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Cronica di Matteo Villani, vol. 2 / A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna cover

Cronica di Matteo Villani, vol. 2 / A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna

Chapter 204: CAP. XC. Della gran compagnia ch’era in Puglia.
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About This Book

The chronicle recounts political and military maneuvering in mid-14th-century Italy, focusing on the expansion of a powerful archbishop's influence across Lombardy and parts of Tuscany and Emilia, his networks of allied cities and nobles, and the responses of Tuscan communes. It describes the archbishop's diplomatic and financial efforts at the papal court to obtain reconciliation and control of Bologna, the pope's proposal to the Tuscan communes offering peace, alliance, or imperial intervention, and the eventual annulment of proceedings against the archbishop after lavish gifts and political pressure, illustrating shifting loyalties, factional leagues, and the interplay between ecclesiastical authority and communal liberty.

CAP. LXVII. Come l’imperadore mandò aiuto di gente al legato.

Essendo i tiranni di Romagna accozzati insieme, e accolta gente d’arme assai venuta di Lombardia per reprimere la forza del legato, ch’era piccola, il legato mandò a richiedere l’imperadore d’aiuto. L’imperadore immantinente, per mostrarsi zeloso e divoto a’ servigi di santa Chiesa, vi mandò di presente de’ suoi Tedeschi cinquecento barbute, e feciono la via per Siena, veduti e onorati da’ Sanesi graziosamente: e giunti al legato con l’insegna del loro signore, rifrenarono la forza e la volontà de’ tiranni. Questo non era per l’andata di cinquecento barbute cosa da farne memoria, ma consentesi al nostro trattato perchè fu la prima e l’ultima che l’imperadore facesse in Italia in fatti d’arme.

CAP. LXVIII. Trattati dell’imperadore ai Fiorentini.

Essendo gli ambasciadori del comune di Firenze quasi ogni dì con l’imperadore per trattare la concordia, ed egli avendo scoperto il segreto del comune, e crescendogli ogni dì forza grandissima di baroni e di cavalieri della Magna, non gli parea volere di meno, e però si tenea forte a non condiscendere alla volontà de’ Fiorentini: e nondimeno temperava per non rompersi da loro, con tutto l’attizzamento de’ caporali ghibellini d’Italia ch’erano appresso di lui, che al continovo l’infestavano, perchè si rompesse dai trattato della concordia de’ Fiorentini, mostrandogli che avendo egli Pisa e Siena, Volterra e Samminiato, e l’aiuto de’ ghibellini ch’erano ivi a fare i suoi comandamenti, e la gran forza della sua baronia, senza dubbio di presente ne sarebbe signore a cheto, e abbatterebbe la loro arrogante superbia con grande onore e magnificenza dell’imperio. Il savio signore conoscea quanto pericolo gli potea incorrere, potendo con suo onore e vantaggio avere pace, cercare guerra: e conosceva, che quando il comune di Firenze, ch’era potentissimo, si facesse capo della guerra contro a lui, che tosto gli si scoprirebbono molti nemici: e conoscea il servigio che avrebbe dalla gente tedesca, se con larga mano non li provvedesse, e quanto erano fallaci le suggestioni de’ ghibellini d’Italia: e però serbava il consiglio e la diliberazione nel suo petto, e forte si temea che nascesse cagione per la quale i Fiorentini si rompessono dal trattato; e però avendo trattato con loro per modo che pareano assai di presso, l’imperadore disse, che facessono d’avere il sindacato pieno dal loro comune come la materia richiedeva: e allora diliberarono che tre degli ambasciadori tornassono a Firenze a fare che il sindacato si facesse.

CAP. LXIX. Raccolti falli de’ governatori del comune in Firenze.

Perocchè gli antichi moderati e virtudiosi che soleano reggere e governare lo stato della repubblica in grande libertà, e con maturi movimenti e con diligente provvidenza governavano quella in tempo di pace e di guerra, e non perdonando i falli che si faceano contro la patria, nè lasciando senza merito l’operazioni che si facevano virtudiose in accrescimento e onore del comune, onde al nostro tempo è da maravigliare come la cittadinanza si mantiene, essendo strana da quelle virtù, e dalla provvisione di quel reggimento: e in luogo di quelli antichi amatori della patria, spregiatori de’ loro propri comodi per accrescere quelli del comune, si trovano usurpatori de’ reggimenti con indebiti e disonesti procacci e argomenti, uomini avveniticci, senza senno e senza virtù, e di niuna autorità nella maggiore parte, i quali abbracciato il reggimento del comune intendono a’ loro propri vantaggi e de’ loro amici con tanta sollecitudine e fede, che in tutto dimenticano la provvisione salutevole al nostro comune: e non è chi per lui pensi, nè per la sua libertà, nè per lo suo esaltamento, nè onore, nè per riparare al pericolo che sopravvenire gli può, se non nella strema giornata o in sul fatto; e per questo spesso occorrono gravi casi al nostro comune, e niuno prende vergogna, o aspetta, per avere mal fatto al comune, alcuna pena: e però non è senza pensiero di grande ammirazione come il nostro comune non cade in grandi pericoli di suo disfacimento. Ma i discreti del nostro tempo tengono che questo sia singolare grazia e operazione di Dio, perocchè in così gran fascio di cittadini e di religiosi, benchè molti ne sieno de’ rei, assai v’ha de’ virtuosi e de’ buoni, le cui preghiere conservano la città da molti pericoli, e alquanto è la gente cattolica e limosiniera, perchè Iddio la conserva; e oltre a ciò gli ordini dati alla massa del comune per li nostri antichi, e ’l reggimento che ha preso il corso alla comune giustizia per le conservate leggi, è grande braccio al conservamene del comune stato. E benchè gli usurpatori del non degno uficio sieno molti, e male disposti al comune bene, e solleciti e provveduti a’ loro propri vantaggi, e occupino la civile libertà, il tempo di due mesi ordinato al reggimento del sommo uficio del priorato per li nostri provveduti antichi è sì breve, che fa grande resistenza alla propria arroganza: e ancora la riprieme non poco la compagnia di nove priori e de’ loro collegi. Ma non possono ammendare il continovo fallo dell’abbandonata provvedenza: onde avviene, che come fortuna guida le cose, infino al pubblico destamento del popolo si pena a provvedere, non il migliore consiglio, che nol concede il trapassamento delle debite provvedenze, ma il meno reo. E questo avviene continovo in tutte grandi e pericolose cose e accidenti ovvero imprese che accaggiono al nostro comune.

CAP. LXX. Come a Firenze si fece il sindacato per l’accordo con l’imperadore.

Avendo narrato il modo del reggimento del comune di Firenze e de’ suoi rettori, si può dire con verità del fatto, manifestato più volte in pieno consiglio per la bocca dell’imperadore, che avendo mandati il comune di Firenze a Mantova suoi ambasciadori a profferirgli l’aiuto del comune, e confortarlo della sua coronazione, non avrebbono domandati que’ patti, che largamente senza niuna promessa di moneta non avesse liberamente fatti; ma la provvedenza era, ed è per lunghi tempi stata in contumace del nostro comune: e però tornati a Firenze i tre ambasciadori per far fare il sindacato, sperando la concordia con l’imperadore, a dì 12 di marzo del detto anno, ragunato il consiglio del popolo secondo l’ordine del nostro comune, che prima s’ha a deliberare in quello, poi in quella del comune, avvenne che il notaio delle riformagioni, ch’era natio da..... leggendo i patti che s’intendeano d’avere con l’imperadore, per mostrare grande tenerezza al popolo della libertà pura del comune, non ostante che in quelle scritture se ne contenesse assai già deliberate pe’ signori e pe’ collegi, si ruppe a piagnere per modo, che la proposta non si potè leggere; e gli animi de’ consiglieri a quelle lagrime si commossono dal loro proponimento, e però si rimase il consiglio e il sindacato per quella giornata, e convenne che di nuovo si rifacessono altri privati consigli, ne’ quali il movimento del notaio non fu riputato fatto con movimento di ragionevole carità, ma piuttosto per adulazione per accattare benivoglienza dal popolo. E pertanto tutti i privati consigli fermarono l’intenzione a fare quello s’addomandava dagli ambasciadori, e da capo a dì 13 del detto mese si mosse la proposta al consiglio del popolo, e sette volte l’una dopo l’altra si perdè: all’ultimo levati molti cittadini d’autorità a dire, e a mostrare il beneficio che di questo seguitava al comune, e il pericolo che venia del contrario, si vinse, e fu dato la balìa di pieno sindacato a tutti e sei gli ambasciadori del comune, a potere promettere per lo comune ciò ch’era trattato o di nuovo si trattasse: e appresso l’altro dì, a dì 14 del mese, con minore fatica si rifermò nel consiglio del comune, e gli ambasciadori col mandato pieno si tornarono a Fisa.

CAP. LXXI. Quello si fe’ per alcuno cardinale per la coronazione dell’imperadore.

In questi dì il cardinale d’Ostia, a cui s’appartiene la coronazione dell’imperadore, giunse in Pisa, ricevuto dall’eletto a grande onore. Era consuetudine di santa Chiesa di mandare tre cardinali alla coronazione degl’imperadori, quello d’Ostia, c’ha l’uficio d’andare a coronare l’imperadore alle sue spese e alla sua provvisione, gli altri due debbono andare alle spese di santa Chiesa: ma a questa volta essendone fatto gran procaccio in corte, e per questo avuto la grazia il cardinale di Pelagorga, e quello di Bologna in su ’l mare, ch’erano di maggiore legnaggio, il papa e gli altri cardinali non acconsentirono che la Chiesa facesse loro le spese, dicendo, se voleano andare ch’aveano la benedizione, ma altro non aspettassono. I cardinali considerarono la spesa grande, e l’imperadore povero di moneta e stretto d’animo, e però con poco loro onore per lo procaccio fatto si rimasono di quella legazione, e il papa per non accrescere loro vergogna non ve ne mandò alcuno altro: e di questo non si turbò l’imperadore per non avere a stendere in loro il suo onore.

CAP. LXXII. Come si fermò l’accordo e’ patti dall’imperadore al comune di Firenze.

Sentendo l’imperadore tornati gli ambasciadori del comune di Firenze con pieno mandato e sindacato da fare l’accordo con lui, e come a’ Fiorentini era paruto malagevole, e conosciuto ch’egli avea recati gli ambasciadori a promettergli centomila fiorini d’oro, più per la revelazione ch’egli avea fatta loro del segreto del comune che per altro piacere, e trovando che i Pisani per mala suggestione già gli aveano domandato che li dovesse liberare della franchigia ch’e’ Fiorentini aveano in Pisa per li patti della pace, ed egli sostenea dicendo, che il loro movimento non era buono; e vedendo che il suo consiglio era insuperbito per la gente alamanna che crescea al suo servigio tutto dì, e per la forte inzicagione che i ghibellini italiani faceano loro, temette del suo consiglio, e poi volle gli ambasciadori avere in camera seco col patriarca e col vececancelliere soli: e cominciando a chiarire i patti, l’imperadore vi s’allargò molto più che infino allora non avea fatto, per tema che discordia non rinascesse, e per non avere a riferire la sua volontà col suo consiglio. Nondimeno quando vennero al saramento per fermezza delle cose che si trattavano, gli ambasciadori al tutto voleano il salvo manifesto e palese fermato col detto saramento; l’imperadore si fermò a non volerlo fare: ma volea la sommissione libera, e da parte privilegiare i patti, e che nel saramento de’ sindachi non fosse eccezione. Gli ambasciadori, in questa parte alquanto indiscreti, potendolo fare a salvezza del comune, lungamente lo tennono sospeso non senza sua turbazione, e poi il feciono, e già era molto infra la notte. Appresso vennono a dire, che il saramento della sommissione non voleano che si stendesse a’ successori dell’imperio, altro che alla sua corona; a questo, disse l’imperadore, che non credea che vi si stendesse, perocchè questo si dovea fare nominatamente alla sua persona, ma dove a’ successori andasse, in niuna maniera intendea a derogare le loro ragioni. Appresso domandarono, che tutte le leggi e statuti fatte e fatti, o che per innanzi si facessono per lo comune di Firenze, in quanto le comuni leggi nominatamente non le repugnassono, le dovesse per suoi privilegi confermare. Questa gli parve sconvenevole domanda, e non la volea consentire: e parendo questo agli ambasciadori dubbioso, tre ore o più di piena notte tennono la contesa con lui, e infine l’imperadore infellonito gittò la bacchetta ch’avea in mano per terra, e mostrandosi forte crucciato, giurò in alta voce per più riprese, che se innanzi ch’egli uscisse di quella camera questo non si consentisse per i sindachi, che con la sua forza e de’ signori di Milano e degli altri ghibellini d’Italia distruggerebbe la città di Firenze, dicendo, che troppa era l’altezza della superbia d’uno comune a volere suppeditare l’imperio. Gli ambasciadori vedendolo così forte turbato dissono, che troverebbono modo di venire a fare di ciò la sua volontà: e perocchè l’ora era fuori di modo tarda, presono licenza per andarsi a posare, e per questa cagione ogni cosa rimase imperfetta in quella notte, e in quell’ora significarono il fatto gli ambasciadori a’ signori di Firenze, per avere il dì vegnente da risposta a buon’ora. L’imperadore sentendo che gli ambasciadori aveano scritto al comune di Firenze significando le sue parole, temette forte che i Fiorentini non si rompessono dalla concordia, e però la mattina per tempo, non attendendo che gli ambasciadori avessono risposta, mandò per loro, e usate molte savie parole intorno al movimento tedioso della notte, con dimostramento di grande amore verso il comune di Firenze, largamente acconsentì ciò che gli ambasciadori aveano domandato: e oltre a ciò per sua liberalità, ove gli ambasciadori gli aveano promesso d’essergli stadichi per attendere la promessa del comune, poco appresso fatta la concordia disse, ch’alla fede del comune intendea di stare di questo e d’ogni gran cosa, e licenziò gli stadichi, e raffermata tutta la concordia, innanzi che da Firenze venisse la risposta: nondimeno il comune avea risposto, che per le dette cose non volea che la concordia rimanesse: e questo fu a dì 20 di marzo del detto anno.

CAP. LXXIII. Come i Fiorentini per mala provvedenza errarono a loro danno.

Avvegnachè molto sia detto de’ falli del nostro comune, uno singolare non ci si lascia passare senza fare in questo luogo memoria di lui. Fatta e ferma la concordia con l’imperadore di dargli fiorini d’oro centomila per avere fine e remissione da lui delle condannagioni e pene, in che ’l nostro comune era incorso per decreti dell’imperadore Arrigo e degli altri suoi antecessori, si ritrovò il saramento fatto per lo detto eletto a papa Clemente sesto e alla Chiesa di Roma, quando fu promosso per operazione del detto papa e di santa Chiesa all’elezione dell’imperio, ch’egli libererebbe i comuni di Toscana d’ogni condannagione fatta per i suoi antecessori, e d’ogni debito a che si trovassono obbligati per addietro all’imperio, massimamente il comune di Firenze, il quale per l’imperadore Arrigo era stato condannato con i suoi cittadini in loro singolarità, la qual cosa era manifesta a santa Chiesa. E ancora giurò, che i detti comuni non graverebbe, nè farebbe contro alcuno di quelli muovere guerra, nè sottometterebbe la loro libertà. Grande ignoranza fu trattare presso a due mesi con l’imperadore, e non avere memoria di cotanto fatto. Io reputo essere stata degna compensagione, avendo così fatta ignoranza compensata con prezzo di cento migliaia di fiorini d’oro, i quali il comune pagò per avere con fatica e con paura quello che aver potea senza costo, per la benigna provvedenza di santa Chiesa: e quello che pagò per debito in piccola parte, potea in luogo di servigio e di grazia compensare. Vergognomi ancora di scrivere la seguente arrota: avendo nella fama dell’avvenimento in Italia dell’imperadore, mandato a corte al papa e a’ cardinali per avere aiuto e favore da santa Chiesa, le lettere furono impetrate piene e graziose e favorevoli per lo nostro comune all’imperadore, ove il papa e’ cardinali gli ricordavano la promessa fatta sotto il suo saramento; le lettere stettono in cancelleria per spazio di tre mesi, innanzi che modo si trovasse di pagare fiorini trenta d’oro per le comuni spese della cancelleria: e per questo, poco appresso che la sommissione del comune e la promessa della moneta fu fatta, giunsono le lettere bollate al nostro comune, con grande ripitio e vergogna de’ nostri rettori.

CAP. LXXIV. Della statura e continenza dell’imperadore.

Secondo che noi comprendiamo da coloro che conversano intorno all’imperadore, la sua persona era di mezzana statura, ma piccolo secondo gli Alamanni, gobbetto, premendo il collo e ’l viso innanzi non disordinatamente: di pelo nero, il viso larghetto, gli occhi grossi, e le gote rilevate in colmo, la barba nera, e ’l capo calvo dinanzi. Vestiva panni onesti e chiusi continovamente, senza niuno adornamento, ma corti presso al ginocchio: poco spendea, e con molta industria ragunava pecunia, e non provvedeva bene chi lo serviva in arme. Suo costume era eziandio stando a udienza di tenere verghette di salcio in mano e uno coltellino, e tagliare a suo diletto minutamente, e oltre al lavorio delle mani, avendo gli uomini ginocchioni innanzi a sporre le loro petizioni, movea gli occhi intorno a’ circostanti per modo, che a coloro che gli parlavano parea che non dovesse attendere a loro udienza, e nondimeno intendea e udiva nobilemente, e con poche parole piene di sustanzia rispondenti alle domande, secondo sua volontà, e senza altra deliberazione di tempo o di consiglio faceva pienamente savie risposte. E però furono in lui in uno stante tre atti senza offendere o variare l’intelletto, il vario riguardo degli occhi, il lavorare con le mani, e con pieno intendimento dare l’udienze e fare le premeditate risposte; cosa mirabile, e assai notevole in uno signore. La sua gente, avendo in un’ora in Pisa più di quattromila cavalieri tedeschi, faceva mantenere onestamente, eziandio astenere dalle taverne e dalle disoneste cose per modo, che innanzi alla sua coronazione in Pisa non ebbe zuffa nè riotte tra’ forestieri e’ cittadini d’alcuna cosa. Il suo consiglio ristrignea con pochi suoi baroni e del suo patriarca, ma la deliberazione era più sua che del suo consiglio: perocché ’l suo senno con sottile e temperata industria valicava il consiglio degli altri; e molto si guardò di muoversi alla stigazione e conforto de’ ghibellini d’Italia, usati d’incendere e d’infocare l’imprese all’appetito parziale, più che al singolare onore dell’imperiale corona, i cui vizi nobilemente conoscea.

CAP. LXXV. Come si bandì in Firenze l’accordo con l’imperadore.

Sabato mattina, a dì 21 di marzo del detto anno, l’imperadore provvedutamente fece ragunare tutti i forestieri ch’erano in Pisa e’ Pisani a parlamento nel duomo di Pisa, e con dimostramento di singolare allegrezza fece venire dinanzi da se tutti e sei gli ambasciadori e sindachi del comune di Firenze: i quali giunti nel parlamento furono guardati da tutti con ammirazione grande, perocchè alla memoria di coloro ch’erano vivi, nè di molto tempo innanzi, si trovava che il comune di Firenze fosse stato altro che nemico all’imperadore, e ora vedeano che con pace aveano dall’imperadore que’ patti ch’aveano saputi dimandare: e da loro ricevette l’omaggio e il saramento della fede che promisero all’imperadore, sotto la condizione de’ patti e convenienze che ferme aveano con lui per lo comune di Firenze, le quali su brevità appresso in sostanza diviseremo: e l’eletto imperadore come re de’ Romani ne fece a loro privilegi reali, e promise ricevuta l’imperiale corona di farli imperiali. E a dì 23 del detto mese, lunedì sera, si pubblicò in Firenze la concordia presa con l’imperadore, sonando le campane del comune e delle chiese a Dio laudiamo. Poca gente, a rispetto del nostro comune, si ragunò al parlamento, e senza alcuna vista d’allegrezza ogni uomo si tornò a casa. Il comune fece in sulle torri e in su i palagi festa e luminaria: ma nella città pe’ cittadini non si fece falò per segno d’alcuna allegrezza, conoscendo quanto costava caro al comune l’ignoranza de’ loro cittadini governatori per l’abbandonata provvedenza.

CAP. LXXVI. I patti e le convenienze da’ Fiorentini all’imperadore.

Questi furono i patti che messer Carlo re di Boemia eletto imperadore impromise al comune di Firenze, e co’ suoi reali privilegi confermò. In prima cassò e annullò ogni sentenza e condannagione le quali per addietro fossono fatte contro alla città, e’ cittadini e comune di Firenze e’ suoi contadini, e contra i conti da Battifolle, e da Doadola, e da Mangona, e Nerone d’Alvernia per gl’imperadori romani ovvero re de’ Romani suoi antecessori: e tutti e catuno integrò e restituì ne’ suoi onorie giurisdizioni e dominii personali e reali. E concedette che il comune e popolo, e la città e contado e distretto di Firenze si reggesse secondo gli statuti e le leggi municipali e ordinamenti consueti del detto comune: e di singolare grazia confermò al detto comune per suoi privilegi quello che più gli parve grave, cioè, la confermazione delle leggi dette e statuti fatti, e che per innanzi si facessono, approvandoli e confermandoli in quanto le comuni leggi nominatamente non le riprovassono: dicendo, la moltitudine delle leggi è tanta, che se a questo non hanno provveduto, io a’ Fiorentini nol vo’ negare. Ancora, che i priori dell’arti e il gonfaloniere della giustizia, che sono e che per li tempi saranno all’uficio del priorato, sieno irrevocabili suoi vicari tutto il tempo della sua vita. E il detto imperadore graziosamente, avendo affezione a volere mantenere il pacifico stato e tranquillo riposo del comune di Firenze, acciocchè per lo suo avvenimento in quella città non nascesse tumulto o mutazione, promise e concedette di grazia speziale di non volere entrare nella città di Firenze nè in alcuna sua terra murata. I sindachi predetti a vice e a nome del comune di sopra detto feciono a lui in pubblico la sommessione e l’ubbidienza, e giurarono liberamente riconoscendolo per vero eletto e futuro imperadore: e la reverenza li feciono in segno del debito omaggio; e promisongli in nome del comune di Firenze per satisfazione intera di ciò, che obbligati fossono per lo tempo passato infino al presente dì, a lui e a tutti i suoi antecessori, per qualunque ragione o cagione dire o nominare si potesse, e ancora per tutte le terre che ’l detto comune tiene, e ha tenute in suo contado e in suo distretto, fiorini centomila d’oro in quattro paghe in cinque mesi, finendo per tutto il mese d’agosto del detto anno 1355: e per lo tempo avvenire promisono di dare ogni anno del mese di marzo al detto imperadore Carlo, alla sua vita solamente, fiorini quattromila d’oro per compensagione di censo, in quanto le città di Toscana fossono tenute di ragione all’imperio, e oltre a ciò, per tutte e singule quelle cose le quali il detto comune per se e per lo suo contado e distretto dire si potesse ch’all’imperio fossono per alcuna cosa obbligati; e di tutti i detti patti e convenienze, oltre a’ privilegi reali, fu contento l’imperadore futuro che ser Agnolo di ser Andrea di messer Rinaldo da Barberino, notaio pubblico imperiale, ne facesse carta e pubblico istrumento al detto comune. Aggiugnesi qui, benchè quello che seguita avvenisse dopo la sua coronazione, acciocchè insieme si trovi la memoria de’ patti e de’ privilegi imperiali, e dell’arrota della graziosa libertà del detto imperadore inverso il nostro comune. E a dì 3 di maggio 1355 nella città di Siena, tornando l’imperadore dalla sua coronazione, tutte le dette convenienze e promesse fatte rinnovò, e comandò che si dessono al nostro comune sotto la fermezza de’ suoi privilegi imperiali roborati delle bolle dell’oro. E avendo nel processo del tempo il detto imperadore trovato il comune di Firenze in molta fede e dirittura delle sue promesse, non ostante che i Pisani, e’ Sanesi e gli altri Toscani l’avessono tradito e messo in grave caso di fortuna, essendo ridotto a Pietrasanta per partirsi d’Italia, e avendogli i Fiorentini con gran pericolo mandato là il compimento de’ centomila fiorini promessi, avendolo egli molto a grado, e commendando l’amore e la fede del comune, in vituperio degli altri comuni ch’aveano mostrato la libera suggezione all’imperio, e poi l’aveano tradito, s’offerse singolarmente a’ Fiorentini, e di suo proprio movimento privilegiò al nostro comune generalmente ciò che tenea in suo distretto, e mandonne i suoi privilegi imperiali bollati d’oro al nostro comune, fatti in Pietrasanta a dì 3 di giugno 1355. In questo tempo il comune di Firenze tenea in suo distretto la Valdinievole, il Valdarno di sotto, Pistoia, e ’l castello di Serravalle, e tutta la montagna di sotto, e Colle, e Laterina, e Montegemmoli, e la terra di Barga con più castella di Garfagnana, e Castel san Niccolò col suo contado, e la montagna fiorentina, e molte altre terre e castella che qui per brevità non si nominano, e la nobile terra di Sangimignano e di Prato, avvegnachè già, come è detto, erano ridotte a contado di Firenze.

CAP. LXXVII. Come fu offesa la libertà del popolo di Roma da’ Toscani.

Vedendo i falli commessi per li comuni di Toscana, che liberamente sottomisono la loro libertà al nuovo imperadore, ci dà materia di ricordare per esempio del tempo avvenire, come col popolo romano i comuni d’Italia, e massimamente i Toscani, sotto il loro principato parteciparono la cittadinanza e la libertà di quello popolo, la cui autorità creava gl’imperadori: e questo medesimo popolo, non da se, ma la Chiesa per lui, in certo sussidio de’ fedeli cristiani, concedette l’elezione degl’imperadori a sette principi della Magna. Per la qual cosa è manifesto, avvegnachè assai più antiche storie il manifestino, che ’l popolo predetto faceva gl’imperadori, e per la loro reità alcuna volta gli abbattea, e la libertà del popolo romano non era in alcun modo sottoposta alla libertà dell’imperio, nè tributaria come l’altre nazioni, le quali erano sottoposte al popolo, e al senato e al comune di Roma, e per lo detto comune al loro imperadore: e mantenendo a’ nostri comuni di Toscana l’antica libertà a loro succeduta dalla civiltà del popolo romano, è assai manifesto, che la maestà di quel popolo per la libera sommessione fatta all’imperadore per lo comune di Pisa, e di Siena, e di Volterra, e di Samminiato fu da loro offesa, e dirogata la franchigia de’ Toscani vilmente, per l’invidia ch’avea l’uno comune dell’altro, più che per altra debita cagione.

CAP. LXXVIII. Di quello medesimo.

Seguitiamo ancora a dire le cagioni per le quali, oltre a ciò ch’è detto nel precedente capitolo, a’ comuni italiani, senza offesa del sommo impero, è loro lecito anzi debito il patteggiare con gl’imperadori. L’Italia tutta è divisa mistamente in due parti, l’una, che seguita ne’ fatti del mondo la santa Chiesa, secondo il principato che ha da Dio e dal santo imperio in quello, e questi sono dinominati Guelfi, cioè guardatori di fè: e l’altra parte seguitano l’imperio, o fedele o infedele che sia delle cose del mondo o santa Chiesa, e chiamansi Ghibellini, quasi guida belli, cioè guidatori di battaglie, e seguitano il fatto, che per lo titolo imperiale sopra gli altri sono superbi, e motori di lite e di guerra. E perocchè queste due sette sono molto grandi, ciascuna vuole tenere il principato, ma non potendosi fare, ove signoreggia l’una, e ove l’altra, quanto che tutti si solessono reggere in libertà di comuni e di popoli. Ma scendendo in Italia gl’imperadori alamanni, hanno più usato favoreggiare i ghibellini ch’e’ guelfi, e per questo hanno lasciato nelle loro città vicari imperiali con le loro masnade: i quali continovando la signoria, e morti gl’imperadori di cui erano vicari, sono rimasi tiranni, e levata la libertà a’ popoli, e fattisi potenti signori, e nemici della parte fedele a santa Chiesa e alla loro libertà. E questa non è piccola cagione a guardarsi di sottomettersi senza patti a’ detti imperadori. Appresso è da considerare, che la lingua latina, e’ costumi e’ movimenti della lingua tedesca sono come barbari, e divisati e strani agl’Italiani, la cui lingua e le cui leggi, e’ costumi, e’ gravi e moderati movimenti, diedono ammaestramento a tutto l’universo, e a loro la monarchia del mondo. E però venendo gl’imperadori della Magna col supremo titolo, e volendo col senno e con la forza della Magna reggere gl’Italiani, non lo sanno, e non lo possono fare: e per questo, essendo con pace ricevuti nelle città d’Italia, generano tumulti e commozioni di popoli, e in quelli si dilettano, per essere per contraversia quello ch’essere non possono nè sanno per virtù, o per ragione d’intendimento di costumi e di vita. E per queste vive e vere ragioni, le città e’ popoli che liberamente gli ricevono conviene che mutino stato, o di venire a tirannia, o di guastare il loro usato reggimento, in confusione del pacifico e tranquillo stato di quella città, o di quello popolo che liberamente il riceve. Onde volendo riparare a’ detti pericoli, la necessità stringe le città e’ popoli, che le loro franchigie e stato vogliono mantenere e conservare, e non essere ribelli agl’imperadori alamanni, di provvedersi e patteggiarsi con loro: e innanzi rimanere in contumacie con gl’imperadori, che senza gran sicurtà li mettano nelle loro città. Quello che di ciò abbiamo qui di sopra fatto memoria, a beneficio e ammaestramento della libertà de’ comuni d’Italia, si prova per gli antichi esempi, chi li vorrà ricercare, e per li nuovi, chi li vorrà ricercare e appresso leggere il nostro trattato.

CAP. LXXIX. Come la gran compagnia rubò il Guasto in Puglia.

Il conte di Lando con la gran compagnia avendo soggiornato in Abruzzi infino all’entrata di marzo, si mosse da Pescara e da san Fabiano, e andò verso il Guasto. Que’ della terra male provveduti da loro, e peggio dal re loro signore, trattarono con la compagnia, e fidaronsi mattamente nelle loro promesse, che non li ruberebbono, e che torrebbono della roba derrata per danaio, li misono nella terra; ma come furono entrati dentro, i predoni usarono crudelmente la loro rapina uccidendo e rubando tutta la terra, e appresso con fuoco n’arsone gran parte: per lo cui esempio tutte l’altre terre di Puglia si disposero a ogni pericolo per difendersi da loro, e afforzaronsi francamente per modo, che quanto ch’elli stessono lungamente a campo senza potere più acquistare città o castella. Appresso valicarono a san Siverno in Puglia, e ivi s’accamparono e stettono lungamente, scorrendo e predando e facendo danno assai a’ paesani: e dall’altra parte il Paladino aggiuntosi gente della compagnia tribolava la marina della Puglia, ed era palese a’ regnicoli che messer Luigi di Durazzo favoreggiava la compagnia.

CAP. LXXX. Come l’imperadore richiese di lega i Fiorentini, e non l’ebbe.

Avendo l’imperadore compiuto e fermo l’accordo co’ Fiorentini, mandò a Firenze suoi ambasciadori a richiedere il comune di Firenze con grande stanza, che piacesse loro per bene e stato di tutte le città di Toscana, e per levare ogni pericolo che venire potesse loro addosso per la forza de’ tiranni e della gran compagnia, per vivere i detti comuni insieme in unità e in pace, di fare lega insieme, e quella gente per via di taglia che a’ Fiorentini piacesse, e offerendo l’aiuto suo ove che fosse a ogni loro bisogno molto largamente, dicendo, che presa la corona intendea d’andare in Lombardia o nella Magna, ove il comune di Firenze consigliasse. I Fiorentini in più consigli privati e palesi praticarono se questa lega fosse da fare o no: e infine considerato il pericolo dell’imprese, e temendo di non correre ad essere indotti a rompere la pace a’ signori di Milano, e che la gente d’arme raunata sotto un capitano dato dall’imperadore non potesse essere cagione di novità contro alla libertà del comune, al tutto deliberare che la lega per lo nostro comune non si facesse, e con belle e oneste e legittime cagioni si diliberarono di quella richiesta. L’imperadore essendo in movimento per andare a vicitare le città e le terre che gli s’erano date, e andare per la corona, soprastette senza accettare la scusa, e domandò che il nostro comune apparecchiasse dugento cavalieri che l’accompagnassono a Roma: e da Pisa si partì a dì 23 di marzo e andossene a Volterra, ove fu ricevuto secondo la loro possa assai onoratamente; e albergatovi una notte, l’altro dì venne a Samminiato, e da loro fu ricevuto come signore; e a dì 23 di marzo giunse a Siena la sera, ove fu ricevuto con singolar festa e onore.

CAP. LXXXI. Come si mutò lo stato de’ nove di Siena.

E’ pare degna cosa, che coloro i quali ingannano in comune i loro cittadini, e rompono la fede a’ loro amici, che alcuna volta per quella medesima sieno puniti, e portino pena de’ peccati commessi. L’ordine de’ nove di Siena, avendo per lungo tempo ingannati e detratti dagli ufici del comune con malo ingegno i loro cittadini, come già abbiamo narrato, e tradito il comune di Firenze nel cospetto dell’imperadore, seguitando la rea intenzione della setta di Giovanni d’Agnolino Bottoni loro caporale, quando liberamente si dierono all’imperadore, credendo per quello essere esaltati, e avere abbattuto lo stato e la libertà del comune di Firenze; il comune di Firenze per la sua costanza e savia provvisione rimase grande nel cospetto dell’imperadore e privilegiato da lui, e mantenea accrescendo suo stato, la sua libertà e il suo onore. Entrato l’imperadore in Siena il martedì sera, il mercoledì vegnente, il dì dell’Annunziazione di nostra Donna, gli anni Domini 1355 a dì 25 di marzo, Tolomei, Malavolti, Piccolomini, Saracini, e alcuno de’ Salimbeni, contrari a Giovanni d’Agnolino Bottoni loro consorto, con seguito del minuto popolo levarono il romore nella città, dicendo: Viva l’imperadore, e muoiano i nove e le gabelle: e in questa furia furono morti due cittadini: e corsi alle case del capitano della guardia, e trovandolo gravemente malato in sul letto, rubarono tutto l’ostiere e ciò che aveva la famiglia, e l’arme e’ cavalli, e lasciato il capitano in sulla paglia in terra, in poch’ore appresso morì: e di là corsono al palagio de’ nove, e cacciatine in furia i nove e la loro famiglia vi misono l’imperadore, e feciono mandare per la cassa dov’erano insaccati i cittadini dell’ordine de’ nove e gli altri loro uficiali, e usando la loro besseria, con grande dirisione la feciono tranare per la terra, andandola scopando, e poi impetrato il comandamento dall’imperadore l’arsono con gran romore in sul campo, e appresso tutti gli atti e ordini de’ nove, e tutti gli ufici della città; e le persone di coloro ch’aveano avuti gli ufici furono in persecuzione e in pericolo grande nella cittadinanza, come leggendo si potrà trovare.

CAP. LXXXII. Di quello medesimo.

Avendo veduto l’eletto imperadore il romore e le novità fatte nella città di Siena con dimostrazione d’esserne stato contento, con poco onore dell’imperiale fama, il seguente dì fece ragunare tutti i cittadini a parlamento; e quando gli ebbe ragunati, fece separare i grandi dal popolo, e i popolani maggiori dal minuto popolo, e a catuno per se fece fare un sindaco con pieno mandato a sottomettersi da capo liberamente senza alcuno eccetto, e da capo si diedono all’imperadore, sottomettendo all’imperiale signoria il comune, il popolo, e la città, e il contado, e il distretto e la giurisdizione di Siena, dandogli in tutto il misto e mero imperio di quella città, contado e distretto: e incontanente licenziati tutti gli uficiali e rettori della terra ne fece suo vicario l’arcivescovo di Praga: e fatta pigliare la tenuta e la guardia di tutte le loro terre e castella, per decreto cassò, e annullò, e vietò in perpetuo l’uficio e ordine de’ nove. Coloro ch’erano stati di quell’ordine, villaneggiati da’ cittadini, veggendosi a pericolo stando nella terra, chi se n’andò in una parte e chi in un’altra partendosi della città; ed essendo dalle loro vicinanze con giusta infamia guardati come traditori della propria patria e de’ loro vicini, con grande vituperio traevano la loro vita nell’altrui terre.

CAP. LXXXIII. Il modo trovò il comune di Firenze per avere danari.

E’ non sarebbe da fare memoria di quello che seguita, se il modo col quale il comune di Firenze ebbe i danari con agevolezza non ce ne sforzasse, per buono esempio delle cose avvenire. Incontanente che l’imperadore fu riposato in Siena, i Fiorentini non aspettando il termine della prima paga, gli mandarono contanti a Siena fiorini trentamila d’oro, i quali si pagarono a dì 27 di marzo 1355; della qual cosa l’imperadore si tenne molto contento, perocchè li vennono a gran bisogno, perchè era in su l’andare da Roma, e avea necessità di provvedere a’ suoi baroni per aiuto alle spese. Il comune di Firenze per avere questi danari e gli altri, ordinò nella città a’ suoi cittadini un estimo che si chiamò la sega, che fu posto a’ cittadini per casa certi danari il dì: e fatta la sega, si fece pagare soldi quindici per ogni danaio, e catuno pagava questa piccola somma a colta. Nondimeno, perchè i meno possenti parevano troppo gravati a rispetto degli altri, il comune elesse d’ogni gonfalone certi uomini, e commise loro ch’abbattessono il quarto di quello che montava la loro sega sgravandone gl’impotenti; e questo si fece subito e comunalmente bene: e però appresso la detta paga si raccolse un’altra volta a soldi trenta il danaio per modo, che in termine di due mesi, o in meno, ebbono contanti i fiorini centomila che si diedono all’imperadore, senza andare alcuni esattori per la città, o essere alcuno gravato per forza. È vero che leggi s’ordinarono per lo comune, che chi non pagasse la sega per se o altri per lui non potesse avere uficio di comune, nè dovesse essere udito in alcuno uficio in suo beneficio: e ordinò il comune, che catuno che prestasse danari di questa sega, fosse in certo tempo assegnato in su le sue gabelle con provvisione a dieci per centinaio l’anno: e per questo molti cittadini mobolati pagavano per chiunque volea dar loro alcuno vantaggio, e così gl’impotenti per piccola cosa che si cavavano di borsa trovavano chi pagava per loro e prendevano l’assegnamento. Il comune mantenne la fede di pagare a’ termini ch’avea promesso, e però a molti cittadini era grande guadagno, e agli altri non era gravezza; e per questo, quanti danari fossono bisognati al comune avea senza alcuna fatica, e il merito che pagava tornava nelle mani de’ suoi cittadini, non però senza alcuna invidia. Abbianne fatta questa memoria per li tempi avvenire, a dimostrare quanto è utile al soccorso della repubblica mantenere il comune la fede a’ suoi cittadini, e quanto bene seguita al comune l’ordine di restituire le prestanze: perocchè nella nostra ricordanza è di veduta, che il comune soleva fare libbre ed imposte le quali generavano molte mortali nimicizie tra’ cittadini, perocchè si facevano disordinatamente sconce, e se pure ventimila fiorini imponeva il comune, più di cento case se n’abbattevano in Firenze, e recavansi i beni tra quelli de’ rubelli per cessanti delle fazioni del comune, e i cittadini erano pegnorati o presi, e molti s’uscivano in bando per le dette cagioni, e gli esattori e’ messi se n’andavano per loro col quarto dell’imposta, in grave confusione della cittadinanza.

CAP. LXXXIV. L’ordine diede l’imperadore agli Aretini.

Gli ambasciadori del comune d’Arezzo avendo sostenuto molte battaglie in giudicio da’ Tarlati e dagli Ubertini nell’udienza dell’imperadore e del suo consiglio, che domandavano di volere tornare nella loro città d’Arezzo, e avendoli gli ambasciadori convinti con ragione come non erano degni di tornare cittadini in quella città, dov’avevano per loro sfrenata potenza usate le tirannie manifeste e l’ingiuste operazioni, per le quali aveano per più riprese fatto manifesto all’imperadore e al suo consiglio, che quello comune sosterrebbe innanzi ogni altro pericolo di fortuna, che coloro consentissono di rimettere nella città sotto alcun patto. L’imperadore avendo assai sostenuto a riceverli in servigio de’ Tarlati e degli Ubertini, vedendo la giusta costanza degli ambasciadori, diliberò che tutti i cittadini non ribelli di quello comune raccomunassono gli ufici, e che tanti vi fossono de’ ghibellini quanto de’ guelfi; ma che le due castella della città si guardassono solo per i guelfi, com’erano usate di guardare, per più fermezza dello stato della città; e che catuno dovesse avere il frutto de’ suoi propri beni, e non potessono domandare altro a quello comune. Gli ambasciadori col sindacato del loro comune gli feciono la sommessione di quello comune e l’omaggio, promettendoli ogni anno per censo fiorini quattrocento d’oro del mese di marzo: e oltre a ciò gli donarono per aiuto alla sua coronazione fiorini cinquemila d’oro, e l’imperadore futuro per suoi privilegi reali privilegiò loro tutto il contado: e questo fu fatto nella città di Siena all’uscita del mese di marzo 1355.

CAP. LXXXV. Come fu preso Montepulciano dalla casa de’ Cavalieri.

Essendo per lunga esperienza certificati messer Niccolò e messer Iacopo de’ Cavalieri di Montepulciano, che la loro discordia gli avea abbattuti della signoria, e cacciati in esilio della loro terra e della città di Siena, si ridussono a pace e a concordia; e innanzi che il bollore del popolo sanese s’acchetasse in fermo stato, messer Niccolò di volontà di messer Iacopo suo consorto tornò in Montepulciano, ricevuto da’ terrazzani che dentro v’erano con allegra faccia, perocchè volentieri tornavano al loro antico reggimento: nondimeno la rocca ch’era in mano e in guardia de’ Sanesi non potè avere. La novella venne a Siena di presente dov’era l’imperadore, e messer Iacopo de’ Cavalieri ch’era di ciò avvisato, avendo in sua compagnia alquanti grandi uomini di Siena, incontanente fu in presenza dell’imperadore, e informollo pienamente del manifesto torto che il popolo di Siena avea fatto loro, non attenendo i patti nè le convenienze ch’aveano promesse per la corrotta fede de’ nove; e que’ grandi cittadini ch’erano con lui feciono chiaro l’imperadore che quello che diceva era in fatto vero: e però in quello stante, quanto ch’e’ s’avesse altro in cuore, disse ch’era contento che tenessono la terra di Montepulciano come suoi vicari; e il terzo dì appresso, cavalcando l’eletto verso Roma, volle andare a desinare nella terra. I signori allegramente gli apparecchiarono la desinea; e com’ebbe mangiato ne menò seco a Roma l’uno e l’altro, e nella terra mise altra gente alla guardia: ed essendo in Roma, e sentendo alcuna cosa contro a messer Niccolò, o che per sospetto si movesse, il fece citare, ed egli ingelosito per sospetto della sua persona si partì di Roma, senza comparire e senza prendere comiato.

CAP. LXXXVI. Come il papa riprese in concistoro certi dissoluti cardinali.

Il cardinale di Pelagorga di Guascogna baldanzoso e superbo, non meno per la potenza dei suo legnaggio che per lo cappello rosso, oltre a molte grandi e sconce cose fatte per la sua arroganza, singolari nella corte di Roma, in questi dì del mese di marzo, nella santa Quaresima, essendo per loro bisogne venuti a corte nella città d’Avignone alquanti cavalieri guasconi, disordinati, della setta sua e di suo lignaggio, senz’altra singolare cagione ne fece uccidere tre, che niuna guardia si pensavano avere a fare, non guardando alla reverenza de’ pastori di santa Chiesa, nè a’ santi giorni quaresimali. E altri giovani fatti cardinali per papa Clemente erano stati, e in questi dì erano in tanta disonesta e dissoluta vita, che niuni giovani dissoluti tiranni gli avanzavano: e intra l’altre cose (con vergogna il dico) facevano nella città a’ loro scudieri rapire le giovani donne a’ loro mariti manifestamente, e senza vergogna le teneano palesi nelle loro livree; e molte cose violenti usavano in vituperio di santa Chiesa. Onde papa Innocenzio sesto udendo molta infamia nella corte di questi cardinali, facendo dell’edima santa singolare consistoro per questa cosa, li riprese in pubblico aspramente, dicendo: Voi vi portate sì dissolutamente in vituperio di santa Chiesa, che mi conducerete a essere in parte, ch’io farò abbassare la vostra superbia; minacciandoli di tornare la corte in Italia: ma poco se n’ammendarono; e il tempo non era ancora ordinato da Dio di tornare alla sedia apostolica di Roma i suoi pontefici per l’antico peccato de’ prelati italiani, che ancora non si mostravano soperchiati dagli oltramontani.

CAP. LXXXVII. Di alcuna novità di Pisa per gelosia.

Essendo l’imperadore a Siena, era in Pisa rimaso un suo vicario con seicento cavalieri tedeschi: i Pisani per le divisioni e per l’invidia delle loro sette mormoravano l’uno contro l’altro, e catuno contro all’imperadore. Il vicario per reprimere la volontà de’ malcontenti, e per accrescersi favore del minuto popolo ch’era tutto imperiale, a dì 29 di marzo 1355 fece improvviso a’ Pisani di subito armare tutte le sue masnade tedesche, e con loro insieme corse tutta la città gridando, viva l’imperadore, e il popolo rispondea per tutte le contrade, viva l’imperadore; e senza alcuna altra novità fare s’acquetarono: e tornati a’ loro alberghi puosono giuso l’armi, e a’ Pisani delle sette crebbe il mal volere contro all’imperadore.

CAP. LXXXVIII. Della gente che i Fiorentini mandarono con l’imperadore.

L’eletto imperadore volendo andare a prendere la corona a san Piero a Roma, si pensò, che non ostante la sua copiosa compagnia, grande sicurtà gli sarebbe per tutto ad avere in sua condotta l’insegna del comune di Firenze, e alla guardia della sua persona de’ suoi cittadini con parte della loro gente d’arme; e però richiese i Fiorentini che gli mandassono de’ loro cavalieri dugento con l’insegna del comune, e con alcuni cittadini alla sua compagnia. Il comune elesse di presente due cittadini, uno grande e uno popolare, ambedue cavalieri, e dugento barbute di gente eletta molto bene montati e armati nobilemente, e bene guerniti di robe e d’arnesi, e diedono l’insegna del popolo, il giglio e il rastrello, senza alcuna aguglia: e giunti a Siena, l’imperadore li ricevette graziosamente, e costituilli alla guardia del suo corpo, perocchè gran confidanza avea de’ Fiorentini, e tra tutta sua gente non avea altrettanti cavalieri sì bene a cavallo nè sì bene armati: e in sua compagnia andarono, e stettono, e tornarono da Roma infino alla città di Siena, e ivi licenziati dall’imperadore si tornarono a Firenze. Abbiamo di questa lieve cosa fatta memoria, non tanto per lo fatto, quanto che fu cosa disusata e strana per lunghi tempi passati, vedere l’insegna del comune di Firenze a guardia dell’imperadore.

CAP. LXXXIX. Come l’imperadore si partì da Siena.

Avendo l’imperadore veduto la subita revoluzione fatta per i cittadini di Siena, d’avere disfatto e abbattuto il loro antico reggimento e l’ordine de’ nove, avendo di presente ad essere a Roma il dì della Pasqua della santa Resurrezione a dì 5 d’aprile, prese sospetto di lasciarla in libertà, e lasciovvi l’arcivescovo di Praga cui n’avea fatto vicario, prelato di grande autorità, e sperto delle cose del mondo, e pro’ e ardito in fatti d’arme, e in sua compagnia e per suo consiglio lasciò il signore di Cortona, e i Tarlati d’Arezzo, e’ conti da Santafiore, e più altri caporali di parte ghibellina, mostrando più confidanza in loro che nelle case guelfe di Siena, che liberamente gli aveano data la signoria di quella città: per la qual cosa i gentili uomini di quella terra e i popolani grassi molto si turbarono e rimasono malcontenti, benchè in apparenza allora non ne feciono dimostrazione; e a dì 28 di marzo 1355 l’eletto si partì da Siena, e seguitò a gran giornate il suo viaggio, e infino alla sua tornata i Sanesi vivettono senza niuno loro ordine sotto il volontario reggimento del vicario.

CAP. XC. Della gran compagnia ch’era in Puglia.

In questo tempo, all’entrare d’aprile del detto anno, la compagnia del conte di Lando era cresciuta nel Regno in quattromila barbute, e in molti masnadieri, e in grande popolo di bordaglia, e tenendo loro campi sopra Nocera e sopra Foggia correvano la Puglia piana predando e pigliando uomini e femmine, e bestiame e roba ovunque ne poteano giungnere, e strignevano per paura i casali e le ville a portare vittuaglia al campo. Nel paese faceano danno assai; ma niuna terra murata poterono acquistare, perocchè non aveano argomenti da vincerle per battaglia, e per la fede ch’aveano rotta a quelli del Guasto quando si dierono loro, niuna terra si volea più confidare alle loro promesse, ma tutte s’erano armate e afforzate alla difesa. Stando la compagnia per questo modo in Puglia, il re Luigi poco mostrava che si curasse della compagnia, e meno del danno de’ suoi sudditi, con mancamento di suo onore, perocchè nè aiuto nè consiglio dava loro: ma in questi dì mandò messer Niccola Acciaiuoli di Firenze suo grande siniscalco al legato, per trattare pace da lui a messer Malatesta da Rimini, e ambasciadore all’imperadore, e appresso al comune di Firenze, per avere da catuno aiuto di gente contro alla compagnia, e per sentire la volontà e ’l processo dell’imperadore: ma da se nel Regno niuna provvisione fece, fuori che festeggiare e danzare con le donne, in detrimento della sua fama.

CAP. XCI. Come il gran siniscalco cambiò sua fama in Firenze.

Noi avremmo volontieri trapassato quello che seguita senza memoria, se senza potere essere incolpato d’adulazione per tacere l’avessimo potuto fare. Il grande siniscalco del re Luigi partitosi dalle mollizie del suo signore, e inviscato da quelle, venne al legato in Romagna, e cercato secondo la commissione a lui fatta dal re Luigi di tentare la pace dal legato a messer Malatesta da Rimini, non ebbe autorità di poterla in alcuno atto disporla: e partitosi dal legato, venne a Siena all’imperadore, e spuosegli la sua ambasciata, dal quale fu ricevuto graziosamente per amore del re, e ancora della sua persona, perocch’era cittadino popolare di Firenze, e vedevalo montato in cotanta dignità, e a Roma il menò con seco, e fu alla sua coronazione: e tornato a Siena con lui senza avere impetrata alcuna cosa di sua domanda, se ne venne a Firenze del mese d’aprile del detto anno, con grande comitiva di baroni e di cavalieri napoletani, giovani ornati di diverse e strane portature, e abiti di loro robe, con maravigliosi paramenti d’oro e d’argento, e di pietre preziose e di perle, e in Firenze cominciò a fare molti conviti, e continovolli lungamente in città e in contado, avendo le giovani donne le quali faceva invitare con grande istanza sera e mattina a’ suoi corredi, e tutto dì le tenea in danza e in festa co’ suoi cavalieri; le quali femminili mollizie molto nella patria indebolirono la sua fama; e considerando i cittadini il tempo nel quale la compagnia tribolava il Regno, e le novità dell’imperadore, e le mutazioni degli stati delle città e delle terre di Toscana, e la nuova gravezza, e sollecita provvedenza e guardia ch’avea il suo comune di Firenze, facevano manifesto che allora bisognavano cose virtuose e virili, e non disoneste mollezze di donne. Crediamo che il male esempio del suo signore, e la vanità che ’l movea a accattare benevolenza de’ giovani e vani baroni e cavalieri ch’erano con lui gli feciono dimenticare le sue usate virtù, e la fortezza del suo animo. E per merito di questo, avendo domandato al suo comune per parte del re alcuno sussidio di gente d’arme contro alla compagnia, cosa che altra volta si sarebbe fatta senza domandare, per più riprese gli fu negata; potendo conoscere che poco onore della sua città riportò al re suo signore contra l’usato modo: e dove la sua persona era per addietro nominatissima in altezza d’animo e in molte virtù, per la vana mollezza femminile, a questa volta nella sua patria recò in memoria de’ suoi cittadini la detestabile vita di Sardanapalo.

CAP. XCII. Come l’imperadore giunse a Roma.

Carlo nominato nel battesimo Vincislao, figliuolo del re Giovanni, figliuolo dell’imperadore Arrigo di Luzimborgo re di Boemia, eletto imperadore, giunto a Roma il giovedì santo, entrò nella città sconosciuto, e a modo di romeo vestito di panno bruno con molti suoi baroni, e andò il venerdì e il sabato santo a vicitare le principali chiese di Roma in forma di pellegrino, e per modo che da niuno forestiero o paesano potea essere conosciuto chi fosse l’imperadore: e la mattina innanzi dì, vegnente la Resurrezione, uscì di Roma con la maggiore parte della sua gente, per entrare la mattina della santa Pasqua palesemente in Roma, per venire alla sua coronazione manifestamente. Il popolo di Roma per ordine de’ loro Rioni, co’ suoi principi e con tutto il chericato con solenne processione gli uscirono incontro fuori della città, e trovaronlo apparecchiato; e fattogli la debita salutazione e reverenza, con somma allegrezza e festa, e con grande moltitudine di cavalieri romani e paesani e strani, oltre alla sua cavalleria, condussono lui innanzi e l’imperatrice appresso nella città di Roma, e menaronlo alla Basilica del principe degli Apostoli san Piero, la mattina innanzi la messa, e là smontati. Qui si faccia fine al nostro quarto libro, per fare cominciamento al quinto della sua coronazione.