come la preda uscisse loro tra le mani aspettando, fremivano nell’animo d’uscire fuori, e correre sopra i nimici; e contradicendo il re e ’l suo consiglio la furiosa presunzione de’ giovani baroni e de’ pomposi Napoletani, in furia s’apparecchiarono dell’arme. E montati sopra i loro destrieri e buoni cavalli, che n’erano bene forniti, e con ricchi arredi e nobili sopransegne, colle cinture dell’oro e dell’argento cinte, in grande pompa, avendo fatto loro capitani messer Ruberto di Sanseverino, e messer Ramondo del Balzo, valenti baroni, e il conte di Sprech Tedesco, e messer Guiglielmo da Fogliano, ordinate loro battaglie, contradicendolo il re in persona, uscirono di Napoli, e addirizzaronsi a’ nimici. Il cammino era corto, e il paese piano, sicchè in poca d’ora furono giunti al campo, ove trovarono di costa a Meleto nella spianata schierati i nemici, i quali aveano sentito il furioso movimento de’ ricchi baroni e cavalieri del Regno, e aveano con savio provvedimento fatte tre schiere. Vedendo la folle condotta de’ loro avversari, s’allegrarono, e’ baldanzosi regnicoli sì diedono francamente nella prima schiera, la quale, per ordine fatto a maestria, s’aperse, e lasciò valicare, e mescolare tra loro la cavalleria del Regno, non ostante che assai fussono più di loro; e reggendo a testa la seconda schiera e intrigata la battaglia, il conte di Lando, ch’era da parte colla sua schiera, tornò un poco di campo, e venne loro alle reni, e combattendoli dinanzi e didietro, avvegnachè v’avesse di valorosi cavalieri, per la loro mala provvedenza in poca d’ora con non troppa asprezza di battaglia gli ebbono vinti, e sbarattati e richiusi tra loro per modo, che la maggior parte co’ loro capitani furono presi, e pochi ne morirono. Quelli che poterono fuggire ne fuggirono, e non furono incalciati, perchè erano presso alla città, e i loro nemici n’aveano assai tra le mani a guardare, sicchè non si curarono d’incalciare gli altri. Questa propriamente non si potè dire battaglia, ma uno irretamento da pigliare baroni e cavalieri di grandi ricchezze. I presi furono tra conti e baroni venticinque de’ maggiori del Regno, con molti ricchi cavalieri napoletani di Capovana e di Nido, e nobili scudieri e grandi borgesi e baroncelli del Regno, i quali erano tutti bene montati. E come i capitani de’ Tedeschi e degli Ungheri ebbono raccolti insieme i prigioni e la preda, con grande festa e sollazzo d’avere acquistato grande tesoro senza fatica, gli condussono ad Aversa; e messi i baroni e’ cavalieri in sicure prigioni, l’altra preda divisono tra loro. E questo fu a dì sei di giugno 1349.

CAP. XLIX. Come i Napoletani ricomperarono la vendemmia da’ nimici.

Dopo la detta sconfitta la gente del re d’Ungheria avendo presa grande baldanza, cavalcavano ogni dì infino a Napoli per tutte le contrade circostanti alla città, senza trovare alcuno contasto. Ch’e’ cavalieri ch’erano in Napoli, e quelli che scamparono della sconfitta, tutti tornarono in loro paese, e i Napoletani non ebbono più ardire di montare a cavallo contra i nimici; per la qual cosa assai picciola gente spesso entravano con grande ardire tra santa Maria del Carmino e il Santolo, rubando e facendo preda in sul mercato; e per questo avvenne che per terra non v’entrava alcuna vittuaglia, e però convenne che per mare vi venisse d’altre parti, e montasse ogni cosa, fuori del vino, in grande carestia. Vedendo i Napoletani nella forza de’ loro nemici tutto il loro contado, temendo delle loro vendemmie, e per avere alcuna posa, diedono a Currado Lupo e a’ suoi compagni ventimila fiorini d’oro, e messer Ramondo del Balzo, e messer Ruberto da Sanseverino, e il conte di Tricario anche della casa di Sanseverino, e il conte di santo Angiolo, e un altro barone, ch’erano presi, si ricomperarono fiorini centomila d’oro, e gli altri baroni del Regno e cavalieri si ricomperarono fiorini cinquantamila, e’ cavalieri e scudieri di Napoli si ricomperarono altri cinquantamila fiorini: e il conte di Sprech Tedesco, e M. Guiglielmo da Fogliano e’ soldati forestieri, tolto loro l’arme e’ cavalli, furono lasciati alla fede. E trovandosi questa gente del re d’Ungheria fornita d’arme e di cavalli, e pieni d’arnesi, e abbondante d’ogni bene, questi danari, e molti gioielli d’oro e d’ariento, riposono nel castello d’Aversa senza partire, acciocchè niuno avesse cagione di partirsi del paese. E per accogliere maggiore tesoro, i danari del riscatto, e del tempo della vendemmia, furono pagati, e queto il paese mentre che le vendemmie durarono, secondo la loro promessa, e passato il tempo ricominciarono la guerra come prima, aspettando danari freschi dal re e da’ Napoletani, come appresso seguendo si potrà trovare.

CAP. L. Come si fe’ triegua nel Regno.

Il papa e’ cardinali avendo sentita la rotta de’ baroni del Regno, e che ’l paese si guastava, mandarono nel Regno M. Annibaldo da Ceccano cardinale legato di santa Chiesa, a procacciare di conservare il reame, acciocchè la discordia de’ due re non guastasse quello ch’era di santa Chiesa. Il cardinale giunto a Napoli trovò il re e’ Napoletani in male stato, e i paesi di Terra di Lavoro guasti, rubate le castella, le ville, i casali, e vedendo che la forza de’ Tedeschi e degli Ungheri guastava tutto, si mise a cercare via d’accordo, e andava dall’una parte all’altra, ma poco frutto di concordia seppe fare. Onde il re e’ Napoletani avvedendosi che il cardinale non facea loro profitto, si condussono a cercare eglino con loro confidenti. E mandarono a Currado Lupo e agli altri caporali ad Aversa, e in fine vennono con loro a concordia, che dovessono lasciare in mano del cardinale Aversa e Capova, e tutte le terre e castella che teneano dal Volturno di Tuliverno in verso Napoli, per tutta Terra di Lavoro e di Principato, e facendo questo avessono contanti centoventimila fiorini d’oro. Le terre furono lasciate nella guardia del cardinale, e i danari furono pagati del mese di gennaio 1349. Allora vidono il conto de’ danari che aveano raunati, e trovaronsi in contanti più di cinquecento migliaia di fiorini d’oro, i quali di molta concordia si divisono a bottino. E’ caporali dividitori furono, Currado Lupo, e il doge Guernieri, e il conte di Lando, e M. Gianni d’Ornicchi, e alcuni altri. E oltre a questo tesoro, e oltre a molti destrieri, e ricchi arnesi e armadure che catuno avea, ebbono parte di molte vasellamenta d’argento, e di croci e di calici e d’altri ornamenti delle chiese che avieno spogliate, e ornamenti delle donne, e drappi e vestimenta di grandissima valuta, de’ quali erano pieni, avendone spogliate parecchie città, come detto abbiamo. Costoro sopra modo ricchi, passato il Volturno, si diliberarono di partirsi del Regno, e tutti, fuori che Currado Lupo, e fra Moriale e gli Ungheri, che si ritennono per lo re d’Ungheria nel Regno, si partirono e menandone molte donne rapite a’ loro mariti, e molte altre che non aveano marito, cosa strana e disusata tra’ fedeli cristiani; e ricchi delle loro rapine, quali si tornarono in Alamagna, e altri si sparsono nell’italiane guerre: e per questo modo il Regno ebbe alcuno sollevamento dalle ruberie e dalla guerra, che catuno si posava volentieri. E dandoci alquanto triegua le novità dello sviato Regno, ci s’apparecchia nuova e lieve cagione, della quale surse come di picciola favilla fuoco di smisurata grandezza.

CAP. LI. Di novità di barbari di Bella Marina.

Tornando alquanto nostra materia a’ fatti de’ barbari, in questo tempo Buevem figliuolo di Balese della Bella Marina, a cui come addietro è narrato, il detto Buevem avea rubellato il regno di Tremusi, sentendo che Maometto suo cugino gli avea rubellato Fessa e il suo reame, liberò di servaggio mille cristiani, e misegli a cavallo e in arme, e accolse suo oste di quindicimila cavalieri, e di gran popolo di Mori a piè, e andonne verso Fessa, contro a Maometto, il quale trovò provveduto con venticinquemila cavalieri e di grande popolo, e fecelisi incontro fuori della città di Fessa, e non troppo lungi della città commisono aspra battaglia, nella quale morirono grandissima quantità di saracini da catuna parte; in fine, come piacque a Dio, per virtù de’ cristiani Maometto fu sconfitto, colla sua gente morta e sbarattata, ed egli si rifuggì nel castello di Villanuova, ove Buevem il tenne assediato sei mesi senza speranza di poterlo avere per la grande fortezza; e però argomentò di fare fuggire da se un grande caporale de’ cristiani con sua masnada, e mostrando di perseguirlo per uccidere, si fuggì a Maometto nel castello, il quale conoscendo la prodezza e senno de’ cristiani, pensò di difendersi meglio, avendo costui dal suo lato, e però gli fece onore e grandi promesse, perchè avesse materia d’aiutarlo e d’esser leale. Costui mostrandosi agro nimico di Buevem, alcuna volta uscì fuori percotendo il campo, e ritornando con onore. Il re Buevem mostrando che onta gli fosse cresciuta per la fuggita del malvagio cristiano, ordinò di volere combattere il castello. Maometto sentendo ciò s’ordinò alla difesa: e avendo presa confidenza nel conestabile cristiano, gli accomandò la guardia d’una porta del castello. E venendo il re alla battaglia, il traditore gli aperse la porta, ed entrato dentro con grande sforzo, preso Maometto, e incarcerato, in pochi dì il fece morire. E andato a Fessa, fu ricevuto come re e loro signore, e fu coronato re di Morocco, e della Bella Marina e di Tremusi in poco tempo, essendo il padre a Tunisi, il quale tornando poi contro al figliuolo per lo regno, gli avvenne quello che a suo tempo diremo.

CAP. LII. Come Balase tornando per lo suo reame contro al figliuolo ebbe grande fortuna, e poi fu avvelenato.

Balase avendo acquistato il reame di Tunisi, e perduto quello di Bella Marina e di Tremusi, di che Buevem suo figliuolo s’avea fatto coronare, fece in Tunisi re un altro suo figliuolo, e con sei galee armate, e una nave di Genovesi carica di grande tesoro ch’avea tratto di Tunisi, del mese d’ottobre del detto anno, si mise in mare per tornare nel suo reame: confidandosi, che essendo con sua persona nel paese, i suoi sudditi l’ubbidirebbono, non ostante che il figliuolo avesse la signoria. E avendo lasciato il suo nuovo re in Tunisi, poco appresso la sua partita gli Arabi entrarono in Tunisi, e uccisono questo figliuolo rimaso, e fecionne re il nipote del re di Tunisi, cui Balase avea morto; e ’l detto Balase essendo in mare, una fortuna il percosse, e tutte e sei le sue galee ruppe, e tutti gli uomini perirono, salvo il re con alquanti compagni che camparono in su uno scoglio: e indi levato da certi pescatori fu portato a Morocco, ove riconosciuto, fu ricevuto come loro signore. La nave col suo tesoro messasi in alto pelago arrivò in Ispagna, e il re Pietro s’appropiò il tesoro. Balase essendo ubbidito in Morocco e nel paese, di presente accolse di suoi baroni, e con grande oste andò contro a Buevem suo figliuolo, inverso Fessa; e cominciato a guerreggiare, veggendo Buevem che i suoi baroni cominciavano a ubbidire al padre, disperandosi della difesa, argomentò con incredibile tradimento. Egli avea seco una sua sirocchia giovane fanciulla figliuola di Balase, costei ammaestrò di quello ch’egli volle ch’ella facesse: la quale si partì da lui, mostrando mal suo volere, e tornò al padre, il quale la vide allegramente, ed ella lui, come caro padre, e commendatola della sua venuta, la tenea intorno a se come figliuola. Ma la corrotta fanciulla osservando la malizia del fratello, ivi a pochi dì avvelenò il padre. Finito Balase il corso della sua vita, e delle sue grandi fortune prospere e avverse, Buevem suo figliuolo rimase re della Bella Marina, e di Morocco e di Tremusi; ma poco appresso i Mori gli rubellarono Tremusi, ma egli di presente vi mandò grande oste, e racquistò tutto. E montato in grande potenzia, per forza si sottomise il reame di Buggea e quello di Costantina, e’ loro re mise in prigione. E incrudelito, per ambizione di reggere la signoria con meno paura, in brieve tempo fece morire venticinque suoi fratelli di diverse madri. Ed esaltato sopra tutti i Barberi, cominciò a usare senza freno la sua lussuria, e gli altri diletti carnali, ove si riposa la gloria di quelli saracini; e a un’otta avea trecento mogli e grande novero di vergini, le più nobili e le più belle de’ suoi reami: e quando gli piaceva, usava con quella che l’appetito della sua concupiscenza richiedeva, e quella mettea nel numero delle sue mogli. Uomo fu ridottato sopra gli altri signori, e aspro punitore di giustizia; e con grande guardia e con molto ordine governava i suoi reami. A’ cristiani mercatanti facea grande onore, e volentieri gli ricettava in suo reame.

CAP. LIII. Come per lievi cagioni suscitò novità in Romagna.

Essendo conte di Romagna messer Astorgio di Duraforte di Proenza, il quale avea per moglie una nipote di papa Clemente sesto, o che più vero fosse sua figliuola, il papa l’amava, e intendeva a farlo grande. Costui il dì della Pasqua di Natale del detto anno, mostrando familiarità co’ gentiluomini di Faenza, gli fece invitare a pasquare seco. Ed essendo a desinare, riscaldati dalla vivanda e dal vino, messer Giovanni de’ Manfredi dimestico del conte gli disse: in cotale mattina per cagione di padronatico, ci è debitore il vescovo di Faenza di mandare una gallina con dodici pulcini di pasta, e con carne cotta: e quando questo e’ non fa, a noi è lecito mandare alla sua cucina, e trarne la vivanda, e ciò che in quella si trova. La gallina non è venuta, e però piacciavi che con vostra licenza noi possiamo usare la ragione del nostro padronatico. La domanda fu indiscreta, essendo in casa altrui, che non era certo che il vescovo avesse fallato; e il conte con poco sentimento, non considerando il pericolo della novità, concedette quella licenza follemente. Il vescovo avea fatto suo dovere, e avea mandata a casa messer Giovanni d’Alberghettino la gallina e i pulcini, a cui l’anno toccava quello onore, e la donna per un suo scudiere l’avea mandata al marito al palagio del conte; ma per comandamento fatto a’ portieri per lo conte che alcuno non vi lasciassero entrare, se n’era tornato a casa. Nondimeno messer Giovanni, ch’avea avuta la licenzia dal conte, disse a’ suoi famigli: andate, e chiamate de’ nostri amici, e dite loro rechino le scuri, ed entrate nel vescovado: e se le porti non vi sono aperte, colle scuri l’aprite, e della cucina del vescovo gittate fuori vivanda, e ciò che vi trovate dentro. Costoro andando agli amici di messer Giovanni diceano: togliete le scuri, e venite con noi. Coloro ch’erano invitati che togliessono le scuri non sapendo la cagione, pigliarono anche l’altre armi, e l’uno confortava l’altro: e così armati traevano a casa messer Giovanni. Le masnade del conte a piè e a cavallo che il dì avieno la guardia, temendo di questa novità, trassono a casa messer Giovanni, e cominciarono mischia contro a coloro vi trovarono armati. I terrazzani si difendeano non sappiendo la cagione del fatto: la gente traeva da ogni parte a romore. Sentendosi la novità al palagio dov’erano i convitati, facendosi il conte alle finestre, vidde a piè del palagio uno Franceschino di Valle, grande amico di messer Giovanni Manfredi, a cui commise che andasse da sua parte a comandare alla sua gente e a’ cittadini che lasciassono la zuffa e non contendessono insieme. Costui disarmato andò a fare il comandamento da parte del conte. La gente del conte, che conosceano costui amico di messer Giovanni, presono maggiore sospetto, e rivolsonsi contro a lui, e volendogli uno dare della spada in sulla testa, parando la mano al colpo gli fu tagliata: e seguendo i colpi contro a lui, fu morto, e in quello stante tre altri amici di messer Giovanni vi furono tagliati e morti. Per la qual cosa, al matto movimento aggiunto la vergogna e il danno, generò fellonia e sdegno in messer Giovanni, e conceputo nel petto, propose nella mente di tentare cose quasi incredibili a poterli venire fatte, secondo il suo piccolo e povero stato, le quali per molto studio copertamente, come vedere si potrà appresso, condusse al suo intendimento.

CAP. LIV. Come messer Giovanni Manfredi rubellò Faenza alla Chiesa.

Messer Giovanni Ricciardi de’ Manfredi avendo conceputo il tradimento ch’egli intendea fare, cominciò segretamente a dare ordine al fatto: e avvennegli bene, che il conte sopraddetto andò a corte a Vignone. E per alcuno sentimento di gelosia, per sicurtà menò con seco messer Guglielmo fratello carnale del detto messer Giovanni, come per grande confidenza di sua compagnia, e lasciò vececonte un Provenzale di poca virtù, con trecento cavalieri a sua compagnia. E oltre a ciò, lasciò fornite le fortezze della città e le castella di fuori. Messer Giovanni de’ Manfredi con molta stanzia tenea grande familiarità col vececonte, e con singulare studio traeva a se l’amore e la benivoglienza de’ cittadini. E come gli parve tempo, cominciò a mettere copertamente fanti in Faenza a pochi insieme, e feceli ricettare a’ suoi confidenti. E seppe sì fare, che in poco tempo ebbe nella città cinquecento fanti forestieri a sua petizione, innanzi che il vececonte o alcuno se ne fosse accorto. Ma discordandosi da lui messer Giovanni dello Argentino suo consorto, per via di setta, sentì come in certa contrada nel contado, gli amici di messer Giovanni di messer Ricciardo non si trovavano, e non si sapea dove fossono. E per questo sospettando di tradimento, fece sentire al vececonte, com’egli sapea che gli amici di messer Giovanni di messer Ricciardo in cotale e in cotale parte non si ritrovavano, perchè temea che in Faenza non apparisse novità; il visconte avendo con messer Giovanni singolare amicizia e confidenza, non volea intendere di lui alcuno sospetto, ma provvedea al riparo. E appressandosi il tempo che il fatto si dovea muovere, la cosa si venia più scoprendo. Allora il visconte ingelosito mandò a fare richiedere degli amici di messer Giovanni: costoro andarono prima a messer Giovanni a sapere quello ch’avessono a fare. Messer Giovanni disse loro: tornatevi a casa, e armatevi co’ vostri parenti e amici, e levate il romore. Ed egli co’ cittadini con cui egli si confidava, e co’ fanti che avea messi in Faenza s’andò ad armare, e accolto il suo aiuto, uscì delle case armato, e fecesi forte a’ suoi palagi. Levato il romore, il visconte fu a cavallo co’ suoi cavalieri e con fanti appiè soldati, e dirizzossi alle case di messer Giovanni, ove sentiva la gente armata. E giunto al luogo, trovando messer Giovanni co’ suoi armati cominciò a combattere con loro fortemente. Messer Giovanni co’ suoi si difendeva virtudiosamente, sostenendo il dì e la notte, senza perdere della piazza. La mattina messer Giovanni prese una parte della sua gente, e misesi sul fosso della città, onde attendea soccorso da alcuni suoi amici di fuori, e sforzandosi il visconte di levarlo di quel luogo, non ebbe podere. La gente venne, e misono un ponte, ch’aveano fatto però, sopra il fosso, e atati da quelli d’entro valicarono senza contrasto, e furono trecento fanti di Valdilamone, e altri amici di messer Giovanni, e due bandiere di quaranta cavalieri che vi mandò il signore di Ravenna. Il Provenzale sbigottito per codardia, avendo la maggior parte de’ cittadini in suo aiuto, e tutte le fortezze della città in sua guardia, e l’aiuto delle masnade di santa Chiesa a cavallo e a piè, ed essendo vincitore, standosi fermo, tanta viltà gli occupò la mente, ch’egli abbandonò le fortezze della terra, e la libera signoria ch’egli avea nelle sue mani, e tutto il suo onore, e non stato cacciato, abbandonò la città, e fuggissi a Imola colla sua gente, ove per reverenzia di santa Chiesa fu ricevuto, e raccettato mansuetamente. E abbandonata per costoro la città di Faenza e le sue fortezze, messer Giovanni di messer Ricciardo de’ Manfredi ne rimase libero signore. E incontanente si collegò col capitano di Forlì, e col signore di Ravenna, e co’ signori di Bologna, che temeano della Chiesa, perchè per tirannia teneano le città contro al volere della Chiesa, e segretamente davano aiuto e consiglio a messer Giovanni, acciocchè Faenza e Romagna non rimanesse all’ubbidienza della Chiesa. Questo appresso si dimostrò manifestamente, come leggendo nostro trattato si potrà trovare. E questo rubellamento avvenne a dì 27 di febbraio del detto anno.

CAP. LV. Come il capitano di Forlì prese Brettinoro per assedio.

Del mese di maggio seguente, gli anni Domini 1350, il capitano di Forlì vedendo che la Chiesa avea perduta Faenza, essendosi collegato co’ tiranni di Bologna, con quello di Ravenna e di Faenza, che desideravano al tutto svegliere la Chiesa di Romagna e la sua forza; conoscendo il tempo fece suo sforzo, e andò ad assedio al castello di Brettinoro, ch’era molto forte e bene fornito. E ivi stando lungamente, la Chiesa non lo soccorreva per avarizia, ma scrivea a’ signori di Bologna, i quali amavano che si perdesse, e ai comuni di Toscana, che aiutassono al conte di Romagna a soccorrerlo senza darli forza di gente d’arme. E stando d’oggi in domane a speranza dell’aiuto degl’Italiani, non avendo alcuna forza da se, il conte si trovò ingannato. Il capitano stringeva gli assediati con ogni argomento, i quali disperati di soccorso, in prima i terrazzani s’arrenderono al capitano, e appresso quelli della rocca la dierono per danari, che bene la poteano lungamente difendere. Ma la viltà del non sentire apparecchiare soccorso gli fece affrettare a trarre il loro vantaggio.

CAP. LVI. Come i cristiani d’Europa cominciarono a venire al perdono.

Negli anni di Cristo della sua natività 1350, il dì di Natale, cominciò la santa indulgenza a tutti coloro che andarono in pellegrinaggio a Roma, facendo le vicitazioni ordinate per la santa Chiesa alla basilica di santo Pietro, e di san Giovanni Laterano, e di santo Paolo fuori di Roma: al quale perdono uomini e femmine d’ogni stato e dignità concorse di cristiani, con maravigliosa e incredibile moltitudine, essendo di poco tempo innanzi stata la generale mortalità, e ancora essendo in diverse parti d’Europa tra’ fedeli cristiani; e con tanta devozione e umilità seguivano il romeaggio, che con molta pazienza portavano il disagio del tempo, ch’era uno smisurato freddo, e ghiacci e nevi e acquazzoni, e le vie per tutto disordinate e rotte: e i cammini pieni di dì e di notte d’alberghi, e le case sopra i cammini non erano sofficienti a tenere i cavalli e gli uomini al coperto. Ma i Tedeschi e gli Ungheri in gregge, e a turme grandissime, stavano la notte a campo stretti insieme per lo freddo, atandosi con grandi fuochi. E per gli ostellani non si potea rispondere, non che a dare il pane il vino e la biada, ma di prendere i danari. E molte volte avvenne, che i romei volendo seguire il loro cammino, lasciavano i danari del loro scotto sopra le mense, loro viaggio seguendo: e non era de’ viandanti chi gli togliesse, infino che dell’ostelliere venia chi gli togliesse.

Nel cammino non si facea riotte nè romori, ma comportava e aiutava l’uno all’altro con pazienza e conforto. E cominciando alcuni ladroni in Terra di Roma a rubare e a uccidere, dai romei medesimi erano morti e presi, aiutando a soccorrere l’uno l’altro. I paesani faceano guardare i cammini, e spaventavano i ladroni: sicchè secondo il fatto, assai furono sicure le strade e’ cammini tutto quell’anno. La moltitudine de’ cristiani ch’andavano a Roma era impossibile a numerare: ma per stima di coloro ch’erano risedenti nella città, che il dì di Natale, e de’ dì solenni appresso, e nella quaresima fino alla pasqua della santa Resurrezione, al continovo fossono in Roma romei dalle mille migliaia alle dodici centinaia di migliaia. E poi per l’Ascensione e per la Pentecoste più di ottocento migliaia; essendo pieni i cammini il dì e la notte, come detto è. Ma venendo la state cominciò a mancare la gente per l’occupazione delle ricolte, e per lo disordinato caldo; ma non sì, che quando v’ebbe meno romei, non vi fossono continovamente ogni dì più di dugento migliaia d’uomini forestieri. Le vicitazioni delle tre chiese, movendosi d’onde era albergato catuno, e tornando a casa, furono undici miglia di via. Le vie erano sì piene al continovo, che convenia a catuno seguitare la turba a piede e a cavallo, che poco si poteva avanzare; e per tanto era più malagevole. I romei ogni dì della visitazione offerivano a catuna chiesa, chi poco, e chi assai, come gli parea. Il santo sudario di Cristo si mostrava nella chiesa di san Pietro, per consolazione de’ romei, ogni domenica, e ogni dì di festa solenne; sicchè la maggior parte de’ romei il poterono vedere. La pressa v’era al continovo grande e indiscreta. Perchè più volte avvenne, che quando due, quando quattro, quando sei, e tal’ora fu che dodici vi si trovarono morti dalla stretta, e dallo scalpitamento delle genti. I Romani tutti erano fatti albergatori, dando le sue case a’ romei a cavallo; togliendo per cavallo il dì uno tornese grosso, e quando uno e mezzo, e talvolta due, secondo il tempo; avendosi a comprare per la sua vita e del cavallo ogni cosa il romeo, fuori che il cattivo letto. I Romani per guadagnare disordinatamente, potendo lasciare avere abbondanza e buono mercato d’ogni cosa da vivere a’ romei, mantennero carestia di pane, e di vino e di carne tutto l’anno, facendo divieto, che i mercatanti non vi conducessono vino forestiere, nè grano nè biada, per vendere più cara la loro. Valsevi al continovo uno pane grande di dodici o diciotto once a peso, danari dodici. E il vino soldi tre, quattro, e cinque il pitetto, secondo ch’era migliore. Il biado costava il rugghio, ch’era dodici profende comunali, a comperarlo in grosso, quasi tutto l’anno, da lire quattro e soldi dieci in lire cinque: il fieno, la paglia, le legne, il pesce, e l’erbaggio vi furono in grande carestia. Della carne v’ebbe convenevole mercato, ma frodavano il macello, mescolando e vendendo insieme, con sottili inganni, la mala carne colla buona. Il fiorino dell’oro valeva soldi quaranta di quella moneta. Nell’ultimo dell’anno, come nel cominciamento, v’abbondò la gente e poco meno. Ma allora vi concorsono più signori, e grandi dame, e orrevoli uomini, e femmine d’oltre a’ monti e di lontani paesi, ed eziandio d’Italia, che nel cominciamento o nel mezzo del tempo: e ogni dì presso alla fine si faceano delle dispensagioni, del vicitare le chiese, maggiori grazie. E nell’ultimo, acciocchè niuno che fosse a Roma, e non avesse tempo a potere fornire le visitazioni, rimanesse, senza la grazia, senza indulgenzia de’ meriti della passione di Cristo, fu dispensato infino all’ultimo dì, che catuno avesse pienamente la detta indulgenzia. E così fu celebrato questo anno del santo giubbileo la dispensagione de’ meriti della passione di Cristo, e di quelli della santa Chiesa, e remissione de’ peccati de’ fedeli cristiani.

CAP. LVII. Perchè s’intramesse il dificio d’Orto san Michele.

Era cominciato innanzi alla mortalità il nobile edificio del palagio sopra dodici pilastri nella piazza d’Orto san Michele, per farvi granai per lo comune, acciocchè si stesse in continua provvisione di grano e di biada, per sovvenire il popolo al tempo della carestia. Ma avvedendosi il comune, che il minuto popolo era ingrassato e impoltronito dopo la mortalità, e non volea servire agli usati mestieri, e voleano per loro vita le più care e le più dilicate cose che gli altri antichi cittadini, e con questo disordinavano tutta la città, volendo di salario le fanti, femmine rozze e senza essere ausate a servigio, e i ragazzi della stalla, il meno fiorini dodici l’anno, e i più sperti diciotto e ventiquattro l’anno: e così le balie, e gli artefici minuti manuali, volevano tre cotanti o appresso che l’usato, e i lavoratori delle terre voleano tutti buoi e tutto seme, e lavorare le migliori terre, e lasciare l’altre: pensarono i nostri rettori con buono consiglio, di mettere ordine alle cose, e raffrenare i soperchi con certe leggi, ma per cosa che fare sapessono, a questa volta non vi poterono porre rimedio, e convenne che a Dio si lasciasse il corso e l’addirizzamento di quelli soperchi, i quali ancora nel 1362 durano, poco corretti, o mancati. Perocchè l’abbondanza del guadagno corrompeva il comune corso del ben vivere, pensarono che più utile era raffrenare lo ingrato e sconoscente popolo la carestia, che la dovizia. E allora si rimase coperto d’un basso tetto l’edificio del palagio d’Orto san Michele. E il comune avendo bisogno, raddoppiò la gabella del vino alle porte, e dove pagava soldi trenta il cogno, lo recò in soldi sessanta. E chi vendesse vino a minuto, dovesse pagare de’ due danari l’uno al comune. E dinuovo puosono soldi due a ogni staio di farina che si logorasse nella città, e danari quattro alla libbra della carne, e che lo staio del sale si vendesse per lo comune lire cinque e soldi otto. E non vollono che provvisione di grano o di biada si facesse per lo comune, ma in contradio ordinarono, che tutto il pane vendereccio si facesse per lo comune, e vendessesi caro: e quale fornaio ne volesse fare per vendere, pagasse d’ogni staio soldi otto di gabella al comune. Queste furono cose di grande gravezza; ma tanto era l’utile che traeva d’ogni cosa il minuto popolo, che meno se ne curavano che i maggiori cittadini.

CAP. LVIII. Come la Chiesa mandò il conte per racquistare la contea di Romagna.

In questo anno 1350, parendo al papa e a’ cardinali, con vergogna di santa Chiesa avere perduta la signoria e la propietà di Romagna, ordinarono di volerla racquistare per forza; e avendo papa Clemente sesto volontà d’accrescere onore e stato a messer Astorgio di Duraforte, conte di Romagna, suo parente, il fece capitano della gente che la Chiesa intendea di mettere in arme a questo servigio. Il quale accolse quattrocento cavalieri gentiluomini in Proenza, e fece suo maliscalco messer Rostagno da Vignone della casa de’ Cavalierri, pro’ e ardito e valoroso cavaliere. E la Chiesa gli ordinò uno tesoriere, che ricogliesse i danari, e convertissegli ne’ soldi e negli altri bisogni che occorressono alla guerra, a volontà del conte. E innanzi che il conte si movesse di Proenza, fece a Firenze e a Perugia soldare ottocento cavalieri e mille masnadieri di buona gente d’arme. E oltre a ciò, il papa con molta istanza fece richiedere i tiranni di Lombardia, catuno per se, e i comuni di Toscana, che dovessono aiutare al conte racquistare Romagna. L’arcivescovo di Milano gli mandò cinquecento barbute: messer Mastino della Scala glie ne mandò dugento: i tiranni di Bologna glie ne mandarono dugento: il marchese di Ferrara cento; i comuni di Toscana non vi mandarono loro gente. Il conte di Romagna avendo i suoi cavalieri e masnadieri, e questo aiuto, a dì 13 di maggio del detto anno si partì d’Imola, e addirizzossi al ponte san Brocolo; ed essendo il ponte molto afforzato e bene guernito di gente alla difesa per lo signore di Faenza, a dì 15 del detto mese, con aspra e dura battaglia combatterono la fortezza e vinsonla, che fu assai prospero cominciamento. E rafforzata la bastita del ponte, e messovi le guardie per difendere il passo, con tutta sua cavalleria s’addirizzò a Salervolo, uno castello presso a Faenza a cinque miglia, il quale non era murato, nè fortezza, nel luogo, che avendolo vinto fosse grande acquisto. E ivi puose l’assedio, lasciando per mala provvisione di porsi a Faenza, ch’era male fornita e poco intera alla difesa, e i cittadini non amavano la signoria del nuovo tiranno, e però fu reputato pe’ savi follemente fatto. Il tiranno di Faenza, messer Giovanni di messer Ricciardo Manfredi, che stava in grande paura della città, sentendo posta l’oste a Salervolo, fu molto contento, e prese cuore alla difesa; e di subito mise masnadieri in Salervolo, che avea soldati in Toscana, sperti a sapere guardare le castella, i quali francamente difesono la terra di molte battaglie che ’l conte vi fece dare, durandovi l’assedio dal dì 17 di maggio, fino a dì 6 del prossimo mese di luglio, senza lasciarsi avanzare alcuna cosa.