CAP. XLII. Principio della guerra da’ Fiamminghi a’ Brabanzoni.
Sopravvenendo in questi dì alla nostra materia grande e non pensata guerra, e volendone dimostrare la cagione, ci conviene alquanto tornare addietro nostra materia. Certa cosa fu, che per antico la villa e gli uomini di Mellina in Brabante erano della chiesa cattedrale di Legge, ma essendo nella provincia di Brabante e tra’ Brabanzoni, erano usati di fare lega col duca di Brabante per essere più sicuri e più riguardati, e per antica costuma con ogni novello duca di Brabante facevano l’usata lega e compagnia, e ne’ patti tra loro era che ’l duca li dovea difendere e aiutare in tutte le loro brighe, e la comune di Mellina dovea servire il duca in tutte le loro guerre, essendo i primi che venissono al servigio e gli ultimi che si partissono. Avvenne, che un duca di Brabante ebbe guerra col vescovo di Legge e fece oste sopra le sue terre, nella quale due di Mellina furono in arme contro al loro signore; per la qual cosa, finita la guerra, il vescovo andò a corte di Roma a Avignone a papa Benedetto sesto, e tanto procacciò, ch’egli ebbe di licenza dal papa sotto la sua bolla ch’e’ potesse vendere Mellina, e convertire i danari in altre possessioni a utilità della chiesa di Legge, il quale di presente si mise in cerca, e venne a concordia segretamente col conte di Fiandra per dugento migliaia di reali d’oro; e trovato a ciò il sussidio de’ Fiamminghi, pagò il vescovo innanzi ch’avesse la possessione della città, pensando, ma non saviamente, non avere contasto. Ma incontanente che quelli di Mellina sentirono il fatto, andando il conte per la tenuta serrarono le porte, e presono l’arme alla difesa e non lo vi lasciarono entrare, e misonsi a procacciare di fare ritrattare la vendita; e non potendolo fare, ricorsono al duca di Brabante, richieggendolo per li patti della lega e compagnia ch’aveano con lui che li dovesse aiutare e difendere, ed egli il fece, e fecelo volentieri, parendoli che la villa dovesse essere sua, ma non l’avea voluta comperare. Per questa ingiuria il conte richiese il re di Francia, il quale avendo conceputo contro al duca di Brabante per li fatti del re d’Inghilterra, prese ad aiutare il conte di Fiandra. E allora fu fatto grande sommovimento di Tedeschi e di Franceschi contro al duca di Brabante, e il conte di Fiandra co’ suoi Fiamminghi, per modo che il duca fu recato a grave e pericoloso partito di perdere tutta la duchea, e fatto li venia, se non fosse che il conte di Bari con tutta sua forza il francò a quella volta, come trovare si può nella Cronica di Giovanni Villani nostro antecessore. Per questo sdegno preso per lo duca contro al re di Francia incontanente si collegò col re d’Inghilterra contro al re di Francia, onde grande male ne seguitò a’ Franceschi. Poi morto il duca predetto niella generale mortalità lasciò quattro figliuole femmine, che la maggiore fu moglie di messer..... fratello uterino di Carlo di Boemia eletto re de’ Romani, la seconda fu moglie del conte di Fiandra, la terza del duca di Giulieri, la quarta del duca di Ghelleri. E non essendovi reda maschio, il conte domandò di volere parte della duchea di Brabante per la legittima della moglie; e non potendola avere, perchè si tenne che all’anzianità rimanesse la successione del ducato, mosse di rivolere Mellina, come sua propria terra comperata dal vescovo di Legge, come di sopra è detto, ed essendoli dal nuovo duca dinegata, ne seguirono in breve tempo gran cose, come appresso racconteremo.
CAP. XLIII. Come il conte di Fiandra andò su quello di Brabante.
Di questo mese di giugno 1356, il conte di Fiandra avendo raddomandato al cognato duca di Brabante la villa di Mellina che di ragione era sua, e non volendogliela rendere, fece bandire per tutta la contea, di Fiandra il torto che il duca di Brabante e’ Brabanzoni faceano loro, e che catuno s’apparecchiasse d’arme, per seguitare la sua persona contro a’ Brabanzoni in Brabante, e in pochi dì ebbe, con apparecchiamento fatto di molta vittuaglia e di gran carreaggio, centocinquanta migliaia d’uomini armati, quasi tutti a modo di cavalieri, e con essi ebbe di suo sforzo e di sua amistà seimila cavalieri; e con questo grande esercito, e coll’animo acceso di tutti per l’ingiuria de’ Brabanzoni, uscirono di Fiandra, ed entrarono in Brabante per combattersi co’ Brabanzoni.
CAP. XLIV. Come si fece accordo sul campo da’ Fiamminghi a’ Brabanzoni.
Il duca di Brabante, ch’era Alamanno, accolse dall’imperadore e da altri baroni d’Alamagna molti cavalieri, e apparecchiò in arme i Brabanzoni a piè e a cavallo per comune; e sentendosi venire addosso il conte di Fiandra co’ Fiamminghi, si fece loro incontro con diecimila cavalieri, e con centodieci migliaia di Brabanzoni a piè bene armati. Ed essendo accampati l’uno presso all’altro, e cercando di combattere insieme più per altiera miccianza che per guerra che tra’ cognati fosse, alquanti baroni di catuna parte si mossono per trattare tra l’una parte e l’altra accordo, acciocchè a sì grande e pericolosa battaglia non si mettessono, e infine vennero a questa concordia: che catuno eleggesse quattro buoni uomini di sua parte, e uomini d’autorità; e fatta la lezione, fu loro commesso di concordia delle parti che dovessono vedere le ragioni che ’l conte di Fiandra avea sopra la villa di Mellina e quelle del duca di Brabante, e veduta la verità del fatto, incontanente obbligati per loro saramento, ricevuto solennemente in presenza di molti baroni, che levato via ogni cavillazone o non vere ragioni, e’ giudicherei bono a cui la villa di Mellina dovesse rimanere per loro sentenza. I baroni e’ popoli promisono stare e osservare quello per loro fosse giudicato, e gli arbitri giurarono ancora in fra ’l termine loro assegnato avere terminata e renduta la loro sentenza. E presa la detta concordia tra le parti, catuno dolcemente senz’altro movimento o segno d’alcuna arroganza, mansuetamente si ritornarono i Fiamminghi in Fiandra, e’ Brabanzoni in Brabante, catuno alle sue ville, del mese di giugno del detto anno. Lasceremo ora le novità di Fiandra e di Brabante, tanto che torni il tempo ove fu abbattuta la superbia del Tedesco e la baldanza de’ Brabanzoni, e torneremo alle italiane novità che prima ci occorrono a divisare.
CAP. XLV. Come la città d’Ascoli s’arrendè al legato.
Il valente cardinale legato del papa, avendo duemila barbute a soldo della Chiesa, oltre ai molti crociati ch’avea in Romagna, avendo inteso come la compagnia ch’usciva del Regno volea passare d’Abruzzi nella Marca d’Ancona inverso la città d’Ascoli, s’ingrossò di gente d’arme a piè e a cavallo in quelle contrade. Gli Ascolani temendosi della compagnia, perchè non erano ancora in accordo col legato, si disposono di rendersi a fare la volontà del legato. Il cardinale fu loro benigno e mansueto, facendo assai di quello ch’e’ voleano, e del mese di giugno del detto anno ricevettono la signoria del legato, e la sua cavalleria nella città a ubbidienza di santa Chiesa. E in questi medesimi giorni prese il legato accordo col signore di Fabriano, ch’era stato ribello a santa Chiesa per animo tirannesco e ghibellino; e col vescovo di Fuligno, che tenea la terra per lo detto modo, ogni cosa dissimulava con molta provvisione, secondo che ’l tempo glie la richiedea.
CAP. XLVI. Come il legato procacciò tenere il Tronto alla compagnia.
Avuto che il legato ebbe la città d’Ascoli a’ suoi comandamenti, sentendo la compagnia del conte di Lando in Abruzzi a’ confini della Marca, e che i danari che ’l re Luigi dovea dare loro perch’elli uscissono del Regno veniano, temendo che valicato che avesse il Tronto e’ non si stendesse in troppo danno de’ suoi Marchigiani, con grande animo raunò al Tronto gran parte della sua cavalleria e il popolo del paese, e fece fare in sulla riva del Tronto fossi di grande lunghezza, e fortificare con steccati, e faceva continovo di dì e di notte guardare i passi, acciocchè la compagnia non entrasse sopra le sue terre, e nondimeno tenea col conte capitano della compagnia trattato d’accordarsi con lui a suo vantaggio.
CAP. XLVII. Come i Pisani ruppono la franchigia a’ Fiorentini.
Avvegnachè già per noi addietro sia narrato, come la non domata astuzia de’ Pisani avea fatto fare a’ Fiorentini rubellare Sovrana e Coriglia, e quelle faceano guardare e fare guerra a’ loro soldati, i quali diceano essere loro sbanditi, rompendo per indiretto modo la pace a’ Fiorentini, e il comune di Firenze dissimulando l’ingiuria per non turbare il tranquillo della pace, ed eglino multiplicando in superbia, confidandosi che per cagione del loro porto i Fiorentini portassono ogni soma, avendo rivolto lo stato e il reggimento della città come addietro è contato, volendo manifestamente rompere i patti della pace a’ Fiorentini, e mostrare che ciò non fosse, ordinarono, che per cagione che la mercatanzia venisse e stesse sicura nel porto e in quel mare, pagasse due danari per lira di ciò che la mercatanzia valesse, alla stima de’ loro uficiali ordinati sopra ciò. E sapendo che per i patti della pace i Fiorentini doveano essere liberi e franchi delle loro mercatanzie, e persone e cose nella loro città, e porto e distretto, non glie ne feciono esenti, ma i primi a cui staggirono e arrestarono la mercatanzia per la detta gabella furono i Fiorentini. Il comune di Firenze sentendo la novità ch’e’ Pisani faceano di torre contro a’ patti della pace la franchigia a’ suoi cittadini, vi mandò solenni ambasciadori, richieggendo e pregando quello comune che non dovesse torre la franchigia debita per gli ordini della pace a’ suoi cittadini. La risposta fu, ch’elli erano sotto il governo del loro signore messer l’imperadore, e questo era sua fattura, per volere che ’l porto e ’l mare stesse guardato e sicuro. E non potendosi trarre altro da loro, il comune mandò all’imperadore in Boemia a sapere, se suo ordine era, e se volea ch’e’ Pisani sotto l’imperiale titolo rompessono loro la pace, togliendo la franchigia a’ suoi cittadini. L’imperadore udita la novella, gli dispiacque: e incontanente riscrisse al nostro comune, che ciò non era fatto di suo volere nè di suo sentimento, e che la sua volontà era ch’e’ Pisani mantenessero a’ Fiorentini la loro franchigia e buona e leale pace; e così riscrisse al comune di Pisa per sue lettere, ma poco il curarono, e però poco valse. E avuta la risposta dall’imperadore, più pertinacemente tennono fermo quello ch’aveano incominciato, e necessità fu a’ mercatanti fiorentini a cui era staggita la loro mercatanzia di pagare il dazio, e rompere la franchigia, se rivollono la loro mercatanzia. Questo fu il primo cominciamento del mese di giugno predetto; come le cose montarono poi a grande sdegno, e poi a incitazione di grave turbazione di guerra, appresso ne’ tempi come occorsono si potrà trovare, e massimamente nel cominciamento dell’undecimo libro della nostra compilazione.
CAP. XLVIII. Come i Fiorentini deliberarono partirsi da Pisa e ire a Talamone.
Vedendo i Fiorentini la pertinacia de’ Pisani in non volersi rimuovere dall’impresa, conoscendo manifestamente che venivano contro a’ patti della pace con due maliziosi rispetti; il primo, che non sapeano vedere, e non poteano pensare, che per quella lieve gravezza i Fiorentini si dovessono sconciare della comodità ch’aveano del loro porto per le proprie mercatanzie, e per quelle degli altri mercatanti strani da cui aveano a comperare, trovandole in Pisa a una giornata presso alla loro città, e trovando in Pisa da’ Pisani la civanza delle scritte e della loro credenza; e perocchè partendosi di là la spesa e lo sconcio era sformato, non voleano pensare ch’e’ Fiorentini non s’acconciassono a consentire questo cominciamento: e quando ciò fosse recato in pratica e in usanza, aveano intenzione di venire crescendo il dazio a utilità del loro comune, e a servaggio di quello di Firenze. L’altro peggiore pensiere si era, se per questo i Fiorentini si movessono a guerra, lo stato di coloro che nuovamente reggeano, il quale era debole per i molti buoni cittadini cui eglino aveano abbattuti dello stato, si fortificherebbe per la guerra de’ Fiorentini, e sarebbono seguitati e più ubbiditi dal loro popolo. I Fiorentini conoscendo la loro malizia, non vollono però rompere la pace, ma tennero più consigli, e trovarono i loro cittadini tutti acconci di portare ogni gravezza, e ogni spesa e interesso che incorrere potesse all’arti e alla mercatanzia, innanzi che volessono comportare un danaio di dazio o di gabella da’ Pisani contro alla loro franchigia. E però di presente ordinarono per riformagione penale, che catuno cittadino, o contadino, o distrettuale di Firenze, infra certo tempo giusto dato loro, catuno si venisse spacciando e ritraendo per modo, ch’al termine dato catuno si potesse partire da Pisa senza suo danno: e sopra ciò e sopra trovare modo d’avere porto altrove fu fatto un uficio di dieci buoni cittadini, due grandi e otto popolani con grande balìa, e chiamaronsi i dieci del mare; della quale provvisione seguirono gran cose, come innanzi al suo tempo diviseremo.
CAP. XLIX. Come fu disfatta la città di Venafri in Terra di Lavoro.
Il re Luigi avendo lungamente avuto addosso la compagnia e certi de’ suoi baroni ribelli, non avea potuto resistere a’ ladroni, e per questo erano in ogni parte multiplicati i malfattori, e i baroni si teneano in loro fortezze, e davano più rifugio e favore a’ rei che a’ buoni; e per tanto il paese era nella forza di chi male volea fare, per tale, ch’uno conestabile tedesco, ch’avea nome Currado Codispillo, si rubellò al re essendo al suo soldo, e con ottanta barbute e cento masnadieri era entrato nella città di Venafri, e tormentava le strade e’ cammini e tutto il paese d’intorno, cavalcando in prede e in ruberie infino ad Aversa, e ritornavasi in Venafri; e per questo erano assediate le strade e’ cammini, ch’e’ mercatanti non poteano andare nè mandare le mercatanzie per lo Regno. Sapendo il re che la compagnia era per uscire del Regno, fece di subito sua raunata, e in persona cavalcò a Venafri, e sopraggiunti li sprovveduti ladroni, combattè la terra ch’avea poca difesa, e vinsela, e’ forestieri si fuggirono per la montagna, e salvaronsi. Il re nel caldo del suo furore, non pensando che la città era sua e antica nel Regno, la fece ardere e disfare, perchè più non potesse essere ridotto di ladroni suoi ribelli, e del detto mese si ritornò a Napoli, cominciando a essere più ubbidito e temuto che non era prima.
CAP. L. Come l’oste del re d’Ungheria cominciò a venire a Trevigi.
Avendo contato poco addietro il movimento del re d’Ungheria, seguita, che a dì 28 del mese di giugno del detto anno, messer Currado Lupo, il conte d’Aquilizia, Ilbano di Bossina con quattromila cavalieri tedeschi, friolani e ungari vennono sopra la città di Trevigi, la quale era a quel tempo sotto la guardia e libera signoria de’ Veneziani; i quali avendo poco dinanzi avuta per li loro ambasciadori tornati dal detto re risposta della sua intenzione, aveano presa temenza ch’e’ non venisse sopra loro a Trevigi, e però in fretta intesono a fornire la città di gente d’arme a cavallo e a piè per la difesa, e d’altre cose necessarie, ma tanto giunsono tosto i nemici, che a compimento non lo poterono fare; nondimeno per levare il ridotto a’ loro avversari arsono le villate d’intorno, e i borghi del castello di Mestri. Giunto messer Currado Lupo incontenente colle sue masnade tedesche corse il paese, e cavalcò infino a Marghera presso di Vinegia a tre miglia di mare in sul canale ch’andava a Trevigi, nel quale trovarono più barche cariche di vittuaglia e d’arme ch’andavano a Trevigi, le quali prese, e gli uomini fece impiccare, e la roba conducere al campo. Costoro cominciarono a porre l’assedio alla città, e il re era rimaso addietro a Sigille con più di quaranta migliaia d’Ungari a cavallo, per venire appresso al detto assedio.
CAP. LI. De’ parlamenti che per questo si feciono in Lombardia.
Nell’avvenimento della gente del re d’Ungheria a Trevigi, da capo presono sospetto tutti i signori lombardi, e quelli di Milano andarono in persona a messer Cane Grande, e con lui s’accozzarono al lago di Garda a un suo castello, e ivi fermarono tra loro lega e compagnia. E alla città di Bologna si ragunarono tutti gli altri collegati contro al signore di Milano, e da capo rifermarono loro lega, e di comune concordia catuna gente per sè mandò da capo ambasciadori al re d’Ungheria, a volere sapere se egli intendea con tanto grande esercito quant’egli avea seco fare altra novità in Italia che contro alla città di Trevigi; e saputo da lui che non venia per altro che per procacciare le sue terre dal comune di Vinegia, rimasono per contenti. E Ilbano di Bossina e messer Currado Lupo andarono al signore di Padova che vicinava col Trivigiano, e da parte del loro signore gli offersono amistà e buona pace e sicurtà del suo paese, pregandolo ch’allargasse la sua mano di dare all’oste del re vittuaglia per li loro danari, la qual cosa fu promessa con certo ordine a’ detti baroni. E tutte queste cose furono mosse e fatte in pochi dì, all’entrare del mese di luglio del detto anno.
CAP. LII. Come il re d’Ungheria ebbe Colligrano.
Colligrano è un grande e forte castello in Trevigiana presso a Trevigi a sedici miglia, e in sul passo del Frioli. Questo castello aveano ben fornito i Veneziani di gente d’arme per impedire il passo al re. In questi dì il re venia con grande esercito verso Trevigi, e giunto a Colligrano, vedendolo forte e in sul passo, quanto che potesse ben passare per forza della sua cavalleria, non lo si volle lasciare addietro, e però mise in ordine gli Ungheri, ch’erano più di quarantamila per fare combattere la terra, con intenzione di non partirsene ch’e’ l’arebbe. I terrazzani vedendo la moltitudine che copriva la terra intorno intorno parecchie miglia, tutti con gli archi e colle saette, temendo il pericolo della battaglia, s’arrenderono alla persona del re innanzi che battaglia si cominciasse. Ed egli in persona, senza lasciare fare loro alcuno male, v’entrò dentro con quella gente ch’e’ volle, a dì 12 di luglio del detto anno, e prese la signoria in nome dell’imperadore, e fornitolo di suoi cavalieri e d’uno confidente capitano, si mise innanzi col suo esercito in verso la città di Trevigi.
CAP. LIII. Come il re d’Ungheria venne a oste a Trevigi.
Essendo il detto re in cammino, prese un’altro castello che si chiama Asille, e altre tenute d’intorno senza arrestarsi ad esse, ed ebbele a’ suoi comandamenti. E cavalcando innanzi, a dì 14 del detto mese giunse nel campo a Trevigi con più di quarantamila Ungheri e Schiavi a cavallo, oltre a quelli che prima erano venuti co’ suoi baroni. E con questo grande esercito prese tutto il paese intorno a Trevigi, e assediò la città e più altre castella in Trevigiana ivi d’intorno; e ’l suo proponimento era di non partirsi dall’assedio ch’egli avrebbe la città al suo comandamento. Ma le cose alcuna volta non succedono alla volontà umana, e però con tutta la smisurata potenza non potè adempiere suo proponimento, come leggendo appresso dimostreremo.
CAP. LIV. Come si reggeano gli Ungheri in oste.
E’ pare cosa maravigliosa agl’Italiani ne’ nostri dì, a udire la moltitudine de’ cavalieri che seguitano il re d’Ungheria quando cavalca in arme contro i suoi nemici. E però, avvegnachè gli antichi fossono di queste cose più sperti, per lo lungo trapassamento di quella memoria qui ne rinnoveremo alcuna cosa, per levare l’ammirazione de’ moderni. Gli Ungheri sono grandissimi popoli, e quasi tutti si reggono sotto baronaggi, e le baronie d’Ungheria non sono per successione nè a vita, ma tutte si danno e tolgono a volontà del signore: e hanno per loro antica consuetudine ordinate quantità di cavalieri, de’ quali catuno barone, e catuno comune hanno a servire il loro re quando va o manda in fatti d’arme, sicchè il numero e ’l tempo del servigio catuno sa che l’ha a fare. E perocchè alla richiesta del signore subitamente senza soggiorno o intervallo conviene che sieno mossi, per questo quel comune e quello barone ha diputato quelli che a quel servigio debbino continovo stare apparecchiati di doppi cavalli, e chi di più, e di loro leggieri armi da offendere, cioè l’arco colle frecce ne’ loro turcassi, e una spada lunga a difensione di loro persone. Portano generalmente farsetti di cordovano, i quali continovano per loro vestimenta, e com’è bene unto, v’aggiungono il nuovo, e poi l’altro, e appresso l’altro, e per questo modo gli fanno forti e assai difendevoli. La testa di rado armano, per non perdere la destrezza del reggere l’arco, ov’è tutta la loro speranza. Gli Ungheri hanno le gregge de’ cavalli grandissime, e sono non grandi, e co’ loro cavalli arano e governano il lavorio della terra, e tutte loro some sono carrette, e tutti gli nudriscono a stare stretti insieme, e legati per l’uno de’ piedi, sicchè in catuna parte con uno cavigliuolo fitto in terra li possono tenere, e il loro nudrimento è l’erba, fieno e strame con poca biada; massimamente quando usano d’andare verso levante, e valicare i lunghi diserti. E andando verso que’ paesi, usano selle lunghe a modo di barde, congiunte con usolieri; e quando sono in que’ cammini disabitati e ne’ loro eserciti, l’uomo e ’l cavallo in sul campo a scoperto cielo fanno un letto senz’altra tenda, e in tempo sereno aprono le bande delle loro selle a modo di barda, e fannosene materasse, e sopr’esse dormono la notte; e se ’l tempo è di piova, che di rado avviene, o dell’una parte o d’amendue si fanno coperta, e’ loro cavalli usi a ciò non si curano di stare al sereno e alla piova, e non hanno danno in que’ paesi che di rado vi piove; altrove non è così, ma pure comportano meglio i disagi; e molti ne castrano, che si mantengono meglio, e sono più mansueti. Di loro vivanda con lieve incarico sono ne’ diserti ben forniti, e la cagione di ciò e la loro provvisione è questa; che in Ungheria cresce grande moltitudine di buoi e di vacche, i quali non lavorano la terra, e avendo larga pastura, crescono e ingrassano tosto, i quali elli uccidono per avere il cuoio, e ’l grasso che fanno ne fanno grande mercatanzia, e la carne fanno cuocere in grandi caldaie; e com’ell’è ben cotta e salata la fanno dividere dall’ossa, e appresso la fanno seccare ne’ forni o in altro modo, e secca, la fanno polverezzare e recare in sottile polvere, e così la serbano; e quando vanno pe’ deserti con grande esercito, ove non trovano alcuna cosa da vivere, portano paiuoli e altri vasi di rame, e catuno per sè porta uno sacchetto di questa polvere per provvisione di guerra, e oltre a ciò il signore ne fa portare in sulle carrette gran quantità; e quando s’abbattono alle fiumane o altre acque, quivi s’arrestano, e pieni i loro vaselli d’acqua la fanno bollire, e bollita, vi mettono suso di questa polvere secondo la quantità de’ compagni che s’accostano insieme; la polvere ricresce e gonfia, e d’una menata o di due si fa pieno il vaso a modo di farinata, e dà sustanza grande da nutricare, e rende gli uomini forti con poco pane, o per se medesima senza pane. E però non è maraviglia perchè gran moltitudine stieno e passino lungamente per li diserti senza trovare foraggio, che i cavalli si nutricano coll’erbe e col fieno, e gli uomini con questa carne martoriata. Ma ne’ nostri paesi, ove trovano il pane e ’l vino e la carne fresca, infastidiscono il loro cibo, il quale per dolce usano ne’ deserti; e però mutano costume, e non saprebbono vivere di quell’impastata vivanda, e però non potrebbono in tanto numero ne’ nostri paesi durare, che le città e le castella sono forti, e i campi stretti e le genti provvedute; e però avviene, che quanti più in numero di qua ne passano, più tosto per necessità di vita si confondono. La loro guerra non è in potere mantenere campo, ma di correre e fuggire e cacciare, saettando le loro saette, e di rivolgersi e di ritornare alla battaglia. E molto sono atti e destri a fare preda e lunghe cavalcate, e molto magagnano colle saette gli altrui cavalli e le genti a piede, e per tanto sono utili ove sia chi possa tenere campo, perocchè di fare guerra in corso e tribolare i nemici d’assalto sono maestri, e non si curano di morire, e però si mettono a ogni gran pericolo. E quando le battaglie si commettono, sempre gli Ungheri si tengono per loro, e combattono, partendosi a dieci o quindici insieme, chi a destra e chi a sinistra, e corrono a fedire dalla lunga con le loro saette, e appresso in su’ loro correnti cavalli si fuggono, e solieno andare senza insegna o alcuna bandiera, e senza stromento da battaglia, e a certa percossa di loro turcassi s’accoglievano insieme. Abbianne forse oltre al dovere stesa nostra materia, ma perchè in questo nostro tempo si sono cominciati a stendere nelle italiane guerre, non è male a sapere loro condizione.
CAP. LV. Come l’oste si mantenea a Trevigi.
Stando il re d’Ungheria all’assedio di Trevigi, venne a lui messer Gran Cane della Scala con cinquecento barbute di fiorita gente d’arme, e ricevuto dal re graziosamente stette a parlamentare con lui in segreto, e tornossi a Verona, lasciati al servigio del re que’ cavalieri che menati avea con seco, avvegnachè il re, avendo troppa gente della sua, non gli arebbe voluti, ma per cortesia gli ritenne. Messer Bernabò di Milano gli mandò cinquecento balestrieri, i quali gli furono assai a grado; e incontanente il re fece strignere l’oste intorno alla città, e rizzarvi da diverse parti da diciotto difici, e cominciava a volere fare cave per abbattere le mura, ma di quello quelli della città poco si torneano, perocch’ell’è posta in piano, ed è quel piano sì abbondante d’acqua viva, che non si può cavare braccia due in profondo, che da catuna parte l’acqua surge abbondante e bella. Quelli che dentro v’erano alla guardia della città per i Veneziani, vedendo l’oste strignersi alle mura della città, francamente si mostrarono apparecchiati alla difesa, e contro a’ trabocchi aveano fatti terrati e altri utili ripari. Il re e ’l suo consiglio avendo provveduto la terra intorno, conobbono che non era cosa possibile a volerla vincere per battaglia, avendo difensori come la sentivano fornita, perocchè le mura erano forti e alte, e molto bene provvedute e armate, e i fossi larghi e pieni d’acqua viva. E per tanto non era da potere sperare vittoria, se non per lungo assedio, e a questo si disponea la volontà reale, ma la moltitudine de’ suoi Ungheri bestiali e baldanzosi generava confusione, che non si poteano reggere nè tenere ordine; e però avvenne, non ostante che il re col signore di Padova avesse pace e concordia (per la quale mandava ogni dì grande quantità di pane cotto all’oste in molte carra, e quattro carrette di vino per mantenere in dovizia l’oste, senza quella vittuaglia che le singulari persone del suo contado vi portavano) e in patto era che il suo contado e distretto dovea essere salvo e sicuro da tutto l’esercito del re, che non ostante le dette promesse gli Ungheri cavalcavano di loro movimento in sul Padovano, uccidendo ardendo e rubando, e facendo preda come sopra i nemici; onde il signore si turbò, e non mandò più nel campo l’ordinata vittuaglia, e’ paesani per non essere rubati si rimasono di portarvene, per la qual cosa il grande esercito cominciò a sentire difetto, e sformata carestia delle cose da vivere oltre all’usato modo. Lasceremo alquanto questa materia, per dare all’altre cose che occorsono alla fine di questo assedio il loro debito.
CAP. LVI. Come la gran compagnia passò nella Marca.
All’uscita del mese di luglio del detto anno, il conte di Lando colla sua compagnia uscì del Regno per la via della marina di san Fabiano. La forza del legato ch’era in sul Tronto non si potè tanto stendere che la compagnia inverso la marina non valicasse il fiume, e valicati senza contasto, si dirizzarono verso Fermo, e tra la città d’Ascoli e di Fermo posono loro campo; nel quale si trovarono duemilacinquecento barbute ben montati e bene in arme, e gran quantità di cavallari e di saccomanni in ronzini e in somieri, e mille masnadieri, e barattieri, e femmine di mondo, e bordaglia da carogna bene più di seimila. Essendosi accampati, sentirono come il legato era forte di gente d’arme e apparecchiato a tenerli stretti dalle gualdane, e però cercarono accordo con lui, e vennero a’ patti, che promisono in dodici dì essere fuori della Marca d’Ancona, senza fare prede o danno al paese, e che prenderebbono derrata per danaio, e’ paesani doveano apparecchiare la vittuaglia al loro trapasso. Seguirono i patti, ma non del termine, e dovunque tenevano campo non poteano fare senza grave danno de’ paesani; e a dì 10 del mese d’agosto furono passati in Romagna.
CAP. LVII. De’ fatti dell’isola di Cicilia.
In questi tempi nell’isola di Cicilia avvenne, che essendo morto Lodovico che si faceva dire re, e un suo fratello, ch’erano in guardia della setta de’ Catalani, l’altra parte della setta degl’Italiani, ond’erano capo i conti della casa di Chiaramonte, i quali s’erano accostati col re Luigi di Puglia, presono più ardire, e’ Catalani e’ loro seguaci n’abbassarono; e per questo avvenne, che messer Niccola di Cesaro con alquanti grandi cittadini di Messina i quali erano stati cacciati di Messina vi ritornarono; e questo messer Niccola essendo cacciato della terra, s’era ridotto di volontà del re Luigi nel castello di Melazzo, e fatto capitano de’ cavalieri del detto re Luigi per guardare il castello e guerreggiare i Messinesi. Costui ritornato in Messina co’ suoi consorti e con altri di suo seguito, molto segretamente si cominciò a intendere co’ caporali di Chiaramonte, e all’entrata di luglio del detto anno, provveduto a’ suoi segreti, fece muovere certi di sua setta, i quali cominciarono mischia con quelli cittadini ch’erano avversari di messer Niccola, e che l’aveano tenuto fuori di Messina. Essendo per questa novità la terra a romore, come ordinato era, messer Niccola ebbe di subito da Melazzo dugento cavalieri che v’erano del re Luigi e quattrocento fanti, i quali mise nella città, e con loro e con suo seguito di cittadini corse la terra, e caccionne fuori diciannove famiglie de’ suoi avversari, e tutti gli fece rubare, e fecesene signore, non per titolo, ma come maggiore governava il reggimento di quella. E così in tutte le parti dell’isola erano dissensioni e brighe per le maladette sette, ma l’una calava e l’altra montava con continove uccisioni e guastamento del paese; e già per terre che ’l re Luigi v’avesse o per sua forza di gente, che ve ne manteneva poca per povertà di moneta, lievemente montava al fatto. La divisione de’ paesani mutava la loro fortuna, come seguendo nel loro tempo si potrà vedere.
CAP. LVIII. Come il conte di Lancastro cavalcò fino a Parigi.
Del mese di luglio del detto anno, il conte di Lancastro con due fratelli del redi Navarra, con quattromila cavalieri e molti arcieri inghilesi, per fare maggiore onta al re di Francia, sentendo s’apparecchiava di molta baronia, si misono a cammino, scorrendo i paesi inverso la città di Parigi, facendo col fuoco gran danno alle villate di fuori e predando in ogni parte, e misonsi tanto innanzi, che a una giornata s’appressarono a Parigi. Sentendo che ’l re s’apparecchiava di venire contro a loro con diecimila cavalieri e grande popolo, diedono la volta girando il paese, e facendo continovi danni e gravi si ridussono in Normandia a un castello che si chiamava Bertoglio, innanzi al quale fermarono loro campo per difenderlo, avvisando che ’l re di Francia il dovesse fare assediare, perocchè tribolava col ricetto degl’Inghilesi tutta Normandia.
CAP. LIX. Come il re di Francia andò in Normandia.
Il re di Francia infocato di sdegno più contro a messer Filippo di Navarra che gli era venuto addosso, che contro al duca di Lancastro, sentendo che s’era ridotto nel Castello di Bertoglio sotto la guardia degl’Inghilesi, di presente in persona si mosse da Parigi con quella cavalleria ch’avea accolta, lasciando d’essere seguito dagli altri, e dirizzossi in Normandia verso Bertoglio; e trovandosi con più di diecimila cavalieri, e con grande moltitudine di sergenti, si mise a campo presso a’ suoi nemici, a intenzione di combattere con loro. Il conte di Lancastro avvisato guerriere, sentendosi il re appresso con molto maggior forza che la sua, ebbe un suo avvisato scudiere e ben parlante, il quale mandò al re di Francia, e fecelo richiedere di battaglia. Il re allegramente ricevette il gaggio della battaglia, facendo allo scudiere larghi doni; il quale volendo dimostrare ch’avesse amore al re, in sul partire gli disse, che la venuta del conte alla battaglia sarebbe innanzi dì, dicendogli, che per tempo si dovesse apparecchiare. Il re mucciando gli disse, che di ciò non si curava; venisse quando volesse, pure che venisse alla battaglia; ma le parole dello scudiere furono molto piene di malizia, perocchè sapendo che ’l conte la notte si dovea partire, disse questo acciocch’e’ Franceschi sentendo il movimento credessono che ciò fosse apparecchio di battaglia e non di fuga, e così avvenne, che ’l conte di Lancastro, e messer Filippo di Navarra in quella notte, facendo fare gran vista nel campo e gran romore, chetamente si ricolsono, e partirono colla loro gente. Il re la mattina scoperto il baratto degl’Inghilesi si mise a oste al castello con proponimento di lasciare gli altri assalti degl’Inghilesi, e attendere a racquistare le terre che rubellate gli erano in Normandia. In questo tempo il duca di Guales faceva alle terre del re di Francia grandi guerre in Guascogna, ma però il re non si volle partire dall’assedio di Bertuglio infino a tanto che l’ebbe a’ suoi comandamenti, arrenduti al re salve le persone, e così fu fatto; avendo il re vittoria d’avere cacciati con vergogna i nemici, e vinto il castello.
CAP. LX. Come il papa e l’imperadore diedono titolo al re d’Ungheria.
In questi tempi mostravano il papa e’ cardinali grande affezione al re d’Ungheria, o che fosse procaccio del detto re, che spesso avea in corte suoi ambasciadori, o che motivo fosse della Chiesa per fargli onore, a dì quattro del mese d’agosto del detto anno, il papa e i cardinali di concordia in consistoro il pronunziarono e dichiararono gonfaloniere di santa Chiesa contro agl’infedeli. In questo medesimo tempo, essendo il detto re all’assedio di Trevigi, l’imperadore il fece suo vicario nella guerra de’ Veneziani, ed egli levò nel campo la sua insegna, e tutte le terre che per lui s’acquistavano riceveva in nome dell’imperadore.
CAP. LXI. Come i Fiorentini s’accordarono di fare porto a Talamone.
Avemo narrato addietro, come il comune di Firenze per lo torto ch’e’ Pisani faceano a’ suoi cittadini, d’avere levata loro la franchigia contro a’ patti della pace, essendo venuto il termine che i mercatanti s’erano partiti da Pisa, e ritrattone le mercatanzie e’ danari, del presente mese d’agosto del detto anno, avendo i dieci del mare lungamente trattato col comune di Siena di volere far porto a Talamone, recato l’acconciamento del porto e del ridotto in terra, e della guardia, che da loro parte era a fare, e del dirizzamento del cammino, e dell’albergherie, e appresso di quello che per dazio e gabelle la mercatanzia de’ Fiorentini avesse a pagare, in piena concordia, per riformagioni de’ consigli di catuno comune, si fermò per dieci anni di fare i Fiorentini porto là e ridotto a Siena, e i Sanesi di conservare i patti promessi. È vero, che tra gli altri patti era promesso di sbandire le strade da Siena a Pisa per divieto d’ogni mercatanzia, ma questo non osservarono i Sanesi, anzi correa il cammino dall’una città all’altra in grande acconcio de’ Pisani. Avvedendosene i Fiorentini, se ne dolsono, ma ’l reggimento del comune di Siena non se ne movea. Vedendo de’ cittadini che voleano s’attenesse la fede al comune di Firenze, e che i loro rettori non lo faceano, ordinarono, che certi sbanditi loro cittadini rompessono e rubassono la strada e la mercatanzia, e forse fu d’assentimento de’ rettori per coprirsi al comune di Pisa. Costoro feciono volentieri il servigio per modo che ’l cammino al tutto per terra fu loro tolto. E i Pisani sopra gli altri Toscani saputi e maliziosi, a questa volta si trovarono presi nella loro malizia; perocchè incontanente che i Fiorentini presono porto a Talamone e ridotto a Siena, tutti gli altri mercatanti d’ogni parte abbandonarono il porto e la città di Pisa, e votarono la città d’ogni mercatanzia, e le case dell’abitazioni, e ’l mestiere delle loro mercerie, e gli alberghi de’ mercatanti e de’ viandanti, e’ cammini de’ vetturali, e ’l porto delle navi, per modo che in brieve tempo s’avvidono, che la loro città era divenuta una terra solitaria castellana; e nella città n’era contro a’ loro rettori grande repetio. Allora s’accorsono senza suscitamento di guerra quanto guadagno tornava al loro comune per avere rotta la pace e la franchigia a’ Fiorentini. Allora cominciarono a cercare ogni via e modo, con ogni vantangio che volessono i Fiorentini, di ritornarli a stare in Pisa; ma i Fiorentini, sdegnati della fede rotta pe’ Pisani cotante volte al loro comune, non poterono essere smossi del fermo proposito di fare col fatto conoscenti i Pisani, che i Fiorentini poteano ben fare le mercatanzie per terra e per mare senza loro, ed eglino male usare il porto, e’ mercatanti, e la mercatanzia, e l’arti, e’ mestieri a utilità de’ loro cittadini, e l’entrate del loro comune senza i Fiorentini. E perchè per indietro non si potessono atare, si fece divieto in tutto il distretto di Firenze d’ogni mercatanzia o roba ch’andasse o venisse verso Pisa, senza rompere il cammino a’ viandanti. E di questo seguitarono appresso maggiori cose per mare e per terra, come leggendo innanzi per li tempi si potrà trovare,
CAP. LXII. Come messer Bruzzi cercò di tradire il signore di Bologna.
Messer Bruzzi, figliuolo non legittimo che fu di messer Luchino signore di Milano, essendo per sospetto de’ signori di Milano cacciato di quella, e per sue cattive operazioni stato in ribellione più tempo, vedendosi messer Giovanni da Oleggio molto solo di confidenti nella sua signoria, e conoscendo messer Bruzzi pro’ e ardito, e bene avvisato in guerra e di gran consiglio, il recò a sè, parendogli potersi confidare di lui, e assegnogli larga provvisione, e facevagli onore, e tutte le maggiori cose di fatti d’arme li commettea; e oltre a ciò in camera l’avea a’ suoi segreti consigli, e mostravagli tanto amore, ch’e’ Bolognesi temevano, che se messer Giovanni morisse costui non rimanesse signore; ma l’animo tirannesco affrettando l’ambizione della signoria li gravava d’attendere, e però cercava di fornirlo più tosto, e trattò di torre la signoria a messer Giovanni, ma non seppe fare il trattato sì coperto che a messer Giovanni, ch’era maestro di buona guardia e di savia investigagione, non li venisse palese. E tornando messer Bruzzi di fuori con molta gente d’arme in Bologna con grande pompa, messer Giovanni mandò per lui, e avendolo in camera, li rammentò l’onore e ’l beneficio che gli avea cominciato a fare, e l’animo ch’avea di farlo grande; e appresso li mostrò il trattato ch’e’ tenea per torli la signoria di Bologna sì aperto, ch’e’ non glie lo potè negare: ma per amore della casa de’ Visconti, dond’era nato, gli disse, che li perdonava la morte; ma per vendetta dello sconoscimento dell’onore che gli avea fatto trovandolo traditore il fece spogliare in giubbetto, e cacciare a piè fuori di suo distretto incontanente, e diede congio a tutta sua famiglia, e ritenne l’arme gli arnesi e i cavalli.
CAP. LXIII. Come i Veneziani cercarono accordo col re d’Ungheria.
Di questo mese d’agosto del detto anno, vedendo i Veneziani essere recati a mal partito nella guerra col re d’Ungheria, signore di così gran potenza, e pensando che per lo cominciamento della guerra i loro cittadini erano per le spese loro premuti dal comune infino al sangue, pensarono ch’altro scampo non era per loro se non di procacciare la sua pace; e però elessono parecchi de’ maggiori e de’ più savi cittadini di Vinegia, e mandaronli al re nel campo a Trevigi con pieno mandato, informati dell’intenzione e volontà del loro comune, e giunti al re, da lui furono ricevuti onorevolemente; ed essendo a parlamento con lui, gli offersono da parte del comune di Vinegia, come quando potessono avere da lui buona pace, che ’l comune lascerebbe la città di Giara, con patto ch’ella dovesse rimanere nel primo stato in sua libertà, e che renderebbono liberamente certe terre nomate della Schiavonia a sua volontà, e certe altre voleano ritenere e riconoscere da lui, con quello convenevole censo a dare ogn’anno al re ch’a lui piacesse, e offerendoli di ristituire per tempo ordinato quella quantità di pecunia per suoi interessi e spese che fosse convenevole, e di che egli giustamente si potesse contentare. Al re parve strano ch’e’ volessono trarre Giara del suo reame e metterla in libertà, e che per patto li convenisse lasciare le sue terre al comune di Vinegia a censo; e questo riputava in vergogna della sua corona, e però non volle consentire a questa pace, nè a questo accordo, se liberamente non gli fossono restituite le terre del suo reame. Molti di questo biasimarono il re, parendo ch’egli dovesse avere preso questo accordo con suo vantaggio, per quello ch’appresso ne seguitò di suo poco onore, ma chi riguarderà al fine e alla potenza reale non li darà biasimo della sua alta risposta.
CAP. LXIV. Come il signore di Bologna scoperse un altro trattato contro a sè.
Messer Bernabò di Milano, avendo sopra all’altre cose cuore a’ fatti di Bologna, come avea ordinato l’uno trattato contro al signore di Bologna, e era scoperto, così avea ricominciato l’altro: apparve cosa maravigliosa, che tutti si scoprivano per sè stessi per non pensati nè provveduti modi. Avea in questi dì messer Giovanni da Oleggio fatto podestà di san Giovanni in Percesena, e datali provvisione in altre terre circustanti, un Milanese, in cui avea grande e antica confidanza. Tanto seppe adoperare messer Bernabò, che corruppe questo podestà milanese, e corruppe il suo cancelliere, il quale dovea fare lettere da parte del signore per certo modo come volea il detto podestà; e già ogni cosa era recata in opera per modo, ch’era mossa la cavalleria che dovea entrare nelle castella sotto il titolo delle lettere del signore di Bologna, e mandò messer Bernabò un suo fidato messaggere innanzi al podestà di san Giovanni colle sue lettere. Avvenne che in quel dì, alcune ore innanzi che ’l fante giugnesse al castello di san Giovanni, il podestà era ito a Bologna; il fante li tenne dietro, e cominciò infra sè a dubitare delle lettere che portava, perocchè sentiva della cagione perch’egli andava; e giunto a Bologna, trovo che ’l podestà era col signore, e allora li montò più il sospetto, immaginando che ’l trattato fosse scoperto, e per campare sè, tanto fu forte la sua immaginazione ch’e’ si mise ad andare al signore, e con grande improntitudine fece d’avere udienza da lui, e allora li manifestò il fatto; e per provare la verità li diè le lettere di messer Bernabò ch’e’ portava al podestà, per le quali fu manifesto che san Giovanni, e Nonantola e altre castella, in uno dì doveano essere date per lo trattato del podestà alla gente di messer Bernabò, il quale era ancora in casa del signore; messer Giovanni vedute quelle lettere e disaminato il fante, fece ritenere il podestà e il cancelliere, è ritrovata con loro la verità del fatto, e colpevoli, di presente provvide alla guardia delle terre, e costoro con anche dieci di loro seguito fece morire.
CAP. LXV. Di certa novità che gli Ungheri feciono nel campo a Trevigi.
La disordinata moltitudine de’ cavalieri ungheri, che a modo di gente barbara non sanno osservare la disciplina militare, nè essere ubbidienti a’ loro conducitori, come detto è poco addietro, aveano scorso il Padovano, perchè la vittuaglia che di là solea venire non venia, e la carestia montava nel campo. Per la qual cosa al primo fallo n’arrosono uno maggiore, e presono riotta co’ cavalieri tedeschi che v’erano con messer Currado Lupo e con gli altri conestabili tedeschi che fedelmente servivano il loro signore, e per arroganza li villaneggiavano; e fatto questo, corsono con furore alla camera dove il re avea ordinato il fornimento della vittuaglia e dell’altre cose per conservare l’oste, e rubaronla; e così in pochi dì ebbono a tanto condotta l’oste, sconciando l’ordine che la mantenea, che per necessità fu costretto il re di partirsi dall’assedio, come appresso diviseremo: verificandosi quel detto del filosofo il quale disse: che le sopragrandi cose reggere non si possono, e quelle che reggere non si possono, lungamente durare non possono.
CAP. LXVI. Come il re d’Ungheria si levò da oste da Trevigi.
Il re d’Ungheria vedendo l’oste sua sconcia per la sfrenata baldanza della moltitudine de’ suoi Ungheri, e che i difetti della vittuaglia erano senza rimedio, si pentè di non avere presa la concordia che potuta avea prendere con suo onore co’ Veneziani; ed essendo naturalmente di subito movimento, senza deliberare con altro consiglio, improvviso a tutti, a dì 23 del mese d’agosto del detto anno si partì dall’assedio di Trevigi, ov’era con più di trecento migliaia di cavalieri, è passò la Piave raccolta tutta sua gente a salvamento; perocchè quelli della città nè segno nè avviso n’ebbono ch’e’ si dovesse partire, e alcuni dì stettono innanzi che pienamente si potesse credere la loro partita. A Colligrano fu la loro raccolta, e in quella terra lasciò duemila cavalieri ungari alla guardia della terra per fare guerra a Trevigi, ed egli con tutto l’altro esercito si tornò in Ungheria con poco onore della sua impresa a questa volta.
CAP. LXVII. Raccoglimento di condizioni, e movimento del re.
Questo re d’Ungheria, per quella verità che sapere ne potemmo, è uomo di gran cuore, pro’ e ardito di sua persona, e nelle prosperità di grandi imprese molto animoso, rigido e fiero in quelle, e molto si fa temere a’ suoi baroni, e vuole avere presti i loro debiti servigi; è grande impigliatore senza debita provvedenza; e a sua gente in fatti d’arme è più abbandonato e baldanzoso che provveduto, per la soperchia fidanza, che havea in loro ed eglino in lui, perocchè molto è cortese a tutti e di buona aria; assai volte ha mostrati esempi di subiti e lievi movimenti nelle grandi cose, e l’avverse sa meglio abbandonare, partendosi da esse, che stando con virtù resistere a quelle.
CAP. LXVIII. Come la gente della lega di Lombardia sconfisse il Biscione a Castel Lione.
Essendo lungamente stato assediato il forte Castel Leone de’ Mantovani dalla forza de’ signori di Milano, e recato a stretto partito, i signori di Mantova coll’aiuto del marchese di Ferrara e del signore di Bologna raunate subitamente, all’uscita d’agosto anno detto, mille dugento barbute e grande popolo per soccorrere il castello, s’avviarono molto prestamente verso il campo de’ nemici, i quali vedendosi venire improvviso addosso i Mantovani si levarono dall’assedio, e ordinarono una grossa schiera alla loro riscossa e innanzi che la gente de’ Mantovani giugnesse al campo, si ridussono a uno castello ivi presso de’ loro signori di Milano; ma la schiera fatta per la riscossa fu soppressa dalla gente de’ Mantovani e sconfitta, e morti e presi la maggior parte, e ’l castello liberato dall’assedio; e rifornito di nuova gente e di molta vittuaglia con vittoria si tornarono al loro signore, avendo vituperata la gente de’ signori di Milano di quella loro lunga impresa.
CAP. LXIX. Trattati de’ Ciciliani.
Detto abbiamo addietro, come certi potenti cittadini della città di Messina nominati que’ di Cesare cacciarono della città altri cittadini loro avversari, e rimasi i maggiori, s’accostarono co’ baroni di Chiaramonte, i quali teneano col re Luigi del Regno. Nondimeno perchè a loro parea essere nell’isola i maggiori, eziandio senza l’aiuto del detto re, e’ cercarono di riducere a loro Federigo loro legittimo signore, e trarlo delle mani de’ Catalani, e conducerlo a Messina e farlo coronare dell’isola. E per dimostrare che eglino avessono affezione al loro signore naturale dell’isola, messer Niccola di Cesaro in persona, a cui il re Luigi avea accomandata la terra di Melazzo, andò là con gente d’arme, e fece per più di combattere coloro che per lo re guardavano la rocca, tanto che l’ebbe. Per la qual cosa i Messinesi presono molta confidanza di messer Niccola, e don Federigo medesimo prese speranza e diede intenzione di venire a Messina, e per tutto si divolgò che l’accordo di Cicilia era fatto. Ma o che questo trattato fosse fatto ad ingegno di malizia, come si credette, o che la setta de’ Catalani non si fidasse, la cosa si ruppe tra’ Ciciliani, e seguitonne la chiamata a Messina del re Luigi, come appresso al suo tempo, conseguendo nostra materia, diviseremo.
CAP. LXX. Come la compagnia stette sopra Ravenna.
Venuta la compagnia del conte di Lando del Regno in Romagna, il legato per tema de’ baratti di quella gente senza fede si ritrasse dall’assedio di Cesena, e dalla cominciata guerra contro al capitano di Forlì, pensando saviamente i pericoli che occorrere li poteano. Il capitano a quella compagnia dava il mercato, e a’ capitani e a’ maggiori conestabili facea doni per avere il loro aiuto: e la moltitudine di quello esercito si stava in sul contado di Ravenna facendo danno di prede, e minacciando di dargli il guasto, se ’l loro signore messer Bernardino da Polenta non desse loro danari. Ma egli, essendo molto ricco di moneta, chiamò a consiglio i Cittadini di Ravenna; e con loro ordinò il modo dell’ammenda del guasto, e volle in questo caso, come valoroso tiranno, innanzi sodisfare il danno a’ suoi cittadini, che sottomettersi al tributo della compagnia. Onde molto fu commendato da’ savi; perocchè del guasto la compagnia fa danno a sè senza trarne alcun frutto, e il trarre danari da’ signori e da’ comuni è un accrescere baldanza e favore a mantenere le compagnie e servaggio de’ popoli.
CAP. LXXI. Come i Fiorentini ordinarono di fare balestrieri.
Sentendo i Fiorentini la gran compagnia in Romagna, e che ’l termine promesso per quella di non gravare i Fiorentini compieva, si provvidono d’alquanti cavalieri, e mandaronli in Mugello per contradire i passi dell’alpe, e feciono eletta nella città e nel contado di balestrieri, e del mese di luglio del detto anno feciono mostra di duemilacinquecento balestrieri sperti del balestro, tutti armati a corazzine, e mandaronne a’ passi dell’alpe, e senza arresto, ne compresono appresso fino in quattromila, tutti con buone corazzine, della qual cosa le terre vicine ghibelline, e guelfe di Toscana, che allora viveano in sospetto, stavano in gelosia e in guardia, e la compagnia medesima ne cominciò a dottare. Nondimeno il comune, per savia e segreta provvidenza, mandò alcuni cittadini per ambasciadori alla compagnia, i quali teneano ragionamento di trattato, e passavano tempo, e tentavano con ispesa di trarre de’ caporali della compagnia e conducergli a soldo; e per questo modo temporeggiando co’ conducitori di quella, tanto che il grano e i biadi del nostro contado fu fuori de’ campi, e ’l comune fortificato di cavalieri, e masnadieri, e balestrieri, e presi i passi in tutta l’alpe, ove potea essere il passo alla compagnia, si ruppono dal trattato, e tornaronsi a Firenze. La compagnia, sentendo il comune di Firenze provveduto contro a sè, con accrescimento di sdegno perdè la speranza d’entrare a fare la ricolta tributaria in Toscana, e però tenne co’ Lombardi suo trattato, il quale fornì, come innanzi al suo tempo racconteremo.
CAP. LXXII. L’ordine ch’e’ Fiorentini presono per mantenere i balestrieri.
Piacendo a’ Fiorentini molto il nuovo trovato de’ balestrieri, il fermarono con ordine, e nella città n’elessono ottocento, tutti balestrieri provati, partendoli per gonfalone, e a venticinque davano un conestabile, e le balestra e le corazze di catuno inarcavano del marco del comune, e per simile modo n’elessono nel contado, dandone secondo l’estimo cotanti per cento, e appresso nel distretto ne feciono scegliere a catuna comunanza, terra o castello quelli che si conveniano, tanti che in tutto n’ebbono quattromila; e ordinarono per li loro soldi certa entrata del comune, e che catuno de’ detti balestrieri, non andando al servigio del comune, standosi a casa sua avesse ogni mese soldi venti di provvisione dal comune, e ’l conestabile soldi quaranta, e dovessono stare apparecchiati a ogni richiesta del comune; e quando il comune li mandasse o tenesse in suo servigio, dovessono avere il mese fiorini tre di soldo, e ogni capo di tre o di quattro mesi erano tenuti a volontà degli uficiali deputati sopra loro, ch’erano due cittadini per catuno quartiere, colle loro balestra e colle corazze marcate del marco del comune. E oltre a ciò, a ogni rassegnamento gli uficiali facevano fare per ogni gonfalone un bello e nobile balestro e tre ricche ghiere, il quale poneano in premio e in onore di quel balestriere della compagnia del gonfalone, che tre continovi tratti saettando a berzaglio vinceva gli altri; e ancora così faceano ne’ comuni del contado per esercitare gli uomini, per vaghezza dell’onore, a divenire buoni balestrieri; e fu cagione di grande esercitamento del balestro, tanto che tra sè nella città e nel contado ogni dì di festa si ragunavano insieme i balestrieri a farne loro giuoco e sollazzo per singulare diporto.
CAP. LXXIII. Come i Trevigiani furono soppresi dagli Ungheri con loro grave danno.
Tornando un poco nostra materia, a’ fatti di Trevigi, avendo veduto coloro ch’erano per i Veneziani alla guardia di Trevigi la subita partita del re d’Ungheria e del suo grande esercito, cominciarono a far tornare i lavoratori nel contado, e conducervi il bestiame, e sparti per le contrade. Gli Ungheri ch’erano rimasi a Colligrano e per le terre vicine, sentendo il paese pieno di preda, mandarono scorrendo di loro Ungheri fino presso a Trevigi intorno di quattrocento cavalli, i quali raunarono d’uomini e di bestiame una grande preda; i cavalieri e’ balestrieri ch’erano in Trevigi con loro capitani veneziani, per risquotere la preda gagliardamente uscirono fuori più di cinquecento cavalieri e assai masnadieri, i quali di presente s’aggiunsono con gli Ungheri; ed eglino si cominciarono a difendere andando verso i nemici, e voltando e appresso ritornando; e continovo si ritraevano, ove sapevano ch’era l’aguato della loro gente, non facendone alcuno sembiante; e così continuando, e perseguitandoli i Trevigiani, gli ebbono condotti dov’erano riposti in aguato ottocento de’ loro Ungheri, i quali di subito uscirono addosso a’ Trevigiani, e rinchiusi tra loro, più di dugento n’uccisono in sul campo, e presonne più di trecento, e menaronsene i prigioni e la preda, avendo più danno fatto a’ Veneziani e a quelli del paese in questa giornata, che il re nell’assedio con tutto il suo esercito; e questo fu a dì 23 del mese d’agosto anno detto.
CAP. LXXIV. Come il Regno era d’ogni parte in guerra.
Essendo, come detto abbiamo poco innanzi, uscita la compagnia del reame, il re rimaso povero d’avere e di gente d’arme non potea riparare alla forza de’ ladroni che per tutto scorrevano il reame, ricettati da’ baroni ch’erano scorsi a mal fare, e partivano le ruberie e le prede con loro; e di verso le parti di Campagna centocinquanta cavalieri, ch’erano rimasi della compagnia, tribolavano tutto il paese d’intorno, e rubavano e rompevano le strade e’ cammini, e così gli altri caporali de’ ladroni facevano in principato e in Terra di Lavoro; e in Puglia il paladino col favore del duca di Durazzo, faceva il simigliante, e con ottocento barbute avea assediato Sanseverino, scorrendo e rubando tutto il piano di Puglia; e per questo il Regno era in maggiore tempesta che quando v’era la gran compagnia, e niuno cammino v’era rimaso sicuro; catuna parte del Regno era corrotta a mal fare, fuori che le buone terre, per gran colpa della mala provvedenza del re loro signore, che fuori de’ suoi diletti poco d’altro si mostrava di curare.
CAP. LXXV. Come i collegati condussono la compagnia al loro soldo.
La compagnia del conte di Lando stando lungamente sopra il contado di Ravenna, e premendo per via d’aiuto gravemente i Forlivesi, conosciuto che per lo riparo e provvedenza del comune di Firenze a loro era malagevole e pericoloso entrare in Toscana, s’accordarono d’andare a servire i collegati contro a’ signori di Milano in Lombardia; e condotti per quattro mesi per quelli della lega, promisono di stare il detto tempo sopra le terre de’ signori di Milano guerreggiando il paese a loro utilità; e a dì 18 del mese di settembre anni Domini 1356 si partirono di Romagna, e presono loro cammino in Lombardia, e tra Bologna e Modena attesono l’altra forza de’ collegati e ’l capitano ch’appresso diviseremo.
CAP. LXXVI. De’ fatti de’ collegati di Lombardia.
Erano in questo tempo collegati contro a’ signori di Milano il signore di Mantova, il marchese di Ferrara e ’l signore di Bologna, nominati caporali, avvegnachè assai degli altri tacitamente teneano con loro; e avendo procacciato d’avere la compagnia al loro servigio, come detto è, trattarono coll’imperadore d’avere capitano da lui a quell’impresa, e l’imperadore avendo l’animo contro a’ signori di Milano, i quali avea trovati molto potenti, avendo in Pisa per suo vicario messer Astorgio Marcovaldo vescovo d’Augusta, uomo valoroso in arme e di grande autorità, per non volersi scoprire manifestamente contro a’ tiranni, concedette la libertà al vescovo, e in segreto l’ordinò suo vicario, e a ciò li concedette tacitamente suoi privilegi, commettendoli che ciò non manifestasse se non quando sopra loro si vedesse in gran prosperità, sicchè con onore dell’imperio il potesse fare, altrimenti nol facesse, ma mostrasse da sè fare quell’impresa. Costui chiamato dalla lega de’ Lombardi si partì da Pisa e venne a Firenze, ove li fu fatto grande onore; e senza soggiorno se n’andò alla compagnia, e fu fatto loro conduttore, e dell’altra gente de’ Lombardi collegati; il quale valentemente s’ordinò contro a’ tiranni, e fece grandi cose, come appresso narreremo; ma richiedendoci innanzi alcune cose grandi conviene che prima abbiano il debito della nostra penna.
CAP. LXXVII. Come i Brabanzoni ruppono i patti a’ Fiamminghi.
Avendo poco innanzi narrato la concordia che si prese in luogo dell’apparecchiata battaglia tra’ Fiamminghi, e’ Brabanzoni per lo fatto di Mellina, seguita, che gli otto albitri eletti, quattro da catuna parte, sotto la fede del loro saramento, aveano diligentemente vedute, e disaminate le ragioni di catuna parte; e trovando di concordia tutti gli albitri la ragione della villa di Mellina essere del conte di Fiandra, e così essere acconci di sentenziare per osservare il loro saramento; il duca di Brabante, rompendo la fede promessa, mandò per fare pigliare i quattro suoi Brabanzoni ch’erano albitri, acciocchè non potessono dare la sentenza, e due ne presono, e due se ne fuggirono. Per questa cosa il conte di Fiandra, e’ Fiamminghi si tennono traditi da’ Brabanzoni e dal loro duca, e di presente mossono guerra nel paese. Ed essendo alquanti cavalieri fiamminghi entrati in Brabante guerreggiando, i Brabanzoni si misono con maggiore forza contro a loro, e rupponli, e uccisono ottanta cavalieri, e più altri ne imprigionarono. E aggiunto alla prima ingiuria il secondo danno e vergogna de’ Fiamminghi, s’infiammarono tutti di tanto sdegno, che per comune tutti diedono luogo a’ loro mestieri, e intesono ad apparecchiarsi in arme per andare contro a’ Brabanzoni, onde uscirono notabili cose come appresso racconteremo.
CAP. LXXVIII. Come il conte di Fiandra andò sopra Brabante.
È da sapere, per meglio intendere quello che seguita, che non per nuovo accidente, ma per antica virtù, e continovata ambizione, il popolo Fiammingo era più pro’ e più sperto e audace in fatti d’arme che il popolo brabanzone, e i cavalieri brabanzoni più sperti e più atti in fatti d’arme ch’e’ cavalieri fiamminghi. Ma recando a sè il popolo fiammingo l’ingiuria ricevuta da’ Brabanzoni, nell’impeto del furore del suo animo, come un uomo, s’accolsono insieme più di centocinquanta migliaia d’uomini, tutti armati a modo di cavalieri, e con loro il conte loro signore con quattromila cavalieri, e raccolto grandissimo carreaggio carico di vivanda, e d’armadura a dì 9 d’agosto anno detto presono loro cammino per entrare in Brabante, e a dì 12 del detto mese si trovarono sopra la gran città di Borsella, presso a mezza lega, e ivi fermarono loro campo, scorrendo il paese d’intorno, e facendo assai danno a’ paesani.
CAP. LXXIX. Come il duca di Brabante si fè incontro a’ Fiamminghi.
Il duca di Brabante, il quale era Tedesco, fratello uterino di Carlo di Boemia imperadore, avendo in animo di non volere, Mellina al conte rendere attendendo la guerra, avea richiesto d’aiuto l’imperadore, e molti altri principi della Magna, e a questo punto si trovò da diecimila o più buoni cavalieri tedeschi e brabanzoni, e tutto il popolo di Brabante si mise in arme, e trovossi il duca a questo bisogno cento migliaia di Brabanzoni a piè bene armati. E vedendosi i nemici all’uscio, a dì 17 del detto mese d’agosto uscirono a campo fuori della villa di Borsella, e misonsi a campo a rimpetto de’ Fiamminghi presso a un mezzo miglio: e cominciarono a ordinare la loro gente, e disporla per battaglie a piè, e a cavallo; perocchè ben conosceano che l’impresa era tale, che non riceveva altro termine che la vittoria della battaglia a cui Iddio la concedesse. In questo ordinare stettono dalla mattina a nona; mezzani non si poteano in questo fatto tramettere per la fede altra volta rotta pe’ Brabanzoni, catuna parte s’acconciava di combattere, e tanto era presso l’un’oste all’altra, che battaglia non vi potea mancare.
CAP. LXXX. Come i Fiamminghi sconfissono i Brabanzoni.
I Fiamminghi, ch’erano infocati per l’ingiurie ricevute, vedendosi i nemici così di presso, e sentendo tra loro gran romore, avvisandosi che per discordia si dovessono partire, senza attendere che venissono schierati al campo, valicata l’ora della nona, si misono ad assalirgli. E cominciato un grido tutti insieme a loro costuma, che trapassava il cielo vincendo ogni tonitruo, e giugnendo a’ nemici, i quali aveano incominciata alcuna discordia tra’ Tedeschi e’ Brabanzoni, gli assalirono con grande ardimento; e cominciata tra loro la battaglia, avvenne per caso, e non per operazione de’ nemici, che l’insegna del duca di Brabante si vide abbattuta. Veduto questo i Brabanzoni a piede in prima si misono alla fuga, e i cavalieri appresso volsono le reni a’ nemici senza fare alcuna resistenza, e intesonsi a salvare nella città ch’era loro presso; i Fiamminghi affannati per la corsa al primo assalto, e carichi d’arme, non li poterono seguire, e per questa cagione pochi ne morirono in sul campo, ma più n’annegarono, gittandosi a passare il fiume coll’armi indosso; ma tra tutti i morti in sul campo e annegati nel fiume appena aggiunsono al numero di cinquecento, che fu di così grande esercito gran maraviglia, e de’ Fiamminghi non morì alcuno di ferro, cosa quasi, incredibile a raccontare, ma così fu per la grazia di Dio, che non assentì tra loro maggiore effusione di sangue.
CAP. LXXXI. Come il conte di Fiandra ebbe Borsella.
Il duca di Brabante fuggendo co’ suoi cavalieri tedeschi entrò in Borsella, e tanta paura gli entrò nell’animo per la fede rotta a’ Fiamminghi, che non ebbe cuore di ritenersi in Borsella, ma di presente senza ordinarla a difesa o a guardia se ne partì, e andossene in Loano. Il conte, avendo vittoriosamente rotti e cacciati del campo i suoi nemici, vedendo i suoi Fiamminghi per la vittoria baldanzosi e di grande volontà a seguire innanzi, di presente in quel giorno se n’andò a Borsella. I gentili uomini e i grandi borgesi di quella villa aveano per addietro ordinato, che tutti gli artefici de’ mestieri stessono fuori della città in grandi borghi che v’erano, per novità che v’erano di loro riotte alcuna volta avvenute in pericolo della villa, e in questa rotta non gli aveano lasciati rifuggire dentro. I borghi erano grandi a maraviglia cresciuti per li mestieri, ed erano pieni e forniti d’ogni bene. Il conte avendo in fuga i suoi nemici senza contasto s’entrò ne’ borghi facendo alcuna uccisione, e comincionne ad affocare uno, e disse, che tutti gli arderebbe se la terra non facesse i suoi comandamenti. Gli artefici ch’abitavano ne’ borghi, e aveano di fuori e nella villa di loro gente, e avendo già in loro balìa l’una delle porte, dissono a’ borgesi, che non intendeano essere diserti colle loro famiglie per loro, e che se di presente non facessono i comandamenti del conte, che per forza il metterebbono nella villa. Per la qual cosa vedendosi i borgesi dentro a mal partito, elessono di concordia di volere innanzi essere all’ubbidienza del conte, che di lasciarsi prendere per forza da’ Fiamminghi e da’ loro propri cittadini, e guastare la città di sangue e di ruberia; e di presente elessono ambasciadori, e mandaronli ne’ borghi al conte, che voleano ubbidire a’ suoi comandamenti, promettendo salvarli d’uccisione e di ruberie, e così fu fatto; e di presente furono aperte le porte, ed entrovvi il conte e chi volle de’ Fiamminghi, ricevuti con grande onore da tutta la villa, e apparecchiato loro come ad amici ciò che era di bisogno, il conte ne prese la signoria dolcemente, e ordinovvi il reggimento e la guardia come a lui parve; e rinfrescata la sua gente, il terzo dì coll’empito della sua prospera fortuna si mosse da Borsella co’ suoi Fiamminghi, e andò a Villaforte, la quale come che molto fosse forte e difendevole a battaglia, sentendo che Borsella s’era renduta, e che il loro signore si fuggiva e non facea riparo, per non tentare maggiore fortuna s’arrendè a’ comandamenti del conte, il quale la ricevette benignamente. E la villa di Mellina, per cui era stato la cagione della guerra, senza attendere che l’oste v’andasse s’arrenderono al conte, e ricevettonlo per loro signore, e ordinaronsi per tutto a fare i suoi comandamenti.