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Cronica di Matteo Villani, vol. 1 / A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna cover

Cronica di Matteo Villani, vol. 1 / A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna

Chapter 63: CAP. LIX. Processo de’ traditori di Romagna, e di certi Provenzali.
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About This Book

A continuation of a civic chronicle presented as a sequence of books and numbered chapters that record year-by-year occurrences: political developments, public affairs, military incidents, famines, epidemics, economic details, and notable individuals, accompanied by moral reflections and documentary particulars. The text follows an annalistic, descriptive method, includes a prologue and editorial remarks on manuscript readings and past printings, and aims to preserve contemporary events and institutional memory for readers and future compilers.

CAP. LIX. Processo de’ traditori di Romagna, e di certi Provenzali.

Seguita il processo de’ traditori, che si provvedeano con molta sagacità a ingannare l’uno l’altro, e catuno infine con la sua parte dell’impresa rimase disfatto e ingannato. E dell’attizzamento di questa maladetta favilla crebbe fuoco, il cui fumo corruppe tutta Italia, e offuscò gli occhi a’ liberi popoli, e ottenebrò la vista de’ sacri pastori, e fu cagione di nuovi avvenimenti di signori, e di grandi e gravi revoluzioni di stati, come seguendo a’ loro tempi racconteremo. Per questa impresa della Chiesa, i tiranni di Bologna, che allora erano messer Giovanni e messer Iacopo di messer Taddeo di Romeo de’ Peppoli di Bologna, avendo occupata la città alla Chiesa di Roma sotto certo censo, ed essendo in grande stato e pompa nella signoria, temeano che la Chiesa non racquistasse la signoria di Romagna; e dall’altra parte si tenea dissimulando per lo conte, che per lo loro caldo e favore messer Giovanni Manfredi avesse rubellata Faenza alla Chiesa, e che segretamente atassono a mantenere la difesa. E però il conte, che era più sperto in coperta malizia, che in aperta prodezza o virtù, continovo attendeva a tendere suoi lacci, come i tiranni i loro, e mostravansi insieme con molta confidanza e grande amistà, e davansi aiuto e consiglio l’uno all’altro, coperto di frode e di dolo.

CAP. LX. Come messer Giovanni de’ Peppoli cercò accordo dal conte a messer Giovanni.

In fra ’l tempo già detto dell’assedio di Salervolo, crescendo continuo la forza del conte per lo sussidio de’ danari della Chiesa, e dell’amistà che giugnea in aiuto al conte, messer Giovanni de’ Peppoli, per tenere in tranquillo il conte e farli perdere tempo, cominciò un trattato, di voler riducere messer Giovanni Manfredi di Faenza all’ubbidienza di santa Chiesa: e mandò a dire al conte che volea essere in ciò mezzano, facendo a santa Chiesa riavere suo diritto e suo onore. Il conte, ch’era di natura e di studio malizioso, si mostrò molto contento di voler seguire questo trattato, mostrando in questo, e nell’altre cose, volersi reggere per suo consiglio, dicendo, che così aveva in mandato dal santo padre: e nondimeno sapea al certo, che per operazione de’ signori di Bologna, e del capitano di Forlì, e co’ loro danari, al presente era entrato il doge Guernieri con cinquecento barbute alla difesa di Faenza. E dato lo intendimento a messer Giovanni, acciocchè seguisse il trattato, egli con sollecitudine mandava in Faenza suoi ambasciadori, e nell’oste al conte, e mostravasi già il trattato venire a concordia. Allora il conte mandò a dire a messer Giovanni a Bologna per li suoi medesimi ambasciadori, che innanzi che fermasse la concordia, volea essere personalmente con lui in Bologna, o dovunque gli piacesse, per dare compimento a questo, e ragionargli d’altre segrete cose, che dal santo padre avea in commissione di conferire con lui: e però mandasse a dire dove e’ volea ch’egli venisse, che avuta la risposta, con piccola compagnia subito sarebbe a lui.

CAP. LXI. Come messer Giovanni de’ Peppoli andò nell’oste, e fu preso.

Messer Giovanni de’ Peppoli signore di Bologna, avendo dal conte dimostramento di tanta libertà, e sentendo che il papa l’amava e davali molta fede, prese sicurtà per lo trattato ch’egli menava, e perchè aveva nell’oste del conte dugento suoi cavalieri, e avea grande amistà con molti altri conestabili dell’oste. E volendo mostrare al conte com’egli era fedele di santa Chiesa, per ricoprire le sue coperte operazioni fatte contro a quella, secondo la malizia del conte, pervenne a sua volontà: e contro al consiglio di messer Iacopo suo fratello, di presente prese in sua compagnia de’ maggiori cittadini di Bologna, e di suoi soldati trecento cavalieri, e promettendo al fratello che non passerebbe Castel san Pietro, si mise a cammino. Ed essendo giunti la mattina a buon ora a Castel san Pietro, come il peccato conduce, e le fini de’ tiranni s’apparecchiano per non pensato sentiere, come si vide a Castel san Pietro non attese la promessa al fratello, ma volendo improvviso e tosto giugnere al conte, cavalcò senza arresto: e prima fu giunto al padiglione del conte, che sapesse che vi dovesse venire; e scavalcato, il conte il ricevette con grande festa, mostrandogli ne’ sembianti amore fraternale; e molto s’allegrava con lui della sua cortese venuta. E questo fu a dì 6 di luglio in sulla nona, che ’l caldo era grande. Innanzi fece venire vini, frutte e confetti, per fare rinfrescare lui e la sua brigata ch’erano ivi; e in questo soggiorno, veggendosi il conte tra le mani il tiranno di Bologna, o ch’egli avesse prima pensato il tradimento, o che subitamente l’animo il tirasse all’inganno, bevendo e mangiando insieme in grande sollazzo, mandò il suo maliscalco a fare armare cavalieri e masnadieri cui egli volle, dando voce di fare assalto a quelli di Salervolo. E come furono armati, fece promettere a’ conestabili paga doppia e mese compiuto, acciocchè non si mettessono alla difesa del signore di Bologna. Messer Giovanni che avea bevuto e mangiato, e preso rinfrescamento a volontà del conte, attendea che il conte gli parlasse: e non vedendo che ne facesse sembiante, disse a quelli ambasciadori che quella ambasciata gli aveano portata, che dicessono al conte che si dovea diliberare; e già cominciava a dubitare. Il conte rispuose, che attendeva il suo maliscalco, che di presente vi sarebbe, e fornirebbono loro parlamento. Ancora erano le parole, quando messer Rostagno maliscalco dell’oste giunse colla gente armata al padiglione del conte ove messer Giovanni attendea, e fugli intorno: e apparecchiatogli uno cavallo de’ suoi, disse: messer Giovanni, montate qui su: e immantinente vi fu posto più tosto che non vi sarebbe montato, e senza contesa o difesa, di salto fu menato prigione a Imola. Uno suo famiglio cominciò a gridare e a piagnere, dicendo: oimè, signore mio: e di presente gli fu morto a’ piedi. E giunto in Imola, fu messo nella rocca, e ordinatogli buona guardia. I cittadini di Bologna, e tutta la compagnia che avea menata di Bologna, e i dugento cavalieri che avea tenuti nell’oste in servigio del conte, in quella medesima ora, come preda di nimici vinta in battaglia, furono presi, e rubato loro l’arme, e’ cavalli, e arnesi, e i soldati così rubati furono cacciati del campo; e i cittadini di Bologna furono tenuti prigioni alquanti dì, e manifestato per tutto il grande tradimento, furono lasciati. E messer Giovanni rimase in prigione: il quale, dappoichè pervenne alla tirannia di Bologna, non tenne fede a parte guelfa, nè a’ suoi cittadini, nè a’ Fiorentini, nè all’altre città di sua vicinanza: e però forse degnamente con tradimento fu punito della sua corrotta fede.

CAP. LXII. Come il conte scoperse l’altro trattato che avea con messer Mastino.

Non ostante che il conte tenesse trattato con messer Giovanni de’ Peppoli, avea trattato con messer Mastino della Scala, che venendo egli sopra la città di Bologna gli darebbe mille cavalieri in aiuto infino a guerra finita. Onde essendo venuto fatto al conte d’avere messer Giovanni a prigione, prese grande speranza d’avere Bologna con l’aiuto di messer Mastino. E significatoli il fatto, e domandatoli l’aiuto promesso, a dì 10 di luglio, del detto anno 1350, si levò da Salervolo, e venne a Imola con tutta l’oste. E come uomo di poca discrezione e provvedenza promise un’altra volta paga doppia e mese compiuto a’ suoi cavalieri, se per forza pigliassono Castel san Pietro. I quali cavalieri di presente andarono al detto castello, che non era fornito di gente nè provveduto alla difesa, e senza trovarvi resistenza in poca d’ora l’ebbono preso, che non vi morirono quattro persone. E così in meno di dieci dì i soldati del conte ebbono per vituperose cagioni guadagnate due paghe doppie e due mesi compiuti, che montarono un grande tesoro: e non parea che il conte se ne curasse, se non come avesse a distribuire il tesoro di santa Chiesa. Le quali promesse follemente fatte, con l’altre follie della sua pazza condotta, al fine rendè il merito a santa Chiesa della provvisione di sì fatto capitano, chente la disciplina della guerra richiede. Ed essendo il conte con l’oste a Castel san Pietro, messer Mastino gli mandò ottocento cavalieri, per compiere i mille che promesso gli avea, ov’egli venisse all’assedio di Bologna, come detto è addietro.

CAP. LXIII. Come messer Iacopo Peppoli rimaso in Bologna si provvidde alla difesa.

Infra queste sopraddette tempeste, messer Iacopo de’ Peppoli ch’era rimaso in Bologna sentendo preso il fratello, e che l’oste del conte avea preso Castel san Pietro, e venia sopra lui a Bologna: e come messer Mastino signore di Verona e di Vicenza s’era scoperto suo nimico, non sapea che si fare; ma come la necessità intrigata dalla paura argomenta, mandò per soccorso al signore di Milano, e al marchese di Ferrara, e al comune di Firenze, e in ogni parte onde sperava avere alcuno aiuto o consiglio; e mandate le lettere e’ messaggi, richiese con grande istanza i cittadini di Bologna, che a questo punto soccorressono al suo e al loro pericolo. I quali già domati dal servile giogo della tirannia, essendo venuto il tempo della franchezza, per povertà d’animo, e per li loro peccati, non furono degni di cotale beneficio, che senza contasto a quel punto era in loro potenzia di tornare in libertà. E aveano il comune di Firenze vicino nimico della tirannia, il quale per la libertà di quel popolo avrebbe prestato loro aiuto e favore, e riparato allo assalto del conte, con giusta cagione di pace e di concordia con la santa Chiesa, disposto che il tiranno fosse della tirannia. Ma perocchè ne’ popoli più regna corso di fortuna che libertà d’arbitrio, per apparecchiarsi alle debite pene de’ peccati, per li quali l’empio tiranno regna, fu accecato il loro intendimento: e mollemente s’apparecchiarono alla difesa per paura del tiranno, combattuti nell’animo dall’apparecchiata libertà. In questo stante l’arcivescovo signore di Milano sentì la presura di messer Giovanni, e scoperto l’animo di messer Mastino, mandò al conte suoi ambasciadori dolendosi dell’ingiuria fatta a messer Giovanni suo amico, e di sua lega e compagnia, dimandando che di presente il dovesse liberare: e quando questo non facesse, mandò comandamento a’ suoi capitani e a’ suoi cavalieri che erano al servigio del conte, che di presente si dovessono partire da lui. Il conte rispuose di non volerlo lasciare perocchè sapea al certo ch’egli avea fatta rubellare, la città di Faenza alla Chiesa di Roma, e come tenea trattato col capitano di Forlì, e col signore di Ravenna, e con quello di Faenza, di rompergli l’oste a un dì nominato, e di prendere lui a grande tradimento: e però avea preso il traditore, e intendea tenerlo a volontà del papa e di santa Chiesa. E però fu comandato a’ cavalieri dell’arcivescovo si dovessono partire. Ma i cavalieri, e’ loro capitani, che aveano promesse dal conte di due paghe doppie e di due mesi compiuti, non si vollono partire, e rimasono cassi dal soldo dell’arcivescovo; e il conte con lo sfrenato animo, non guardandosi innanzi, gli condusse al soldo della Chiesa, facendo debito sopra debito. E riveduta sua gente, si trovò a Castel san Pietro con tremila barbute e con grande popolo di soldo.

CAP. LXIV. L’aiuto che messer Iacopo accolse per guardare Bologna.

Stando il conte colla sua oste a Castel san Pietro, e cavalcando il contado di Bologna, l’arcivescovo di Milano mandò di presente trecento cavalieri in Bologna, per aiuto della guardia d’entro. E cominciò a pensare, che mantenendo messer Iacopo nella città, a poco insieme conducerebbe lui e la terra in tali stremi, che agevolemente all’ultimo ne diverrebbe signore, come in fine fatto gli venne. Messer Malatesta d’Arimino, ch’era allora nemico di santa Chiesa, vi venne in persona, e dato conforto a messer Iacopo, gli lasciò dugento cavalieri de’ suoi, e tornossene in Romagna. I Fiorentini per niuno modo vi vollono mandare alcuna gente per riverenzia della Chiesa, ma incontanente vi mandarono ambasciadori a cercare se tra loro e il conte potessero metter pace o accordo; e più volte andarono da Bologna al conte senza fare alcuno frutto tra le parti. Messer Iacopo vedendosi più l’uno dì che l’altro infiebolire, condusse il doge Guernieri ch’era in Faenza con cinquecento barbute; il quale volendo andare a Bologna, convenne che valicasse per lo distretto del comune di Firenze nell’alpi, ove lieve era a impedire per li stretti passi, ed egli era nimico del comune, e andava contro a santa Chiesa. Trovossi che fu fattura de’ priori che allora erano all’uficio senza sentimento degli altri cittadini; della qual cosa in Firenze ne fu grande ripitio, ma fatta la cosa si rimase a tanto, e il doge passò senza impedimento, e con tutta sua compagnia se n’entrò in Bologna.

CAP. LXV. Del male stato che si condusse la città di Bologna, e di certi trattati che allora si tennono.

Come il duca Guernieri co’ suoi cavalieri fu in Bologna, prese per suo abituro una contrada, e in quella volle le case, e le masserizie, e quello che in esse trovò da vivere, come se egli avesse presa la terra per forza: e non era chi osasse parlare contro a suo volere. Gli altri soldati all’esempio di costui cominciarono a fare il simigliante. I nimici di fuori cavalcavano ogni dì intorno alla terra, pigliando gli uomini, e predando le ville del contado, venendo spesso fino alle porti. Per la qual cosa la città cominciò a sentire grandissimi disagi e carestia d’ogni bene, e i cittadini oppressati dentro e di fuori, non sapendo che si fare, e non trovando accordo col conte per ambiziosa superbia, messer Iacopo e’ cittadini di Bologna, di grande concordia, e d’uno consentimento, vollono dare la guardia di Bologna libera al comune di Firenze, disponendosi al tutto di volere lasciare la signoria messer Iacopo, sperando che ciò fatto, colla Chiesa non mancherebbe accordo. E nel vero questa era salutevole via: ma certi cittadini popolani di Firenze della casa ... che aveano in quel tempo stato in Firenze, ed erano per la Chiesa al servigio del conte e del tesoriere, per loro spezialità avvisandosi, che venendo Bologna alle mani della Chiesa, come speravano, e’ ne sarebbono governatori, e farebbonsene ricchi e grandi; e per questa cagione smossono i loro amici cittadini grandi e popolani: ed eglino medesimi essendo a consigliare quello ch’era grandezza e stato del loro comune, e riposo di tutta Italia, si opposono al contradio, dicendo, che il comune n’offenderebbe troppo il papa, e’ cardinali e la santa Chiesa. Ed essendo favoreggiati da’ loro amici, ebbono podere di non lasciare imprendere al comune di Firenze questo servigio, e commisono grande materia di molto male a tutta Italia, e non pervennono alla loro corrotta intenzione. I Bolognesi disperati di questo, ove riposava tutta la loro speranza, e ’l conte montato nella cima della sua superbia, coloro non sapevano più che si fare, e il conte credendo senza contasto venire al suo intendimento d’avere la città per forza, essendo stato infino al settembre a Castel san Pietro, volle muovere l’oste, e porsi su le porti di Bologna; e sarebbegli venuto fatto, tanto erano i cittadini oppressati da’ soldati d’entro, e in disagio di tutte le cose da vivere, le quali al continuo montavano in disordinata carestia, e non aveano capo a cui i cittadini e’ forestieri ubbidissono, ma come la mala provvedenza del conte meritò, i soldati mossono quistione come appresso diviseremo.

CAP. LXVI. Come i soldati mossono quistione al conte, e fu loro assegnato messer Giovanni Peppoli.

La mala provvedenza del conte di Romagna avendo moltiplicata gente d’arme al suo soldo, e promesse paghe doppie e mesi compiuti per niente, e dalla Chiesa non aveva i danari, come la sua follia avea stimato: i soldati conoscendo loro tempo, essendo a pagare di parecchi mesi di loro propi soldi, senza le promesse del conte, dissono, che di quel luogo non si partirebbono, se prima non fossono pagati de’ loro soldi serviti, e delle paghe doppie e mesi compiuti che promessi avea loro. Il quale soldo, colle promesse fatte, montava centocinquanta migliaia di fiorini d’oro. Il conte vedendo che la Chiesa non gli mandava danari, se non a stento, e a pochi insieme, temette che i soldati, ch’erano tutti di concordia, a uno volere non lo pigliassono, trattò con loro d’avere termine da fare venire loro danari, e diede loro in pegno messer Giovanni de’ Peppoli, e certi Bolognesi che avea prigioni a Imola, e Castel san Pietro, e quello di Luco, e quello di Doccia, ch’egli avea acquistati in sul Bolognese: e fu con loro in accordo, come avessono la possessione di tutto, allora cavalcherebbono, e porrebbonsi a campo stretto alla città di Bologna. Il conte fece dare loro i prigioni e la guardia delle castella, e avutole, volea che cavalcassono. I soldati colla corrotta fede, usati de’ baratti, dissono che ’l pegno non era buono, e non voleano cavalcare nè partirsi da Castel san Pietro. Messer Giovanni de’ Peppoli sentendo questo, di presente ebbe de’ conestabili, e trattò con loro di dare contanti fiorini ventimila d’oro, e per stadichi i suoi figliuoli e quelli di messer Iacopo suo fratello, e certi cittadini di Bologna per lo rimanente, ed elli li liberassono di prigione. L’accordo fu fatto con assentimento del conte, se infra certo tempo la Chiesa non avesse mandati i danari. Venuto il termine, e non i danari, i soldati presono fiorini ventimila contanti, e gli stadichi promessi, e lasciarono messer Giovanni, il quale tornò in Bologna, e il fratello e la parte loro furono più forti, e signori di potere fare della città a loro senno, senza la volontà e consiglio de’ loro cittadini, perocchè messer Giovanni era molto temuto, e sapeva bene essere co’ soldati ne’ fatti della guerra.

CAP. LXVII. Come messer Giovanni tenne suoi trattati della città di Bologna.

Tornando messer Giovanni in Bologna, e lasciati a’ soldati della Chiesa gli stadichi promessi, trovò la città in molto male stato per le cagioni già dette, e non vide modo come difendere si potesse, e conobbe che perdere gli convenia la signoria di Bologna in breve tempo. I cittadini di Firenze, che desideravano l’accordo di quella città colla Chiesa, sentendo tornato in Bologna messer Giovanni, vi mandarono de’ loro cittadini più solenne ambasciata, i quali da’ tiranni furono ricevuti a onore, e di loro volontà trattarono accordo col conte, e condussono il trattato a questo punto. Che i tiranni lasciassono al tutto la signoria della città e contado, e renderla alla Chiesa di Roma per lo modo usato: ch’ella tornasse al governamento del popolo, e avere continuo i rettori della Chiesa, e pagare il censo consueto; e al presente voleano ricevere nella città il conte con cinquecento cavalieri, e riformare doveano loro stato al popolo, per quelli cittadini che ’l comune di Firenze vi mandasse a ciò fare. Il conte che avea provati i rimprocci de’ soldati, e il pericolo che correa con loro, dichinava le corna della sua superbia, e acconciavasi alla detta concordia. Ma come pomposo e vano, si strinse al consiglio di questo partito che potea pigliare con messer Guglielmo da Fogliano, e con messer Frignano, figliuolo bastardo di messer Mastino, e altri conestabili che v’erano per messer Mastino, i quali non v’erano tanto per onore di santa Chiesa, quanto per loro vantaggio, per cui faceva la guerra, e speravano con loro malizia conducere la città di Bologna piuttosto in mano del loro signore, che del conte e della Chiesa di Roma, i quali dissono al conte: tu vedi che i signori di Bologna non possono più, e la città è condotta a tanta stremità dentro, che delle mani tue non puote uscire: e però non pensare a questi patti, che noi te ne faremo libero signore colla spada in mano. Il conte pomposo, pieno di vanagloria, con lieve testa, non pensò i casi che occorrono nelle guerre, e per le vane promesse de’ fallaci adulatori ruppe il trattato menato per gli ambasciadori del comune di Firenze fedelmente, a onore e a beneficio di santa Chiesa, e a ricoveramento di riposo al fortunoso stato di quella città. Vedendo i tiranni la sconcia volontà del conte, si pensarono con tradimento de’ loro cittadini e della loro patria venire a un altro loro intendimento, già mosso per la malizia e per lo sdegno di messer Giovanni; e però, acciocchè più copertamente a’ loro cittadini potessono fare l’inganno, dissono che al tutto erano diliberati mettere Bologna nella guardia del comune di Firenze. E a questo i Bolognesi e grandi e piccoli di buona voglia s’accordarono, e sotto questa concordia elessono tre de’ maggiori cittadini di cui il popolo faceva maggiore capo, e quasti tre con altri compagni, e con pieno mandato, mandarono a Firenze con diversi intendimenti. Il popolo credendosi racquistare libertà e pace sotto la protezione del comune di Firenze, e i tiranni avendone tratti i caporali del popolo, pensarono senza contasto, come fatto venne loro, di venire a loro intendimento, di potere vendere la città e i suoi cittadini all’arcivescovo di Milano. Gli ambasciadori in fede e con grandissima affezione vennono a Firenze, e spuosono la loro ambasciata, solennemente dinanzi a’ signori, e a’ loro collegi, e a molti altri grandi e buoni cittadini di Firenze, richiesti e adunati per la detta cagione. E il dicitore fu messer Ricciardo da Saliceto, famoso dottore di legge, e la sua proposta fu: Ad Dominum cum tribularer clamavi, ec. E con nobile ed eccellente orazione, e con efficaci ragioni e induttivi argomenti, conchiuse la sua dimanda, a inducere il comune di Firenze a prendere la guardia della città e de’ cittadini di Bologna. I governatori del comune di Firenze già aveano alcuna spirazione del trattato ch’e’ tiranni di Bologna aveano col signore di Milano, e comprendevano che questi ambasciadori fossono mandati a inganno: nondimeno per non aversi a riprendere, in quello consiglio deliberarono di mandare solenni ambasciadori di presente a corte per trovare accordo col papa, e in questo mezzo di mandare cavalieri, e de’ suoi cittadini alla guardia di Bologna, per contentare il popolo. Ma l’altro dì vegnente fu manifesto a’ signori di Firenze e agli ambasciadori di Bologna, che i tiranni l’aveano per danari venduta all’arcivescovo di Milano; e fu per lettera de’ tiranni detti comandato agli ambasciadori, che non si dovessono partire di Firenze senza loro comandamento; allora fu al tutto la cosa palese, e seguitò il fatto come appresso racconteremo.

CAP. LXVIII. Secondo trattato di Bologna.

Messer Giovanni de’ Peppoli avvelenato di sdegno della sua presura, vedendo che però perdea la tirannia di Bologna, avendo con non piccola fatica recato Messer Iacopo al suo volere, e vota la terra de’ caporali di cui temea, e fortificata la guardia nella città, avendo segretamente tenuto trattato coll’arcivescovo di Milano, coll’impeto del suo dispettoso cuore, ebbe podere di vendere la città e’ suoi cittadini della sua propria patria, e da cui avea ricevuto esaltamento della sua signoria e onore, e niente per loro difetto del suo caso, cosa molto detestabile a udire. Costui vedendo che ’l suo trattato era scoperto, cavalcò di presente a Milano, e fermò la maledetta vendita per dugentomila fiorini, de’ quali si dovea dare certa parte a’ soldati della Chiesa per riavere gli stadichi che avea loro lasciati per liberare la sua persona, e a lui e al fratello dovea rimanere in loro libertà il castello di san Giovanni in Percesena, e Nonandola e Crevalcuore. E tornato lui, manifestata la vendita, i Bolognesi grandi e piccoli si tennono soggiogati di giogo d’incomportabile servaggio, e molto si doleano palesemente e in occulto l’uno coll’altro; e innanzi che la terra si pigliasse per lo signore di Milano grande gelosia ebbono i traditori della patria, e molto vegghiarono e di dì e di notte alla guardia della città. Ma i vili e codardi cittadini non ardirono di levarsi contra a’ tiranni, nè a muovere romore nella terra: che se fatto l’avessono, leggiermente coll’aiuto del comune di Firenze, a cui dispiaceva la vicinanza di sì potente tiranno, sarebbe venuto fatto di tornare in libertà. Alcuna trista vista ne feciono mollemente, e in fine si lasciarono vendere e sottoporre al duro giogo, del mese d’ottobre gli anni di Cristo 1350.

CAP. LXIX. Come l’arcivescovo di Milano mandò a prendere la possessione di Bologna.

Come l’arcivescovo di Milano ebbe fermo il patto della compera di Bologna con messer Giovanni, non guardò con alcuna reverenzia o debito di ragione che la città fosse di santa Chiesa, ma cresciuto nella tirannesca superbia subitamente fece apparecchiare messer Bernabò suo nipote, figliuolo di messer Stefano, valente uomo e di grande ardire, e con millecinquecento barbute di soldati eletti il mise a cammino, e mandollo a pigliare la tenuta di Bologna. Sentendo questa venuta il doge Guernieri, ch’era in bando dell’arcivescovo di Milano, con tutta sua masnada si partì di Bologna; e standosi fuori della città, accogliea gente senza soldo per fare una compagna. Messer Bernabò giunto alla città entrò dentro senza alcuno contasto co’ suoi cavalieri, e con trecento che prima avea alla guardia di Bologna vi si trovò con millecinquecento barbute: e prese la tenuta e la guardia della città e delle castella di fuori, e appresso convocò i cittadini a parlamento, e per forza fece loro ratificare la vendita fatta per i tiranni, e dinuovo aggiudicarsi fedeli dell’arcivescovo e de’ suoi successori. E l’obbligazioni e le carte e il saramento fece fare il meglio seppe divisare; e questo fu fatto all’uscita del mese d’ottobre 1350. E così ebbe fine la tirannia della casa di Romeo de’ Peppoli, grandi ed antichi cittadini di Bologna, i quali erano stati onorati e fatti signori da’ loro cittadini, dalla cacciata del cardinale del Poggetto legato del papa, i quali aveano loro signoria mantenuta assai dolcemente co’ cittadini. Essendo di natura guelfi, per la tirannia erano quasi alienati dalla parte, e i Fiorentini, amicissimi di quello comune, trattavano in molte cose con dissimulata e corrotta fede; e perocchè a’ traditori della patria tosto pare che Iddio apparecchi la vendetta, in breve tempo seguitò a messer Iacopo e a messer Giovanni, per addietro tiranni di Bologna, pena del peccato commesso, come seguendo nostra materia racconteremo.

CAP. LXX. Come capitò il conte di Romagna e l’oste della Chiesa.

Il conte di Romagna ventoso di superbia, e incostante per poco senno, il quale cotante volte potè avere con grande sua gloria e onore di santa Chiesa la città di Bologna, e non volutola se non colla spada in mano, secondo il consiglio de’ malvagi compagni, vedendola nelle mani del potente tiranno, vorrebbe avere creduto al consiglio de’ Fiorentini. Non però dimeno, perocchè per tutto questo la città non era allargata di vittuaglia, ma piuttosto aggravata, e’ soldati erano per gli stadichi che aveano, per li ventimila fiorini ricevuti, allargati di speranza, e messer Mastino che dell’impresa dell’arcivescovo era dolente a cuore, offerendo al conte tutto suo sforzo di gente e di prestare danari alla Chiesa, confortò il conte a seguitare l’impresa. Il conte per questo si recò a conducere il doge Guernieri con milledugento barbute, uscito di Bologna, e raccolta gente come detto è. Messer Mastino anche vi mandò di nuovo de’ suoi cavalieri, e danari per comportare i soldati. E il conte fatte grandi impromesse a’ soldati mosse il campo da Castel san Pietro e venne con l’oste a Budri, in mezzo tra Bologna e Ferrara, e di là valicarono ad Argellata e a san Giovanni in Percesena, e ivi stettono dieci dì aspettando danari, con intenzione di porsi presso a Bologna dalla parte di Modena, per levare ogni soccorso a messer Bernabò: il quale era dentro in grande soffratta di vittuaglia e di strame, e male veduto da’ cittadini, e però stava in paura e non s’ardiva a muovere. Onde la città era a partito da non poter durare: e per forza convenia che tornasse alle mani della Chiesa, se il pagamento o in tutto o in parte fosse venuto a’ soldati. Ma chi si fida ne’ fatti della guerra alla vista delle prime imprese de’ prelati, e non considera come la Chiesa è usata a non mantenere le imprese, spesso se ne truova ingannato. E’ non valse al conte scrivere al papa, nè mandare ambasciadori, nè tanto mostrare come Bologna si racquistava con grande onore di santa Chiesa, assai potè dolere la vergogna, che l’arcivescovo di Milano facea d’avere tolta Bologna, che danari debiti a’ soldati, per vincere così onorevole punga, venissero da corte. Per tanto i soldati non si vollono strignere a Bologna, anzi di loro arbitrio mossero il campo e tornarono a Budri, e ivi ch’era luogo ubertuoso, e che ’l marchese dava copioso, si misono ad attendere se i danari de’ loro soldi e dell’altre promesse venissero: e ivi dimorarono infino a dì 28 di gennaio del detto anno, e però i danari non vennono. Per la qual cosa al conte parea male stare, e per paura di se consentì a’ soldati che trattassero d’avere le paghe sostenute e le paghe doppie promesse per lui da messer Bernabò, condotto in parte per la sua mala provvedenza, che altro non poteva fare; rimanendogli alcuna vana speranza, che se messer Bernabò non si accordasse con loro, che gli farebbono più aspra guerra, ma il tiranno s’accordò di presente ad accordarli e pagarli, e riavere le castella e li stadichi; e questo fornì de’ danari della compra che avea fatta di Bologna. In questo medesimo trattato, condusse settanta bandiere di Tedeschi e Borgognoni soldati della Chiesa al suo soldo. Ed essendo assediato, in cotanto pericolo ricolse gli stadichi, riebbe le castella, ruppe l’oste de’ nimici, liberò la città dell’assedio, e in uno dì mise in Bologna in suo aiuto de’ cavalieri della Chiesa millecinquecento barbute; e tutto gli avvenne per l’avarizia de’ prelati di santa Chiesa, e per la forza e larghezza della sua pecunia. Il doge Guernieri colla sua compagna si ridusse in Doccia, e la gente di messer Mastino e del marchese di Ferrara si tornarono a’ loro signori: e il conte povero e vituperato del fine della sua impresa si tornò co’ suoi Provenzali in Imola, e Bologna si rimase sotto il giogo del potente tiranno, mettendo in paura tutta Italia, e spezialmente la parte guelfa. Abbiamo stesamente narrato il processo di questa guerra per esempio del pericolo che corre de’ folli e ambiziosi capitani: e come per troppa superbia spesse volte volendo tutto si perde ogni cosa: e a dimostrare come è folle chi ha fidanza de’ danari della Chiesa far le imprese della guerra. Ancora questa rivoltura di Bologna fu cagione d’apparecchiare a tutta Italia, per lunghi tempi, grandi e gravi novità di guerre, come seguendo nostro trattato si potrà vedere.

CAP. LXXI. Come i Guazzalotri di Prato cominciarono a scoprire loro tirannia.

Tornando a’ fatti della nostra città di Firenze, il nobile castello di Prato ci dà cagione di cominciare da lui, nel quale la famiglia de’ Guazzalotri erano i migliori e più potenti, e la loro grandezza procedeva perocchè erano amati sopra gli altri di quella terra dal comune di Firenze: ed essendo guelfi, portavano fede e ubbidienza grande al nostro comune. Vero è che quello comune vedendosi in libertà e in vicinanza de’ Fiorentini, per tema che alcuna volta non si sommettessono al comune di Firenze aveano provveduto, come si racconta nella cronica del nostro antecessore, di darsi a messer Carlo duca di Calavra, figliuolo del re Ruberto, e a’ suoi discendenti in perpetuo, con misto e mero imperio, ed egli così gli prese. Nondimeno si manteneano in fede e amore del comune di Firenze. Avvenne che morti gli antichi e savi cavalieri della casa de’ Guazzalotri, i quali conoscevano la loro grandezza procedere dal comune di Firenze, rimasonvi giovani donzelli: i quali trovandosi nella signoria di quella terra, mancando allora il governamento della casa reale per le fortune del Regno, cominciarono i giovani a trapassare l’ordine e il modo de’ loro antecessori nel governamento di quel castello, conducendolo a modo tirannesco. Della quale tirannia spesso veniva richiamo a’ priori di Firenze, e il comune per lo antico amore che portava a quelli di quella casa mandava pe’ caporali, tra’ quali il maggiore e il più ardito e riverito da tutti a quelle stagioni era Iacopo di Zarino, e riprendevanli e ammonivano parentevolemente per riducerli alla regola de’ loro maggiori. Ma i giovani caldi nella signoria e poco savi, e inzigati da mal consiglio, non seguendo il consiglio de’ Fiorentini, l’un dì appresso all’altro più dimostravano atto tirannesco per tenere in paura più che in amore i loro terrazzani. E per dimostrare in fatto quello che aveano nella mente, feciono di subito pigliare due Pratesi, l’uno era uno buono uomo ricco, vecchio e gottoso, l’altro era un giovane notaio ricco, onesto e di leggiadra conversazione a cui i Guazzalotri a altro tempo aveano fatto uccidere il padre, e a questi due appuosono, che voleano tradire Prato, e darlo a’ Cancellieri di Pistoia. Sentendo questo il comune di Firenze mandò per Iacopo di Zarino, e per gli altri caporali de’ Guazzalotri, e pregarongli che non seguissono questa novità, e che i presi dovessono lasciare: perocchè manifestamente sapieno ch’elli erano innocenti: tornarono a Prato, e contro alla preghiera del comune di Firenze strussono gl’innocenti al giudicio: e sentendosi in Firenze, il comune vi mandò ambasciadori e lettere; ed essendovi gli ambasciadori del comune, e avute le lettere che gli richiedeano che non giudicassono a torto g’innocenti, i tirannelli per male consiglio s’affrettarono, e feciongli morire in vergogna del comune di Firenze, nella presenza de’ suoi ambasciadori. E fatto a catuno tagliare la testa, occuparono i loro beni indebitamente.

CAP. LXXII. Come i Fiorentini andarono a oste a Prato, ed ebbonne la signoria.

I Fiorentini vedendo la novità delle guerre d’Italia che da ogni parte s’apparecchiavano con tiranneschi aguati, e come avieno la nuova vicinanza del potente tiranno di Milano che teneva Bologna, e così messer Mastino, e vedeano che i Guazzalotri, congiunti per sito alle porti della città di Firenze, cominciavano a usare tirannia, pensarono che se possanza di grande tiranno s’appressasse loro, come s’apparecchiava, che della terra di Prato poco si poteano fidare. E però con buono consiglio, subitamente e improvviso a’ Pratesi, del mese di settembre gli anni Domini 1350, feciono cavalcare le masnade de’ cavalieri soldati del comune, con alquanti cittadini e pedoni delle leghe del contado, e d’ogni parte si puosono a campo intorno a Prato, e senza fare preda o guasto, domandarono di volere la guardia di quella terra. I Pratesi smarriti del subito avvenimento, e non provveduti alla difesa, e avendo nella terra molti a cui la novella tirannia de’ Guazzalotri dispiaceva, senza troppo contasto furono contenti di fare la volontà del comune di Firenze. E sicurati da’ cittadini che danno non si farebbe, dierono al comune di Firenze liberamente la guardia di Prato, rimanendo a’ terrazzani la loro usata giurisdizione. E il comune prese il castello dello imperadore e misevi castellano, e fece la terra guardare solennemente.

CAP. LXXIII. Come i Fiorentini comperarono Prato, e recaronlo al loro contado.

Avendo il nostro comune la guardia di Prato presa contro la comune volontà de’ terrazzani, pensò che se mai tornasse in libertà, che i giovani in cui mano era rimasa la signoria con provvedenza la guarderebbono e la recherebbono a tirannia lievemente: e però sentendo il re Luigi e la reina Giovanna ereda del duca di Calavra, tornati di nuovo nel Regno, e che erano in fortuna e in grande bisogno, e governavansi per consiglio di messer Niccola Acciaiuoli nostro cittadino, feciono segretamente trattare di comperare la giurisdizione ch’aveano in Prato. E trovando la materia disposta per lo bisogno del re e della reina, e bene favoreggiata da messer Niccola detto, il mercato fu fatto, e pagati per lo comune fiorini diciassettemila e cinquecento alla reina, come fu la convegna, per solenni privilegi e stipulazioni pubbliche dierono al comune di Firenze ogni ragione e misto e mero imperio ch’aveano nella terra di Prato e nel suo contado. E come il comune ebbe la ragione di questa compera, improvviso a’ Pratesi mandò alcuna forza a Prato e prese la tenuta di nuovo, e fece manifestare a’ Pratesi come la terra e il contado e gli uomini di quel comune erano liberi del nostro comune per la detta compera, e mostrar loro i privilegi e le carte; e questo fu del mese di... nel detto anno. E presa la tenuta, incontanente levò le signorie, gli ordini e gli statuti de’ Pratesi, e recò la terra e il contado a contado di Firenze, e diede l’estimo e le gabelle a quello comune come a’ suoi contadini, e diede loro quelli beneficii della cittadinanza e degli altri privilegi ch’hanno i contadini di Firenze: e ordinovvi rettori cittadini con certa limitata giurisdizione, recando il sangue e l’altre cose più gravi alla corte del podestà del comune di Firenze. Della qual cosa i Pratesi vedendosi avere perduta la loro franchigia, generalmente si tennono mal contenti, ma poterono conoscere per non sapere usare libertà divenire suggetti: e per la provvisione fatta di non venire alla signoria de’ Fiorentini, con quella in perpetuo furono legati alla sua giurisdizione.

CAP. LXXIV. Come i guelfi furono cacciati dalla Città di Castello.

In questo anno, essendo ne’ collegi del reggimento di Perugia insaccati per segreti squittini gran parte de’ ghibellini, de’ quali a quel tempo n’erano i più all’ufficio, per operazione di Vanni da Susinana e degli altri Ubaldini della Carda, ch’erano cittadini della Città di Castello, fu messo in sospetto de’ Perugini la casa de’ Guelfucci, antichi cittadini e guelfi, ed altri guelfi, apponendo loro che trattavano di dare la Città di Castello a’ Fiorentini, e aggiungendovi alcuna altra cagione, mossono il reggimento di Perugia, senza cercare la verità del fatto, a fare cavalcare a Castello tutti i loro soldati, e per forza cacciarono i Guelfucci di Castello e certi altri, i quali di queste cose non erano colpevoli, e non si guardavano. Come gli Ubaldini ebbono fornita la loro intenzione, tutti si vestirono di bianche robe, e andarono a Perugia colle carte bianche in mano, offerendo al comune di fare tutta la sua volontà: scrivessono, ed elli affermerebbono. Ma poco stante, entrato a reggimento il nuovo uficio del loro priorato, uomini i più guelfi, s’avvidono dello inganno che il loro comune avea ricevuto, di cacciare i caporali di parte guelfa di Castello per malo ingegno degli Ubaldini, e in furia arsono e ruppono i sacchi de’ loro ufici, e di nuovo riformarono la città, mettendo ne’ sacchi per loro squittini cittadini guelfi, e ischiusonne i ghibellini; e di presente rimisono i Guelfucci nella Città di Castello, e confinaronne gli Ubaldini.

CAP. LXXV. Come morì il re Filippo di Francia.

Stando la tregua, rinnovellata più volte tra il re di Francia e il re d’Inghilterra, poche notabili cose degne di memoria furono in que’ paesi. Ma il detto re Filippo di Francia, avendo per troppa vaghezza tolta per moglie la nobile e sopra bella dama figliuola del re di Navarra, e levatala al figliuolo come abbiamo narrato, tanto disordinatamente usò il diletto della sua bellezza, che cadendo malato, la natura infiebolita non potè sostenere, e in pochi dì diede fine colla sua morte alla sollecitudine della guerra, e a’ pensieri del regno e ai diletti della carne. E morto in Sanlisi, fu recato il corpo in Parigi, e fatto il reale esequio solennemente nella presenzia de’ figliuoli e de’ baroni del reame, e sepolto co’ suoi antecessori alla mastra chiesa di san Dionigi, a dì... gli anni Domini 1350. Immantinente appresso nella città di Rems fu coronato del reame di Francia messer Giovanni suo figliuolo primogenito, e la moglie in reina, e ricevette il saramento e l’omaggio da tutti i baroni e da tutti gli altri feudatari del suo reame e dell’altro acquisto. Questo Filippo re di Francia fu figliuolo di messer Carlo Sanzaterra, e fu uomo di bella statura, composto e savio delle cose del mondo, e molto astuto a trovar modo d’accogliere moneta, e in ciò non seppe conservare nè fede nè legge. E sentendosi molto in grazia e temuto da papa Giovanni ventiduesimo, per l’openione che sparta avea disputando della visione dell’anime beate in Dio, la cui openione per li teologi del reame di Francia era riprovata, e perchè il collegio de’ cardinali erano tutti quasi fuori de’ Catalani, di suo reame, e per questa baldanza ebbe animo d’ingannar santa Chiesa, sotto la promessa di mostrare di volere fare passaggio oltre mare per racquistare la Terra santa: e per questo domandò per cinque anni le decime del suo reame a ricogliere in breve tempo, non avendo l’animo al passaggio, come appresso l’opere dimostrarono. E nel suo reame mutò spesso e improvviso monete d’oro, peggiorandole molto e di peso e d’oro: per le quali mutazioni disertò e fece tornare i mercatanti di suo reame di ricchezza in povertà: e’ suoi baroni e borgesi assottigliò d’avere per modo, che poco era amato da loro per questa cagione. Onde apparve quasi come sentenzia di Dio, che avendo egli cotanta baronia e moltitudine di buoni cavalieri, i quali solieno essere pregiati sopra gli altri del mondo in fatti d’arme, non s’abboccavano in alcuna parte con gl’Inghilesi, che non facessono disonore al loro signore: ove per antico gli aveano in fatti d’arme sopra modo a vile. E molte singulari gravezze sopra la mercatanzia e sopra uomini singulari mise, onde molti mercatanti forestieri n’abbandonarono il reame; e non ostante che spesso fosse percosso dal bastone degl’Inghilesi, al continovo il re accrescea il suo reame per le infortune degli altri circustanti baroni, e per l’aiuto de’ suoi danari. Lasciò due figliuoli il re: messer Giovanni e messer Luigi duca d’Orliens: e quattro nipoti figliuoli del re Giovanni: il maggiore nominato messer Carlo Dalfino di Vienna e duca di Normandia, l’altro nominato Luigi duca d’Angiò, il terzo messer Giovanni conte di Pittieri, e il quarto messer Filippo piccolo fanciullo: e tre femmine: la prima moglie del re di Navarra, la seconda monaca del grande monistero di Puscì, e la terza nominata Caterina, picciola fanciulla, la quale fu poi moglie di messer Giovan Galeazzo de’ Visconti di Milano, come a suo tempo diviseremo.

CAP. LXXVI. Come la Chiesa rinnovò processo contra l’arcivescovo di Milano.

In questo anno, avendo saputo il papa e’ cardinali come l’arcivescovo di Milano per loro mandato non s’era voluto rimuovere dell’impresa di Bologna, ma contro a loro volontà, e in vitupero della Chiesa, avea presa la città e rotta l’oste della Chiesa e del conte, furono molto turbati. E ricordandosi come l’arcivescovo era stato infedele, e rinvoltosi nella resia dell’antipapa e fattosi suo cardinale, e poi tornato all’ubbidienza di santa Chiesa era ricevuto a misericordia da papa Giovanni ventesimosecondo, e riconciliato, il fece vescovo di Novara, e poi per Clemente sesto promosso e fatto arcivescovo di Milano, e ora ingrato era tornato nella prima eresia, di non volere avere riverenzia nè ubbidire a santa Chiesa: rinnovellarono contro a lui e contro a’ suoi nipoti i processi altre volte fatti per papa Giovanni predetto, e feciono richiedere l’arcivescovo, e messer Galeazzo, e messer Bernabò, e messer Maffiuolo di messer Stefano Visconti, e assegnarono loro i termini debiti che s’andassono a scusare, e gli ultimi termini perentori furono a dì 8 d’aprile 1351. Infra il termine del detto processo vedendo il papa e’ cardinali per la loro avarizia, in vituperio, delle loro persone e in contento di santa Chiesa, tolta tutta la Romagna e la città di Bologna, volendo con ingegno unire in lega e compagnia gli altri tiranni lombardi, col comune di Firenze e di Perugia e di Siena, e colla Chiesa medesima, per potere con maggiore forza resistere al potente tiranno, mandò in Italia il vescovo di Ferrara, cittadino di Firenze della casa degli Antellesi, con pieno mandato a ciò ordinare e fermare: il quale giunto in Toscana, mandò a’ signori di Lombardia e a’ comuni predetti, che a certo termine catuno mandasse suoi ambasciadori alla città d’Arezzo a parlamento. E innanzi che il termine venisse, il detto legato andò in persona a messer Mastino e al marchese di Ferrara, e al comune di Perugia e di Siena a sporre la sua ambasciata, e tornò a Firenze, avendo sommossi i detti comuni e signori a venire in loro servigio e di santa Chiesa alla detta lega, perocchè catuno si temeva della gran potenza del’arcivescovo. E messer Mastino, che gli era più vicino, con sollecitudine confortava i Lombardi e’ comuni di Toscana che venissono alla lega e a fare sì fatta taglia, che all’arcivescovo si potesse resistere francamente. E del mese d’ottobre vegnente gli ambasciadori d’ogni parte furono ragunati ad Arezzo; quelli di messer Mastino e de’ Fiorentini v’andarono con pieno mandato; i Perugini mostravano di volere lega e taglia, ma d’ogni punto voleano prima risposta dal loro comune, e i Sanesi faceano il somigliante, per li quali intervalli, gli ambasciadori stettono lungamente ad Arezzo senza poter prendere partito. E questo avveniva perocchè a’ Perugini e a’ Sanesi parea che la forza dell’arcivescovo non potesse giugnere a’ loro confini, e volevano mostrare di non volersi partire dal volere di santa Chiesa e de’ Fiorentini. E in questo soggiorno, l’arcivescovo di Milano temendo che la Chiesa non si facesse forte coll’aiuto de’ Toscani e de’ Lombardi, mandò a messer Mastino messer Bernabò suo genero, pregandolo che si ritraesse da questa impresa: e grandi impromesse al comune di Firenze faceva d’ogni patto e vantaggio che volesse da lui: e con queste suasioni cercava disturbare la detta lega: ma invano s’affaticava con questi tentamenti, che di presente tutti si piovicavano nel parlamento, e’ Sanesi s’erano ridotti al segno de’ Fiorentini, ed era preso, che se i Perugini non volessono essere alla lega, che si facesse senza loro. E avendo questo protestato loro, attendendo l’ultima risposta, la quale dilungavano con nuove cagioni di dì in dì, andandovi in persona oggi l’uno ambasciadore e domane l’altro, essendo gli altri ambasciadori per fermare la lega e la taglia senza loro, come a Dio piacque, sopravvenne la novella della morte di messer Mastino, per la quale cosa si ruppe il parlamento senza fermare lega, e catuno ambasciadore si tornò a suo comune e signore; della qual cosa tornò grande ripetio a’ comuni di Toscana. E benchè i Fiorentini e i Sanesi non fossono cagione di questo scordo, nondimeno peccarono in tanto aspettare i Perugini: che grande utilità era al comune di Firenze, che confinava col tiranno, avere in suo aiuto il braccio di santa Chiesa e del signore di Verona, e di Ferrara e di Siena. Ma quando i falli si prendono ne’ fatti della guerra sempre hanno uscimento di privato pericolo: e però gli antichi maestri della disciplina militare punivano con aspre pene i mali consigliatori, eziandio che del male consiglio conseguisse prospero fine. Ma ne’ nostri tempi, i falli della guerra si puniscono non per giustizia, ma per esperienza del male che ne seguita, come tosto avvenne a’ detti comuni di Toscana, come seguendo appresso ne’ suoi tempi dimostreremo.

CAP. LXXVII. Come il tiranno di Milano si collegò con tutti i ghibellini d’Italia.

Avvenne in questo anno, come l’arcivescovo di Milano sentì rotto il trattato della lega mosso per lo papa, e morto messer Mastino di cui più temea, gli parve che fortuna al tutto fosse con lui, e prese speranza di sottomettersi Toscana, e appresso tutta l’Italia. E però procacciò di recare a se il gran Cane della Scala cognato di messer Bernabò, e vennegli fatto per la confidenza del parentado. E perchè essendo giovane e nuovo nella signoria non facea per lui la guerra di sì fatto vicino, e però lievemente venne a concordia e legossi con lui, e promise d’aiutare l’uno l’altro nelle loro guerre. Sentita questa lega gli altri tiranni lombardi tutti si legarono coll’arcivescovo, non guardando il marchese di Ferrara perchè avesse antico amore e singolare affetto col comune di Firenze; e così tutti i tirannelli di Romagna feciono il simigliante, e que’ della Marca. E il comune di Pisa per patto li promisono dugento cavalieri, e non volendo rompere patto di pace a’ Fiorentini l’intitolarono alla guardia di Milano. E in Toscana s’aggiunse i Tarlati d’Arezzo, non ostante che fossono in pace e in protezione del comune di Firenze, e il somigliante di Cortona: e gli Ubaldini, e’ Pazzi di Valdarno, e gli Ubertini, e de’ conti Guidi tutti i ghibellini, e quei di Santafiore, e molti altri tirannelli ghibellini, i quali segretamente s’intesono coll’arcivescovo, non volendosi mostrare innanzi al tempo, per paura che i comuni guelfi loro vicini nol sapessono. Questa lega fu fatta e giurata tosto e molto segretamente, perocchè vedendo i ghibellini la gran potenza dell’arcivescovo, e sappiendo che la Chiesa non avea potuto fare la lega, e che i tiranni tutti di Lombardia s’erano accostati a dare aiuto all’arcivescovo, pensarono che venuto fosse il tempo di spegnere parte guelfa in Italia, e però senza tenere pace o fede promessa catuno s’accostò col Biscione, e vennesi provvedendo d’arme e di cavalli per essere alla stagione apparecchiati. In questo mezzo l’arcivescovo per meglio coprire l’intenzione sua amichevolemente mandava al comune di Firenze sue lettere, congratulandosi de’ suoi onori, e profferendosi come ad amici, e con questa dissimulazione passò tutto il verno, e mostrava d’avere l’animo a stendersi nella Romagna. E il comune di Firenze per non mostrare in sospetto l’amicizia che dimostrava a’ Fiorentini, non si provvedeva di capitano di guerra nè di gente d’arme, e le strade di Bologna e di Lombardia usava sicuramente colle mercatanzie de’ suoi cittadini; e i Milanesi e’ Bolognesi e gli altri Lombardi faceano a Firenze il somigliante senza alcuno sospetto: perocchè il malvagio concetto del tiranno e de’ suoi congiunti si racchiudea ne’ loro petti, e di fuori non si dimostrava, per meglio potere adempiere loro intenzione.

CAP. LXXVIII. Come fu assediata Imola dal Biscione e altri.

In questo medesimo verno, messer Bernabò, ch’era in Bologna vicario per l’arcivescovo, costrinse i Bolognesi, e mandò a porre l’oste a Imola i due quartieri della città: ed egli v’andò in persona con ottocento cavalieri, e fecevi venire il capitano di Forlì colla sua gente a piè e a cavallo, e vennevi messer Giovanni Manfredi tiranno di Faenza colla sua forza, e il signore di Ravenna e gli Ubaldini, e assediarono Imola intorno con più campi. Guido degli Alidogi signore d’Imola, guelfo e fedele a santa Chiesa, avendo sentito questo fatto dinanzi, e richiesto i Fiorentini e gli altri comuni e amici di santa Chiesa d’aiuto, e non avendolo trovato, per la paura che catuno avea d’offendere al Biscione, come uomo franco e di gran cuore s’era provveduto dinanzi che l’assedio vi venisse di molta vittuaglia; e per non moltiplicare spesa di soldati elesse centocinquanta cavalieri di buona gente d’arme e trecento masnadieri nomati, tutti di Toscana, e con questi si rinchiuse in Imola; e fece intorno alla città due miglia abbattere case chiese e quanti difici v’erano, perchè i nimici non potessono avere ridotto intorno alla terra; e così francamente ricevette l’assedio, acquistando onore di franca difesa, insino all’uscita di maggio gli anni Domini 1351. In questo stante al continovo si mettea in ordine sotto questa coverta d’Imola di potere improvviso a’ cittadini di Firenze assalire la città: e approssimandosi al tempo, di subito fece levare l’oste da Imola e lasciarvi certi battifolli, i quali in poco tempo straccati, senza potere tenere assediata la città, se ne levarono e lasciaronla libera.

CAP. LXXIX. Come il capitano di Forlì tolse al conticino da Ghiaggiuolo e al conte Carlo da Doadola loro terre.

In questo medesimo tempo, il capitano di Forlì disideroso d’accrescere sua signoria, e avventurato nell’imprese, non vedendosi avere in Romagna di cui e’ dovesse temere, co’ suoi cavalieri venne subitamente sopra le terre del conticino da Ghiaggiuolo, di cui non si guardava, e con lui venne l’abate di Galeata, da cui il conticino tenea certe terre, e non gli rispondea com’era tenuto. E parve che fosse una maraviglia, che avendo buone e forti castella e bene guernite a grande difesa, tutte l’ebbe in pochi dì. E con questa foga se n’andò sopra le terre di Carlo conte di Doadola, e quasi senza trovar contasto tutte le recò sotto la sua signoria. Egli era a quel tempo in lega col signore di Milano, e però non trovò il comune di Firenze, benchè il conticino fosse stato suo cittadino, ch’aiutare lo volesse contro al capitano.

CAP. LXXX. Come nella città d’Orbivieto si cominciò materia di grande scandalo.

In questo anno 1350, reggendosi la città d’Orbivieto a comune appo il popolo, erano i maggiori governatori di quello stato Monaldo di messer Ormanno, e Monaldo di messer Bernardo della casa de’ Monaldeschi; Benedetto di messer Bonconte loro consorto, per invidia e per setta recati a se due altri suoi consorti, trattò con loro il malificio, che poco appresso gli venne fatto; perocchè del mese di marzo del detto anno, uscendo amendue i Monaldi sopraddetti del palagio del comune dal consiglio, Benedetto co’ suoi due consorti s’aggiunsono con loro, e senza alcuno sospetto, i due Monaldi, che al continovo il dì e la notte usavano con Benedetto, s’avviarono con lui ragionando; e avendo il traditore l’uno di loro per mano, nel ragionamento, in sulla piazza, il fedì d’uno stocco, e cadde morto; l’altro Monaldo vedendo questo cominciò a fuggire: Benedetto sgridò i compagni, i quali il seguirono, e innanzi che potesse entrare in casa sua il giunsono e uccisonlo. Morti che furono costoro, Benedetto corse a casa sua e armossi; e accolti certi suoi amici, co’ suoi due consorti corsono la terra: e non trovando contasto, entrarono nel palagio del comune; e aggiuntasi forza di cittadini di sua setta, Benedetto si fece fare signore, e cominciò a perseguitare tutti coloro ch’erano stati amici de’ suoi consorti morti; e montò in tanta crudeltà la sua tirannia coll’audacia de’ suoi seguaci, che cacciati molti cittadini, in piccolo tempo, innanzi che l’anno fosse compiuto, più di dugento tra dell’una setta e dell’altra se ne trovarono morti di ferro. Onde il contado e il paese d’intorno se ne ruppe in sì fatto modo, che in niuno cammino del loro distretto si potea andare sicuro.

CAP. LXXXI. Come la città d’Agobbio venne a tirannia di Giovanni Gabbrielli.

Avendo narrato delle nuove tirannie che si cominciarono in Toscana, ci occorre a fare memoria d’un’altra che si creò nella Marca in questo medesimo anno, la città d’Agobbio, la quale in quel tempo avea sparti per l’Italia quasi tutti i suoi maggiori cittadini in ufici e rettorie. Giovanni di Cantuccio de’ Gabbrielli d’Agobbio, essendo co’ suoi consorti in discordia per una badia di Santacroce, si pensò che agevolemente si potea fare signore e della badia e d’Agobbio, trovandosi nella città il maggiore, e non guardandosi i suoi consorti nè gli altri cittadini di lui. E non ostante che fosse guelfo di nazione, considerò che tutti i comuni e signori di parte guelfa di Romagna, e di Toscana e della Marca temeano forte del signore di Milano, ch’avea presa di novello la città di Bologna, e provvidde, che dove i Perugini o altra forza si movesse contro a lui, che l’aiuto dell’arcivescovo non gli mancherebbe. E avendo così pensato, senza indugio accolse cento fanti masnadieri, e con alquanti cittadini disperati e acconci a mal fare, i quali accolse a questo tradimento della patria, subitamente corse in prima alle case de’ suoi consorti, e affocate e rotte le porti, prese messer Belo di messer Cante, e messer Bino e Rinuccio suoi figliuoli, e Petruccio di messer Bino e quattro altri piccioli fanciulli, e tutti gli mise in prigione; e rubate le case, vi mise il fuoco e arsele. E fatto questo, corse al palagio de’ consoli rettori di quello comune: e non volendo il gonfaloniere darli il palagio, corse alle case sue e arsele in sua vista. E tornato al palagio, disse agli altri consoli, che se non gli dessono il palagio altrettale farebbe delle loro; onde per paura gli aprirono; e preso il palagio, vi lasciò sue guardie, e corse la terra. I cittadini sentendo presi i consorti di Giovanni, di cui avrebbono potuto fare capo, si stettono per paura, e niuno si mise a contastarlo. E così disventuratamente coll’aiuto di meno di centocinquanta fanti fu occupata in tirannia la città d’Agobbio in una notte, la quale avea seimila uomini d’arme. Ma i peccati loro, e massimamente le ree cose commesse per le città d’Italia per le continove rettorie ch’aveano gli uomini di quella città, li condusse in quelle, e nella disciplina della nuova e disusata tirannia. E per le discordie della casa de’ Gabbrielli a quell’ora non avea la città podestà, nè capitano nè altro rettore. Avevavi alcune masnade de’ Perugini, i quali Giovanni ne cacciò fuori; e ’l dì seguente, avendo cresciuta la sua forza dentro, se ne fece fare signore; e di presente, come potè il meglio, si fornì di gente, e di notte facea sollecita guardia, e fortificava la sua signoria.

CAP. LXXXII. Come il comune di Perugia e il capitano del Patrimonio andarono a oste ad Agobbio.

Sparta per lo paese la nuova signoria d’Agobbio, messer Iacopo, ch’era capo della casa de’ Gabbrielli, e allora era capitano del Patrimonio per la Chiesa, co’ suoi cavalieri, e con aiuto d’alquanti suoi amici, di subito cavalcò a Perugia; e il comune di Perugia, che si sentiva offeso per lo cacciare della sua gente d’Agobbio, a furore di popolo si mosse a cavalcare popolo e cavalieri con messer Iacopo, e puosonsi a oste intorno alla città d’Agobbio. Vedendo Giovanni di Cantuccio, nuovo tiranno, che il comune di Perugia, e messer Iacopo e altri suoi consorti con forte braccio l’avieno assediato, e che da se era male fornito a potere resistere, e de’ suoi cittadini d’entro non si potea fidare, sagacemente mandò nel campo a’ Perugini suoi ambasciadori, i quali da parte di Giovanni dissono: Signori Perugini, Giovanni di Cantuccio ci manda a voi a farvi assapere, com’egli è di quella casa de’ Gabbrielli, che sempre furono amatori e fedeli del vostro comune, e così intende d’essere egli; e intende che ’l comune di Perugia abbia in Agobbio ogni onore e ogni giurisdizione che da qui addietro avere vi solea, e maggiore, e vuole rendere i prigioni; ed e’ si partissono dall’assedio, e mandassono in Agobbio que’ savi cittadini di Perugia cui elli volessono, a mettere in ordine e riformare il governamento del comune, e ricevere i prigioni. La profferta fu larga, e’ Perugini più baldanzosi che discreti, confidandosi follemente alla promessa del tiranno, elessono ambasciadori ch’andassono a ricevere i prigioni e riformare la città, e misongli in Agobbio: e di presente si levarono da campo della terra e tornaronsi in Perugia, e lasciarono messer Iacopo a campo colla gente d’arme ch’avea della Chiesa, il quale rimase all’assedio più dì partiti i Perugini; pensando coll’aiuto de’ suoi cittadini d’entro potere da se alcuna cosa, o se la fede di Giovanni fosse intera co’ Perugini, potere tornare in Agobbio. Gli ambasciadori de’ Perugini entrati in Agobbio, con grandissima festa, e dimostramento di grande amore e confidanza furono ricevuti da Giovanni. E cominciolli prima a convitare e tenerli in desinari e in cene, e tranquillarli d’oggi in domane; e strignendolo gli ambasciadori, disse che volea prima vedere partito messer Iacopo dall’assedio. Messer Iacopo s’avvide bene dell’inganno, ma stretto dagli ambasciadori perugini, acciocchè a lui non si potesse imputare cagione che per lui seguitasse la discordia, si partì dall’assedio e tornossi nel Patrimonio. Gli ambasciadori di Perugia, partitosi messer Iacopo, con più baldanza strigneano Giovanni, di rivolere i prigioni, e ordinare il reggimento della guardia della terra, com’egli avea promesso. Il tiranno vedendosi levato l’assedio, tenea con più fidanza gli ambasciadori in parole, e trovando nuove cagioni a dilungare il tempo, gli tenea sospesi. Ma vedendo che oltre al debito modo gli menava per parole, per sdegno si partirono d’Agobbio, e rapportarono al loro comune l’inganno che Giovanni avea fatto. A’ Perugini ne parve male: ma non trovarono tra loro concordia di ritornarvi ad oste. Nondimeno il nuovo tiranno, pensandosi più gravemente avere offeso il comune di Perugia, non ostante che fosse per nazione e per patria guelfo, si pensò d’aiutare co’ ghibellini. E mandò ambasciadori a messer Bernabò ch’era a Bologna, dicendo: che volea tenere la città d’Agobbio dal suo signore messer l’arcivescovo: e pregollo che gli mandasse gente d’arme alla guardia sua e della terra; il quale senza indugio vi mandò dugentocinquanta cavalieri, e appresso ve ne mandò maggiore quantità, parendoli avere fatto grande acquisto alla sua intenzione. Giovanni da se sforzò i suoi cittadini per avere danari, e fornissi di gente d’arme a piè e a cavallo; e vedendosi fornito alla difesa si dimostrò palesemente nimico de’ Perugini, come appresso seguendo nostro trattato racconteremo.

CAP. LXXXIII. Come cominciò l’izza da’ Genovesi a’ Veneziani.

Essendo cresciuto scandalo nato d’invidia di stato tra il comune di Genova e quello di Vinegia, tenendosi ciascuno il maggiore, cominciamento fu di grave e grande guerra di mare. E la prima cagione che mosse fu, che avendo avuto i Genovesi guerra e briga con Giannisbec imperadore nelle provincie del Mare maggiore, a cui i Genovesi aveano arsa la Tana e fatto danno grande alla gente sua, per la qual cosa i Genovesi non potieno colle loro galee andare al mercato della Tana, anzi facevano a Caffa porto, e per terra vi faceano venire la spezieria e altre mercatanzie, con più costo e avarie che quando usavano la Tana. I Veneziani dopo la detta briga s’acconciarono coll’imperadore, e alla Tana andavano con loro navili e colle loro galee per la mercatanzia, e traevanla a migliore mercato, la qual cosa mettea male a’ Genovesi. Per la qual cosa richiesono i Veneziani, e pregaronli che si dovessono accordare con loro a fare porto a Caffa, e darebbono loro quella immunità e fondaco e franchigia ch’avieno per loro: e facendo questo, l’arebbono in grande servigio; ed essendo in concordia, non dottavano che Giannisbec si recherebbe a far loro ogni vantaggio che volessono, per ritornarli al mercato della Tana: e questo tornerebbe in loro profitto, e in onore di tutta la cristianità. I Veneziani non vi si poterono per alcun modo recare, anzi dissono, che intendeano d’andare con loro legni e galee alla Tana e dove più loro piacesse, che della briga che i Genovesi aveano coll’imperadore non si curavano. Per la quale risposta i Genovesi sdegnarono, e dispuosonsi dove si vedessono il bello, di fare danno a’ Veneziani in mare, e i Veneziani a loro; e d’allora innanzi, dove si trovarono in mare si combatteano insieme, e in trapasso di non gran tempo feciono danno l’uno all’altro assai. E sentendo catuno comune come la guerra era cominciata in mare tra’ loro cittadini, ordinarono di mandare a maggiore riguardo e più armati i loro navili grossi che non solieno. E per non mostrare paura nè viltà l’uno dell’altro non si ristrinsono del navicare.

CAP. LXXXIV. Come quattordici galee di Veneziani presono in Romania nove de’ Genovesi.

Avvenne che andando in questo anno alla Tana quattordici galee di Veneziani bene armate, come furono in Romania s’abboccarono in undici galee de’ Genovesi ch’andavano a Caffa, sopra l’Isola di Negroponte, e incontanente si dirizzano colle vele e co’ remi in verso loro. I Genovesi vedendole venire, l’attesono arditamente, e acconciaronsi alla battaglia. E sopraggiungendo le galee de’ Veneziani, combatterono insieme. E dopo la lunga battaglia, i Veneziani sconfissono i Genovesi: e seguitando la fuga, delle undici galee ne presono nove, e le due camparono, e fuggirono in Pera. I Veneziani avendo questa vittoria, trovandosi presso all’isola di Negroponte, acciocchè non impedissono per tornare a Vinegia il loro viaggio della Tana, tornarono a Candia, e ivi scaricarono la mercatanzia presa delle nove galee de’ Genovesi, e misonla nel loro fondaco, e tutti i prigioni incarcerarono: e i corpi delle galee de’ Genovesi lasciarono nel porto, pensando d’avere ogni cosa in salvo alla loro tornata, e allora menar la preda della loro vittoria a Vinegia con grande gazzarra; e fatto questo seguirono il loro viaggio. Ma le cose ebbono tutto altro fine che non si pensarono, come appresso diviseremo.

CAP. LXXXV. Come i Genovesi di Pera presono Negroponte, e riebbono loro mercatanzia.

Le due galee di Genovesi campate dalla sconfitta, e venute a Pera, narrarono a’ Genovesi di Pera la loro fortuna. E sentito per quelli di Pera come le quattordici galee di Veneziani erano passate nel Mare maggiore, e come i Genovesi prigioni, e la mercatanzia e i corpi delle loro galee erano in Candia; non inviliti per la rotta de’ loro cittadini, ma come uomini di franco cuore e ardire, di presente avendo in Pera sette corpi di galee le misono in mare, e quelle e le due de’ Genovesi della sconfitta, e quanti legni aveano armarono di loro medesimi, e montaronvi suso a gara chi meglio potè, fornendosi d’arme e di balestra doppiamente; e senza soggiorno, improvviso a’ Veneziani di Candia, i quali non sapieno che galee di Genovesi fossono in quel mare, furono nel porto. I Veneziani co’ paesani, volendo contastare la scesa a’ Genovesi in terra nel loro porto, tratti alla marina, per forza d’arme e dalle balestra de’ Genovesi furono ributtati; e scesi in terra i Genovesi di Pera, e romore levato per la città, tutti trassono i cittadini alla difesa, per ritenere i Genovesi che non si mettessono più innanzi verso la terra. Ma poco valse loro, che con tanto empito di loro coraggioso ardire i Genovesi si misono innanzi, che coll’aiuto delle loro balestra rotti que’ della terra, e fuggendo nella città, con loro insieme v’entrarono. Come si vidono dentro, affocando le case, e dilungando da loro i cittadini co’ verrettoni, gli strinsono per modo, che già erano signori della terra; ma pervenuti alla prigione la ruppono, e trassonne tutti i loro cittadini presi; ed entrarono nel fondaco, e tutta la mercatanzia presa delle nove galee de’ Genovesi, e quella che dentro v’era de’ Veneziani presono, e caricarono ne’ corpi delle loro nove galee prese nel porto, e su le loro; e rimessi i prigioni in su le galee, pensarono che tanto erano rotti e sbigottiti gli abitatori di Candia, che agevole parea loro vincere la terra, ma vincendola e convenendola guardare, convenia loro abbandonare Pera, e però si ricolsono alle galee, e con piena vittoria si ritornarono a Pera. E a Genova rimandarono le nove galee racquistate per loro, e gli uomini e la mercatanzia, con notabile fama di loro prodezza e di varia fortuna.

CAP. LXXXVI. Come fu morto il patriarca d’Aquilea, e fattane vendetta.

In questo anno, del mese di giugno, messer Beltramo di san Guinigi patriarca d’Aquilea, cavalcando per lo patriarcato, da certi terrieri suoi sudditi, con aiuto di cavalieri del conte d’Aquilizia, ch’era male di lui, fu nel cammino assalito e morto con tutta sua compagnia, e senza essere conosciuti allora, coloro che feciono il malificio si ricolsono in loro paese. Per la qual cosa rimaso il patriarcato senza capo, i comuni smossono il duca d’Osterich, il quale con duemila barbute venne, e fu ricevuto da tutti i paesani senza contasto, e onorato da loro. E vicitato il paese infino nel Friuli, sentendo che ’l papa avea fatto patriarca il figliuolo del re Giovanni di Boemia, non illigittimo ma ligittimo, si tornò in suo paese. E poco appresso, il detto patriarca venne nel paese, e fu con pace ricevuto e ubbidito da tutti i comuni e terrieri del patriarcato. E statovi poco tempo, certi castellani il vollono fare avvelenare, e furono coloro ch’avieno morto l’altro patriarca, avendo a ciò corrotto due confidenti famigliari. Onde egli scoperto il tradimento, messer Francesco Giovanni grande terriere, capo di questi malfattori, con certi altri castellani che ’l seguitavano, furono da lui perseguitati senza arresto, tanto che si ridussono a guardia nelle loro fortezze, e ivi furono assediati per modo, che s’arrenderono al patriarca. Il quale prima abbattè tutte loro castella, le quali erano cagione della loro sfrenata superbia, e al detto messer Francesco, con otto de’ maggiori castellani fece tagliare le teste, e un’altra parte ne fece impendere per la gola. Per la qual cosa tutto il paese rimase cheto e sicuro, e il patriarca temuto e ubbidito da tutti senza sospetto o contasto.