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Cronica di Matteo Villani, vol. 2 / A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna cover

Cronica di Matteo Villani, vol. 2 / A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna

Chapter 114: LIBRO QUARTO Comincia il quarto libro, e prima il Prologo.
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About This Book

The chronicle recounts political and military maneuvering in mid-14th-century Italy, focusing on the expansion of a powerful archbishop's influence across Lombardy and parts of Tuscany and Emilia, his networks of allied cities and nobles, and the responses of Tuscan communes. It describes the archbishop's diplomatic and financial efforts at the papal court to obtain reconciliation and control of Bologna, the pope's proposal to the Tuscan communes offering peace, alliance, or imperial intervention, and the eventual annulment of proceedings against the archbishop after lavish gifts and political pressure, illustrating shifting loyalties, factional leagues, and the interplay between ecclesiastical authority and communal liberty.

LIBRO QUARTO Comincia il quarto libro, e prima il Prologo.

CAPITOLO PRIMO.

Assai si può alcuna volta comprendere per gli effetti delle cose mondane, che il senno aggiunto alla nobiltà dell’animo, all’altezza dello stato, alla ricchezza e potenza reale, operato con piena provvidenza, fornito e apparecchiato di grandissime forze, non puote pervenire nè acquistare, eziandio con sommo studio e con lieve resistenza quelle cose che con giusta causa l’appetito ha richiesto, le quali, volto il tempo pochi anni, e mutato il principe per successione, con certo mancamento di tutte le predette cose, per altre non provvedute vie della variata fortuna, trovarsi lievemente vittorioso in quelle. Onde presumere certa confidenza di se, per senno, o per virtù, o per potenza, alcuna volta con grave turbazione d’animo si trova ingannato; perocchè non è in potestà degli uomini il consiglio e la volontà di Dio. E avendoci già condotta la sua materia al cominciamento del quarto libro, alcuno certo e manifesto esempio alle predette cose in prima ci s’offera a raccontare.

CAP. II. Comparazione dal re Ruberto al re Luigi.

Manifesto fu appresso la morte del re Ruberto di Gerusalemme e di Cicilia, il quale avea regnato trentatrè anni e mesi, il cui pari ne’ suoi tempi tra’ principi de’ cristiani non si trovò di sapienza e d’intelletto, in virtù e in vita onesta, e in adornamento di bellissimi costumi, pieno di ricchezze, fornito di grande e nobile cavalleria di suoi baroni e sudditi, apparecchiato di navili sopra gli altri signori, avendo dirizzato l’animo con sommo studio a racquistare l’isola di Cicilia, la quale di ragione s’apparteneva alla sua signoria come principale membro del suo reame, con continovi trattati, con spessi e diversi assalimenti, con generali armate, guidate dalla sua persona, e dal figliuolo e da altri, di centoventi e di centosessanta galee, con molto altro navilio per volta e di più e di meno, con duemila e più cavalieri per armata alcuna volta e popolo senza numero, per molti anni cercato di racquistare la detta isola, o d’avere alcuna terra o porto in quella per potere alquanto appagare l’animo suo, la qual cosa fatta mai non gli venne con alcuna perfezione; e il re Luigi suo nipote intitolato di quel medesimo regno da santa Chiesa, povero d’avere e di consiglio, e non ubbidito da’ suoi regnicoli, impotente di gente d’arme, mal destro a potere reggere o guardare il suo reame, non che avesse potuto cercare a racquistare suo reame della Cicilia, non sufficiente d’armare dieci galee, nè di reprimere un solo suo barone a quel tempo; ma le divisioni e sette crudeli e mortali de’ baroni dell’isola, Catalani e Italiani, come già è detto, aveano a tanto condotto l’isola, che di gran parte fu fatto signore, come appresso racconteremo.

CAP. III. Come gran parte dell’isola di Cicilia venne all’ubbidienza del re Luigi.

Avendo raccontato addietro molte volte del male stato dell’isola di Cicilia, al presente ci occorre a dire come per la detta cagione don Luigi figliuolo di don Pietro, a cui s’appartenea d’essere signore, avea trattato accordo col re Luigi, ed erano venuti a concordia che si dovesse nominare re di Trinacria, e riconoscere la Cicilia dal re Luigi e fargliene omaggio, e dargliene ogni anno certa somma sopra il censo della Chiesa per suo omaggio; e a questo s’erano accordati, ma non aveano ancora piuvicata la pace nè fatte l’obbligazioni. In questo stante, il conte Simone di Chiaramonte capo della setta degl’Italiani, il quale aveva in sua forza molte città e castella dell’isola, avendo anche lungamente tenuto trattato col re Luigi acciocchè la concordia del re non si facesse, pervenne al suo trattato con l’opere. Ed essendo allora l’isola in gran fame, promise a’ suoi soccorso di vittuaglia e forte braccio alla loro difesa: i popoli per l’inopia gli assentirono, e il re Luigi si fermò con lui. E facendo suo isforzo, mandò messer Niccola Acciaiuoli grande siniscalco, ch’era stato menatore di questo trattato, con cento cavalieri e con quattrocento fanti di soldo in su l’isola, con sei galee e due panfani, e tre legni di carico, e trenta barche grosse cariche di grano e d’altra vittuaglia. Prima fu dato loro il forte castello di Melazzo, ove lasciò cinquanta cavalieri e cento fanti, e appresso con tutto il navilio e col resto della gente dell’arme se n’andò a Palermo, e con gran festa fu ricevuto da’ Palermitani, che per fame più non aveano vita, e prese la signoria della città di Palermo e la guardia del castello con quella gente ch’egli avea, e delle castella e del suo distretto. E incontanente le sette degl’Italiani fece rubellare a don Luigi e alla parte de’ Catalani, e seguirono quelli di Chiaramonte, dandosi al re Luigi la città di Trapani, e quella di Saragozza, Girgenti, la Licata, Mazzara, Marsala, Castro Gianni, e molte altre terre e castella, che in tutto furono tra città e buone terre e castella centododici, alle quali il detto re Luigi per povertà di gente e di danari non potè mandare aiuto d’alcuna forza di gente d’arme oltre a quella ch’era in Palermo e in Melazzo; ma tanta era l’impossibilità dell’altra parte, che la cosa rimase senza movimento di altra gente alcuno tempo. Alla parte del re Luigi rispondeva la Calabria, portando loro vittuaglia ond’elli aveano gran bisogno, e questo gli sostenea in fede col detto re Luigi. È vero che fu biasimato di non avere tenuto fede a don Luigi del trattato ch’avea fatto con lui per pace dell’isola, e la scusa del re fu, dicendo, che non gli avea attenuti i patti. Il vero rimase nel suo luogo, e il fatto seguì come narrato abbiamo. Questa novità fu nell’isola a dì 17 d’aprile 1354.

CAP. IV. Come l’arcivescovo cominciò guerra contro a’ collegati di Lombardia.

Vedendo l’arcivescovo di Milano che il comune di Vinegia avea rannodata e riferma la lega tra i Lombardi, innanzi che fossono forniti di gente d’arme, essendone egli a destro, fece muovere da Parma duemila barbute e gran popolo e scorrere infino a Modena, per tornare addietro e assediare Reggio; e nel Modenese trovarono cavalieri della lega ch’andavano a Reggio i quali tutti presono. E tornati a Reggio, l’assediarono del detto mese d’aprile, e all’assedio stettono poi lungamente con più bastite, e quelli della lega per lungo tempo non ebbono podere di levarlone; ma la città sostennono e difesono, sicchè non l’ebbe.

CAP. V. Come il re d’Ungheria passò con grande esercito contra un re de’ Tartari.

In quest’anno e in questo medesimo tempo, Lodovico re d’Ungheria accolse suo sforzo, e di quello di Pollonia e di quello di Prosclavia suoi uomini, e apparecchiato grande carreggio di vittuaglia, con dugento migliaia di cavalieri andando quindici dì per luoghi diserti con grande travaglio, passò nel reame d’un gran re della gesta de’ Tartari. E giunto nel reame di colui, essendo per cominciare a fare danno nel paese, il re di quello paese, ch’era assai giovane, mandò pregando quello d’Ungheria che gli desse licenza che con poca compagnia potesse venire a lui sicuramente, e impetrata la licenza, venne a lui con cento baroni molto adorni riccamente apparecchiati; e fatta la riverenza, domandò il re d’Ungheria perchè egli era venuto con forza d’arme nel suo reame, e quello ch’e’ volea da lui. Il re gli disse, ch’era venuto sopra lui perchè non era cristiano, e che volea tre cose: la prima, che divenisse cristiano con la sua gente: la seconda, che lo riconoscesse per suo maggiore: la terza, che in segno d’omaggio gli desse ogni anno certo tributo, ed egli sarebbe suo protettore. E il giovane disse: vedi re d’Ungheria, la mia forza è troppo maggiore della tua, solo del mio reame senza l’aiuto de’ miei maggiori; e faccioti certo, che condotto se’ in parte, che s’io volessi gran vittoria potrei averla di te e della tua gente: ma perocch’io ho animo di divenire cristiano, accetto di volere fare le tue domande, e intendo di farle a tempo col tuo aiuto e del papa; e rimasi in concordia, fece grande onore al re d’Ungheria, e accompagnollo fino a’ confini del suo reame. Ma in quello venire, per invidia i grandi baroni d’Ungheria non gli feciono onore, per impedire che il loro re per l’acquisto di costui non divenisse grande di soperchio, e fu materia di grande sconcio del buon volere ch’aveva il re de’ Tartari, e dell’intenzione del re d’Ungheria.

CAP. VI. De’ grilli ch’abbondarono in Barberia e poi in Cipri.

In quest’anno abbondarono in Barberia, a Tunisi e nelle contrade vicine tanta moltitudine di grilli che copersono tutto il paese, e rosono e consumarono tutte l’erbe vive che trovarono sopra la terra, e del puzzo che uscia della loro corruzione si corruppe tanto l’aria del paese, che ne seguitò grande mortalità negli uomini, e gran fame a tutta la provincia. E questa medesima pestilenza di grilli nel seguente anno occupò l’isola di Cipri per sì sconcio modo, che le strade e i campi n’erano pieni, alti da terra un mezzo braccio e più, e guastarono ciò che v’era di verde. E per cessare la pestilenza della loro corruzione il re fece per decreto, che ogni uomo grande e popolare, barone e prelato, cittadino e contadino, ne dovesse rassegnare certa misura agli ufficiali eletti sopra ciò per lo re, i quali feciono fare per campi grandi fosse, ove gli metteano e ricoprivano. E per questa legge i villani si dispuosono a fare loro civanza, e patteggiarono con gli uomini ch’aveano a fare il servigio che comandato e imposto gli era, e aveano della misura certo prezzo, e rassegnavanli per nome di colui che gli avea pagati agli uficiali deputati sopra ciò, i quali teneano il conto di catuno; e durò questa maladizione in quell’isola parecchi anni. Con tutto l’argomento che fu utilissimo ad alleggiare i campi e cessare la corruzione, fu grande noia e confusione a tutto il paese.

CAP. VII. D’una notabile maraviglia della reverenza, della tavola di santa Maria in Pineta.

Essendo per influenza di costellazione e di segni avvenuti in cielo in quest’anno continovato tre mesi o più, nel tempo che le biade hanno maggiore bisogno delle piove, continovato secco, erano quelle già in tutta Toscana aride e in estremi, da sperare sterilità e fame: i Fiorentini temendo di perdere i frutti della terra ricorsone all’aiutorio divino, facendo fare orazioni e continove processioni per la città e per lo contado, e quante più processioni si faceano più diventava il dì e la notte sereno il cielo. I cittadini vedendo che questo non giovava, con grande divozione e speranza ricorsono all’aiuto di nostra Donna, e feciono trarre fuori l’antica figura di nostra Donna dipinta nella tavola di santa Maria in Pineta, e a dì 9 di maggio 1354, fatto apparecchiamento per lo comune di molti doppieri, e mosso il chericato con tutte le religioni, col braccio di messer san Filippo apostolo, e con la venerabile testa di san Zanobi, e con molte altre sante reliquie, quasi tutto il popolo uomini e donne e fanciulli, co’ priori e con tutte le signorie di Firenze, sonando le campane del comune e delle chiese a Dio lodiamo, andarono incontro alla detta tavola infino fuori della porta di san Piero Gattolino: e la detta tavola guardavano e conducevano quelli della casa de’ Buondelmonti padroni della detta pieve reverentemente con gli uomini del piviere. E giunto il vescovo con la processione, e con le reliquie e col popolo alla santa figura, con grande reverenza e solennità la condussono fino a san Giovanni, e di là fu condotta a san Miniato a Monte, e poi riportata nel suo antico luogo a santa Maria in Pineta. Avvenne, che in quella giornata continovando la processione il cielo empiè di nuvoli, e il secondo dì sostenne il nuvolato, che per molte volte prima s’era continovo per la calura consumato, il terzo dì cominciarono a stillare minuto e poco, e il quarto a piovere abbondantemente, e conseguì l’uno dì appresso l’altro sette dì continovi un’acqua minuta e cheta che tutta s’impinguava nella terra, in singolare e manifesto beneficio di quello che bisognava a racquistare le biade e’ frutti; e non fu meno mirabile dono di grazia per l’ordinata e utile piova, che per la piova medesima. Avvenne, che dove si stimava sterilità grande per la ricolta prossima a venire, conseguì ubertosa di tutti i beni che la terra produce.

CAP. VIII. Come il vicario di Bologna mando l’oste sopra Modena con due quartieri di Bologna.

Essendo cominciata la guerra tra l’arcivescovo e la lega de’ Lombardi, messer Giovanni da Oleggio vicario dell’arcivescovo nella città di Bologna, a dì 11 di maggio del detto anno, mandò sopra la città di Modena ottocento cavalieri di soldo, e due quartieri di Bologna, i quali v’andarono sforzati e di mala voglia; e da Parma vi mandò l’arcivescovo duemila barbute; e giunti a Modena corsono il paese, ardendo e guastando il contado, e poi si puosono ad assedio alla città molto di presso. Ed essendovi stati fino all’uscita di maggio, temendo della gran compagnia di fra Moriale ch’era in Toscana, e davano voce d’andare a Bologna, subitamente abbandonarono l’assedio, e sconciamente con alcuno danno tornarono a Bologna e a Parma, avendo a’ Modenesi fatto danno assai.

CAP. IX. Come il legato e i Romani guastarono il contado di Viterbo.

Del detto mese di maggio, del detto anno, vedendo il legato la contumacia e la malizia del prefetto da Vico, e che la sua superbia ogni dì montava in vergogna di santa Chiesa, provvide che contro a lui bisognava altre operazioni che suono di campane e fumo di candele spente. E però accolse gente d’arme, tanto ch’ebbe milletrecento cavalieri di soldo, e richiese il popolo di Roma per fare il guasto sopra la città di Viterbo, i quali Romani per grande animo ch’aveano di fare danno a’ Viterbesi, essendo la gente del legato sopra Viterbo, vi mandarono diecimila uomini, e aggiunti con le masnade del legato, in pochi dì feciono assai gran danno intorno a Viterbo. E saziata in parte la volontà del popolo romano si tornarono a Roma: e il legato abbattuto alcuna parte dell’orgoglio del prefetto, e conturbato l’animo de’ cittadini contro al tiranno, se ne tornò con la sua gente a Montefiascone senza alcuno impedimento.

CAP. X. Come il prefetto s’arrendè al legato liberamente.

Il legato del papa avendo fatto guastare intorno a Viterbo, seguendo d’abbattere il prefetto, sentendolo in Orvieto vi cavalcò con tutta la sua gente d’arme, e pose l’assedio alla città strignendola intorno con più battifolli, facendo correre ogni dì infino alle porti. Il prefetto che v’era dentro mal veduto da’ cittadini, ed avea cercato di volere dare per moglie la figliuola sua al fratello di fra Moriale con gran dote per avere aiuto della sua compagnia, e averne perduta la speranza d’ogni altro soccorso, si pensò per l’odio che i cittadini d’Orvieto e di Viterbo gli portavano che un dì a furore di popolo sarebbe morto o dato preso al legato, e tosto gli sarebbe venuto fatto per la piccola forza che da se avea, e perchè gli Orvietani erano guelfi e uomini di santa Chiesa, e mal volontieri sosteneano l’assedio, per la qual cosa come uomo savio e avveduto de’ casi del mondo, non sapendo vedere altro rimedio a’ fatti suoi, si dispose a volere accordo col legato, e per questo acchetò gli animi de’ cittadini; e incontanente mandò al comune di Perugia che mandassono alcuno ambasciadore al legato, che per le loro mani voleva fare l’accordo con lui. Il comune vi mandò solenni ambasciadori a ciò fare, ma il legato altre volte ingannato da lui e da’ suoi baratti non li volle udire, e con ogni sollecitudine stringeva la terra più l’un dì che l’altro, e a niuno patto si voleva recare col prefetto. E stringendo la paura il prefetto, mandò il figliuolo al legato dicendo, che gli piacesse venire per la città, e ricevere il prefetto senza alcuno patto alla sua misericordia. L’altra mattina venne il legato colla sua gente a Orvieto, e il prefetto a piede con molti cittadini gli venne incontro fuori della città bene un miglio, e giunto a lui, si gittò a’ piedi del cavallo ginocchione domandandogli misericordia, rendendo se e tutte le terre che teneva di santa Chiesa alla sua volontà. Il legato il fece stare alquanto ginocchione, e poi gli comandò che montasse a cavallo, e montato dietro a lui se n’entrarono in Orvieto, ove il legato fu ricevuto con grande festa e allegrezza da’ cittadini. E appresso mandò il legato a Viterbo, e fugli renduta la città e le castella, e così tutte l’altre terre che tenea il prefetto, e il prefetto e ’l figliuolo rimasono appresso del legato col loro patrimonio, e oltre a ciò gli diè il legato per certo tempo la signoria della città di... terra di buona rendita per la pastura delle bestie.

CAP. XI. Come il popolo di Bologna si levò a romore per avere loro libertà, e fu in maggiore servaggio.

Del mese di giugno del detto anno, messer Giovanni da Oleggio vicario di Bologna essendo assicurato de’ fatti della compagnia intendeva di riporre l’oste a Modena, e fece comandamento a due quartieri di Bologna che s’apparecchiassono dell’armi, e a mille uomini di catuno degli altri due quartieri, per andare nell’oste a Modena. I cittadini si gravavano di questo fatto per due cagioni, l’una, perchè parea loro troppo aspro servaggio essere mandati nell’oste a modo di soldati senza soldo, e l’altra, che que’ di Modena erano loro vicini e antichi amici. E però venuto il termine assegnato, il signore fece sollecitare la gente co’ suoi bandi e stormeggiare le campane, ma però niuno s’armava o facea vista di volere andare, e reiterati i bandi con grandi pene, cominciò il popolo a mormorare, e appresso a dolersi l’uno con l’altro nelle vie e nelle piazze. In questo stante cominciarono alcuni a gridare popolo popolo; e udito il romore catuno prese l’arme, e gran parte del popolo trasse a casa i Bianchi. Il dì era venuto da ricoverare loro franchigia: perchè sentendo messer Giovanni da Oleggio il popolo armato contro a se impaurì sì forte, che non sapea che si fare, e racchiusesi nel suo castello. I soldati forestieri non faceano resistenza al popolo armato e commosso, e gran parte avrebbe seguito il popolo per paura di loro; nondimeno per non essere morti nè rubati nella terra, si ridussono e ingrossavano alla fortezza del tiranno, essendo il popolo a casa i Bianchi. Messer Iacopo uomo di grande autorità, pro’ e ardito, capo di quella casa, montato a cavallo armato, e inviato verso la piazza col popolo, ove non avrebbe trovato contasto, che non v’era, e il popolo avrebbe preso ardire, e cacciato il tiranno, e assediatolo nel castello e presolo, che non v’era rimedio, e quella città tornava in libertà, ma non erano ancora puniti i loro peccati. E però avvenne, che andando messer Iacopo de’ Bianchi col popolo infocato verso la piazza, il genero di messer Iacopo gli si fece incontro maliziosamente, ch’era de’ rientrati in Bologna, e amava il tiranno, e con mendaci parole gli mostrò, che l’andare alla piazza era di gran pericolo a lui e al popolo. Il cavaliere invilì dando fede alle parole del genero, e diè la volta, e tornossi a casa, e il popolo perdè e raffreddò il furore, e cominciò catuno ad abbandonare le vie e le piazze ov’erano ragunati per le vicinanze, e tornarsi alle proprie case. Il Bocca de’ Sabatini e altri di nuovo tornati in Bologna per paura de’ loro avversari cittadini presono l’armi, e montarono a cavallo e andarono al tiranno, dicendo, che ’l furore del popolo era tornato in paura, e che avendo le sue masnade a cavallo e a piè correrebbono la terra senza trovare contasto. Il tiranno vedendo questi cittadini prese ardire, e diè loro cavalieri e masnadieri, e rimasesi nel castello in buona guardia. Costoro corsono la terra, gridando, viva il capitano, e in niuna parte trovarono resistenza o contasto, ma vilissimamente i cittadini posono giù l’armi. Il signore ripreso l’ardire sentendo disarmato il popolo, mandò sue genti a casa i Bentivogli capo de’ beccari, ch’erano di gran podere nel popolo, e presine alquanti di loro fece rubare le case, e gli altri si fuggirono. Appresso mandò e fece pigliare messer Iacopo de’ Bianchi e un altro suo consorto, e molti altri grandi cittadini, e senza troppa dilazione o processi fece a messer Iacopo e al consorto tagliare la testa: e questo gli avvenne per voler credere al consiglio del genero più che alla sua apparecchiata salute e del suo popolo; appresso fece decapitare uno de’ Gozzadini valente uomo, e a più de’ Bentivogli e ad altri grandi popolani, che in tutto a questa volta furono trentadue, e molti ne ritenne in prigione, de’ quali parte ne condannò in danari, e un’altra a’ confini come a lui piacque. E avendosi cominciato a involgere nel cittadinesco sangue, divenne crudele e di maggiore furore contro a’ suoi sudditi; onde i cittadini temeano sì forte, che non ardivano a pena nelle loro case a favellare. Nondimeno per lo caso avvenuto, a lui entrò tanta paura in corpo, che molti mesi stette rinchiuso nel castello, e continuava ad accrescere gente, e fare maggiore guardia nella città, e i cittadini tenea sotto più aspro giogo, come leggendo si potrà trovare.

CAP. XII. Come fu tolta l’arme al popolo di Bologna.

Pochi dì appresso il tagliamento de’ cittadini di Bologna, il tiranno mandò per la città che in fra certi dì a venire catuno cittadino di Bologna portasse tutte le sue armi nella chiesa di san Piero, e rassegnassele agli uficiali che sopra ciò avea deputati, sotto certa pena a chi nol facesse: il vile popolo, che l’armi non avea saputo adoperare per sua salute, con tanta fretta le portò alla chiesa, che gli uficiali deputati a riceverle non poteano comportare la calca. E il tiranno conosciuti gli uomini tornati peggio che pecore per la loro codardia gli trattò aspramente, e fece due quartieri di Bologna costringere ad andare alle loro spese nell’oste senz’arme, e là dovessono stare quindici dì, tanto che gli altri due quartieri gli andassono a scambiare, e di presente fu ubbidito, andandovi ogni maniera di gente con le mazze in mano; e quando gli ebbe così mossi, mutò proposito temperando la crudeltà in avarizia, e fece ordine che chi non vi volesse andare pagasse lire tre di bolognini per gita di quindici dì; e costrinse tutta la città con certo ordine penale, che chi non osservasse catuno dovesse manicare pane di gabella, il quale facea fare aspro e forte, nè altro pane non s’osava fare nè cuocere nella terra, ond’egli traeva molti danari. E allora avendo tra di que’ di Bologna e che gli mandò l’arcivescovo duemila cavalieri e popolo assai, da capo ripose l’assedio alla città di Modena, e i Modenesi essendo forniti di cavalieri e di pedoni alla guardia, e d’abbondanza di vittuaglia, si stavano a guardare le mura, attendendo il soccorso di quelli della lega.

CAP. XIII. Come il legato ebbe la città d’Agobbio.

Di questo mese di giugno del detto anno, ragunatisi insieme gli usciti d’Agobbio con loro amistà per andare a guastare il contado d’Agobbio, richiesono il legato d’aiuto; il legato comandò loro che non si movessono senza suo comandamento, dicendo, che non sarebbe onore di santa Chiesa ch’egli assalisse prima la città ch’egli la trovasse in colpa di disubbidienza o di ribellione: e però incontanente fece formare processo contro a Giovanni di Cantuccio il quale tirannescamente avea occupata quella terra, e mandogli comandando che restituisse la città d’Agobbio a santa Chiesa senza dilazione, altrimenti aspettasse la sentenza contro a se, e l’oste sopra la città senza indugio. Giovanni sentendosi povero di danari, e senza gente d’arme da potersi difendere, e odiato da’ cittadini dentro, e senza speranza di soccorso di fuori, e vedendo il legato potente e vittorioso, prese partito, e rispose, ch’era apparecchiato a ubbidire, e così fece; e il legato mandò a prendere la guardia e la signoria della città il conte Carlo da Doadola, e fecevelo suo vicario, il quale con pace fu ricevuto nella città a grande onore. E presa la signoria della terra vi rimise gli usciti senza niuno scandalo, salvo messer Iacopo Gabbrielli come gli fu imposto, perocch’era grande e sentia del tiranno. Giovanni si presentò al legato, e rimase appresso di lui, e messer Iacopo ch’era suo nemico stando fuori d’Agobbio prendea sue civanze nelle rettorie, malcontento di non potere ritornare in Agobbio. La città fu riformata in libertà del popolo al governamento di santa Chiesa, come per antico si solea governare.

CAP. XIV. Come i Perugini non tennono fede a’ Fiorentini e’ Sanesi.

Tornando nostra materia a’ fatti della compagnia di fra Moriale la quale avea vernato nella Marca, temendo i comuni di Toscana ch’ella non si stendesse sopra loro sprovveduti, s’accolsono insieme a parlamento per loro ambasciadori, il comune di Firenze, e di Perugia, e quello di Siena, e feciono e fermarono lega e compagnia contro la detta compagnia, e taglia di tremila cavalieri; e perocch’ell’era più vicina a Perugia, i Fiorentini mandarono la maggior parte de’ cavalieri che toccava loro della taglia, e metteano in concio di mandare loro il rimanente, e così aveano fatto i Sanesi, per riparare ch’ella non entrasse in Toscana. In questo tempo, del mese di giugno del detto anno, la compagnia fu a Fuligno, e senza fare danno, ebbono dal vescovo che n’era signore derrata per danaio, e licenza d’entrare nella città senz’arme chi volea panni, o arnese o armadure comperare, e ivi si rifornirono d’armadure e di molte altre cose di che aveano grande bisogno. E stando ivi, mandarono cautamente per rompere la lega loro ambasciadori a Perugia, dicendo, che gli aveano per amici, e non intendeano di volere da loro se non vittuaglia derrata per danaio, e il passo per lo loro terreno. I Perugini vedendosi potere levare la compagnia da dosso senza loro danno, ruppono la fede della lega promessa a’ Fiorentini e a’ Sanesi, e senza significare loro alcuna cosa, o rimandare addietro i cavalieri a’ detti comuni ch’aveano della taglia, s’accordarono con la compagnia, e diedono il passo e la vittuaglia abbondantemente. Messer fra Moriale vedendosi avere rotta la lega de’ comuni, baldanzosamente venne verso Montepulciano con la sua compagnia, e prese la via per Asciano, ed entrò molto subitamente nel contado di Siena, predando e pigliando uomini e bestiame. I Sanesi vedendo la compagnia sul loro contado non attesono alla lega ch’avessono co’ Fiorentini, nè a domandare loro aiuto o consiglio, ma di presente elessono de’ loro cittadini ch’andassono a fra Moriale e agli altri maggiori della compagnia a prendere accordo con loro, i quali di presente promessono a’ caporali in segreto per le loro persone fiorini tremila d’oro, e in palese per la compagnia ne promisono tredicimila, e la vittuaglia derrata per danaio, e il passo per lo loro terreno. Questa è la fede che ora e molte altre volte il comune di Firenze ha trovata nelle leghe o compagnie c’ha fatto co’ suoi vicini, che trovando loro vantaggio lo s’hanno preso. E dolendosene poi il comune di Firenze a Perugia e a Siena, hanno risposto, che il comune di Firenze non dee guardare a’ loro difetti, ma avere senno e per se e per loro. Siamo contenti di ricordarlo qui e altrove per esempio di quello che ancora ne potrà avvenire. Fornito per lo comune di Siena il pane che domandarono, e dati de’ loro cittadini a conducere la compagnia, presa la via per Monte a san Savino, condussonli in sul contado d’Arezzo. E non trovando con gli Aretini modo d’avere danari, s’accordarono con loro d’avere panno e vestimento, e calzamenti e vino per li loro danari, perocchè n’aveano grande bisogno, e sicurarono il contado, e senz’arme entrarono nella terra per le dette cose; non riguardando però le biade de’ campi per li loro cavalli, nè l’altre cose che potessono giugnere, senza fare gualdane o saccomanno.

CAP. XV. Come procedettono i rettori di Firenze in questa sopravvenuta tempesta della compagnia di fra Moriale.

In questo tempo si trovò fornito il comune di Firenze al priorato d’uomini senza sentimento di virtù, golosi e sopra ogni sconvenevolezza corrotti nel bere, e massimamente de’ nove i sei. Costoro disordinati in se, non sapeano provvedere al soccorso del comune; tuttavia per gli altri collegi fu provveduto in fretta di fare lega e compagnia co’ Pisani, per prendere riparo contro alla compagnia, e dovea il comune di Firenze avere in taglia milledugento cavalieri, e i Pisani ottocento. E fatta la lega, catuno avea quasi il novero de’ suoi cavalieri. La compagnia essendo ad Arezzo avea in animo d’andare al soldo in Lombardia, e per questa cagione mandarono alcuno ambasciadore al comune di Firenze per avere titolo d’essere in accordo col detto comune, e lieve cosa che ’l comune avesse dato loro sarebbono stati contenti per seguire loro viaggio: i priori indiscreti se ne feciono beffe, e però non provvidono come con tanto fatto richiedea. Ma i Valdarnesi per paura della ricolta, non ostante che ancora non fosse in perfetta maturità, s’affrettarono di levarla de’ campi e riducerla nelle castella; e la frontiera del Valdarno fu fornita di cavalieri e di fanti assai bene alla guardia. La compagnia vedendo che i Fiorentini per lieve cosa non si voleano accordare con loro, cambiarono proponimento, e vedendo che il Valdarno era provveduto contra loro, si tornarono a Siena. I Sanesi diedono loro da capo il pane, e il passo e la guida di loro cittadini, e in calen di luglio del detto anno l’ebbono condotta ne’ borghi di Staggia, e ivi si stesono fino alla Badia a Isola sopra l’Elsa. Là si trovarono settemila paglie di cavalieri, che cinquemila o più erano in arme cavalcanti, fra i quali avea grande quantità di conestabili e di gentili uomini diventati di pedoni bene montati e armati, con più di millecinquecento masnadieri italiani, e oltre a costoro più di ventimila ribaldi e femmine di mala condizione seguivano la compagnia per fare male, e pascersi della carogna. E nondimeno per l’ordine dato loro per fra Moriale grande aiuto e servigio n’avea, principalmente i cavalieri e’ masnadieri, e appresso tutto l’esercito. Le femmine lavavano i panni e cocevano il pane, e avendo catuno le macinelle, che fatte avea loro fare di piccole pietre, catuno facea farina, e per questo l’oste si mantenea incredibilmente in abbondanza di farina e di pane, solo per la provvisione e ordine dato per fra Moriale.

CAP. XVI. Come si provvedde a Firenze contra la compagnia.

Essendo la compagnia a Staggia, i Fiorentini richiesono i Pisani della taglia loro per la lega fatta, che doveano essere ottocento cavalieri, e mandarono un loro cittadino con un gran gonfalone con meno d’ottanta barbute; e richiesti ancora i Perugini e’ Sanesi di cavalieri della taglia, o almeno d’alcuna parte d’aiuto, catuno comune rispose ch’erano d’accordo con la compagnia, e non manderebbono gente d’arme contro a quella: e vedendosi il comune da tutti gli amici ingannato, e da non potere resistere alla compagnia, fece suoi ambasciadori e mandolli a Staggia alla compagnia per accordarsi e dare loro danari, ed eglino non entrassono sul contado di Firenze. Giunti gli ambasciadori a fra Moriale e al suo consiglio, furono ricevuti da loro senza avere risposta; e incontanente a dì 4 di luglio si misono in via, e senza arresto furono ne’ borghi di san Casciano, e correndo le contrade d’attorno, facendo preda e ardendo ove a loro piacea senza trovare contasto, e stettono fino a dì 10 del detto mese senza venire ad accordo; allora fatti doni a’ caporali di fiorini tremila d’oro, vennono a composizione di dare alla compagnia venticinquemila fiorini d’oro. Gli ambasciadori pisani, innanzi che la tempesta rompesse sopra loro, al detto luogo di san Casciano s’accordarono con loro di dare fiorini sedicimila d’oro, e a’ caporali feciono doni. E avuta la condotta da’ Fiorentini per la Val di Robbiana, condotti a Leona ebbono il pagamento de’ detti comuni, e fatta la promissione, e le cautele e il saramento di non tornare in sul contado di Firenze nè di Pisa infra due anni, se n’andarono alla Città di Castello, ove stettono tanto ch’ebbono quello che restava a dare loro messer Malatesta da Rimini capitano di Forlì, e Gentile da Mogliano, e partita tra loro la moneta, presono la ferma d’essere con la lega di Lombardia contro al signore di Milano per centocinquantamila fiorini in quattro mesi. E rifermata e giurata da capo sotto i loro capitani s’avviarono in Lombardia, e fra Moriale con licenza degli altri caporali accomandò la compagnia al conte di Lando e fecenelo suo vicario, ed egli se n’andò a Perugia, per provvedere come alla tornata della compagnia e’ potesse in Italia maggior male aoperare, e da’ Perugini fu ricevuto onoratamente, e fatto cittadino di Perugia.

CAP. XVII. Come fu morto messer Lallo.

Per larga sperienza di molti anni si vide, che messer Lallo dell’Aquila, uomo di piccola nazione, per sua industria prima cacciati gli avversari della città dopo la morte del re Ruberto tenne la signoria della terra come un dimestico popolare e compagnevole tiranno, e seppe sì piacevolmente conversare co’ suoi cittadini, che catuno il desiderava a signore, e al tutto aveano dimenticata la signoria reale, ma egli saviamente mantenea il titolo del capitanato della terra alla corona, facendovi venire cui egli volea, nondimeno ciò che occorreva di grave nella città tornava a ser Lallo. E non avendo il re podere nella città più che ser Lallo si volesse, per molti modi in diversi tempi cercò d’abbatterlo, e non gli venne fatto, e però cercò la via de’ beneficii, e fecelo conte di Montorio, e diegli terre in Abruzzi, ed e’ le si prese, e mostrò di volere fare dell’Aquila la volontà del re; ma con astuzia e senno dissimulando col re tenea l’Aquila continovamente al suo segno. E stando le cose in questi termini, messer Filippo di Taranto fratello del re Luigi venne in Abruzzi, e ricettato nell’Aquila da messer Lallo con grande onore, dopo alquanti dì messer Filippo ragionò con messer Lallo, ch’egli farebbe rendere pace a’ figliuoli di messer Todino suoi nimici, i quali erano sbanditi dell’Aquila, e intendea fermare la pace con amore e con parentado, e con grande istanza il pregò che li dovesse ricevere nell’Aquila con buona pace. Messer Lallo sentendosi in grande amore co’ suoi cittadini, mostrò di poco temere i suoi avversari, e di volere servire messer Filippo accettando la pace e la loro tornata nell’Aquila. Messer Filippo semplicemente con alcuni suoi scudieri li facea venire in Aquila, ed essendo già presso alla città, il popolo si levò a romore, e prese l’arme gridando, viva il conte, e corsono alle porte e serraronle. Messer Filippo sentendo il romore temette di sè, ma messer Lallo fu subitamente a lui, confortandolo e scusando sè, che questo non era sua fattura ma del popolo, per tema ch’avea de’ figliuoli di messer Todino se rientrassono in Aquila. Messer Filippo turbato di questo baratto si mise in concio di partire, e la mattina vegnente fu in cammino. Messer Lallo accompagnandolo s’allungò dalla città tre miglia, offerendosi a messer Filippo e scusandosi del caso avvenuto; e volendosi tornare all’Aquila, e prendere congio da messer Filippo, per fargli la reverenza all’usanza reale scese del suo cavallo, e com’era ordinato, parlando messer Filippo con lui, e usando parole di minacce, uno scudiere il fedì d’uno stocco, e un altro appresso, e ivi a’ piè di messer Filippo fu morto messer Lallo per troppa confidanza, perdendo il senno e la malizia tanto tempo usata nel suo reggimento. Messer Filippo non s’arrestò per tema di quel popolo e del suo furore, ma senza alcuno soggiorno tornò a Napoli, e gli Aquilani feciono gran lamento della morte di messer Lallo, ma non essendovi il secondo, ritornarono senza contasto alla consueta signoria reale; e questo avvenne di giugno 1354.

CAP. XVIII. Come il re di Spagna cacciata la non vera moglie coronò la legittima.

In questo tempo del detto anno, avendo il giovane re di Spagna per moglie la figliuola di messer Filippo di Borbona della casa di Francia, lasciandosi vincere e menare al disordinato appetito, avendola già tenuta un anno, corruppe il degno sagramento del matrimonio, e seguitando il modo de’ bestiali saracini con cui conversava, prese per sua moglie e sposò un’altra donna cui egli amava, nata della casa di Padiglia di Castella, chiamata Maria, con la quale si copulò con tanta disordinata concupiscenza carnale, che molte dissolute e sconce cose ne faceva, e la legittima moglie non volea vedere; la quale vedendosi a sconcio partito, prese segretamente sue damigelle e alquanti confidenti di sua famiglia, e senza saputa del re si tornò in Francia, richiamandosi al re, e al padre e agli altri baroni dell’ingiuria ricevuta dal suo marito; e udita in Francia la sconcia novella, il re e tutti i baroni se ne sdegnarono forte, e proposono d’andare in Spagna con forte braccio per gastigare il re della sua follia. I baroni di Spagna e le comuni a cui dispiacea questo fatto, sentendo le novelle di Francia, di concordia se n’andarono al re, e ripresonlo duramente d’avere per sua sconcia volontà d’una privata femmina fatta tanta vergogna alla casa di Francia e alla loro reina, dicendogli, che se non ammendasse il suo fallo, che sarebbono in aiuto al re di Francia per ricoverare il suo onore. Il giovane re riconobbe il suo fallo, e disposesi di presente a seguitare il loro consiglio; e alla non degna moglie, per appagare la legittima, le feciono tagliare i panni per lungo infino alla cintola a loro costuma, e con vergogna la mandarono via, e tornata la moglie, con gran festa feciono coronare lei e pacificare col re, e quella notte giacque con la reina Bianca sua moglie. Ma, o che fosse affatturato, o occupato nella mente del troppo peccato, la mattina per tempo le si levò da lato, e senza fare assapere altrui alcuna cosa cavalcò con piccola compagnia e andossene alla terra dov’era dama Maria di Padiglia, e d’allora innanzi non volle mai vedere la reina Bianca; e perch’ella non si partisse la fece mettere in Briscia suo forte castello, e ivi bene guardare, la quale per grave sdegno, o per dolore, o per malinconia, o per operazione del re, che ne fu sospetto, o per malizia naturale, innanzi tempo nella sua giovanezza finì sua vita, della quale il re ebbe più piacere che doglia, e vilmente la fece seppellire. Avvenne ancora, che vivendo la reina e dama Maria, il detto re Pietro, non senza sentimento della saracinesca consuetudine, innamorato d’una giovane donna vedova di Castella di grande lignaggio, la si prese a moglie; e quando con lei ebbe saziata sua sfrenata libidine, la cacciò via, e ritennesi alla sua dama Maria, della quale ebbe un figliuolo maschio e due femmine, e poi sopra parto si morì, poco appresso della reina, di cui il re si diè grave turbazione, e il corpo suo fece imbalsamare, e portare venticinque giornate di lungi da Sibilia alla sepoltura ch’ella s’avea eletta, e il re, e per amore del re i suoi baroni se ne vestirono a nero. Avemo raccolto qui il processo della moglie e dell’altre femmine del re, per non istendere in più parti del nostro trattato la vile materia.

CAP. XIX. Come i collegati di Lombardia condotta la compagnia mandarono all’imperadore.

Il comune di Vinegia, e il signore di Verona, e quello di Padova, e quello di Mantova, e il marchese di Ferrara, collegati insieme contro l’arcivescovo di Milano, avendo condotta per quattro mesi la compagnia del conte di Lando, la quale era cinquemiladugento paghe, ma non avea oltre a tremilacinquecento cavalieri bene armati, la quale era partita dalla Città di Castello, e cavalcata sul contado di Bologna facendo danno, se n’andarono a Modena, dov’erano le bastite del signore di Milano, le quali non ebbono podere di levare, e lasciatovi l’assedio cavalcarono in sul Bresciano. I collegati vedendosi forniti di gente da potere campeggiare, mandarono ambasciadori, del mese di luglio del detto anno, all’eletto imperadore, con cui avevano fatto accordo per farlo valicare in Lombardia contro all’arcivescovo di Milano, e dove ricusasse la venuta, volevano essere liberi delle loro promesse. In questo tempo l’imperadore era in discordia col marchese di Brandimborgo, e catuno aveva accolto gente d’arme, e con l’eletto era il duca d’Osteric e molti cavalieri del re d’Ungheria, e credettesi si conducessono a battaglia: ma la questione avea lieve cagione di sdegno, sicchè tosto si recò a concordia, e l’eletto imperadore per l’animo ch’avea di valicare in Italia fu più abile alla pace, e ferma, catuna gente d’arme si tornò in suo paese; e senza sospetto de’ fatti d’Alamagna l’eletto si tornò in Boemia, e deliberò per lo modo che a lui piacque di valicare in Lombardia, e con seco ritenne parte degli ambasciadori della lega infino al suo movimento.

CAP. XX. Come i Bordoni furono cacciati di Firenze, e sbanditi per ribelli.

Era avvenuto del mese di Luglio del detto anno in Firenze, che essendo la compagnia di fra Moriale a Sancasciano, i Bordoni, de’ quali era capo messer Gherardo di quella casa, tenendosi essere ingannati da’ Mangioni e da’ Beccanugi loro vicini per lo dicollamento di Bordone loro consorto, e vedendo la città sotto l’arme e in gelosia, con loro gente accolta cominciarono prima con parole e poi con l’arme ad assalire i Mangioni; e rimettendoli per forza nelle case, in quell’assalto la moglie d’Andrea di Lippozzo de’ Mangioni ebbe d’una lancia sopra il ciglio, ond’ella si morì poco appresso. A quello romore corse d’ogni parte il popolo armato, e i priori vi mandarono la loro famiglia, e feciono acquetare la zuffa. Poi partita la compagnia, e ritornata la città al primo governamento, parendo al comune il fallo essere grave in così fatto tempo contro alla repubblica, fu commesso all’esecutore degli ordini della giustizia che ne facesse inquisizione, e punisse i colpevoli; i Beccanugi e’ Mangioni andarono dinanzi e scusaronsi, e furono prosciolti e lasciati, e i Bordoni rimasono contumaci; e a dì 2 d’agosto, nel detto anno, messer Gherardo con quattro suoi consorti e con dodici loro seguaci furono condannati, per avere turbato il buono e pacifico stato del comune di Firenze e per l’omicidio, tutti nell’avere e nelle persone, e uscironsi di Firenze, e i loro beni furono guasti e messi tra i beni de’ rubelli.

CAP. XXI. Come il re d’Araona venne con grande armata a racquistare Sardegna.

Il re d’Araona, che l’anno dinanzi avea perduta tutta la Sardegna salvo che Castello di Castro, come addietro fu narrato, fatta sua armata di centosessanta tra galee e uscieri, cocche e navi armate, con grande cavalleria di suoi Catalani e molti mugaveri a piede, del mese di luglio del detto anno arrivò in Calleri, che altro non v’aveva, e lasciato ivi il navilio grosso, e messi in terra i cavalieri e i mugaveri, fece scorrere il paese e predare dovunque si stendeva, e con le galee sottili per mare e i cavalieri per terra s’addirizzò alla Loiera, nella quale aveva balestrieri genovesi, e masnadieri toscani e lombardi, che il vicario dell’arcivescovo signore di Genova v’avea mandati alla guardia, che francamente la difendevano e guardavano; e continuandovi l’assedio, nondimeno per mare con le galee, e per terra con la gente d’arme, faceano guerra all’altre terre e castella che ubbidivano al giudice d’Alborea, e il giudice fornito de’ suoi Sardi e di cavalieri condotti di Toscana si difendea francamente per modo, che delle sue terre non gli lasciava alcuna acquistare: e aveva in suo aiuto l’aria sardesca e ’l tempo della fervida state, che molto abbattea i Catalani di malattie e di morte; non ostante ciò, il re animoso mantenea l’assedio stretto, e facea tormentare molto i suoi avversari; e bench’egli sapesse che i Genovesi suoi nimici avessono armate trentadue galee, non se ne curava, perchè sapeva che i Veneziani suoi amici contro a loro n’aveano armate trentacinque: e ancora gli rendea molta fidanza la fresca vittoria ch’aveva avuta in quel luogo co’ Veneziani insieme sopra i Genovesi, e però intendea coraggiosamente a fare la sua guerra per terra e per mare. Lasceremo ora l’intrigata guerra di Sardegna che il tempo vegna della sua fine, e seguiremo altre novità che prima ci occorrono a raccontare.

CAP. XXII. Come i Genovesi feciono armata contro a’ Veneziani e’ Catalani.

Avendo sentito i Genovesi l’armata de’ Catalani, e che i Veneziani armavano, avvegnachè per la sconfitta l’anno dinanzi ricevuta alla Loiera molto fossono infieboliti, presono cuore da sdegno per non dare la baldanza del mare al tutto al loro nimico, e però con aiuto di moneta che procacciarono dall’arcivescovo loro signore armarono trentatrè galee sottili, della migliore gente che rimasa fosse in Genova e nella riviera, e fecionne ammiraglio messer Paganino Doria, il quale altra volta avea avuto vittoria sopra i Catalani e’ Veneziani in Romania. Costui sentendo che i Veneziani erano usciti del golfo con trentacinque galee armate, mandò tre galee più sottili, e bene reggenti e armate nel golfo di Vinegia, le quali improvviso a’ paesani giunsono a Parezzo, e misono in terra; e trovando i terrazzani sprovveduti e smarriti per lo subito assalto, s’entrarono nella terra, e senza trovare contasto rubarono e arsono gran parte della città. Ed essendo nel porto tre grossi navilii de’ Veneziani carichi di grande avere, gli presono e rubarono, e ricolti a galee carichi di preda de’ loro nemici, con grande vergogna de’ Veneziani tornarono sani e salvi alla loro armata; la quale avendo lingua de’ Veneziani, prese la via di Romania per abboccarsi con loro a battaglia, se fortuna il concedesse. L’armate cavalcano il mare, e innanzi che insieme si ritrovino ci occorrono altre non piccole cose.

CAP. XXIII. Come il tribuno di Roma fece tagliare la testa a fra Moriale.

Avvegnachè addietro detto sia dell’operazioni di fra Moriale innanzi ch’egli facesse la grande compagnia, e poi quanto male aoperò con quella, sopravvenendo il termine della sua morte, ci dà materia di raccontare la cagione, com’egli essendo semplice friere condusse tanti baroni, e conestabili e cavalieri a collegarsi sotto il suo reggimento in compagnia di predoni. Costui fu in Italia lungo tempo soldato franco cavaliere, e atto singolarmente a ogni fatica cavalleresca, e molto avvisato in fatti d’arme, il quale considerò che tutte le terre e’ signori d’Italia facevano le loro guerre con soldati forestieri, e i paesani poco compariano in arme, e parve a lui che accogliendosi i conestabili per via di compagnia, e partecipando con loro che rimanevano al soldo, che in niuna parte troverebbono contasto in campo: e avendo questo verisimile messo nel capo a molti conestabili, l’uno smovea l’altro, e traevano gente di catuna bandiera che rimaneva al soldo; e con quest’ordine, essendo in loro libertà, si pensavano sottoporre e fare tributaria tutta Italia, e pensavano, se alcuna buona città venisse loro presa, che per forza tutte l’altre converrebbe che sostenessono il giogo; e sotto questo segreto consiglio tutti i conestabili delle masnade tedesche, e’ Borgognoni e altri oltramontani promisono e giurarono da capo la compagnia e ubbidienza a messer fra Moriale, e per passare il verno all’altrui spese presono il soldo della lega de’ Lombardi, e messer fra Moriale, sotto titolo di mostrare d’avere a ordinare suoi propri fatti, rimase in Toscana: ma nel segreto fu, che provvederebbe del luogo dove dovessono tornare al primo tempo. Costui baldanzoso con poca compagnia, come detto abbiamo, se n’andò a Perugia, e di là mandò i fratelli con certe masnade di suoi cavalieri al tribuno, ch’era di nuovo ritornato in Roma, per atarlo; essendo stato prima cacciato da’ Romani e tenuto in esilio, e’ fu prigione dell’eletto imperadore lungo tempo, e poi per lo male stato de’ Romani di volontà del papa e del popolo fu richiamato; e rendutagli la signoria, con più baldanza che di prima, non ostante che predetto gli fosse, o per revelazione di spirito immondo o per altro modo, che a romore di popolo sarebbe morto, e’ faceva rigida e aspra signoria, e reprimendo la baldanza de’ principi di Roma, onde fu opinione di molti che i Colonnesi s’intendessono contro a lui con fra Moriale per abbatterlo della signoria del tribunato: ma come che si fosse, poco appresso la mandata de’ fratelli fra Moriale andò a Roma, e il tribuno il fece chiamare a sè, ed egli senza alcuno sospetto andò a lui; e giuntogli innanzi, senza altro parlamento il tribuno gli mise in mano un processo di tradimento che fare dovea contro a lui, e come pubblico principe di ladroni, il quale aveva assalite le città della Marca e di Romagna, e la città di Firenze, di Siena e d’Arezzo in Toscana; e fatte arsioni, e violenze e ruberie senza cagione in catuna parte, e molte uccisioni d’uomini innocenti, delle quali cose disse che di presente si scusasse. E non avendo scusa contro alla verità del libello, senza voler più attendere, a dì 29 d’agosto del detto anno gli fece levare la testa dall’imbusto: e così finì il malvagio friere, cagione di molto male passato e di maggiore avvenire, per l’aoperazione della maladetta compagnia; per la qual cosa s’aggiugnerebbe memoria degna di gran lodi al tribuno se per movimento di chiara giustizia l’avesse fatto, ma perocchè egli prese i fratelli, e’ beni di fra Moriale e’ loro e pubblicolli a sè, parve che d’ingratitudine de’ servigi ricevuti e d’avarizia maculasse la sua fama: e abbianne più detto che forse non si conveniva, ma per lo malo esempio dato a’ soldati, e per la giusta vendetta della sua morte, ne crediamo avere alcuna scusa.

CAP. XXIV. D’una sformata grandine venuta a Mompelieri, e della scurazione del sole.

A dì 12 di settembre 1354 cadde sopra Mompelieri e nelle circustanze una grandine sformata di grossezza di più d’una comune melarancia, e fece a’ frutti e agli uomini gravissimi danni, e le bestie che trovò ne’ campi alla scoperta uccise, e guastò molto le copriture delle case. E poi, a dì 17 del detto mese, fu scurazione del sole, e durò a Firenze una terza ora, coperto nella maggiore parte il corpo solare. Di sua influenza poco potemmo vedere e comprendere, salvo che asciutto e freddo seguitò tutto il verno singolarmente.

CAP. XXV. Come morì l’arcivescovo di Milano.

Messer Giovanni de’ Visconti arcivescovo di Milano potentissimo tiranno in Italia, avendo dilatata la fama della sua potenza in grande altezza, e vivuto al mondo lungo tempo in dissoluta vita secondo prelato, vedendosi avere vinta sua punga, e soperchiata nel temporale la Chiesa di Roma, e riconciliatosi a quella co’ suoi sformati doni, e che tutta Italia il temeva, e l’eletto imperadore non avea ardire, eziandio sollecitato dalla forza e’ danari della lega di Lombardia, pigliare arme contro a lui, vaneggiante nel colmo della sua gloria, uno venerdì sera, a dì 3 d’ottobre 1354, gli apparve nella fronte sopra il ciglio un piccolo carbonchiello, del quale poco si curava, e il sabato sera a dì 4 del detto mese il fece tagliare, e come fu tagliato, cadde morto l’arcivescovo senza potere fare testamento, o alcuna provvisione dell’anima sua o della successione de’ suoi nipoti nella signoria; i quali feciono al corpo solenne esequie, e senza questione con molta concordia si ristrinsono insieme, facendo grande onore l’uno all’altro; per la qual cosa i Milanesi e tutti i loro sudditi stettono in obbedienza de’ nuovi signori, tanto che poi con nuova suggezione di tutti i popoli si feciono dichiarare signori, come appresso racconteremo, rendendo prima il nostro debito alla sprovveduta e violente morte del tribuno di Roma, e allo strano avvenimento dell’eletto imperadore in Italia.

CAP. XXVI. Come il tribuno di Roma fu morto a furia di popolo.

Il primo tribuno romano dopo la sua cacciata tornato in Roma con comune assentimento dell’incostante popolo, e ordinati statuti a franchigia e a fortificagione del popolo, e certe entrate al comune per fortificare la signoria, procacciava di fornirsi di cavalieri e di masnadieri di soldo, per potere meglio raffrenare i potenti cittadini, i quali sapea ch’erano contro al suo tribunato: e come uomo ch’avea grande animo, credeva col favore del fallace popolo fare gran cose, e cominciato avea, ma non bene, perocchè essendo in Roma uno valente e savio uomo Pandolfo de’ Pandolfucci antico cittadino, e di grande autorità nel cospetto del popolo, e temendo il tribuno di lui, solo perchè gli pareva atto a potere muovere il popolo per la sua autorità e per la sua eloquenza, tirannescamente e senza colpa il fece decapitare; e per questo, e per la morte di fra Moriale, i principi di Roma, massimamente i Colonnesi e’ Savelli, temeano forte, e procacciavano di farlo cacciare o morire. E sparta già l’infamia della morte di Pandolfo tra il popolo, fu più leggiere a’ Colonnesi e a Luca Savelli venire alla loro intenzione, e con lieve movimento alquanti amici de’ Colonnesi e’ Savelli della riva del Tevere, a loro stanza cominciarono a levare romore contro il tribuno e corsono all’arme; e con l’aiuto de’ Colonnesi e de’ Savelli, e di certi Romani offesi per la morte di Pandolfo, dimenticando la franchigia del popolo, a dì 8 d’ottobre del detto anno in su la nona corsono al Campidoglio, dicendo, muoia il tribuno. Il tribuno sprovveduto di questo subito e non pensato furore del popolo francamente provvide come necessità l’ammaestrava, e di presente s’armò e prese il gonfalone del popolo, e con esso in mano si fece alle finestre, e trattolo fuori, cominciò a gridare ad alta voce, viva il popolo, pensando che il popolo dovesse trarre al suo aiuto: ma trovossi ingannato, che il popolo il saettava, e gridava la sua morte: e avendo egli sostenuto con parole e con difesa l’assalto fino al vespero, e vedendo il popolo più acerbo e più infocato contro a sè da sezzo che da prima, e che soccorso da niuna parte aspettava, pensò di campare per ingegno; e tramutato l’abito suo in abito di ribaldo, fece aprire le porte del palagio alla sua famiglia al popolo perchè intendesse a rubare, come solea essere loro usanza; e mostrandosi nella ruberia come uno di loro, avea preso un fascio d’una materassa con altri panni dal letto, e scendendo la prima e la seconda scala senza essere conosciuto, dicea agli altri, su a rubare, che v’ha roba assai; ed era già quasi al sommo di scampare la morte, quando uno cui egli avea offeso così col fascio in collo il conobbe, e gridando, questi è il tribuno, il fedì: e l’uno dopo l’altro trattolo fuori dell’uscio del palazzo tutto lo stamparono co’ ferri, e tagliarongli le mani e sventraronlo, e misongli un capestro al collo e tranaronlo fino a casa i Colonnesi; e fatto quivi uno paio di forche v’appiccarono lo sventurato corpo, ove più dì il tennero appeso senza sepoltura. E questa fu la fine del tribuno, dal quale il popolo romano sperava potere riprendere sua libertà.

CAP. XXVII. Come l’imperadore Carlo venne in Lombardia.

Messer Carlo di Luzimborgo re di Boemia e re de’ Romani, eletto imperadore, avendo accettata la profferta del comune di Vinegia, e del Gran Cane di Verona, e degli altri allegati di Lombardia contro all’arcivescovo di Milano, considerò che per la sua non grande facoltà d’avere e di potenza il fascio di cotanta impresa gli era troppo grave, e avvisossi con grande discrezione, che a volere venire in Italia per la corona del ferro, e appresso per l’imperiale, che gli convenia per forza vincere i signori, e le città, e’ popoli d’Italia che gli fossono avversi, o con senno o con amore recare a sè gli animi loro: ricordandosi che l’imperadore Arrigo suo avolo, avendo seco tutto il favore de’ ghibellini, e mosso con più di diecimila cavalieri tedeschi gente eletta, guidata da grandi baroni e nobili cavalieri, credendosi per forza sottomettere parte guelfa in Italia avendo seco tutta la forza de’ ghibellini, passò in Italia; e non potuto per sua forza domare gli avversari nè avere la corona, com’è la costuma, nella basilica di san Pietro, e consumate le sue forze senza essere ubbidito, rendè a Buonconvento il debito della carne alla terra, e l’anima a Dio. Per lo cui esempio l’avvisato eletto Carlo imperadore abbandonato ogni pensiero di sua potenza, e di quella che promesso gli era, fidanza prese nel suo temperato proponimento; e non volendo a’ collegati negare la promessa della sua venuta, nè mostrare che contro a’ signori di Milano si movesse, veduto il tempo atto al suo proponimento, mosse d’Alamagna con trecento cavalieri in sua compagnia venendo in Aquilea; e giunto a Udine, a dì 14 d’ottobre del detto anno, s’accompagnò il patriarca suo fratello con poca gente senz’arme, e cavalcando a buone giornate giunsono in Padova a dì 4 di novembre, ove fu ricevuto a grande onore; e fatti alquanti cavalieri de’ signori e di loro prossimani della casa da Carrara, e lasciati i signori suoi vicarii nella signoria della città, a dì 7 di novembre prese suo cammino: e temendosi messer Gran Cane che non entrasse in Vicenza nè in Verona il fece con lieve onore conducere per lo contado alla città di Mantova, e ivi ricevuto come signore, prese a fare suo dimoro per trattare se tra i Lombardi potesse mettere accordo, e ivi attendea s’e’ comuni e’ popoli e’ signori di Toscana gli mandassono ambasciadori per potersi meglio provvedere alla sua coronazione. Lasceremo ora alquanto questa materia, tanto che alcuna cosa degna di memoria occorra di ciò al nostro proponimento, e diremo dell’altre che prima addomandano il debito alla nostra penna.

CAP. XXVIII. Come i tre fratelli de’ Visconti di Milano furono fatti signori, e loro divise.

Tornando a’ fatti de’ Visconti di Milano, dopo la morte dell’arcivescovo messer Maffiolo, e messer Bernabò, e messer Galeazzo, figliuoli che furono di messer Stefano nipote dell’arcivescovo, essendo forniti di molti cavalieri e masnadieri per difendersi e abbattere giusto loro podere la forza degli altri Lombardi collegati contro a loro, e da resistere all’imperadore se muover si volesse contro a loro, stare facevano tutte le loro città e castella in buona guardia e sollecita; ed essendo tutti e tre in Milano, si feciono eleggere signori indifferentemente a dì 12 d’ottobre, e appresso si feciono fare a tutte le città del loro distretto il simigliante; ed essendo da tutti confermati nella signoria, si partirono tra loro il reggimento in questo modo: che Milano fosse comune a tutti, e dell’altre città feciono di concordia tre parti, salvo la città di Genova, che vollono che rimanesse comune in fra loro come Milano, e gittarono le sorte, per le quali a messer Maffiolo, ch’era il maggiore, toccò Parma, Piacenza, Bologna, e Lodi: a messer Bernabò Cremona, Brescia, e Bergamo: e a messer Galeazzo Como, Novara, Vercelli, Asti, Tortona, e Alessandria, con tre altre terre di Piemonte; e nondimeno a comune ne’ cominciamenti manteneano la spesa de’ soldati, e molto onorava l’uno l’altro, e di gran concordia faceano le loro imprese. A messer Maffiolo, perch’era di più tempo e di minor virtù, rendeano onore di metterlo innanzi ne’ titoli e ne’ consigli. I fatti della cavalleria e dell’arme erano contenti che guidasse messer Bernabò che n’era più sperto, e messer Galeazzo ne prendea alcuna volta parte come a lui piacea. Essendo questi signori di Milano così ordinati tra loro, sopravvenuto l’eletto imperadore in Mantova, stavano apparecchiati in loro senza fare altro movimento di guerra contra a’ loro avversari, e gli allegati anche stavano a vedere che l’imperadore facesse senza muovere la loro gente a far guerra.

CAP. XXIX. Come l’imperadore stando a Mantova trattava la pace de’ Lombardi.

L’imperatore avendosi avvisatamente condotto in Lombardia di verno, e sapendo la gran forza di gente ch’aveano i signori di Milano, e la potenza del loro tesoro e delle loro entrate, fece venire a se in Mantova gli ambasciadori del comune di Vinegia e di tutti i signori collegati, e con loro insieme vide che la sua forza e la loro in que’ tempi non era sufficiente a tanto fatto quanto volevano imprendere. Ancora considerò che stando egli a Mantova niuno signore o comune d’Italia, salvo che i collegati, era venuto o avea mandato a lui contro a’ signori di Milano, e però gli parve che le cose fossono assai bene disposte al suo proponimento col quale s’era messo a farsi trattatore di pace, per accattare da ogni parte benevolenza, e non prendere nimicizia con alcuno, e però cominciò a trattare della pace; e parendogli che catuno si disponesse a volerla, acciocchè quelli della lega non portassono la gravezza del soldo della gran compagnia, la fece licenziare a dì 8 di novembre, e quelli della compagnia ne furono contenti: ed essendo in sul Bresciano, parte ne condussono i signori di Milano, e parte la lega, e il rimanente si ritenne in compagnia col conte di Lando. L’imperadore seguiva con sellecitudine che la pace si facesse, e in lungo processo di trattato più volte corse la voce che la pace era fatta. Ma nascendo ora dall’una parte ora dall’altra cagione di tirare, la pace non veniva a perfezione, e in questo soprastare, vennono accidenti che non la lasciarono venire a perfezione, i quali diviseremo nel tempo ch’avvennono secondo l’ordine del nostro trattato.

CAP. XXX. Come furono presi i legni ch’andavano a Palermo.

Del mese d’ottobre del detto anno, il re Luigi sentendo la città di Palermo in gran bisogno di vittuaglia e di gente d’arme per la difesa contro a’ nimici, fece armare tre galee, e uno panfano, e dodici legnetti e una nave, e tutte le fece caricare di grano e d’altra vittuaglia, e fece ammiraglio il conte di Bellante Potarzio d’Ischia, e comandogli che le conducesse in Palermo; ed essendo nel mare di Calabria si vidono contra galee di Messinesi, che stavano alla guardia per procacciare di vittuaglia, di che aveano gran bisogno, le quali vedendo quelle del Regno con legni armati, e conoscendo la loro poca virtù, s’addirizzarono verso loro. Il conte vedendole venire, come codardo non prese alcuna difesa, ma la sua propria galea abbandonò perch’avea del grano in corpo, e montato su un legno armato, innanzi che i nemici s’appressassono si fuggì. Le galee de’ Messinesi giugnendo a quelle del Regno le trovaron senza capitano e senza difesa, e però le si presono col carico e colla gente, e con gran festa e gazzarra questa utile preda al bisogno della loro città misono in Messina, ove furono ricevuti a grande onore, più per loro bisogno che per la piccola vittoria.

CAP. XXXI. Come si cominciò guerra in Puglia tra loro.

Messer Luigi di Durazzo cugino carnale del re Luigi, vedendo che il detto re avea dato al prenze di Taranto e a messer Filippo suoi fratelli carnali grandi baronaggi in Puglia e nel Regno, nè a lui nè a messer Ruberto non avea data nulla cosa, con giusto sdegno, vedendosi in povero stato, si tenea dal re e dalla reina malcontento: e il conte di Minerbino tenendosi anche male del re e della reina s’accostò con messer Luigi, e propuosono di volere fare guerra nel paese di Puglia. Per questa tema il re e la reina andarono in Puglia cercando riconciliarli con parole, e mandaronli pregando che venissono a loro; e consigliati insieme, ordinarono che il conte v’andasse, avendo prima per sua sicurtà per stadichi il vescovo di Bari e messer Giannotto dello Stendardo in Minerbino, e così fu fatto. E stando col re e con la reina non si trovò modo d’accordo, nè che messer Luigi si volesse assicurare di andare a loro. In questo stante, gente d’arme acconcia a far male percossono alla strada, e presono settanta muli che tornavano da Barletta con poca roba, e menargli via in vergogna della corona, essendo la persona del re nel paese. E tornandosi il re e la reina a Napoli, messer Luigi e il Paladino presono ardire di più aperta rubellione, e accolsono gente d’arme, e correano per lo paese. Ma sentendosi di piccola possanza, entrarono in trattato col conte di Lando, che dovesse conducere la compagnia nel Regno. Soprastaremo alquanto al presente a questa materia, parandocisi innanzi più notevole avvenimento di grave fortuna.

CAP. XXXII. Come i Genovesi sconfissono i Veneziani a Portolungo in Romania.

Avendo la non domata rabbia del comune di Genova e di quello di Vinegia condotto le loro armate in Romania, essendo messer Paganino Doria di trentatre galee genovesi ammiraglio, e messer Niccolò da ca Pisani ammiraglio di trentacinque galee de’ Veneziani, e tre panfani e un legno armato, e venti tra saettie e barche, e cinque navi di carico tutte armate e incastellate, e navicando l’una armata e l’altra per lo mare di Romania a fine d’abboccarsi insieme, non vi si poterono trovare: l’ammiraglio de’ Veneziani con tutte le galee e gli altri navilii della sua armata si ridusse nel porto di Sapienza nella Romania bassa, e ivi s’ordinò, avendo lingua de’ suoi nemici ch’erano nel mare di Romania, in questo modo: che le navi mise nella bocca del porto incatenate insieme, e con esse venti galee alla guardia, e molto le fece bene armare e acconciare alla difesa della bocca del porto, e con queste rimase il loro ammiraglio; l’altre quindici galee co’ legni armati e con le saettie accomandò a uno da ca Morosini di Vinegia, e misele dentro nel Portolungo, acciocchè stessono più salve, e potessono contastare a’ nemici dinanzi e l’ammiraglio di dietro, se caso venisse che l’armata de’ Genovesi si mettesse nel porto. L’ammiraglio de’ Genovesi avendo in Romania sentito lingua dell’armata de’ Veneziani, e com’erano più galee e assai legni di carico incastellati più di loro, e che fatto aveano la via di Portolungo di Sapienza nella Romania bassa, come uomo di gran cuore e ardire, avvilendo i suoi nemici che non aveano cercato d’abboccarsi con lui, ma piuttosto fatto vista di schifarlo, di presente s’addirizzò con la sua armata verso il porto di Sapienza per richiedere i Veneziani di battaglia; e come giunto fu sopra il porto di Sapienza, vide come i Veneziani co’ loro navilii incastellati e incatenati e con le galee s’erano afforzati alla bocca del porto, e parvegli segno che non volessono combattere; nondimeno per mostrarsi a’ nemici senza paura, non credendosi venire a battaglia, stando aringati sopra il porto, mandò a richiedere l’ammiraglio de’ Veneziani di battaglia, dicendo, come l’attendea fuori del porto, per porre fine a’ travagli e alle tribulazioni che gli altri navicanti e tutto il mare portava della loro guerra. L’ammiraglio de’ Veneziani rispose, ch’era in casa sua, e non intendea combattere a richiesta de’ suoi nemici, ma quando a lui paresse prenderebbe la battaglia. I Genovesi più inanimati, veggendo ricusavano la battaglia, da capo la dimandarono, vituperando i loro avversari, sonando e risonando trombe e nacchere, e vedendo che niuno segno si facea pe’ Veneziani di muoversi, ad alcuno atto, presono un folle ardimento, se i Veneziani avessono aoperato come poteano l’armi, perocchè Giovanni Doria nipote dell’ammiraglio mattamente si mise con una galea ad entrare nel porto, e appresso di lui il figliuolo dell’ammiraglio con la sua, entrando sotto la guardia delle navi e delle galee. I Veneziani vedendoli entrare, follemente li lasciarono entrare, sperando rinchiuderli nel porto e averli tutti a man salva; e così senza contasto per atare i giovani che s’erano messi a quello pericolo v’entrarono tredici galee di Genovesi l’una dopo l’altra, senza essere impedite o combattute dall’ammiraglio o dalla sua armata ch’era alla guardia della bocca del porto; e trovandosi nel porto, si dirizzarono con ordine e con grande ardimento a combattere le quindici galee de’ Veneziani e’ legni armati ch’erano nel porto, le quali aveano le prode a terra per loro agiamento, ed erano più atte alla difesa. I Genovesi l’assalirono con aspra battaglia, ma quale che fosse la cagione, o per sdegno preso contro all’ammiraglio che non avea impedito la loro entrata, e non s’era mosso alla loro difesa, o per molta codardia, a quel punto feciono piccola difesa, e però nel primo assalto furono assai de’ Veneziani fediti e morti: e pignendo i Genovesi, con piccola resistenza de’ loro avversari montarono in sulle galee, e in poca d’ora tutti gli ebbono presi e sbarattati, ne’ quali molti più annegarono gittandosi in mare per fuggire, che quelli che morirono di ferro. Avendo queste tredici galee avuta piena vittoria delle quindici del porto, feciono segno al loro ammiraglio e all’altre galee ch’erano fuori del porto della loro vittoria, le quali con grande baldanza e ardire si misono innanzi, per volere combattere le venti galee e le navi ch’erano alla guardia della bocca del porto, e le tredici vittoriose vennono dall’altra parte, avendo due corpi di galee veneziane affocate per metterle loro addosso. Strignendosi d’ogni parte la battaglia, l’ammiraglio veneziano ingannato per molta viltà del primo suo avviso, e sbigottito delle quindici galee perdute, e della battaglia che d’ogni parte si vedea apparecchiare, s’arrendè alla misericordia de’ Genovesi, e da quel punto innanzi più non v’ebbe morto o fedito alcuno Veneziano; tutti furono prigioni, perocchè in porto e tutto in mare di lungi dalla terra ferma niuno dell’armata de’ Veneziani campò che non fosse preso o morto, e i prigioni furono per novero cinquemilaottocentosettanta, i quali con tutte le galee, e altri legni e navilii, con grande vittoria quasi senza loro danno menarono a Genova, lasciati nel porto e nella marina di Sapienza quattromila o più corpi di Veneziani morti e annegati in quella battaglia, la quale fu a dì 3 di novembre 1354. Della quale vittoria i Genovesi ripresono cuore e ardire di loro stato, e i Veneziani molto ne dibassarono; e questo fece la mala provvedenza del loro ammiraglio, che avendo guardata la bocca del porto come potea, le galee de’ Genovesi non v’entravano, e l’entrate se l’avesse volute combattere di dietro con parte delle sue galee, come poteva, avrebbe vinti i Genovesi, come i Genovesi vinsono lui. Ma la guerra è di questa natura, che commesso il fallo seguita la penitenza senza rimedio le più volte.