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Cronica di Matteo Villani, vol. 2 / A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna cover

Cronica di Matteo Villani, vol. 2 / A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna

Chapter 169: CAP. LV. De’ falli commessi per lo comune di Firenze, e degl’inganni ricevuti da’ suoi vicini.
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About This Book

The chronicle recounts political and military maneuvering in mid-14th-century Italy, focusing on the expansion of a powerful archbishop's influence across Lombardy and parts of Tuscany and Emilia, his networks of allied cities and nobles, and the responses of Tuscan communes. It describes the archbishop's diplomatic and financial efforts at the papal court to obtain reconciliation and control of Bologna, the pope's proposal to the Tuscan communes offering peace, alliance, or imperial intervention, and the eventual annulment of proceedings against the archbishop after lavish gifts and political pressure, illustrating shifting loyalties, factional leagues, and the interplay between ecclesiastical authority and communal liberty.

CAP. XXXIII. Come Gentile da Mogliano diede Fermo al legato.

Innanzi che noi procediamo ad altri effetti della detta sconfitta, Gentile da Mogliano signore della città di Fermo nella Marca ci ritiene alquanto, perocchè essendo tirannello oppressato da messer Malatesta da Rimini maggiore tiranno, per cui s’era messo a soldare la compagnia per liberare Fermo dall’assedio, come già è detto, rimase povero d’avere e d’aiuto, conobbesi impotente da difendersi dal nimico suo, non che dal legato, che per riavere la Marca occupata a santa Chiesa s’apparecchiava di venire a oste alla sua occupata città di Fermo, e però si pensò di riconciliar col legato e d’abbattere messer Malatesta suo nimico, e andossene in persona al legato ch’era a Fuligno, e promiseli di renderli la città di Fermo, e d’essere fedele al servigio di santa Chiesa e del legato. Il legato ebbe tanto a grado la venuta e l’offerta di Gentile, che di presente il ricevette con grande allegrezza, e per onorarlo e fargli bene, comunicatosi insieme con lui alla messa, il fece gonfaloniere di santa Chiesa, e promisegli que’ danari che volle a certo termine, dicendogli ch’era contento tenesse la rocca di Fermo infino che fosse pagato. Il legato mandò della sua gente da cavallo e da piè, e furono ricevuti da’ Fermani con grande allegrezza e festa, pensando che uscivano di pericoloso servaggio, che Gentile era bisognoso e gravavagli troppo, e non gli poteva difendere nè aiutare. E il legato pensava fare in Fermo sua frontiera al primo tempo, perocch’era vicino alle città della Marca occupate per messer Malatesta, e avendo fatto contro a lui e contro agli altri tiranni di Romagna gravi processi, pensava volere fare l’esecuzione con altro che col suono delle campane e con le candele spente, ma da’ baratti e da’ tradimenti de’ Romagnuoli e de’ Marchigiani non si potè guardare, come innanzi racconteremo.

CAP. XXXIV. Come il re di Araona ebbe la Loiera, e fece accordo col giudice.

Tornando a’ fatti di Sardegna, il re di Araona con la sua cavalleria e con l’armata delle sue galee avendo mantenuto assedio alla Loiera dal luglio al novembre, e fatto continova guerra al giudice d’Alborea con piccolo acquisto, essendo la Loiera a grande stretta, e non vedendo d’essere soccorsa, trattavano col re, e similmente il giudice d’Alborea rincrescendogli la guerra. Il re si teneva duro, e voleva maggiori cose che offerte non gli erano. In questo stante sopravvenne la sconfitta de’ Veneziani ricevuta da’ Genovesi, la novella della quale fu in segreto molto tosto a Vinegia. Il doge e ’l consiglio che questo seppono, tennono la cosa celata per modo, che i loro cittadini non poterono alcuna cosa sentire, e di presente armarono un legno sottile, e mandarono significando al re d’Araona il loro fortunoso caso, e avvisandolo che innanzi che la novella si spargesse sapesse pigliare suo vantaggio, e guardare la sua armata. Il legno portò volando la mala novella al re d’Araona, ed egli con maestrevole avviso con molta festa manifestò la novella per lo contradio, facendo assapere al giudice e agli assediati che i Veneziani aveano sconfitti i Genovesi. Per questo i Genovesi ch’erano a guardia della Loiera perderono ogni ardire, e procacciavano l’accordo, e il giudice si dichinò più che fatto non avrebbe, e il re mostrandosi di buona aria più che non solea, di presente venne alla concordia della pace, e fu fatta in questo modo: che il re avesse la Loiera andandosene sani e salvi i Genovesi e gli altri forestieri che la guardavano, e il giudice d’Alborea riconobbe ritenere tutte le terre dal detto re, e feceli il saramento, e promiseli dare ogni anno certa moneta per l’omaggio delle dette terre; e fatta la pace, e fornita la Loiera di sua gente d’arme, per lo beneficio dell’affrettata novella, e per lo savio consiglio del re, si tornò in Catalogna, con acquisto, e con pace, e con onore. Ove se la novella fosse sentita prima da’ suoi avversari, con danno e con vergogna senza nullo acquisto gli convenia partire dell’isola vituperosamente: e però si verifica qui l’antico proverbio contrario alla vile pigrizia, che dice; il buono studio vince ria fortuna.

CAP. XXXV. Come i Pisani si diliberarono di mandare all’imperatore.

Soprastando l’eletto imperadore a Mantova per volere trarre a fine la pace tra’ Lombardi, i Pisani i quali erano a quel tempo in grande e buono stato sotto il reggimento de’ Gambacorti, ch’erano i maggiori, e con loro gli Agliati e seguaci e Bergolini, i quali manteneano pace e onore co’ Fiorentini, e non ostante che fossono amici de’ guelfi, sentendo il popolo minuto tutto imperiale, per provvedersi di conservare loro stato diliberarono di mandare di loro medesimi ambasciadori con pleno mandato del detto comune al detto eletto, e nel loro segreto fu, che procacciassono d’avere promessione e fede dall’eletto, che gli conserverebbe nello stato senza far nella città mutazione degli ufici, e che non vi rimetterebbe gli usciti ribelli, e che manterrebbe al comune di Pisa la signoria di Lucca, e non la recherebbe in libertà nè ad altro stato. Gli ambasciadori con grande compagnia e molto adorni giunsono a Mantova, dov’era l’eletto imperadore, e ricevuti da lui con grande onore, e fatta la riverenza, spuosono l’ambasciata del loro comune, ove liberamente gli offersono la città e gli uomini di quella alla sua ubbidienza, pregando divotamente per bene, e per pace e buono stato del detto comune, che gli dovesse piacere di promettere per la sua fede, e appresso dell’imperiale corona le sopraddette cose utili e necessarie al buono stato di que’ cittadini, e l’eletto con grande allegrezza e festa li ricevette, e promise nella sua fede liberamente ciò che per loro era domandato. Allora gli ambasciadori gli promisono trentamila fiorini d’oro in aiuto alla spesa della sua coronazione, e altri trentamila per lo consentimento della città di Lucca, il quale consentimento non onorevole alla maestà imperiale, comprese sotto la ragione del padre suo re Giovanni, quando la città di Lucca gli fu data. Della quale promessa i grandi mercanti, e gli altri usciti di Lucca, che si pensavano tornare in libertà per la venuta dell’imperadore, si tennono mal contenti: e così fu fatta la concordia dall’eletto imperadore a’ Pisani, della quale i cittadini feciono in Pisa per molti giorni singulare e grande festa, ignoranti del futuro avvenimento della loro ruina.

CAP. XXXVI. Rottura della pace del re di Francia e d’Inghilterra.

Essendo per lungo tempo trattato per lo cardinale di Bologna e per altri prelati di volere fare accordo tra il re di Francia e quello d’Inghilterra, e sotto questa speranza più volte prolungate le triegue tra l’uno re e l’altro; e non potendo trarlo a fine, provvidono di comune consiglio quelli che menavano il trattato, che abboccandosi i due re insieme nella presenza del papa, o i loro più confidenti baroni, che pace ne dovesse seguire; e per seguire questo consiglio il re di Francia vi mandò il duca di Borbona suo consorto, e il conestabile di Francia: e il re d’Inghilterra vi mandò il duca di Lancastro suo cugino, e il vescovo di Vervic, e catuno giunse a corte del mese di dicembre: e abboccatisi insieme per più riprese nella presenza del papa, tanto volea catuno mantenere l’onore del titolo del suo signore, che mezzo non seppono trovare di recarli in pace. Il papa, o per soperchia arroganza che trovasse in loro, o per poco ardire ch’avesse di sforzare gli animi de’ signori, non vi s’interpose come avrebbe potuto la sua autorità, con la quale poteva catuno sostenere con suo onore, e trovare mezzo di recarli a concordia e pace; nol fece, che forse non erano ancora puniti i peccati de’ Franceschi: e però del mese di gennaio del detto anno, catuna parte in discordia con poco onore del santo padre e de’ suoi cardinali si tornò al suo signore.

CAP. XXXVII. Come un gatto uccise un fanciullo in Firenze.

Avvegnachè assai paia cosa strana e non degna di memoria quello che seguita, perocchè fu inaudito caso, non l’abbiamo saputo tacere. In Firenze era da san Gregorio un lasagnaio con una sua moglie, aveano un piccolo loro fanciullo di tre mesi, e avendolo la madre governato e rimessolo nella culla al modo usato, una gatta accresciuta e nutricata in quella casa se n’andò al fanciullo, e cominciolli a rodere la testa, e trassegli gli occhi e manicosseli, e poi rodendo la testa se n’andò fino al cervello; e avendo lungamente pianto il fanciullo, il padre e la madre soccorsono tardi, non pensando che cotale caso fosse, e trovarono il fanciullo storpiato, e la gatta sopr’esso ancora vivo, ma incontanente morì; e sparata la maladetta gatta le trovarono gli occhi del fanciullo in corpo. Questa è quasi cosa incredibile, ma per esperienza del vero di questo fatto si dee alle donne e alle balie accrescere sollecitudine e accrescimento di buona guardia a’ piccoli fanciulli. Avvenne questo inopinato caso a dì 6 di dicembre 1354.

CAP. XXXVIII. Come l’imperadore fe’ fare triegua da’ Lombardi a’ signori di Milano.

Avendo fino a qui dimostrato i trattati tenuti per l’eletto imperadore e la sua venuta a Mantova, al presente ci strigne il tempo a venire dimostrando i cominciamenti in fatti delle sue proprie operazioni. Costui secondo il suo supremo titolo, conoscendo se medesimo e il suo piccolo podere, e abbattendo nell’animo suo ogni elezione, provvide che per astuta e dissimulata suggezione gli convenia procedere per venire all’ottato fine della sua coronazione, e per questo in fatto prese abito, forma, e operazione umile, e sommissione incredibile all’imperiale nome in fondamento de’ suoi principii: e venuto a Mantova senz’arme, e fattosi trattatore della pace da’ signori di Milano a’ legati lombardi, avendo seguito il fatto dall’entrata di novembre al Natale senza frutto, essendo montata la superbia de’ Genovesi e de’ loro signori, per la vittoria avuta in mare sopra i Veneziani, per la quale mutando in prima i patti li voleano più larghi per loro in vergogna degli allegati, ed eglino sdegnosi non acconsentivano, l’imperadore, ch’avea l’animo più a’ suo’ fatti propri, si doleva di perdere il tempo invano, e conoscendo la potenza de’ Visconti di Milano maggiore che della lega, e non vedendosi da’ comuni di Toscana fuori che da’ Pisani dimostramento d’alcuno favore, comprese che a’ collegati non faceva utile, e a se faceva impedimento grande per la coronazione della corona del ferro, ch’era nella potenza de’ signori di Milano, e però non dimostrando d’abbandonare il trattato, ma di volerlo conducere a fine di pace, facea fare triegua tra’ Lombardi fino al maggio prossimo vegnente; e fatta la triegua, incontanente trattò per se accordo co’ signori di Milano, sottomettendo la sua persona, e ’l suo onore, e la dignità imperiale oltre al debito modo nell’arbitrio e potenza de’ tiranni, prendendo confidenza di quelli, o da purità di mente, o da matto consiglio, non però di certo e di chiaro giudicio; e il patto fu, che li darebbono abilità d’avere sotto le loro braccia la corona a Moncia, ed egli senza entrare in Milano gli lascerebbe suoi vicari in tutta la loro giurisdizione; ed egli avuta promissione da loro, che alla sua coronazione a Roma gli donerebbono per aiuto alle spese fiorini cinquantamila d’oro, senza alcuna gente d’arme come privato uomo si sottomise nella loro signoria, vincendo gli animi fieri e l’usata fallacia tirannesca colla sua persona creduta nelle loro mani liberamente, come appresso diviseremo.

CAP. XXXIX. Come l’imperadore andò a Moncia per la corona del ferro.

L’eletto imperadore avendo fatto la sua concordia co’ signori di Milano, più della pace de’ Lombardi non si travagliò, ma di presente fatta la festa della natività di Cristo a Mantova, si mise a cammino verso Milano con meno di trecento cavalieri, i più senz’arme, e i signori di Milano ordinarono, che per tutto loro distretto all’eletto e alla sua compagnia fosse apparecchiato per loro e per li loro cavalli ogni cosa da vivere senza torre alcuno danaio: e giugnendo a Lodi, messer Galeazzo gli venne incontro con millecinquecento cavalieri armati, e giunto a lui, gli fece la reverenza, e accompagnollo fino dentro alla città di Lodi, e ivi il collocò onoratamente nelle case de’ signori, facendo nondimeno serrare le porti della città, e guardarla dì e notte colla gente armata. E albergato in Lodi una notte, la mattina appresso mosso il re de’ Romani, messer Galeazzo colla sua gente armata l’accompagnò, avendo ordinata la desinea alla grande badia di Chiaravalle: e appressandosi a Chiaravalle, messer Bernabò con molti cavalieri armati gli si fece incontro, e fattagli la reverenza, gli presentò da parte de’ fratelli e cavalli e palafreni covertati di velluto, e di scarlatto e di drappi di seta, guerniti di ricchi paramenti di selle e di freni: e fattogli alla badia nobile desinare, messer Bernabò il richiese da parte de’ suoi fratelli e da sua che gli dovesse piacere d’entrare nella città di Milano; l’eletto rispose, che per niuno modo intendea venire contro a quello che promesso avea loro; messer Bernabò gli disse, che questo gli fu domandato pensando che la gente della lega il dovesse accompagnare, ma per la sua persona non era fatto: e tanto il costrinsono, ed egli e messer Galeazzo, liberandolo per loro e per messer Maffiolo dalla promessa, che con loro n’andò in Milano; e entrato nella città, fu ricevuto con maggior tumulto che festa, non potendo quasi vedere altro che cavalieri e masnadieri armati: e i suoni delle trombe, e trombette, e nacchere, e cornamuse, e tamburi erano tanti, che non si sarebbono potuti udire grandi tuoni; e come fu in Milano, così furono le porti serrate, e così rinchiuso il condussono a’ palazzi della loro abitazione, e assegnateli sale e camere fornite nobilissimamente di letta e di ricchi apparecchiamenti, messer Maffiolo e gli altri fratelli da capo andarono a fargli la reverenza, dicendogli con belle parole come tutto ciò che possedevano riconoscevano avere dal santo imperio, e al suo servigio intendevano di tenerlo. Il dì appresso feciono fare generale mostra di tutta la gente d’arme a cavallo e a piè ch’aveano accolta in Milano, e oltre a ciò feciono armare quanti cittadini ebbono che montare potessono a cavallo, tutti sforzati di coverte e d’altri paramenti e d’avvistate sopravveste, e feciono stare l’imperadore alle finestre sopra la piazza a vedere; e passando con gran tumulto di stromenti, feciono intendere all’eletto ch’erano seimila cavalieri e diecimila pedoni di soldo: e passata la mostra, dissono: signore nostro, questi cavalieri e masnadieri, e le nostre persone, sono al vostro servigio e a’ vostri comandamenti; dicendo che oltre a questi aveano fornite tutte le loro città terre e castella di cavalieri e di masnadieri per la guardia di quelle. E così magnificarono la gran potenza del loro stato nell’imperiale presenza, tenendo il dì e la notte le porte serrate e la gente armata per la città, non senza sospetto e temenza dell’eletto imperadore, il quale vedendosi in tanta noia di sollecita guardia, fu ora che innanzi vorrebbe essere stato altrove con minore onore, e in tutto fu in servaggio l’animo imperiale alla volontà de’ tiranni, e l’aquila sottoposta alla vipera, verificandosi la pronosticazione detta per previsione d’astrologia, negli anni Domini 1351, per messer frate Ugo vescovo di...... grande astrologo al suo tempo, il quale predisse il cadimento del prefetto da Vico, e la soggezione futura dell’aquila imperiale in questi versi:

Aquila flava ruet post parum vipera fortis.

Moenia subintrat Lombardi prima sophiae

Anno quadrato minori decimonono.

Aquila succumbet pro stupri crimine foedo

Nigra revolabit sublimi cardine Romam.

ma egli come savio comportò con chiara e allegra faccia la sua cortese prigione; e con molta liberalità vinse quello che acquistare non avrebbe potuto per forza. Dopo alquanti dì, come a’ signori tiranni piacque, il condussono con la loro gente armata a Moncia, e ivi il dì della santa Epifania, a dì 6 del mese di gennaio di detto anno, fu coronato della seconda corona del ferro, con quella solennità e festa che i signori Visconti li vollono fare; e tornato a Milano sotto continova guardia, fattivi certi cavalieri, ed egli per tornare in libertà sollecitando la sua partita, fu accompagnato di terra in terra dalle masnade armate de’ signori, facendo serrare la città e castella dov’entrava, e il dì e la notte tenerle in continova guardia: ed egli avacciando il suo cammino, non come imperadore, ma come mercatante ch’andasse in fretta alla fiera, si fece conducere fuori del distretto de’ tiranni: e ivi rimaso libero della loro guardia, con quattrocento compagni, i più a ronzini senz’arme, si dirizzò alla città di Pisa per esservi prima che non avea loro promesso, e così li venne fatto.

CAP. XL. Come il conte di Lando venne di Lombardia in Romagna con la gran compagnia.

In questi dì all’entrata di gennaio, il conte di Lando capitano del residuo della gran compagnia, avendo un dì lungamente parlamentato a solo coll’eletto imperadore, con duemilacinquecento barbute se ne venne a Ravenna, e con lui due fratelli della bella contessa, che l’anno del generale perdono andando a Roma capitò in Ravenna, e ritenuta dal tiranno per conducerla o per amore o per forza a consentire alla sua sfrenata libidine, la valente donna vedendo non potere mantenere la sua castità contro alla forza dello scellerato tiranno se non per via di morte, trovò il modo di finire sua vita innanzi che volesse corrompere la sua castità; questi cavalieri credendosi potere vendicare dell’onta della loro sirocchia contro al tiranno, s’accostarono con la compagnia, e furono singolare cagione di menarla in sul Ravennese, ove stette lungamente ardendo, e predando, e guastando il paese; e dopo la detta stanza e guasto dato, essendosi tenuto alle mura della città il conte, gli domandò trentamila fiorini d’oro se volea si partissono di suo terreno, e avendo il tiranno bargagnato, s’era recato il conte a dodicimila fiorini d’oro. Allora disse il tiranno, che gli darebbe i detti danari, se ’l conte il volesse sicurare di non partirsi con la compagnia per spazio d’un anno continovo del contado di Ravenna: e a’ suoi cittadini fece stimare il danno ricevuto delle loro possessioni, tenendoli in speranza di pagare loro la restituzione del danno; onde il conte e la sua compagnia frustrata del loro intendimento si partì di là, e andossene nella Marca. Lasceremo ora de’ fatti della gran compagnia, e torneremo alle cose che per l’avvenimento dell’imperadore occorsono in Toscana.

CAP. XLI. Come i Fiorentini per la venuta dell’imperadore a Pisa si provvidono.

Sentendo i Fiorentini l’avvenimento dell’eletto imperadore a Pisa, non avendo alcuna cosa provveduto dinanzi quando era a Mantova, ove ciò che avessono voluto da lui avrebbono di suo buon grado impetrato, stavano in consiglio se dovessono ubbidire o contradiare: ed essendone la città tutta in vari e indeterminati consigli, presono di fare dodici uficiali ch’andassono per tutto il contado con ordinata balìa, di fare riducere tutta la vittuaglia nelle terre murate e nelle castella forti, e ogni altra cosa di valuta, e diedono voce di volere prendere difesa, e non con accettare l’imperadore, per non sottomettere la franchigia del comune ad alcuna signoria; e quanto che in fatto questa provvigione avesse poco effetto, pure fu utilmente provveduto, per non mostrare viltà o paura, e per dare intendere all’eletto imperadore e al suo consiglio che il comune di Firenze s’apparecchiava alla sua difesa; e nondimeno elessono sei cittadini per mandarli a lui come fosse riposato in Pisa, per trattare accordo con lui, se rimanendo in libertà il potessono trovare. E questo fu ordinato e fatto in Firenze a dì 11 di gennaio del detto anno.

CAP. XLII. Come il legato prese Recanati.

In questo mese di gennaio, il legato del papa avendo la città di Fermo, e seguitando suo processo contro a messer Malatesta da Rimini per le città ch’egli occupava a santa Chiesa, nondimeno come signore avvisato e pratico ne’ fatti della guerra, non stava solo a’ processi nè al suono delle campane, anzi cercava trattati, e co’ suoi cavalieri sollecitava gli avversari di continova guerra: e in questi dì per trattato mise la sua cavalleria in Recanati, e racquistò la città alla Chiesa di Roma; e in quella, perch’era povera d’abitanti, mise gente assai a cavallo e a piè per far guerra a messer Malatesta, e per guardare la città più sicuramente.

CAP. XLIII. Come il capitano di Forlì venne in Firenze.

Quello che al presente ci muove non è per lo fatto della propria persona degno di memoria, ma all’indiscreto movimento de’ rettori di Firenze a quel tempo, non senza ammirazione ci muove a ricordare come nel nostro contado venne messer Luigi marito della reina Giovanna figliuola del re Ruberto, ed egli figliuolo del prenze di Taranto fratello carnale del detto re Ruberto, stati sempre protettori del nostro comune, e il detto prenze capitano e conducitore delle nostre osti, avendo il loro reale sangue e la vita, nelle persone di messer Carlo loro fratello e di messer Piero figliuolo del detto re, sparto nelle nostre guerre, non dimenticata la memoria di cotanti servigi, gli fu vietato non tanto il venire nella nostra città senz’arme e senza compagnia di gente d’arme, ma lo stare nel nostro contado gli fu vietato; e i fratelli carnali e’ cugini tornando di prigione d’Ungheria, e domandando di volere fare loro diritto cammino per la nostra città, e per lo nostro contado a tornare nel Regno, fu loro vietato e contradetto il passo, ove si doveva con singulare festa e onore fargli ricevere e accompagnare: ma tanto fu il podere d’alquanti cittadini che allora governavano il comune, fortificandosi con non giusti nè veri sospetti, che contro al piacere degli altri cittadini ebbono podere di così fare. Il capitano di Forlì antico tiranno, sempre stato nemico di santa Chiesa e del nostro comune, caporale in Romagna di parte ghibellina, scomunicato e dannato da santa Chiesa, volendo andare a Pisa all’imperadore con grande compagnia di gente d’arme, fu nella nostra città ricevuto con disordinato e sobrabbondante onore, e convitato da’ signori e da altri cittadini stette in festa alcuni dì di suo soggiorno: poi volendo essere nella presenza dell’eletto imperadore a Pisa, non gli fu conceduto eziandio entrare in quella città, perch’era in indegnazione di santa Chiesa. Non è l’onore alcuna volta fatto al nemico da biasimare, ma molto pare cosa detestabile in luogo del debito onore a fidatissimi amici imporre sospetto e fare vergogna; alla matta ignoranza del vario reggimento della nostra città fu lecito di così fare a questa volta.

CAP. XLIV. Come l’imperadore Carlo giunse a Pisa.

L’eletto imperadore diliberato delle mani de’ tiranni di Milano, avendo in sua compagnia il fratello naturale patriarca d’Aquilea, giunse alla città di Pisa domenica a dì 18 di gennaio, gli anni Domini 1354 dalla sua incarnazione, in su l’ora della nona. Ed essendo i Pisani provveduti a fargli onore, gli andarono incontro con la processione del loro arcivescovo e di tutto il chericato, e con allegra festa i giovani vestiti a compagnie di nuove assise andavano armeggiando, e i rettori del comune con gli altri più maturi cittadini, e co’ soldati senz’arme gli si feciono incontro fuori della terra facendogli somma riverenza, e così tutto l’altro popolo a piè pieno d’allegrezza gli si fece incontro; e addestrato da’ loro cavalieri con ricco palio sopra capo, gridando il popolo viva l’imperadore, il condussono nella città. L’imperadore, vestito molto onestamente d’uno paonazzo bruno senza alcuno ornamento d’oro, o d’argento o di pietre preziose, andava con molta umilità salutando i grandi e’ piccoli, pigliando gli animi di molti forestieri che l’erano a vedere col suo benigno aspetto e umile portamento, e condotto alla chiesa cattedrale, reverentemente inginocchiato all’altare fece sue orazioni; e rimontato a cavallo, con grande allegrezza e festa fu condotto a’ nobili abituri de’ Gambacorti, ov’era il famoso giardino, e apparecchiato da’ detti Gambacorti le camere e le letta di nobilissimi adornamenti, e apparecchiate le vivande per la cena, e gli ostieri attorno per tutta la sua compagnia, fu con somma letizia consumata la prima giornata, verificandosi l’antico proverbio, che dice: gli stremi dell’allegrezza occupa il pianto, come seguendo appresso in questo processo dell’imperadore si potrà trovare.

CAP. XLV. Come l’imperadore bandì parlamento in Pisa, e quello n’avvenne.

Lunedì vegnente a dì 19 di gennaio, volendo l’imperadore fare ragunare i cittadini a parlamento per ricevere il saramento della loro ubbidienza, mandò il bando da sua parte che tutti si ragunassono al duomo per la detta cagione, ed egli s’apparecchiò d’andare là. Il popolo mosso per lo bando si ragunava al duomo. Erano in questo tempo in Pisa due sette, l’una reggea lo stato del comune, della quale i Gambacorti e Cecco Agliati erano caporali, e costoro erano chiamati Bergolini, l’altra si chiamava la setta de’ Matraversi, e non erano confidenti al reggimento del comune, ed essendo venuto di Lombardia appresso all’eletto imperadore uno Paffetta della casa de’ Conti, il quale era de’ caporali della setta de’ Matraversi, costui con certi altri di quella setta disposti a rimuovere il reggimento della città, il quale l’eletto imperadore aveva a Mantova promesso di conservare e di mantenere, essendo egli già mosso per andare al parlamento, e valicato il ponte alla Spina, cominciato fu con gran romore per li Matraversi a dire, viva l’imperadore e la libertà, e muoia il conservadore. Udendosi nel romore la novità del conservadore, i grandi e’ piccoli cominciarono a sospettare per tema, e altri per mala industria, cominciò il popolo a correre all’arme. L’eletto sentendo questa novità, incontanente diede la volta, e avendo seco Franceschino Gambacorti, il quale era sindaco del comune a fargli il saramento, e con lui i soldati del comune, se ne venne al palagio degli anziani, e di là mandò bandi per la terra, e fece a’ cittadini porre giù l’arme, e racchetare il popolo; e lasciati i soldati del comune alcuna parte armati in segno di guardia, in quel giorno non si fece altra novità, e prolungossi il saramento che fare si dovea all’eletto imperadore.

CAP. XLVI. Come l’imperadore di Costantinopoli racquistò l’imperio.

Del detto mese di gennaio, un’altro giovane Calogianni Paleologo imperadore di Costantinopoli, essendo, come addietro è narrato, dal suo suocero Mega Domestico balio dell’imperio per lui cacciato di quello, ed usurpato a se la signoria del detto imperio, aveva lui lungamente tenuto in esilio nel reame di Salonicco: il quale giovane imperadore avendo tenuto lungo trattato con certi de’ suoi baroni, i quali gli dicevano che procurasse di comparire a Costantinopoli, ed essendovi l’ubbidirebbono, costui povero d’avere e di gente, non trovando altro aiuto, si fece ad amico un gentile uomo di Genova ch’era ricco in quel paese, il quale co’ suoi danari e con l’industria della sua persona segretamente il condusse in Costantinopoli; ed essendo nella città, fu manifestato a’ baroni con cui era in trattato, i quali di presente gli feciono braccio forte, e sommossono il popolo, che il desiderava come loro diritto imperadore; e presa l’arme, combattendo il castello della signoria, Mega Domestico usurpatore dell’imperio, male provveduto di questo caso, come Iddio volle si fuggì di Costantinopoli, e il giovane a cui si dovea l’imperio di ragione rimase imperadore, e il suocero per paura si rendè calogo cioè eremita. E stando in quello stato da non prender guardia di lui, trattava col figliuolo e co’ suoi amici d’abbattere l’imperadore, e scoperto il trattato si fuggì, e cambiato abito, accolse gente, e cominciò a guerreggiare in alcuna parte l’imperio, con lieve aiuto di sbanditi e di ribelli. L’imperadore per rimunerare il servigio ricevuto dal Genovese, ch’aveva nome messer ... li diede l’isola di Metelino, e la sirocchia per moglie, ed ebbelo continovo al suo consiglio.

CAP. XLVII. Come i Matraversi di Pisa feciono muovere l’imperadore.

Tornando alla materia de’ Pisani, il martedì a dì 20 di gennaio del detto anno si ragunarono in Pisa col Paffetta assai della setta de’ Matraversi, e con loro gran parte d’un’altra nuova setta che si diceano i Malcontenti, e in compagnia s’appresentarono dinanzi all’eletto imperadore, e con grande istanza il richiesono e pregarono, che per bene e contentamento del comune dovesse prendere a se il saramento de’ loro soldati, che i cittadini erano malcontenti che i suoi soldati fossono all’ubbidienza di due privati cittadini, ciò era Franceschino Gambacorti e Cecco Agliati: e Cecco Agliati per alcuna invidia presa, vedendo che a’ bisogni i soldati andavano più a Franceschino che a lui, sentendo questo movimento andò all’imperadore, e disse, che dicevano bene, e che per se era contento che così si facesse. L’eletto imperadore vedendo che il movimento di costoro s’accostava alla sua volontà, quanto che ciò fosse contro a’ patti promessi, sott’ombra di volere racquetare la contenzione del comune, e levare materia agli scandali già mossi, andò al palagio degli anziani, e ivi fatti ragunare i soldati del comune a cavallo e a piè, prese il saramento da loro, e cominciò a venir meno allo stato che reggeva della sua promessa, e a dare baldanza a’ suoi avversari; ma per non dimostrare che così tosto avesse loro rotti i patti, argomentò, e fecene capitani Franceschino Gambacorti e Cecco Agliati alla sua volontà. La cosa era già condotta in termini che dire non s’osava contro a cosa che facesse, nè ricordare i patti promessi, ma catuno dimostrava essere contento a ciò che facesse per accattare la sua benivolenza.

CAP. XLVIII. Come procedettono i fatti in Pisa.

Avvedendosi i Gambacorti e i loro seguaci che l’eletto assentiva di grado le novità che moveano i loro avversari, e non vi volea mettere riparo, conobbono che il loro stato si veniva abbattendo, e non vi poteano riparare con alcuno salutevole consiglio. E però vedendosi a mal partito, strignendosi insieme, per lo meno reo presono di volere essere motori, innanzi che fatto venisse alla setta contraria a loro di dare la libera signoria del comune all’imperadore, pensando che per i patti egli era loro obbligato, e per questa libertà sarebbe più: e così deliberati furono all’eletto, e con belle e riverenti parole dissono, ch’aveano provveduto, per levare gli scandali della città di Pisa e del suo contado e distretto, darli la signoria; l’imperadore che per via indiretta cercava questo, si mostrò molto contento, e di presente prese la signoria, e levò le guardie dalle porte che v’avevano i Pisani e mise vi la sua gente, e il dì e la notte faceva guardare la terra alla sua cavalleria tanto che vi fosse più forte, e l’entrate del comune recò a sua stribuizione, e mandò bando da sua parte, che chi si sentisse offeso del tempo passato, o per l’avvenire, andasse per giustizia a lui e alla sua corte, dicendo, che intendea che l’agnello pascesse allato al lupo senza lesione o paura. Tutto questo processo per la fretta delle sette e per la volontà dell’imperadore, sotto ombra di volere conservare il comune in pacifico stato, fu aoperato di fatto, senza deliberazione di comune consentimento.

CAP. XLIX. Come gli ambasciadori del comune di Firenze andaro all’imperadore.

Il comune di Firenze avendo lungamente praticato con quello di Siena e di Perugia per la comune libertà del reggimento delle dette città, e trovato che i Perugini si poteano diliberare dalla suggezione dell’imperio, sotto titolo d’essere uomini di santa Chiesa, nondimeno di loro consiglio s’unirono insieme co’ Sanesi a dovere seguitare uno sì e uno nò nel cospetto dell’imperadore a mantenere loro stato e la franchigia de’ loro comuni; e avendo presa questa concordia, i Fiorentini ch’aveano eletti sei cittadini d’autorità a questo servigio, gl’informarono della volontà del loro comune, dicendo, che i Sanesi seguirebbono quello medesimo, secondo la promessa ch’aveano dall’ordine de’ nove, che governava e reggeva quello comune; ed avendo i capitoli scritti della loro commissione, a dì 22 di gennaio si partirono di Firenze vestiti d’un’assisa tutti di doppi vestimenti, l’uno di fine scarlatto, l’altro di fine mescolato di borsella, con ricchi adornamenti, e con otto famigli a cavallo per uno tutti vestiti d’un’assisa, e nel cammino attesono più giorni gli ambasciadori perugini e’ sanesi per comparire tutti insieme nella presenza dell’imperadore, come ordinato era, sperando dovere impetrare ogni loro domanda con la benevolenza del signore, ove i Sanesi tenessono la fede promessa a’ Fiorentini e a’ Perugini, la qual cosa venne mancata per la corrotta intenzione de’ Sanesi, come poco appresso racconteremo.

CAP. L. Di novità stata in Montepulciano.

Mercoledì notte a dì 21 di gennaio, messer Niccolò de’ Cavalieri uscito di Montepulciano, avendo trattato co’ suoi amici ch’erano nel castello, accolti dugento cavalieri e cinquecento fanti, essendogli aperta una porta, entrò nel castello; i Sanesi ch’aveano la rocca e la guardia di Montepulciano, sentendo messer Niccolò e la sua gente entrati dentro, francamente con certi terrazzani che non erano nel trattato abbarrarono la terra, e intendevano alla difesa, ma poco sarebbe loro valuto, se non che per caso avvenne, che per altra cagione in Montefollonico ivi vicino erano venute masnade di Sanesi, i quali sentendo lo stormo di Montepulciano di presente furono là al soccorso de’ loro; e aiutato sostenere la battaglia e difendere la terra infino al vespero, vedendo messer Niccolò e i terrazzani ch’erano con lui che non poteano rompere gli avversari, e che il giorno declinava verso la notte, temette che nel soprastare maggior gente de’ Sanesi non li sorprendesse, presono partito d’ardere la terra, e andarsene: e mettendo prima catuno fuoco nella sua casa, e appresso nell’altre, e affocato ogni cosa, abbandonarono la terra: e intrigati que’ d’entro a riparare al fuoco non li poterono seguire, e però si ricolsono a salvamento; e per l’abbondanza del fuoco messo in molte parti, senza potersi riparare arse dalla rocca del sasso in giù tutta quanta, con gran danno de’ terrazzani.

CAP. LI. Come le sette di Pisa si pacificarono insieme.

A’ 23 di gennaio 1354, avendo l’imperadore recato a se la guardia e la libera signoria di Pisa, e messi i Tedeschi in luogo de’ cittadini alla guardia, e già cominciando a prendere per loro, e volere per loro alberghi le case de’ buoni cittadini di Pisa e le loro masserizie, per paura di peggio catuna setta si ragunò a casa degli anziani: e vedendosi insieme, catuno dicea, che per le loro discordie e disordinati movimenti l’imperadore avea presa la guardia e la signoria di Pisa contro a’ patti, e senza la deliberazione del comune, e dimostrarono in quello consiglio quanto male poteva seguire alla patria per le loro discordie; e ivi gli animi avvelenati da catuna parte cominciarono a dissimulare, e mostrare di volere tra loro concordia, e gli anziani in quello stante elessono dodici cittadini di catuna parte, i quali ragunati insieme, senza contasto terminarono che ogni dissensione tornasse a unità e concordia. E avuto consiglio con molti cittadini, feciono fare pace a coloro ch’aveano briga insieme, e quelli che discordavano per cagione di sette si mostrarono a quella volta d’uno volere, e di concordia elessono ventiquattro, dodici di catuna parte, che riformassono la terra degli ufici e’ reggimenti a volontà dell’imperadore; e così ferma la concordia fra loro andarono insieme all’imperadore, il quale avea già cassi i soldati borgognoni e italiani del comune di Pisa, e in loro luoghi condotti de’ suoi tedeschi, e fattili giurare a se. Venuti i Pisani nella presenza dell’imperadore, con belle e savie parole li feciono intendere la loro pace e la loro concordia. L’imperadore, nonostante quello ch’avea inteso da’ dicitori, fece domandare il popolo se così era di loro volere, e tutti gridando risposono di sì; allora l’imperadore scusò se, dicendo, che quello ch’avea fatto non era stato di suo movimento nè per sua volontà, ma le discordie e i romori mossi e fatti nel suo cospetto l’aveano fatto temere del suo onore e del pericolo della città, e però avea presa la guardia; ora molto allegro della loro pace e concordia restituiva la guardia della città al comune e gli ufici a’ cittadini; e di presente colla sua autorità confermò i ventiquattro eletti a riformare la terra, pregando e comandando loro che facessono buona e comune elezione agli ufici de’ loro cittadini, sicchè alcuno non si potesse con ragione rammaricare: ma le chiavi delle porte della città non volle però rendere agli anziani. E chi bene riguarderà questo processo, troverà per astuto ingegno abbattuto lo stato di coloro che reggevano, e forse darà fede a una fama che corse, che tutto ciò ch’è avvenuto fosse ordinato con l’imperadore per lo Paffetta capo de’ Matraversi fino in Lombardia.

CAP. LII. Come Gentile da Mogliano si ritolse la città di Fermo.

Tornando nella fontana de’ tradimenti nella Romagna e nella Marca, ci occorre Gentile da Mogliano, il quale per dare più certa fede de’ suoi futuri tradimenti, s’era comunicato col cardinale all’altare del corpo di Cristo quando rendè la città di Fermo a santa Chiesa, e fu fatto gonfaloniere per lo detto legato contra i nemici di santa Chiesa di Roma, e capitano della gente della Chiesa contro a messer Malatesta da Rimini ch’era suo nemico capitale, e mandò il legato, com’era in convegna con Gentile, gente d’arme a cavallo e a piè per ricevere la tenuta della rocca e fornirla, e mandò per loro contanti fiorini d’oro ottomila per dare a Gentile, come gli avea promessi quando consegnasse la rocca. In questi medesimi dì, innanzi che le cose avessono il suo effetto, messer Malatesta s’avvisò non potere resistere contro al legato avendo seco Gentile da Mogliano e la città di Fermo; e ’l capitano di Forlì, quanto che fosse nemico di messer Malatesta, s’accorse, che acquistando la Chiesa sopra messer Malatesta, la piena verrebbe poi sopra lui, e però incontanente fece sapere a messer Malatesta, che volea dimenticare l’ingiurie ricevute, ed essere suo amico, e senza attendere risposta, con molta confidanza se n’andò a lui, il quale veggendo la liberalità del capitano il ricevette amichevolemente; e ragionando insieme, conobbono il pericolo del loro stato, e che rimedio non avea se non della loro concordia e di Gentile da Mugliano: e presa fede da messer Malatesta che farebbe pace con Gentile, e che gli renderebbe il porto di Fermo, di presente mandò messer Lodovico suo figliuolo cognato di Gentile a ordinare che tradisse il legato e santa Chiesa: e perocchè la natura di que’ tiranni è molto conforme a’ tradimenti, con poca fatica recò Gentile al fatto; e udita la promessa di messer Malatesta, e vedendosi acconcio a potere tradire, tutto l’onore ricevuto dal legato, e la speranza di quelli che gli si apparecchiavano, e ’l saramento prestato nella comunione a santa Chiesa mise per niente, e fu tanto sfacciato, ch’essendo già venute in Fermo le some de’ soldati del legato con parte della gente, fece cercare se i danari vi fossono che il legato mandava per la rocca, e per avventura erano ancora fuori della terra; e temendo de’ cittadini, che volentieri erano usciti della sua tirannia, mostrando di volere fare ciò ch’avea promesso, occultamente racchiuse nella rocca messer Lodovico con dugento cavalieri, e del mese di gennaio, essendo molti cittadini fuori della terra a una certa festa, scesono improvviso della rocca nella città gridando, viva Gentile da Mogliano, e muoia la parte della Chiesa, e corsono a serrare le porti, e i soldati che dentro v’erano per la Chiesa mandarono fuori. La gente del legato uscita di Fermo, e l’altra ch’era fuori, temendo per lo subito e non pensato tradimento, si ricolsono a Recanati: e fornito Gentile il suo tradimento, e fatto pace con messer Malatesta, e riavuto il porto di Fermo, tutti e tre i tiranni ribelli a santa Chiesa si collegarono insieme contro al legato, ma egli con grande animo per questo non si smagò, ma prese cuore d’abbatterli, come infine fatto gli venne.

CAP. LIII. Come gli ambasciadori de’ Fiorentini e’ Sanesi furono ricevuti dall’imperadore.

A dì 29 di gennaio detto, gli ambasciadori del comune di Firenze, in compagnia con gli ambasciadori di Siena, entrarono in Pisa, e andarono a fare la riverenza all’imperadore, e con loro furono ancora gli ambasciadori del comune d’Arezzo: (quelli del comune di Perugia, perocchè si voleano appresentare come uomini di santa Chiesa, non vollono andare con loro): e come giunsono all’imperadore, trovarono accolti con lui tutti i suoi baroni, ed entrando gli ambasciadori de detti comuni, i baroni avvallarono i cappucci, e l’imperadore e’ suoi li ricevettono con molta festa e allegrezza: e volendo baciare i piedi all’imperadore, nol sofferse: e ricevuta la riverenza da tutti, con singolare dimostramento d’amore prese per mano degli ambasciadori di Firenze, e feceseli tutti sedere allato, e tale fu ch’egli abbracciò e baciò in bocca per mostrare che contro a lui non avesse preso sdegno, sapendo ch’altra volta tornato a Firenze dalla Magna avea sparlato contro a lui; e festeggiando con tutti allegramente, domandarono giornata per sporre la loro ambasciata, e fu data loro per lo seguente giorno.

CAP. LIV. Come i Sanesi scopriro la loro corrotta fede contro a’ Fiorentini.

L’altro dì vegnente, a dì 30 di gennaio detto, gli ambasciadori del comune di Firenze vestiti di scarlatto foderato di vaio con adorni paramenti, con gli ambasciadori de’ Sanesi insieme, ch’erano de’ maggiori cittadini di quella città, s’appresentarono alla presenza dell’imperadore e del suo consiglio: e avendo voluto i Fiorentini che con loro insieme fossono gli ambasciadori d’Arezzo, i Sanesi ch’avevano la mente corrotta contro a’ Fiorentini nol vollono acconsentire, perchè i Fiorentini a quel parlamento non avessono chi li seguisse. E cominciando gli ambasciadori fiorentini a sporre l’ambasciata com’era loro imposto, per dimostrare più franchezza del loro comune, usarono parole di debita reverenza alla maestà imperiale, dicendo santa corona, e poi conseguendo serenissimo principe, senza ricordarlo imperadore, o dimostrargli alcuna riverenza di suggezione, domandando che il comune di Firenze volea, essendogli ubbidiente, le cotali e cotali franchigie per mantenere il suo popolo nell’usata libertà, e avendo tutto detto come fu loro commesso, conchiusono la loro reverenza con poco onore della maestà imperiale, della qual cosa seguitò poco onore a’ rettori di Firenze da cui mosse quello consiglio. Di questo nacque tra i baroni e’ consiglieri dell’imperadore, e massimamente tra coloro che per animo di parte erano contradi al comune di Firenze, sdegno e baldanza di parlare contro al nostro comune, e se l’imperadore, e il patriarca, e il vececancelliere non avessono avuta più temperanza che gli altri del consiglio, i fatti con la consequenza de’ Sanesi, che in quello consiglio ingannarono il comune di Firenze, andavano a rovescio con molto sdegno da catuna parte, ma il savio signore con temperanza conobbe quanto pericolo al suo stato portava a non rimanere in concordia col comune di Firenze, e però sostenne, magnificando quel comune, e mostrando verso quello volere fare quanto onestamente potesse fare, non guardando troppo all’onore imperiale: e ordinò di tornare con più diligenza altra volta a trattare co’ detti ambasciadori, e il suo consiglio ripremette d’ogni oltraggioso parlamento quivi fatto. Dopo questo, gli ambasciadori sanesi, ch’aveano altro in cuore che non aveano promesso a’ Fiorentini, lieti della poca riverenza fatta all’imperadore per gli ambasciadori fiorentini, parendo loro venuto il tempo che i loro rettori con coperta malavoglienza lungamente aveano aspettato, credendosi col loro tradimento abbattere e disfare il comune di Firenze, partendosi da quello che in fede aveano promesso al nostro comune, cominciarono a sporre innanzi all’imperadore, e al suo consiglio, e agli ambasciadori del comune di Firenze la loro ambasciata, magnificando con ornato sermone la serenità della maestà imperiale, chiamandolo loro signore, e senza alcuno patto offersono quello comune liberamente alla sua signoria, con le più magnifiche lode che pronunziare si possono, e con le più libere offerte, pensando di questo rimanere esaltati e grandi, e aver messo in fondo il comune di Firenze. Onde l’imperadore graziosamente e con lieto volto ricevette e accettò l’offerte di quello comune, e gli ambasciadori commendò molto del loro onorevole parlare, in onesta riprensione di coloro che con meno reverenza aveano parlato all’imperiale maestà. Ma perocchè l’intenzione dell’ordine de’ nove di Siena infino a quello punto era stata occulta a molti grandi cittadini di Siena e al comune di Firenze, cominciata a palesare ne’ fatti, ebbe ravvolgimenti, e seguironne cose assai notevoli, come al suo tempo innanzi racconteremo: ricordando qui, che come a Dio piacque, l’ordine de’ nove, che questo tradimento ordinarono, ne fu abbattuto e disfatto, e il comune di Firenze n’è esaltato in maggiore e migliore stato.

CAP. LV. De’ falli commessi per lo comune di Firenze, e degl’inganni ricevuti da’ suoi vicini.

Avvegnachè quello che seguita non sia cosa notevole, concedesi al nostro trattato per ammaestramento delle cose a venire. I rettori del comune di Firenze sentendo passato in Italia l’imperadore e coronato a Moncia, per loro non si fe’ alcuna provvisione in utilità o beneficio del nostro comune; stando egli lungamente a Mantova nel lieve stato che v’era, se il nostro comune v’avesse mandato a dargli conforto, ciò che avessono voluto avrebbono di grazia impetrato da lui, ove poi con pericolo e con gran costo s’accordarono con lui, come seguendo si potrà trovare. E ancora lasciarono per matta ignoranza a provvedere d’arrecare alla loro volontà e disposizione tutte le città e castella e terre vicine, le quali lievemente con alquanta provvedenza arebbono recato a dire e a fare quello che il comune di Firenze avesse voluto, ove in sul fatto catuna terra e castello senza richiesta del comune di Firenze prese suo vantaggio, non senza pericolo del nostro comune; la diligenza e la sollecitudine de’ nostri rettori fu abbandonata al corso della fortuna, come per antico vizio degli uomini del nostro comune è consueto, perocchè non è chi si curi di patrocinare lo stato e la provvedenza del nostro comune: e i rettori, c’hanno poco a fare all’uficio, intendono più alle loro private cose che a’ beneficii del comune, e però più lo conduce fortuna che provvedimento, ma molto l’aiuta Iddio, e gli ordini dati alla grande massa del comune per i nostri antichi maggiori. E in questo tempo per questa cagione avvenne, che i Sanesi non si curarono di rompere in sul fatto la fede a’ Fiorentini: e i Volterrani, sentendo l’offerte fatte pe’ Sanesi, anch’eglino si diedono liberamente all’imperadore contro al volere de’ Fiorentini; e i Pistoiesi contro al volere de’ Fiorentini, e senza con loro conferirne vi mandarono ambasciadori per darlisi: ma sentendo che il comune di Firenze si turbava contro a loro, si rattennono della libera profferta, e soprastettono più per paura che per amore: e’ Samminiatesi cominciarono segretamente, coprendosi a’ Fiorentini, di darsi liberamente all’imperadore, e trovando tra loro concordia, prima l’ebbono fatto ch’e’ Fiorentini vi potessono riparare; e se non fosse che i rettori d’Arezzo temeano forte de’ Tarlati loro usciti e de’ ghibellini d’entro, avendosi veduti a stanza de’ Sanesi abbandonare da’ Fiorentini nella presenza dell’imperadore, si sarebbono dati come gli altri, non curandosi del Comune di Firenze, ma per loro medesimi sostennono la libertà di quello comune, essendo forte impugnati da’ Tarlati Pazzi e Ubertini loro ribelli ch’erano con l’imperadore. E avvedutisi gli ambasciadori fiorentini dell’inganno de’ Sanesi, e di quello ch’aveano fatto i Samminiatesi e’ Volterrani, cominciarono a parlare per gli Aretini e per i Pistoiesi; l’imperadore per sua industria non li sostenne, ma disse la parola del Vangelo: aetatem habent ipsi, de se loquantur, e non lasciò dar loro audacia o favore; e così per difetto di mala provvedenza, i Fiorentini de’ loro propri fatti, e di quelli che s’appartengono alla guardia de’ loro vicini, furono più e più giorni a pericoloso partito, e in grande ripitio degli altri cittadini.

CAP. LVI. Di molti Alamanni venuti alla coronazione dell’imperadore.

Stando l’imperadore a Pisa ne’ trattati colle città e comuni di Toscana, come detto è, innanzi che i sindachi fossono venuti a fermare le suggezioni, la novella della sua coronazione da Moncia, e dell’avvenimento da Pisa, era sparta in Alamagna e nel suo reame di Boemia, e come le città d’Italia erano senza guerra acconce alla sua ubbidienza: e per questo l’imperatrice si mosse con mille cavalieri di buona gente d’arme e molti baroni a sua compagnia per venire a Pisa, e per simile modo molti prelati e grandi signori della Magna di diverse provincie si mossono, catuno con grande compagnia, per venire in Italia per essere alla sua coronazione a Roma, e in breve tempo giunsono a Pisa l’imperatrice e più di quattromila cavalieri della più bella e ricca baronia del mondo, bene montati, e con nobili paramenti, e molti arnesi, ma con lieve armadura, e molti ne vennono per la nostra città, albergandone seicento e settecento per notte, ove con cortese e buona guardia onorevolmente furono veduti e albergati. L’imperatrice volea di grazia venire per Firenze, ma perocchè ancora per lo nostro comune non era presa fermezza d’accordo con l’imperadore, temendo che l’ignorante e indiscreto popolo minuto non movesse parole villane contro a’ forestieri essendo l’imperadrice nella città, o contro i rettori del nostro comune, per lo meno reo e più sicuro fu diliberato e preso, che con grande compagnia o piccola ella non venisse nella città di Firenze.

CAP. LVII. Di novità della Marca per Recanati.

Messer Malatesta da Rimini, e il capitano di Forlì, e Gentile da Mogliano, collegati insieme contro al legato, sentendo che i signori di Milano aveano tregua con gli allegati Lombardi, e catuno stava sospeso per cagione dell’imperadore, aveano cassi cento bandiere di soldati, e perchè non tornassono loro addosso per via di compagnie non li lasciavano partire del loro distretto se non per la via della Magna: e per questo li ritennono a manicare sopra la pelle più d’un mese, e molti se ne tornarono nella Magna, perocch’erano tutti Tedeschi, e quando gli ebbono assottigliati, concedettono al resto la via per la Lombardia, i quali senza arresto improvviso giunsono in Romagna: e arrestati quivi senza far danno da millecinquecento barbute, i tiranni sopraddetti romagnuoli s’accolsono con loro, e fatto loro alcuno aiuto di loro danari, e promesse d’una buona terra dove potrebbono vernare ad agio, li condussono a Recanati, pensando per forza poterla vincere e racquistare. Il legato ammaestrato de’ fatti della guerra e de’ baratti de’ suoi avversari, avendo per suo capitano di guerra messer Ridolfo da Camerino, pro’ e valente cavaliere, avea fatta guernire di gente d’arme da cavallo e da piè la città di Recanati: sicchè sopravvenendo i tiranni con quella cavalleria, e sforzandosi di combatterla, la trovarono sì guernita alla difesa, che ne perderono tosto ogni speranza: e non potendovi soprastare, con vergogna se ne partirono tornandosi addietro.

CAP. LVIII. Come la gran compagnia del conte di Lando entrò nel Regno.

Essendo per l’avvenimento dell’imperadore in triegua i fatti di Lombardia, la gran compagnia del conte di Lando era tornata nella Marca: e ricordandosi che l’anno dinanzi il re Luigi non avea mandato loro quarantamila fiorini d’oro ch’egli avea promessi, e sentendo che il duca di Durazzo e il conte Paladino erano in rubellione della corona, ed erano contenti che la compagnia entrasse nel Regno, nondimeno il conte di Lando, perchè il re non si provvedesse contro a loro, tenea trattato d’accordarsi al soldo della Chiesa: ma non gli era bisogno, che ’l traccurato re era stato assai dinanzi avvisato dall’imperadore e da più altri che si provvedesse, che di certo la grande compagnia dovea entrare nel Regno, e la provvigione che di ciò fatta era, era di stare continovo in danzare e in festa colle donne: e però la detta compagnia facendo la via della marina d’Abruzzi, senza trovare contasto o riparo entrò nel Regno: e nella prima entrata presono Pescara, e Villafranca, e san Fabiano, e trovandoli pieni di vittuaglia e d’arnesi si dimorarono in essi fino al marzo, recando in preda ciò che venne loro alle mani, scorrendo le contrade d’intorno. E d’altra parte il conte Paladino, con trecento cavalieri e molti masnadieri, in questo medesimo tempo correva predando le terre di Puglia, facendo noia e danno assai a’ paesani; e avvegnachè messer Luigi di Durazzo non si scoprisse in questi fatti, tutto si riputava che fosse di suo consentimento e volontà. Il re facea fortificare le terre alla difesa contro alla compagnia, e confortavali che si guardassono bene per non cadere nelle mani de’ predoni: altro aiuto non dava loro, che non n’era provveduto nè fornito di poterlo fare.

CAP. LIX. Come l’imperadore andò a Lucca.

Essendo stato l’imperadore in Pisa, e lasciato fare a’ cittadini le novità che narrate avemo, stimando che quelle divisioni fossono favorevoli alla sua signoria, e in iscusa a’ patti rotti, intra’ quali era la suggezione di Lucca, già immaginandone alcuna cosa a sua utilità, volle andare a vedere la città, e a dì 13 di febbraio anno detto si mosse con piccola compagnia di gente d’arme, e stettevi quel dì e l’altro, e prendendo la riverenza da’ cittadini, il pregavano della loro libertà. Il savio e avveduto imperadore, volendo compiacere a’ Pisani e mostrare di volere mantenere i patti, quanto che altro avesse nell’animo, disse, com’e’ sapeva che i cittadini di Lucca erano stati per lungo tempo ribelli all’imperio, e però li reputava degni di quello ch’avevano ricevuto: e confortandoli disse, che comportassono con pazienza quello che sosteneano per penitenza del peccato commesso, tanto che meritassono la liberazione: e nell’agosto lasciò que’ medesimi cittadini che i Pisani v’aveano deputati alla guardia, e non rimosse uficiali nell’ordine di quel reggimento in alcuna parte, e l’altro dì se ne tornò a Pisa.

CAP. LX. Come al Galluzzo nacque un fanciullo mostruoso.

In questo mese di febbraio nacque presso a Firenze in un luogo che si chiama il Galluzzo, a uno barbiere, un fanciullo mostruoso e diminuto, che ’l viso era come di vitello con gli occhi bovini, e dove doveano essere i bracci, dagli omeri delle spalle uscivano due branche quasi come d’una botta, da ogni parte la sua, e avea il corpo e la natura umana senza coscie: ma dove le coscie dall’imbusto doveano discendere, uscivano due branche da catuno lato una, ravvolte che non aveano comparazione: e’ vivette parecchie ore, e appresso morì, lasciando ammirazione di se. Ma di questo e degli altri corpi umani nati mostruosi nella nostra città non potemmo comprendere che fosse vestigio o pronosticatori d’alcuni accidenti, come credeano gli antichi, ma gli sconci e disonesti peccati spesso sono cagione di mostruosi nascimenti, e alcuna volta l’empito delle costellazioni.

CAP. LXI. De’ fatti di Siena con l’imperadore.

Era per lunghi tempi governato il reggimento della città di Siena per l’ordine de’ nove, il quale era ristretto in meno di novanta cittadini sotto certo industrioso inganno: perocchè quando il tempo veniva di fare i loro generali squittini, acciocchè ogni degno cittadino popolare entrasse nell’ordine de’ nove, coloro ch’aveano già usurpati gli ufici si ragunavano segretamente in una chiesa, e ivi disponevano d’alcuni cui voleano che rimanessono nell’ordine, fermandoli tra loro per saramento, e prometteano tutti dare a’ detti le loro boci co’ lupini neri, e tutti gli altri ch’andavano allo squittino, ch’erano molti buoni e degni cittadini, li riprovavano co’ lupini bianchi, sicchè l’ordine non crescea più che volessono, nè alcuno v’entrava che tra loro prima non fosse deliberato: per la qual cosa erano in odio a tutti gli altri popolani, e a gran parte de’ nobili con cui non s’intendeano. Eranvi certi che manteneano questa setta, e guidavano il comune com’e’ voleano; costoro furono quelli che con loro tradimento credettono abbattere il comune di Firenze, e disfare sua franchigia e reggimento con la forza dell’imperadore, ed esaltare loro, sottomettendo la libertà del loro comune alla libera signoria dell’imperio, come poco addietro abbiamo narrato: avvenne, che manifestata in Siena l’intenzione de’ loro rettori, strana all’intenzione de’ Fiorentini e della maggior parte de’ loro cittadini grandi e popolani, essendo mandato per gli ambasciadori al comune di Siena che facessono il sindaco a fare la sommissione, la cosa cominciò a intorbidare gli animi de’ cittadini, e a impedirsi il sindacato con grandi ripitii de’ loro rettori e dell’ordine de’ nove che questo aveano fatto, e fu la città in grave sospetto di ravvolgimento e di romore, e tutte le case de’ grandi feciono ragunata di gente d’arme. L’imperadore in Pisa volea che gli ambasciadori sanesi facessono la sommessione ch’aveano promessa di fare, e per questa cagione avea fatto bandire il parlamento. Allora uno degli ambasciadori ch’era della casa de’ Tolomei disse a’ compagni, che non intendea senza nuovo sindacato palese a’ suoi cittadini fare quella sommessione: e per questo traendosene catuno addietro, la cosa soprastette, e rimandarono a Siena: di che l’imperadore ebbe malinconia e gran sospetto, e tutti i dì di questo aspetto stette rinchiuso senza dare alcuna udienza o mostrarsi ad alcuno. I grandi cittadini di Siena conoscendo il gran pericolo che occorrere poteva al loro comune ribellandosi della promessa fatta all’imperadore, e avendo fatto conoscere all’ordine de’ nove e al popolo, che senza loro volontà non aveano podere di darsi all’imperadore, a dì 26 di febbraio ragunato il parlamento, per volere piacere non meno al minuto popolo, ch’era imperiale, che all’ordine e alla setta de’ nove, feciono fare il sindacato pieno a darsi liberamente all’imperadore. Avvenne per questo, che l’imperadore conobbe e seppe che le case de’ grandi di Siena ebbono la signoria di fare della città a loro senno, e da loro principalmente conobbe la soggezione di quella; e venuto il nuovo sindacato agli ambasciadori detti, domenica, a dì primo di marzo del detto anno, raunato il parlamento, i detti ambasciadori con pieno sindacato del loro comune, feciono al detto eletto imperadore per se e pe’ suoi successori ricevere libera suggezione del misto e mero dominio di quella città e contado, e de’ loro uomini alla signoria dell’imperio, non riserbandosi alcuna franchigia dell’antica libertà di quello comune: e di questo li feciono fare reverenza, e prestarono il saramento, ed egli l’accettò e ricevette per se e pe’ suoi successori in futuro in presenza di tutto il parlamento, con grande allegrezza e festa del popolo pisano ch’era presente; e accecati dalla coperta invidia che portavano al comune di Firenze, avvisandosi per questo abbattere la libertà de’ Fiorentini, mattamente sommisono la loro.

CAP. LXII. Di più imbasciate ghibelline state in presenza dell’imperadore.

Non ci parve da lasciare in silenzio quello che al presente seguita. Messer Piero Sacconi, e il vescovo d’Arezzo degli Ubertini, e Neri da Faggiuola, co’ loro consorti e co’ Pazzi di Valdarno, feciono loro sforzo accattando sopra loro possessioni, e vendendone, per mettersi a comperare belli cavalli, e armi orrevoli, e robe e ricchi paramenti, per comparire magnifici nella presenza e servigio dell’imperadore, credendosi essere esaltati da lui sopra gli altri Toscani: ed essendo gli ambasciadori d’Arezzo per trovare accordo con l’imperadore, i loro caporali nominati s’appresentarono nell’udienza imperiale, e in quella addomandarono baldanzosamente d’essere rimessi nella loro città d’Arezzo, e che a loro fossono rendute le terre e le possessioni. Gli ambasciadori francamente li ripugnavano. L’imperadore, ch’avea l’animo a’ fatti suoi e non a quelli della parte ghibellina, li si levò dinanzi, dando loro uditori ch’avessono a riferire a lui: e nella presenza degli uditori messer Piero montò in tanta arroganza, che con aspre minacce e villanie domandava di volere essere restituito nella capitaneria d’Arezzo e del contado. Gli ambasciadori savi e coraggiosi rimproveravano la sua abbominevole tirannia, e il proprio acquisto fatto per violente rapina, e per manifesta ruberia fatta a’ meno possenti sotto il titolo del capitanato, conchiudendo, ch’egli era degno di ricevere dall’imperio gravi pene, avendo convertita la capitaneria di quella città in incomportabile tirannia: e che quella città che gli era accomandata per la santa memoria dell’imperadore Arrigo, egli per malizia e per somma avarizia l’avea sottoposta e venduta a’ Fiorentini per quarantamila fiorini d’oro, in vergogna e detrimento del santo imperio: e grande vergogna gli era ora con sfrenata baldanza avere fatto manifesto all’imperiale maestà cotanti suoi difetti. Ancora il detto messer Piero avea nella presenza degli uditori e degli ambasciadori infamato Neri da Faggiuola, ch’avea per amistà de’ Perugini fatta la terra del Borgo, ch’era per lui acquistata a’ ghibellini, venire in parte guelfa; per Neri gli fu altamente risposto, mostrando come tutto era avvenuto per la sua malizia, e per le sue violenze quando v’avea stato: e anche avvenne che il vescovo d’Arezzo si lamentò di messer Piero di gravi ingiurie; e così l’uno disse improvviso contro all’altro per modo, che tutti impetrarono grazia nel cospetto dell’imperadore e del suo consiglio di gravi abbominazioni, senza altro acquisto di frutto; e d’allora innanzi gli ambasciadori del comune d’Arezzo ebbono graziosa udienza dall’imperadore per l’accordo di quello comune.

CAP. LXIII. Come i Volterrani si diedero all’imperadore.

Avvegnachè innanzi sia fatta alcuna narrazione della sommissione di Volterra e di Samminiato, qui si torna al termine del fatto. I Volterrani sapendo che i Sanesi senza patto erano sottomessi all’imperadore, avendo poco amore e meno confidanza al comune di Firenze, perocchè si reggevano sotto la tirannia de’ figliuoli di messer Ottaviano de’ Belforti, i quali quanto che fossono guelfi di nazione, per la tirannia dichinavano ad animo ghibellino come mettesse loro bene, e non amavano il comune di Firenze nè i Fiorentini per la tirannia, ch’era contradia alla libertà del nostro comune, e però senza volere seguire il consiglio de’ Fiorentini di domandare patti, feciono sindachi i loro ambasciadori con pieno mandato e mandarli a Pisa, i quali in pubblico parlamento, a dì 4 di marzo del detto anno, si sottomisono liberamente alla signoria dell’imperatore e de’ suoi successori, e feciono l’omaggio e la reverenza per lo detto comune, e il saramento come i Sanesi aveano fatto.

CAP. LXIV. Come i Samminiatesi si diedero all’imperadore.

I Samminiatesi, che soleano essere più all’ubbidienza del comune di Firenze che i Volterrani, avendo vedute le sopraddette città di parte guelfa già sottomesse all’imperio, e che il comune di Firenze trattava per se d’accordarsi con lui, essendo tra loro divisi per setta per la maggioranza delle due famiglie Malpigli e Mangiadori, temendo l’una parte che l’altra non pigliasse vantaggio, s’accostarono insieme dopo l’aspetto di più giorni: e celandosi da’ Fiorentini perchè non movessono alcuna delle dette case, e veduto loro tempo convenevole, di concordia feciono loro ambasciadori con pieno mandato e sindacato del comune a darsi liberamente all’imperadore; e mandatili a Pisa, a dì 8 di marzo in parlamento si sottomisono liberamente alla signoria dell’imperadore; e fatto il saramento, e volendo fare l’omaggio e baciare i piedi all’imperadore, li levò di terra, e ricevetteli ad osculum pacis, cosa che non avea fatta a’ sindachi di niuna altra città: la cagione si stimò che fosse per l’affezione che l’imperio per antico avea a quello castello, ove solea essere la residenza degl’imperadori e de’ loro vicari, perchè è uno mezzo tra le grandi e buone città di Toscana. Questo fu prima fatto che il comune di Firenze ne sentisse alcuna cosa, e quando il seppono, più gravò nell’animo de’ cittadini di Firenze che la sommissione di Siena e di Volterra, per la vicinanza che ’l detto castello ha con la nostra città e con l’altre di Toscana: ma gran cagione ne fu la poca provvedenza già detta de’ rettori del nostro comune.

CAP. LXV. Di disusato tempo stato nel verno.

Non ci pare da lasciare in silenzio quello che fu singolare alla memoria de’ più antichi, la cagione si credette che venisse da influenza di costellazioni: il fatto fu, che dal novembre al marzo il tempo fu di dì e di notte il più sereno, cheto e bello che per addietro si ricordasse, essendo il freddo senza venti continovo e grande: e le nevi ch’erano cadute dal principio si mantennono ghiacciate nel contado di Firenze, e in molte parti bastò nella città più di tre mesi: il mare fu tranquillo e dolce a navicare oltre alla credenza degli uomini; tutti i gran fiumi stettono serrati di ghiaccio lungamente per modo che niuno si poteva navicare, e il nostro fiume d’Arno, che è corrente come uno fossato, stette fermo e serrato di ghiaccio, che lungamente senza pericolo in ogni parte si poteva sopra il ghiaccio valicare: e a dì 8 di marzo cominciarono a rompere le piove dolci e utili a tutte le sementa della terra.

CAP. LXVI. Come il segreto giurato in Firenze fu manifestato all’imperadore.

Seguendo gli ambasciadori di Firenze il trattato della concordia con l’imperadore, e avendo il mandato di profferirgli per lo comune cinquanta migliaia di fiorini d’oro, avendo da lui i patti privilegiati che per parte del comune gli si dimandavano, l’imperadore, avvisato e malizioso, della moneta, dov’egli avea l’animo, non mostrava di curarsi, ma ne’ patti si mostrava strano e tenace per vendere più cara la sua mercatanzia. Avvedendosi di questo gli ambasciadori, e avendone alcuno segreto accennamento di fuori da lui, due degli ambasciadori per comune consiglio degli altri tornarono in Firenze per informare a bocca i rettori, e avvisarli di quello che a loro pareva dell’intenzione del signore. Vedendo i rettori che l’imperadore s’addurava, e che le terre vicine s’era no date liberamente alla sua signoria, aveano cagione di più temere: e tennono più consigli segreti ove si raccontavano de’ falli dell’eletto: come manifesto appariva che non avea tenuto fede a’ Gambacorti, nè allo stato di coloro che reggevano la città di Pisa, dilettandosi de’ romori e della divisione de’ cittadini, e tenea con loro che più erano pronti a movere le novità nella terra per averne più libera signoria, e come si mostrava bisognoso e cupido di trarre a se moneta: e avendo per più riprese praticato sopra i fatti dell’imperadore e sopra quelli del nostro comune, infine d’un animo presono partito per lo meno reo, che non si guardasse a costo di moneta infino in fiorini centomila d’oro, dandoli all’imperadore, dove la nostra città di Firenze rimanesse libera in sua giurisdizione, con altri singolari patti. E commettendo la pratica di queste cose ne’ detti ambasciadori, avendoli informati che si tenessono forti a cinquantamila fiorini, e che non mostrassono nè paura nè viltà in domandare e sostenere il vantaggio del comune nella quantità della moneta e negli altri patti, ma innanzi si rompessono da lui aveano di darli i detti fiorini centomila d’oro. Questo consiglio fu ristretto ne’ priori e ne’ loro collegi con piccolo numero d’arroti, e fu comandata a tutti la credenza, e giurata solennemente: e rimandati i due ambasciadori a Pisa, essendo con l’imperadore, e sostenendo francamente quello ch’era stato loro imposto, l’imperadore cominciò a sorridere contro a loro, e manifestò ciò ch’era loro commesso, e la deliberazione del loro comune, dicendo, che per scrittura tutto gli era manifesto. Gli ambasciadori di presente senza procedere più innanzi significarono all’uficio de’ priori ciò ch’aveano di bocca dell’imperadore della revelazione del loro segreto consiglio, che per questa cagione, avvegnachè per loro non li fosse acconsentita alcuna cosa, il trovavano più duro e più turbato che prima, dicendo, come non era traditore de’ Gambacorti, nè che non era cupido di moneta più del suo onore, nè si dilettava nella commozione de’ cittadini. Come questa novella fu divolgata nella nostra città, l’infamia de’ signori, e de’ collegi, e degli arroti, in cui era la credenza, fu molto grande: ma però non trovò il comune chi alcuna cosa ne facesse allora per purgare la comune infamia, temendo per la tenerezza dello stato, avendo così dipresso l’imperadore, che maggiore pericolo non ne seguisse. Il consiglio non fu reo, se rifermato lo stato del comune con la pace dell’imperadore se ne fosse fatta debita inquisizione e giustizia.