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Cronica di Matteo Villani, vol. 3 / A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna cover

Cronica di Matteo Villani, vol. 3 / A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna

Chapter 220: CAP. XLVI. D’un parlamento fece l’imperadore in Alamagna.
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Il testo unisce un prologo di riflessione morale sulle vanità del potere con resoconti cronachistici: descrive una solenne incoronazione a Roma, le cerimonie, la processione e il soggiorno dell’imperatore fuori città, quindi rapporta vicende militari e politiche in Provenza, tra la presa notturna d’un castello da parte d’un nobile tornato dall’esilio e la reazione dei baroni che organizzano l’assedio. Tra dettagli cerimoniali e movimenti di truppe emergono osservazioni sulle relazioni tra autorità imperiale, principi stranieri e potere papale, nonché considerazioni sul declino o la corruzione delle signorie quando mancano virtù e giustizia.

CAP. XL. Come si ribellò Genova a que’ di Milano.

Seguitasi, che in questi dì i Genovesi, i quali di natura sono altieri, vedendosi sì vilmente sottoposti a’ tiranni di Milano, e che vendicati s’erano de’ Veneziani e de’ Catalani, per la cui fortuna s’erano sottoposti al tirannesco giogo, avendo sentito che ’l marchese di Monferrato avea rubellato a’ tiranni Asti in Piemonte, e che i signori di Pavia s’erano accostati con lui, e ’l vicario dell’imperadore era colla gente della lega e colla compagnia a oste in sul Milanese, innanzi che sapessono della sconfitta del vicario, parendo loro avere tempo da rubellarsi senza pericolo, a dì 15 di novembre anno detto, il popolo si levò a romore, e prese l’arme, e corse la terra, gridando: Viva libertà, e muoiano i tiranni; e corsi al palagio, dov’era il vicario de’ signori, senza contasto furono messi dentro, e trassonne il vicario e tutta sua famiglia, e tutte le masnade de’ soldati a cavallo e a piè con lui misono fuori della città e del loro distretto, senza fare loro villania o altro male. E incontanente mandarono a Pisa per messer Simone Boccanegra, ch’era prima stato doge di Genova, il quale essendo molto amico de’ Pisani, e avendo secondo l’opinione di molti trattata questa rivoltura, coll’aiuto de’ cavalieri di Pisa e per loro consiglio si mise per terra, e andò a Genova, e prese la signoria dal popolo. E per questo modo fu libera la città di Genova dalla signoria de’ Visconti di Milano, della qual cosa i signori di Milano rimasono indegnati contro al comune di Pisa, aggiugnendo allo sdegno, ch’aveano dato aiuto al vicario dell’imperadore quando andò contro a loro, e la morte di messer Paffetta loro confidente amico; ma tutto comporta nel tempo l’animo della parte.

CAP. XLI. Come fu disfatta la chiesa di santo Romolo.

Era la chiesa di santo Romolo in sulla piazza de’ priori, e impedia molto la piazza; entrò un uficio al priorato ch’aveano poco a fare, e però, come fu loro messo innanzi di rallargare e dirizzare la piazza, preso di concordia tra loro il partito, subitamente la sera e la notte feciono mettere in puntelli la chiesa e le case sue, e a dì 20 di novembre tutto feciono rovinare, e ivi presso volgendo le loggie verso la piazza, ordinarono che si redificasse maggiore e più bella, e ordinaronvi i danari, e fu fatto. Costoro, a dì 3 di dicembre del detto anno, volendo fare una gran loggia per lo comune in sulla via di Vacchereccia, non bene provveduti al beneficio del popolo, subitamente feciono puntellare e tagliare da piè il nobile palagio e la torre della guardia della moneta, dov’era la zecca del comune, ch’era dirimpetto all’entrata del palagio de’ priori in sulla via di Vacchereccia, e quella abbattuta, e fatta la stima delle case vicine fino al chiasso de’ Baroncelli e de’ Raugi (biasimati dell’impresa, e che loggia si convenia a tiranno e non a popolo) vi rimase la piazza de’ casolari, e la moneta assai debole e vergognosa a cotanto comune. Questo medesimo uficio comperò da’ Tornaquinci la grande e bella torre ch’aveano sul canto di mercato vecchio e in sul corso del palio, la quale strignea e impediva la via del corso; questa feciono abbattere e cadere in sul mercato all’uscita del loro uficio; e fu molto a grado a’ cittadini, e utile alla via e al mercato.

CAP. XLII. Quello fece messer Filippo di Taranto e di Vercelli.

Era in questi dì a corte di Roma a Avignone messer Filippo di Taranto fratello carnale del re Luigi, il quale aspettava che ’l papa dispensasse con lui e con la moglie che s’avea tolta, sirocchia della reina Giovanna, quella che fu moglie del duca di Durazzo e appresso di Ruberto del Balzo, ed era sua nipote, figliuola del fratello carnale; e ’l papa, per l’irreverenza ch’ebbono al sagramento matrimoniale di copularsi prima ch’avessono la dispensagione, tardava di farla, e mostrava di non volerla fare: e in questo aspetto messer Filippo sommosse certi baroni e cavalieri provenzali, e raunò quattrocento barbute, e tenne segreta la sua cavalcata, avendo boce ch’andava in aiuto a’ signori di Milano o al marchese; ma egli ch’avea suo trattato cavalcò a Carasco in Piemonte, e ripresesi la terra, e lasciolla in ordine di guardia, e se ne tornò a Avignone del detto mese di novembre. In questo medesimo mese, non ostante la sconfitta del vicario dell’imperadore, il marchese di Monferrato, e messer Azzo da Correggio, e ’l conte di Lando, ch’era lasciato, accolsono tutto il rimanente della loro gente, e que’ di Milano, avendo la vittoria, ne cassarono, e assediarono di fuori il castello di Novara, e anche dalla parte della città, e assediarono Vercelli, e tutto il verno mantennero gli assedi, tanto che vinsono la punga del castello di Novara, come seguendo nostro trattato al suo tempo diviseremo.

CAP. XLIII. Come si fuggì di Milano la donna che fu di messer Luchino col figliuolo.

Di messer Luchino Visconti tiranno di Milano era rimaso uno figliuolo nudrito per la madre, ch’era di quelli dal Fiesco di Genova. I tiranni di Milano, per tema della signoria, l’aveano assottigliato delle possessioni e del tesoro che ’l padre gli avea lasciato, e il giovane crescea in aspetto d’essere valoroso e in amore de’ cittadini, e questo gravava l’animo a’ signori per gelosia dal loro stato. La madre, ch’era savia e accorta, temea forte che messer Bernabò e messer Galeazzo nol facessono morire, i quali teneano lui e lei in guardia, ch’uscire non poteano di Milano. La donna ordinò molto saviamente con danari e con grandi promesse, con certi conestabili di cavalieri ch’aveano a fare la guardia, che ’l dì ch’ella disse loro la donna fu provveduta, e montata in su buoni cavalli, e con parte di loro tesoro furono tratti di Milano, e avviati con cavalieri in verso Pavia. La cosa fu tosto manifestata a’ signori; i quali li feciono perseguitare insino presso a Pavia, e arebbonli ritenuti, se non che gente uscì di Pavia, e ricevettonli, e tutti condussonli sani e salvi nella città di Pavia.

CAP. XLIV. Come il Re Luigi e la reina andarono a Messina.

Dappoichè per la gente del re Luigi fu presa la tenuta delle fortezze della città di Messina e del porto, i cittadini ordinarono di comune consiglio di mandare per lo re e per la reina a Reggio, acciocchè venissono in Messina a ricevere il saramento e la reverenza come loro signori; ed elessono undici cittadini i maggiori per ambasciadori, i quali tutti si vestirono di scarlatto foderato di vaio, e con le due figliuole di don Petro valicarono a Reggio, del mese di dicembre anno detto; e giunti là, e fatta la reverenza al re e alla reina, furono da loro ricevuti con grande allegrezza e festa; e sposta la loro ambasciata, e pregato il re e la reina che dovessono andare a Messina, incontanente mandarono a far tornare le loro galee: e ricevute le damigelle a grande onore, la reina l’ordinò di sua compagnia, trattandole caritatevolmente in tutte le cose; e venute le galee, il re e la reina e le damigelle vi montarono suso con tutti gli ambasciadori, e valicarono a Messina, a dì 24 di dicembre la vigilia di Natale, ove furono ricevuti con grande solennità di festa, fatta per tutti i cittadini, e collocati nelle case reali: e fatta la solenne festa del Natale, ricevettono il saramento e l’omaggio da tutti i cittadini, e a richiesta de’ cittadini promise il re di risedere colla corte di là, cosa che poi non attenne.

CAP. XLV. Come fu murato il borgo di Fegghine.

Ricordandosi i cittadini di Firenze, come in tutte le gravi guerre ch’al loro comune erano sopravvenute, il borgo di Fegghine ricevea le percosse, e veggendo quanto il porto di quel luogo era utile al fornimento della città, per la grande abbondanza della vittuaglia che a quello mercato continovamente venia, diliberarono che ’l borgo si murasse di grosse mura e di buone torri, e facessevisi una grossa terra alle spese del comune con l’aiuto delle circustanti vicinanze; e dato l’ordine del mese di dicembre del detto anno, e chiamati gli uficiali del mese di gennaio, cominciarono a fare i fossi e le porte principali, e appresso a fondare le mura e le torri. Penossi a compiere questa terra lungamente, ma fornita fu d’essere circundata di mura da difesa l’anno 1363, e compiuta e perfetta del mese di.....: Furono le mura in fondamento grosse braccia .... e sopra terra grosse braccia ... e alte con merli braccia ... con un corridoio dentro in beccatelli largo braccia ... e con torri alte braccia .... senza le porte, catuna alta sopra le mura braccia ... E con due porte maestre, l’una verso Firenze chiamata porta fiorentina, e l’altra verso castello Sangiovanni chiamata porta aretina, catuna Con gran torri, alte sopra le mura braccia ... la faccia delle mura di verso Firenze è per lunghezza braccia ... e diverso l’Arno è braccia ... e quella verso castello Sangiovanni è braccia ... e quella di verso il poggio è braccia ... E così in tutto girano le mura di quella terra braccia ... E innanzi che la terra fosse murata, fu ripiena di molte case nuove edificate da’ cittadini di Firenze, e da’ paesani d’intorno. Costò al comune di Firenze fiorini .... e a’ terrazzani e circustanti fiorini.... E in questo medesimo tempo ne fece porre il comune una di nuovo al Pontassieve di costa ove si dice Filicaia, la quale è più per ridotto d’una guerra, che per abitazione o per mercato che vi si potesse allignare.

CAP. XLVI. D’un parlamento fece l’imperadore in Alamagna.

L’imperadore Carlo convocati i prelati e’ baroni d’Alamagna alla festa della natività di Cristo a Mezza nello Reno, vi si trovò con bene ventimila cavalieri, e in abito della maestà imperiale fu servito a mensa dal duca di Brandimborgo, e dagli altri baroni ordinati per consuetudine a quel servigio. E a quella festa vennero ambasciadori del re d’Inghilterra, e due figliuoli del re di Francia per trattare pace intra ’l re di Francia e ’l re d’Inghilterra, ma gli Alamanni poco vi seppono trovare modo, ma trattovvisi la concordia, che poi ebbe compimento, tra ’l conte di Fiandra e ’l duca di Brabante per l’opera di Mellina. In quella festa fu molto ubbidito e reverito l’imperadore da’ prencipi d’Alamagna, e con tutti si mostrò in buona pace. In questi medesimi dì, a dì 23 di dicembre, papa Innocenzio sesto fece più cardinali di suo movimento, fra’ quali fu il vescovo di Firenze, ch’avea nome messer Andrea da Todi valente uomo, il cancelliere di Parigi uomo di grande autorità, e il generale de’ frati minori e quello de’ predicatori, che niuno l’avea procurato.

CAP. XLVII. Come il marchese di Monferrato ebbe il castello di Novara.

Il Marchese Francesco di Monferrato, come narrato abbiamo addietro, avea assediato il castello di Novara, ma per via d’assedio o per forza non si potea avere, ch’era inespugnabile e fornito per molti anni: ma il valente marchese avea presi e facea guardare i passi del Tesino per modo, che ’l soccorso più volte mandato pe’ signori di Milano più volte ributtò addietro, e la rocca fece cavare; e avendo gli assediati recati a partito, che le mura erano in puntelli nella maggiore parte, e non attendeano altro che d’arrendersi o di mettervi entro il fuoco; la gente de’ signori di Milano passò Tesino, per andare a soccorrere quelli del castello. Il marchese colla sua gente francamente si fece loro incontro, e nella prima affrontata gli mise in rotta, e fece loro danno ma non grande. E tornato colla vittoria, fece vedere a quelli del castello le cave e le mura tagliate, e il loro soccorso sconfitto: e però, a dì 21 di gennaio s’arrenderono al marchese, salve le persone, e diedongli il castello fornito d’armadura, e di saettamento, e d’ogni bene da vivere maravigliosamente. Ed è da notare, non senza ammirazione, come la famosa potenza de’ signori di Milano, essendo vittoriosi, come avemo contato, in termine di due mesi e mezzo non poterono soccorrere il castello di Novara; e tutto avvenne per la franca e buona sollicitudine del buono marchese. Di questo mese, a dì 22, in sull’ora della terza trapassò di verso settentrione in meriggio un grande bordone di fuoco, e valicato per l’aria alla vista de’ nostri occhi, essendo il tempo chiaro e cheto, s’udì a modo d’un tuono tremolante avvisato dal movimento del grosso vapore. Videsi la state singulare e grandissimo caldo, e lungamente secco e sereno, e molte terzane nell’arie grosse e presso alle fiumare, con seguito di morti oltre al consueto modo; altro non ne sapemmo notare se da lui procedette.

CAP. XLVIII. Come messer Bernabò volle uccidere messer Pandolfo Malatesti.

Messer Pandolfo figliuolo di messer Malatesta da Rimini giovane cavaliere, franco e ardito e di grande aspetto, era andato per esperimentare in arme sua virtù a Milano, fatto capitano di tutta la cavalleria di messer Galeazzo Visconti: ed era venuto tanto nel piacere del suo signore, che tutto il consiglio e la confidanza di messer Galeazzo riposava in messer Pandolfo. Avvenne di questo mese di gennaio, essendo messer Galeazzo malato di podagre e d’altro, comandò a messer Pandolfo che cavalcasse per Milano colla sua cavalleria, e messer Pandolfo fece come comandato gli fu dal suo signore. Questa cosa parve che generasse sdegno a messer Bernabò, ma non lo volle dimostrare contro al fratello; ma ivi a pochi dì mandò per messer Pandolfo, il quale di presente andò a lui e per reverenza gli s’inginocchiò davanti. Messer Bernabò, avendo in mano una spada dentro alla guaina, il percosse con essa senza dirgli la cagione: il giovane sostenne alquanto, ma menandogli sopra la testa, parò il braccio, e in quella percossa il fodero della spada uscì del ferro; e rimase il ferro ignudo nelle mani del tiranno, incrudelì forte, e menogli un colpo di punta, che l’avrebbe passato dall’uno lato all’altro (e fu bene l’intenzione del tiranno d’ucciderlo) ma per schifare il colpo, il giovane cavaliere si lasciò cadere in terra, e ’l colpo andò in vano. Intanto la moglie di messer Bernabò, ch’era presente, con gli altri circostanti cominciarono a riprenderlo, dicendo, che non era suo onore in casa sua colle sue mani volere uccidere un gentile uomo. E per questo si ritenne, e fecelo prendere e legare, e comandò che fosse decapitato. Messer Galeazzo sentendo il furore del fratello, mandò a lui prima la moglie, e appresso due suoi cavalieri, pregandolo che gli rimandasse il suo capitano. Allora disse messer Bernabò: Dite al mio frate, che questi ha offeso lui come me, e io gliel rimando, acciocchè ne faccia giustizia, e non perdoni a costui la nostra onta. Come messer Galeazzo il riebbe, senza alcuno arresto in quell’ora il fece accompagnare per le sue terre, e rimandollo in suo paese. La cagione che messer Bernabò disse palese della sua ingiuria fu, che ’l giovane dovea usare con una donna colla quale usava egli, e che conobbe a messer Pandolfo in dito un suo anello. La cagione segreta, a che più si diede fede, fu, perchè gli parea che costui facesse troppo montare il suo fratello nella consorte signoria. Pochi dì appresso si mostrò di ciò un altro segno; che essendo venuti a parole due scudieri, l’uno di messer Bernabò, e l’altro di messer Galeazzo, e dalle parole a mischia, ove fu fedito il famiglio di messer Bernabò, e quello di messer Galeazzo rifuggito in casa il suo signore, di presente messer Bernabò vi cavalcò in persona; e vedendo il fratello alle finestre, gli disse, che gli mandasse giù quello scudiere che avea fedito il suo. Messer Galeazzo glie le mandò; e lo scudiere gli si gettò a’ piedi domandandogli misericordia. La misericordia che gli fece fu, che negli occhi del fratello il fece tutto stampanare, e lasciolli il corpo senza anima così forato all’uscio, e tornossi a casa. Avvenne ancora in questi dì, che un giovane di buona famiglia di Bergamo, essendo richiesto da uno messo per la signoria, il prese per la barba, e confessato in giudicio il fallo suo, fu condannato in venticinque libbre. Sentendolo messer Bernabò, scrisse al potestà che gli facesse tagliare la mano. E avendolo il potestà preso per seguire il comandamento, i buoni cittadini della città comparenti del giovane, parendo loro troppa dura cosa questo giudicio, operarono tanto con il potestà, che sostenne l’esecuzione tanto ch’eglino andassono per avere grazia dal signore. Come il tiranno sentì per questi ambasciadori ch’al giovane non era tagliata la mano, comandò che al giovane le due, e al potestà l’una fossono tagliate, e a fare questo vi mandò gli esecutori. La potestà sentendo il crudele comandamento, col giovane ch’avea preso si fuggirono in uno castello ribello al tiranno. E non molto di lungi da questi dì uno lavoratore uccise con una mazza una lepre, che gli occorse per caso tra le mani, e portolla all’oste suo, ch’era grande cittadino di Milano, e dimestico di messer Bernabò. Vedendola costui sformatamente grande e grassa la presentò a messer Bernabò; il quale veduta la lepre, si maravigliò, e domandò ov’ell’era nudrita: fugli detto, ch’ell’era stata presa per lo cotale lavoratore. Mandò per lui, e domandollo come l’avea presa. Il lavoratore lietamente gli raccontò il caso intervenuto. Il tiranno, perchè avea comandato che il salvaggiume non si pigliasse con alcuno ingegno, fuori che co’ cani o uccelli, non avendo compassione alla semplicità del villano, nè al caso occorso, incrudelì contro al semplice; e mandato per li suoi cani alani, nella sua presenza il fece morire e dilacerare a quelli. Le crudeltà sono poco degne di memoria, ma alquanto ci scusa averne raccontate delle molte alcune, per esempio del pericolo che si corre sotto il giogo della sfrenata tirannia.

CAP. XLIX. Come i Genovesi racquistarono Savona.

Messer Simone Boccanegra doge di Genova, avendo ripresa la signoria per lo popolo, mandò per avere tutte le terre e castella della riviera di levante e di ponente e fra terra, e in breve tutti feciono i suoi comandamenti, fuori che Savona, Ventimiglia, e Monaco; i quali essendo in forza de’ Grimaldi, e d’altri gentili uomini di Genova, non vollono ubbidire il doge. E però il doge commosse il popolo, e per mare e per terra fece assediare Savona, e strignerla per modo, che tosto venne in soffratta; e quelli che la teneano avendola di poco rubellata al Biscione, non erano provveduti a potere avere soccorso, e però trattarono certi patti, e del mese di febbraio del detto anno feciono i comandamenti del doge, e ricevettono la sua signoria e del popolo di Genova.

CAP. L. Guerra dal re di Castella a quello d’Araona.

Pella guerra incominciata, come addietro è narrato, tra ’l re di Castella e quello d’Araona, il re di Castella essendo apparecchiato con sua gente, improvviso al suo avversaro cavalcò sopra le terre di quello d’Araona, e danneggiò assai il paese, e per forza vinse e prese la città di Saragozza, e arse la terra, e ritennesi la rocca, e misevi gente alla guardia. Di questo nacque l’abboccamento che appresso ne seguitò de’ due re con tutto loro sforzo, come seguendo al tempo racconteremo. E questo avvenne del mese di febbraio del detto anno.

CAP. LI. Come messer Filippo di Navarra cavalcò presso a Parigi.

Messer Filippo fratello carnale del re di Navarra, ch’era preso dal re di Francia, si mise in compagnia del conte di Lancastro, e con molti cavalieri e arcieri cavalcarono verso Parigi, scorrendo e predando il paese, senza trovare in campo alcuno contasto, e accostaronsi presso a Parigi a quindici leghe, e di là elesse messer Filippo mille cavalieri Franceschi, navarresi e normandi, e con essi cavalcò all’uscita di gennaio del detto anno infino presso a Parigi a tre leghe, ardendo ville casali e manieri in grande quantità, e uccidendo e predando bene alla disperata; e sì avea in quell’ora in Parigi cinquemila cavalieri armati, e non ebbono ardire d’uscire della città, tanto erano inviliti. E avendo per questo modo danneggiato il paese, e fatto onta e vergogna al vilissimo Delfino, raccolta sua preda, con tutta sua gente sano e salvo si tornò al conte, e di là tutti insieme carichi degli arnesi e de’ beni de’ Franceschi, e di loro prigioni si tornarono, senza vedere viso di nemico, in loro paese. In questi dì il Delfino s’era rimesso nel consiglio e nelle mani di certi borgesi, i quali erano stati eletti per comune consiglio del popolo di Parigi, e avea giurato nelle loro mani di fare pace e guerra come per loro si diliberasse. E molti stimarono che questa fosse la cagione perchè non uscì contro a messer Filippo di Navarra, potendolo fare con molta maggiore forza per numero di cavalieri che non avea egli.

CAP. LII. Come si cominciò le mulina del comune di Firenze.

Del mese di marzo, anno 1356 all’entrante, diliberò il comune di Firenze di far fare la gran pescaia in Arno sopra la città, dalla torre del Renaio alla porta di san Niccolò, e ’l canale che prende di sopra a san Niccolò infino al Ponte rubaconte da san Gregorio, nel quale ordinarono e poi fornirono due case a traverso al canale, l’una di sopra e l’altra di sotto, catuna con sei palmenta per lo comune molto bene edificate, e ancora per ordine vi se ne dovea fare quattro penzole. Provvide questo il comune per fatti delle guerre di fuori, che faceano alcuna volta venire di farina la città in gran soffratta, e queste vengono nella guardia dentro alle mura della città, e spesso hanno d’acqua grande abbondanza.

CAP. LIII. Come il reame di Francia ebbe gran divisione.

Detto abbiamo poco addietro come i borgesi di Parigi doveano guidare il Delfino e ’l reame, ma il mestiere di tanto fascio non era loro; e per la presura del re Giovanni, e per la codardia del Delfino suo figliuolo, l’ordine del consueto corso del reame era rotto, e’ baroni e’ popoli si governavano a loro senno, e’ borgesi di Parigi non poteano nè sapeano riparare. Gl’Inghilesi tennono con loro trattati d’accordo, e a mano a mano gli cavalcavano, facendo loro gran danni; e però, credendosi potere meglio riparare, ordinarono di comune concordia del reame che la balía e ’l consiglio del reggimento in quelle fortune fosse di tre prelati, e di tre baroni, e di tre borgesi, con piena balía di potere fare pace e guerra, e leggi e comandamenti come a loro paresse; e convenne che ’l Delfino acconsentisse a questo reggimento, e promettesse reggersi per loro consiglio. Dall’altra parte tutti quelli di Linguadoca feciono loro conducitore il conte d’Ormignac, dandoli due altri cavalieri per suo consiglio per certo termine, e ’l Delfino convenne che glie le confermasse; della qual cosa nacque lo sdegno del conte di Fucì, che fu poi cagione di gran guerra tra loro, come innanzi si potrà trovare. Nel principio di questo nuovo reggimento al tutto si mostrarono strani di non volere udire trattato di pace, e cominciarono a dare ordine d’accogliere danari per fornirsi di cavalieri soldati, e parve in questi principii dovessono fare gran cose; ma in poco di tempo, come catuno ebbe fornite sue spezialità per virtù dell’uficio, lasciarono in abbandono il consiglio del comune reggimento, e senza ordine trascorsono alla figura della ruina dello sviato regno. I Piccardi prima avvedendosi di questo, presono da loro di reggersi per sè, e non conferire nè ubbidire alle colte, nè agli ordini de’ detti uficiali, e così feciono molte altre provincie e ville del reame; e di questo nacquono poi cose di gravi danni di tutto il reame, come seguendo nostra materia si potrà trovare.

CAP. LIV. Morte del conte Simone di Chiaramonte in Cicilia.

Essendo il re Luigi in Messina, vi venne il conte Simone di Chiaramonte; e parendogli avere fatto al detto re gran cose, perocchè era principale cagione d’avergli fatto avere Messina, e l’altre terre e castella dell’isola, parendogli dovere avere dal re ogni grazia, gli addomandò di volere per moglie dama Bianca una delle figliuole di don Petro che fu re di Cicilia, e oltre a ciò si mostrava in atto e nel suo parlare più superbo che altiero. Al re e al suo consiglio non parve convenevole la sua domanda, che tant’era come dargli il regno, e però entrò in trattato con lui di volergli dare la figliuola del duca di Durazzo. E in questo stante al conte venne male, che in sette dì si trovò morto. Sospetto fu, che ’l consiglio del re avesse aoperato nella sua morte, per tema ch’e’ non movesse novità grandi nell’isola, come potea, non avendo dal re la sua intenzione. Se natural fu, assai fu a grado al re e al suo consiglio. E questo avvenne di marzo, anno detto 1356.

CAP. LV. Come si liberò il Borgo a Sansepolcro da tirannia.

Francesco di Nieri da Faggiuola essendo come tiranno signore del Borgo a Sansepolcro, e per tenere quello avea perdute certe delle sue proprie castella, e vedendosi debole in quello reggimento, trattò co’ terrazzani d’avere da loro seimila fiorini d’oro, e lasciarli in libertà; e avendone già avuti tremila, e data la fortezza a guardia de’ terrazzani, certi Boccognani, ch’erano in bando di Perugia e riparavansi con lui, il ripresono di viltà, e dissono che nol dovea fare, ma se avarazia di danari il movea, elli gli farebbono dare quindicimila fiorini in tre dì al comune di Perugia dando loro la terra. Costui stretto dalla cupidigia della moneta diè il suo consentimento a que’ Perugini. Ed egli avea ancora il titolo della signoria, e le masnade de’ forestieri a piè da poter mettere i Perugini nella terra, s’e’ borghigiani non se ne fossono accorti, ma sentirono il fatto; e senza attendere il dì, la notte furono tutti sotto l’arme, e per forza trassono Francesco e tutti i soldati del Borgo, e accompagnandoli, gli ebbono condotti in sul terreno di Città di Castello. Ivi il lasciarono co’ suoi soldati, i quali il ritennono tanto, ch’e’ tremila fiorini ch’avea avuto da’ borghigiani vennono nelle loro mani; e avuti i danari, e de’ suoi arnesi, il lasciarono andare povero e mendico, com’egli avea meritato. I borghigiani usciti delle mani del tiranno ghibellino si riformarono a popolo e a parte guelfa, tenendo di fuori tutti i Boccognani ghibellini ch’aveano tradita la loro terra, come addietro contammo, e’ loro seguaci.

CAP. LVI. Come l’abate di Clugnì succedette al cardinale di Spagna.

Avea, come si può vedere addietro, il cardinale di Spagna legato del papa con prospera fortuna racquistato a santa Chiesa tolte le terre, ch’erano state occupate lungamente a santa Chiesa nel Patrimonio, nella Marca, nel Ducato e in Romagna, salvo quelle che tenea il signore di Forlì, e contro a quelle s’era apparecchiato di vincerle. In questo il papa, o che fosse movimento suo o de’ cardinali, o fatto a richiesta o a motiva del legato, la Chiesa mandò successore a fornire le guerre, che restavano, e a mantenere le ragioni di santa Chiesa in Italia, per successore del valoroso cardinale di Spagna l’abate di Clugnì con piena legazione; il quale giunse a Faenza all’entrante d’aprile anni 1357. E come l’abate fu giunto, la gente della Chiesa in una cavalcata fatta sopra Forlì, alla quale il capitano uscì incontro per riscuotere la preda, e’ cadde in un aguato ove perdè da cento uomini di suo i più a cavallo. E come il nuovo legato fu posato, il legato fece venire a Fano tutti i maggiori caporali del Patrimonio, e del Ducato, e della Marca e di Romagna, e ambasciadori delle comunanze, e in quel parlamento il cardinale fece suo sermone, commendando coloro ch’avea trovati fedeli e leali a santa Chiesa, e ammonì e pregò tutti generalmente che dovessono stare in ubbidienza e in fede di santa Chiesa, e a servire il nuovo legato lealmente come aveano fatto lui, commendando largamente in tutte le virtù il suo successore, e dicendo come sua intenzione era di voler tornare a corte di Roma di presente; e questo fu a dì 27 d’aprile del detto anno. I savi uomini ch’erano in quel parlamento, che conoscevano il pericolo che correa il paese ancora in guerra partendosi il legato cardinale, ch’avea l’amore di tutti e le cose aperte nelle mani, il pregarono di comune consiglio che non si dovesse partire del paese insino al settembre prossimo: l’abate medesimo con ogn’istanza per sua parte e per beneficio di santa Chiesa il ne richiese: ond’egli conoscendo la necessità, affinchè l’acquisto fatto per lui prendesse più fermezza, acconsentì di stare alle loro preghiere questo tempo. E quello che principalmente più l’indusse, fu l’impresa ch’avea ordinata contro all’aspra rubellione del capitano di Forlì, che per vantaggio che ’l cardinale gli avesse voluto fare, non volea a santa Chiesa restituire in pace le città di Forlì e di Cesena.

CAP. LVII. Come il re di Francia fu menato in Inghilterra.

Tornando nostra materia a’ fatti del re di Francia, ch’era in prigione a Bordello in Guascogna, i Guasconi, a cui e’ s’era accomandato, non volendo acconsentire al re d’Inghilterra di mandarglielo nell’isola com’e’ volea, si pensò il re di fare per ingegno quello che per sua autorità, senza indegnazione de’ Guasconi co’ quali avea vinta la sua guerra, nol potea fare. E però fece venire i legati al figliuolo in Guascogna, e mandovvi i maggiori de’ suoi baroni a trattare la pace colla persona del re e co’ legati. E recata la cosa per lungo dibattimento a concordia, per dare più fede al fatto, fu ordinata e bandita nell’uno reame e nell’altro triegua per due anni; e’ patti della pace recati in iscritture private, con patto, che per fare onore al re d’Inghilterra, e per maggior bene della pace, il re dovesse andare nell’isola, e con lui i legati di santa Chiesa e tutti i baroni ch’erano presi, acciocchè la pace nella presenza de’ due re e de’ legati avesse la sua intera e piena fermezza. E per questo ingegno, acconsentendo i Guasconi alla volontà del re e de’ legati, fu il re di Francia e gli altri baroni liberati al duca di Guales, i quali con gran compagnia di baroni e di cavalieri inghilesi gli condussono in Inghilterra, dove furono ricevuti con quella festa e onore ch’al suo tempo innanzi diviseremo: e questa partita da Bordello fu fatta d’aprile del detto anno.

CAP. LVIII. Come la gente della Chiesa entrò in Cesena.

Dappoichè il cardinale legato ebbe preso partito di rimanere a fornire la guerra di Romagna, come detto è, ordinò la sua gente d’arme a cavallo e a piè, e tutti i sudditi richiese d’aiuto; e fece pubblicare la sentenza contro al capitano di Forlì e contro a chi gli desse aiuto o favore, e a dì 24 d’aprile anno detto fece scorrere la sua gente intorno a Forlì, e presono Castelvecchio, e predarono il paese facendo assai danno, e il capitano a questa volta si stette dentro alle mura. Avea, come detto è, Francesco Ordelaffi, detto capitano, mandato alla guardia di Cesena la valente sua donna madonna Cia, figliuola di Vanni da Susinana degli Ubaldini, con dugento cavalieri e con assai masnadieri, e comandato a tutti che l’ubbidissono come la sua persona; e per suo consiglio l’avea dato Sgariglino di.... suo intimo amico. Questa mantenea la guardia della città con grande sollecitudine: ma i cittadini sentendo la molta gente d’arme ch’avea il legato, e che contro a loro s’apparecchiavano le percosse, e non si vedeano potenti alla difesa, quasi in subito movimento ordinarono di ricevere nella terra di sotto la gente del legato; il quale subitamente vi mandò millecinquecento cavalieri, e senza contasto furono messi pe’ terrazzani nelle prime cinte delle mura. La donna colla sua forza per l’improvviso caso non potè riparare a’ nemici, ma ridussesi in quella parte più alta della terra che si chiama la murata e nella rocca, all’uscita d’aprile predetto, con tutte le sue masnade da piè e da cavallo. E presi tre cittadini ch’erano stati al trattato, in sulla murata li fece decapitare e gittarli di sotto a’ nemici; e con animo ardito e franco più che virile prese la difesa del minore cerchio e della rocca con sollecita guardia di dì e di notte, mostrando di poco temere cosa ch’avvenuta le fosse.

CAP. LIX. Come il legato con sua forza andò a Cesena.

Come il legato ebbe la sua gente in Cesena, di presente mandò tutta l’altra sua cavalleria e fanti a piè a Cesena per assediare la donna e la sua gente nella murata e nella rocca, innanzi ch’ella potesse avere altro soccorso, e fece pigliare un monistero ch’era in un colle al pari della rocca, e fecevi stare gente a cavallo e a piè sì forte, che da quella parte la rocca non potesse essere soccorsa, e nella terra di sotto provvide d’afforzarsi per modo che maggior forza che la sua non gli potesse nuocere: e’ soldati del cardinale avendo contro a’ patti rubati i terrazzani, avea fatto cambiare loro gli animi, per la qual cosa la guardia della terra convenia essere grande e forte, e in questo per tenerli forniti ebbe il legato somma sollecitudine. La valente madonna Cia dalla sua parte facea francamente dì e notte buona guardia, tenendosi in grande ordine alla difesa.

CAP. LX. Abboccamento e triegua fatta dal re di Spagna al re d’Araona.

Del mese d’aprile anno detto, il re di Castella avendo oltraggiato in mare e in terra quello d’Araona, come abbiamo contato, temendo che il re d’Araona non venisse sopra le sue terre colla sua oste, s’avacciò, e accolse tra Spagnuoli, e infedeli Giannetti, e Mori, cinquemila cavalieri e grandissimo popolo, e vennesene in sulle terre d’Araona; e pose campo intorno a Samona, la quale poco innanzi avea tolta a’ Catalani, e ivi attese il re d’Araona affine di combattersi con lui. Il re d’Araona avea fatto suo sforzo, e venne contro a lui con tremilacinquecento cavalieri catalani, e con moltitudine di mugaveri a piè con loro dardi, e pose il suo campo assai presso a quello degli Spagnuoli; e catuno s’ordinava per venire alla battaglia. E perchè il re d’Araona non avesse tanta gente a cavallo quanta il re di Spagna, non avea minore speranza nella vittoria, perocchè avea buoni cavalieri, e tutti d’una lingua, e animosi contro gli Spagnuoli, e dove abboccati si fossono, non era senza effusione di sangue grande, ma, come a Dio piacque, baroni di catuna parte si misono in mezzo, e mostrarono a’ signori come di lieve cagione non si convenia a’ due re essere operatori di tanto male, e presono ordine di trattare la pace, e in quello stante feciono fare loro due anni di triegua; e del mese di maggio del detto anno catuno si tornò addietro con tutta sua gente nel suo reame.

CAP. LXI. Come Rezzuolo si diede a’ Fiorentini.

I terrazzani del castello di Rezzuolo, dappoichè furono liberati dall’assedio del conte Ruberto da Battifolle per comandamento del comune di Firenze, s’intesono insieme, e recaronsi in guardia e ubbidiano male Marco di messer Piero Sacconi, perchè si pensava non poterlo tenere. Nondimeno vi mandò, gente d’arme per guardare la rocca, dando boce che ’l volea dare al comune di Firenze, perchè sentiva della volontà de’ terrazzani; ma quelli del castello non li vollono ricevere, ma feciono loro sindaco con pieno mandato, a darsi liberamente e farsi contadini di Firenze, e Marco mandò ancora suo procuratore a Firenze colle ragioni ch’avea nel castello per darle al comune. I Fiorentini presono prima le ragioni di Marco, e appresso quelle degli uomini del castello, e questo fu fatto a dì 29 d’aprile anno detto. E recato Rezzuolo col suo contado a contado di Firenze, e aggiunto colla montagna fiorentina con cui confinava, e già per questo Marco non si fece amico de’ Fiorentini, nè i Fiorentini, di lui.

CAP. LXII. Come i Pisani vollono torre Uzzano a’ Fiorentini.

I Pisani veggendosi privati del porto, e della mercatanzia, e de’ mercatanti forestieri, della qual cosa seguitava alla loro città mancamento delle rendite del comune, e incomportabile danno agli artefici e a’ mercatanti, e scandalo e riprensione tra’ cittadini, coloro che reggeano lo stato con grande astuzia pensavano di trovare modo con loro vantaggio, ch’e’ Fiorentini si movessono contro a loro in guerra, stimando, se guerra si movesse, i cittadini di Pisa, che sono animosi contro a’ Fiorentini, dimenticherebbono ogni altra cosa di mercatanzia e di loro mestieri; e però cominciarono certo trattato in Uzzano di Valdinievole per torlo al comune di Firenze, non avendo il detto comune per tutta l’ingiuria della franchigia tolta a’ loro cittadini voluta rompere la pace. Il trattato si scoperse, e Uzzano e tutte l’altre terre si rifornirono pe’ Fiorentini di migliore guardia, e presesi per consiglio di dissimulare l’ingiuria. È oltre a questo usarono un altro scalterimento. Il doge di Genova era singulare loro amico, e sotto la sua baldanza mandarono ambasciadori a Genova, i quali fermarono compagnia e lega col doge per un anno, e co’ Genovesi, a tenere certe galee in mare per non lasciare andare mercatanzia a Talamone, ma farla scaricare in Porto pisano; e dierono a intendere a’ Genovesi, che quest’era di volontà de’ Fiorentini ch’aveano voglia di tornarsi a Pisa, ma non voleano mancare a’ Sanesi per loro fatto la promessa del porto di Talamone. E fornita la lega, con moltitudine di stromenti la feciono bandire, e nel bando dire, che i Fiorentini potessono colle persone e colle loro mercatanzie andare, stare, e navicare, e mettere e trarre del loro porto, e della città e distretto, sani e salvi, e franchi e liberi d’ogni dazio, e gabella e dirittura. E con questa loro provvisione credettono levare i Fiorentini dalla loro impresa di Talamone, ma trovaronsi ingannati, come appresso diviseremo.

CAP. LXIII. Come i Pisani armarono galee per impedire il porto.

I Fiorentini sentendo i maliziosi agnati de’ Pisani, infinsono, come detto è il fatto d’Uzzano, e mandarono ambasciadori a Genova per avvisare il consiglio e il popolo di quella città l’inganno col quale i Pisani gli aveano indotti a fare lega contro al comune di Firenze. Il doge per la singolare amistà ch’avea co’ Pisani non lasciò avere loro il consiglio, sicchè non poterono fare quello perchè andati v’erano, e tornaronsi addietro non senza mormorio de’ cittadini che ’l seppono contro al doge. I Fiorentini conoscendo quanto danno tornava a’ Pisani il perdimento del porto e della mercatanzia più l’un dì che l’altro, aggravarono l’ordine del divieto, e aggiungono, che chi consigliasse, o procurasse o trattasse, o in segreto o in palese, che a Pisa si tornasse, fosse condannato nell’avere e nella persona; e mandarono in Proenza a fare armare galee per conducere la mercatanzia, e’ mercatanti si procacciarono cammino di Fiandra a. Vinegia ed a Avignone per terra, non curandosi, di maggior costo, e ogni cosa comportavano lietamente, acciocchè ’l comune mantenesse l’impresa. I Pisani si sforzarono tanto ch’ebbono sei galee armate, e più volte cercarono di prendere e ardere Talamone; la cosa si rimase in questi termini lungamente, tanto, ch’e’ Fiorentini, procurarono di ributtarli in mare.

CAP. LXIV. L’aiuto mandò messer Bernabò al capitano di Forlì.

Il capitano di Forlì, sentendo le masnade del legato in Cesena, e posta la bastita alla rocca, e racchiusa la moglie e i figliuoli nella murata, mandò per soccorso a messer Bernabò signore di Milano in cui riposava tutta sua speranza, il quale incontanente intese ad apparecchiarli il soccorso. Ma perchè scoprire non si volea allora nemico di santa Chiesa, trattò col conte di Lando caporale della compagnia, e segretamente si convenne con lui per li suoi danari; e fece servigio a se del levargli a’ nemici, e mandogli in Romagna contro al legato, perchè atassono il capitano di Forlì suo amico. E innanzi che la compagnia si partisse, per dare speranza agli amici, e raffrenare le imprese del legato, mandò in sul Modenese duemila barbute della sua propria cavalleria, e ivi si stavano senza fare guerra, tenendo in sospetto i Lombardi e ’l legato. In questo tempo il legato si studiava di strignere e forte quelli della murata di Cesena, dando loro il dì e la notte gravi assalti, e rittivi più trabocchi, gli fracassava d’ogni parte; e oltre a ciò, tentava con trattati e con spendio d’avere la murata innanzi che la compagnia venisse. Di questo nacque, che madonna Già avendo alcuno sentore, che senza sua saputa l’antico amico del capitano, il quale era in sua compagnia, Sgariglino, trattava alcuno accordo col legato per salvezza di tutti gli assediati, di presente il fece prendere e tagliargli la testa, del mese di maggio anno detto. Ella sola rimase guidatore della guerra e capitana de’ soldati, e il dì e la notte coll’arme indosso difendea la murata dagli assalti della gente del legato sì virtuosamente, e con così ardito e fiero animo, che gli amici e’ nemici fortemente la ridottavano, non meno che se la persona del capitano fosse presente.

CAP. LXV. Come il conte d’Armignacca da Tolasana per gravezze fu cacciato.

Di questo mese di maggio, essendo venuto il conte d’Armignacca capitano di quelli dei reame di Francia di Linguadoca, ed essendo venuto alla città di Tolosa, e trattando di fare gravezze per accogliere danari per la comune bisogna della guerra, il popolo si levò a romore e furore contro al conte, dicendo, ch’egli era sturbatore della pace, e voleali mettere in disusate gravezze; e corsono al palagio ov’egli abitava, e non potendovi entrare per forza, l’assediarono, e cominciarono ad affocare le porte. E soprastando la difesa, i gentili uomini di Tolosana si misono in mezzo, e feciono promettere e giurare al conte, che non renderebbe mal merito al popolo di Tolosa di ciò ch’aveva fatto contro a lui, e che non farebbe alcuna gravezza alla villa. E fatti i patti, il conte s’assicurò nelle mani de’ gentili uomini: e quetato il popolo, sano e salvo il condussono in suo paese colla sua gente.

CAP. LXVI. Conta dell’onore fatto al re di Francia in Inghilterra.

Avendo il duca di Guales e gli altri baroni d’Inghilterra condotto il re di Francia, e ’l figliuolo, e gli altri baroni presi nella battaglia, nell’isola d’Inghilterra, feciono assapere al re Adoardo la loro venuta. Il re di presente fece assembrare in Londra di tutta l’isola baroni, e cavalieri d’arme, e gran borgesi per volere fare singulare festa in onore del re di Francia per la sua venuta; e fece ch’e’ cavalieri si vestissono d’assisa, e li scudieri e’ borgesi, e per piacere al loro re catuno si sforzò di comparire orrevole e bello; e ordinato fu che tutti andassono incontro al re di Francia, e facessongli reverenza, e onore, e compagnia, e ’l re Adoardo in persona vestito d’assisa, con alquanti de’ suoi più alti baroni, avendo ordinata sua caccia a una foresta in sul cammino fuori di Londra, si mise là co’ detti suoi baroni; e mandato innanzi incontro al re di Francia tutta la sopraddetta cavalleria, com’egli s’approssimò alla foresta, il re d’Inghilterra uscito dalla foresta per traverso s’aggiunse col re di Francia in sul cammino, e avvallato il cappuccio, inchinatolo con reverenza, gli disse salutandolo: Bel caro cugino, voi siate il ben venuto nell’isola d’Inghilterra. E ’l re avvallato il suo cappuccio gli rispose, che ben foss’egli trovato. E appresso il re d’Inghilterra l’invitò alla caccia, ed egli lo merciò dicendo che non era tempo: e ’l re disse a lui: Voi potete e a caccia e riviera ogni vostro diporto prendere nell’isola. Il re di Francia glie ne rendè grazie. E detto, addio bel cugino, si ritornò nella foresta alla sua caccia, e ’l re di Francia con tutta la compagnia degl’Inghilesi con gran festa fu condotto nella città di Londra, essendo montato in sul maggiore destriere dell’isola spagnuolo adorno realmente, e guidato da’ baroni al freno e alla sella, con dimostramento di grande onore fu guidato per tutte le buone vie della città, ordinate e parate a quello reale servigio, acciocchè tutti gl’Inghilesi piccoli e grandi, donne e fanciulli il potessono vedere. E con questa solennità fu condotto fuori della terra all’abitazione reale; e ivi apparecchiata la desinea con magnifico paramento d’oro, e d’arnesi, e di argento, e di nobili vivande, fu ricevuto e servito alla mensa realmente, e tutti gli altri baroni, e il figliuolo del re, ch’erano prigioni, furono onorati conseguentemente in questa giornata, che fu a dì 24 di maggio del detto anno. Per questa singolare allegrezza e festa si diede più piena fede che la pace fosse ferma e fatta; ma chi vuole riguardare la verità del fatto, conoscerà in questo processo accresciuta la miseria dell’uno re e esaltata la pompa dell’altro, e quello che si nascose nella simulata festa si manifestò appresso ne’ fatti che ne seguirono, come seguendo, ne’ tempi racconteremo.

CAP. LXVII. Trattato tenuto per li Fiorentini in accordare il capitano di Forlì con il legato.

In questi medesimi dì, vedendo i Fiorentini la durezza del capitano di Forlì, e temendo che l’avvenimento della compagnia e d’altra nuova gente d’arme in Romagna non rimbalzasse in loro dannaggio, mandarono ambasciadori allegato, i quali voleano essere mezzani a trovare accordo e pace intra lui e ’l capitano di Forlì; e intesisi col legato, il trovarono grazioso per amore de’ Fiorentini alla concordia, e con buona speranza andarono al capitano di Forlì, il quale li ricevette onorevolmente; e udita l’ambasciata, ringraziò gli ambasciadori, e disse ch’era contento d’avere pace col legato e con santa Chiesa, rimanendo egli signore di Forlì, e di Cesena, e di tutte le terre che tenea, volendole riconoscere da santa Chiesa, e per omaggio pagare ogni anno quel censo alla Chiesa che fosse convenevole; per altro modo non voleva che se ne parlasse, e a questo era fermo; e per questo modo si tornarono a Firenze senza frutto alcuno.

CAP. LXVIII. Come il legato ebbe la murata di Cesena.

Trapassate le parole del trattato, il legato, ch’avea l’animo sollecito a vincere sua punga, innanzi che ’l soccorso giugnesse a’ nemici, a dì 28 di maggio anno detto, ordinata sua gente e molti dificii da combattere la murata, fece d’ogni parte cominciare la battaglia aspra e forte, e avendo provveduto alcuna parte del muro si poteva per cave abbattere, il fece rovinare, e que’ dentro subitamente ripararono con steccati; e aggravando la battaglia d’ogni parte, rinfrescandosi spesso per quelli di fuori nuovi combattitori, e dove il muro era caduto, quivi senza arresto si continova va sì aspra battaglia, che quelli ch’erano alla difesa, per lo soperchio affanno di loro corpi, senza potere avere rinfrescamento, conobbono di non potere sostenere, e l’altre parti erano ancora sì strette da’ combattitori che non poteano soccorrere alle più deboli parti; e vedendosi non potere più resistere, benchè assai avessono morti e fediti e magagnati de’ loro avversari, diedono segno tra loro, e abbandonarono la murata, e ridussonsi nella rocca, e la gente del legato di presente vittoriosamente la si prese. Madonna Cia avendo fatto maravigliosamente d’arme e di capitaneria alla difesa, si ridusse con quattrocento tra cavalieri e masnadieri nella rocca, acconci a’ comandamenti della donna per singulare amore infino alla morte.

CAP. LXIX. De’ fatti di madonna Cia donna del capitano di Forlì.

Racchiusa madonna Cia nella rocca con Sinibaldo suo giovane figliuolo, e con due suoi nipoti piccoli fanciulli, e con una fanciulla grande da marito, e con due figliuole di Gentile da Mogliano e cinque damigelle, ed essendo cinta stretta d’assedio, e combattuta da otto dificii che continovo gittavano dentro maravigliose pietre, non avendo sentimento d’alcuno soccorso, e sapendo che le mura della rocca e delle torri di quella per li nemici si cavavano, maravigliosamente si teneva, atando e confortando i suoi alla difesa. E stando in questa durezza, Vanni da Susinana degli Ubaldini suo padre, conoscendo il pericolo a che la donna si conducea, andò al legato, e impetrò grazia d’andare a parlare colla figliuola, per farla arrendere al legato con salvezza di lei e della sua gente. E venuto a lei, essendo padre, e uomo di grande autorità, e maestro di guerra, le disse: Cara figliuola, tu dei credere ch’io non sono venuto qui per ingannarti, nè per tradirti del tuo onore. Io conosco e veggo, che tu e la tua compagnia siete agli stremi d’irremediabile pericolo, e non ci conosco alcuno rimedio, altro che di trarre vantaggio di te e della tua compagnia, e di rendere la rocca al legato. E sopra ciò l’assegnò molte ragioni perch’ella il dovea fare, mostrando, ch’al più valente capitano del mondo non sarebbe vergogna trovandosi in così fatto caso. La donna rispose al padre, dicendo: Padre mio, quando voi mi deste al mio signore, mi comandaste, che sopra tutte le cose io gli fossi ubbidiente, e così ho fatto infino a qui, e intendo di fare infino alla morte. Egli m’accomandò, questa terra, e disse, che per niuna cagione io l’abbandonassi, o ne facessi alcuna cosa senza la sua presenza, o d’alcuno segreto seguo che m’ha dato. La morte, e ogni altra cosa curo poco, ov’io ubbidisca a’ suoi comandamenti. L’autorità del padre, le minacce degl’imminenti pericoli, nè altri manifesti esempli di cotanto uomo poterono smuovere la fermezza della donna: e preso comiato dal padre, intese con sollicitudine a provvedere la difesa e la guardia di quella rocca che rimasa l’era a guardare, non senza ammirazione del padre, e di chi udì la fortezza virile dell’animo di quella donna. Io penso, che se questo fosse avvenuto al tempo de’ Romani, i grandi autori non l’avrebbono lasciata senza onore di chiara fama, tra l’altre che raccontano degne di singulari lode per la loro costanza.

CAP. LXX. Novità fatte in Ravenna.

Essendo venuta in Ravenna la novella, come la gente del legato aveano per forza vinta la murata di Cesena, il signore di Ravenna, ch’allora era all’ubbidienza del legato, comandò che i cittadini ne facessono festa di fuoco e di luminaria. E però domenica, a dì 28 di maggio, i cittadini si radunarono insieme per le contrade e per le piazze, e festeggiavano: e nelle loro radunanze cominciarono a mormorare contro a messer Bernardino da Polenta loro signore per le gravezze che faceva, perocchè in breve tempo avea fatto pagare dell’estimo loro in tre paghe libbre sette soldi dieci per libbra, onde generalmente i cittadini erano mal contenti. E cominciato il bollore negli animi, riscaldato col fuoco della festa, e facendosi alcuno caporale, cominciò a gridare: Viva il popolo, e muoia l’estimo, e le gabelle. E crescendo la boce, e multiplicando la gente al romore, il popolo corse all’arme, e cominciossi a riducere in sulla piazza, e multiplicare le grida. Il signore sentendo le grida mandò là due suoi famigli, l’uno appresso l’altro, i quali giunti alla piazza furono morti dal popolo. Il tiranno sentendo procedere la cosa da mala parte s’armò con sua famiglia, e montato a cavallo corse alla piazza. Il popolo si rivolse coll’arme contro a lui per modo, che per campare la persona si ritornò nel castello; e accolto maggiore aiuto, da capo tornò alla piazza per modo di volere acquetare il popolo: ma crescendo più il furore, fu costretto per altra via ritornare a una postierla del castello; ma i vili servi di quello popolazzo, avendo la libertà nelle proprie mani, non la seppono per propria pigrizia seguitare, che al tutto erano signori. E però, come si venne facendo notte, senza ordine e senza capo cominciarono ad abbandonare la piazza, e tornarsi a casa, come si tornassono da uno giuoco, e pochi furono quelli che vi rimasono, e male provveduti. Per la qual cosa nella mezza notte uno fratello bastardo del signore con venticinque masnadieri sì fedì di subito in quel popolo stordito, e il signore con pochi a cavallo stava alla porta del castello per riscuotere i suoi; ma i vili popolari, essendo ancora in grande numero, senza fare resistenza si lasciarono percuotere, e uccidere, e cacciare da que’ pochi assalitori, e abbandonata la piazza, si tornarono a casa. La mattina vegnente il signore mandò per certi cittadini, i quali come usciti d’ebrietà, e assicurati v’andarono; e avendo i primi, mandò per anche, e raunonne in sua forza, centoventi e più, i quali messi in prigione corse la terra; e appresso per diversi modi gran parte ne fece morire, e degli altri fece danari. E da indi innanzi fu più fortemente dal suo popolo ubbidito, temuto, e ridottato.

CAP. LXXI. Novità di Grecia, e presura di loro signori.

In questo medesimo tempo, Orcam grande signore de’ Turchi, avea lasciato in Gallipoli un suo figliuolo primogenito per guardare le terre dell’imperio di Costantinopoli, ch’egli avea acquistate quando furono i grandi tremuoti nel paese. Il giovane prendendo vaghezza di vedere pescare, follemente si mise in una barca, e valicando legni armati di Greci, presono la barca; e conosciuto il figliuolo d’Orcam, il condussono a Foglia vecchia, una terra che l’imperadore avea data a un suo barone, e ’l figliuolo l’avea tolta al padre; capitando questi Greci a lui, e sapendo cui eglino aveano preso, il ritenne a se, e a’ marinai diede cinquemila perperi. L’imperadore volle il prigione, e non lo potè avere. E però prese accordo col Cerabì, uno de’ signori de’ Turchi, che ’l verno appresso venisse per terra con sua forza ad assediare la città di Foglia, ed egli vi verrebbe per mare, con patto, che racquistata la terra l’imperadore farebbe rendere a Orcam il suo figliuolo che ivi era preso. Il Cerabì vi venne con grande oste, e l’imperadore con sei galee e con assai legni armati. E stati lungamente all’assedio, e non potendo vincere la terra, l’imperadore per consiglio di messer Francesco di.... di Genova suo cognato, a cui egli avea dato in dota l’isola di Metelino, stando l’imperadore in un’isoletta che fa porto a Foglia, invitò il Cerabì ed egli fidandosi dell’imperadore andò a lui; e trovandosi tradito, innanzi che altra novità gli fosse fatta, disse all’imperadore: Io so ch’io sono prigione, ma tu non fai quello che fare ti credi se tu non seguiti il mio consiglio. Se questo s’intende tra’ miei Turchi, uno mio fratello prenderà la signoria, e sarà contento ch’io sia prigione, e troppo più ch’io fossi morto; ed io so che tu hai bisogno di moneta, e per questo modo non avresti mai una dobla. Ma fa’ com’io ti dirò, e arai la tua intenzione. Fa’ palese ch’io abbi tolta la tua sirocchia per moglie, e facciamo di ciò festa; e io manderò per lo mio fratello e per otto miei grandi baroni, i quali si sforzeranno di venire alla festa per farmi onore, e come ci saranno, terrai loro tanto ch’io ti mandi i danari di che saremo in accordo. E fatta la convegna della moneta, l’imperadore conoscendo ch’e’ diceva il vero, fece come il Cerabì il consigliò, ed ebbe di presente gli stadichi venuti sotto il titolo della festa del parentado, e lasciato il Cerabì, come fu nelle terre della sua signoria di presente mandò la moneta promessa, e liberò il fratello e’ suoi baroni dall’imperadore, e per savio provvedimento liberò se dal fortunevole caso di perdere la sua signoria, e per lo poco senno della sua confidanza, aggravando però nondimeno la vergogna dell’infedele imperadore.

CAP. LXXII. Come il re Luigi assediò Catania in Cicilia.

Essendo il re Luigi a Messina, per attrarre a sè gli animi de’ paesani, diede loro intendimento di dimorare nell’isola sei anni, e di tenervi la corte di tutto il Regno; e per dimostrare, coll’opera quello che promettea colla bocca, richiese i baroni del Regno per volere assediare il figliuolo di don Petro, ch’era in Catania, per riducere tutta l’isola in sua signoria, e prenderne la corona. I baroni furono ubbidienti per modo, che del mese di maggio detto col debito servigio de’ suoi baroni si trovò nell’isola millecinquecento cavalieri, e commise la bisogna a messer Niccola Acciaiuoli di Firenze suo grande siniscalco; il quale co’ cavalieri e col popolo cavalcò a Catania e misesi ad assedio, strignendola fortemente per modo, che senza gran forze non potevano gli assediati per terra avere entrata o uscita d’alcuna gente, e per mare fece stare nel porto quattro galee armate e due legni le quali assediavano la città per mare, e nondimeno recavano ogni dì rinfrescamento all’oste, perocchè, per, terra non v’era modo d’andarvi la vittuaglia per lo cammino ch’era lungo, e’ passi malagevoli e stretti. Nella terra avea centocinquanta cavalieri catalani di buona gente d’arme, i quali bene apparecchiati si stavano nella città senza fare alcuna vista o sentore a’ loro nemici di fuori. La gente del re Luigi non trovando contasto, baldanzosamente cavalcavano il paese, e mantenevano loro assedio.

CAP. LXXIII. Della materia medesima.

Stando l’assedio di Catania in questo modo, occorse per caso non provveduto che due galee di Catalani ch’andavano in corso arrivarono a Saragozza in Cicilia, e sentendo ivi come quattro galee e due legni del re Luigi erano nel porto di Catania, come valenti uomini, e grandi maestri de’ baratti del mare, innanzi che lingua venisse di loro a quelli dell’oste, di subito feciono armare due legni ch’erano in quel porto, e fornirli di trombe, e di trombette, e nacchere e altri stromenti più che di gente da combattere, e fatta la notte si mossono, e improvviso con gran baldanza le due galee de’ Catalani, lasciatosi dietro i due legni che facessono gran rumore e grande stormeggiata, entrarono nel porto, e con molto romore cominciarono ad assalire le galee del re: le due ch’erano del Regno, temendo del romore di fuori che non fossono assai galee, senza intendere alla difesa uscirono del porto, e andaronsene a Messina, e l’altre due ch’erano genovesi stettono alla difesa; ma perocch’e’ non erano provveduti nel subito assalto furono vinte, e presi le galee e’ legni; e questo fu la notte della Pentecoste, a dì 29 di maggio del detto anno.

CAP. LXXIV. Come l’oste del re Luigi si levò da Catania in isconfitta.

L’oste del re Luigi più baldanzosa che provveduta, sentendo prese le due galee e’ legni, e l’altre fuggite, per le quali veniva loro il fornimento della vittuaglia, ed essendo di lungi da Messina quaranta miglia per terra, e i passi stretti in forza de’ nemici, sbigottirono forte, e conobbono che se’ soprastessono quivi tanto che i nemici mandassono gente a’ passi elli erano senza rimedio tutti perduti; e vivanda non aveano da mantenere il campo, tanto che il re li potesse soccorrere, e però diliberarono d’abbandonare il campo e gli arnesi, e di campare le persone; e a dì 30 del detto mese si misono a cammino senza ardere il campo, a fine di non essere da’ cavalieri incalciati. I centocinquanta cavalieri catalani di presente uscirono fuori, e avvrebbono avuto de’ nemici ogni derrata, ma la cupidigia della preda del campo li ritenne alquanto. I nemici che fuggivano avanzavano loro cammino per quella via ond’erano venuti, nondimeno i Catalani li danneggiarono alquanto alla codazza. Ma quello che peggio fece loro furono i villani ridotti a’ passi colle pietre, ch’altr’arme non aveano. In questa caccia fu morto il figliuolo del conte di Sinopoli, che per l’antichità del padre si dicea conte, e preso il conte camarlingo, e morti da quaranta a cavallo e assai di quelli da piè. Il gran siniscalco campò per lunga fuga sopra di un buono destriere, perduto grande tesoro di suoi gioielli e arnesi, e così tutti gli altri baroni e cavalieri, che molto v’erano pomposi. E nota, come un’oste reale di più di millecinquecento cavalieri e gran popolo, con quattro galee in mare e due legni armati, per troppa baldanza, e mala provvedenza intorno alle cose che si richieggono a un’oste, dal provveduto scalterimento di due corsali con due galee furono sconfitti e rotti, abbandonando il campo a’ nemici vituperevolmente.

CAP. LXXV. Come la compagnia venne sul Bolognese.

La compagnia del conte di Lando mossa di Lombardia co’ danari di messer Bernabò Visconti e con quelli del capitano di Forlì, per venire al soccorso di Cesena, a dì 18 di giugno del detto anno venne in sul Bolognese con licenza del signore di Bologna, senza far danno al paese di ruberie o di prede, ma prendeano derrata per danaio, e accampati al Borgo a Panicale, intendeano più a’ loro propri fatti che ad andare a soccorrere la rocca di Cesena, perocchè vi sentivano il legato forte da non potere vincere la punga; e stando quivi, accrescevano la loro brigata, che secondo l’usanza d’ogni parte vi veniano uomini d’arme a mettersi in quella per vaghezza della preda, e non di trovare nemici in campo, che quasi tutti i soldati d’Italia v’aveano parte; e stando coperti di loro movimenti, feceano paura a tutti i popoli di Toscana e dell’altre provincie circustanti, e attraevano a loro ambasciadori da quelli per prendere accordo; e così sospesi usavano la loro mercatanzia molto sagacemente. E bench’e’ tiranni e’ popoli d’Italia avessono la compagnia in odio, tant’era la divisione delle parti e la gelosia de’ popoli contro a’ tiranni, che catuno volea piuttosto ubbidire al servigio della compagnia co’ suoi danari che contastare con quella, e però ora era condotta per l’uno ora per l’altro, rimanendo continovo l’ordine della compagnia. E in questi dì era già durata più di quindici anni questa tempesta in Italia.

CAP. LXXVI. Come il comune di Firenze afforzò lo Stale.

I Fiorentini vedendo che la compagnia era in parte che in un dì potea valicare l’alpe ed entrare nel Mugello, per certa piaggia dell’alpe assai aperta che si chiama la via dello Stale, richiesono gli Ubaldini, i quali s’impromisono d’essere co’ Fiorentini alla guardia del passo; il comune vi mandò di presente tremila balestrieri, e bene altrettanti fanti e ottocento cavalieri, e gli Ubaldini vi vennono con millecinquecento fanti di loro fedeli, e diedono il mercato abbondantemente a tutta l’oste, e co’ capitani insieme de’ Fiorentini feciono fare una tagliata che comprendea i passi di quello Stale per spazio d’un miglio e mezzo tra’ due poggi, e sopra la tagliata feciono barre di grandi e grossi faggi a modo di steccato, e vi feciono loro abitazioni, e stettonvi alla guardia de’ passi mentre che la compagnia dimorò sul Bolognese, desiderando ch’ella si mettesse nell’alpe per volere passare, com’erano le loro minacce, ma sentendo la provvisione de’ Fiorentini, conceputo maggiore sdegno tennono altro cammino.

CAP. LXXVII. Come s’arrendè la rocca di Cesena al legato.

Sentendo il legato la compagnia soggiornare in sul Bolognese, abbandonato ogni altra cosa, con sommo studio si diè a volere vincere la rocca di Cesena, facendola cavare per abbattere le mura e le torri, e traboccarvi dentro grandi pietre con otto trabocchi, e oltre a ciò spesso la faceva assaggiare di battaglia; ma tanto era la severità di madonna Cia, e la sua sollecitudine di dì e di notte alla difesa, che per cosa che si facesse quell’animo non si cambiava; e già essendo per le cave caduto parte delle mura e l’una delle torri, la donna in persona facea riparare con isteccati e con fossi, oltre alla considerazione de’ più fieri e de’ più valenti uomini del mondo, non dimostrando alcuna paura. Ma i valenti conestabili ch’erano con lei, sapendo che la mastra torre della rocca si mettea in puntelli, e vedendo la pertinace costanza della donna, ebbono madonna Cia a consiglio, e dissono: Madonna, e’ si può sapere e conoscere manifestamente che per voi è mantenuta la difesa della murata e della rocca infino agli ultimi stremi, e di noi avete potuto conoscere intera e pura fede, mentre che alcuna speranza s’è per voi e per noi potuta conoscere, ma ora non ne resta via da potere campare la sepultura de’ nostri corpi sotto la ruina di questa rocca. E perocchè questo non dobbiamo comportare per alcuna ragione, siamo disposti, o di vostra volontà, o contro al vostro volere, rendere la rocca per salvare le nostre persone. La valente donna per questo non cambiò faccia, nè perdè di sua virtù, e conobbe ch’e’ soldati aveano ragione di così fare, e però disse a’ conestabili: Io voglio che lasciate fare a me questo accordo; e i conestabili conoscendo il grande animo della donna, dissono che di ciò erano contenti; e mandato al legato, e avuti da lui uditori con pieno mandato secondo la sua volontà, trattò che tutti i conestabili colle loro masnade, e tutti gli altri soldati fossono franchi e liberi, e potessonne portare ciò che volessono in su’ loro colli: ed ella rimanesse prigione del legato col figliuolo, e con una sua figliuola, e con due suoi nipoti madornali e uno bastardo, e con due figliuole di Gentile da Mogliano, e cinque sue damigelle. Per sè e per la sua famiglia non cercò grazia, potendo salvare i soldati che lealmente l’aveano atata. E fatti e fermi i patti, a dì 21 di giugno gli anni domini 1357 rendè la rocca al legato, e fu signore di tutto con gran gloria della sua punga, ma non con mancamento di chiara fama del forte animo di quella donna: la quale per alcuno caso avverso, per alcuna intollerabile fatica, mentre ch’era in sua libertà, mai non cambiò faccia, o mancò di consiglio o d’ardire. E menata in prigione dov’era il legato nel castello d’Ancona, così contenne il suo animo non vinto e non corrotto, e in aspetto continente come se la vittoria fosse stata sua. E il legato maravigliandosi della costanza di questa donna, benchè la ritenesse prigione a fine di piuttosto domare l’alterezza del capitano, assai la fece stare onestamente, e bene servire.

CAP. LXXVIII. De’ fatti di Costantinopoli.

L’imperadore di Costantinopoli avendo perduta la speranza di vincere la città di Foglia vecchia, mutò consiglio, e trattò con quello Greco che la tenea, e confermogliele in feudo, e aggiunseli alla baronia, e diegli sessantamila perperi; e la primavera vegnente ebbe da lui il figliuolo d’Orcam signore de’ Turchi, il quale egli avea prigione, come addietro abbiamo contato. E per costui l’imperadore riebbe tutte le terre che Orcam gli avea tolte, e oltre a ciò molti danari, e stadichi per mantenere la pace che feciono insieme quando gli rendè il figliuolo.

CAP. LXXIX. Come il legato prese Castelnuovo e Brettinoro.

Vinta la punga di Cesena, i cavalieri del legato baldanzosi per la vittoria di subito cavalcarono a Castelnuovo di Cesena, e trovandolo male provveduto alla difesa, vi s’entrarono dentro. E appresso si dirizzarono al nobile castello di Brettinoro, il quale era fornito di suoi terrazzani, e d’assai soldati a cavallo e a piè, e di molta vittuaglia, sicchè poco se ne potea sperare o per forza o per assedio. Nondimeno la gente del legato vi s’accampò intorno: e poco stante vi si cominciò un badalucco tra quelli della terra e la gente della Chiesa, della quale messer Galeotto Malatesta era capitano; il badalucco durò molto, e per questo s’ingrossò da ogni parte, e per lo soperchio della gente della Chiesa, quella del castello fu rotta. Messer Galeotto, ch’era in ordine co’ suoi cavalieri, perseguitò quelli che fuggivano verso la terra, e mescolossi con loro per modo, che giunti alle porte, entrarono con quelli del castello insieme, combattendo continovamente; e avendo seguito presso de’ loro cavalieri e masnadieri, presono la porta e le guardie di quella, per la qual cosa la loro gente vi s’ingrossò di subito, e venne bene a bisogno, perocchè tutti i terrazzani e’ soldati che v’erano francamente li combatteano, e colle pietre delle case per difendere la terra. Ma il soperchio che vince ogni cosa, dopo la lunga e aspra battaglia, essendo multiplicata la gente della Chiesa, e molti morti dall’una parte e dall’altra, i terrazzani e i loro soldati furono costretti a fuggire nella rocca; e la gente del legato presa la terra e rubata, la tennero vittoriosamente, essendo tenuta grande maraviglia per la fortezza del castello. Alcuni dissono, che tra’ terrazzani ebbe divisione, che se fossono stati interi alla difesa non si potea perdere. E questo fu l’ultimo dì di giugno detto. Presa la terra, il legato mandò di presente molti dificii a tormentare la rocca, e cavatori per cavare e abbattere le mura, com’altra volta avea fatto il capitano; ma avea molto rafforzati i fondamenti con gran pietre, e molte stanghe e cinghie di ferro, ma poco valse, che in assai breve tempo quelli della terra feciono i comandamenti del legato, come appresso racconteremo.