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Cronica di Matteo Villani, vol. 3 / A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna cover

Cronica di Matteo Villani, vol. 3 / A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna

Chapter 3: CAPITOLO PRIMO.
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About This Book

Il testo unisce un prologo di riflessione morale sulle vanità del potere con resoconti cronachistici: descrive una solenne incoronazione a Roma, le cerimonie, la processione e il soggiorno dell’imperatore fuori città, quindi rapporta vicende militari e politiche in Provenza, tra la presa notturna d’un castello da parte d’un nobile tornato dall’esilio e la reazione dei baroni che organizzano l’assedio. Tra dettagli cerimoniali e movimenti di truppe emergono osservazioni sulle relazioni tra autorità imperiale, principi stranieri e potere papale, nonché considerazioni sul declino o la corruzione delle signorie quando mancano virtù e giustizia.

LIBRO QUINTO Qui comincia il quinto libro della Cronica di Matteo Villani; e prima il Prologo.

CAPITOLO PRIMO.

Chiunque considera con spedita e libera mente il pervenire a’ magnifici e supremi titoli degli onori mondani, troverà che più paiono mirabili innanzi al fatto e di lungi da quello, che nella presenza della desiderata ambizione e gloria: e questo avviene, perchè il sommo stato delle cose mobili e mortali, venuto al termine dell’ottato fine, invilisce, perocchè non può empiere la mente dell’animo immortale; ancora si fa più vile, se con somma virtù non si governa e regge; ma quando s’aggiugne a’ vizi, l’ottata signoria diventa incomportabile tirannia, e muta il glorioso titolo in ispaventevole tremore de’ sudditi popoli. Ma perocchè ogni signoria procede ed è data da Dio in questo mondo, assai è manifesto, che per i peccati de’ popoli regna l’iniquo. L’imperial nome sormonta gli altri per somma magnificenza, al qual solea ubbidire tutte le nazioni dell’universo, ma a’ nostri tempi gl’infedeli hanno quello in dispregio, e nella parte posseduta per i cristiani tanti sono i potenti re, signori, e tiranni, comuni, e popoli che non l’ubbidiscono, che piccolissima parte ne rimane alla sua suggezione; la qual cosa estimano ch’avvenga principalmente dalla divina disposizione, il cui provvedimento e consiglio non è nella podestà dell’intelletto umano. Ancora n’è forse cagione non piccola l’imperiale elezione trasportata ai sette principi d’Alamagna, i quali hanno continovato lungamente a eleggere e promuovere all’imperio signori di loro lingua, i quali colla forza teutonica, e col consiglio indiscreto e movimento furioso di quella gente barbara hanno voluto reggere e governare il romano imperio; la qual cosa è strana da quel popolo italiano che a tutto l’universo diede le sue leggi, e’ buoni costumi e la disciplina militare: e mancando a’ Tedeschi le principali parti che si richieggono all’imperiale governamento, non è maraviglia perchè mancata sia la somma signoria di quello. E stringendone l’usata materia a fare principio al quinto libro, la coronazione di Carlo di Luzimborgo, e quanto di quella seguitò in brevissimo tempo, sieno in parte esempio di quello che narrato avemo nella presente rubrica.

CAP. II. Come messer Carlo di Luzimborgo fu coronato imperadore de’ Romani.

Domenica mattina a dì 5 del mese d’aprile, gli anni Domini 1355 dalla sua salutevole incarnazione, il dì della Resurrezione di Cristo, essendo il cardinale d’Ostia legato del papa a fare la consecrazione dell’imperadore con molti prelati nella basilica di san Pietro, l’eletto Carlo sopraddetto giugnendo a san Pietro co’ Romani, e colla grande cavalleria e moltitudine di popolo che l’aveano accompagnato, scavalcato colla sua donna, furono ricevuti nella chiesa con grande tumulto di stromenti, e allegrezza e festa di catuna gente. E incontanente ch’egli fu in san Pietro, com’egli avea ordinato, molti cavalieri armati tramezzarono tra la sua persona e della donna con alquanti più confidenti prelati ch’erano all’uficio dell’altare, e l’altro popolo riempierono sì il mezzo della grande basilica che niuno potea valicare verso l’altare, o vedere la sua consacrazione, salvo i prelati e coloro ch’erano in compagnia con l’eletto. E celebrato l’uficio della solenne messa, spogliato l’eletto de’ suoi primi vestimenti, e stando a piè dell’altare, ricevuta la sagra unzione, e confessata la sua cattolica fede, con quelle cerimonie che l’usanza richiede, fu vestito dell’imperiali vestimenta, e consecrato dal cardinale; per lo prefetto di Vico, in chi sta l’uficio d’incoronare, gli fu messo la corona dell’oro imperiale, ed egli incoronò l’imperatrice. E fatta la solennità della sua coronazione, l’imperadore nella maestà imperiale montò in su uno grande e nobile destriere, portando nella mano destra un bastone d’oro, e nella sinistra una palla d’oro ivi suso una crocetta di sopra, e sotto nobilissimi palii d’oro e di seta, addestrato da’ principi romani e da altri nobili signori alla sella e al freno e d’intorno, e appresso a lui l’imperadrice, con grande allegrezza e festa furono condotti per la città di Roma a san Giovanni Laterano, ov’era fatto l’apparecchiamento per desinare; e ivi smontati, con grande reverenza andarono a vicitare l’altare: e già valicata l’ora di nona, si posono a mangiare: e fatta la desinea, l’imperadore e l’imperadrice, con poca compagnia di loro gente, mutato l’abito dell’imperiale maestà, montarono a cavallo, e andarono ad albergare fuori della città di Roma a san Lorenzo tra le vigne: e questo fece per ubbidire al comandamento a lui fatto dal santo padre, che coronato che fosse, non dovesse albergare in Roma. A questa coronazione si trovarono cinquemila tra baroni e cavalieri alamanni, i più Boemi, e più di diecimila Italiani vi furono a cavallo, tutti al servigio e a fare onore all’imperadore. E niuno contrario o sospetto a lui si trovò in Italia, per l’umile venuta e savia pratica che tenne, di non essere partefice e di non seguire il consiglio de’ ghibellini come i suoi antecessori, cosa maravigliosa e non udita, addietro per molti tempi. E partito l’imperadore da san Lorenzo con minore compagnia se n’andò a Tivoli per osservare alcuna ceremonia debita a’ novelli imperadori; incontanente tutta la cavalleria si cominciò a partire da Roma, e venire verso Siena e Pisa, e chi a ritrarsi verso la Magna. Lasceremo alquanto l’imperadore e la sua cavalleria al cammino, e seguiremo d’altre novità strane, che in questi giorni s’apparecchiano alla nostra materia.

CAP. III. Come messer Ruberto di Durazzo prese per furto il Balzo in Provenza.

Quello che seguita essendo molto strano dalla schiatta reale, ci fa manifesto, che dove la necessità regna, rade volte s’aggiugne la ragione. Messer Ruberto, figliuolo che fu di messer Gianni duca di Durazzo, nipote del re Ruberto, tornato di prigione d’Ungheria, e male provveduto dal re Luigi suo cugino, se n’andò in Francia; e servendo il re alle sue spese, non essendo provveduto da lui tornò in Provenza; e ivi, per mantenersi a onore, gravati gli amici e’ parenti, consumò ciò ch’egli avea: e venuto a tanto che non potea mantenere quattro scudieri, si pensò di fare male; e non avendo da se la forza, s’accostò col sire della Guardia, a cui manifestò il suo pensiero, e richieselo d’aiuto. Costui, ch’era uomo atto alla guerra più ch’al riposo, disse di seguirlo volentieri, e accolsono ottanta cavalieri, e provvidonsi di scale; e una notte, a dì 6 d’aprile del detto anno, essendo il forte castello del Balzo in Provenza senza alcuno sospetto, e ’l signore del Balzo nel Regno in cortese guardia del re, messer Ruberto vi s’entrò dentro, e senza contasto prese il castello e la rocca inespugnabile. Sentendosi la novella in corte, il papa e’ cardinali se ne turbarono forte, salvo il cardinale di Pelagorga ch’era suo zio, il quale con seguito di certi cardinali di sua setta lo scusavano in concestoro, e segretamente l’atavano per modo, che in pochi dì ebbe nel Balzo trecento cavalieri e cinquecento fanti armati, e cominciò a correre il paese e fare preda fin presso Avignone, non senza sospetto del papa, e de’ cardinali, e di tutta la Provenza.

CAP. IV. Come i Provenzali s’accolsono per porre l’assedio al Balzo.

Essendo questa cosa divolgata per la Provenza, i baroni del paese ch’amavano la casa del Balzo, e temeano delle loro castella per lo male esempio, senza essere richiesti da altro signore fece catuno suo sforzo, e trassero con cavalieri e fanti che poterono fare al Balzo, e in pochi giorni vi si trovarono ottocento cavalieri e gran popolo: e dato ordine tra loro, tennono assediato il castello e la gente che dentro v’era. La novella andò di subito a Napoli al conte d’Avellino signore del Balzo, il quale di presente il disse al re; ond’egli si turbò forte, e incontanente licenziò il conte, e rimandollo in Provenza, profferendogli il suo aiuto: il conte si mise in fretta al suo viaggio. Il papa e’ cardinali erano in turbazione colla setta di quelli di Pelagorga, la qual cosa conturbava non poco la corte e tutta la Provenza. Lasceremo al presente la materia del Balzo, e trapasseremo alle novità che occorsono in Italia innanzi che il Balzo si racquistasse.

CAP. V. Come si comincio l’izza da messer Galeazzo Visconti a messer Giovanni da Oleggio.

Messer Giovanni da Oleggio vicario di Bologna per messer Maffiolo de’ Visconti di Milano, innanzi che l’arcivescovo avesse presa Bologna era provveduto dal detto arcivescovo, del quale si credea che fosse figliuolo, tra altre utili possessioni d’un castello grande e nobile chiamato...., del quale messer Giovanni avea buona rendita: il castello vicinava con certe terre di messer Galeazzo Visconti. Avvenne, che messer Giovanni s’intendea in Milano d’amore con alcuna donna la quale nel segreto era al servigio di messer Galeazzo, il quale accorgendosi di messer Giovanni, l’ebbe a sdegno, e senza altro dimostramento della cagione prese izza contro a lui, e messer Giovanni sforzandosi di fargli onore nol potea contentare: infine gli tolse il castello, più per fargli dispetto che per altra cagione. Della qual cosa messer Giovanni non s’osò rammaricare nè dolere, ma di questo nacque poi maggiore novità quando messer Giovanni si rubellò alla casa de’ Visconti, come leggendo appresso si potrà trovare.

CAP. VI. Come il capitano di Forlì sconfisse gente della Chiesa.

Del mese d’aprile del detto anno, il capitano di Forlì cavalcava nella Marca, e avea in sua compagnia dugento cavalieri i più gentili uomini giovani, i quali erano con lui per amore a sua provvisione. Il capitano della gente d’arme della Chiesa seppe l’andata del capitano di Forlì, e di notte gli si fece incontro, e misegli un aguato di quattrocento cavalieri. Il capitano di Forlì, innanzi che fosse al passo dell’aguato, per sue spie seppe come i nemici in quantità di quattrocento cavalieri l’attendeano di presso; egli era in parte ch’el si poteva tornare addietro salvamente, ma pensando che ciò gli tornerebbe a vergogna, avendo l’animo grande, e giovani cavalieri con seco pro’ e arditi, diliberò con loro d’andare ad assalire i nemici, non ostante che gran vantaggio avessono del numero della gente e del terreno; fece cento feditori ch’andassono innanzi a cominciare la zuffa, i quali si mossono in un fiotto, e dirizzaronsi al cammino verso l’aguato, a modo come se ’l capitano fosse tra loro. I nemici pensandogli raccogliere a mansalva uscirono loro addosso, credendo che vi fosse il capitano di Forlì. I cento cavalieri, vedendo venire verso loro tutto l’aguato, strettamente con grande ardire, sì fedirono tra loro sì virtuosamente, che gli feciono invilire; e vedendo come francamente sosteneano contro a loro, temettono che il capitano con maggior forza non venisse loro addosso; e vedendo dalla lunga apparire gente al loro soccorso, e che questi cento cavalieri tanto francamente si sosteneano, innanzi che il capitano giugnesse ruppono; e giugnendo il capitano di Forlì al soccorso de’ suoi, trovò rotti i nemici, e perseguitandoli, prese dugento cavalieri e più di quell’aguato, e raccolta la preda, vittoriosamente fornì il suo viaggio.

CAP. VII. Come messer Filippo di Taranto prese per moglie la figliuola del duca di Calavria.

Essendo dama Maria, sirocchia della reina Giovanna figliuola del duca di Calavria, rimasa vedova di due mariti tagliati a ghiado, che l’uno fu il duca di Durazzo, l’altro Ruberto figliuolo del conte d’Avellino, de’ quali innanzi è fatta menzione, essendo così vedova, del mese d’aprile, ella e messer Filippo di Taranto fratello carnale del re Luigi senza moglie, non ostante ch’ella fosse figliuola di suo cugino carnale e stata moglie del duca suo cugino, senza alcuna dispensazione, con volontà e consiglio del detto re e della reina Giovanna sua sirocchia, per nome di matrimonio si congiunsono insieme; e dopo la loro congiunzione e maritaggio, il detto messer Filippo andò a corte di Roma a Avignone al papa per avere la dispensagione. Il papa ebbe questa cosa molto a grave, e il collegio de’ cardinali, e fu da loro messer Filippo mal veduto, e dimorò in corte e in Provenza lungamente, adoperando cose da piacere al papa per potere avere la dispensazione a lui più volte negata. Infine dopo lungo dimoro, caricato il papa dal re e dalla reina, che questa vergogna non rimanesse nella casa reale, infine per lo meno male, e per ricoprire quello vituperio, concedette la detta dispensagione.

CAP. VIII. Come Massa e Montepulciano non ricevettono i vicari del patriarca.

In questi dì, essendo l’imperadore a Roma, i Massetani, e’ Montepulcianesi, e que’ di Grosseto, che soleano ubbidire al comune di Siena, avendo sentiti i romori della città, e l’abbattimento dell’ordine de’ nove e di tutti gli ufici del comune mandandovi il vicario dell’imperadore per riprendere la signoria di quelle terre, catuna si ritenne senza volere ricevere la signoria del vicario, volendo prima vedere come la città di Siena si dovea riposare. E di questa novità il minuto popolo e gli artefici ch’aveano abbattuto l’ordine de’ nove, che di ciò erano contenti, furono turbati assai, e presono cagione d’intendersi insieme, onde poi seguirono gravi revoluzioni, come al suo tempo appresso racconteremo.

CAP. IX. Come i Visconti tolsono a messer Giovanni da Oleggio il suo castello.

Essendo messer Giovanni de’ Peppoli che vendè Bologna molto confidente a messer Galeazzo Visconti, per accattare benivolenza a’ suoi amici da Bologna da messer Giovanni da Oleggio che n’era vicario operò tanto, che messer Galeazzo gli rendè la grazia sua, e il castello, che per sdegno gli avea tolto; la qual cosa fu a messer Giovanni da Oleggio a grado, e di presente si provvide di ricchi doni, e mandolli a messer Galeazzo, il quale gli ricevette graziosamente. Messer Maffiolo vedendo che messer Giovanni era tornato nella grazia di messer Galeazzo, incominciò a prendere sconfidanza di lui, e inanimossi di rimuoverlo del vicariato di Bologna, e il suo proprio castello ch’avea riavuto da messer Galeazzo recò cortesemente al suo governamento, e certa provvisione ch’egli era usato di fare ogni anno a messer Giovanni per i servigi che ricevea da lui cominciò a sostenere con dissimulazioni. E parendogli che messer Giovanni ubbidisse più gli altri suoi fratelli che se, avendo intendimento di mutarlo e trarlo di Bologna, copria il suo intendimento con povero consiglio, che non sapea più; ma colui con cui egli avea a fare era uomo astuto e avvisato, e però il fine andò tutto per altro modo che messer Maffiolo e’ fratelli non pensarono, come leggendo innanzi si potrà vedere.

CAP. X. Andamenti della gran compagnia.

Essendo lungamente stata in Puglia la compagnia del conte di Lando, favoreggiata dal duca di Durazzo e dal conte Paladino in vergogna della corona, perchè dal re erano stati mal trattati, del mese di maggio la condussono in Terra di Lavoro, e misonsi a Serni e a Matalona, facendo per lo paese danni di ruberie e di prede quanto più poteano, senza trovare fuori delle mura delle terre alcuno contasto: e appresso feciono più parti di loro, e sparsonsi per lo paese facendo danni assai, come per i tempi innanzi si racconteranno.

CAP. XI. Come il re di Tunisi fu morto.

Innanzi ch’e’ Genovesi prendessono Tripoli di Barberia, il re di Tunisi avendo assai figliuoli di diverse donne, com’è usanza de’ saracini, i quali figliuoli male ordinati, non volendo che la successione del regno venisse a quel loro fratello a cui il re intendea di lasciare la reale signoria, trattarono e misono ad esecuzione la violente morte del re loro padre; e rimanendo il reame in vacazione, i baroni occuparono chi in un paese e chi in un altro le possessioni e ragioni del reame; e nondimeno alcuni de’ piccoli figliuoli del re che non era partefice al patricidio feciono re, il quale possedea Tunisi e parte del reame, ma non l’occupava. In quel tempo avvenne, ch’un figliuolo d’un fabbro saracino, essendo sperto, e ben parlante, e di grand’animo, ebbe cuore, trovandosi in Tunisi, d’occupare la città con tirannia; ed essendovi grande per la sua eloquenza, per la sua industria se ne fece signore, e reggea e governava quel popolo e quell’antica città a suo volere, senza lasciarli ritornare alla debita signoria del re di Tunisi; e per lo male stato di quello reame non era chi lo repugnasse. Per la qual cosa avvenne, che certi Genovesi ch’aveano veduto il reggimento di quel tiranno, e sentito com’egli era in odio al re di Tunisi e a’ suoi baroni, da cui non avrebbe soccorso, e il gran tesoro ch’era in quel popolo, si pensarono di prendere per ingegno e per forza quella città, come poi venne loro fatto, secondo che appresso leggendo si potrà trovare.

CAP. XII. Come messer Giovanni da Oleggio rubellò Bologna.

Noi abbiamo poco addietro narrato come messer Maffiolo de’ Visconti di Milano, nella cui parte era venuta la città di Bologna, avea preso sospetto di messer Giovanni da Oleggio suo vicario, e provvedeasi segretamente a rimuoverlo; e parendogli tempo, mandò a Bologna messer Galeazzo de’ Pigli da Modena con certa famiglia, acciocchè prendesse da messer Giovanni la signoria, e rimanesse suo vicario in Bologna, e a messer Giovanni scrisse, ch’assegnato ch’avesse al nuovo vicario la tenuta e la signoria, che se ne tornasse a Milano, facendogli assai larghe offerte. E giunto in Bologna messer Galeazzo, fu da messer Giovanni ricevuto graziosamente nella prima apparenza, e per mostrarsi fedele e ubbidiente al suo signore, di presente fece assegnare la rocca e la guardia della porta di verso Modena a uno Milanese, di cui messer Maffiolo n’avea fatto castellano. Questo si crede che facesse piuttosto per poter meglio trattare l’altre cose che gli bollivano nell’animo, che per semplice disposizione d’ubbidienza. E vedendosi egli allo stremo partito, lavorava dentro con grande angoscia dell’animo, e non avea con cui confidentemente potersi consigliare; e dall’una parte il premea la fede promessa alla casa de’ Visconti di cui e’ si tenea per nazione, ma più per i grandi onori e per lo stato ov’era pervenuto di piccolo grande, per i beneficii ricevuti da’ suoi signori; e dall’altro lato tempellava la mente l’ambizione della signoria che gli convenia lasciare, e lo sdegno che già sentiva preso per messer Maffiolo gli generava paura che lasciata la signoria e’ non fosse mal trattato, e però, ma più l’appetito della signoria, il fece diliberare di mettersi innanzi a ogni pericolo di sua fortuna, che di lasciare così grande signoria com’egli avea tra le mani, e ogni fede promessa, e tutte l’altre ragioni di sua natura, e d’onori e di beneficii ricevuti mise addietro per niente. E avendo in se medesimo così diliberato, ebbe a se messer Galeazzo nuovo vicario, e fecegli vedere con belle ragioni, come la subita revoluzione della signoria di Bologna era di gran pericolo, e maggiormente perchè sapea che ’l marchese di Ferrara avea accolto gente d’arme, e manifesto era per l’aspre cose ch’egli avea fatte a’ Bolognesi ch’elli erano mal contenti; e però consigliava, ch’egli prima andasse a prendere le tenute delle castella di fuori, e quelle rifornisse e provvedesse di buona guardia, e fatto questo, senza pericolo potea sicuramente ricevere la signoria. Costui ignorante del baratto seguitò il consiglio di messer Giovanni, e prese le masnade ch’avea in Bologna a cavallo e a piè, e’ nuovi castellani e le lettere del comandamento, ch’e’ castellani e l’altre masnade dovessono ubbidire al nuovo vicario; e messolo fuori della città di Bologna, incontanente messer Giovanni mandò pe’ rettori e per tutti gli uficiali ch’erano in Bologna, catuno per se, e come veniano a lui, gli facea mettere in certa camera del suo palagio in salva guardia: e com’ebbe raccolti tutti i rettori, e uficiali in quella sera, mandò per tutti i maggiori cittadini di Bologna grandi e popolani, e per coloro cui egli avea più serviti e meno gravati, e raunatili insieme nel suo palagio, essendo già assai infra la notte, disse, com’egli col loro aiuto intendea di volere torre la signoria di Bologna a messer Maffiolo e agli altri suoi fratelli signori di Milano, e voleala tenere per se, promettendo di trattare benignamente grandi e popolani, e d’alleggiare i cittadini dal disordinato giogo, che a petizione di que’ tiranni era stato costretto di tenere loro addosso contro a sua volontà; scusando se, che come sottoposto al duro comandamento avea fatte assai aspre e crudeli cose a que’ cittadini, facendole contro alla sua natura e all’animo suo per ubbidire a’ crudeli tiranni, a cui non avea potuto fare resistenza, ma da quinci innanzi intendea trattarli come fratelli, e ne daria loro un segnale, mettendo il governamento della cittadinanza nelle loro mani. I cittadini paurosi per l’usata tirannia, temendo che ’l parlare di messer Giovanni non fosse per tentarli della loro fedeltà, dimostrarono e rispuosono di concordia, ch’elli erano apparecchiati a mantenere a lui e a’ suoi signori la fede promessa. Messer Giovanni vedendo la ferma risposta de’ cittadini, e temendo il pericolo della brevità del tempo, con aspre parole cominciò a minacciare i cittadini, dicendo, che parlava aperto e non per tentarli, e che poteano bene comprendere, che in questo punto a lui convenia prendere o lasciare la signoria, ed egli per suo vantaggio, e per trarre loro del servaggio, volea fare con loro consentimento quello ch’avea loro proposto e ragionato: ma poichè vedea tanta follia nelle cieche menti di que’ cittadini, disse, che contro a loro e contro agli altri che non v’erano farebbe aspre e dure cose infino alla morte di catuno, e la città arderebbe e lascerebbe desolata. E questo dimostrava con tanto infocamento d’animo, che manifesto fu a tutti ch’e’ parlava da dovero e non per alcuna tentazione. Allora presono tra loro consiglio, e dissono: Signor nostro, che aiuto vi possiamo noi fare, essendo senz’arme? messer Giovanni disse, che volea ch’eglino il chiamassono signore, e in quella notte farebbe a catuno rendere l’armi: ed eglino il feciono, e l’armi furono rendute in quella notte a chi le volle. La mattina messer Giovanni mandò per i conestabili de’ soldati da cavallo e da piè, e disse, che volea il saramento da loro a se come signore di Bologna, e chi fare nol volesse di presente si partisse di Bologna, e del contado e del suo distretto, a pena della testa; giurarono a lui le due parti, e gli altri si partirono, e di presente uscirono del paese: e tutti gli uficiali ch’egli avea rinchiusi rimutò de’ loro ufici, e misevi de’ nuovi che giurarono a lui, e quelli fece partire della città. Il nuovo castellano, ch’avea messo nella rocca della porta verso Modena, avendo messer Giovanni mandato per lui, non v’era voluto andare, ma per mattia n’avea mandato il figliuolo, il quale messer Giovanni ritenne: e in quella mattina con gran fretta mandò a tutti i castellani di fuori, che non si dovessono rimuovere, nè ricevere in loro castella messer Galeazzo de’ Pigli per lettere o per comandamento ch’e’ portasse da sua parte, e di ciò fu bene ubbidito. Il castellano della città sopraddetto, sentendo la ribellione di messer Giovanni, non volea rendergli la rocca. Messer Giovanni, dal venerdì mattina fino alla domenica sera, con molta sollecitudine intese a ordinare e a rifermare il reggimento della città e della guardia dentro: e in questo tempo il marchese di Ferrara, cui egli avea richiesto d’aiuto, gli mandò dugentocinquanta cavalieri. Il lunedì mattina, non volendo il castellano milanese rendere la rocca della porta, messer Giovanni vi mandò gente d’arme per mostrare di volerla combattere, e per fare impiccare il figliuolo nel cospetto del padre; la battaglia fu ordinata, e le forche ritte, e ’l figliuolo menatovi a piè per impiccare. Il padre doloroso, vedendosi senza soccorso da non potere resistere, e ’l figliuolo per essere impiccato, rendè la tenuta, e fu libero egli e ’l figliuolo: e messer Giovanni rimase libero signore della città di Bologna, levatala dalla signoria de’ signori di Milano, per cui l’avea governata e retta in cruda tirannia infino a dì 20 del mese d’aprile 1355 che se ne fece signore ed ebbe la detta rocca, e in Bologna prese tutti i Milanesi che v’erano e le loro mercatanzie, de’ quali trasse molti danari per riscatto delle persone e della mercatanzia. E nelle castella di fuori non ebbe podere d’entrare messer Galeazzo, salvo che in Luco, e ivi si ritenne, sentendo la ribellione di messer Giovanni, aspettando la volontà de’ suoi signori. Messer Giovanni mettendosi alla fortuna rimase signore; quegli che segue rifrenandola per senno, ovvero per mattia, ne perdè la vita, come appresso diviseremo.

CAP. XIII. Come il doge di Vinegia fu decapitato.

Messer Marino Faliere doge di Vinegia, uomo di gran virtù e senno, reggendo l’uficio di cotanta dignità, e senza sospetto e in grazia de’ suoi cittadini, avendo l’animo grande si contentava male, non parendogli potere fare a sua volontà com’avrebbe voluto, strignendolo la loro antica legge di non potere passare la deliberazione del consiglio a lui diputato per lo comune; e però avea preso sdegno contro a’ gentili uomini che più lo repugnavano presontuosamente. E intanto avvenne, che certi popolani furono da alquanti de’ grandi di parole e di fatti oltraggiati villanamente; e crescendo lo sdegno del doge per la disordinata baldanza de’ gentili uomini, prese sicurtà di scoprire agli oltraggiati popolani l’animo suo ch’avea contro la riverenza de’ gentili uomini, che tutti erano del consiglio; e di questo seguitò, che il doge concedette segretamente licenza a’ popolari ingiuriati che si procacciassono di confidenti amici, e d’arme e di gente acconcia al servigio, e una notte ordinata fossono su la piazza di san Marco, e sonassono le campane a stormo, e dessono voce che le galee de’ Genovesi fossono nel golfo; e per usanza in cotali novità i gentili uomini di consiglio soleano venire al palazzo al doge per provvedere e consigliare quello che fosse da fare, e in quella venuta i popolani armati li doveano uccidere, ovvero radunati in palagio metterli alle spade; e questo fatto, doveano correre la città gridando, viva il popolo, e fare il doge signore, e annullare l’ordine del consiglio e de’ gentili uomini, e fare tutti gli uficiali popolari. Ed essendo con molta credenza la cosa condotta sino alla sera che la notte dovea seguire, il fatto come a Dio piacque per lo minore male, il doge in questa sera mandò per un suo confidente popolare amico, uomo di grande ricchezza, a cui rivelò il trattato, e come in quella notte si dovea fare il fatto: costui turbato nella mente, con savie parole gli biasimò l’impresa e impaurì il doge, e non ostante che la cosa fosse recata molto agli stremi del tempo, disse, che là dove piacesse al doge, che metterebbe subito consiglio che la cosa non procederebbe. Il doge invilito nell’animo al consiglio di questo suo amico, gli diè mattamente parola ch’egli ordinasse segretamente che il fatto si rimanesse; e acciocchè dato gli fosse fede, gli diè un suo segreto suggello. Questi andò di presente ai caporali a cui il doge il mandò ch’aveano accolta la loro compagnia, e disse loro da parte del doge, che si dovessono ritrarre dall’impresa, e mostrò loro il segno del suo suggello. A’ popolari ch’erano apparecchiati parve essere traditi, e non ardirono di procedere più innanzi, sentendo la mutazione del doge. Uno pellicciere ch’era degl’invitati, sentendo che la cosa non procedea, per paura d’essere incolpato se n’andò a uno gentile uomo di consiglio, e manifestogli quello che sapea del fatto, che non sapea però tutto. Costui menò il pellicciere al doge, il quale, non sapendo che il doge sentisse di questo fatto, gli narrò ciò che ne sapea, e nominogli i caporali. Il doge annullò molto il fatto, dicendo, che per alcuno sentimento che n’avea avuto avea fatto spiare, e trovato avea che la cosa era nulla. Il savio consigliere disse al doge, che volea che questa cosa sentisse il consiglio; e contradiandolo il doge, costui perseverò tanto in questo, che il savio doge divenuto per viltà fuori del senno promise farlo raunare; commettendo fallo capitale della sua testa, che lieve gli era ritenere costoro, e fare eseguire quello che ordinato era, o stringerli e giudicarli a suo volere segretamente. La mattina raunato il consiglio, e divolgata la novella, furono mandati a prendere i caporali, e venuti dinanzi al doge e al consiglio, il doge li chiamò traditori per dimostrarsi strano dal trattato, ma vennegli fallato, perocchè in faccia gli dissono, che ogni cosa che ordinata era s’era mossa da lui e proceduta dal suo consiglio. Il doge nol seppe negare. Il consiglio incontanente il fece guardare nel suo palagio per loro medesimi. In prima impesono quattro de’ caporali alle colonne del palagio del doge, e il dì seguente confiscarono tutti i beni del doge, ch’era grande ricco uomo, al comune, salvo che per grazia gli concedettono che di duemila fiorini potesse testare a sua volontà; e menatolo in sulla scala dov’egli avea fatto il saramento quando il misono nella signoria, gli feciono tagliare la testa, e vilissimamente il suo corpo messo in una barca fu mandato a seppellire a’ frati; e l’amico suo che sturbò il patricidio de’ grandi cittadini, e il rivolgimento dello stato di quella città, ebbe per merito condannagione grande pecuniale, e perpetuo esilio, rilegato nell’isola di Creti.

CAP. XIV. Come l’imperadore tornò coronato a Siena.

L’imperadore Carlo ricevuta la corona in Roma, come detto abbiamo, se ne tornò verso Siena, e soggiornato a Montalcino, e appresso venuto a Montepulciano; e in catuno luogo lasciati suoi vicari con alcuna gente, domenica a dì 19 d’aprile in sul vespero giunse alla città di Siena; e innanzi che entrasse nella città, fattoglisi incontro i cittadini con gran festa in sull’ora del vespero, in quest’abboccamento otto cittadini pomposi e avari per cessare la debita spesa alla cavalleria si feciono a lui fare cavalieri, e appresso entrato nella città glie n’accorreano molti senza ordine o provvisione, ed egli avvisato del vano e lieve movimento di quella gente, commise al patriarca che in suo nome gli facesse. Il patriarca non potea resistere a farne tanti quanti nella via glie n’erano appresentati: e vedendone così gran mercato, assai se ne feciono che innanzi a quell’ora niuno pensiere aveano avuto a farsi cavalieri, nè provveduto quello che richiede a volere ricevere la cavalleria, ma con lieve movimento si faceano portare sopra le braccia a coloro ch’erano intorno al patriarca, e quand’erano a lui nella via il levavano alto, e traevangli il cappuccio usato, e ricevuta la guanciata usata in segno di cavalleria gli mettevano un cappuccio accattato col fregio dell’oro, e traevanlo della pressa, ed era fatto cavaliere; e per questo modo se ne feciono trentaquattro in quella sera tra grandi e popolari. E condotto l’imperadore al suo ostiere, fu fatto sera, e catuno si tornò a casa; e’ cavalieri novelli senza niuno apparecchiamento o spesa con la loro famiglia celebrarono quella notte la festa della loro cavalleria. Chi considera con la mente non sottoposta alla vile avarizia l’avvenimento d’un novello imperadore in cotanto famosa città, e tanti nobili e ricchi cittadini promossi all’onore della cavalleria nella patria loro, uomini di natura pomposi, non avere fatto alcuna solennità in comune o in diviso a onore della cavalleria, può giudicare quella gente poco essere degna del ricevuto onore.

CAP. XV. Come il legato parlamentò a Siena con l’imperadore.

Messer Gilio cardinale di Spagna, a cui il papa e’ cardinali aveano commesso il procaccio e la legazione di riacquistare la Marca, e ’l Ducato, e la Romagna occupata per messer Malatesta da Rimini e per gli altri tiranni Romagnuoli, avendo molto premuto e dirotto messer Malatesta, l’avea condotto in parte, ch’e’ tentava di volere accordarsi col cardinale per le mani dell’imperadore, e avea detto di venire a Siena per questa cagione all’imperadore; e ’l legato per questo fatto, e per vicitare l’imperadore, si mosse della Marca, e a Siena giunse a dì primo di Maggio; e ivi, con l’altro cardinale d’Ostia ch’avea coronato l’imperadore, furono a parlamentare con lui de’ fatti d’Italia ch’apparteneano a santa Chiesa, attendendo messer Malatesta per pigliare accordo con lui: ma il tiranno mutato consiglio, non vi volle andare. In questo attendere, l’imperadore trattò con loro de’ fatti di Perugia, che a lui aveano proposto ch’erano immediate sotto la giurisdizione di santa Chiesa, come del ducato di Spuleto, per liberarsi da lui, e al legato non rispondeano in alcuna ubbidienza per nome di santa Chiesa; e per questa cagione deliberarono tra loro, che l’imperadore senza offendere santa Chiesa potea trattare con loro, come con l’altre città d’Italia, e così si pensava l’imperadore di fare, ma sopravvenendogli altre novitadi, come noi diviseremo appresso, feciono dimenticare i fatti di Perugia, e partire il legato in animo forte adirato contro a messer Malatesta, da cui si tenea deluso a questa volta.

CAP. XVI. Come l’imperadore ebbe la seconda paga da’ Fiorentini.

Essendo l’imperadore in Siena, obbligato a molti baroni e cavalieri da cui avea ricevuto servigio, mostrandosi povero di moneta, li nutricava di promesse, e rimandavali nella Magna mal contenti: e volendogli i Fiorentini fare la seconda paga, mandò a dire a’ signori di Firenze, che glie la mandassimo segretamente. I Fiorentini innanzi al termine promesso, all’uscita d’aprile gli mandarone contanti trentamila fiorini: e fattogli in segreto sentire come i danari erano venuti, di presente fece uscire dall’ostiere tutta sua famiglia, e rinchiusosi in una camera, in sua presenza li fece contare al patriarca; e trovato che uno di sua famiglia stava a vedere al buco dell’uscio, il punì gravemente, temendo ch’e’ suoi baroni nol sentissono, perocchè più amava di tenersi i danari in borsa, che l’amore de’ suoi baroni o il loro contentamento.

CAP. XVII. Come il nuovo tiranno di Bologna mandò a Firenze ambasciadori a richiedere i Fiorentini.

Messer Giovanni da Oleggio avendo novellamente tolto e rubato la città di Bologna a’ suoi signori de’ Visconti, e trovandosi povero d’aiuto a sostenere il fascio di quella città e de’ potenti avversari, incontanente mandò lettere per suoi messaggi, e appresso solenni ambasciadori al comune di Firenze, offerendo di volere essere singulare amico de’ Fiorentini, e di governare e reggere quella città alla volontà e piacere del comune di Firenze. E i detti ambasciadori con molte suasioni e larghe promesse da parte di messer Giovanni pregarono, ch’almeno in privato, se non volesse in palese, il nostro comune il dovesse consigliare, acciocchè potesse quella città mantenere in amore e in fratellanza, come anticamente era costumata d’essere co’ Fiorentini, e difenderla da’ tiranni di Milano, originali nemici del comune di Firenze. I Fiorentini conobbono chiaramente, ch’essendo Bologna in loro amistà e lega, sarebbe a modo che forte muro alla difesa del nostro comune contro a ogni potenza tirannesca di Lombardia; ma per osservare lealmente la promessa pace a’ Visconti signori di Milano, per niuno vantaggio che conoscessono, o per promesse che fatte fossono loro, poterono essere recati a fare in segreto o in palese cosa, che sospetto potesse essere alla pace promessa a’ Visconti. E avendo gli ambasciadori trovata ferma costanza nel comune a mantenere sua fede, si tornarono mal contenti al loro signore a Bologna a dì 4 mese di maggio del detto anno; e questo fu chiaramente manifesto a’ signori di Milano, che molto l’ebbono a bene, e offersonsi largamente al comune di Firenze.

CAP. XVIII. Come fu sconfitto, e preso messer Galeotto da Rimini da’ cavalieri del legato.

Avendo poco addietro narrato come messer Malatesta da Rimini avea cambiato l’animo dell’accordo con messer lo cardinale legato, seguitò, che la sua gente d’arme capitanata e guidata per messer Galeotto suo fratello, perocchè in pochi giorni due volte avea rotti i cavalieri della Chiesa, avviliva tanto quella gente che poco se ne curava. E però avendo per assedio e per forza preso un castello di Recanati, con più di seicento barbute e gran popolo s’era posto ad assedio a un altro, e nondimeno per buona provvidenza di guerra avea fortificato il campo con un muro per modo, ch’entrare nè uscire per lo piano non si potea se non per una sola entrata; e per questo stavano baldanzosi all’assedio con minore guardia, non temendo per gente che il legato avesse, per la qual cosa prima ebbono addosso la cavalleria del legato, che di loro si fossono provveduti. Messer Ridolfo da Camerino capitano della gente della Chiesa, con più d’ottocento cavalieri e con assai buoni masnadieri, avendogli condotti al campo de’ nemici, gli fece assalire agramente, e per due volte tolse loro l’entrata del campo, e quelli di messer Galeotto combattendo virtuosamente catuna volta lo racquistarono per forza d’arme. Infine avvedendosi il capitano della Chiesa che un piccolo poggetto si guardava per lo popolo d’Ancona ch’era sopra il campo, mosse i cavalieri e’ balestrieri contro a loro, i quali francamente gli assalirono: e non potendo avere soccorso dal campo, ch’erano combattuti dall’altra parte, per forza furono rotti: e di quel poggetto senza riparo di muro cacciando e uccidendo i nemici per forza entrarono nel campo, e l’altra parte di loro presono l’entrata del campo e misonsi dentro. Messer Galeazzo si ristrinse co’ suoi combattendo co’ nemici, dinanzi e di dietro assaliti, molto vigorosamente a modo di valenti cavalieri, e per più riprese si percosse tra’ nemici, e due volte preso fu riscosso dà suoi cavalieri. Infine vincendo quelli della Chiesa, a messer Galeotto fu morto il destriere sotto, e ricoverato un piccolo cavallo, volendosi salvare, fu fedito di più fedite; e ritenuto prigione, e tutta sua gente rotta, presa e sbarattata e morta; e liberato il castello, messer Ridolfo detto con piena vittoria si tornò al legato: e questa fu la cagione perchè poi messer Malatesta non potè fare retta contro al legato, come appresso si potrà trovare.

CAP. XIX. Come la fama della liberazione di Lucca si sparse.

Avvenne in questi dì, all’entrante del mese di maggio del detto anno, essendo l’imperadore libero signore di Pisa, di Lucca, di Siena, di Sangimignano e di Volterra, e dell’altre terre loro sottoposte, e in amore e pace co’ Fiorentini e’ Perugini, Pistoiesi e Aretini, senza alcuno avversario in Italia, onde che la cosa muovesse, una fama corse per tutta Italia ch’egli avea fatto accordo con gli usciti di Lucca, i quali si dicea che gli doveano far dare in Francia centoventimigliaia di fiorini d’oro quand’egli liberasse la città di Lucca della signoria de’ Pisani; e questo si dicea ch’avea promesso di fare finito il termine ch’e’ Pisani aveano promesso di liberarla; e doveala lasciare in libertà al reggimento del popolo e rimettervi tutti gli usciti, la quale suggezione de’ Pisani dovea seguire il secondo anno. Il divolgamento di questa fama non si trovò ch’avesse fondamento da trattato fatto dall’imperadore, o se fatto fu, altrove che in Toscana e per altri che per la persona dell’imperadore ebbe movimento. Trovossi bene, che grandi ricchi mercatanti usciti di Lucca intendeano a fare colta di moneta. Ma come che la cosa si fosse o si spirasse, a tutti parve che così dovesse essere, e in segno di ciò furono revoluzioni e gravi novità ch’appresso ne seguitarono, come leggendo nostro trattato si potrà trovare.

CAP. XX. Come l’imperadore diede Siena al patriarca.

Nel soggiorno che l’imperadore facea a Siena trattò di volere che il patriarca suo fratello fosse libero signore di quella città, e’ Sanesi avendosi condotti nel reggimento non però fermo dell’ignorante popolo vacillante nello stato, per volere accattare la benivolenza dell’imperadore consentirono d’avere il patriarca per loro signore, e di volontà dell’imperadore di nuovo feciono la suggezione e ’l saramento al patriarca, e a lui furono assegnate tutte le terre e castella della loro giurisdizione, nelle quali confermò suoi castellani e vicari, cosa strana all’antico governamento della loro libertà, e di matto consentimento: e l’imperadore per la sua autorità e pe’ suoi privilegi gli confermò la libera signoria di quella terra, e del suo contado e distretto. Il patriarca volendo confermare la sua signoria s’accostò col minuto popolo, e di quelli fece uficiali a’ reggimenti comuni dentro nella città, e per lo loro consiglio si reggea, essendosi accorto che per lo favore di quella minuta gente era venuto alla signoria, e per questo avea schiusi gli altri maggiori popolani, e abbattuto in tutto la setta dell’ordine de’ nove per modo, che non ardivano in palese a comparire tra gli altri cittadini,

CAP. XXI. Come i capi de’ ghibellini d’Italia si dolsono all’imperadore.

In questi medesimi dì, all’entrante di maggio, i caporali di parte ghibellina ch’erano venuti alla coronazione dell’imperadore, aspettandone la loro esaltazione e l’abbassamento di parte guelfa in Toscana, e vedendo per opera il contradio, si raunarono insieme in una chiesa di Siena, e ivi ricordarono tra loro tutte le persecuzioni ricevute da’ guelfi per cagione dell’imperio, e le infamazioni de’ comuni di Toscana, e spezialmente del comune di Firenze, per le resistenze fatte agl’imperadori; e avendo raccolta loro materia da dire, feciono quelle cose pronunziare nel cospetto dell’imperadore al prefetto di Vico; il quale saviamente in prima raccontò la fede, l’amore, i servigi che i ghibellini d’Italia aveano portato e fatto per i tempi passati di quanto avere si potea memoria agl’imperadori alamanni, e in singularità all’imperadore Arrigo suo avolo, e come i guelfi d’Italia aveano sempre fatto grave resistenza all’imperio, e tra gli altri comuni più singolarmente e con maggior forza il comune di Firenze; e come per operazione di quel comune l’imperadore Arrigo suo avolo era morto, e le imperiali forze recate al niente; e’ ghibellini sentendo l’avvenimento della sua signoria tutti erano venuti in grande speranza, aspettando per lui essere esaltati, e vedere la struzione de’ guelfi, e singolarmente del comune di Firenze sempre ribello all’imperadore; e vedendo che per danari egli s’era acconcio con quel comune, e a’ suoi fedeli ghibellini per sua venuta non era seguito vendetta delle loro oppressioni e de’ danni ricevuti, e le loro terre e castella perdute non erano racquistate, nè per suo procaccio loro restituite, essendo perdute per volere mantenere la parte imperiale, si maravigliavano forte, e molto più conoscendo che il tempo era venuto che col loro aiuto, e delle città e castella di Toscana tornate all’imperiale suggezione, e colla sua grande potenza, e’ potea essere signore della città e de’ danari de’ Fiorentini, e per un poco di danari avea fatto accordo con quel comune in poco onore della maestà imperiale. L’imperadore, udite le dette cose, senza ristrignersi ad altro consiglio o fare risponditore alcuno altro, come signore facondioso d’intendimento e d’eloquenza, coll’animo quieto parlando soavemente, disse: Noi sappiamo bene l’amore e la fede ch’avete portata all’imperio, e’ servigi fatti al nostro avolo per voi non possiamo dimenticare, perocchè scritti sono ne’ suoi annali. Appo i nostri registri troviamo noi, che i mali consigli de’ ghibellini d’Italia, avendo più rispetto al proprio esaltamento, e a fare le loro proprie vendette, che all’onore e grandezza dell’imperadore Arrigo mio avolo, il feciono male capitare, e non il comune di Firenze, nè alcuna operazione di quel comune; e però non intendo in ciò seguitare vostro consiglio: e frustrati della loro corrotta intenzione, mal contenti e poco avanzati si tornarono in loro paese.

CAP. XXII. Come l’imperadore si partì da Siena e andò a Samminiato.

L’imperadore raccomandata la signoria e ’l reggimento della città di Siena al patriarca, a dì 5 di maggio del detto anno si partì della città, e vennesene da Staggia e da Poggibonizzi senza entrare nella terra; e fatta ivi di fuori sua lieve desinea, si mise a cammino, e la sera giunse a Samminiato del Tedesco, e da’ Samminiatesi fu ricevuto a onore come loro signore. E com’egli prese la via di là per andare a Pisa, molti de’ suoi baroni con grande comitiva de’ loro cavalieri si partirono da lui, e vennonsene a Firenze per seguire loro cammino tornandosi in Alamagna. In Firenze furono ricevuti cortesemente, rassegnandosi i caporali per nome, e dando il numero della loro gente al conservadore: e questo valico fu più giorni, avendo il dì e la notte da seicento in ottocento o più cavalieri tedeschi ad albergare in Firenze, e però niuno sospetto o movimento si fece o si prese nella città, salvo che un pennone per gonfalone guardava la notte senza andare la gente attorno.

CAP. XXIII. Come il cardinale d’Ostia fu ricevuto a Firenze.

Il cardinale d’Ostia ch’avea coronato l’imperadore, avendo volontà di venire a Firenze per vedere la città e per procacciare alcuna cosa dal comune, venne a Firenze a dì 6 di maggio del detto anno, ricevuto da’ cittadini con grande onore, andandogli incontro la generale processione, e messo sotto un ricco palio d’oro e di seta, addestrato da’ cavalieri di Firenze e da’ maggiori popolari, sonando tutte le campane del comune e delle chiese a Dio laudiamo mentre ch’e’ penò ad essere albergato, con grande riverenza per onore di santa Chiesa fu collocato nelle case degli Alberti; e fattogli per lo comune ricchi presenti, domandatosi per lui a’ priori cose indiscretamente che non gli poteano fare, delle quali iscusatisi onestamente, non contento da loro per la sua ambizione, a dì 8 di maggio del detto anno, mal contento del nostro comune per suo disonesto sdegno se ne ritornò a Pisa, dimenticato l’onore ricevuto per lo corrotto appetito della sconcia domanda.

CAP. XXIV. Come la gente del legato presono quattro castella di Malatesta.

Dopo la sconfitta e la presura di messer Galeotto narrata poco addietro, messer Malatesta andò a Pisa all’imperadore, perchè l’acconciasse in pace col legato e con la Chiesa; nondimeno avea alle frontiere della gente e delle terre della Chiesa tutta la forza della sua gente d’arme a cavallo e a piè ragunata quivi, avvisando che là si facesse la guerra, e così dimostrava di volere fare il capitano della gente della Chiesa; ma come uomo avvisato ne’ fatti della guerra, avendo condotto certo trattato per le mani del conticino da Ghiaggiuolo il quale era de’ Malatesti, ma nimico di messer Malatesta e de’ suoi per la morte di suo padre, questi avendo ordinato il suo trattato, fece col capitano della Chiesa che subito mandò della Marca in Romagna cinquecento cavalieri e altrettanti e più masnadieri, i quali furono prima in su le porte di Rimini ch’e’ terrazzani sprovveduti senza avere gente d’arme alla guardia se n’avvedessono, e funne la città in gran pericolo; e per questo subito avvenimento, non essendo gente nella terra da potere soccorrere di fuori nè riparare al trattato del conticino, presono e rubellarono a’ Malatesti il castello di sant’Arcagnolo, e ’l Verrucchio, e due altre castella intorno e di presso alla città di Rimini, le quali fornirono di gente da cavallo e da piè che faceano guerra a Rimini e nel paese, ed erano come bastite che teneano assediata la terra. Di questa cosa si conturbò tutta la Romagna, e fu cagione di recare i Malatesti più tosto a rendersi alla volontà del legato, come al suo tempo appresso racconteremo; e questo fu del mese di maggio del detto anno.

CAP. XXV. Come morì il duca di Pollonia.

Il duca Stefano di Pollonia cugino dell’imperadore, giovane virtudioso e di grande autorità, avendo vaghezza di venire a Firenze per suo diporto, e lasciato l’imperadore a Pisa, venne con sua compagnia di giovani baroni a Firenze, ove fu ricevuto a grande onore; ed essendo il gran siniscalco del Regno messer Niccola Acciaiuoli a Firenze, gli fece compagnia festeggiando per la città. E avendo ricevuto onore di corredi da’ signori e dal gran siniscalco, e compiaciutosi molto co’ cavalieri e gentili uomini, e nella cittadinanza de’ Fiorentini e a più feste, tornato a Pisa all’imperadore si lodò molto de’ Fiorentini, e magnificò il nome della nostra città in molte cose, e dopo pochi dì cadde malato in Pisa, e d’una continua febbre in sette dì passò di questa vita. Dissesi ch’avea mangiato in Pisa d’un’anguilla, e che immantinente ammalò, ma la continua più ch’altro il trasse a fine; della cui morte fu gran danno, perocch’era barone di grande aspetto. Della morte di costui molto si dolse l’imperadore, ma l’imperadrice vedendolo morire così brevemente impaurì molto, e stimolava l’imperadore di ritornare nella Magna, e molti baroni e cavalieri per la morte del duca Stefano abbandonarono l’imperadore e tornaronsi in Alamagna, e lasciaronlo con poca gente. E ’l sire della Lippa, uno dei maggiori signori di Boemia, essendo malato a Pisa si fece conducere a Firenze, e giunto nella città, e venuto a notizia de’ signori, di presente il feciono albergare nel vescovado con tutta sua famiglia, che non v’era il vescovo, e fornironlo di buone letta e di tutto ciò che a bene stare gli bisognava, e ordinarongli i migliori medici della città alla provvisione e consiglio della sua sanità, e continovo sera e mattina gli faceano apparecchiare delle loro dilicate vivande e de’ loro fini vini. E tanta fede aggiunta col suo piacere ebbe il nostro comune, che di lunga malattia e quasi incurabile, non pensando potere campare altrove, come fu piacere di Dio prese perfetta sanità nella città di Firenze, e guarito, fu onorato di doni e d’altre cose dal nostro comune. Per le quali cose fatto singulare amico del nostro comune e de’ suoi cittadini, soggiornò nella città a suo diletto infino alla..., tanto che fu tornato nella sua fortezza: poi ebbe dal comune i danari che i Fiorentini gli aveano promessi per l’imperadore, come innanzi racconteremo.

CAP. XXVI. Come fu coronato poeta maestro Zanobi da Strada.

Era in questi dì in Pisa il maestro Zanobi, nato del maestro Giovanni da Strada del contado di Firenze; il padre insegnò grammatica a’ giovani di Firenze e a questo suo figliuolo, il quale fu di tanto virtuoso ingegno, che morto il padre, e rimaso egli in età di vent’anni, ritenne in suo capo la scuola del padre; e venne in tanta fecondità di scienza, che senza udire altro dottore ammendò e passò in grammatica la scienza del padre, e alla sua aggiunse chiara e speculativa rettorica; e dilettandosi negli autori ne venne tanto copioso, che in breve tempo d’anni esercitando la sua nobile industria divenne tanto eccellente in poesia, che mosso l’imperadore alla gran fama della sua virtù, e da messer Niccola Acciaiuoli di Firenze gran siniscalco del reame di Cicilia, alla cui compagnia il detto maestro Zanobi era venuto, vedute e intese delle sue magnifiche opere fatte come grande poeta, volle che alla virtù dell’uomo s’aggiugnesse l’onore della dignità, e pubblicandolo in chiaro poeta in pubblico parlamento, con solenne festa il coronò dell’ottato alloro; e fu poeta coronato e approvato dall’imperiale maestà del mese di maggio del detto anno nella città di Pisa; e così coronato, accompagnato da tutti i baroni dell’imperadore e da molti altri della città di Pisa, con grand’onore celebrò la festa della sua coronazione. E nota, che in questi tempi erano due eccellenti poeti coronati cittadini di Firenze, amendue di fresca età; e l’altro ch’avea nome messer Francesco di ser Petraccolo, onorevole e antico cittadino di Firenze, il cui nome e la cui fama coronato nella città di Roma era di maggiore eccellenza, e maggiori e più alte materie compose, e più, perocch’e’ vivette più lungamente, e cominciò prima; ma le loro cose nella loro vita a pochi erano note, e quanto ch’elle fossono dilettevoli a udire, le virtù teologhe a’ nostri dì le fanno riputare a vili nel cospetto de’ savi.

CAP. XXVII. Come fu morto messer Francesco Castracani da’ figliuoli di Castruccio.

Sentendo i Pisani che messer Francesco Castracani di Lucca facea venire gente delle sue terre di Garfagnana in favore della setta de’ raspanti di Pisa per muovere novità nella città, il feciono assapere all’imperadore. L’imperadore gli mandò comandando che di presente si dovesse partire della città di Pisa. E sostenuti più comandamenti senza ubbidire, sentendo che ’l maliscalco colle masnade s’armavano contro a lui, si partì tenendo la via verso Lucca; e partito lui, fu comandato il simile a’ figliuoli di Castruccio Castracani, i quali dolendosi di quello ch’avvenne a loro per messer Francesco, si partirono cavalcando per quella medesima via, e la sera si trovarono ad albergo insieme, e ivi mostrandosi di buona voglia albergarono insieme, e dormirono in uno letto. La mattina seguendo loro viaggio vennono a uno maniero, il quale Castruccio essendo signore di Lucca avea fatto edificare e acconciare a suo diletto molto nobilemente, e di pochi dì innanzi l’imperadore l’avea restituito a’ figliuoli di Castruccio; e trovandovisi presso, pregarono messer Francesco che con loro insieme andasse a vicitare il luogo, e risposto di farlo volentieri, uscirono di strada, e andarono al maniero, e giunti là, i famigli si dierono attorno per i giardini a loro diletto. Messer Arrigo e messer Valeriano di Castruccio rimasono con messer Francesco, e col figliuolo e con un suo genero, ed entrarono ne’ palagi per vedere l’edificio, il quale era bello, ma molto guasto, perchè diciassette anni era stato disabitato; e sedendo costoro in sulla sala del palagio, messer Arrigo s’accostò al fratello, e dissegli: Ora abbiamo tempo; e andando messer Francesco guardando l’edificio, messer Arrigo, essendogli poco addietro, di subito trasse la spada, e non avvedendosene messer Francesco, gli diede nella gamba un colpo grave e pericoloso. Messer Francesco sentendosi fedito, volendosi rivolgere, chiamando traditore messer Arrigo, non potendosi sostenere cadde, e messere Arrigo gli diè sù la testa un altro colpo della spada che non lo lasciò rilevare: e morto messer Francesco, i due fratelli corsono addosso al genero, e ivi senza arresto l’uccisono, e ’l figliuolo di messer Francesco lasciarono per morto; e rimontati a cavallo seguirono loro viaggio, e tornaronsi in Lombardia; e questo fu a dì 18 di maggio del detto anno: cosa detestabile per lo grande tradimento mosso da invidia; ma per divino giudicio spesso avviene che le tirannie prendono termine e fine per simiglianti modi.

CAP. XXVIII. Come i Fiorentini mandarono tre cittadini all’imperadore a sua richiesta.

L’imperadore trovando l’animo de’ Pisani male contento per la voce corsa, come detto è, ch’egli trattava di liberare Lucca, e avvedendosi delle novità che cominciavano ad apparire in Pisa e in Siena, cominciò a sospettare, e avendo fidanza nel comune di Firenze, il richiese che gli mandasse tre confidenti suoi cittadini per averli al suo consiglio. Il comune di presente gliel mandò, e da lui furono ricevuti graziosamente. Ma poco si potè intendere o consigliare con loro, tante sfrenate novità occorsono l’una appresso l’altra, che voleano più operazione subita che consiglio, come seguendo appresso diviseremo.

CAP. XXIX. Come i Sanesi ebbono novità.

Il popolo minuto di Siena già avea cominciato a sperare nella signoria, e per l’appetito di quella dall’una parte, e per paura e gelosia dall’altra non potea acquetare; e già impaziente del loro signore, a cui di tanta concordia s’erano sottoposti, a dì 18 di maggio del detto anno levarono la città a romore, e presono l’arme, e serrarono le porte della terra. Il patriarca maravigliandosi di questo subito movimento, senza muoversi ad altra novità domandò quello che ’l popolo volea: e risposto gli fu, che rivoleano le catene usate nella città a ogni canto delle vie, ch’erano state levate all’avvenimento dell’imperadore. Il patriarca l’acconsentì, e fecele rendere loro. E appresso domandarono di volere dodici uficiali sopra il governamento del comune di due in due mesi al modo che soleano essere i nove, e che da loro parte andasse il bando: e domandarono di volere avere un gonfalone del popolo, e che la misura del loro staio si crescesse. Il patriarca vedendosi male apparecchiato a potere resistere al popolo commosso e armato, ogni cosa concedette alla loro volontà. I loro grandi in questo fatto non si armarono, e non si dimostrarono in favore del minuto popolo nè in contrario; e se questo movimento ebbe ordine da loro non si scoperse: ma ’l popolo osò di dire che questo movimento avea fatto temendo che l’ordine dell’uficio de’ nove non si rifacesse; che sentivano che per forza di danari si cercava di rifare. E stato il popolo tre dì armato, e impetrata la loro intenzione si racquetò: e poste giù l’armi, rimase arrogante e superbo per la vittoria del loro primo cominciamento. E di presente ebbono fatto i dodici di loro minuti mestieri e messili nell’uficio, e fatto un gonfalone e datolo a uno loro vile artefice, con ordine che tutti dovessono accompagnare e seguire il loro gonfalone. E questo fu il principio del loro reggimento, del quale poi seguirono maggiori cose come seguendo il tempo racconteremo.

CAP. XXX. Come i Pisani per gelosia furono in arme.

Essendo venuta la novella della morte di messer Francesco Castracani a Pisa, la setta de’ raspanti cui e’ favoreggiava si cominciarono a dolere fortemente, e dire che questa era stata operazione della parte de’ Gambacorti, ma ciò non era vero; nondimeno l’imperadore se ne fece grande maraviglia, e tutta la città ne prese conturbazione, e crebbene l’izza delle loro sette. E stando la città in questo bollimento, a dì 20 del detto mese di maggio improvviso s’apprese fuoco nel palagio del comune ove abitava l’imperadore, e senza potervi mettere rimedio arse tutta la camera dell’arme del comune ch’era in quel palagio, ove arsono tutte le buone belestra, tende, e trabacche, e padiglioni, e l’altre armadure che v’erano, che niuna ne potè campare. E per questa cagione convenne che l’imperadore andasse ad abitare al duomo, e ’l popolo tutto sotto l’arme tra per l’una cagione e per l’altra stava in gelosia e in sospetto, e per questo modo stette armato il dì e la notte. La mattina vegnente rassicurata la gente lasciarono l’arme quetamente, e catuno intese a’ suoi mestieri. E in quella mattina ebbe l’imperadore novelle della novità di Siena, che gli dierono assai malinconia e pensiero, e più perchè si trovava fortuneggiare in Pisa, e mal fornito di gente d’arme da potere provvedere e riparare alle fortune che si vedea apparecchiare. Allora cominciò a potere conoscere che l’avarizia era nimica d’ogni buona provvisione.

CAP. XXXI. Ancora gran novità di Pisa.

Quello che seguita è grande assalto d’avversa fortuna: e per esprimere meglio la verità del fatto, ci conviene alquanto ritornare a dietro la nostra materia avvolta in diversi e vari intendimenti, i quali per lungo spazio di tempo cercammo discretamente, per lasciare di tanto inopinato caso la verità del fatto nel nostro trattato. Egli è manifesto che i Gambacorti di Pisa aveano lungamente in grande prosperità governata e retta la città di Pisa, e quella magnificata con pace in grandi ricchezze de’ suoi cittadini. L’invidia delle loro buone operazioni avea creato una setta contro a loro chiamati i Raspanti, e la loro si chiamava de’ Bergolini. I Gambacorti furono coloro che ricevettono in pace l’imperadore, e che gli diedono la signoria di Pisa, benchè ciò facessono secondo la volontà del popolo. A costoro promise l’imperadore di mantenere e accrescere nella città di Pisa il governamento del comune e il loro buono stato, e ne’ cominciamenti appo l’imperadore erano i maggiori, e molto fedelmente si portavano al servigio dell’imperio. I raspanti, uomini astuti e vegghianti, per abbassare i Gambacorti aveano più volte messo novità e romori nella terra, e’ Gambacorti con loro seguito, per riparare con dolcezza alla loro malizia, aveano acconsentito di raccomunarsi insieme nella cittadinanza e negli ufici, e fatta pace con loro, e acconsentito all’imperadore la derogazione de’ patti promessi, stretti dalla necessità più che dalla ferma fede dell’imperadore il feciono. È vero ch’e’ Gambacorti con la loro parte, e i raspanti e tutti i cittadini di Pisa si doleano d’uno modo della voce corsa che l’imperadore avesse l’animo di liberare Lucca, e questo parlavano pubblicamente. L’imperadore dicea di non liberarla, e nondimeno avea presa la guardia del castello dell’Agosta con la sua gente e trattine i Pisani, e a’ Pisani parea ch’egli attendesse il termine che compieva la sommissione di quella città, che venia il giugno seguente, e nel vero si sapea ch’e’ Lucchesi accoglievano moneta per la detta speranza: e trovammo nel vero che tutti i buoni cittadini di Pisa di catuna setta s’erano consigliati insieme per riparare che Lucca non si liberasse d’uno animo e d’una volontà, e di questo s’era fatto capo il Paffetta de’ conti di Montescudaio; e quelli della Rocca caporali della setta de’ raspanti, e a questo comune consiglio acconsentirono i Gambacorti; delle quali cose seguitò la loro morte, come appresso diviseremo.

CAP. XXXII. Come furono in Pisa presi i Gambacorti.

Dopo la novità dell’arsione sopraddetta e della morte di messer Francesco Castracane, essendo il popolo insollito, e malcontento e sospettoso de’ fatti di Lucca, sopravvenne, che le some degli arnesi e dell’armadure de’ loro cittadini ch’erano stati alla guardia dell’Agosta in Lucca tornavano, avendo rassegnata la guardia di quella alla gente dell’imperadore. I Pisani della setta de’ raspanti, per le cui contrade le some passavano, facendosene capo il Paffetta, cominciarono a levare il romore contro all’imperadore, e ogni uomo s’andò ad armare; la gente dell’imperadore veggendo questa novità s’armarono, e montarono a cavallo in diverse contrade com’erano albergati, e tutti traevano al duomo dov’era il loro signore. I cittadini gli lanciavano, e assalivano, e uccidevano per le vie come fossono loro nemici, e in questo primo romore in più contrade furono morti più di centocinquanta cavalieri tedeschi di quelli dell’imperadore. L’imperadore vedendosi a questo pericolo, e mal fornito a fare resistenza al furore del commosso popolo, s’era armato e diliberato di volersi partire con la sua gente ch’avea raccolta al duomo. De’ Gambacorti, ciò era Franceschino e Lotto, quand’era questo romore si trovarono in casa l’imperadore con certi altri cittadini senz’arme; e Bartolommeo e Piero, maravigliandosi di questo subito romore, si racchiusono in casa il cardinale d’Ostia legato del papa. I grandi e i buoni cittadini che non sapeano la cagione del romore traevano a casa i Gambacorti; e nel vero, se alcuno di loro fosse uscito fuori di casa armato, non ne dubito, che tanto e tale era il seguito de’ buoni cittadini, che la città di Pisa avrebbe preso quel partito ch’e’ Gambacorti avessono voluto, ma la loro mala provvedenza coperta da semplice ignoranza li condusse alla loro ruina, e la sagace malizia de’ loro avversari li fece signori. Il conte Paffetta e messer Lodovico della Rocca, ch’erano stati i movitori di questo romore, avvedendosi che la maggior forza de’ cittadini traevano a casa i Gambacorti, e che quelli della casa per folle consiglio non comparivano a farsi capo de’ cittadini, s’avvisarono d’abbatterli per malizia in quello furore, coll’aiuto della paura che sentivano ch’avea l’imperadore che cercava di volersi partire; e per fornire loro intendimento, acciocchè ’l romore mosso per loro non tornasse in loro confusione, cambiarono la voce, e mostrandosi aiutatori dell’imperadore, con gran compagnia di loro seguito armati s’appresentarono dinanzi dall’imperadore, e dissono: Signor nostro, voi siete tradito da’ Gambacorti e dalla loro setta, perchè non pare loro essere signori di Pisa come e’ solieno, e per questa cagione hanno fatto levare questo romore e uccidere la vostra gente, e alle loro case hanno raccolto in arme la maggior forza de’ cittadini; dicendoli, che se per lui a questo punto non si mettesse riparo, egli e sua gente era in grave pericolo a campare del loro furore, ed eglino medesimi co’ loro seguaci erano in grave pericolo di morte e d’essere cacciati di Pisa: e detto questo, s’offersono all’imperadore, e dissono; Se voi ci volete dare l’aiuto del vostro maliscalco e parte di vostre masnade, recheremo tosto al niente la parte de’ Gambacorti, e voi faremo libero signore di Pisa. L’imperadore avendo il suo senno intenebrato, e sviato da se per la via della paura, indiscretamente diede fede alla manifesta iniquità di costoro, e non volle la cosa ricercare con alcuna ragione o verità del fatto; ma in quello stante prese parte, e fecesi nemico de’ suoi fedeli e innocenti amici, e amico di coloro che gli erano stati avversari, e diede le sue masnade e il suo maliscalco a seguitare messer Paffetta, e messer Lodovico e la loro setta contro a’ Gambacorti, i quali senz’arme avea ne’ suoi palagi e in casa ignoranti di questo fatto, e per suo comandamento fece ritenere Franceschino e Lotto ch’avea in casa, e al legato mandò per gli altri ch’erano là fuggiti udendo il romore sotto le sue braccia, e fu di tanta vile condizione, che di presente glie le mandò, in gran disonore e infamia del suo cappello e della libertà di santa Chiesa; e così fece di più altri cittadini, che a lui erano fuggiti per tema del romore.

CAP. XXXIII. Come fur arse le case de’ Gambacorti.

Il conte Paffetta e messer Lodovico della Rocca avendo accolto loro seguito, e la gente e l’insegna dell’imperadore, i quali il dì aveano perseguitati e morti, ora per loro sagace industria li traevano alla morte de’ loro cittadini, e gridando viva l’imperadore, molta gente di loro seguito ragunata contro a lui rivolsono contro a’ Gambacorti, e contro a’ buoni cittadini ch’erano tratti senza loro saputa o procaccio alle loro case. E venendo a valicare i ponti dell’Arno, trovarono alcuna lieve resistenza di gente ignorante del fatto, e tra loro non era alcuno de’ Gambacorti, in manifesto segno che quel dì era terminato alla loro ruina; perocchè se alcuno di quella casa fosse comparito in arme, tanti e tali erano i cittadini tratti per difenderli, ch’avrebbono ributtati i loro avversari e la gente dell’imperadore al Ponte vecchio e al Ponte della spina; ma non apparendo alcuno de’ Gambacorti, il Paffetta e messer Lodovico colla cavalleria dell’imperadore furono lasciati passare, e addirizzaronsi verso casa i Gambacorti, e trovandole senza alcuna difesa, le feciono rubare e appresso ardere; e per questo inopinato furore presi i non colpevoli Gambacorti con certi altri loro amici, e arse le case, diedono per quella giornata, a dì 21 di maggio del detto anno, riposo al furore dello scommosso popolo. I presi furono Franceschino, Lotto, Bartolommeo, Piero e Gherardo de’ Gambacorti; e gli altri cittadini di loro seguito furono ser Benincasa Giunterelli notaio della condotta, Cecco Cinquini, ser Piero dell’Abate, ser Nieri Papa, Neruccio Mestondine, Neri di Lando da Faggiuola, Ugo di Guitto, e Giovanni delle Brache, messer Guelfo de’ Lanfranchi, e messer Piero Baglia de’ Gualandi, messer Rosso de’ Sismondi e Francesco di Rossello. E avvegnachè tutti questi fossono in questo dì presi, nondimeno non però tutti furono giudicati dall’imperadore, come appresso diviseremo nei dì della loro condannazione.