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Cronica di Matteo Villani, vol. 2 / A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna cover

Cronica di Matteo Villani, vol. 2 / A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna

Chapter 105: CAP. CIV. D’un gran fuoco ch’apparve nell’aria.
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About This Book

The chronicle recounts political and military maneuvering in mid-14th-century Italy, focusing on the expansion of a powerful archbishop's influence across Lombardy and parts of Tuscany and Emilia, his networks of allied cities and nobles, and the responses of Tuscan communes. It describes the archbishop's diplomatic and financial efforts at the papal court to obtain reconciliation and control of Bologna, the pope's proposal to the Tuscan communes offering peace, alliance, or imperial intervention, and the eventual annulment of proceedings against the archbishop after lavish gifts and political pressure, illustrating shifting loyalties, factional leagues, and the interplay between ecclesiastical authority and communal liberty.

CAP. LXXX. Come i Catalani perderono loro terre in Sardegna.

Con piccolo travalicamento di tempo sosterremo alquanto l’altre cose, raccogliendo i fatti che nell’isola di Sardegna avvennono dopo la detta vittoria. I Catalani e’ Veneziani con la loro armata, e con le tre cocche, e con le galee prese de’ Genovesi e co’ prigioni arrivarono in Sardegna, e nella loro giunta avendo messo in terra i loro cavalieri, e gli altri soprassaglienti, e molti delle ciurme, il castello della Loiera, e ’l castello Lione, e il castello Genovese, e Sasseri e più altre terre che teneano i Genovesi s’arrenderono a’ Catalani. Avendo senza fatica fatto l’acquisto delle dette castella, aggiunte alla loro vittoria, pensarono d’acquistare tutto il rimanente dell’isola che si possedea per lo giudice d’Alborea, e con più baldanzosa che provveduta volontà, o buon ordine, se n’andarono verso Arestano, non pensando trovarvi resistenza. Ma il giudice con molta gente d’arme e con molti Sardi, i quali aveva accolti per difendere le sue terre, venne loro incontro del mese di settembre, e abboccatosi con loro, vennono alla battaglia, e furono sconfitti i Catalani; de’ quali tra nella battaglia e nella fuga rimasono morti più di millecinquecento Catalani. E per questa sconfitta, e per la mala guardia che delle terre nuovamente acquistate faceano, e per l’aspra signoria ch’usavano a’ paesani tutte si rubellarono, e ancora l’altre che prima vi teneano, sicchè tutto perderono, fuori che castello di Castro detto Caglieri: e volendole racquistare per forza, feciono maggiore oste, e un’altra volta s’abboccarono co’ Sardi e col giudice d’Alborea; e dopo lunga battaglia, i Catalani ritennono il campo e i Sardi l’abbandonarono, con pochi più morti di loro che de’ loro nimici. Onde i Catalani ebbono poco lieta vittoria, lasciando morti in questa seconda battaglia cinquecento combattitori, benchè più ne fossono morti de’ Sardi, e però non racquistarono alcuna terra: e dopo lunga dimora, del mese di novembre, avendo perduti assai de’ loro prigioni genovesi ch’erano accomandati nella Loiera, si partirono dell’isola, andandosene i Catalani in Catalogna, e i Veneziani a Vinegia a salvamento, vinti i Genovesi loro nimici, e abbassata con piena vittoria la loro superbia.

CAP. LXXXI. Come il prefetto venne a oste a Todi.

In questo tempo, la Chiesa di Roma per racquistare il Patrimonio occupato dal prefetto da Vico avea tenuto gente d’arme a Montefiascone guerreggiando il prefetto; e in questa guerra fra Moriale di Provenza, grande guerriere e nomato soldato, con sue masnade avea servito la Chiesa lungamente, senza potere avere l’intero pagamento de’ suoi soldi, e però s’accostò col prefetto, e andò dalla sua parte con quattrocento cavalieri. E vedendosi il prefetto sicuro dalla forza della Chiesa, avendo in sua compagnia i Chiaravallesi usciti di Todi, con fra Moriale e con altre sue genti d’arme di subito e improvviso se ne venne a Todi, e con lui i Chiaravallesi, i quali si sentivano tanti parenti e amici nella città, che si credeano, come fossono con forte braccio ivi presso, che li vi rimetterebbono dentro o per ingegno o per forza: ma trovaronsi ingannati, perocchè i cittadini temendo della tirannia del prefetto e de’ loro cittadini si misono alla difesa, e il prefetto e i Chiaravallesi ad assedio. Ma avendo i Todini aiuto da’ Perugini e dal comune di Firenze, che catuno vi mandò gente d’arme, il prefetto perdè la speranza d’entrare nella terra; e statovi a campo di settembre e d’ottobre, e dato il guasto intorno alla città, si partì dall’assedio con suo poco onore.

CAP. LXXXII. Come fu presa e lasciata Vicorata.

Di questo mese di settembre del detto anno, il conte Guido da Battifolle avendo accolta gente de’ suoi fedeli e del conte Ruberto, sentendo che Andrea di Filippozzo de’ Bardi signore del contado del Pozzo e di Vicorata era in bando del comune di Firenze per malificio, tenendosi gravato da lui, improvviso di mezza notte venne a Vicorata, e con alcuno trattato il dì seguente entrò in Vicorata, ed ebbe tutto il procinto, e rinchiuso Andrea e alcuni de’ fratelli nella torre, alla quale accostato il conte suoi dificii la faceva tagliare. Il comune di Firenze sentendo i suoi cittadini a quello pericolo, non ostante che fossono in bando, di presente mandarono comandando al conte Guido che lasciasse quell’impresa. Il quale udito il comandamento de’ priori di Firenze, essendo egli medesimo anco in bando del detto comune per simile modo, di presente fu ubbidiente, e non lasciando alcuna cosa torre o rubare se ne partì, e tornossi nel suo contado. La clemenza del nostro comune poco appresso fece l’una parte e l’altra venire a Firenze, e fatto fare pace tra loro, catuno per grazia trasse di bando.

CAP. LXXXIII. Come il conte di Caserta si rubellò dal re Luigi.

Il re Luigi di Gerusalemme e di Sicilia, in questo anno, il dì della Pentecoste, avea fatta solenne festa co’ suoi baroni per l’annuale rinnovellamento di sua coronazione. E in quella festa ordinò cosa nuova e disusata alla corona, ch’egli elesse sessanta tra baroni e cavalieri, i quali giurarono fede e compagnia insieme col detto re, sotto certo ordine di loro vita, e di loro usaggi e vestimenti: e fatto il giuramento, si vestirono d’una cottardita e d’un’assisa e d’un colore tutti quanti, portando nel petto un nodo di Salomone, e chi ebbe l’animo vano più magnificò la cottardita e il nodo d’oro e d’argento, e di pietre preziose di grande costo e di grande apparenza; e fu chiamata la compagnia del nodo. Il Prenze di Taranto fratello del re non v’era, ma sopravvenne, e il re gli aveva fatta fare la cottardita reale, con un nodo di perle grosse di gran valuta, e mandogliele all’ostello: il Prenze non la volle vestire, dicendo che ’l nodo del fraternale amore portava nel cuore, e donolla a suo cavaliere, la qual cosa il re non ebbe a grado. In questo tempo il duca d’Atene avea messo grande odio tra il Prenze di Taranto e ’l conte di Caserta, figliuolo che fu di messer Dego della Ratta Catalano conte camarlingo: e per questo amando il re il detto conte, e avendolo trovato leale e fedele, a instigamento del Prenze convenne che il re contra sua voglia il sbandeggiasse. Il conte si ridusse a Caserta, e tenea il Sesto e Tuliverno, e il Prenze col duca d’Atene gli andò addosso con cento cavalieri, e in persona vi venne il re con trecento e con assai popolo, volendo compiacere al fratello. E un dì stando il re nel castello di Matalona sopra lo sporto che chiamavano Gheffo, la sua gente presono un Unghero soldato del detto conte, e con tanta maraviglia il condussono al re, ch’ogni gente gli traeva dietro come s’elli avessono preso il re degli Unni; e per questa pazzia caricarono sì sconciamente il Gheffo, che gran parte n’andò a terra, ove morirono diciassette uomini, e molti se ne magagnarono. Il re ch’era un poco da parte apprendendosi col Prenze, come a Dio piacque, si ritenne in quello rimanente che del Gheffo non cadde; messer Filippo di Taranto traboccò sopra i caduti e non ebbe male. L’oste stette sopra il conte più tempo senza avere onore di cosa che vi si facesse, e straccata se ne partì. Il conte con sue masnade partita l’oste cominciò a cavalcare per Terra di Lavoro, e rubare le strade e rompere i cammini, e conturbò tutto il paese, cavalcando alcuna volta con trecento cavalieri infino presso a Napoli senza trovar contasto: e vendicata sua onta, si ritenne alle terre sue senza fare più danno o guerra.

CAP. LXXXIV. Come il cardinale legato venne a Firenze.

La Chiesa di Roma veggendo che ’l prefetto da Vico tirannescamente cresciuto aveva occupato il Patrimonio, e che novellamente avea acquistato la città d’Orvieto, il papa con deliberazione de’ cardinali mandò legato in Toscana messer Gilio di Spagna cardinale, il quale era stato al secolo pro’ e valente cavaliere e ammaestrato in guerra, acciocchè con l’aiuto degl’Italiani racquistasse le terre di santa Chiesa occupate nel Patrimonio. E datagli grande legazione il mandò per terra in Lombardia, ove dall’arcivescovo di Milano fu ricevuto a grande onore, facendogli fare per tutto suo distretto le spese con largo apparecchiamento; ma in Bologna non volle ch’egli entrasse, e però tenne la via da Pisa, e a dì 2 d’ottobre del detto anno giunse in Firenze, ove fu ricevuto con grande onore, e con solenne processione e festa, con un ricco palio di seta e d’oro sopra capo portato da nobili popolani, e addestrato al freno e alla sella da gentili cavalieri di Firenze, sonando tutte le campane delle chiese e del comune a Dio laudiamo; e condotto per la città fu albergato in casa gli Alberti, ove fece suo dimoro: e presentato dal comune confetti, e cera e biada abbondantemente, e tre pezze di fini panni scarlatti di grana, e datogli centocinquanta cavalieri in aiuto alla sua guerra, a dì 11 d’ottobre si partì, e andò a suo viaggio. E in questi dì Cetona si rubellò al prefetto, e presela il conte di Sarteano con aiuto ch’ebbe da’ Fiorentini, e poi la rassegnò al legato.

CAP. LXXXV. Rinnovazione del palio di santa Reparata.

In questi dì vacando in pace i Fiorentini, i priori vollono chiarire perchè la chiesa cattedrale di Firenze era dinominata santa Reparata, e perchè per antico costume in cotal dì s’è corso il palio in Firenze; e trovossi per alcune scritture, come Radagasio re de’ Goti, e Svezi e Vandali, avendo assalito l’imperio di Roma, e guaste in Italia molte città e consumati gli abitanti, s’era messo ad assedio alla città di Firenze con dugentomila cavalieri, essendo vescovo di Firenze il venerabile san Zenobio della casa de’ Girolami nostro cittadino, il quale avea seco due santi cappellani; e stando all’assedio, come a Dio piacque, Onorio imperadore di Grecia in Italia venne al soccorso dell’imperio di Roma, e in sua compagnia non avea oltre a tremila cavalieri; e venendo incontro a’ nimici, tanta paura gli occupò, che raccogliendosi dall’assedio, senza provvisione si misono ad entrare tra le circustanti montagne, passando tra Fiesole e Monterinaldi, e rattennonsi nella valle di Mugnone. Credesi, avvegnachè Onorio fosse fedele cristiano, che Iddio facesse questo per le preghiere di san Zenobio e de’ suoi santi cappellani. I barbari essendo rinchiusi da aspre montagne, senza acqua e senza vittuaglia, dalla gente dell’imperadore e da’ fiorentini paesani che sapeano i passi furono ristretti per modo che uscire non ne poteano. Il loro re furandosi dal suo esercito fu in Mugello preso e morto: e morendo i barbari di fame e di sete, sentendo morto il loro re, gittate l’armi s’arrenderono, e per fame e per ferro infine tutti perirono; e questo avvenne il dì della festa della vergine benedetta santa Reparata, per la cui reverenza s’ordinò e fece nuova chiesa cattedrale alla nostra città intitolata del suo nome. E perocchè i nostri antichi non erano in troppa magnificenza in que’ tempi, ordinarono che in cotal dì si corresse un palio di braccia otto d’uno cardinalesco di lieve costo a piede tenendosi al duomo, e movendosi i corridori di fuori della porta di san Piero Gattolino: e per la rinnovazione di questa memoria il comune l’ordinò di braccia dodici di scarlatto fine, e che si corresse a cavallo.

CAP. LXXXVI. Come i Genovesi si misono in servaggio dell’arcivescovo.

Nuova e mirabile cosa seguita a raccontare, in considerazione del gran cambiamento che fortuna fa degli stati del mondo. La nobile città di Genova, e i suoi grandi e potenti cittadini, signori delle nostre marine, e di quelle di Romania, e del Mare maggiore, uomini sopra gli altri destri e sperti, e di gran cuore e ardire nelle battaglie del mare, e per molti tempi pieni di molte vittorie, e signori al continovo di molto navilio, usati sempre di recare alla loro città innumerabili prede delle loro rapine, temuti e ridottati da tutte le nazioni ch’abitavano le ripe del Mar tirreno e degli altri mari che rispondono in quello, ed essendo liberi sopra gli altri popoli e comuni d’Italia, per la sconfitta nuovamente ricevuta in Sardegna da’ Veneziani e Catalani, con non disordinato danno, vennono in tanta discordia e confusione tra loro nella città, e in tanta misera paura, che rotti e inviliti come paurose femmine, il loro superbo ardire mutarono in vilissima codardia, non parendo loro potere atarsi: eziandio avendo il comune di Firenze mandato là suoi ambasciadori a confortarli, e a profferere loro con grande affezione il suo aiuto, e consiglio e favore largamente a mantenere e ricoverare loro franchigia e buono stato, tanto erano con gli animi dissoluti per quella sconfitta e per loro discordie, che non seppono conoscere rimedio al loro scampo, se non di sottomettersi al servaggio del potente tiranno arcivescovo di Milano; e di comune concordia il feciono loro signore, dandogli liberamente la città di Genova e di Savona, e tutta la Riviera di levante e di ponente, e l’altre terre del loro contado e distretto, salvo Monaco e Metone e Roccabruna, le quali tenea messer Carlo Grimaldi, che non le volle dare. E a dì 10 d’ottobre 1353, il conte Pallavicino vicario dell’arcivescovo con settecento cavalieri e con millecinquecento masnadieri entrò in Genova, ricevuto come loro signore; e disposto il doge, e ’l consiglio, e tutti gli altri reggimenti del comune, prese la signoria e il governamento delle dette città e de’ loro distretti, e aperte le strade di Lombardia con sollecitudine, procacciò abbondanza di vittuaglia a’ suoi servi, e prestanza al comune per armare alquante galee in corso, ebbe fornito il prezzo di cotanto acquisto.

CAP. LXXXVII. Come i Pisani feciono confinati.

I Pisani vedendosi il tirannesco fuoco a’ loro confini, temettono de’ loro cittadini animosi di parte ghibellina, che per invidia de’ loro reggenti avrebbono voluto la signoria dell’arcivescovo di Milano. E temendo per questo i Gambacorti e i loro seguaci perdere lo stato, di presente votarono la città d’ogni sospetto, mandando a’ confini de’ loro cittadini, e prendendo buona guardia dentro e di fuori, intendendosi co’ Fiorentini amichevolmente per la comune franchigia. In questi medesimi dì, avendo il tiranno preso sdegno contro a’ Fiorentini per gli ambasciadori ch’aveano mandati a confortare i Genovesi della loro franchigia, mosse loro lite dicendo, ch’aveano rotta la pace, perocchè non avevano disfatto Montegemmoli nell’alpe, avendo egli voluto assegnare la Sambuca e ’l Sambucone, come diceano i patti della pace, a Lotto Gambacorti come amico comune, non ostante che per lui non fosse voluto ricevere, parendogli avere osservato dalla sua parte: per la qual cosa s’accozzarono ambasciadori di catuna parte a Serezzana, e mostrato fu per ragione che per quella offerta e’ non era scusato, nè aveva adempiute le convenenze, e però i Fiorentini non erano in colpa. La cagione che acquetò l’arcivescovo fu, che non gli parve tempo utile a muovere guerra a’ Fiorentini, e però s’acquetò, e consentì alla loro ragione. Poco tempo appresso nel detto verno l’arcivescovo mise cinquecento uomini al lavorio, e fece tutto il cammino per terra da Nizza a Genova, ch’era scropuloso e pieno di molti stretti e mali passi, appianare e allargare, tagliando le pietre per forza di picconi, e facendo fare molti ponti ov’erano i mali valichi, sicchè gli uomini a cavallo due insieme, e le some per tutto il cammino potessono andare, cosa assai utile e notevole se fatto fosse a fine di bene; ma che che l’arcivescovo e’ suoi s’avessono nell’animo, a’ Provenzali n’entrò grande gelosia, e stettonne a Nizza e nell’altre terre in lunga guardia, e poco lasciavano usare quello cammino, temendo della potenza del tiranno.

CAP. LXXXVIII. Come i Sanesi ruppono i patti a Montepulciano.

Potendosi catuno dolere con ragione in se della corrotta fede odiosa a’ popoli, mercatanzia de’ tiranni, cagione nascosa di gravi pericoli, ci muove a dire con vergogna, come reggendosi il comune di Siena sotto il governamento occupato dall’ordine de’ nove, ruppono la fede promessa a’ signori di Montepulciano, essendone stati mezzani i Fiorentini e’ Perugini, e mallevadori alla richiesta di quello comune. E per giustificarsi della corrotta fede, aggiunsono una corrotta dannazione, mettendo il detto messer Niccola senza colpa in bando per traditore, acciocchè non paressono tenuti a dargli fiorini seimila d’oro che promessi gli aveano, quando diede loro la signoria di Montepulciano. Della qual cosa turbato il comune di Firenze e quello di Perugia, mandarono loro ambasciadori a Siena per far loro con preghiere addirizzare questo torto; e avuto sopra ciò più volte udienza, e menati lungamente per parole da’ signori, e straziati da’ loro consigli, insieme mostrando coll’opere la corruzione conceputa contro a’ detti comuni per lo detto ordine de’ nove. Agli ambasciadori di catuno comune fu fatta vergogna, e gittato loro addosso cavalcando per la città vituperoso fastidio, e udendosi dire dietro villane parole: a quelli di Perugia furono gittati de’ sassi, e minacciati di peggio: e così senza altro comiato, con accrescimento d’onta e di disonore, catuni ambasciadori tornarono a’ loro comuni; i quali conoscendo doppiamente essere offesi, per lo migliore dissimularono il fatto, comportando con senno la loro ingiuria. E questo avvenne del mese di febbraio del detto anno.

CAP. LXXXIX. Come si cominciò la gran compagnia nella Marca.

Il friere di san Giovanni fra Moriale, vedendo che il prefetto da Vico, con cui era stato all’assedio di Todi, nol potea sostenere a soldo, avendo l’animo grande alla preda, si propose d’accogliere gente d’arme d’ogni parte d’Italia, e fare una compagnia di pedoni con la quale potesse cavalcare e predare ogni paese e ogni uomo. E qui cominciò il maladetto principio delle compagnie, che poi per lungo tempo turbarono Italia, e la Provenza, e il reame di Francia e molti altri paesi, come leggendo per li tempi si potrà trovare. Questo fra Moriale incontanente co’ suoi messaggi e lettere mosse in Italia gran parte de’ soldati ch’erano in Toscana, e in Romagna e nella Marca senza soldo, a cavallo e a piè, dicendo, che chi venisse a lui sarebbe provveduto delle spese e di buono soldo; e per questo ingegno in breve tempo accolse a se millecinquecento barbute e più di duemila masnadieri, uomini vaghi d’avere loro vita alle spese altrui. E avendo messer Malatesta da Rimini assediata per lungo tempo la città di Fermo e condotta agli ultimi estremi, ed essendo per averla in breve tempo, fra Moriale, ricordandosi del servigio che da lui avea ricevuto quando l’assediò nel castello d’Aversa, avendo movimento da Gentile da Mogliano che tiranneggiava Fermo, e dal capitano di Forlì ch’era nimico di messer Malatesta, fidandosi alle loro promesse e a’ loro stadichi, del mese di novembre con la sua compagnia entrò nella Marca, e costrinse messer Malatesta a levarsi da oste da Fermo, e liberò la città dall’assedio, e rimasesi nel paese. E per lo nome sparto di questo primo cominciamento la compagnia crebbe e fece grandi cose in questo verno, e poi maggiori, come al suo tempo racconteremo, tornando prima all’altre cose che domandono la nostra penna.

CAP. XC. Dice de’ leoni nati in Firenze.

E’ non pare cosa degna di memoria a raccontare la natività de’ leoni, ma due cagioni ci stringono a non tacere: l’una si è, perchè antichi autori raccontano che in Italia non nascono leoni, l’altra, che dicono che i leoni nascono del ventre della madre morti, e che poi sono vivificati dal muggio della madre e del leone fatto sopra loro: e noi avemo da coloro che più volte gli vidono nascere, che il loro nascimento è come degli altri catelli che nascono vivi: all’altra parte è risposto per lo loro nascimento, più e diverse volte avvenuto nella nostra città, e in questo anno, del mese di novembre, ne nacquero in Firenze tre, de’ quali l’uno si donò al duca di Osteric, che per grazia il domandò al nostro comune; e il leone padre vedendosi tolto l’uno de’ suoi leoncini se ne diè tanto dolore, che quattro dì stette che non volle mangiare, e temettesi che non morisse. E perch’elli stavano in luogo stretto ove si batte la moneta del comune, ne furono tratti, e dato loro larghezza di case, e di cortili, e di condotti nelle case che il duca d’Atene avea fatte disfare per incastellarsi, che furono de’ Manieri, dietro al palagio del capitano e dell’esecutore in su la via da casa i Magalotti, ove stanno al largo, e bene.

CAP. XCI. Come i Romani si dierono alla Chiesa di Roma.

Il popolo romano non sappiendosi reggere per li suoi tribuni e per li rettori, sentendo il cardinale di Spagna a Montefiascone legato del papa, valoroso signore nell’arme e di grande autorità, trattò con lui d’accomandarsi alla Chiesa di Roma sotto singolare condizione e patto. E ricevuto in protezione del legato con quello lieve legame, con lui si convenne, e con furia lo mosse a far guerra e danneggiare di guasto i Viterbesi; della qual cosa, cresciuta la forza e ’l numero de’ cavalieri al legato, seguirono poi maggiori cose, come seguendo nostra materia racconteremo.

CAP. XCII. Le novità seguite in Pistoia.

Essendo ordine in Pistoia che balia per li fatti del comune non si potesse dare a’ suoi cittadini, nato da sospetto delle loro sette, trovandosi capitano della guardia per lo comune di Firenze messer Gherardo de’ Bordoni il quale favoreggiava i Cancellieri e la loro parte, era in que’ dì fatto un processo per l’inquisitore de’ paterini contro a certi cittadini di Pistoia, di che tutto il comune si gravava; e a riparare a questo, convenne che balìa si desse a certi cittadini. L’industria de’ Cancellieri, coll’aiuto del capitano, fece tanto, che la balìa fu data a certi uomini tutti della parte de’ Cancellieri, i quali intesono ad abbattere in comune lo stato de’ Panciatichi, e di presente aggiunsono al numero del consiglio del comune, che avea quaranta uomini, della parte de’ Cancellieri; e intendendo di fare più innanzi, i Panciatichi per paura, e per non essere criminati dal capitano se ne vennono a Firenze: gli altri cittadini vedendosi ingannati da quelli della balìa corsono all’arme, e abbarrarono le vie, e catuno s’afforzava per combattere e per difendere. In questo tempo de’ romori di Pistoia, messer Ricciardo Cancellieri fu notificato a Firenze per lo Piovano de’ Cancellieri suo consorto, ch’egli volea fare al comune certo tradimento. E chiamato in giudicio a Firenze l’uno e l’altro, e dato balìa per lo comune al capitano della guardia di Firenze di potere conoscere sopra la causa, furono messi in prigione, e trovato che non era colpevole messer Ricciardo, fu liberato, e ritenuto il Piovano, e mutato in Pistoia nuovo capitano. Il comune di Firenze mandò in Pistoia ambasciadori, e con loro i Panciatichi, e racquetato lo scandalo tra i cittadini, si riposarono in pace.

CAP. XCIII. Come l’arcivescovo richiese di pace i Veneziani.

L’arcivescovo di Milano avendo sottomesso a sua signoria la città di Genova e di Savona, e tutta la Riviera e il loro contado, i cui abitanti erano nimici de’ Veneziani, mandò suoi ambasciadori al doge e al comune di Vinegia, per li quali significò a quello comune come i Genovesi erano suoi uomini, e le loro città e contado erano suo distretto; e tenendosi amico de’ Veneziani, e sapendo che per addietro i Genovesi erano stati loro nimici, intendea, quando al doge piacesse e al comune di Vinegia, che per innanzi fossono fratelli e amici: e intorno a ciò usarono belle e suadevoli ragioni. Il doge e il suo consiglio presono tempo d’avere loro consiglio, e di rispondere la mattina vegnente: e venuto il giorno, di gran concordia risposono la mattina dicendo: che ’l comune di Vinegia si tenea gravato e offeso dall’arcivescovo, il quale avea preso ad aiutare i Genovesi loro capitali nemici, e però non intendeano di volere pace e concordia con lui nè col comune di Genova, ma giusta loro podere tratterebbono lui e i suoi sudditi come loro nemici. E conseguendo al fatto, incontanente feciono accomiatare e bandeggiare di Vinegia, e di Trevigi, e di tutte le loro terre e distretti tutti coloro che fossono sotto la giurisdizione dell’arcivescovo di Milano; e simigliantemente fece nelle sue terre l’arcivescovo de’ Veneziani: e così fu manifesta la guerra tra loro, del mese di novembre del detto anno, per tutta la Lombardia e Toscana.

CAP. XCIV. Come i Veneziani ordinarono lega contro al Biscione.

Incontanente che agli altri signori lombardi fu palese la risposta fatta pe’ Veneziani all’arcivescovo, il gran Cane di Verona, e’ signori di Padova, e que’ di Mantova, e il marchese da Ferrara e i Veneziani, feciono parlamento per loro solenni ambasciadori, ove si propose di fare lega insieme, e taglia di gente d’arme contro all’arcivescovo di Milano, il quale parea loro che fosse troppo montato; e non fidandosi tutti insieme di potere resistere alla grande potenza dell’arcivescovo, s’accordarono di fare passare a loro stanza l’imperadore in Italia. E dopo più parlamenti sopra ciò fatti fermarono compagnia e lega tra loro, e taglia di quattromila cavalieri, e fecionla piuvicare in Lombardia, e con grande istanza per loro segreti ambasciadori richiesono e pregarono il comune di Firenze che si dovesse collegare con loro, prendendo ogni vantaggio che volesse: ma perocchè il detto comune era in pace coll’arcivescovo, per alcuna preghiera o promessa di vantaggio che fatta fosse, non potè essere recato che la pace volesse contaminare. I collegati incontanente mandarono ambasciadori solenni in Alamagna all’imperadore, per inducerlo a passare in Lombardia contro all’arcivescovo di Milano, offerendogli tutta la loro forza, e danari assai in aiuto alle sue spese, acciocchè meglio potesse tenere la sua cavalleria; e per tutto fu divulgata la fama, che in quest’anno l’imperadore passerebbe a istanza della detta lega. Queste cose furono ferme e mosse del mese di dicembre del detto anno. E stando gli allegati in aspetto, non si provvidono di fare la gente della taglia infino al primo tempo, nè d’avere capitano; e però lasceremo al presente questa materia, tanto che ritornerà il suo tempo, e diremo di quelle che ci occorrono al presente a raccontare.

CAP. XCV. Come il conestabile di Francia fu morto.

Era messer Carlo, figliuolo che fu di messer Alfonso di Spagna, accresciuto dall’infanzia in compagnia del re Giovanni di Francia, ed era divenuto cavaliere di gran cuore e ardire, e valoroso in fatti d’arme, pieno di virtù e di cortesia, e adorno del corpo, e di belli costumi, ed era fatto conestabile di Francia, ed il re gli mostrava singolare amore, e innanzi agli altri baroni seguitava il consiglio di costui; e chi volea mal parlare, criminavano il re di disordinato amore in questo giovane: e del grande stato di costui nacque materia di grande invidia, che gli portavano gli altri maggiori baroni. Avvenne che il re Giovanni provvidde il re di Navarra suo congiunto d’una contea in Guascogna, la quale essendo a’ confini delle terre del re d’Inghilterra, era in guerra e in grave spesa per la guardia, più che ’l detto re non avrebbe voluto, e però la rinunziò, e il re poi la diede al conestabile, ch’era franco barone e di gran cuore in fatti d’arme. Il re di Navarra che già avea contro al conestabile conceputo invidia, mostrò di scoprirla, prendendo sdegno perch’egli avea accettata la sua contea, nonostante ch’egli l’avesse rinunciata. Ed essendo genero del re di Francia, con più audace baldanza, in persona, con altri baroni che simigliantemente invidiavano il suo grande stato, una notte andarono a casa sua, e trovandolo dormire in sul letto suo l’uccisono a ghiado; della qual cosa il re di Francia si turbò di cuore con ismisurato dolore, e più di quattro dì stette senza lasciarsi parlare. La cosa fu notabile e abominevole, e molto biasimata per tutto il reame, e fu materia e cagione di gravi scandali che ne seguirono, come seguendo ne’ suoi tempi si potrà trovare. E questo micidio fu fatto in questo verno del detto anno 1353.

CAP. XCVI. Come si cominciò la rocca in Sangimignano, e la via coperta a Prato.

In questo medesimo tempo, il comune di Firenze per volere vivere più sicuro della terra di Sangimignano, e levare ogni cagione a’ terrazzani suoi di male pensare, cominciò a far fare, e senza dimettere il lavorio alle sue spese, e compiè una grande e nobile rocca e forte, la quale pose sopra la pieve dov’era la chiesa de’ frati predicatori, e quella chiesa fece maggiore e più bella redificare dall’altra parte della terra più al basso. E in questo medesimo tempo nella terra di Prato fece fare una larga via coperta, in due alie di grosso muro d’ogni parte, con una volta sopra la detta via, e un corridoio sopra la detta volta, largo e spazioso a difensione; la quale via muove dal castello di Prato fatto anticamente per l’imperatore, e viene fino alla porta; ove si fece crescere e incastellare la torre della porta a modo d’una rocca; e in catuna parte tiene il comune continova guardia di suoi castellani.

CAP. XCVII. Del male stato dell’isola di Sicilia.

Assai ne pare cosa più da dolere che da raccontare, gli assalti, gli aguati, i tradimenti, gl’incendi, le rapine, l’uccisioni senza misericordia, che in questi tempi i Siciliani faceano tra loro per invidia e setta parziale, le quali maladette cose tra gli uomini d’una medesima patria ebbono tanta forza di male aoperare nell’isola, ch’abbandonata la cultura de’ fertili campi, i quali sogliono pascere gli strani popoli, de’ suoi trasse per fame più di diecimila famiglie della detta isola, i quali per non morire d’inopia, si feciono abitatori dell’altrui terre in Sardegna, e in Calabria, e nel Regno di qua dal faro. E in questa tempesta, certi baroni dell’isola contrari alla setta de’ Catalani, che governavano lo sventurato duca che s’attendea a essere re, sentendolo egli e i suoi manifestamente, trattavano di dare la maggiore parte delle buone terre dell’isola al re Luigi suo avversario, e non ebbe per lungo tempo podere d’atarsene, tanto che venne fatto, come nel principio del quarto libro seguendo si potrà trovare.

CAP. XCVIII. Come il legato del papa procedette col prefetto.

In questo verno, il cardinale di Spagna legato del papa avendo tentato il prefetto lentamente con poco prosperevole guerra, cercò con più riprese di trovare pace con lui, e fu la cosa tanto innanzi, che per tutto scorse la fama che la pace era fatta. Ma il prefetto già tiranno senza fede, vedendosi il destro, sotto la speranza della pace tolse al legato due castella, e rotto il trattato, il cominciò a guerreggiare: per la qual cosa il legato seguitò il processo fatto contro a lui, e del mese di febbraio del detto anno pronunziò la sentenza, e per sue lettere il fece scomunicare come eretico per tutta Italia; e fatto questo, conoscendo che altra medecina bisognava a riducere costui alla via diritta, che suono di campane o fummo di candele, saviamente, e senza dimostrare sua intenzione innanzi al fatto, si venne provvedendo d’avere al tempo gente d’arme, da potere fare l’esecuzione contro a lui del suo processo. E in questo mezzo, avendo dugento cavalieri del comune di Firenze e alquanti da se, fece sì continua guerra al tiranno, che poco potea resistere o comparire fuori delle mura. E avendo il prefetto preso sospetto de’ Viterbesi e degli Orvietani, che si doleano perchè la pace non era venuta a perfezione, tirannescamente volle tentare l’animo de’ cittadini di catuna città, e fare cosa da tenerli in paura. E però segretamente accolse fanti di fuori a pochi insieme, e miseli in catuna terra ne’ suoi palagi, e in un medesimo dì fece a certa gente di cui e’ si confidò levare il romore contro a se in catuna città, al quale romore alquanti cittadini in catuna terra presono l’arme, e seguitavano il grido. Il tiranno con quattrocento fanti ch’aveva armati e apparecchiati in Viterbo uscì fuori e corse la terra, uccidendo cui egli volle, e condannò e cacciò a’ confini tutti coloro di cui sospettava. E per simigliante modo fece correre la città d’Orvieto al figliuolo, e uccidere e condannare e mandare a’ confini cui egli volle. E così gli parve per male ingegno aver purgate quelle due città d’ogni sospetto, e avere più ferma la sua signoria, la quale per lo contradio, non avendo da se potenza nè aspettandola d’altrui, per questa mala crudeltà ogni dì venne mancando, come l’opere appresso dimostreranno manifestamente in fatto.

CAP. XCIX. Come si rubellò Verona al Gran Cane per messer Frignano.

Chi potrebbe esplicare le seduzioni, gl’inganni e’ tradimenti che i tiranni posponendo ogni carità, parentado e onore, pensano, ordinano, e fanno per ambizione di signoria? Certo tanti sono i modi quanti i loro pensieri, sicchè ogni penna ne verrebbe meno e stanca. Tuttavia per quello ch’ora ci occorre, cosa strana e notevole, ci sforzeremo a dimostrare l’avviluppata verità di diversi tradimenti e suoi effetti. Narrato avemo poco dinanzi come la lega de’ Veneziani con gli altri signori Lombardi era giurata e ferma contro al signore di Milano, ed essendo il signore di Mantova de’ più avvisati tiranni di Lombardia vicino dell’arcivescovo di Milano, l’arcivescovo con industriose suasioni e con grandi promesse il mosse a farlo trattare di tradire messer Gran Cane signore di Verona e di Vicenza con cui egli era in lega, ed egli per accattare la benivolenza dell’arcivescovo, dimenticato il beneficio ricevuto da quelli della Scala, che l’aveano fatto signore di Mantova, diede opera al fatto, e non senza speranza d’aoperare per se, se la fortuna conducesse la cosa ov’era la sua immaginazione. E però conoscendo egli messer Frignano figliuolo bastardo di messer Mastino, uomo pro’, e ardito d’arme, e di grande animo, accetto nel cospetto del fratello suo signore, e amato dal popolo di Verona e di Vicenza, vago di signoria, trattò con lui di farlo signore di Verona con suo consiglio, e colla sua forza e del signore di Milano. Questo sterpone tornando alla sua natura, senza fede o fraternale carità, di presente intese al tradimento del fratello, e col signore di Mantova ordinarono il modo ch’egli avesse a tenere, e l’aiuto della gente ch’egli avrebbe da lui. In questo tempo avvenne che ’l Gran Cane andò a parlamentare col marchese di Brandimborgo suo suocero per li fatti della lega, e il fratello bastardo era cognato del signore di Castelborgo, ch’era a’ confini del cammino ove il Gran Cane dovea passare; costui avvisato da messer Frignano mise un aguato per uccidere il Gran Cane, ma scoperto l’aguato, passò senza impedimento. Come messer Frignano avea ordinato, a Verona tornarono novelle come il Gran Cane era stato morto; ma innanzi che la novella venisse, messer Frignano avea mandati fuori di Verona tutti i cavalieri soldati, salvo coloro di cui s’era fidato, e che con lui s’intesero al tradimento. Pubblicata la novella in Verona come il Gran Cane loro signore era stato morto, il traditore con gran pianto fece incontanente, a dì 17 di febbraio del detto anno, raunare il popolo, e a uno giudice, cui egli avea informato, fece proporre in parlamento come il loro signore era morto, e che ’l comune di Verona rimanea in gran pericolo senza capo, avendo a vicino così possente signore com’era l’arcivescovo di Milano; e aggiunse, che a lui parea che messer Frignano prendesse il loro governamento. Il traditore ch’era presente, senza attendere ch’altri si levasse a parlamentare, o ch’altra deliberazione si facesse, si levò suso, e disse, che così prendeva e accettava la signoria. E montato a cavallo, colle masnade che v’erano corse la terra, gridando, muoiano le gabelle; e fece ardere i libri e gli atti della corte, e ruppono le prigioni. E di subito il signore di Mantova vi mandò messer Feltrino, e messer Federigo, e messer Guglielmo suoi figliuoli, e messer Ugolino da Gonzaga tutti de’ signori di Mantova con trecento cavalieri. Il signore di Ferrara ingannato del tradimento vi mandò messer Dondaccio con dugento cavalieri; ma innanzi che tutti v’entrassono, il capitano colla maggior parte di loro per contramandato si tornarono indietro scoperto l’inganno. Messer Frignano ricevuta questa gente d’arme, e accolti certi cittadini che ’l seguirono, da capo corse la terra: i cittadini non si mossono, ed egli s’entrò nel palagio dell’abitazione del signore. Messer Azzo da Coreggio ch’era in Verona se n’uscì non con buona fama. Le guardie furono poste alle porte, e la terra s’acquetò, e messer Frignano ne fu signore; la quale signoria il signore di Mantova per ingegno, e quello di Milano per ingegno e forza si credette catuno avere, come seguendo appresso diviseremo.

CAP. C. Come messer Bernabò con duemila barbute si credette entrare in Verona.

Il signore di Mantova avendo in Verona quattro tra figliuoli e congiunti con trecento cavalieri, procacciava di mettervene anche per esservi più forte che messer Frignano, a intenzione di tradire lui, e di recare a se la signoria, ma non gli potè venire fatto, perocchè sentì che l’arcivescovo di Milano, che vegghiava a questo effetto, mandava messer Bernabò cognato del Gran Cane a Verona con duemila cavalieri, temette di se, e non ebbe ardire di sfornire Mantova di cavalieri; e così per la non pensata perdè quello che avea lungamente provveduto. La novella del gran soccorso che venia da Milano, e dell’apparecchiamento di quello di Mantova sentito a Verona, generò sospetto a messer Frignano e a’ cittadini della città, e però presono l’arme, e rafforzarono le guardie, e stettono in più guardia; onde i signori che v’erano di Mantova non vidono modo di fornire loro corrotta intenzione, e però si stettono, mostrandosi fedeli a messer Frignano e alla guardia della città. In questo stante messer Bernabò con duemila barbute e gran popolo giunse a Verona, mostrando di volere ricoverare la signoria di Verona al cognato, credendo con questo trarre a se l’animo de’ cittadini, e credendo che quelli ch’aveano mossa questa novità a stanza dell’arcivescovo l’atassono entrare nella terra, e però si strinse infino alle porte, e domandava l’entrata, la quale gli fu negata; e non vedendo che dentro alcuno gli rispondesse, cominciò a combatterla; ma vedendo il suo assalto tornare invano, e sentendo la tornata di messer Gran Cane d’Alamagna, si partì del paese, e tornossi a Milano mal contento de’ signori di Mantova, ed eglino peggio contenti dell’arcivescovo, ch’aveva sconcio il loro tranello per quella cavalcata, come poco appresso dimostrarono in opera catuna parte, secondo che seguendo dimostreremo.

CAP. CI. Come messer Gran Cane racquistò Verona, e fu morto messer Frignano.

Quando messer Gran Cane cavalcava al marchese di Brandimborgo avea con seco il fratello, e sospicando di novità quando sentì l’aguato del signore di Castelborgo rimandò il fratello addietro, il quale venendo nel paese, sentì come messer Frignano avea rubellata Verona, e però se n’andò in Vicenza. La novella corse a messer Gran Cane, e vennegli essendo egli col marchese; e turbato l’uno e l’altro, il marchese francamente il confortò, offerendoli tutta la sua possa a racquistare Verona: ma perchè l’indugio a cotali cose conobbe pericoloso, di presente il fece montare a cavallo, apparecchiandoli di subito cento barbute delle sue, e colla gente ch’egli aveva da se, senza soggiorno, cavalcando il dì e la notte, se ne venne a Vicenza, e là trovò il fratello, e trovovvi messer Manno Donati di Firenze capitano di dugento cavalieri, che il signore di Padova avea mandati in suo aiuto, e trovovvi della gente del marchese di Ferrara; e sommosso il popolo di Vicenza a cotanto suo bisogno, gran parte ne menò con seco; e la notte medesima, con seicento barbute e col popolo di Vicenza se ne venne a Verona, e in sul mattino lasciò la strada, e attraversando pe’ campi entrò in Campo marzio, che è fuori della città ivi presso, murato intorno, e risponde a una piccola porta della città, la quale meno ch’altra porta si solea guardare. Quivi s’affermò messer Gran Cane, e mandò innanzi un Giovanni dell’Ischia di Firenze la notte, che procacciasse d’entrare in Verona, e facesse sentire a’ confidenti cittadini di messer Gran Cane com’egli era di fuori in Campo marzio, e accompagnollo d’uno confidente Tedesco. Costoro, non avendo altra via, si misono a notare co’ cavalli per l’Adice per venire infra la città ove mancava il muro, e in questo notare, il Tedesco poco destro del servigio dell’acqua vi rimase affogato. Giovanni dell’Ischia entrò nella terra, e andò informando e sommovendo gli amici di messer Gran Cane, avvisando come avessono a venire a quella porta in suo favore; i quali sentendo ivi fuori il loro signore, la mattina vennono con le scuri alla porta, e spezzaronla. Nondimeno le guardie ch’erano sopr’essa con le pietre e con le balestra da alto francamente la difendevano, sicchè non vi lasciarono entrare alcuno. Intanto il traditore messer Frignano essendo in sollecita guardia del fratello, e ancora di messer Bernabò, che il dì dinanzi l’avea assalito co’ suoi cavalieri, cavalcava intorno alla terra, e la mattina era montato in certa parte onde potea vedere di fuori, e guardava se messer Gran Cane venisse, che già non sapeva che fosse così dipresso, e guardando inverso Campo marzio, vide la porta piccola di Verona aperta, e dicendo, noi siamo traditi, francamente trasse con la gente sua inverso quella porta per difendere l’entrata; ma innanzi che vi giugnesse, il Gran Cane s’era tratto innanzi alla porta, e trattasi la barbuta, e fattosi conoscere a coloro che la guardavano, dicendo, io vedrò chi saranno coloro che mi contradiranno l’entrata della mia terra, e conosciuto da loro, incontanente gli feciono reverenza, e lasciarono entrare lui e la sua gente senza contasto. E sopravvenendo messer Frignano, il trovò entrato nella città con la maggior parte della gente, e avvisatolo, che bene il conosceva, nella piazza dentro dalla porta, si dirizzò verso lui colla lancia per fedirlo di posta, e tentare l’ultima fortuna: ma già era cominciato l’assalto tra i cavalieri di catuna parte aspro e forte, sicchè vedendo un cavaliere di quelli di messer Gran Cane mosso messer Frignano colla lancia abbassata verso il suo signore, gli si addirizzò per traverso, e colla lancia il percosse nella guancia dell’elmo per tale forza, come fortuna volle, che l’abbattè del cavallo a terra. Messer Giovanni chiamato Mezza Scala, vedendo messer Frignano abbattuto del destriere, scese del suo cavallo, e disse, che che s’avvegna di Verona tu morrai delle mie mani, e corsegli addosso, e con un coltello gli segò le vene, e lasciollo morto a terra. Ed in quello baratto fu morto con lui messer Paolo della Mirandola, e messer Bonsignore d’Ibra grandi conestabili. E morti costoro, l’altra gente ruppe, e assai ve ne furono morti fuggendo. Le porti della città erano serrate, e i cittadini sentendo il loro signore dentro tutti tennero con lui, e però i forestieri che v’erano furono presi e rassegnati a messer Gran Cane, il quale per la sua sollecita tornata felicemente racquistò Verona e uccise i traditori. Che se al fatto avesse messo indugio, non la racquistava in lungo tempo, o per avventura non mai, sì si venia provvedendo alla difesa lo sterpone. E questo avvenne il dì di carnasciale, a dì 25 di febbraio l’anno 1353.

CAP. CII. Come messer Gran Cane riformò la città di Verona, e fece giustizia de’ traditori.

Messer Gran Cane avendo racquistata Verona avventurosamente si fece appresentare i prigioni, e diligentemente volle investigare la verità, come i cittadini aveano acconsentito al traditore, e udita la sagacità dell’inganno, comportò dolcemente l’errore del popolo. E raddirizzato l’ordine al governamento della città, fece impiccare in sù la piazza di mezzo il mercato di Verona il corpo di messer Frignano, e ventiquattro caporali partefici al tradimento del fratello, tra’ quali fu Giovannino Canovaro di Verona grande cittadino con quattro suoi figliuoli, e Alboino della Scala suo consorto, e messer Alberto di Monfalcone grande conestabile, e Giannotto fratello di madre di messer Frignano, e due figliuoli di Tebaldo da Camino, e due medici de’ signori della Scala, e il notaio della condotta, e altri uficiali infino al numero sopraddetto. A prigione ritenne messer Feltrino da Mantova, e messer Ugolino e messer Guglielmo suoi figliuoli, e messer Federigo suo fratello, e Piero Ervai di Firenze, il quale era fatto podestà di Verona per messer Frignano, il quale si ricomperò per non essere impiccato fiorini diecimila d’oro. Guidetto Guidetti si ricomperò per simile cagione fiorini dodicimila d’oro. Messer Giovanni da Sommariva e Tebaldo da Camino vi rimasono prigioni, e a’ cavalieri soldati tolse l’armi e’ cavalli, e feceli giurare di non essere mai contro a lui, e lasciolli andare. A coloro che più singolarmente l’aiutarono in questo fatto, come fu messer Manno Donati, e que’ dell’Ischia, e quelli di Boccuccio de’ Bueri tutti cittadini di Firenze, ch’adoperarono gran cose in sul fatto, provvide di possessioni de’ traditori, e molti altri ebbono grazia da lui cittadini e forestieri. E rimaso libero signore come di prima, aontato contro al signore di Mantova, avuta gente d’arme dal marchese di Brandimborgo cavalcò sul Mantovano, e ruppe la lega, e dissimulava trattato d’allegarsi con l’arcivescovo di Milano, insino che le cose si ridussono a concordia per sollecita operazione de’ Veneziani, come al suo tempo innanzi racconteremo.

CAP. CIII. Come fu deliberato per la Chiesa l’avvenimento dell’imperadore in Italia.

Avendo l’eletto imperadore prima veduto come i comuni di Toscana l’aveano richiesto per farlo valicare in Italia, e da loro non s’era rotto, e appresso era richiesto dalla lega de’ Lombardi, e con loro tenea benevoglienza e trattato, e ancora l’arcivescovo avea appo lui continovi ambasciadori che gli offeriano il loro aiuto alla sua coronazione, per le quali cose considerò che agevolmente e senza resistenza e’ potea valicare per la corona. E però sostenendo catuna parte in speranza e in amore, mandò a corte di Roma ad Avignone per avere licenza e la benedizione papale, e i legati e ’l sussidio promesso dalla Chiesa per la sua coronazione. Gli ambasciadori furono graziosamente ricevuti dal papa, e udita la domanda dell’eletto debita e giusta, tenuti sopra ciò alquanti consigli e consistori, del mese di febbraio del detto anno, fu deliberato per lo papa e per li cardinali ch’egli avesse la licenza, e la benedizione, e i legati per la sua coronazione; altro sussidio non gli promisono. E partiti gli ambasciadori da corte, tra i cardinali ebbe divisione e tire di coloro ch’avessono la legazione per venire con lui, e per le dette tire, e perchè l’avvenimento non parea presto, si rimase la commessione de’ legati infino al tempo dell’avvenimento suo; onde si raffreddarono i procacciatori, non sentendolo ricco da trarre da lui quello che la loro avarizia prima si pensava.

CAP. CIV. D’un gran fuoco ch’apparve nell’aria.

Il primo dì di marzo, alle sei ore della notte, si mosse uno sformato fuoco nell’aria, il quale corse per gherbino in verso greco, come aveva fatto l’altro che prima era venuto col tremuoto, ma di lume e d’infiammagione non fu molto minore. A questo seguitò grande secco, perocchè infino al giugno non caddono acque che podere avessono di bagnare la terra, per la qual cosa il grano e le biade cresciute il verno e parte della primavera, e in buona speranza di ricolta, a tanto erano condotte per lo secco, che se non fosse la manifesta grazia che Madonna fece alla processione dell’antica tavola della sua effigie di santa Maria in Pineta, come al suo tempo si diviserà, erano i popoli di Toscana fuori di speranza di ricogliere grano, o biada o altri frutti in quest’anno per nutricamento di quattro mesi; e però non ci pare da lasciare in silenzio il caso di questo segno, per ammaestramento de’ tempi avvenire. Seguitò ancora l’avvenimento dell’imperadore in quest’anno in Italia e la sua coronazione, e avvenimento di grandi terremuoti, come appresso racconteremo.

CAP. CV. Di tremuoti che furono.

In questo medesimo dì primo di marzo furono in Romania grandissimi terremuoti, e nella nobile città di Costantinopoli abbatterono molti grandi e nobili edificii e gran parte delle mura della città, con grande uccisione d’uomini, e di femmine, e di fanciulli. E da Boccadone infino a Costantinopoli, su per la marina, non rimase castello nè città che non avesse grandissime rovine delle mura e degli edificii con grande mortalità de’ suoi abitanti; per la qual cosa avvenne, che i Turchi loro vicini sentendo i Greci spaventati, e senza potersi racchiudere e salvare nelle fortezze, corsono sopra loro, e presonne assai, e menaronli in servaggio: e alcuni castelli rifeciono e afforzarono, e misonvi abitatori e guardie di loro Turchi; e appresso accolsono grande esercito di loro gente, e puosonvi assedio per terra a Costantinopoli, ch’era in divisione e in tremore, ma contro a’ Turchi s’unirono alla difesa; sicchè stativi alcuno tempo senza potere acquistare la città, corsono le ville, e rubarono le contrade, e senza avere resistenza fuori delle mura si tornarono in loro paese.

CAP. CVI. De’ fatti del monte.

La fede utile sopra l’altre cose, e gran sussidio a’ bisogni della repubblica, ci dà materia di non lasciare in oblivione quello che seguita. Il nostro comune, per guerra ch’ebbe co’ Pisani per lo fatto di Lucca, si trovò avere accattati da’ suoi cittadini più di seicento migliaia di fiorini d’oro; e non avendo d’onde renderli, purgò il debito, e tornollo a cinquecentoquattro migliaia di fiorini d’oro e centinaia, e fecene un monte, facendo in quattro libri, catuno quartiere per se, scrivere i creditori per alfabeto, e ordinò con certe leggi penali, alla camera del papa obbligate, chi per modo diretto o indiretto venisse contro a privilegio e immunità ch’avessono i danari del monte. E ordinò che in perpetuo ogni mese, catuno creditore dovesse avere e avesse per dono d’anno e interesso uno danaio per lira, e che i danari del monte ad alcuno non si potessono torre per alcuna cagione, o malificio, o bando, o condannagione che alcuno avesse; e che i detti danari non potessono essere staggiti per alcuno debito, nè per alcune dote, nè fare di quelli alcuna esecuzione, e che lecito fosse a catuno poterli vendere e trasmutare, e così a catuno in cui si trovassono trasmutati, que’ privilegi, e quell’immunità, e quello dono avesse il successore che ’l principale. E cominciato questo gli anni di Cristo 1345, sopravvenendo al comune molte gravi fortune e smisurati bisogni, mai questa fede non maculò, onde avvenne che sempre a’ suoi bisogni per la fede servata trovava prestanza da’ suoi cittadini senza alcuno rammaricamento: e molto ci si avanzava sopra il monte, accattandone contanti cento, e facendone finire al monte altri cento, a certo termine n’assegnava dugento sopra le gabelle del comune, sicchè i cittadini il meno guadagnavano col comune a ragione di quindici per centinaio l’anno. Essendo i libri e le ragioni mal guidate per i notai che non gli sapeano correggere, e avevanvi commessi molti errori e falsi dati, si ridussono in mano di scrivani uomini mercatanti che gli correggessono, e corressono molto chiaramente a salvezza del comune e de’ creditori, avendo al continovo uno notaio che facea carta delle trasmutagioni per licenza del vero creditore, e poi gli scrivani gli acconciavano in su’ registri del comune, levando dall’uno e ponendo all’altro. Di questi contratti de’ comperatori si feciono in Firenze l’anno 1353 e 1354 molte questioni, se la compera era lecita senza tenimento di restituzione o nò, eziandio che il comperatore il facesse a fine d’avere l’utile che il comune avea ordinato a’ creditori, e comperando i fiorini cento prestati al comune per lo primo creditore venticinque fiorini d’oro, e più e meno com’era il corso loro, l’opinione de’ teologi e de’ legisti in molte disputazioni furono varie, che l’uno tenea che fusse illecito e tenuto alla restituzione, e l’altro nò, e i religiosi ne predicavano diversamente: que’ dell’ordine di san Domenico diceano che non si potea fare lecitamente, e con loro s’accostavano de’ romitani, e i minori predicavano che si potea fare, e per questo la gente ne stava intenebrata. Era in questi tempi in Firenze copia di maestri in teologia, fra i quali de’ più eccellenti era maestro Piero degli Strozzi de’ frati predicatori, e maestro Francesco da Empoli de’ minori; maestro Piero dicea che non era lecito contratto, e predicavalo senza dimostrarne le ragioni chiare; perchè maestro Francesco de’ minori avendo sopra ciò con grande diligenza avute molte disputazioni con altri maestri in divinità, e con dottori di legge e di decretali, al tutto chiarì, e tenne, e predicò, e scrisse ch’era lecito, e senza tenimento di restituzione a chi il facea, senza fare contro a sua coscienza; e le ragioni perchè scrisse e mandò a tutte le regole, apparecchiato a mantenere quello che predicato e scritto avea. Nondimeno i predicatori e’ loro maestri non si rimossono della loro opinione, predicando che non si potea fare lecitamente e senza restituzione; e della loro opinione non mostrarono ragione, e contro alle scritte per maestro Francesco non contradissono con alcuna ragione; e per questo a molti rimase in dubbio il detto contratto, e molti l’ebbono per chiaro accostandosi alle ragioni del maestro Francesco, e senza riprensione di loro coscienza vendevano e comperavano, facendone traffico come d’un’altra mercatanzia. Se ’l contratto si potea provare usurario, debito era a chi ’l predicava di riprovare quello che si provava in contrario, per trarre la gente d’errore; se lecitamente fare si poteva, considerato che gli uomini sono cupidi a guadagnare, male era a recare loro in sospetto, e contaminare le coscienze di quello che lecito era per non discrete predicazioni.

CAP. CVI. Di certe rivolture di tiranni di Lombardia, e di più cose per lo tradimento di Verona

Detto abbiamo poco addietro come il Gran Cane della Scala si tenea aver perduta Verona per operazione del signore di Mantova, ed era contro a lui forte inanimato per lo fallo ch’egli avea fatto; essendo con lui nella lega s’era rotto dalla lega degli altri, e trattava d’allegarsi coll’arcivescovo di Milano e col marchese di Brandimborgo per far guerra coll’arcivescovo insieme contro a Mantova, e l’arcivescovo molto vi venia volentieri, e furono le cose tanto innanzi, che per tutto corse la voce ch’ell’era fatta. Il comune di Vinegia conoscendo che questa discordia poteva tornare a grande pericolo del loro comune e degli altri loro collegati lombardi, mandarono di loro assentimento al Gran Cane solenni ambasciadori, per rivocarlo alla lega e compagnia ch’aveano insieme, e far fare al signore di Mantova l’ammenda del suo fallo; e seguendo gli ambasciadori solennemente quello che fu loro commesso, operarono tanto, che ’l signore di Mantova fece l’ammenda come messer Gran Cane volle, e per la stima del danno ricevuto diede trentamila fiorini d’oro a messer Gran Cane, i quali promise, e pagò poi per lui il comune di Vinegia, e il signore di Mantova ne diè loro in guardia tre buone castella: e per questo modo fu fatta la pace, e lasciati di prigione que’ di Mantova, e messer Gran Cane tornò alla lega com’era in prima. Essendo raffermata la lega, ne’ porti di Mantova si trovò in un dì molta mercatanzia di Milanesi e d’altri distrettuali dell’arcivescovo, e perocchè a stanza dell’arcivescovo il signore di Mantova s’era mosso a far quello onde gli era convenuto fare ammenda di fiorini trentamila d’oro, di fatto fece arrestare tutto, e ripresesi sopra i Milanesi e distrettuali dell’arcivescovo di più che non restituì al signore di Verona, la qual cosa l’arcivescovo e’ suoi si recarono a grande onta.

CAP. CVII. Del processo della grande compagnia di fra Moriale della Marca.

Tornando alla nuova tempesta di fra Moriale e di sua compagnia, rimasi nella Marca dopo la partita di messer Malatesta dall’assedio di Fermo, cominciarono a cavalcare il paese e fare in ogni parte preda, e vinsono per forza Mondelfoglio, e le Fratte, e san Vito, e sei altre castelletta nel paese, e scorsono a Iesi, e rubarono i borghi e predarono il paese. Appresso combatterono Feltrino e vinsonlo per forza, e uccisonvi da cinquant’uomini, e perch’era pieno d’ogni bene da vivere vi dimorarono un mese. E in fra questo tempo ebbono Monte di Fano, e Monte di Fiore, e più altre castella d’intorno per paura feciono i loro comandamenti. Per la fama delle grandi prede che faceva la compagnia, molti soldati ch’aveano compiute le loro ferme, senza volere più soldo traevano a fra Moriale, e assai in prova si facevano cassare per essere con lui, ed egli li faceva scrivere, e con ordine dava a catuno certa parte al bottino, e tutte le ruberie e prede ch’erano venali facea vendere, e sicurava i comperatori, e facevali scorgere lealmente, per dare corso alla sua mercatanzia. E ordinò camarlingo che ricevea e pagava, e fece consiglieri e segretari con cui guidava tutto; e da tutti i cavalieri e masnadieri era ubbidito come fosse loro signore, e mantenea ragione tra loro, la quale faceva spedire sommariamente. E così ordinati cavalcarono, e mutavano paese, e vennono a Montelupone, il quale per paura s’arrendè loro, e stettonvi venti dì; e raunata ivi la preda fatta nel paese e la sostanza del castello, ogni cosa ne trassono senza far male agli uomini, e cavalcarono alla marina e presono Umana, e combatterono Orivolo, e non l’ebbono, e da Umana andarono sopra Ancona, e presono la Falconara a patti salve le persone. E in que’ dì ebbono otto castella che s’arrenderono loro in sull’Anconitano, fuggendo le persone, e lasciando le terre e la roba alla compagnia. Appresso tornarono sopra Iesi, e per forza ebbono Alberello ed un altro castello, e tutto recarono in preda, e poi andarono a Castelficardo pieno di molta vittuaglia, e quello combattendo vinsono per forza. E del mese di marzo presono il castello delle Staffole pieno di molto vino, ed il Massaccio e la Penna. E per tutto quel paese il residuo del verno sparsono la loro irreparabile tempesta, rubando e uccidendo, e facendo ogni sconcio male a’ paesani, e singolarmente più a’ sudditi di messer Malatesta, avendo delle sue terre quarantaquattro castella in loro servaggio, e avendo stadico un figliuolo del capitano di Forlì, e Gentile da Mogliano, per li soldi che promessi aveano alla detta compagnia.

CAP. CVIII. Come il legato prese Toscanella.

In quest’anno del mese di marzo, il cardinale di Spagna legato del papa facendo guerra col prefetto di Vico, per trattato gli tolse Toscanella, e questo fu il primo acquisto che il legato facesse contro a lui: dappoi seguitarono le cose a maggiori fatti, come seguendo nostra materia diviseremo. In questi dì, il marchese di Ferrara parendogli essere debole nella nuova signoria, perchè Francesco marchese, il quale si tenea dovere di ragione essere signore, gli s’era rubellato, o che trovasse alcuno trattato nella città contro a se, o ch’egli il contraffacesse, a che si diè più fede, cacciò di Ferrara de’ suoi fratelli e alquanti de’ maggiori cittadini, confinandoli fuori del suo distretto, e cominciò a stare più fornito di gente forestiera, e in maggiore guardia.

CAP. CIX. Come messer Malatesta si ricomperò dalla compagnia.

Essendo la compagnia di fra Moriale cresciuta di cavalieri e di masnadieri, e nutricata il verno sopra le terre che distruggea, messer Malatesta da Rimini, avvisato e provveduto in fatti di guerra, considerando la gente della compagnia, e la loro troppa sicurtà presa per non avere avversario, e il luogo dov’erano e il loro reggimento, pensò, che dove i comuni di Toscana lo volessono atare, ch’egli vincerebbe la detta compagnia; e non parendogli materia da commettere ad ambasciadori, in persona venne a Perugia, e poi a Siena, e appresso a Firenze, e mostrò a ciascun comune il pericolo che potea loro venire di quella compagnia se contra loro non si riparasse, e domandava a catuno comune aiuto di gente d’arme, e dove dato gli fosse, con ottocento barbute di buona gente ch’egli avea da se, e col suo popolo e col vantaggio ch’avea intorno a loro delle sue terre, promettea di rompere e di sbarattare la compagnia in breve tempo; e questo dimostrava per vere e manifeste ragioni; ma catuno comune avendo la tempesta da lungi se ne curava poco. I Perugini che furono prima richiesti, dissono, che in ciò seguiterebbono la volontà de’ Fiorentini, e in questo modo risposono anco i Sanesi. E venuto messer Malatesta colle lettere de’ detti comuni a Firenze, i Fiorentini udita la sua domanda gli diedono dugento cavalieri, i quali menò con seco fino a Perugia. I Perugini e’ Sanesi non vollono attenere la loro promessa, e però i cavalieri de’ Fiorentini si tornarono addietro. Messer Malatesta vedendosi abbandonato dall’aiuto de’ comuni di Toscana, e che tempo era che la compagnia potea procacciare altrove, trattò con loro, e venne a concordia di dare fiorini quarantamila d’oro alla compagnia, parte contanti, e degli altri li sicurò, dando loro per istadico il figliuolo, e si partirono del suo distretto, e promisono di non tornarvi infra certo tempo. E fatto l’accordo, e partita la compagnia, messer Malatesta cassò quasi tutti i suoi soldati, i quali di presente s’aggiunsono alla compagnia; la quale essendo molto cresciuta di baroni, e di conti e di conestabili, si cominciò a chiamare la gran compagnia, e tribolando la Marca, e la Romagna, e il Ducato, innanzi che di là si partissono rifermarono la loro compagnia per certo tempo, e tutti la giurarono nelle mani di messer fra Moriale. E benchè fra loro fossono grandi baroni alamanni, tutti vollono che il titolo della compagnia, e la capitaneria fosse in messer fra Moriale, ma dieronli quattro segretari de’ cavalieri, che l’uno fu il conte di Lando, e un barone di gran seguito ch’avea nome Fenzo di... e il conte Broccardo di.... e messer Amerigo del Canaletto; e de’ masnadieri quattro conestabili italiani. In costoro era la deliberazione dell’imprese e il segreto consiglio, e feciono altri quaranta consiglieri, e un tesoriere a cui venia tutta l’entrata delle loro prede, e questi pagava e prestava a’ comandamenti del capitano. Dato l’ordine, il capitano era ubbidito da tutti come fosse l’imperadore, e facea la notte cavalcare di lungi dal campo venticinque o trenta miglia ov’egli comandava, e il dì tornavano con grandi prede, e ogni cosa fedelmente rassegnavano al bottino. E perocchè quasi quanti conestabili avea in Italia al soldo de’ signori e de’ comuni aveano parte di loro masnade nella compagnia, erano sì baldanzosi, che di niuna gente di soldo temeano, e però tutti i comuni minacciavano se non dessono loro denari di venire sopra loro. E mandarono ambasciadori nel Regno, ed ebbono promissione dal re Luigi di quarantamila fiorini d’oro, i quali non mandò loro, di che cari gli feciono poi costare. Ebbono dal capitano di Forlì e da Gentile da Mogliano trentamila fiorini d’oro, e da messer Malatesta quarantamila. Ed essendo richiesti dall’arcivescovo di Milano di volerli conducere a suo soldo contro alla lega, e da quelli della lega contro all’arcivescovo, catuno teneano in speranza e con niuno si fermavano, e anche teneano trattato col prefetto di Vico contro al legato, e però non si potea sapere che dovessono fare, e molto manteneano bene loro credenza. E in fine del mese di maggio 1354 se ne vennono a Fuligno, e dal vescovo ebbono mercato d’ogni vittuaglia abbondevolmente. Lasceremo ora la gran compagnia che n’è assai detto, e non senza debita scusa, per la grande e pericolosa novità che ne seguì in Italia, e diremo dell’altre cose che prima ci occorrono a raccontare.

CAP. CX. D’un fanciullo mostruoso nato in Firenze.

In questo verno del detto anno nacque in Firenze nel popolo di san Piero Maggiore un fanciullo maschio figliuolo d’uno de’ maggiori popolari di quello popolo, ch’avea tutte le membra umane dal collo a’ piedi, e il viso suo non avea effigie umana; la faccia era tutta piana senza bocca, e avea un foro per lo quale messo lo zezzolo della poppa traeva il latte, e poppava, e nella superficie della testa al diritto, sopra dove doveano essere gli occhi avea due fori: e’ vivette più giorni, e fu battezzato, e seppellito in san Piero Maggiore. E poco appresso una gentile donna moglie d’un cavaliere avendo fatto un fanciullo un mese dinanzi, partorì un’altra materia di carne a modo d’un cuore di bue, di peso di libbre quindici, con alcuni dimostramenti ma non chiari d’effigie umana, senza distinzione di membri, e come questo ebbe partorito, incontanente morì la donna.

CAP. CXI. Come furono cacciati i guelfi di Rieti e da Spoleto.

De mese d’aprile, del detto anno 1354, i guelfi di Rieti avendo il governamento della città, e podestà e capitano dal re Luigi, montati in superbia per animo di parte oltraggiavano i ghibellini di quella terra, e tanto montarono gli oltraggi, ch’e’ guelfi mossono romore per cacciare i ghibellini, e catuna parte fu sotto l’arme, e di cheto senza fare altra novità s’acquetarono a quella volta; e nondimeno catuna parte rimase in gran sospetto e riguardo l’uno con l’altro, e in questo modo erano stati lungamente. Avvenne che i guelfi, avendo a loro stanza gli uficiali della terra, con ordine fatto, una domenica mattina a dì 20 d’aprile subito presono l’arme e corsono alla piazza, gridando: muoiano i ghibellini. I cittadini di quella parte temendo del subito e non pensato romore, francamente s’armarono e corsono alla piazza per difendersi, e quivi cominciò aspra e crudele battaglia, e senza alcuno riguardo uccideva e fediva l’uno l’altro, e durò assai, che niuno perdeva di suo terreno; in fine ghibellini disperati di loro salute ruppono una barra incatenata che gli dividea da’ guelfi, e con grande empito d’amaro cuore assalirono i guelfi per sì fatto modo, che gli ruppono, e senza ritegno gli seguitarono uccidendone quanti giugnere ne poteano. E in questa rotta furono morti venticinque cittadini di nome e assai più degli altri, e molti per campare si gittarono nel fiume, e sommersi annegarono in quello. I ghibellini seguendo loro avventurato caso cacciarono i rettori che v’erano per lo re Luigi, e rimasi signori della città riformarono il reggimento di quella a loro volontà, e per questa novità di Rieti furono cacciati di Spoleto i caporali guelfi che v’erano, ma non con battaglia nè a furore di popolo.