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Cronica di Matteo Villani, vol. 3 / A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna cover

Cronica di Matteo Villani, vol. 3 / A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna

Chapter 271: CAP. XCVIII. Come si perdè Governo a’ Mantovani.
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Il testo unisce un prologo di riflessione morale sulle vanità del potere con resoconti cronachistici: descrive una solenne incoronazione a Roma, le cerimonie, la processione e il soggiorno dell’imperatore fuori città, quindi rapporta vicende militari e politiche in Provenza, tra la presa notturna d’un castello da parte d’un nobile tornato dall’esilio e la reazione dei baroni che organizzano l’assedio. Tra dettagli cerimoniali e movimenti di truppe emergono osservazioni sulle relazioni tra autorità imperiale, principi stranieri e potere papale, nonché considerazioni sul declino o la corruzione delle signorie quando mancano virtù e giustizia.

CAP. LXXX. Di processi fatti contro la compagnia per lo legato.

Avendo a questi dì la compagnia tentato di volere entrare in Toscana, e trovati tutti i passi dell’alpe occupati e in guardia de’ Fiorentini, e il più largo dello Stale afforzato da non mettersi a prova, con molto sdegno contro al comune di Firenze valicarono in Romagna, e a dì 6 di luglio furono a Villafranca a tre miglia di Forlì con quattromila cavalieri, i più bene armati e bene montati, e milleseicento masnadieri e balestrieri, e grandissimo numero di ribaldi e di femmine al comune servigio, seguitando la carogna della compagnia, e ivi a pochi dì si misono al ponte a Ronto e posono il campo e afforzarlo. Il legato vedendosi la compagnia presso, ristrinse tutta la sua gente in Cesena e in Brettinoro, senza mettersi a campo o fare assalto contro a loro. E per avere aiuto da’ fedeli di santa Chiesa, fece sopra la compagnia il processo ch’avea fatto sopra il capitano di Forlì come suoi fautori, e pronunziolli incorsi in quella medesima sentenza; e fece in Italia bandire la croce sopra loro con maggiore istanza, e con maggior mercato dell’indulgenza, e con minore termine del servigio che dato avea contro al capitano, e mandò di nuovo i predicatori e gli accattatori a sommuovere i popoli, e fece grande commozione, e raunò tesoro e gente assai, come al debito tempo racconteremo,

CAP. LXXXI. Della gravezza facea il tiranno a’ Bolognesi.

Quando la compagnia fu valicata in Romagna, i duemila cavalieri che messer Bernabò tenea sul Modenese, e appresso a Sassuolo in su quello di Bologna, senza fare alcuna novità di guerra pur facea stare i collegati in sospetto, e anche il legato, e però i Lombardi della lega accolsono gente, e ’l tiranno bolognese fece a’ suoi Bolognesi, per avere danari, sconvenevoli gravezze sopra l’usate. Perocchè ogni mese volea da catuno de’ suoi sudditi soldi cinque di bolognini per bocca di sale, e soldi quattro per macinatura la corba del grano, oltre all’usata mulenda, e per ogni tornatura di terra soldi venti di bolognini l’anno sopra l’altre gabelle delle porti, e del vino, e dell’altre cose ch’entravano con some e con carra, che tutte erano gabellate, e per questo modo traeva loro delle coste e de’ fianchi libbre seicentomila di bolognini l’anno. E oltre a ciò, avendo tolto loro l’arme, in questo tempo mandò bando, che chiunque l’amava andasse nell’oste. Il popolo sottoposto al duro giogo, per ubbidire il tiranno, si mosse con bastoni e con lanciotti in mano, ch’altr’arme non avea, e andò dove fu il comandamento del tiranno, e nel campo stette due dì senza mercato di vittuaglia a grande stretta di loro vita, e non osò fiatare. La gente della lega era uscita fuori, e ingrossatasi, per contastare la cavalleria di messer Bernabò, che si stava a Sassuolo, avvenne, a dì 21 di luglio del detto anno, che trovandosi insieme parte dell’una gente e dell’altra per scontrazzo, si combatterono tra loro, e furono rotti quelli di messer Bernabò; gli altri suoi cavalieri, sentendo quella rotta, si partirono, e tornarsi sani e salvi a Milano. Dappoichè furono partiti si scoperse un trattato, che dovea essere data loro la porta del castello di Bologna, e furono presi i traditori, e giustiziati.

CAP. LXXXII. Come i Veneziani domandarono pace al re d’Ungheria.

I Veneziani vedendo che il re d’Ungheria gli guerreggiava in Trevigiana, e in Ischiavonia e in Dalmazia con grave guerra, e ch’egli avea preso ordine da poterla senza spesa e senza pericolo della moltitudine degli Ungheri, usati di generare confusione, continuare, conobbono che a loro era cosa incomportabile; e però elessono solenni ambasciadori, e mandarli al re per addomandare pace, volendosi ritenere Giadra, e renderli l’altre terre della Schiavonia, e darli per tempi danari assai per l’ammenda; e fra l’altre terre che dare gli voleano, nominarono Trau e Spalatro. I cittadini di quelle terre sentendo ch’e’ Veneziani gli voleano dare al re d’Ungheria per loro vantaggio, si accolsono insieme, e presono per consiglio di volere accattare la benivolenza del re, e non attendere ch’e’ Veneziani ne volessono fare loro mercatanzia; e però liberamente si diedono al re, e ricevettono la sua gente e’ suoi vicari con grado in pace, e’ rettori e la gente che v’era pe’ Veneziani rimandarono a Vinegia sani e salvi, e il re con gli ambasciadori non volle accordo se non riavesse Giadra e l’altre terre del suo reame.

CAP. LXXXIII. Come il legato ebbe la rocca di Brettinoro.

Il legato, ch’avea presa la terra di Brettinoro, e stretti quelli della rocca per modo che poco si poteano tenere per la molta gente che dentro v’era racchiusa, non ostante che vedessono l’oste della compagnia da cui attendeano soccorso presso a tre miglia, feciono accordo, e diedono stadichi, che se la domenica vegnente, a dì 23 di luglio anno detto, e’ non fossono soccorsi, s’arrenderebbono, salvo le persone, e l’arme e ’l loro arnese. Il capitano che v’era per lo legato, messer Galeotto, provvide sì sollicitamente il dì e la notte che ciò non si potesse fare, che non valse ingegno del capitano di Forlì, nè forza ch’avesse la compagnia, che fornire o soccorrere la potessono; e valicato il giorno, la sera medesima, ch’era il termine, s’arrenderono, con onorevole vittoria del legato, e abbassamento della fallace fama della compagnia, e della pertinace superbia del capitano.

CAP. LXXXIV. Come si bandì la croce contro la compagnia.

Seguita, che per tema della compagnia, la quale ogni dì crescea, il legato avea oltre al processo della croce bandita mandato a richiedere aiuto contro alla compagnia a tutti i Toscani, e più confidentemente dal comune di Firenze, e mandovvi suo legato un vescovo di Narni Fiorentino chiamato frate Agostino Tinacci de’ frati romitani, buono Altopascino; costui con grande solennità fece tre dì ogni mattina in Firenze processione, e acconsentitagli da’ signori, per reverenza della Chiesa sonate tutte le campane del comune a parlamento, in sulla ringhiera de’ priori fatta sua predica, pubblicò il processo fatta contro alla compagnia, e pronunziò l’indulgenza a chi prendesse la croce, e allargò che dodici uomini potessono concorrere al soldo d’uno cavaliere, e raccorciò il tempo del servigio in sei mesi ov’era in dodici; e ancora più, che prenderebbe ciò che gli uomini e le femmine gli volessono dare, e dispenserebbe con loro; e divolgato il fatto, tanto fu il concorso degli uomini e delle donne della nostra città, che senz’altra provvisione di suo mandato gli portavano i danari per modo, ch’e’ non potea resistere di potere ricevere e di porre la mano in capo: e trovossi di vero, ch’e’ ricevea per dì mille, e milledugento, e millecinquecento fiorini d’oro, e in non molti dì raunò più di trentamila fiorini d’oro, i più dalle donne e dalla gente minuta. Il comune per sè avea diliberato di volere mandare aiuto al legato, ma avvedendosi tardi per gli suoi cittadini ch’aveano già piene le mani agli accattatori, vide co’ savi, che ’l comune per tutto il popolo potea avere l’indulgenza, volendo servire di prendere l’aiuto della Chiesa, per avere il beneficio dell’indulgenza; e però convertì la sua gente a fare il servigio per tutto il comune, acciocchè ogni uomo avesse il perdono; e così fatto, il detto vescovo, a dì 26 di luglio anno detto, pronunziò il perdono a tutti i cittadini, e contadini e distrettuali di Firenze, i quali fossono confessi e pentuti de’ loro peccati, o che fra tre mesi avvenire si confessassono. E nota, che in nove anni tre volte si concedette questo perdono; nel 1343, quando fu la generale mortalità, e l’anno del cinquantesimo, e in questa guerra romagnuola.

CAP. LXXXV. Aiuti mandarono i Fiorentini al legato.

Il comune di Firenze, a dì 20 di luglio anno detto, fatto capitano messer Manno di messer Apardo de’ Donati, e datogli il pennone del comune, il mandarono in Romagna con settecento barbute di buona gente, e con ottocento balestrieri, affinchè la battaglia si prendesse colla compagnia; e oltre a ciò v’andarono singulari masnade di cittadini e’ contadini crociati, che furono dugento a cavallo e duemila a piè. E contando la raccolta de’ danari, e la spesa del comune e de’ singulari uomini, più di centomila fiorini costò la beffa al comune di Firenze a questa volta. È vero che ’l tutto s’intendea a combattere la compagnia, e però vi mandò il comune un confidente cittadino popolare, il quale in segreto si dovesse strignere col legato, e con autorità di promettere ventimila fiorini d’oro per lo comune a’ soldati se vincessono la compagnia; ed era tanta la buona gente ch’avea il legato, e quella del comune di Firenze, e de’ crociati che v’erano di volontà, ch’assai se ne potea sperare piena vittoria. Il legato n’avea dato di prima al comune buona speranza, e ancora poi il suo ambasciadore, ma appresso, o che il legato invilisse, impaurisse di mettersi a partito, o che non si confidasse de’ soldati, dissimulò il fatto, e tennelo pendente, e mantennesi in riguardo, dando ardimento agli avversari, e viltà alla sua parte che gli tornò in poco onore.

CAP. LXXXVI. Come i Genovesi ebbono Ventimiglia.

Di questo mese di luglio, tenendosi la città di Ventimiglia per i figliuoli e consorti di messer Carlo Grimaldi, e non ubbidivano il comune nè ’l doge di Genova, per la qual cosa il doge diede boce di volere fare guerra a’ Catalani, e per questo fece armare venti galee: e avendo alcuno trattato in Ventimiglia, costeggiando la riviera, come furono a una punta di mare presso alla terra di Ventimiglia feciono scendere masnade e balestrieri con un capitano, il quale gli menò copertamente sopra la città da quella parte dove era il trattato, e dove non si prendea piena guardia, e le galee andarono per mare; e giunte nel porto, volendo prendere una galea armata di quelli di Monaco che v’era dentro, i terrazzani per difendere la galea tutti trassono alla marina; e in questo, l’aguato de’ Genovesi ch’erano smontati sopra la terra scesono alla porta, e senza contasto entrarono nella città, e presono la guardia della porta, e feciono il cenno ordinato alle galee, le quali si strinsono alla terra. I cittadini di presente conobbono ch’alla difesa non avea riparo, e però ricevettono i Genovesi come maggiori, ed eglino, senza alcuna novità fare nella città, presono la signoria della terra per lo comune di Genova e per lo doge, e’ Grimaldi che la teneano se n’andarono colle persone e coll’avere a Monaco, e le galee si ritornarono a Genova.

CAP. LXXXVII. Come l’arciprete con compagnia entrò in Provenza.

Essendo in alcuno sollevamento delle guerre il reame di Francia per la presura del re e de’ baroni, molti uomini d’arme non avendo soldi, per alcuna industria, secondo che la fama corse, del cardinale di Pelagorga zio del figliuolo del duca di Durazzo, i quali erano dal re Luigi e da’ suoi fratelli male stati trattati, essendo messer Filippo di Taranto fratello del re Luigi in Provenza, mosse l’arciprete di Pelagorga, uomo bellicoso e di mala fama, il quale si fece capo d’una parte de’ Guasconi acconci a fare ogni male, e di volgo il nome di fare compagnia. E con lui s’accostò messer Amelio del Balzo e messer Giovanni Rubescello di Nizza, e molti uomini d’arme ch’aveano voglia di rubare s’accozzarono con loro, sicchè in pochi dì accolsono ed ebbono nelle contrade di Ponte di Sorga di là dal Rodano più di duemila cavalieri, e stesonsi inverso Oringa e Carpentrasso, standosi per le villate e a campo senza rubare o far danno al paese, ma per paura i paesani davano loro vittuaglia. Messer Filippo di Taranto, ch’era in Provenza, volendo riparare che non entrassono nella Provenza del re di qua dal Rodano, accolse suo sforzo di Provenzali, e fece, capo a Orgona, e stese la guardia sua su per lo fiume della Durenza. Ma la sua gente era poca, e mancava, e la compagnia cresceva, perchè il papa e tutta la corte ne cominciò forte a temere. Ma i capitani della compagnia ammaestrati della corte medesima, mandarono ambasciadori al papa per assicurarlo, che contro della corte e alle terre della Chiesa non intendeano fare alcuno male, e per sicurtà offeriano i saramenti de’ caporali, e stadichi, se gli volesse, ma la loro intenzione era d’andare contro a messer Filippo di Taranto, il quale aveano per loro nemico, e di guerreggiare le sue terre e del re Luigi. E ivi a pochi dì valicarono il Rodano ed entrarono in Provenza, che messer Filippo, non avea forza da campeggiare con loro, e cominciarono a correre il paese, e a guastarlo, e a uccidere e a predare in ogni parte; e presono Lallona buona terra e piena d’ogni bene, e poi andarono infino a san Massimino, e anche il presono, e più altre castella. Le buone terre s’armarono alla difesa, e ’l papa fece afforzare Avignone, e guardare la città, e d’altro non s’intramise: e così tutta la state consumarono quel paese.

CAP. LXXXVIII. Come il conte di Fiandra rendè Brabante alla duchessa facendo pace.

Noi dicemmo poco addietro che la duchessa di Brabante era tornata, e ’l conte di Fiandra pazientemente l’avea comportata, perocchè era sua cognata, e perchè sapea la natura de’ Brabanzoni, che non si potrebbono tenere sotto la signoria de’ Fiamminghi, e già parecchi buone ville aveano accomiatati gli uficiali del conte; e avvegnachè fortuna l’avesse fatto signore di Brabante, la sua intenzione non era di volere altro che Mellino, ch’egli s’avea comperata con giusto titolo. E però, essendo trattato della pace nella festa che fece l’imperadore, il conte si dichinò benignamente alla cognata, e rendelle la signoria di tutto Brabante, con patto, ch’alcuno lieve omaggio ella ne facesse alla compagna sua sirocchia, e che a lui rimanesse libera la signoria di Mellino. E fermata la concordia, con gran piacere de’ Fiamminghi e de’ baroni si pubblicò la pace del mese di luglio del detto anno.

CAP. LXXXIX. Come il legato s’accordò colla compagnia per danari.

Tornando a’ fatti della compagnia, seguita a contare poco onore di santa Chiesa e di due comuni di Toscana. Messer Egidio cardinale di Spagna legato avendo, com’è detto, da sè molta buona gente d’arme, e accoltane per l’indulgenza della croce maggior quantità, sicchè assai si trovava più forte che non era la compagnia per poterla combattere, e promesso l’avea alle comunanze di Toscana e nelle prediche della croce, e se alla fortuna della battaglia non si volea abbandonare per senno, almeno standosi a riguardo si conoscea manifesto, che dov’elli erano poco poteano soggiornare che non aveano vivanda, e volendosi partire, avendo tanti nimici a petto, male il poteano fare senza loro gran danno. Tanto invilì la loro vista l’animo del legato, che infino allora era da pregiare sopra gli altri baroni, ch’e’ si mise in trattato col conte di Lando capitano della compagnia, e fecelo più volte venire a sè: e in fine prese accordo, ch’e’ si dovesse partire colla sua compagnia e tornarsene in Lombardia, e liberare tre anni le terre della Chiesa, e la città di Firenze, di Pisa, di Perugia, e di Siena, avendo la compagnia dal legato e da’ detti comuni cinquantamila fiorini d’oro, e cominciasse il termine di calen di novembre 1357. Il comune di Perugia e quello di Siena se ne feciono beffe, e non vollono attenere quello che il legato n’avea ordinato. I Fiorentini furono contenti, e pagarono per la loro rata sedicimila fiorini: e’ Pisani anche s’acconciarono, e pagarono la loro rata e il legato la sua. E avuto il tributo della Chiesa, e de’ maggiori comuni di Toscana, ove si conoscevano essere a mal partito, baldanzosi e lieti si tornarono in Lombardia, in grande abbassamento dell’onore del legato; e se senno fu, troppa codardia vi si nascose dentro.

CAP. XC. Ricominciamento dello studio in Firenze.

Del mese d’agosto del detto anno, i rettori di Firenze s’avvidono, come certi cittadini malevoli per invidia, trovandosi agli ufici, aveano fatto gran vergogna al nostro comune, perocchè al tutto aveano levato e spento lo studio generale in Firenze, mostrando che la spesa di duemila cinquecento fiorini d’oro l’anno de’ dottori dovesse essere incomportabile al comune di Firenze, che in un’ambasciata e in una masnada di venticinque soldati si gittavano l’anno parecchie volte senza frutto e senza onore, e in questo si levava cotanto onore al comune; e però ordinarono la spesa, e chiamarono gli uficiali ch’avessono a mantenere lo studio; e benchè fosse tardi, elessono i dottori, e feciono al tempo ricominciare lo studio in tutte le facoltà di catuna scienza. E di questo mese nacquono in Firenze due leoni.

CAP. XCI. Come si trovarono l’ossa di papa Stefano in Firenze.

In questo mese d’agosto, cavandosi a lato all’altare di san Zanobi nella chiesa cattedrale di Firenze, per fare uno de’ gran pilastri per la chiesa nuova, vi si trovò uno monumento verso tramontana, nel quale erano l’ossa di papa Stefano nono nato di Lotteringia, e così diceano le lettere soscritte nella sua sepoltura; e in sul petto gli si trovò il fermaglio papale con pietre preziose e con lo stile dell’oro, e la mitra in capo e l’anello in dito; e raccolto ogni sua reliquia, si riserrarono appo i canonici per fargli al tempo onorevole sepoltura. Questi sedette papa mesi dieci; e morì gli anni 1088.

CAP. XCII. Leggi fatte sopra i medici.

Cominciossi di questo mese d’agosto nel Valdarno di sotto, e in Valdelsa, e in Valdipesa, e in molte parti del contado di Firenze e nel suo distretto, un’epidemia d’aria corrotta intorno alle riviere che generò molte malattie, le quali erano lunghe e mortali, e grande quantità d’uomini e di femmine mise a terra, e assai cavalieri di Firenze stati in contado morirono, che fu singolare cosa, e durò fino a mezzo ottobre; e in Firenze morirono assai uomini e donne, ma de’ cinque i quattro tornati di contado malati. Fece allora il comune per riformagione, che niuno medico dovesse andare a vicitare alcuno malato da due volte in su, se il malato non fosse confessato, avendo di ciò degna testimonianza, sotto pena di libbre cinquecento, e che di ciò catuno medico dovesse fare ogni anno saramento alla corte dell’esecutore. La legge fu buona, ma l’avarizia de’ medici e la pigrizia de’ malati, mescolata colla cattiva consuetudine, fece perdere l’esecuzione di quella, che se fosse messa in pratica, e tornata in consuetudine, era gran beneficio dell’anime e santa de’ corpi.

CAP. XCIII. Come i Genovesi ebbono Monaco.

Avendo avuto il doge di Genova onore d’avere racquistata la città di Ventimiglia, fece armata di quattordici galee, e sei ne mandarono i Pisani ch’erano in lega col loro comune; e queste venti galee misono nel porto ch’è sotto il castello, e sopra Monaco di verso la montagna misono quattromila fanti armati, tra’ quali avea di molti balestrieri, che di notte guardavano i passi della montagna; e tenutolo così assediato un mese, e tentatolo con loro danno alcune volte di battaglia, perocch’era troppo forte, vi si stavano. I Grimaldi che ’l teneano pensarono che a lungo andare e’ non potrebbono contastare al comune, ed essendo preso in Genova un figliuolo di messer Carlo Grimaldi, trattarono di volere dare il castello di Monaco al doge e al comune per danari, e riavere il figliuolo di messer Carlo libero di prigione, ed essere ribanditi; e venuti a concordia, ebbono contati fiorini sedicimila d’oro, e quattromila ne scontarono per la prigione, e renderono Monaco al comune di Genova; il quale aveano tenuto trentadue anni in loro balía, che rade volte aveano ubbidito al loro comune, e sempre corseggiato e tribolato i navicanti di quel mare, e fatto del luogo spilonca di ladroni; e questo fu il dì di nostra Donna a mezzo agosto del detto anno.

CAP. XCIV. Come il cardinale assediò Forlì.

Avendo, come detto è, il cardinale fatta partire la compagnia di Romagna, e trovato il capitano di Forlì ostinato e indurato di non volere venire all’ubbidienza di santa Chiesa, e volendo il cardinale tornarsene a corte; innanzi la sua partita ordinò coll’altro legato, ch’era l’abate di Giugni, d’assediare la città di Forlì, e all’uscita d’agosto vi posono il campo con duemila cavalieri e con gran popolo, e cominciarono a dare il guasto intorno alla città, e ’l capitano con grande animo si ristrinse con pochi soldati a cavallo, e co’ suoi cittadini alla guardia della terra, e provvedutosi delle cose bisognevoli alla vita, si mise francamente alla difesa: e spesso a sua posta usciva fuori con sua gente, e assaliva i nemici al campo e danneggiavali, e per savia condotta si ricoglieva a salvamento. E a suo diletto inducea i giovani garzoni all’esercizio della guerra, e tornando nella terra, tutti li facea venire innanzi, e giocandosi con loro dicea delle loro valantrie, e raccontava com’eglino avien fatto, e a quelli ch’erano più iti innanzi dava a catuno uno grosso, o due o tre bolognini. E per queste lusinghe, e per queste lievi provvisioni, movea i giovani a seguitarlo senza richiesta di grande volontà, e per sperimentarli nell’arme. E con questo si faceva tanto amare da loro, che non gli bisognava guardia per alcuno sospetto, e ’l tedio dell’ozio degli assediati mitigava con alcuno diletto del continovo esercizio; e guida vali sì saviamente, ed era sì ubbidito da loro, che niuno ne perdea, e poca speranza dava a’ nemici di vincere la città.

CAP. XCV. Come il re d’Inghilterra ruppe i patti della pace.

Tornando alquanto nostra materia al fatto de’ due re, ed avendo narrata la festa che fu fatta a Londra quando vi giunse il re di Francia, credendosi per tutti che la pace fatta tra’ legati e ’l duca di Guales a Bordello per lo re Adoardo si dovesse confermare, essendo però valicati nell’isola i cardinali e molti baroni di Francia, strignendo il re e ’l suo consiglio a dar fine e fermezza all’opera, il re d’Inghilterra, mostrandosi a ciò volonteroso, mantenea la cosa sospesa, oggi con una cagione e domani con altra, e però non rompea il trattato; e spesso infingea cagione a’ Franceschi, e dimostrava che ’l fallo fosse loro, e poi l’acconciava, a facevane muovere un’altra. E per questo modo maestrevolmente e per sua astuzia ritenea il re e ’l figliuolo, e’ baroni e’ cavalieri ch’avea prigioni in Inghilterra, come egli desiderava; e tanto avvolse questa materia, che straccò i legati e i baroni ch’erano di là valicati; i quali vedendosi menare al re con queste simulazioni senza frutto, all’uscita del mese d’agosto anno detto abbandonarono il trattato, e tornarsi nel reame di Francia, e per tutto la boce corse che la pace era rotta, e che al primo tempo il re d’Inghilterra dovea venire a Rems e farsi coronare del reame di Francia, e non fu senza cagione revelata del segreto: ma indugiossi più, e il trattato della pace senza il suo effetto poco appresso si riprese, e tornarono nell’isola i legati.

CAP. XCVI. Della mostra fatta a Avignone di cortigiani per tema della compagnia.

Di questo mese d’agosto, nella compagnia dell’arciprete di Pelagorga, ch’era in Provenza, s’aggiunse il conte d’Avellino e cinque nipoti di papa Clemente sesto, e trovaronsi più di tremila barbute, e scorsono predando e guastando la Provenza infino a Grassa, e non trovarono contasto fuori delle terre murate. Vedendo il papa crescere questa tempesta, volle vedere in arme tutti i cortigiani, e fece ordinare di fare la mostra, che fu grande e bella, perchè catuno si sforzò di comparire in arme, e trovaronsi in questa mostra quattromila Italiani tutti bene armati, ch’erano due cotanti o più che tutti gli altri cortigiani. E come furono armati e raunati insieme, gridavano e volevano correre sopra i cardinali nipoti di papa Clemente, dicendo, ch’erano autori di quella compagnia, che conturbava la corte e tutta la mercatanzia, e a gran pena furono ritenuti da’ loro capitani. Il papa, veduta la mostra, ordinò di fare rifare le mura e’ fossi d’Avignone, e riparare le porti per tenere la città sicura; altro rimedio di fuori contro alla compagnia non prese, ma stava continovo la corte in gran paura, e in vergognosa vacazione di tutti i mestieri.

CAP. XCVII. Come il re Luigi da Messina tornò a Napoli.

Il re Luigi avendo con danno e con vergogna levata l’oste sua da Catania, come narrato abbiamo, e non trovandosi in mare nè in terra potente da rifare oste, e i suoi avversari aveano ripreso ardire della loro vittoria; e sentendo il regno di qua dal Faro in molta discordia per la ribellione di messer Luigi di Durazzo e del conte di Minerbino, i quali teneano in guerra la Puglia, e molti caporali di ladroni rompevano le strade e’ cammini; non ostante ch’egli avesse promesso a’ Messinesi di stare alcun tempo risedente a Messina, cambiò proposito, per non correre in peggio, e a dì 30 d’agosto del detto anno si partì da Messina in su una galea d’Ischia, e pose a Reggio, ov’era prima venuta la reina. E in Messina lasciò suo vicario un figliuolo del gran siniscalco con trecento cavalieri alla guardia della terra, confidandosi sopra tutto in messer Niccolò di Cesaro e nel suo seguito, ch’aveano cura alla guardia per loro medesimi, ch’aveano di fuori i loro avversari. E poi da Reggio per Calavria e per Puglia se ne tornarono a Napoli, del mese di settembre del detto anno.

CAP. XCVIII. Come si perdè Governo a’ Mantovani.

I signori da Gonzaga, essendo uomini savi di guerra, avendo lungamente tenuta la signoria di Mantova, vicini e in mezzo tra’ signori di Milano e quelli di Verona, avean provveduto di tenere salvo gran parte del loro contado in questo modo. La loro città è posta nel mezzo d’un lago di fiumi correnti, e di questo lago di verso levante alla città esce un fiume, che si stende correndo verso mezzo dì ed entra in Po; e dov’egli entra in Po è un castello e un ponte: il castello si chiama Governo: e dall’uscita del fiume al detto castello ha dieci miglia di terreno, e per i Mantovani è alzato e fortificato un argine sopra il fiume dal lato d’entro, e fattovi forti steccati e molte bertesche a potere fare ogni gran difesa. E dall’altra parte del lago, di verso ponente alla città e di lungi tre miglia, esce un altro fiume, e corre verso mezzo dì anche al Po, e stendesi ancora per dieci miglia di terreno, e l’argine di questo fiume è fatto maggiore e più forte che l’altro, e steccato e imbertescato a ogni difesa, e in sul Po s’aggiugne a un forte castello de’ Mantovani che si chiama Borgoforte, e anche a questo castello è un ponte sul Po. Tra queste due fiumare si stende un gran contado tutto piano, e di buono terreno da lavorare, e ubertuoso di frutti e di vittuaglia. Questo contado per infino a qui per forza ch’avessono i tiranni vicini non avien mai potuto noiare, e viveanne i Mantovani in grande sicurtà, e chiamavano questo contado la Serraia. In questi dì era guerra tra’ signori di Milano e quelli di Mantova, e però i Mantovani avieno mandate masnade di fanti a piè alla guardia del ponte e anche di Governo, e anche de’ loro soldati a cavallo, tra’ quali era un conestabile che avea ricevuta ingiuria da’ signori da Gonzaga. Costui ordinò, che là venisse la gente de’ signori di Milano per suo trattato, e diede loro il passo del ponte, mostrando a’ suoi, che come ne fosse passati una parte darebbono loro addosso, e tutti gli avrebbono a mansalva; ma innanzi che il traditore si mettesse al contasto ve ne lasciò tanti venire, che a’ suoi per necessità convenne abbandonare il campo e ’l castello; e per questo modo fu preso il forte passo di Governo, da potere correre ed entrare nella Serraia; e questo fu all’uscita del mese d’agosto anno detto.

CAP. XCIX. Come i signori di Milano presono Borgoforte, e assediarono Mantova.

Messer Bernabò e messer Galeazzo di Milano, avendo novelle come ’l ponte e ’l castello di Governo era preso per la loro gente, ebbono grande allegrezza, e lasciandosi addietro i fatti di Pavia e di Novara, subitamente accolsono tremila cavalieri di loro soldati e gran popolo, e l’una parte mandarono a Governo, e l’altra per la riva del Po a Borgoforte. Quelli ch’andarono a Governo feciono di loro due parti; l’una si dirizzò, verso Mantova, e misonsi a campo in capo del ponte onde i Mantovani della terra veniano nel contado della Serraia, e ivi di presente dirizzarono una bastita con torri e con bertesche, e tolsono il passo e la speranza a’ Mantovani, che per forza ch’avessono nella Serraia non poterono entrare per soccorrere Borgoforte, e l’altra parte cavalcò per la Serraia dentro a Borgoforte, e così dentro e di fuori subitamente fu assediato Borgoforte. E vedendo coloro ch’aveano la guardia della terra che soccorso non poteano avere da niuna parte, s’arrenderono salve le persone; e così in pochi dì ebbono i signori da Milano l’uno castello e l’altro, e la signoria di tutto il contado della Serraia, infino al lago che cigne la città di Mantova. Avuto Borgoforte, feciono maggiore e più forte la bastita a capo del ponte del lago, e mantennonvi l’oste grande, perocchè per niente avevano loro vita; e dall’altra parte fuori della Serraia misono l’oste presso della città, il lago in mezzo, e tutto l’altro paese mantovano corsono e rubarono. E per questo assedio speravano tosto avere libero la signoria di Mantova, e sarebbe venuto fatto, se non fosse il soccorso degli allegati, come nel suo tempo diviseremo. I signori di Milano, ch’aveano il castello e ’l passo di Borgoforte ch’era verso il loro terreno, abbandonarono Governo ch’era molto lontano al loro soccorso e presso a’ nemici, e’ Mantovani il ripresono, e fecionlo più forte, e misonvi buona guardia.

CAP. C. Come il cardinale Egidio passò per Firenze.

Il cardinale di Spagna messer Egidio legato, avendo lasciato successore l’abate di Clugnì, e assediata la città di Forlì, a dì 14 di settembre anno detto fu ricevuto in Firenze a grande solennità, andandoli incontro a processione tutto il chericato, e le religioni, e ’l popolo, sonando le campane del comune e delle chiese a Dio laudiamo, e messo sopra la sua persona fuori della città un ricco palio di baldacchini di seta e d’oro adorno intorno riccamente, tutti i cavalieri di Firenze gli furono intorno, ed addestrarlo al freno e alla sella, e’ grandi cittadini portavano il palio; e guidatolo con questo onore per la città, il condussono al luogo de’ frati minori, ove fece suo albergo; e ivi fu visitato con grande reverenza da’ priori e da tutti i collegi, e dagli altri buoni cittadini; e dopo la vicitazione i priori gli mandarono doni di cera lavorata e di confetti d’ogni ragione in gran quantità, e uno grande e ricco destriere fornito di nobili arredi e coverto di scarlatto, e per vestire la sua persona due pezze di fini panni scarlatti di grana, e una cappella doppia di baldacchini d’oro e di seta fini. Il cardinale ricevette graziosamente ogni cosa, e poi fatto suo sermone, magnificò molto il comune di Firenze e sopra tutti gli altri di divozione e di fede alla santa Chiesa, offerendosi sempre protettore del comune; e fatto un solenne convito a’ signori e a’ collegi e a molti altri gran cittadini, a dì 19 di settembre si partì di Firenze e mandato a’ Pisani per la licenza di potere passare per la città di Lucca, i Pisani vi mandarono dugento barbute e molti balestrieri alla guardia, e feciono serrare le porte, e per loro ambasciadori gli feciono dire, che se la sua persona con alquanti compagni senz’arme volesse entrare per la città, ch’egli il potea fare; il cardinale non volle quella grazia, e cavalcando di fuori, vide le porte serrate e le mura fornite di molti balestrieri colle balestra tese, per la qual cosa si dilungò dalla città, sdegnato forte della vergogna che da’ Pisani gli parve ricevere. Questo legato per suo senno, e per grande e sollecita provvisione di guerra, racquistò a santa Chiesa il Patrimonio e Terra di Roma, e ridusse il prefetto occupatore alla sua misericordia. Vinse per forza e per ingegno tutte le terre della Marca d’Ancona, abbattendo la signoria di messer Malatesta da Rimini, e di Gentile da Mogliano, e ’l nuovo tiranno d’Agobbio; e per forza vinse in Romagna Cesena e Brettinoro e racquistò Faenza, e lasciò Forlì assediata, e’ Malatesti tutti riconciliati all’ubbidienza di santa Chiesa; e contastò assai colla compagnia, avvegnachè nell’ultimo, o per paura, o per fretta ch’avesse della sua partenza, s’accordò a levarlisi d’addosso con danari, con poco suo onore e di santa Chiesa; e tutte queste cose fece in termine di quattro anni e un mese dal suo avvenimento in Italia.

CAP. CI. Come per i cardinali non si fè nulla della pace de’ due re.

Chi potrebbe senza fallare scrivere le movitive degl’Inghilesi? il re d’Inghilterra da capo fece tornare i legati per dare termine al trattato della pace, e dichiararono i patti e le terre che al re d’Inghilterra si doveano dare, e la quantità de’ danari e’ termini quando per diliberare il re, e ’l figliuolo, e’ baroni, e rimanere in buona pace; e questo accordo si divolgò per tutto, per conferma fatta del mese di settembre. Questa concordia tornò addietro, perocchè per sicurtà delle cose il re all’ultimo domandò di volere tenere per stadichi il Delfino di Vienna, e l’altro figliuolo del re di Francia e ’l conte di Fiandra, tanto che ’l re di Francia tornato nel suo reame fornisse le cose promesse; la qual cosa non potea aver luogo, che ’l Delfino per lo fallo commesso non si fidava, e ’l conte di Fiandra non era debito al re di Francia di cotanto servigio; e però rotto il trattato, il re di Francia e ’l figliuolo con altri baroni furono mandati in prigione a Guindifora, per addietro detta la Gioiosa guardia. In questo medesimo tempo il re d’Inghilterra avea anche in prigione nell’isola il re David di Scozia; sicchè di tenerli prigioni non abbassava l’ambizione della vanagloria alla quale i mortali volentieri attraggono, e ’l tenere i trattati della concordia rompea gli animi de’ Franceschi dell’apparecchio della guerra, e riteneali in divisione e fuori del loro antico reggimento, e di ciò pensava non meno che dell’arme il re d’Inghilterra potere avere suo intendimento. E però traendo sperienza dal fatto, piuttosto si può ritrarre ch’e’ trattati sono stati fatti finti, che di vero intendimento.

CAP. CII. Come fu impiccato il conte di Minerbino.

Il conte di Minerbino, detto Paladino, di cui tanto avemo addietro parlato, essendo da natura incostante e senza fede, tratto egli e ’l fratello di prigione dopo la morte del re Ruberto, appresso come fu morto il duca Andreasso se n’andò in Ungheria, e col re d’Ungheria tornò nel Regno, e col re stette mentre che gli mise bene, e non gli tenne fede. E venuto alla misericordia, e ricevuto perdonanza da lui, dopo la partita del re si riconciliò più volte col re Luigi, e da lui ebbe provvisione e doni per tenerlo in pace: ma la sua incostanza non glie le consentia, ma stava in rubellione, e accogliea rubatori e soldataglia, e correa in Puglia per pazzia non meno che per ruberia; e vedendo messer Luigi di Durazzo in discordia col re, s’accostava con lui; altra volta il lasciava, e prendea a suo vantaggio, e stava sì forte e avvisato, che in palese non potea ricevere impedimento. Il prenze di Taranto, chiamato l’imperadore, vedendo quanto costui tribolava la Puglia, commise a messer Betto de’ Rossi suo cavaliere, che segretamente avesse cura a’ suoi andamenti. Costui sentendolo in Matera, trattò con certi masnadieri che ’l seguitavano alla sua provvisione, e corruppeli per moneta per modo, che cavalcatovi colla gente dell’imperadore, di subito fu lasciato entrare nella terra. Il conte vedendosi tradito da’ suoi, ricoverò nel castello. Il prenze vi fu di presente intorno con molta gente, e cinselo dentro e di fuori per modo che non poteva uscire della fortezza, e da vivere non v’avea, sicchè fu costretto da necessità d’uscirne in camicia con uno capestro in collo, e gittossi a’ piè del prenze, come altra volta avea fatto a Trani al re d’Ungheria; ma la cosa non succedette a quel modo. Il prenze il fece prendere, e menollo ad Altemura; e fattosi dare il castello, a uno de’ merli il fece impendere per la gola nel detto castello.

CAP. CIII. Come fu preso Minerbino.

Sentendo messer Luigi fratello del conte come il prenze avea morto il fratello, essendo uomo di grande ardire e di seguito, di presente accolse soldati e caporali di ladroni, e misesi in Minerbino loro castello, il quale era forte a maraviglia, e credette poterlo tenere in rubellione. I terrazzani sapendo che il conte loro principale signore era morto, non assentirono di volere prendere arme contro a’ reali; e però messer Luigi elesse i compagni che volle, e fornita la rocca, ch’era inespugnabile, vi si racchiuse dentro, senza paura di forza che noiare lo potesse di fuori. Ma la fede corruttibile de’ soldati tosto l’ingannò. Che avendo seco dentro un conestabile lombardo, per danari e per larghe impromesse ricevette dentro, nella rocca colle sue mani uccise messer Luigi, e il corpo suo e la rocca diede al prenze, del mese di dicembre del detto anno. L’altro fratello, ch’era conte di Vico, con poca virtù e semplice uomo, vedendo lo sterminio de’ fratelli si partì del Regno, abbandonando le sue castella e la sua giurisdizione. E così prese fine ne’ successori il dominio di messer Gianni Pipino, il quale di piccolo notaio per la sua industria fatto de’ maggiori signori del reame al tempo del re Carlo vecchio, e colui ch’avea maggiore mobole fatto dell’avere de’ saracini di Nocera, quand’egli con sagacità e con inganno trasse i saracini del Regno, e acquistò al re Carlo la forte città di Nocera in Puglia. Costui comperò a’ figliuoli, e poi i figliuoli a’ nipoti, grandi e larghi baronaggi, miserabili per la loro fine.

CAP. CIV. Come i Genovesi mandarono in Sardigna venti galee per racquistare la Loiera, e non poterono.

Avendo il doge di Genova con l’armata di venti galee racquistato al comune Ventimiglia e Monaco, come poco innanzi abbiamo contato, coll’empito di quella vittoria le mandò di subito in Sardigna, acciocchè per forza vincessono la Loiera. E giunti là improvviso, scesono con molti balestrieri e con altri dificii a combattere la terra, sforzandosi di vincerla con ogni forza e ingegno che seppono. Ma i Catalani che dentro v’erano alla guardia valentemente si misono alla difesa, e ripararono sì francamente, che i loro nemici perderono ogni speranza d’acquistarla per forza. E lasciatovi di loro morti, e molti fediti e magagnati, raccolti a galea si tornarono a Genova, e disarmarono di novembre anno detto.