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Cronica di Matteo Villani, vol. 2 / A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna cover

Cronica di Matteo Villani, vol. 2 / A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna

Chapter 53: CAP. LII. Come i Perugini feciono pace co’ Cortonesi.
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About This Book

The chronicle recounts political and military maneuvering in mid-14th-century Italy, focusing on the expansion of a powerful archbishop's influence across Lombardy and parts of Tuscany and Emilia, his networks of allied cities and nobles, and the responses of Tuscan communes. It describes the archbishop's diplomatic and financial efforts at the papal court to obtain reconciliation and control of Bologna, the pope's proposal to the Tuscan communes offering peace, alliance, or imperial intervention, and the eventual annulment of proceedings against the archbishop after lavish gifts and political pressure, illustrating shifting loyalties, factional leagues, and the interplay between ecclesiastical authority and communal liberty.

CAP. XLI. Come i Fiorentini fornirono Lozzole.

All’uscita di novembre del detto anno, i Fiorentini, avendo con battifolli stretto il castello di Lozzole per la forza degli Ubaldini nel Podere, mandarono dugento cavalieri e millecinquecento masnadieri col vicario di Mugello nell’alpe, e presono in sul giogo dell’alpe il poggio di Malacoda e quello di Vagliana, e fecionli guardare a’ fanti a piè e a’ cavalieri, e con seicento masnadieri tennero i Prati: e eletti cento buoni masnadieri condussono il fornimento colla salmeria, e rotti quelli del battifolle che voleano contrastare il passo, per forza gli rimisono dentro, e la roba condussono nel castello. Certi villani del paese, pochi e male armati, con trenta femmine ch’aveano con loro saliti in alcuna parte sopra Malacoda, gridavano contro a’ masnadieri ch’erano a quella guardia, e le femmine urlavano sanza arresto; i codardi masnadieri mandarono per soccorso al vicario messer Giovanni degli Alberti, il quale vi mandò cinquanta cavalieri, i quali si rimasono nella piaggia; il castello era fornito, e l’animo della gente codarda era di tornare in Mugello; que’ di Malacoda non vedendo venire soccorso, impauriti delle grida delle femmine abbandonarono il poggio, fuggendo alla china. I fanti degli Ubaldini, ch’erano settanta per novero, gli cominciarono a seguire, e lasciare i palvesi per essere più spediti, e le trenta femmine seguitavano rinforzando le grida: allora tutta l’oste si mosse senza attendere l’uno l’altro dirupandosi e voltolandosi per le ripe. Il vicario fu il primo che portò la novella della rotta alla Scarperia. L’altra parte de’ masnadieri ch’erano a Vagliano, sentendo fuggiti il capitano, e’ cavalieri e’ pedoni de’ Prati e di Malacoda, si diedono a fuggire sanza essere incalciati. I cento fanti ch’aveano fornito il castello, sentendo fuggita l’oste d’ogni parte, vigorosamente stretti insieme, essendo usciti quelli del battifolle contro a loro, per forza gli rimisono nel battifolle, e tornaronsi nel castello, e di nuovo il rifornirono di legne: e poi l’altro dì, bene acconci e avvisati alla loro difesa, se ne tornarono a salvamento. Degli altri rimasono prigioni centoventi cavalieri, e più di trecento pedoni; morti n’ebbe pochi. Questa fu più notabile fortuna che gran fatto. Ha meritato qui d’essere notata per esempio della mala condotta, che spesso i vinti fa vincitori, e i vincitori vinti. Nella nostra città, in questi tempi, di così fatti falli non si tenea ragione, però spesso ricevea vituperoso gastigamento.

CAP. XLII. Maraviglie fatte a Roma per una folgore.

Non senza cagione di singulare ammirazione vegnamo a fare memoria, come a dì 11 del mese di dicembre, già il cielo sgravato da impetuoso caldo solare, che suole nell’aria naturalmente generare folgori e tempeste, una disusata fortuna di venti e di tuoni turbò l’aria, e in quella tempesta una folgore cadde in Roma, e percosse il campanile di san Piero, e abbattè la cupola e parte del campanile, e tutte le grandi e nobili campane ch’erano in quello fece cadere, e trovaronsi quasi tutte fondute in quello punto, come fossono colate nella fornace. Questa pare una favola a raccontare, ma fu manifesto a molti che ’l vidono, da cui ne avemmo chiara e vera testimonianza. E molti il recarono in segno ovvero prodigio della seguente materia.

CAP. XLIII. Come morì papa Clemente sesto, e di sue condizioni.

In questi dì, essendo malato papa Clemente sesto nella città d’Avignone in Provenza d’una continua, ond’era giaciuto sei dì, la notte vegnente la festa di santo Niccola, a dì 5 di dicembre, passò di questa vita, avendo tenuto il papato anni dieci e mesi sette. Costui fu natìo di Francia, e arcivescovo di Rouen, e grande amico e protettore del re Filippo di Francia, e per lui, innanzi al papato e poi che fu papa, assai cose fece; e a papa Giovanni venne per suo ambasciadore, e nella persona del detto re promise e giurò che farebbe il passaggio d’oltre mare. Costui fatto papa non restò di fare quanto il detto re seppe domandare, e molto scopertamente. Nella guerra ch’ebbe col re d’Inghilterra prese la parte del re di Francia, e assai vi consumò del tesoro di santa Chiesa. Larghissimo papa fu di dare i beneficii di santa Chiesa, e tanti ne stribuì a spettanti l’uno appresso l’altro, che non si trovava chi più ne domandasse, sanza il beneficio dell’Anteferri. Il suo ostiere tenne alla reale con apparecchiamento di nobili vivande, con grande tinello di cavalieri e scudieri, con molti destrieri nella sua malistalla. Spesso cavalcava a suo diporto, e mantenea grande comitiva di cavalieri e scudieri di sua roba. Molto si dilettò di fare grandi i suoi parenti, e grandi baronaggi comperò loro in Francia. La Chiesa rifornì di più cardinali suoi congiunti, e fecene de’ sì giovani e di sì disonesta vita, che n’uscirono cose di grande abominazione; e certi altri fece a richiesta del re di Francia, fra i quali anche n’ebbe de’ troppo giovani. A quel tempo non s’avea riguardo alla scienza o alle virtù, bastava saziare l’appetito col cappello rosso. Uomo fu di convenevole scienza, molto cavalleresco, poco religioso. Delle femmine assendo arcivescovo non si guardò, ma trapassò il modo de’ secolari giovani baroni: e nel papato non se ne seppe contenere nè occultare, ma alle sue camere andavano le grandi dame come i prelati; e fra l’altre una contessa di Torenna fu tanto in suo piacere, che per lei facea gran parte delle grazie sue. Quando era infermo le dame il servivano e governavano, come congiunte parenti gli altri secolari. Il tesoro della Chiesa stribuì con larga mano. Dell’italiane discordie poco si curò; e l’impresa fatta a sua stanza contro al tiranno di Bologna in sul buono abbandonò, e della vergogna di santa Chiesa non si fece coscienza, ma per i molti danari che l’arcivescovo di Milano largamente sparse ne’ suoi parenti e nel re di Francia ogni cosa gli perdonò, e intitolollo per la Chiesa vicario di Bologna. Vacò la Chiesa tredici dì. La cometa Nigra pronosticò la sua morte, la folgore di san Piero a Roma la sua fama consumata nel vile metallo.

CAP. XLIV. Come fu fatto papa Innocenzio sesto.

Dopo la morte di papa Clemente sesto, i cardinali rinchiusi in conclave sentendo che il re di Francia s’affrettava di venire a Avignone per avere papa a sua volontà, la qual cosa non gli potea mancare, tanti cardinali aveva a sua stanza e di suo reame, ma non ostante che tutto il collegio de’ cardinali fosse stato al servigio del detto re, tuttavia per la riverenza della libertà di santa Chiesa, vollono innanzi avere fatto papa di loro movimento, che a stanza del re di Francia. E però di presente presono accordo tra loro, ed elessono a papa il cardinale d’Ostia nativo di Limogi, il quale era stato vescovo di Chiaramonte, uomo di buona vita, e di non grande scienza, e assai amico del re di Francia; la sua fama infra gli altri era di semplice e buona vita, e antico d’età; e fecesi ne’ papali palagi in Avignone a dì 28 di dicembre, gli anni Domini 1352. Prese l’ammanto di san Piero e la corona del regno, e ne’ suoi principii ragionò d’ammendare la disonestà della corte, e fecene alcune buone costituzioni, e fecesi chiamare papa Innocenzio sesto.

CAP. XLV. Come usciti di prigione i reali del Regno s’arrestarono a Trevigi.

In questo anno del mese di novembre, essendo liberati di prigione messer Ruberto Prenze di Taranto, e messer Luigi di Durazzo dal re d’Ungheria, se ne vennono a Vinegia; e ricevuto onore da quello comune, se n’andarono a Trevigi, e ivi attesono gli altri loro due fratelli messer Filippo di Taranto, e messer Ruberto di Durazzo. Il re d’Ungheria volle che i primi due reali essendo in loro libertà facessono certe obbligazioni, le quali non furono palesi, ma certo fu che a Trevigi vennero a loro ambasciadori del re d’Ungheria, e che da loro presono certe obbligazioni. E per avere questo tenne gli altri due fratelli tanto, che gli ambasciadori furono da Trevigi tornati in Ungheria colle cautele pubbliche di quello ch’elli aveano promesso, e allora furono licenziati messer Filippo di Taranto, e messer Ruberto di Durazzo, e vennonsene a Trevigi agli altri loro fratelli. E partiti di là se ne vennono a Ferrara, e appresso a Forlì, ricevuti in catuna parte a grande onore. E stando in Romagna, mandarono a Firenze per volere valicare nel Regno per la nostra città, e per lo nostro contado, ove si pensavano potere venire confidentemente a grande onore. Certi cittadini potenti, parziali di setta cittadinesca, che allora reggevano il comune, vietarono la loro venuta nella città, e il passo per lo contado, cosa incredibile a narrare, considerato l’antico e incorrotto amore di quella casa reale al nostro comune, e il sangue loro mescolato con quello de’ cittadini di Firenze, sparto nelle nostre battaglie in difensione di quella città, e ora vieta loro il passo per lo suo distretto, uomini usciti di prigione, senza arme e senza comitiva. Io mi vergogno a scrivere che quello che il nostro comune spesso concede a’ nemici fosse vietato a costoro. Se il comune ci avesse fallato, sarebbe detestabile cosa a trovare memoria di cotanta ingratitudine: ma considerata la singolare vilezza delle cittadine sette, figura della sfrenata tirannia, non è cosa maravigliosa. I reali non senza giusta cagione sdegnati presono altra via, e capitarono a Roma.

CAP. XLVI. Di novità state in Sangimignano.

Ricordandoci de’ due fratelli dicollati degli Ardinghelli di Sangimignano, ci occorre come i loro consorti tennono che ’l fatto fosse per operazione de’ Salvucci di quella terra, onde i detti Ardinghelli provveduti d’aiuto di loro parenti e amici, a dì 20 di dicembre del detto anno levarono romore nella terra, e seguitati dalla maggior parte del popolo corsono alle case de’ Salvucci in su la piazza della pieve, e trovandoli sprovveduti alla difesa, senza fare resistenza furono cacciati di Sangimignano, e le loro case rubate e arse, e di tutti i loro seguaci; e la terra ch’era in guardia del comune di Firenze tennono per loro, temendo di non essere puniti del malificio commesso. I Salvucci cacciati co’ loro seguaci il dì della pasqua di Natale se ne vennono a Firenze, domandando l’aiuto del comune, sotto la cui guardia erano rubati e cacciati della loro terra. Dall’altra parte gli Ardinghelli col titolo e coll’autorità del comune mandarono ambasciadori a Firenze, dicendo, ch’aveano cacciati i ghibellini di Sangimignano, e la terra teneano a onore del comune di Firenze e di parte guelfa; e dove il comune l’avea per piccolo tempo, la voleano dare per maggiore, ove delle cose fatte non si facesse alcuna vendetta, e che i loro nimici non fossono rimessi nella terra. Il comune tenne sospeso un pezzo, cercando se modo v’avesse d’accordo, ma continovo cresceva la mala disposizione, diffidandosi gli Ardinghelli e i loro seguaci d’avere remissione di quello ch’aveano commesso, e aveano d’intorno a loro di mali consigliatori; onde per la contumace e per l’impotenza poco appresso ne seguì la suggezione di quella terra, come a suo tempo racconteremo.

CAP. XLVII. Come i comuni di Toscana mandarono solenni ambasciadori a Serezzana a trattare pace.

Avvegnachè ne’ cominciamenti poca fede si prendesse per li Fiorentini e per gli altri comuni di Toscana della pace coll’arcivescovo di Milano, nondimeno avendo trattato prima co’ religiosi, e poi con abboccamento d’altri ambasciadori, e trovandosi convenienza alla pace, si ordinò più solenne ambasciata di tutti i comuni, i quali si convennono a Firenze, e in segreto si conferì la sostanza de’ patti; e il simigliante fece l’arcivescovo co’ suoi e con gli ambasciadori de’ ghibellini d’Italia, che concorrevano alla detta pace. E catuno comune diede libertà a’ suoi ambasciadori di potere fermare la concordia. E poi, il primo dì di gennaio del detto anno, andarono a Serezzana per dare compimento alla detta pace.

CAP. XLVIII. Di grandi tremuoti vennono in Toscana e in altre parti.

A dì 25 di dicembre del detto anno, in sul vespro, furono grandi terremuoti, i quali abbatterono al Borgo a san Sepolcro una parte degli edifici della terra, con danno di bene cinquecento tra uomini e femmine e fanciulli morti. E la rocca d’Elci in su’ confini tra Arezzo e il Borgo subissò con que’ viventi che v’erano a guardarla per l’arcivescovo di Milano. E sollevati i tremuoti alquanti dì, poi a dì 31 del detto mese, la notte, vegnente la mattina di calen di gennaio in sul mattutino, rinnovellarono maggiori terremuoti. E alla detta terra del Borgo furono sì terribili, che quasi tutti gli edifici di quella terra fece rovinare, nel cui scotimento, per la notte e per le ruine d’ogni parte, pochi ne poterono campare, fuggendosi ignudi negli orti e nelle piazze della terra, e quasi la maggiore parte de’ terrazzani e de’ forestieri che v’erano feciono delle case sepoltura a’ lacerati corpi, e molti magagnati e mezzi morti stettono parecchi dì senza aiuto sotto le travi e’ palchi e altre concavità fatte dalla ruina, e assai ne morirono che sarebbono campati se avessono avuto soccorso. Le mura della terra da ogni parte caddono: e di vero gran pietà fu a vedere l’eccidio di cotanti cristiani involti in così aspro giudicio dalla loro morte, che fatto conto, più di duemila uomini d’ogni sesso spirarono sotto quelle rovine. E non è da lasciare senza memoria quello ch’avvenne loro per essere sotto la tirannia, che per paura de’ primi terremuoti erano usciti della terra e stavano a campo, e sarebbono campati, ma per tema della terra messer Piero Sacconi, e Nieri da Faggiuola col vicario dell’arcivescovo vi cavalcarono, e per forza costrinsono i terrazzani e’ soldati a ritornare nella terra. Alcuni favoleggiando dissono, che questo fu singolare sentenza di Dio, perchè costoro furono i primi in Toscana che diedono ricetto alla gente del gran tiranno arcivescovo di Milano, in confusione de’ loro circostanti; e tutte le prede indebitamente tolte a’ loro vicini comperavano per niente, ingrassando e arricchendo di quelle indebitamente, non avendo i detti terremuoti fatto alcuno danno in Toscana.

CAP. XLIX. Come i Sanesi andarono a oste a Montepulciano.

Essendo i signori della casa de’ Cavalieri di Montepulciano divisi e cacciati l’uno l’altro, come addietro è dimostrato, quelli ch’erano rimasi signori teneano l’amistà de’ Perugini, e gli usciti quella de’ Sanesi, onde avvenne che i Sanesi volevano che la terra tornasse al governamento del popolo; e temendo coloro che la reggevano per lo movimento de’ Sanesi, si fortificarono con aiuto di gente d’arme de’ Perugini, e per questo i Sanesi cominciarono a cavalcare sopra loro. E i terrazzani colle masnade de’ Perugini e de’ loro soldati s’aiutavano francamente, facendo vergogna alla cavalleria de’ Sanesi, e per questo presono sdegno contro a’ Perugini. E del comune di Firenze si dolsono, perchè richiesti a questa impresa non vollono contro agli amici loro guelfi dare loro aiuto. E tanto montò l’altezza dello sdegno de’ Sanesi, che si fornirono di gente d’arme a piè e a cavallo, e misonsi all’assedio di Montepulciano, e quello continovarono infino al maggio seguente 1353, e strinsonlo con battifolli; e’ Perugini per non dispiacere a’ Sanesi ne ritrassono la gente loro. I Fiorentini e’ Perugini mandarono gli ambasciadori a trovare modo di pace e di concordia tra ’l comune di Siena e quello di Montepulciano, i quali vi dimorarono lungamente, innanzi che potessono recare le parti a concordia. E perocchè nel detto tempo altre cose occorsono, conviene per dare parte a loro alquanto soggiornare alla presente materia.

CAP. L. Come Gualtieri Ubertini fu decapitato.

In questo medesimo mese di dicembre fu preso in un aguato da’ soldati del comune di Firenze, a Civitella del vescovo d’Arezzo, Gualtieri figliuolo di Bustaccio degli Ubertini, giovane di grande fama, valoroso e pro’, e di grande aspetto e seguito, il quale per comandamento del comune fu menato a Firenze: e credendosi campare, trovandosi il bando generale di tutti quelli della casa degli Ubertini per la loro ribellione, la vigilia di Natale fu dicollato, di cui gli Ubertini riceverono gran danno, perocchè troppo era giovane di buono aspetto. A costui fu tagliata la testa dirimpetto allo spedale di sant’Onofrio; e messo il corpo nella cassa in due pezzi, e portandosi alla chiesa di santa Croce, venuto a piè del campanile di quella chiesa, per spazio d’una saettata di balestro o più il corpo si dibattè, e aperse le giunture della cassa con tanto dicrollamento, che a pena fu ritenuta che non cadde di collo agli uomini che ’l portavano; cosa assai maravigliosa, ma fu vera e manifesta a molti, e noi l’avemmo da coloro che ’l detto corpo nella cassa portarono, uomini degni di fede.

CAP. LI. Come il duca d’Atene assediò Brandizio.

In questi dì, avendo il re Luigi fatta certa richiesta di baroni del Regno, fra gli altri vi venne messer Filippo della Ripa di Brandizio, ricco d’avere e di piccola nazione, da cui il re con finte cagioni intendea di trarre di molti danari. A costui fu rivelata l’intenzione del re, ond’egli senza congio si ritornò in Puglia. Il re fattolo da capo richiedere per contumacia, ebbe cagione di farlo bandire. Il duca d’Atene che colle sue terre gli era vicino, per torgli il suo, e per potere sotto la coverta di costui prendere Brandizio, se n’andò in Puglia; e presa licenza di procacciare di recare al fisco i beni di costui ch’era bandeggiato, raunò gente d’arme, e non sappiendo il re che procedesse per questo modo, fece di suoi Franceschi e d’altri soldati quattrocento cavalieri e millecinquecento pedoni, e andò a oste a Brandizio. I terrazzani vedendosi questa gente addosso improvviso si maravigliarono forte, e conobbono il fatto tirannesco, e di presente s’unirono alla difesa, e non lo lasciarono accostare alla città. Puosesi a campo di fuori, e cominciò a correre e fare preda per lo paese d’intorno. Sentendo questo il re Luigi si maravigliò del duca, che faceva di suo arbitrio quello che non gli era commesso, e incontanente per lettere gli mandò comandando che da Brandizio si dovesse levare: ma poco valsono i suoi comandamenti, che vi s’affermò credendosi occupare quella terra con tirannesca intenzione. Sopravvenne la tornata del Prenze di Taranto, e il re per farli onore, ch’era d’età suo maggiore fratello, sentita la volontà de’ cittadini ch’aveano amore al Prenze, così assediata glie la privilegiò; e i cittadini di concordia l’accettarono per loro signore, e allora il duca se ne levò da assedio.

CAP. LII. Come i Perugini feciono pace co’ Cortonesi.

In questo verno, sentendosi per l’Italia che a certo la pace generale si dovea fare tra i comuni di Toscana, e l’arcivescovo di Milano e’ suoi aderenti ghibellini, i Cortonesi per mostrare più liberalità a’ Perugini, e il comune di Perugia per non obbligarsi al patto della generale pace, di concordia vollono pervenire a quella, e di buona volontà feciono pace tra loro. È vero che innanzi la pace i Cortonesi non fidandosi de’ Perugini domandarono sodamenti, e il comune di Perugia a grande istanza richiese il comune di Firenze, che fosse mallevadore per lui a’ signori e al comune di Cortona di diecimila marchi d’argento, che manterrebbe a’ Cortonesi buona e leale pace. Il nostro comune mosso alle richieste di quello di Perugia, fece sindaco un suo cittadino chiamato Otto Sopiti, e per lui fece il sodamento e l’obbligagione predetta a’ signori e al comune di Cortona liberamente, come i Perugini seppono divisare.

CAP. LIII. Come il popolo di Gaeta uccisono dodici loro cittadini per la carestia ch’aveano.

Ancora lo stato dello sviato Regno non era queto dalla fortuna e in debito reggimento, essendo quest’anno generale carestia in Italia, il minuto popolo di Gaeta, avendo invidia a’ buoni e ricchi cittadini mercatanti di quella città, del mese di dicembre del detto anno si mossono a furore e presono l’arme, e furiosi corsono per la terra, a intenzione d’uccidere quanti trovare potessono di loro maggiori: e in quell’empito uccisono dodici de’ migliori che trovarono senza alcuna misericordia, grandi e onesti e buoni mercatanti; gli altri si fuggirono e rinchiusono in luoghi ove il furore del popolo non si potè stendere. Il re Luigi avendo intesa questa iniquità vi cavalcò in persona con gente d’arme per farne giustizia, e giunto in Gaeta, fece inquisizione di questo fatto; la cosa fu scusata per la furia d’alquanti, e furono presi e giustiziati de’ meno possenti; degli altri si fece composizione di moneta, e chi fu morto s’ebbe il danno, e la corte pervertì; e racquetata la cosa, il re gli ordinò, e tornossene a Napoli.

CAP. LIV. Come il papa volle trattare pace da’ Genovesi a’ Veneziani.

In questo medesimo verno, papa Innocenzio mandò al comune di Genova e a quello di Vinegia che mandassono a lui gli ambasciadori ch’erano stati a papa Clemente a trattare della loro pace, e per la morte sopravvenuta del detto papa se n’erano partiti senza essere d’accordo, perocch’egli intendea di metterli in pace giusta suo podere. I Genovesi non vollono tornare a corte, nè entrare in trattato di pace co’ Veneziani, anzi ordinarono lega e compagnia col re d’Ungheria contro a’ Veneziani. E il detto re avendo promessa compagnia co’ Genovesi mandò a Venezia al comune che gli dovesse restituire Giara, e l’altre città e terre ch’aveano occupate del suo reame nella Schiavonia. I Veneziani feciono agli ambasciadori quella savia risposta che seppono, facendosi tra loro beffe della sua domanda; nondimeno non senza paura, e con molta sollicitudine e con grande spendio fornirono a doppio, oltre all’usato, tutte le terre che teneano in quella marina.

CAP. LV. Come i Fiorentini osteggiaro Sangimignano, e fecionli ubbidire.

Addietro è narrato come quelli che reggeano Sangimignano teneano trattato col comune di Firenze, ma non fidando, non si poteano per lo comune riducere a fermezza, e il comune temendo che in questa vacillazione peggio non ne seguisse, del mese di febbraio del detto anno vi mandò messer Paolo Vaiani di Roma, allora podestà di Firenze, con seicento cavalieri e con grande popolo, i quali giunti intorno alla terra, e non avendo risposta da quelli d’entro, a volontà del nostro comune vi si misono a campo, e cominciarono a dare il guasto; ma però alcuno Sangimignanese o loro gente d’arme non uscirono fuori per fare alcuna resistenza o altra vista, ma dopo il ricevuto danno vennono alla concordia, che il comune di Firenze dovesse fare la pace fra loro e gli usciti, e che d’allora gli usciti avessono i frutti de’ loro beni, ma dovessono stare fuori della terra sei mesi, e fatta la pace tra gli Ardinghelli e’ Salvucci, per lo comune di Firenze detto, e’ potessono tornare nella terra: e che il comune di Firenze oltre al termine de’ tre anni che ne dovea avere la guardia l’avesse anche cinque anni, e che per patto vi tenesse settantacinque cavalieri col capitano della guardia alle loro spese. E fatto il decreto e le cautele per i loro consigli, e ricevuto il capitano colla sua compagnia, l’oste se ne tornò a Firenze.

CAP. LVI. Come in Italia fu generale carestia.

In questo anno fu generale carestia in tutta Italia; in Firenze cominciò di ricolta a valere lo staio del grano soldi quaranta di libbre cinquantadue lo staio, e in questo pregio stette parecchi mesi: poi venne montando tanto, che andò in lire cinque lo staio, i grani cattivi e di mal peso. Le fave lire tre lo staio, e così i mochi e le vecce: il panico soldi quarantacinque in cinquanta, e la saggina soldi trenta in trentacinque. Il vino di vendemmia valse il cogno fiorini sei d’oro del più vile, e otto e dieci il migliore, e montò in fiorini quindici il cogno. La carne del porco senza gabella lire undici il centinaio; il castrone denari ventotto in trenta la libbra tutto l’anno. La vitella di latte montò danari trentadue in quaranta la libbra; l’uovo danari cinque e sei l’uno; l’olio lire cinque e mezzo in sei l’orcio, di libbre ottantacinque. Tutti erbaggi furono in somma carestia; e in que’ tempi valea il fiorino dell’oro lire tre soldi otto di piccioli. Tutti drappi da vestire, di lana, e di lino, e di seta, furono in notabile carestia, e così il calzamento. E benchè abbiamo fatto conto di Firenze, in quest’anno fu tenuto in tutta Italia che Firenze avesse così buono mercato comunalmente come alcuna altra terra. Ed è da notare, che di così grande e disusata carestia il minuto popolo di Firenze non parve che se ne curasse, e così di più altre terre; e questo avvenne perchè tutti erano ricchi de’ loro mestieri: guadagnavano ingordamente, e più erano pronti a comperare e a vivere delle migliori cose, non ostante la carestia, e più ne devano per averle innanzi che i più antichi e ricchi cittadini, cosa sconvenevole e maravigliosa a raccontare, ma di continova veduta ne possiamo fare chiara testimonianza. E quello che a altri tempi innanzi alla generale mortalità sarebbe stato tomulto di popolo incomportabile, in quest’anno continovo improntitudine e calca del minuto popolo fu nella nostra città ad avere le cose innanzi a’ maggiori, e di darne più che gli altri. E così festeggiava, e vestiva e convitava il minuto popolo, come se fossono in somma dovizia e abbondanza d’ogni bene.

CAP. LVII. Come i Romani uccisono colle pietre Bertoldo degli Orsini loro senatore.

Senatori di Roma erano il conte Bertoldo degli Orsini e Stefanello della Colonna, e dal popolo erano infamati d’avere venduta la tratta, e lasciato trarre il grano della loro Maremma, e questo era fatto per loro, non pensando che ’l grano andasse in così alta carestia. In Campidoglio si faceva il mercato a dì 15 di febbraio del detto anno, e la sù abitavano i senatori; e accoltovisi grande popolo per comperare del grano, e trovandone poco e molto caro, corsone a furore al palagio de’ senatori con le pietre in mano. Stefanello ch’era giovane fu accorto, e innanzi che il popolo moltiplicasse al palagio col furore si fuggì per una porta di dietro, e salvò la persona; il conte Bertoldo fu più tardo, e volendosi fuggire, fu sorpreso dal furore di quel popolo, e colle pietre lapidato e morto: e tante glie ne gittarono addosso, acciocchè catuno fosse partecipe a quella vendetta, che bene due braccia s’alzò la mora delle pietre sopra il corpo morto del loro senatore; e fatto questo, il popolo comportò la carestia più dolcemente.

CAP. LVIII. Come fu tagliata la testa a Bordone de’ Bordoni.

In questi dì, del mese di febbraio sopraddetto, essendo podestà di Firenze messer Paolo Vaiani di Roma, uomo aspro e rigido nella giustizia, avendo presa informazione di mala fama contro a Bordone figliuolo che fu di Chele Bordoni, antico e grande e potente popolano di Firenze, essendo questo giovane sopra gli altri leggiadro e di grande pompa, il fece pigliare per ladro, apponendogli molti furti, e tutti per martorio gliel fece confessare. I suoi consorti, ch’erano in grande stato in comune, co’ priori e collegi il difendeano, e non parea loro che il podestà il dovesse condannare a morte; il mormorio del popolo minuto era contro a lui, e ’l podestà non si volea muovere ad alcuno priego de’ signori; onde avvenne, per male consiglio, ch’e’ priori, acciocchè ’l podestà non potesse fare uficio, cassarono tutta la sua famiglia. Costui più inacerbito lasciò la bacchetta della sua podesteria a’ priori, e tornossi al palagio come privato uomo. Il mormorio si levò grande nella città contro a’ priori, e parendo loro avere fatto male, con ogni preghiera cercarono di poterlo ritenere; ma l’astuto Romano, sentendo scommosso il popolo, la notte montò a cavallo e andossene a Siena. Il popolo sentendolo partito, quasi come comunità rotta trassono al palagio de’ priori e a quello della podestà, e doleansi dicendo, che i potenti cittadini che facevano i grandi mali non voleano che fossono puniti, e i piccoli e impotenti cittadini d’ogni piccolo fallo erano impiccati, e smozzicati, e dicollati; e per questa novità fu la città in grande smovimento, operandosi l’animosità delle sette. I signori vedendo la città a cotal condizione, di subito gli mandarono ambasciadori, e con fiorini duemilacinquecento d’oro che gli diedono per suoi interessi fecionlo ritornare: e ritornato, per grazia fece dicollare Bordone, e il popolo fu racquetato.

CAP. LIX. Come si pubblicò la pace dall’arcivescovo a’ comuni di Toscana.

Gli ambasciadori de’ comuni di Toscana che furono mandati a Sarezzana per fermare la pace coll’arcivescovo di Milano, e co’ suoi aderenti ghibellini di Toscana e d’Italia, trovarono la materia sì acconcia, eziandio contro alla speranza, che di presente vi dierono fermezza, del mese di marzo 1352; e appresso, il primo dì d’aprile 1353, si piuvicò in parlamento di tutto il popolo. E quanto che catuno desiderasse pace per cagione di riposo e di fuggire spesa, niuna festa se ne fece, nè niuno rallegramento nel popolo se ne vide, quasi stimando catuno la pace del potente tiranno troppo vicino, essere più nel suo arbitrio sottoposta a inganno che a fermezza di certo riposo. Nella pace in sostanza si contenne, che generale e perpetua pace sia tra l’arcivescovo di Milano, e tutte le sue città e distrettuali, e tutti coloro che con lui furono nella guerra contro a’ Fiorentini, e’ Perugini, e’ Sanesi, e’ loro distrettuali, Pistoiesi, e Aretini, e altri simiglianti, tutti da catuna parte e aderenti loro debbano osservare buona e leale pace; e l’arcivescovo è tenuto di mettere in mano comune la Sambuca e ’l Sambucone: e fatto questo, il comune di Firenze un mese appresso debba disfare la rocca di Montegemmoli, con patto, che disfatta debba riavere le dette castella depositate; e il detto Montegemmoli non si debba per alcuna parte redificare: e che i Fiorentini debbano rendere Lozzole agli Ubaldini, e l’arcivescovo Piteccio e l’altre tenute de’ Pistoiesi; e che il comune di Firenze dee trarre di bando tutti coloro che fossono bandeggiati per quella guerra, e chiunque fosse dichiarato aderente del detto arcivescovo: patto assai pregno, e doppio, e poco accetto, la cui dichiarazione fu commessa a Lotto e a Franceschino Gambacorti di Pisa, mezzani di questa pace. Questo fu assai lieve legame di pace, avvegnachè ci si stipulasse pena fiorini dugentomila d’oro, ma per la grandezza del signore di Milano, e per la potenza de’ tre comuni che non si avvilivano per lui, rimase contenta catuna parte al legame del titolo della pace, senza altra sicurtà dimandare o prendere.

CAP. LX. L’inganno ricevette il comune di Firenze dagli sbanditi.

Il comune di Firenze in questo fatto degli sbanditi fu ingannato da’ suoi medesimi ambasciadori, de’ quali niuno si potè incolpare, ch’erano secolari, e uomini che non sapeano quello ch’e’ titoli de’ giudici portassono, e a loro non se n’aspettava alcuna cosa, ma incolpato ne fu un savio giudice e grande avvocato chiamato messer Niccola Lapi, di lieve nazione, sospetto a parte, ma per la sua scienza il comune gli commise l’ordinazione delle scritture per non essere ingannato. Costui lasciò ne’ patti un capitolo non promesso nè pensato, per lo quale tutti gli sbanditi e rubelli del comune di Firenze poteano essere ribanditi e ristituiti ne’ loro beni, e così degli altri comuni di Toscana. E il pertugio di questo titolo fu, che a’ patti s’aggiunse, che tutti gli aderenti, e parenti e seguaci di messer Carlino Tedici e de’ consorti ribelli di Pistoia, dovessono essere ribanditi, e restituiti ne’ beni di qualunque bando o condannagione ch’avessono dal comune di Pistoia, e questa fu l’intenzione vera: ma arroso fu, e di Firenze, e di Perugia, e di Siena, e dell’altre terre di Toscana, salvo chi avesse avuto bando nel tempo della guerra, essendo all’ubbidienza del comune di Pistoia: bando enorme e non parziale. Qui si comprese la malizia di questo fallo: se per errore fu commesso, grande vergogna fu al savio avvocato, se per malizia, meritò grande pena, perocchè sotto quel titolo messer Carlino faceva suo aderente cui egli voleva; e Franceschino e Lotto gli dichiaravano, e ’l savio consigliava, e ’l notaio ch’era sopra ciò cancellava; e avevane già dichiarati più di duemila, e cancellati da trecento. Ed era una mercatanzia tra tutti di grande guadagno, ma di maggiore danno e vergogna del nostro comune, e molto se ne dolevano i cittadini. Ma gli autori del fatto, con mettere paura di non conturbare la pace, ogni lingua acchetavano, e le borse si empievano. E procedendo a voto il primo fallo, un altro se n’arrose per l’avvocato già detto, contro al beneficio ricorso a utilità della patria, che i dichiaratori da Pisa aveano mandato a Firenze intorno di sedici dichiarazioni fatte nel principio in diversi dì, acciocchè a Firenze fossono per lo notaio diputato sopra ciò cancellati di bando. Le dichiarazioni furono portate al detto messer Niccola Lapi, il quale vide che per l’ordine de’ patti non se ne poteva cancellare per ragione più che quelli ch’erano dichiarati per lo primo dì, e da quel dì innanzi il comune di Firenze era libero della sua promessa. Costui di presente le rimandò a dietro, e scrisse, che non valeano dichiaragioni che facessono separate in diversi dì; e per questo avvenne, che poi quelle che si feciono, e che si mossono a fare in diversi e lunghi tempi, le riducevano a essere fatte nel primo dì che gli cominciarono a dichiarare, commettendo in questo processo frode, e facendo fare le carte false, che furono più di trecento quelle che si recarono a cancellare. Di cotali falli il comune s’avvedeva e doleva, ma le preghiere degli amici non lasciavano al comune fare giustizia in questi tempi. Ma de’ mali principii riesce spesse volte mal frutto, come in parte uscì di questo, secondo che appresso diviseremo, mutando un poco nostro ordine di travalicare il tempo per imporre fine a questa materia.

CAP. LXI. Di questa medesima materia.

Avvenne, valicato l’anno predetto, che di questa corrotta radice procedette una corruzione che terminò la causa e la vita del notaio a ciò diputato, e d’un giudice ch’avea cominciato a pascersi sopra questa carogna. A ser Francesco di ser Rosso notaio di grande autorità, ch’aveva procurato questo uficio, fu portata carta d’una dichiarazione d’uno Ghiandone di Chiovo Machiavelli condannato, uomo infame e di mala condizione; del nome e soprannome di costui erano rimase certe lettere, il mese e l’altre rase, e sottilmente per simiglianti lettere rimesse, e con molta istanzia per alcuno suo consorte, e alcuno amico allora de’ priori, fu stretto ser Francesco a cancellarlo, e messer Corbizzesco giudice da Poggibonizzi a consigliarlo. I quali più volonterosi al servigio che a conoscere la malizia ch’appariva nella carta, benchè tutta paresse una lettera, il savio consigliò, e il notaio cancellò. E sentendosi la diliberazione di costui a Pisa, Franceschino Gambacorti scrisse a’ signori scusandosi, che costui per la sua infamia mai non avea voluto dichiarare. Onde preso il notaio, e appresso il giudice, per il marchese dal Monte valente podestà di Firenze, dopo lunga discettazione e combattimento di cittadini, e d’immunità di privilegio ch’aveva ser Francesco, mercoledì a dì 21 di maggio 1354 avendoli condannati al fuoco, per grazia commutò la pena, e colle mitere in capo li fece dicollare. Per la morte di ser Francesco mancò il potere cancellare; e mancato questo, si rimase il dichiarare, e il comune dimenticò gli altri falli per questa cagione, e per troppa mansuetudine.

CAP. LXII. Come messer Piero Sacconi de’ Tarlati tentò di fare grande preda innanzi che fosse bandita la pace.

Messer Piero Sacconi de’ Tarlati ch’aveva in Bibbiena delle masnade dell’arcivescovo di Milano, sentendo ferma la pace, innanzi ch’ella si bandisse, come volpe vecchia, accolse gente quanta ne potè avere, a piè e a cavallo, e sapendo che i villani del contado d’Arezzo per la novella della pace s’assicuravano colle bestie a’ campi, cavalcò subitamente il contado d’Arezzo infino a Laterina, accogliendo il bestiame, e mettendosi la preda innanzi. I paesani stormeggiando da ogni parte s’avvidono del fatto, e feciono tanto, che per campare le persone i cavalieri e’ masnadieri abbandonarono la preda, e con vergogna tornarono a Bibbiena. E per simil modo in questi medesimi dì i soldati del Biscione ch’erano a Montecarelli con il conte Tano corsono in Mugello per fare preda, innanzi che la pace fosse pubblicata. Il vicario della Scarperia co’ soldati de’ Fiorentini gli cacciarono de’ campi fino a Montecarelli. Queste cavalcate non erano degne di memoria, ma per esempio a’ popoli che non sono offenditori, che almeno si guardino, acciocchè non incorrino nell’antico proverbio, che dice, tra la pace e la triegua guai a chi la lieva.

CAP. LXIII. Come il corpo di messer Lorenzo Acciaiuoli fu recato del Regno a Firenze, e seppellito a Montaguto a Certosa onoratamente.

Togliendone la quiete della pace materia da scrivere, forse alcuna scusa ci fa a raccontare quello ch’ora scriveremo di privata novità. Messer Niccola Acciaiuoli di Firenze grande siniscalco del reame di Sicilia, governatore del re Luigi, aveva un figliuolo primogenito cavaliere e grande barone, appartenendogli la moglie promessa della casa di Sanseverino, giovane provato in arme, adorno di belli costumi, grazioso e di grande aspetto. Costui, come a Dio piacque, innanzi al tempo, all’aspetto degli uomini, rendè l’anima a Dio, e morì nel Regno in assenza del padre. Ed essendogli annunziata la morte a Gaeta di cotanto caro e diletto figliuolo, il magnanimo ristrinse il dolore dentro senza mutare aspetto, e colla molta pazienza, e con abito ornato di grandi virtudi comportò la morte del caro figliuolo, dicendo, io era certo che dovea morire, e che credeva che Iddio avesse eletto il tempo di più salute dell’anima sua. E avendo egli grande devozione al nobile monistero edificato a sua stanza in sul poggio di Montaguto, posto tra la Greve e l’Ema, presso alla città di Firenze, a due miglia, il quale si chiama il monistero di Certosa, quivi mandò con grande comitiva e spesa a seppellire il corpo del figliuolo. E recato prima a Firenze, e fatti gli ornamenti più che militari, e invitati per i consorti tutti i buoni cittadini, a dì 7 d’aprile 1353 fu portato alla sepoltura in una bara cavalleresca, con due grandi destrieri, l’uno dinanzi e l’altro didietro, coperti di zendado coll’arme degli Acciaiuoli, e la bara ov’era la cassa col corpo era coperta con fini drappi e baldacchini di seta e d’oro, e disopr’essi veluto chermisi fine, e in su i cavalli gli scudieri vestiti a nero che guidavano i cavalli con la bara; e innanzi alla bara avea sette scudieri in su sette grandi destrieri, tutti coperti infino a terra, innanzi con l’arme d’argento battuto degli Acciaiuoli: i due primi catuno portava uno cimiere, il terzo portava lo stendale, e gli altri quattro seguenti catuno una grande bandiera tutta di quell’arme con le targhe rilevate nel campo azzurro, e un leone rampante bianco com’è la detta arme, con grande novero di doppieri dinanzi e intorno al corpo, cosa magnifica a ogni barone, eziandio se fosse della casa reale. I grandi e orrevoli cittadini di Firenze accompagnarono il corpo infino alla porta a san Piero Gattolino; poi gran parte montati a cavallo andarono col corpo infino al monistero, e gli altri si tornarono a casa. Abbiamo fatta questa memoria perchè fu nuova e disusata alla nostra città, e magnifica all’autore di quella, che più di cinquemila fiorini d’oro costò la spesa.

CAP. LXIV. Come si fe’ l’accordo da’ Sanesi a Montepulciano.

I Sanesi avendo voglia di vincere Montepulciano, essendovi stati ad assedio lungamente, vi puosono un gran battifolle molto di presso. Nella terra avea buone masnade di cavalieri e di masnadieri, i quali spesso avrebbono danneggiati i Sanesi, se fossono stati lasciati guerreggiare, ma com’è detto addietro, essendo l’una parte e l’altra guelfi e amici de’ Fiorentini e de’ Perugini, essendo con catuno gli ambasciadori de’ detti comuni nel campo e nella terra, e benchè fosse molto malagevole, infine gli recarono a questa concordia: che la terra rimanesse al governamento del popolo, e stesse venti anni nella guardia del comune di Siena, tenendovi un capitano di guardia con quindici cavalieri e con venti fanti, avendo in sua signoria una delle porti della terra e una campana, e che i Sanesi dovessono dare contanti, infra certo termine, a messer Niccolò de’ Cavalieri per ristoro delle spese fatte fiorini seimila, e dovesse stare dieci anni con immunità personale e reale in quella sua terra; e a messer Iacopo de’ Cavalieri che n’era fuori dovessono dare fiorini tremila d’oro, e riavere le rendite de’ suoi beni: per lo quale accordo i due comuni per loro sindacato furono mallevadori. E fatto questo, a dì 2 di maggio del detto anno i Sanesi presono la guardia ordinata, e levarsi da campo; e rifornita la terra, allegri, con bella e buona pace si tornarono a Siena, grati del beneficio ricevuto da’ due comuni, come l’operazioni di corrotta fede appresso dimostreranno.

CAP. LXV. D’una notabile grandine venuta in Lombardia, e d’altro.

A dì 7 del mese di maggio del detto anno, turbato il tempo con ravvolto enfiamento di nuvoli, ristretta la materia umida da’ venti d’ogni parte, con disordinato empito sopra la città e parte del contado di Cremona ruppe, mandando sopra quella pietre sformate di grandine, la quale, cui trovò alla scoperta, uomini e femmine, percotendo li uccise, e la città premette sì forte, che tutte le copriture de’ tetti ruppe e macinò senza rimedio, con grandissimo danno de’ cittadini. E le pietre della grandine ch’erano maggiori si trovarono di libbre otto e once tre, e le minori erano d’una libbra di peso. In questo medesimo tempo l’arcivescovo di Milano mandò per fare redificare le mura e case del Borgo a san Sepolcro, rovinate e guaste per lo tremuoto, trecento maestri. I Borghigiani rimasi in vita erano tutti ricchi sopra modo per l’eredità de’ morti, e per gli sconci guadagni delle prede de’ loro vicini condotte al Borgo, e perchè a’ soldati al continovo aveano venduto caro la loro vittuaglia e gli altri arnesi, e però, venuti i maestri, cominciarono a edificare le case e’ palagi, e a fare troppo più nobili e più belli abituri che prima non aveano: ma poco poterono edificare, che la terra mutò stato, come appresso nel suo tempo racconteremo.

CAP. LXVI. Come sotto le triegue procedettono le cose in Francia.

Essendo alcuno tempo durate le triegue tra il re di Francia e quello d’Inghilterra, infra il detto tempo alquante terre in Brettagna e alcuna in Guascogna che si teneano per lo re di Francia, per ingegno e per malizioso sommovimento s’arrecarono dalla parte del re d’Inghilterra; per la qual cosa turbato il re di Francia, fece bandire la guerra per tutto il suo reame: e a ciò lo indusse non meno certi trattati scoperti contro della sua persona, ch’e’ baratti di quelle terre. E fatto questo, del mese di maggio del detto anno, il cardinale di Bologna, e gli altri prelati e baroni che trattavano la pace si misono al riparo, e tanto operarono, che triegue si rifeciono tra i detti re. E stando le cose di là in successioni di triegue, non accaddono in lungo tempo cose notevoli in que’ paesi.

CAP. LXVII. Come i Genovesi spregiarono la pace de’ Veneziani.

Tornando nostra materia a’ fatti de’ Genovesi e de’ Veneziani, in questo primo tempo del detto anno i Genovesi levarono lo stendale di sessanta galee, le quali incontanente cominciarono ad armare, e per la compagnia ch’aveano fatta col re d’Ungheria contro a’ Veneziani v’aggiunsono l’arme del detto re; e intendeano, che come e’ fossono colla loro armata in mare, che ’l detto re avesse in Ischiavonia i suoi Ungheri a fare guerra per terra a’ Veneziani, come avea promesso. E certe galee ch’aveano allora in concio d’arme mandarono improvviso nel golfo a’ Veneziani, le quali feciono in quello grave danno di rubare molti legni che vi trovarono, traendone l’avere sottile, e profondando i legni in mare; e con due loro galee sottili bene armate valicarono san Niccolò del Lido, ed entrarono nel canale grande, e nella città saettarono molti verrettoni. E tornandosi addietro, le galee della guardia del golfo ch’erano per novero più che le genovesi, potendosi abboccare con loro, non ebbono ardimento, che la paura del re d’Ungheria gl’impacciava forte più che de’ Genovesi, per tema che non traboccasse loro addosso la sua grande potenza. Le galee genovesi non avendo contasto s’uscirono del golfo, e andarono al loro viaggio, avendo fatto gran vergogna a’ Veneziani.

CAP. LXVIII. Come i Veneziani si provvidono.

Il comune di Vinegia sentendo l’armata de’ Genovesi e le minacce del re d’Ungheria, e non volendoli rendere le terre marine della Schiavonia, conobbono che la necessità gli strignea a trovar modo di difendersi per mare e per terra. E però guernite le loro terre per la difesa, con grande e buona provvisione mandarono solenne ambasciata all’imperadore, pregandolo che procacciasse in loro servigio che il re d’Ungheria non movesse loro guerra a stanza de’ Genovesi; e un’altra ambasciata mandarono in Catalogna al re d’Araona a fare lega e compagnia con lui, acciocch’egli armasse con loro contro a’ Genovesi. In catuna parte ebbono prosperamente loro intenzione: che l’imperadore ritenne a sua preghiera il re d’Ungheria dal muovere guerra a’ Veneziani, non senza alcuna speranza d’accordo in processo di tempo; e’ Catalani aontati della sconfitta ricevuta co’ Veneziani da’ Genovesi in Costantinopoli, lievemente si recarono per animo di vendetta a fare la volontà de’ Veneziani; e di presente misono per opera d’armare trenta galee al loro soldo, e venti alle spese del comune di Vinegia, e i Veneziani n’armarono altre venti a Vinegia; e catuna parte sollecitava sua armata per essere prima in mare; i Genovesi per la vittoria avuta sopra loro dispettando e avvilendo i nimici, e’ Catalani e’ Veneziani desiderando la vendetta. E apparecchiandosi catuna parte, innanzi al loro abboccamento ci occorrono altre cose a raccontare, e però al presente soprastaremo alquanto a questa materia.

CAP. LXIX. Come fu guasto il castello di Picchiena, e perchè.

I signori del castello di Picchiena non ostante che si tenessono in amistà col comune di Firenze, furono principali con gli Ardinghelli a commuovere lo stato di Sangimignano quando furono cacciati i Salvucci, essendo la guardia di quella terra nelle mani del comune di Firenze; e di questo fallo non feciono scusa nè ammenda a’ Fiorentini; e però, nel detto mese di giugno del detto anno, il comune di Firenze mandò sue masnade co’ maestri e guastatori a Picchiena, e senza contasto entrarono nella terra. E acciocchè quel castello non fosse più cagione di fare sommuovere ad alcuna ribellione Sangimignano e Colle, a dì 20 del detto mese feciono abbattere le mura e la rocca, senza far loro altro danno.

CAP. LXX. Come Ruberto d’Avellino fu morto dalla duchessa sua moglie.

Vedendosi la sventurata moglie che fu del duca di Durazzo, Maria sirocchia della reina Giovanna di Gerusalemme e di Sicilia, avvilita per lo violente matrimonio contratto con Ruberto figliuolo che fu del conte d’Avellino della casa del Balzo, il quale dopo la morte del padre, come addietro avemo fatta menzione, era rimaso prigione del re Luigi; la donna, non tenendosi vedova nè maritata, pensò che per la morte di costui tornerebbe a certa veduità, e potrebbesi maritare. E assai apparve chiaro che a questo consentì il re e la reina; perocchè essendo Ruberto detto in prigione altrove, fu menato nel castello dell’abitazione reale, e collocato in una camera con certe guardie: e valicati alquanti dì, il re e la reina feciono apparecchiare e andarono a desinare e a cena agli scogli di mare, cosa nuova e disusata alla corona; e in questo dì la detta duchessa Maria rimasa nel castello prese quattro sergenti armati, e andossene alla camera dov’era il marito, e chiamatolo traditore del sangue reale, senza misericordia in sua presenza il fece uccidere; e fattagli tagliare la testa dall’imbusto, non affatto, fece traboccare dal castello in su la marina lo scellerato corpo, condotto a questo per lo malvagio pensiero del suo prosuntuoso padre. Il re e la reina tornati a Napoli si mostrarono turbati molto di questo fatto, usando parole che s’ella non fosse femmina ne farebbono alta vendetta: e il corpo che giacea senza sepoltura feciono sotterrare; e la donna rimase vedova di due mariti tagliati a ghiado in piccolo travalicamento di tempo.

CAP. LXXI. Come furono cacciati i ghibellini del Borgo.

All’entrante del mese di luglio del detto anno, i guelfi del Borgo a san Sepolcro vedendosi sottoposti a quelli della casa de’ Bogognani, caporali ghibellini e traditori di quella terra, la quale aveano sottoposta all’arcivescovo di Milano per trattato di messer Piero Sacconi, e per i patti della pace era rimasa libera sotto il dominio de Bogognani, e non potendosi atare co’ Fiorentini e’ Perugini per non fare contro a’ patti della pace, s’accostarono con Nieri da Faggiuola loro vicino e terrazzano del Borgo, non ostante che fosse ghibellino, perocchè si discordava co’ Tarlati d’Arezzo e co’ Bogognani; il quale avendo fatta sua ragunata, i guelfi del Borgo levarono il romore, e Nieri trasse colla sua gente, e messo nella terra, ne cacciarono i Bogognani e tutti i ghibellini di loro seguito, e rubarono le case degli usciti; e appresso riformarono la terra a comune reggimento di guelfi e di ghibellini, com’era loro usanza, ritenendo Nieri da Faggiuola per alcuno tempo per loro capitano con certa limitata balìa, il quale poi ne trassono, come innanzi si potrà trovare.

CAP. LXXII. Di quattro leoni di macigno posti al palagio de’ priori.

Essendo in questo tempo un uficio di priorato in Firenze, avendo poco ad attendere ad altre cose per la quiete della pace, feciono fare quattro leoni di macigno, e fecionli dorare con gran costo, e fecionli porre in su’ quattro canti del palagio del popolo di Firenze, a ciascuno canto uno. E per fare questo per certa vanagloria al loro tempo, lasciarono di farli scolpiti, e fusi di rame e dorati, che costavano poco più che quelli del macigno, ed erano belli e duranti per lunghi secoli; ma le piccole cose e le grandi continovo si guastano nella nostra città per le spezialità de’ cittadini.

CAP. LXXIII. Come Sangimignano fu recato a contado di Firenze.

Avvegnachè per operazione de’ Fiorentini la terra di Sangimignano fosse riformata in pace, e che dentro vi fossono gli Ardinghelli e’ Salvucci pacificati insieme, nondimeno nell’interiore dentro era tra loro radicata mala volontà; e non sapeano conversare insieme, e teneano intenebrata tutta la terra. I Salvucci vedendo arse e rovinate le loro nobili possessioni non si poteano dare pace, e gli Ardinghelli per l’offesa fatta stavano in paura e non si fidavano non ostante la pace, e il seguito ch’aveano avuto da’ terrazzani a cacciare i Salvucci non rispondea loro in questo nuovo reggimento come prima. Per queste dissensioni i popolani della terra conoscendo il loro male stato, e non trovando rimedio tra loro, stavano sospesi e in mala disposizione; e vedendo gli Ardinghelli il popolo commosso, e che per loro non si potea mettere alcuno consiglio che i Salvucci non si mettessono al contradio, furono consigliati di confortare il popolo, innanzi ch’altri il movesse prima di loro, di darsi liberi al comune di Firenze. E questo potea essere loro scampo, perocch’erano pochi e poveri a petto de’ loro avversari, ch’erano assai e ricchi, e conoscendo il popolo, e vedendolo disposto a volere uscire de’ pericoli, ove le discordie de’ loro maggiori gli conducea, fu agevole a muovere, e del mese di luglio 1353 feciono parlamento generale, nel quale deliberarono con molta concordia di mettersi liberamente nella guardia del comune di Firenze. I Salvucci si misono con loro amici a operare co’ cittadini di Firenze loro amici che il comune non li prendesse, dicendo, che questa era operazione di setta e non volontà del comune; ed ebbono tanto podere, che il comune non li volle prendere, dicendo, che volea l’amore e la buona volontà di tutto il comune, e non la signoria di quella terra in divisione del popolo; per la qual cosa il popolo commosso, d’ogni famiglia mandarono a Firenze più di dugentocinquanta loro terrazzani di maggiore stato e autorità, i quali s’appresentarono dinanzi a’ signori priori dicendo, come la deliberazione del loro comune era vera, e non violenta nè mossa per alcuno ordine di setta, ma di comune movimento e volontà di tutto il popolo, conoscendo non potere vivere sicuri se non sotto la giurisdizione libera e protezione del comune di Firenze, e con viva voce gridarono, e pregarono il comune di Firenze, che ricevere li volesse al loro contado, e se questo non facesse, quel comune era per disfarsi e distruggersi senza alcuno rimedio, in poco onore del comune di Firenze che l’avea a guardia. In fine i signori ne feciono proposta al consiglio del popolo, e tanto favore ebbono i Salvucci, che si metteano al contrario delle preghiere de’ loro amici da Firenze fatte a’ consiglieri, e del popolo, che quello che catuno doveva desiderare per grande e onorevole accrescimento della sua patria, avendo molti contrari al segreto squittino, si vinse solo per una fava nera; vergognomi averlo scritto, con tanto vitupero de’ miei cittadini. Vinto il partito, la terra del nobile castello di Sangimignano, e suo contado e distretto, fu recato a contado del comune di Firenze, e datogli l’estimo come agli altri contadini, e tutti i suoi cittadini e terrazzani furono fatti cittadini e popolani di Firenze a dì 7 d’Agosto del detto anno; e ne’ registri del comune furono notate le cautele e le sommissioni dette; e carta ne fece ser Piero di ser Grifo, notaio delle riformagioni del detto comune.

CAP. LXXIV. D’un segno apparve in cielo.

A dì 11 del mese d’agosto, tramonto il sole nella prima ora, si mosse da mezzo il cielo fuori del zodiaco un vapore grande infocato sfavillante, il quale scorse per diritto di levante in ponente, lasciandosi dietro un vapore cenerognolo traendo allo stagneo, steso per tutto il corpo suo, e durò nell’aria valicato il fuoco lungamente; e poi cominciò a raccogliersi a onde a modo d’una serpe; e il capo grosso stette fermo ove il vapore mosse, simigliante a capo serpentino, e il collo digradava sottile, e nel ventre ingrossava, e poi assottigliava digradando con ragione infino alla punta della coda: e per lunga vista si dimostrò in propria figura di serpe, e poi cominciò a invanire dalla coda e dal collo, e ultimamente il corpo e ’l capo venne meno, dando di se disusata vista a molti popoli. Altro non ne sapemmo di sua influenza scernere che diminuzioni d’acque, perocchè quattro mesi interi stette appresso senza piovere.

CAP. LXXV. Come fu assediata Argenta.

Essendo Francesco de’ marchesi da Este ribellato al marchese Aldobrandino signore di Ferrara e di Modena, figliuolo del marchese Obizzo; questo marchese Obizzo avea acquistato suo figliuolo Aldobrandino d’amore, avendo per moglie la figliuola di Romeo de’ Peppoli di Bologna, della quale non ebbe figliuolo, e morta la detta donna, il marchese fece legittimare questo suo figliuolo, e la madre si prese per moglie. E venendo a morte, lasciò la signoria di Ferrara e di Modena a questo suo figliuolo Aldobrandino, essendo d’illegittimo matrimonio. Il marchese Francesco figliuolo del marchese Bertoldo, a cui parea che di ragione s’appartenesse la signoria, per la qual cosa temette che ’l marchese Aldobrandino per tema della signoria nol facesse morire, e però si parti di Ferrara; ed essendo rubello, trattò con Galeazzo de’ Medici da Ferrara, ch’era potente, e del segreto consigliò del marchese Aldobrandino, e con altri cittadini di Ferrara, e per consiglio di costoro, per avere braccio forte, s’accostò con messer Malatesta da Rimini. E del mese d’agosto del detto anno messer Malatesta in persona, e il detto marchese Francesco, con cinquecento cavalieri e quattromila pedoni valicarono per le terre del signore di Ravenna con sua volontà, e improvviso furono ad Argenta. E stati quivi quattro dì, attendendo risposta da coloro con cui teneano il trattato in Ferrara, e avuto da loro come quello ch’essi credevano poter fare non vedeano venisse loro fatto, però sanza soprastare o fare alcuno danno di presente se ne partirono, dando voce che il signore di Ravenna avea chiuso il passo alla vittuaglia. E Galeazzo e altri che teneano al trattato uscirono di Ferrara, e andaronsene al gran Cane di Verona,

CAP. LXXVI. Come si temette in Toscana di carestia.

Non è da lasciare in silenzio quello ch’avvenne in Toscana in sulla ricolta, che nel contado e distretto di Firenze e d’Arezzo, e nelle più contrade, fu assai ubertosa ricolta, in quello di Siena e di Ravenna fu magra; e nondimeno sotto la vetta valse per tutto soldi quarantadue, e poi montò in soldi cinquanta lo staio fiorentino, di lire tre soldi otto il fiorino dell’oro. Temendo il comune di disordinata carestia mandò in Turchia, e in Provenza e in Borgogna a comperare grano, e molti mercati fece co’ mercatanti, che promisono di recarne di Calavria e d’altre parti del mondo, costando lo staio posto in Firenze l’uno per l’altro da soldi cinquanta in sessanta di piccioli: e se fosse venuto, come si pensava, perdea il comune di Firenze più di centomila fiorini d’oro, perocché ’l popolo mobolato, per paura della carestia passata poco dinanzi, si fornia a calca, e feciono montare il grano nella ricolta, e ristrignere i granai a chi n’avea conserva. Ma sentendosi la grande quantità che ’l comune n’avea procurata d’avere catuno temette di tenerlo, e apersono l’endiche di marzo e d’aprile del detto anno, e davano il buono grano a soldi venticinque lo staio. E venendone al comune dodicimila staia di Provenza venuto di Borgogna, il volle spacciare a soldi venti lo staio, ed essendo buono grano non si potè stribuire; e perdenne il comune fiorini trentamila d’oro, i quali investì male all’ingrato popolo: l’altro che doveva venire di Turchia e le compere fatte, come a Dio piacque, non ebbono effetto per diversi accidenti. Abbianne fatta memoria per ammaestramento di coloro c’hanno a venire, perocchè in cotali casi occorrono diversi gravi accidenti, e spesso contradi l’uno all’altro. Le grandi compere in così fatta carestia fanno pericolo di disordinata perdita, e certezza non si può avere di grano che di pelago si aspetta; ma utilissima cosa è dare larga speranza al popolo, che si fa con essa aprire i serrati granai de’ cittadini, e non con violenza, che la violenza fa il serrato occultare, e la carestia tornare in fame; e di questo per esperienza più volte occorsa nella nostra città in cinquantacinque anni di nostra ricordanza possiamo fare vera fede.

CAP. LXXVII. Come in Messina fu morto il conte Mazzeo de’ Palizzi a furore, e la moglie e due figliuoli.

Lasciando alla testimonianza del consumato regno dell’isola di Cicilia molti micidii, incendii, violenze e prede avvenuti in quello per sette e invidia del reggimento, mancando per debolezza d’età la signoria reale, diremo quello che in questo tempo, del mese d’agosto del detto anno, più notabile avvenne. Essendo il conte Mazzeo de’ Palizzi di Messina capo di setta degl’Italiani di Cicilia, contradio a quella de’ Catalani, per sua grandezza governava il giovane e poco virtuoso figliuolo di don Petro re di Cicilia, il quale per retaggio doveva essere re, e tutta la corte reggeva a contrario de’ Catalani e della loro parte per modo più tirannesco che reale; essendo l’izza e l’invidia parziale cresciuta mortalmente, alla corte mancava l’entrata, e a’ paesani la rendita e le ricchezze, e la guerra del diviso regno richiedeva aiuto di moneta; e non essendovi l’entrata, il detto conte Mazzeo gravava i Messinesi e gli altri sudditi moltiplicando gravezze sopra gravezze. I cittadini si doleano, e vedendosi pure gravare, negavano e fuggivano il pagamento, e odiavano chi guidava il fatto; il conte infocando contro a’ sudditi la sua stracotata superbia, fece decreto, che chi non pagasse fosse bandito, e dicea, che chi non volea pagare, o non poteva, ch’egli era della setta de’ Catalani; e per questo modo abbattea la sua parte, e crescea quella degli avversari. Avvenne che il popolo di Messina s’accostò col conte Arrigo Rosso e col conte Simone di Chiaramente, amendue della setta de’ Palizzi, ma portavano invidia al conte Mazzeo perch’avea troppo usurpata la signoria, e sotto titolo di dire che voleano pace, mossono il lieve popolo a gridare pace: e levato il romore, con furore corsono al palagio del re ov’abitava il conte Mazzeo: e trovandolo nella sala col giovane duca, in sua presenza uccisono lui, e la moglie e due suoi figliuoli, lasciando il duca con gran paura e tremore, e legati i capestri al collo de’ morti li tranarono per la terra vituperosamente, e poi li arsono, e la polvere gittarono al vento. E in questi medesimi dì quelli di Sciacca feciono il simigliante a’ loro maggiori della setta del conte Mazzeo predetto. Il duca, benchè fosse sicurato dal popolo, per la concetta paura prese suo tempo e andossene a Catania, accostandosi alla setta de’ Catalani. Questo repentino caso di cotanto polente usurpatore della repubblica è da notare, per esempio di coloro i quali colla destra della fallace fortuna in futuro monteranno a somiglianti gradi, di non essere ignoranti de’ nascosi aguati che nell’invidia e ne’ furori de’ non fermi stati si racchiudono.

CAP. LXXVIII. Come fu creato nuovo tribuno in Roma.

Egli è da dolersi per coloro c’hanno udito e inteso le magnifiche cose che far solea il popolo di Roma, con le virtù de’ loro nobili principi, in tempo di pace e di guerra, le quali erano specchio e luce chiarissima a tutto l’universo, vedendo a’ nostri tempi a tanta vilezza condotto il detto popolo e’ loro maggiori, che le novità che occorrono in quell’antica madre e donna del mondo non paiono degne di memoria per i lievi e vili movimenti di quella, tuttavia per antica reverenza di quel nome non perdoneremo ora alla nostra penna. Essendo il popolo romano ingrassato dell’albergherie de’ romei, e fatto e disfatto in breve tempo l’uficio de’ loro rettori, i loro principi cominciarono a tencionare del senato, e il popolo lieve e dimestico al giogo, dimenticata l’antica franchigia, seguitava la loro divisione. Faceva parte ovvero setta Luca Savelli con parte degli Orsini e co’ Colonnesi, e gli altri Orsini erano in contradio: e per questo vennero all’arme, e abbarrarono la città, e combatteronsi alle barre tutto il mese d’agosto del detto anno. In fine il popolo abbandonò d’ogni parte la gara de’ loro principi, e fece tribuno del popolo lo Schiavo Baroncelli, il quale era scribasenato, cioè notaio del senatore, uomo di piccola e vile nazione, e di poca scienza. Tuttavia, perch’egli non conosceva molto i Romani e i vizi loro, cominciò con umiltà a recare ad alcuno ordine il reggimento al modo de’ comuni di Toscana; e per partecipare il consiglio de’ popolani, per segreto squittino elesse e insaccò assai buoni uomini cittadini romani di popolo per suoi consiglieri, de’ quali ogni capo di due mesi traeva otto, e con loro deliberava le faccende del comune; e fece camarlinghi dell’entrata del comune, e cominciò a fare giustizia, e levare i popolani del seguito de’ grandi, e molto perseguitava i malfattori: sicchè alcuno sentimento di franchigia cominciò a gustare quel popolo, la quale poi crebbe a maggiori cose, come innanzi al suo tempo racconteremo.

CAP. LXXIX. Come furono sconfitti in mare i Genovesi alla Loiera.

Essendo venuto il tempo che la furiosa superbia de’ Genovesi per far guerra a’ Veneziani e Catalani avea da catuna parte apparecchiate in mare le loro forze, del mese d’agosto del detto anno i Genovesi si trovarono con sessanta galee armate, avendo per loro ammiraglio messer Antonio Grimaldi, nella quale erano tratti di tutte le famiglie la metà de’ più chiari e nobili cittadini di Genova e della Riviera, il quale ammiraglio si trasse con l’armata a Portoveneri, per non lasciare mettere scambio a’ cittadini che ’l procacciavano, dicendo, che col loro aiuto e consiglio sperava d’avere la vittoria de’ loro nimici, e aspettava lingua di loro sollecitamente. I Catalani aveano armate trenta galee tra sottili e grosse e uscieri, e venti galee alle spese de’ Veneziani, con cinquanta galee e tre grandi cocche incastellate, e armate di quattrocento combattitori per cocca, avendo caricati cavalli e cavalieri assai per porli in Sardegna, del detto mese d’agosto si partirono di Catalogna, facendo con prospero tempo la via di Sardegna, ove con l’armata de’ Veneziani si doveano raccozzare. E i Veneziani in questi medesimi dì con venti galee armate di buona gente si dirizzarono alla Sardegna. I Genovesi avuta lingua che catuna armata era in pelago, avvisarono d’abboccarsi con l’una armata innanzi che insieme si congiugnessono. E perocchè le sessanta loro galee non erano pienamente armate, lasciarono otto corpi delle sessanta, e delle ciurme e de’ soprassaglienti fornirono ottimamente le cinquantadue, e con quelle senza arresto, atandosi con le vele e co’ remi, con grande baldanza si dirizzarono alla Sardegna. Ed essendo giunti presso alla Loiera, ebbono lingua che l’armate de’ loro nimici s’erano raccozzate insieme; e passato ch’ebbono una punta scopersono l’armata de’ Veneziani e de’ Catalani, i quali s’erano ristretti insieme, e le sottili galee aveano nascose dietro alle grosse per mostrarsi meno che non erano a’ loro nimici, e ancora s’incatenarono e stavano ferme senza farsi incontro a’ Genovesi, mostrando avvisatamente paura, acciocchè traessono a loro la baldanza de’ Genovesi con loro vantaggio. I Genovesi non ostante ch’avessono perduta la speranza di non aver trovate l’armate partite, e ingannati dalla vista, che pareva loro che le galee de’ loro avversari fossono meno che non erano, e poco più che le loro, baldanzosi della fresca vittoria avuta sopra i detti loro nimici in Romania, si misono ad andare contro a loro vigorosamente. E valicata certa punta di mare, si trovarono sopra la Loiera sì presso a’ loro nimici, ch’elli scorsono ch’elli erano troppo più ch’elli non estimavano, e vidongli acconci e ordinati alla battaglia, e che presso di loro aveano le tre cocche incastellate e armate di molta gente da combattere; per la qual cosa l’animo si cambiò a’ Genovesi, e la furia prese freno di temperanza, e vorrebbono non essere sì presso a’ loro nimici, e tra loro ebbono ripitio di non savia condotta: tuttavia presono cuore e franchezza di mettersi alla battaglia, sentendosi l’aiuto del vento in poppa, e alquanto contrario a’ loro avversari, conoscendo che l’aiuto delle cocche non poteano avere durando quel vento, tuttavia più per temenza che per franchezza legarono e incatenarono la loro armata, lasciando d’ogni banda quattro galee sottili, libere d’assalire e da sovvenire all’altre secondo il bisogno. I Veneziani e’ Catalani avendo a petto i loro nimici, trassono della loro armata sedici galee sottili, e misonne otto libere da catuna parte della loro armata, la quale aveano ordinata e incatenata per essere più interi alla battaglia, ricordandosi che l’essersi sparti in Romania gli avea fatti sconfiggere; e così ordinati l’una gente e l’altra con lento passo si veniano appressando, e le libere galee cominciarono l’assalto molto lentamente, che catuno stava a riguardo per attendere suo vantaggio; e nonostante che i Veneziani e’ Catalani fossono molti più che i Genovesi, tanto gli ridottavano, che non s’ardivano ad afferrare con loro: è vero che il vento alquanto gli noiava, più per non potere avere l’aiuto delle loro cocche, che per altro, e però soprastavano. Dall’altra parte i Genovesi già impediti per lo soperchio de’ loro nimici non s’ardivano a strignersi alla battaglia, e così consumarono il giorno dalla mezza terza alla mezza nona, con lieve badalucco delle loro libere galee. I Genovesi vedendo che i loro nimici più potenti non li ardivano ad assalire, presono più baldanza, e metteronsi in ordine d’andarli ad assalire con più aspra battaglia. Ma colui che è rettore degli eserciti, avendo per lungo tempo sostenuta la sfrenata ambizione de’ Genovesi, per lieve spiramento di piccolo vento abbattè la loro superbia; che stando catuna parte alla lieve battaglia si levò un vento di verso scilocco, il quale empiè le vele delle tre cocche. I Catalani animosi contro a’ Genovesi, vedendosi atare dal vento, apparecchiate loro lance, e dardi e pietre, con ismisurato romore, levate l’ancore del mare, con tutte e tre le cocche si dirizzarono contro all’armata de’ Genovesi, e con l’impeto del corpo delle cocche sì fedirono nelle galee de’ Genovesi, e nella prima percossa ne misono tre in fondo, e seguendo innanzi, alcuna altra ne ruppono: e di sopra gittavano con tanta rabbia pietre lance e dardi sopra i loro nimici, che parea come la sformata grandine pinta da spodestata fortuna d’impetuosi venti, e molti Genovesi n’uccisono in quel subito assalto, e annegaronne assai, e più ne fedirono e magagnarono. L’armata de’ Veneziani e Catalani vedendosi fatta la via a’ loro navilii, con più ardire si misono innanzi strignendosi alla battaglia. I Genovesi, uomini virtuosi e di grande cuore, sostennono francamente il grave assalto delle cocche, atandosi con l’arme e con le balestra, magagnando molti de’ loro nemici, e alle galee rispondeano con sì ardita e folta battaglia, che per vantaggio ch’e’ loro nimici avessono non poteano sperare vittoria. Ma l’ammiraglio de’ Genovesi invilito nell’animo suo di questo primo assalto, fece vista di volere ricoverare la vittoria per maestria di guerra; e sollevata la battaglia, in fretta fece sciogliere undici galee della sua armata, e con quelle aggiunse l’otto sottili ch’erano libere dalle latora dell’armata, e diede voce di volere volgere e girare dalle reni de’ nimici: e per questa novità i Veneziani e’ Catalani ebbono paura, e sollevarono la battaglia, e stettono in riguardo, per vedere quello che le dette galee volessono fare. Ma l’ammiraglio abbandonata la battaglia, e lasciate l’altre galee insieme alla fronte de’ nimici, fece la via di Genova senza tornare all’oste, e già si cominciava a tardare il giorno. Vedendo i Veneziani e’ Catalani che l’ammiraglio de’ Genovesi non avea girato sopra loro, ma era al disteso fuggito con diciannove galee, con certezza di loro vittoria vennono sopra i Genovesi; i quali vedendosi abbandonati dal loro ammiraglio, senza resistenza chi non potè fuggire si renderono prigioni. Così i Veneziani e’ Catalani senza spandimento di loro sangue ebbono de’ Genovesi piena vittoria: ed ebbono trenta corpi di galee e più di tremilacinquecento prigioni, fra i quali furono molti nominati grandi e buoni cittadini di Genova. E morti ne furono e annegati con le ciurme più di duemila. La detta sventurata battaglia per i Genovesi fu il dì di san Giovanni dicollato, a dì 29 d’agosto del detto anno.