WeRead Powered by ReaderPub
Cronica di Matteo Villani, vol. 3 / A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna cover

Cronica di Matteo Villani, vol. 3 / A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna

Chapter 58: CAP. LVI. Come la compagnia del conte di Lando cavalcò a Napoli.
Open in WeRead

About This Book

Il testo unisce un prologo di riflessione morale sulle vanità del potere con resoconti cronachistici: descrive una solenne incoronazione a Roma, le cerimonie, la processione e il soggiorno dell’imperatore fuori città, quindi rapporta vicende militari e politiche in Provenza, tra la presa notturna d’un castello da parte d’un nobile tornato dall’esilio e la reazione dei baroni che organizzano l’assedio. Tra dettagli cerimoniali e movimenti di truppe emergono osservazioni sulle relazioni tra autorità imperiale, principi stranieri e potere papale, nonché considerazioni sul declino o la corruzione delle signorie quando mancano virtù e giustizia.

CAP. XXXIV. Di novità seguite a Lucca.

In questo avviluppato furore della commozione di Pisa fu di subito la novella a Lucca; e a’ Lucchesi parendo che fosse venuto il tempo di potere uscire del grave giogo e servaggio de’ Pisani, incontanente a dì 22 del detto maggio sommossono i loro contadini che venissono a liberare la città, che da loro erano impotenti a ciò fare, perocchè erano pochi e male in arme da potere muovere tanto fatto. I contadini caporali nemici de’ Pisani per l’animo della parte e per le gravi oppressioni, trassono subitamente d’ogni parte alla città, e i cittadini mossono il romore dentro, e presono l’arme contro alle guardie delle porti, che di quelli dell’Agosta non temeano, perocch’era in mano della gente dell’imperadore, e non si travagliavano di difendere la città a’ Pisani; e avendo già presa alcuna porta, misono dentro parte de’ loro contadini, e col loro aiuto ripresono tutte le fortezze della città e tutte le porti, fuori che quella del castello e quella del prato; essendo già liberi signori del corpo della terra, e potendovi mettere i contadini e fortificarsi alla difesa della loro libertà, e poteano avere subito aiuto di gente d’arme da’ loro vicini, e’ Pisani non erano in istato da contradiarli, e l’imperadore tradito da’ Pisani non li avrebbe atati, assai chiaro era tornata la libertà nelle loro mani, ma forse non compiuto ancora il termine de’ loro peccati; e però avvenne, che certi popolani ch’erano meno male trattati da’ Pisani che gli altri, e alquanti degl’Interminelli, per tema che la tirannia già passata di Castruccio non tornasse loro a male, tradirono i loro cittadini, e dissono ch’aveano da’ Pisani ogni patto che sapessono dimandare, e che con buona pace sarebbono liberi. Il popolo vile, nutricato lungamente in servaggio, lievemente si lasciò ingannare, e lasciarono accomiatare i contadini e restituire la guardia delle porti a’ Pisani; i quali per riprendere con più asprezza la signoria, fattisi forti nella città arsono molte case de’ cittadini, e i più franchi e chi avea alcuno polso cacciarono fuori della terra, e i miseri che dentro vi lasciarono strinsono sotto gravi servaggi della loro vita, e tolsono loro ogni ferramento d’arme, e in Pisa tenendo in sospetto l’imperadore si feciono rendere la guardia dell’Agosta, e voleano che privilegiasse loro la signoria di Lucca: di questo li tenne sospesi a questa volta, ed eglino riavendo l’Agosta si contentarono.

CAP. XXXV. Come nuovo romore si levò in Siena.

Essendo i cittadini di Siena male disposti tra loro, avvedendosi che ’l minuto popolo cercava la libera signoria, questo spiacea agli altri: e vedendo che ’l patriarca a dì 22 di maggio del detto anno avea ricevuto il saramento di nuovo, e però non ostante ch’egli avesse acconsentito al popolo l’uficio de’ dodici e ’l gonfalone si recava in dubbio quello uficio; nondimeno gli artefici e il minuto popolo esercitavano gli ufici loro sforzatamente, e aveano commessa la guardia della città a certi caporali i quali andavano alla cerca con grande compagnia di loro artefici per la terra, oggi l’uno e domani l’altro. In questo avvenne, che certi fanti da Casole di Volterra che veniano a petizione di certi gentili uomini, la guardia degli artefici gli presono, e di fatto li voleano fare impiccare. I grandi cittadini e ’l popolo grasso vedendo lo sfrenato furore del minuto popolo cominciarono a fare romore contro a loro, e tutta la città fu sotto l’arme, e l’esecuzione de’ presi si rimase. Allora il minuto popolo che reggea mandò all’imperadore a Pisa che mandasse loro aiuto. L’imperadore vedendosi in Pisa in cotanta briga e tempesta, e conoscendo l’incostanza del popolo, e vedendo le nuove cose che ogni dì nascevano in Siena, mandò a dire a’ Sanesi che gli rimandassono il patriarca suo fratello salvo, e facessono di quello reggimento come a loro piacesse, che tra loro non volea prendere parte.

CAP. XXXVI. Come i Sanesi feciono rinunziare la signoria al patriarca.

Avuti ch’ebbono i dodici nuovi ufiziali di Siena, a dì 26 di maggio detto, la risposta dall’imperadore, feciono loro generale consiglio, nel quale il minuto popolo e gli artefici furono per comune, ma non così gli altri cittadini, e nella loro presenza feciono venire il patriarca, il quale come loro signore venne colla bacchetta in mano; ed essendo nel consiglio, disonestamente gli feciono rendere la bacchetta, e rinunziare alla singulare signoria che data gli aveano a richiesta dell’imperadore, e fecionne trarre pubblichi istromenti a più notai. E fatto questo, parendo al patriarca essere in vergognoso e non sicuro partito tra le mani dello scondito popolazzo cui egli mattamente avea esaltato, domandò di potersene andare all’imperadore con sicuro condotto; fugli risposto, che tanto gli conveniva stare che le loro castella fossono restituite nella guardia del comune: avendo con suo mandato e colle sue lettere mandato gente a prenderle, nondimeno gli convenne contro a sua voglia due dì attendere: poi a dì 27 di maggio del detto anno in fretta si mise a cammino per ritornarsi all’imperadore. I Massetani e quelli di Montepulciano lasciarono partire la gente dell’imperadore, e però non accettarono la signoria de’ Sanesi a quella volta. Per queste rivolture di Pisa e di Siena in così pochi giorni dopo la coronazione dell’imperadore si può comprendere, come altre volte abbiamo contato, che il reggimento della gente tedesca è strano agl’Italiani, e non si sanno reggere nè provvedere; e però è poco savio chi si sottomette alla loro suggezione, che non tengono fede a mantenere lo stato che trovano, e da loro non sanno governare i popoli, e però di necessità seguitano pericolose rivoluzioni de’ liberi comuni, e quello ch’è detto, e quello che seguita, sono manifesti esempi del nostro consiglio.

CAP. XXXVII. Come furono decapitati i Gambacorti.

Avendo l’imperadore presi i Gambacorti e gli altri nominati cittadini, e fattili contradi alla maestà imperiale ov’erano fedeli, e rubelli ov’erano amici, a suggestione del conte Paffetta e di messer Lodovico della Rocca, come detto è, essendo racquetato il tumulto del popolo, e l’imperadore nell’animo quieto per coprire il notorio fallo, e perchè dimostare si potesse più certo, volendo giustificare la sua inconsulta impresa, essendo dal cominciamento della loro presura ciascuno racchiuso di per se senza sapere l’uno dell’altro, li fece disaminare a un giudice d’Arezzo, acciocchè potesse formare l’inquisizione contro a loro per poterli giudicare colpevoli. E avendoli disaminati senza martorio, e appresso con tormento, ciascuno disse per forza di tormento ciò che ’l giudice volle che dicessono, acciocchè li potesse condannare colpevoli, come sapea la volontà del signore; e nondimeno pubblicato il processo si trovò, che l’uno non avea detto come l’altro, ma diversamente: l’uno, come avea trattato col comune di Firenze, e che dovea mandare la sua cavalleria in Valdarno, e non conchiudea; e l’altro nominò che ’l trattato era con tre cittadini di Firenze, e nominolli per nome, e non sapea dire il modo; e l’altro si trovò ch’avea detto per un altro modo: e così esaminati tutti, non era nel processo convenienza salvo che in una cosa, che tutti, vedendo che a diritto o a torto convenia loro morire, per non essere più tormentati, confessarono a volontà del giudice ch’aveano voluto tradire e uccidere l’imperadore e la sua gente. Il furore del romore mosso in Pisa era sì manifesto che non fu di loro operazione, che ’l processo nol potea contenere. I tre cittadini di Firenze nominati per Franceschino erano tali, che niuno sospetto ne cadde nel cospetto dell’imperadore: nondimeno non lasciò trarre del processo i loro nomi, anzi convenne che si appresentassono in giudicio in Samminiato del Tedesco, allora terra libera dell’imperadore, e per sentenza imperiale furono dichiarati non colpevoli e prosciolti. E allora veduto pe’ savi tutto il processo, fu manifesto che i presi per ragione non doveano esser giudicati colpevoli; ma gli sventurati Gambacorti, ch’aveano tanto tempo retta la città di Pisa in singolare buono stato, e onorato l’imperadore sopra gli altri cittadini, in parlamento fatto a dì 26 di maggio predetto furono giudicati traditori dell’imperiale maestà, Franceschino Lotto e Bartolommeo Gambacorti fratelli carnali, e Cecco Cinquini e ser Nieri Papa, Ugo di Guitto e Giovanni delle Brache, tutti grandi popolani di Pisa: e armato il maliscalco con cinquecento cavalieri tedeschi furono menati in camicia cinti di strambe e di cinghie, e a modo di vilissimi ladroni tirati e tratti da’ ragazzi, furono così vilmente condotti dal duomo di Pisa alla piazza degli anziani, scusandosi fino alla morte non colpevoli, e scusando il comune di Firenze e i tre cittadini nominati; e ivi involti nel fastidio della piazza e nel sangue l’uno dell’altro furono decapitati, e gli sventurati corpi maculati dalla bruttura del sangue per comandamento dell’imperadore stettono tre dì in sulla piazza senza essere coperti o sepolti: la cui morte, in vituperio del cardinale legato del papa, e in abbassamento della gloria imperiale, diede ammaestramento a’ popoli che voleano vivere in libertà e a’ rettori di quelli, di non doversi potere fidare alle promesse imperiali nello stato delle loro signorie, nè nel grande stato cittadinesco alcuno singulare onorato cittadino, perocchè l’invidia spesso per non provvedute vie è cagione di grandi ruine. Per la morte di costoro, e per la paura conceputa nel petto dell’imperadore, messer Paffetta e messer Lodovico della Rocca rimasono i maggiori governatori di Pisa, ma tosto sentì messer Paffetta la volta della fallace fortuna, come al suo tempo appresso racconteremo.

CAP. XXXVIII. Dello stato de’ Gambacorti passato.

Avvegnachè quello ch’è narrato de’ Gambacorti dovesse bastare, tuttavia per dare esempio agli altri cittadini di temperanza ne’ fallaci stati del comune ricordiamo, che costoro essendo mercatanti e antichi cittadini di Pisa, cacciati i Conti e quelli della Rocca ch’aveano retto un tempo, costoro senza usurpare il reggimento accostati e tratti innanzi da’ buoni cittadini di Pisa, per loro operazioni pacifiche e virtuose divennono i maggiori, e per loro consiglio si mantenea giustizia, e s’aumentava la pace de’ loro vicini; e per questo, e per la frequenza delle mercatanzie e del loro porto molto accrebbono le ricchezze a’ cittadini, e ’l comune uscì in piccol tempo di gran debito. Questi fratelli montarono in tanta autorità, che poterono fare la pace dall’arcivescovo di Milano al comune di Firenze e agli altri comuni di Toscana, e rimanere arbitri tra le parti: e venendo l’imperadore in Italia, e’ furono in podere di non riceverlo in Pisa s’avessono voluto, ma per loro consiglio si ricevette, con promissione d’essere da lui conservati nel loro stato. Costoro l’albergarono nelle loro case, facendoli grande onore e ricchi doni del loro e di quello del comune, e portandosi nelle rivoluzioni ch’avvennono sempre in fede e in purità verso il signore, e comportando pazientemente la loro detrazione mossa dalla loro avversaria setta. Ma che vale la troppa ricchezza, e gli onori e ’l magnifico stato della cittadinanza contro alla rodente invidia de’ suoi cittadini? nella quale si racchiude gli aguati della fortuna e della mortale inimicizia, alla quale manca l’umana provvisione, e spesso genera inestimabili cadimenti e ruine; e per questo e molti altri esempi assai è più senno vivere civilmente, che prendere il reggimento del comune più che la comune sorte gli dea, e quella innanzi ristrignere e mancare, che crescere o allargare per ambizione; perocchè i popoli naturalmente sono ingrati, e tra loro le virtù e la troppa alterezza come è temuta e riverita, così in occulto è odiata, e l’invidia conceputa genera pericolosi traboccamenti; e la furiosa e matta baldanza più muove e guida il popolo, che virtù o giustizia non può sostenere o riparare.

CAP. XXXIX. Come l’imperadore prese in guardia Pietrasanta e Serezzana.

Parendo all’imperadore non stare sicuro in Pisa per le novità sopravvenute, domandò a’ Pisani di volere la libera guardia di Pietrasanta e di Serezzana, e’ Pisani glie la diedono, e incontanente vi mandò l’imperadrice con parte della sua gente, e fece pigliare la tenuta delle terre e la guardia della rocca di Pietrasanta; e quando ebbe novella che le castella erano in sua guardia gli parve essere più al sicuro, sentendo ch’e’ cittadini si cominciavano a rammaricare de’ Gambacorti e degli altri cittadini decapitati, e rivoleano i presi; l’imperadore di presente si sarebbe partito, e abbandonato ogni cosa per grande paura che gli martellava la mente non senza gravezza di coscienza delle cose novellamente fatte, ma temeva forte del patriarca per le novità mosse in Siena, e grande pericolo gli pareva lasciarlovi addietro; e però attendeva con grande affezione, e ogni dì gli parea del soggiorno un anno aspettando. A’ caporali pisani nuovamente esaltati parea rimanere male partendosi l’imperadore, perocchè ancora erano troppo grandi i loro avversari; e per tanto furono all’imperadore, e domandarongli che vi lasciasse suo vicario; l’imperadore contento della loro domanda ordinò suo vicario un valente prelato, uomo sperto in arme e di gran consiglio, chiamato messer Antorgo Maraialdo vescovo d’Augusta, con trecento cavalieri, ma non determinatoli questo numero nè altro per l’avvenire, con salario della sua persona e della sua gente di fiorini dodicimila d’oro il mese; e così prese l’uficio e ’l titolo del vicariato.

CAP. XL. Come l’imperadore si partì da Pisa.

Avendo l’imperadore novelle certe che ’l patriarca era in cammino, e libero da’ Sanesi e’ tornavasi a lui, non aspettò che giugnesse in Pisa innanzi la sua partita, ma avute le novelle in sull’ora del vespero, a dì 27 di maggio del detto anno si partì di Pisa, e con lui il cardinale d’Ostia, e cavalcando forte non si tenne sicuro infinch’e’ fu giunto a Pietrasanta; e giunto là, si mise di presente con l’imperadrice a stare dentro dalla rocca, e mentre che vi dimorò, che furono più giorni, continovo tornò a dormire nella rocca, e in persona andava a fare serrare le porte, e mettea le guardie, e portavasene le chiavi nella sua camera, ch’era nella mastra torre di quella rocca.

CAP. XLI. Come i Sanesi domandarono vicario all’imperadore, e non l’accettarono.

Parendo a’ Sanesi avere offeso l’imperadore, e non essendo ancora in istato fermo del loro reggimento, mandarono all’imperadore che mandasse loro suo vicario. L’imperadore chiamò per suo vicario della città di Siena messer Agabito della Colonna di Roma. I Sanesi saputo cui egli mandava loro per vicario, uomo animoso in parte ghibellina e di disonesta vita, avvegnachè fosse di grande lignaggio, il ricusarono, e più non si travagliarono di domandare altro vicario all’imperadore, nè l’imperadore per sdegno preso di darlo loro.

CAP. XLII. Come i Sanesi presono e rubarono Massa.

Rimasa la signoria di Siena nelle mani degli artefici e del minuto popolo favoreggiato dalle case de’ grandi, avendo veduto che Massa di Maremma non avea voluto ricevere la loro signoria, e dimostrava di volersi reggere in libertà, di subito senza provvisione, all’entrata del mese di giugno del detto anno, in furore si mosse il popolo con certi soldati ch’avea, e andaronne a Massa. Gl’infelici Massetani, che stando alle difese per lo disordine di quel popolo erano vincitori, per più disordinato modo che quello de’ Sanesi, baldanzosi uscirono della città di Massa e affrontaronsi alla battaglia co’ Sanesi, nella quale furono rotti e sconfitti; e fuggendo alla città, e’ Sanesi seguitandoli, con loro insieme v’entrarono dentro; e senza misericordia, come avessono preso una terra di nemici, intesono a rubare, e a spogliare la città di tutti i suoi beni, ch’erano pochi, e recare in preda gli uomini, e le femmine e’ fanciulli, e raccolta la gente, misono fuoco nella città, e menarne a Siena gli uomini, e le femmine, e’ fanciulli, e le masserizie e l’altre cose, in gran gloria e gazzarra di quello scondito popolazzo. E nell’empito di questa loro vittoria corsono a Grosseto, e feciono pruova di volerlo per forza, ma non ebbono podere d’accostarsi alle mura, e con vergogna si tornarono addietro. Ma poi i Grossetani per fuggire la guerra de’ loro vicini s’accordarono co’ Sanesi, e ricevettono la loro signoria. A Montepulciano non vollono andare, perchè sentirono ch’e’ Montepulcianesi erano provveduti alla loro difesa, non ostante che per loro si tenesse la rocca del castello, ma non potea dare l’entrata.

CAP. XLIII. Come l’imperadore domandò menda a’ Pisani.

Essendo l’imperadore a Pietrasanta ove gli pareva essere sicuro dal furore del popolo, e pertanto traendo l’animo suo alla cupidigia più che all’onore imperiale, mandò a Pisa per certi cittadini caporali del nuovo reggimento, e fugli mandato messer Paffetta con altri cinque cittadini; e avendo costoro a se, disse, che voleva dal comune di Pisa l’ammenda del danno ricevuto al tempo del romore; del suo disonore e della morte de’ suoi cavalieri non fece conto. Questi cittadini tenendosi in istato per lui, e acciocchè ’l suo vicario li mantenesse negli onori, gli terminarono per ammenda fiorini tredicimila d’oro, ed egli ne fu contento; e tanto attese che gli furono mandati, e quitò del danno ricevuto il comune di Pisa. L’ingiuria e la vergogna sfogata nel sangue degl’innocenti, con più gravezza il seguitò per lunghi tempi infino nella Magna.

CAP. XLIV. Come i Sanesi vollono fornire la rocca di Montepulciano, e non poterono.

Messer Niccolò e Messer Iacopo de’ Cavalieri di Montepulciano, che furono tratti della terra quando l’imperadore andò a desinare con loro, ed essendo nel cammino di Roma, come già è detto, quando sentirono la revoluzione del popolo e del patriarca si tornarono in Montepulciano, e avendo accolta gente d’arme coll’aiuto de’ loro terrazzani s’erano afforzati, e aveano assediati i Sanesi ch’erano nella rocca. Il popolo e gli artefici di Siena baldanzosi per la presura di Massa e per l’ubbidienza di Grosseto accolsono la loro potenza a cavallo e a piede, e andarono per fornire la rocca di Montepulciano. I terrazzani co’ loro signori provveduti di buona gente d’arme ordinatamente prenderono loro vantaggio, e ributtarono i Sanesi addietro con danno e con vergogna: e fatto questo, incontanente quelli della rocca s’arrenderono a’ terrazzani, i quali di presente la disfeciono, e fortificarono le mura della terra, e d’un animo, per lo tradimento che i Sanesi feciono a’ loro signori narrato addietro, si disposono e ordinarono alla difesa contro a loro.

CAP. XLV. Come i Veneziani feciono pace co’ Genovesi senza i Catalani.

Partendoci un poco di Toscana, i Veneziani non senza ammirazione ci si apparecchiano, nè però a loro cosa nuova, ma forse non troppo onesta. Compagni e collegati erano stati lungamente col re d’Araona e co’ suoi Catalani contro a’ Genovesi, e fatte con loro diverse e gravi battaglie, nelle quali comunemente aveano partecipato lo spargimento del loro sangue, e perdimento di navili nelle sconfitte, e l’onore e ’l navilio e la preda nelle vittorie acquistate; e ancora essendo in lega e in giuramento con quel re e con quella gente, stretti dalla paura de’ Genovesi, che poco innanzi gli aveano mal guidati nel porto di Sapienza, e temendo che non si allegassono contro a loro col re d’Ungheria, a cui eglino teneano occupata Giadra e gran parte della Schiavonia, posponendo la vergogna della fede che rompeano a’ Catalani, senza loro consentimento, all’uscita di maggio predetto fermarono pace co’ Genovesi in questa maniera: che la pace dovesse avere tra loro cominciamento a dì 28 del mese di settembre prossimo avvenire, e che fra questo termine il re d’Aragona co’ suoi Catalani con certi patti potesse venire, s’e’ volesse, alla detta pace, e se non, rimanesse in guerra co’ Genovesi senza i Veneziani: e fu di patto, che infra questo tempo niuno comune dovesse dinnovo armare, ma se le galee e’ legni armati di catuno comune ch’erano in mare in diverse parti del mondo s’abboccassono e facessono danno l’uno all’altro, intendessesi essere fatto per buona guerra, e ciò che n’avvenisse, e’ non avesse a maculare la detta pace. E’ Veneziani promisono di stare tre anni senza andare colle loro galee o altri navili alla Tana, ma in questo tempo fare loro porto e mercato a Caffa. E promisono i Veneziani a’ Genovesi per ammenda, e per riavere i loro prigioni, in certi termini ordinati dugento migliaia di fiorini d’oro, e’ prigioni di catuna parte furono lasciati liberamente.

CAP. XLVI. Come si fè l’accordo dal legato a messer Malatesta da Rimini.

Messer Malatesta da Rimini, il quale tenea occupata a santa Chiesa Ancona con gran parte della Marca e alquante terre in Romagna, trovandosi assottigliato del danaro e della rendita per la tempesta della compagnia e per la sconfitta ricevuta dalla Chiesa, e preso il fratello, e i sudditi tanto gravati che più non poteano sostenere, e avendo addosso il legato a cui al continovo accresceva forza, e da niuno signore o comune di Toscana contro alla Chiesa non potea avere aiuto, e col legato non trovava accordo con patti, avendone lungamente fatto cercare, conoscendo egli e’ suoi essere naturali guelfi, che la pace piuttosto che la guerra potea mantenere il loro stato, confortato da’ suoi amici e di santa Chiesa, che il legato gli sarebbe benivolo e grazioso, s’arrendè liberamente alla sua misericordia, e liberamente rendè a santa Chiesa quante terre tenea nella Marca e in Romagna; e il legato ricevuto ogni cosa in nome di santa Chiesa, essendo grato dell’onore ricevuto da’ Malatesti, e per compiacere a’ guelfi d’Italia, avendo promesso e giurato messer Malatesta e’ suoi di stare in ubbidienza, e di mantenere lealtà e fede a santa Chiesa, acciocchè potessono a onore mantenere loro stato, diede loro la libera giurisdizione e signoria di cinque città, ciò sono, Rimini, Pesaro, Fano, Fossombrone, e .... co’ loro contadi, per dodici anni avvenire; le quali riconobbono la santa Chiesa, e promisono di darne per censo ogni anno alla Chiesa certa piccola quantità di pecunia, e compiuto il termine, farne la volontà di santa Chiesa. E rimasi contenti e in pace, messer Malatesta e’ figliuoli e’ fratelli cominciarono fedelmente a seguitare il legato, e a servire la santa Chiesa; ed essendo singulari amici de’ Fiorentini, assai con più fidanza gli adoperava e onorava il legato ne’ fatti della guerra. E questa pace e accordo fu fatto all’uscita di maggio del detto anno.

CAP. XLVII. Come i Genovesi appostarono Tripoli.

Avea il comune di Genova, innanzi la pace fatta co’ Veneziani, armate quindici galee di loro cittadini, e fattone ammiraglio Filippo Doria, ed era l’intenzione del comune di fare prendere la Loiera in Sardigna per alcuno trattato, che si menava per un soldato ch’era alla guardia di quella; e giunti in Sardigna, trovarono che il trattato non ebbe effetto. Allora l’ammiraglio si pensò di fare maggiore impresa, e avea l’animo a diverse terre per via di furto: e arrivati in Cicilia a Trapani, ebbe avviso, come Tripoli di Barberia era per un vile tirannello rubellato alla corona, ed era male guernito alla difesa d’un subito assalto, e per questo fece in Trapani fare scale e altri argomenti da potere combattere alle mura, tenendo segreta sua intenzione; e quando si vide apparecchiato, fece muovere le sue galee verso la Barberia. E giunto a Tripoli, mostrando d’andare pacificamente per mercatanzie, trovando due navi del signore cariche di spezieria che venivano d’Alessandria, si mostrarono come amici, e al signore feciono domandare licenza di potere mettere scala in terra per alcuno rinfrescamento, e il signore la concedette. L’ammiraglio mise in terra alquanti de’ suoi più savi e provveduti vestiti vilmente a modo di galeotti per comperare alcune cose per rinfrescamento, e commise loro che provvedessono il modo della guardia di quelli Saracini e di loro aspetto, e l’altezza delle mura della città, e da qual parte fosse più debole. Il signore più per paura che per amore fece fare onore a’ galeotti, e nondimeno guardare la terra. Eglino mostrandosi rozzi e grossi provvidono molto bene quello che fu loro imposto: e comperate delle cose, si ritornarono a galea, e avvisarono pienamente il loro ammiraglio. Il signore presentò alle galee due grossi buoi, e castroni e vino; i Genovesi non vollono prendere le cose, ma molto grandi grazie ne feciono rapportare al signore, e incontanente, senza fare a’ legni carichi alcuna novità, suonarono loro trombetta, e partendosi di là, si misono in alto mare, tanto che si dilungarono da ogni vista della città, per assicurare più il signore e la gente della terra; i quali sentendo le galee partite, e che a’ loro legni carichi non aveano fatto nulla, che li poteano prendere, presono sicurtà, la quale tosto tornò loro amara, come appresso diviseremo.

CAP. XLVIII. Come i Genovesi presono Tripoli a inganno.

I Genovesi ch’erano partiti da Tripoli, come la notte fu fatta, avendo bonaccia in mare, si strinsono insieme colle loro galee, e ragunato al consiglio padroni e nocchieri, l’ammiraglio manifestò loro l’intenzione ch’avea, quando a loro piacesse, di vincere per ingegno e per forza la città di Tripoli, ove tutti sarebbono ricchi di gran tesoro; e mostrò loro come il signore di quella era un vile tirannello nato d’un fabbro saracino, e disamato da tutti per la sua tirannia, e però se fosse assalito francamente non potrebbe fare resistenza, e soccorso non potea avere, perchè non ubbidiva il re di Tunisi, ma era suo ribello; e avvisolli com’egli avea fatto provvedere di prendere le mura e la porta agevolmente: e però, là dove e’ volessono essere prod’uomini, la grande e la ricca preda era loro apparecchiata. Costoro cupidi della roba altrui, avendo udito il loro ammiraglio, con grande allegrezza deliberarono che l’impresa si facesse, e offersonsi tutti a ben fare il suo comandamento, e misonsi di presente in concio di loro armi, e balestra, e saettamento; e preso alcuno riposo, in quella notte, e innanzi che il giorno venisse, all’aurora tutti armati e ordinati di quello ch’aveano a fare giunsono nel porto di Tripoli, e di colpo con poca fatica ebbono presi i due navili del signore; e messe le ciurme in terra e’ loro soprassaglienti colle balestra, portando le scale a’ muri della città vi montarono suso senza trovare resistenza, e la parte di loro ch’era rimasa a guardia delle galee e de’ legni s’accostarono alla terra per dare aiuto e soccorso a’ loro compagni; e questo fu sì tosto e sì prestamente fatto, che appena i cittadini se n’avvidono, se non quando i Genovesi teneano le mura, e già aveano presa la porta. Levato il romore per la città, il signore armato colla sua gente, e con parte de’ cittadini ch’ebbono cuore alla difesa, corsono per volere riparare ch’e’ nemici non potessono correre la terra, e abboccaronsi con loro. I Genovesi erano già tanti entrati dentro e sì forti, che per suo assalto non li potè ributtare; e stando loro a petto, i Genovesi ordinati colle balestra a vicenda li sollecitavano tanto co’ verrettoni, ch’e’ Saracini male armati non li poteano sostenere. E il signore vedendo che non potea riparare, vilmente diede la volta, e fuggendosi abbandonò la città e il popolo. I Genovesi, sentendo partito il tiranno, presono più ardire, e ordinatisi insieme si misono per la terra, e qualunque si volea difendere uccidevano, e grande strage feciono quel dì de’ Saracini; e avendo corsa tutta la terra, presono le porti e serraronle, e misonvi le guardie, e furono al tutto signori della terra e degli uomini, e di tutta la loro sostanza.

CAP. XLIX. Di quello medesimo.

Presa, come detto è, l’antica città di Tripoli, e chiuse le porti, i Genovesi diedono ordine di spogliare le case, e di farsi insegnare i tesori del signore e l’avere de’ cittadini, e che ogni cosa pervenisse a bottino, sicchè lo spogliamento andasse per ordine; e così seguitarono penando più giorni a fare questa esecuzione, e condussono a bottino in pecunia, e in avere sottile, e ornamenti d’oro e d’argento il valere di più di diciannove centinaia di migliaia di fiorini d’oro, e settemila prigioni tra uomini, femmine, e fanciulli; e questo fu senza le segrete ruberie ch’e’ galeotti e gli altri maggiori feciono, che non le rassegnarono in comune, e di ciò non si fece cerca nè inquisizione; e avendo così spogliata la terra, la guardarono, e mandarono una delle loro più sottili galee al comune di Genova, significando quello ch’aveano fatto, e come teneano la città a farne la volontà del comune. I governatori di quel comune, e appresso i buoni cittadini si turbarono forte del tradimento fatto a coloro che non erano nemici, e non aveano guardia di loro, non ostante che fossono Saracini, e temettono forte, ch’e’ cittadini di Genova ch’erano in Tunisi e in Egitto tra’ Saracini, e in loro mani colle loro mercatanzie, non fossono per questo a furore presi e morti; e così sarebbe avvenuto, se non fosse che Tripoli era sotto reggimento di vile tiranno, e non ubbidia al re di Tunisi, e però egli e gli altri signori saracini contenti del suo male non se ne curarono. Agli ambasciadori della galea non fu risposto; i quali vedendo i cittadini mal contenti, senza prendere comiato si tornarono a Tripoli a’ loro compagni; i quali vedendosi smisuratamente ricchi, del cruccio del loro comune, sapendo che tutti erano corsali, poco si curarono, e in Tripoli si misono a stare, consumando ogni reliquia di quella città, e cercavano di venderla per averne danari da chi più ne desse: e questo fu di giugno del detto anno.

CAP. L. Come la gente del marchese di Ferrara fu sconfitta, a Spaziano.

In questi medesimi dì, il marchese di Ferrara avea mandato quattrocento cavalieri e millecinquecento fanti ad assediare un castello ch’avea nome Spaziano, il quale avea occupato il signore di Milano nel Ferrarese; e avendolo tenuto assediato alcun tempo, messer Bernabò vi mandò subitamente de’ suoi cavalieri al soccorso, e furono tanti, che per forza li levarono dall’assedio e sconfissono, dando loro danno assai; e liberato il castello, il fornirono di ciò ch’avea bisogno, e tornarsene a Milano.

CAP. LI. Come l’imperadore ebbe l’ultima paga da’ Fiorentini, e fè la fine.

Restavano i Fiorentini a dare all’imperadore ventimila fiorini d’oro per lo resto de’ centomila, e sentendolo partito da Pisa, e ch’egli era a Pietrasanta, s’affrettarono di mandarglieli più tosto, e a dì 10 di giugno gli feciono appresentare contanti ventimila fiorini a Pietrasanta. L’imperadore considerato il suo partimento non d’onore ma piuttosto d’abbassamento dell’imperiale maestà, e vedendo la sollecitudine della fede promessa del comune di Firenze, e il luogo dove gli aveano mandata la pecunia, fu molto allegro, e commendò magnificamente la fede e il buono portamento ch’avea trovato ne’ cittadini di Firenze, dicendo, come i Pisani ch’erano camera d’imperio, e’ Sanesi che liberamente s’erano dati senza mezzo alla sua signoria l’aveano ingannato e tradito, e fattagli gran vergogna per loro corrotta fede, e’ Fiorentini l’aveano atato e consigliato dirittamente, e onorato molto i suoi baroni, e la sua gente, e adempiutogli pienamente ciò ch’aveano promesso, onde molto si tenea per contento da quello comune; e di proprio movimento li privilegiò di nuovo ciò che teneano in distretto, e riconobbe diciotto migliaia di fiorini che il comune diede per lui al sire della Lippa suo alto barone, e tremila che per suo mandato avea pagati ad altri baroni, e di tutta la quantità di centomila fiorini d’oro ch’aveano promesso, come addietro abbiamo narrato, fece fine al detto comune per suoi documenti e cautela, per carta fatta per ser Agnolo di ser Andrea di messer Agnolo da Poggibonizzi notaio imperiale, fatta nella detta terra di Pietrasanta il detto dì.

CAP. LII. Come il figliuolo di Castruccio fu decapitato.

Avendo veduto messer Altino figliuolo di Castruccio Castracane già tiranno di Lucca, come l’imperadore era uscito di Pisa con sua vergogna per andarsene nella Magna, accolti certi masnadieri e con sua gente entrò in Monteggoli presso a Pietrasanta, per tenersi la terra. I Pisani sdegnati di presente vi cavalcarono, e assediarono il castello intorno. Messer Altino intendea a difenderlo da’ Pisani, e credea poterlo fare. I Pisani sentendo ivi presso l’imperadore, mandarono a pregarlo che gli piacesse di venire nel campo, perocch’elli erano certi che alla sua persona messer Altino non si terrebbe. L’imperadore v’andò, e fece comandare a messer Altino che si dovesse arrendere; il quale incontanente ubbidì a’ suoi comandamenti, e diede la terra a’ Pisani, e sè all’imperadore. I Pisani di presente arsono e disfeciono il castello: e richiesto l’imperadore da’ Pisani che desse loro messer Altino, con poco onore della sua corona il mandò prigione a Pisa, e ivi a pochi dì, partito l’imperadore da Pietrasanta, i Pisani gli feciono tagliare la testa.

CAP. LIII. D’una fanciulla pilosa presentata all’imperadore.

Mentre che l’imperadore era a Pietrasanta, per grande maraviglia, e cosa nuova e strana, gli fu presentata una fanciulla femmina d’età di sette anni, tutta lanuta come una pecora, di lana rossa mal tinta, ed era piena per tutta la persona di quella lana insino all’estremità delle labbra e degli occhi. L’imperadrice, maravigliatasi di vedere un corpo umano così maravigliosamente vestito dalla natura, l’accomandò a sue damigelle che la nudrissono e guardassono, e menolla nella Magna.

CAP. LIV. Come l’imperadore e l’imperadrice si partirono per tornare in Alamagna.

Avendo l’imperadore col senno e colla provvedenza alamannica presa la corona dell’imperio, e guidati i fatti degl’Italiani come nel nostro trattato è raccontato, essendosi ridotto a Pietrasanta, l’imperadrice sollecitando che si tornasse nella Magna, a dì 11 di giugno del detto anno si partì di là con milledugento cavalieri di sua gente, e tenne la via di Lombardia; e giugnendo alle terre de’ signori di Milano non potè in alcuna entrare, ma a tutte trovò le porte serrate, e le mura e le torri piene d’uomini armati alla guardia colle balestra, e col saettamento apparecchiato. E giugnendo a Cremona, ch’è grossa città, volendovi entrare dentro, fu ritenuto alla porta per spazio di due ore innanzi che vi potesse entrare; poi ebbe licenza d’andarvi la sua persona con alquanta compagnia senza alcuna gente armata; e strignendolo la necessità, per non mostrare d’avere dimenticata la pace che la sua persona avea voluto trattare tra’ Lombardi, vi si mise ad entrare, e stettevi la notte e il dì seguente, continovo le porti della città serrate, e di dì e di notte i soldati armati facendo continova guardia. E ragionando l’imperadore con certi che v’erano per i signori di Milano, di volere trattare della pace tra’ Lombardi, gli fu detto da parte de’ signori, che non se ne dovesse affaticare. E però la mattina vegnente, avendo già preso di se alcuno sospetto, s’uscì della città, e cavalcò a Soncino. Ivi fu ricevuto con pochi disarmati e con grandissima guardia: e vedendosi così onorare ora ch’era imperadore nella forza de’ tiranni di Milano, molto pieno di sdegno s’affrettò di tornare in Alamagna, ove tornò colla corona ricevuta senza colpo di spada, e colla borsa piena di danari avendola recata vota, ma con poca gloria delle sue virtuose operazioni, e con assai vergogna in abbassamento dell’imperiale maestà.

CAP. LV. Come il minuto popolo di Siena prese al tutto la signoria di quella.

Del mese di giugno del detto anno, il minuto popolo di Siena avendo fino a qui avuto in certi ufici in compagnia alquanti delle grandi case di Siena, e desiderando d’avere in tutto il governamento di quella città, levò il romore, e tutti i cittadini presono l’arme; e stando il popolo armato, dimostrò di volere che i grandi rinunziassono agli ufici del comune; e sentendo i grandi che questo movea dal consiglio dato al minuto popolo per Giovanni d’Agnolino Bottoni de’ Salimbeni per accattare la benivolenza del minuto popolo per animo tirannesco, non vollono per forza d’arme cercare di ributtare i loro cittadini; e acciocchè il popolo non si tenesse d’avere lo stato del reggimento da Giovanni d’Agnolino, i Tolomei suoi avversari furono quelli che prima cominciarono a rinunziare agli ufici, e volere che il popolo gli avesse in tutto, e così feciono gli altri appresso. E volle il popolo, che laddove lo staio era cresciuto per lo patriarca alla misura lieve, fosse alla picchiata, e così fu conceduto per tutti. Allora il popolo ordinò d’avere il gran consiglio, e lasciato l’arme, in questo stabilì per riformagione la loro somma signoria, reggendosi per dodici priori di due in due mesi, e ivi li crearono; e ancora feciono un gonfaloniere di popolo, e certi altri ch’avessono a rispondere a lui per terziere della città: e ivi da capo rifiutato messer Agapito della Colonna per loro vicario, come detto è, cominciò in libertà il reggimento di quello popolazzo.

CAP. LVI. Come la compagnia del conte di Lando cavalcò a Napoli.

Avvenne ancora del detto mese di giugno, che la compagnia ch’era lungamente stata in Puglia guidata dal conte di Lando, sentendo che il re Luigi contro a loro non avea fatta alcuna provvisione a sua difesa, si partirono di Puglia, e vennonsene in Principato; e soggiornati alquanti dì nelle contrade di Serni, e di Matalona, e d’Argenza, feciono grandi prede; e non trovando fuori delle terre murate alcun contrasto, di là entrarono in Terra di Lavoro, e vennono infino presso a Napoli, e cavalcarono il paese d’intorno; e non sentendo chi vietasse loro il paese, essendo ubbiditi da’ casali e da’ paesani di fuori, e forniti di quello che alla loro vita e dei loro cavalli bisognava, per potere stare più ad agio, si divisono in più compagnie, e l’una stando nell’una contrada, e l’altra nell’altra, compresono a modo di paesani tutto il paese; e lasciarono l’arme non sentendo alcuno avversario, e cominciarono a prendere diletti d’uccellare e di cacciare; e i loro cavalcatori e’ ragazzi visitavano le ville e’ casali, e recavano all’ostiere ciò che bisognava largamente per la loro vita e di loro cavalli, e quando i signori tornavano, trovavano apparecchiato, e i cattivelli paesani, che non aveano aiuto dal loro signore, erano consumati in vilissima fama della real corona.

CAP. LVII. Come Fermo tornò alla Chiesa e si rubellò da Gentile da Mogliano.

In questo mese di giugno, quelli della città di Fermo, i quali per lo tradimento fatto per Gentile da Mogliano al legato quando gli rubellò la città colla forza del capitano di Forlì e coll’ordine di messer Malatesta, essendo contro al loro volere, come narrato è addietro, tornati contro alla signoria del legato, dove s’erano ridotti con loro grande piacere, vedendo ora la forza del legato loro di presso, e che Gentile era povero di gente, levarono il romore nella città, e rinchiusone Gentile nella rocca, e diedono la terra al legato; il quale la fornì di buone masnade a piè e a cavallo, e presene buona e sollecita guardia.

CAP. LVIII. Come il re di Francia mandò gente in Scozia per guerreggiare gl’Inghilesi.

Trapassando alquanto agli strani, il re di Francia vedendo che passate le triegue gl’Inghilesi cavalcavano nel reame, e facevano spesso danno alle sue genti e al paese, prese consiglio da’ suoi, e avendo alcuno intendimento da certi baroni di Scozia, mandò in Scozia il sire di Garendone suo barone con ottocento armadure di ferro, a fine di muovere gli Scotti a fare guerra agl’Inghilesi per modo, che quelli che guerreggiavano in Francia avessono cagione di tornare a guerreggiare con gli Scotti. E giunta questa gente in Scozia, gli Scotti tennero loro consiglio e diliberarono, che essendo il loro re David prigione del re d’Inghilterra, se gli Scotti movessono guerra agl’Inghilesi tornerebbe in pericolo e dannaggio del loro re; e però non vollono che ad istanza del re di Francia in Scozia si facesse movimento di guerra sopra gl’Inghilesi, e per questo la gente francesca ch’era di là passata si ritornò addietro. E questo avvenne del mese di giugno del detto anno.

CAP. LIX. Come i prigioni d’Ostiglia presono il castello.

Di questo mese una buona brigata di prigioni, che messer Gran Cane della Scala avea racchiusi in Ostiglia, seppono tanto fare per loro sottile provvedimento che tutte le guardie delle prigioni e del castello uccisono, e presono il castello, e recaronlo nella loro guardia e signoria. Il castello era forte e in sù i confini del distretto di Mantova e di Ferrara. Sentendo i signori vicini questa rubellione, tentarono quelli di Mantova e di Ferrara catuno di volere dare danari a’ prigioni che l’aveano preso per avere quella tenuta, ch’era di piccola guardia, ed era forte da non potere essere vinta per battaglia, e dava il passo in catuna parte; i matti prigioni non seppono prendere il buono partito, e però s’accostarono al reo; e avendo grandi promesse da messer Gran Cane, cui eglino aveano cotanto offeso, affidandosi solamente alla fede delle sue promesse, che renderebbe loro i propri beni e farebbe a catuno altri vantaggi, dicendo, che non imputerebbe loro il misfatto, perocchè fatto l’aveano come prigioni, a cui era lecito di trovare ogni via di loro scampo, sicchè ciò non era tradimento. I miseri vinti dalle vane promesse renderono la tenuta del forte castello alla gente di messer Gran Cane, il quale ripresa la fortezza, incontanente attenne la promessa ammazzandone una parte colle scuri, e altri con gravi tormenti fece morire, e trentasei de’ residui più vili fece impendere per la gola: e per questo modo morti tutti i prigioni riebbe la sua fortezza del castello d’Ostiglia.

CAP. LX. Come i Genovesi venderono Tripoli.

I Genovesi ch’aveano preso Tripoli di Barberia, come addietro abbiamo narrato, e non avendo potuto avere risposta dal loro comune quello che della città si facessono, cercarono di venderla per danari a’ baroni saracini che v’erano di presso, e niuno trovarono che vi volesse intendere. Era a quel tempo signore dell’isola di Gerbi un Saracino ricco e di gran cuore; costui intese a volerla comperare, e trattato il mercato, ne diè a’ Genovesi cinquantamila doble d’oro; e ricevuto il pagamento e la tenuta della città, e sceltisi de’ cittadini uomini e femmine e fanciulle cui e’ vollono, gli altri lasciarono colla città spogliata d’ogni bene; e raccolti in su le loro quindici galee piene d’arnesi e di gran tesoro partironsi del paese, e lungamente stettono ora in una parte ora in un’altra, tanto che il loro comune fu rassicurato de’ loro cittadini ch’erano in Alessandria e in Tunisi, che per questa novità di Tripoli non aveano ricevuto danno, allora ribandirono quelli delle galee, i quali aveano sbanditi per lo fallo commesso, e dierono loro licenza che potessono tornare a Genova, quando tre mesi alle loro spese avessono guerreggiate le marine di Catalogna; i quali fatto il servigio tornarono a Genova, e riempierono la città di schiavi e schiave saracine, e di molto tesoro acquistato con gran tradimento, ma per giusto giudicio di Dio in breve tempo capitarono quasi tutti male, rimanendo in povero stato.

CAP. LXI. Come gli usciti di Lucca tentarono di far guerra.

Essendo per le novità sopravvenute all’imperadore in Pisa perduta agli usciti di Lucca la speranza d’essere liberati dal giogo de’ Pisani, secondo il trattato di cui era scorsa la fama; e veduto come fortuna avea fatti signori della città le piccole reliquie de’ Lucchesi ch’erano nella città in una giornata, per un poco d’ardire ch’aveano dimostrato, se da loro medesimi non fossono stati traditi, come detto è, trovandosi gli usciti avere ragunata alcuna moneta per la detta cagione della speranza dell’imperadore, e parendo loro ch’e’ Pisani fossono in dubbioso stato, s’intesono insieme i guelfi co’ ghibellini, e’ figliuoli di Castruccio ch’erano in Lombardia promisono a tutti i caporali delle famiglie guelfe uscite di Lucca nella loro fede, che contro alla loro origine e’ si farebbono guelfi per trarre di tanto servaggio la loro città; e trattarono con loro di fare ogni loro sforzo con buona punga per rientrare in Lucca, e catuno promise di fornirsi di gente per loro aiuto, e di cavalli e d’armi per fornire loro impresa. E sentendo i Pisani questo apparecchiamento, si provvidono sollecitamente al riparo. Le cose procedettono e seguirono al loro fine come degnamente meritarono, e tosto ci verrà il tempo da raccontarlo.

CAP. LXII. Conta della gran compagnia di Puglia.

Avvedendosi quelli della compagnia ch’erano in Terra di Lavoro, che il re nè i suoi baroni mettevano alcuno riparo contro a loro, presono maggiore baldanza, e raccolti insieme se ne vennero verso Napoli, e posonsi a campo a Giuliano tra Aversa e Napoli, presso a Napoli a quattro miglia di piano, e domandavano al re danari senza fare guasto. Allora i Napoletani vedendo che il re non si movea, si mossono da loro, e accolsono de’ paesani e de’ forestieri una quantità di cavalieri, e feciono capo il conte camarlingo, e ’l conte di san Severino e l’ammiraglio di volontà del re; nondimeno costoro non uscivano di Napoli a riparare le cavalcate della compagnia e sturbavano l’accordo, che si cercava di dare loro danari. Per la qual cosa i Napoletani temendo di ricevere il guasto, di che la compagnia gli minacciava, a dì 12 di Luglio del detto anno s’armarono a cavallo e a piè romoreggiando, e minacciando i baroni che non lasciavano fare l’accordo colla compagnia. I baroni erano forti da loro, e aveano con seco i forestieri armati, sicchè poco curavano le minacce o le mostre de’ Napoletani, e avvedendosene i Napoletani, posono giù l’arme, e se n’acquetarono. Nondimeno il re mostrando di fare al movimento de’ Napoletani l’accordo, vedendosi l’oste di presso addosso, per schifare maggiore pericolo, trattò di dare loro fiorini centoventimila in certi termini, e per questo si levarono da Giuliano, e dilungaronsi da Napoli, paesando e vivendo alle spese de’ paesani. L’effetto di questo trattato ebbe mutamenti con danno de’ regnicoli innanzi che si traesse a fine, come innanzi al suo tempo racconteremo.

CAP. LXIII. Come il gran siniscalco condusse mille barbute contro alla compagnia, ond’ella s’accrebbe.

Mentre che queste cose si trattavano in Napoli, il gran siniscalco del Regno messer Niccola Acciaiuoli di Firenze essendo stato in Toscana, e in Romagna e nella Marca accogliendo gente d’arme, s’era con essa messo a cammino: e giunto alla città di Sulmona con mille barbute di gente tedesca e oltramontana, fè sentire al re la sua venuta; il re richiese i baroni per volersi combattere colla compagnia venendo contro a’ patti promessi: ma la cosa venne dilatando e prendendo indugio, e nel soprastare il caldo appetito del re venne raffreddando, e ancora de’ suoi baroni, e il termine delle paghe de’ soldati menati per lo gran siniscalco cominciò a venire; e non essendo il re mobolato da poterli pagare e riconducere per innanzi, assai se ne partirono dal servigio del re. e andarsene alla compagnia, e fecionla maggiore.

CAP. LXIV. Come gli usciti di Lucca s’accolsono senza far nulla.

Ritornando nostra materia al fatto degli usciti di Lucca, que’ caporali ch’erano a soldo del comune di Firenze, con le loro bandiere appresentandosi al tempo ordinato tra loro, cominciò la cosa a pubblicarsi in Firenze. Quando il comune sentì questo, incontanente tutti gli cassò dal suo soldo, e comandò loro sotto pena della vita, che niuna ragunata di gente facessono nel contado o distretto di Firenze, e contradisse a tutti i cittadini e contadini sotto pena dell’avere e della persona, che niuno aiuto o favore si desse loro, perocchè non volea il nostro comune rompere per niuna cagione la pace ch’avea co’ Pisani. Nondimeno i Lucchesi guelfi ch’erano in Toscana, con loro sforzo s’accolsono in certo luogo in sù quello di Lucca, e ivi si trovarono con dugento cavalieri e con molti masnadieri che gli seguitavano per speranza di guadagnare. I conducitori furono Obizzi e Salamoncelli, e attendeano che dall’altra parte, com’era ordinato, venissono i figliuoli di Castruccio con gli usciti ghibellini, e col popolo di Lunigiana e Garfagnana. I Pisani sentendo che gli usciti di Lucca si cominciavano a ragunare, cacciarono di Lucca tutti i cittadini ch’aveano alcuna apparenza, e mandaronvi per comune i due quartieri di Pisa alla guardia, e con grande studio si fornirono di gente d’arme alla difesa. I figliuoli di Castruccio non attennono la promessa al termine, per la qual cosa gli usciti guelfi soprastati al termine più di due dì, e non avendo novelle che venissono, si cominciarono a sfilare, e senza ordine tornare catuno a casa con poco onore. Abbianne fatto memoria non per lo fatto, che nol meritava, ma perchè in quel tempo che questo fu, erano quarantadue anni ch’e’ Lucchesi guelfi erano stati fuori della loro città, e mai non aveano fatta altrettanta vista per cercare di volere tornare in Lucca, come a questa volta.

CAP. LXV. Come il re di Cicilia racquistò più terre.

In questo tempo, don Luigi di Cicilia coll’aiuto de’ Catalani dell’isola e della loro setta, accolti insieme in arme a piè e a cavallo si mossono da Catania con la persona del loro signore, e cavalcando sopra le terre ch’ubbidiano l’altra setta di Chiaramonti e il re di Puglia, e trovandole mal fornite alla difesa, s’arrenderono e ubbidirono, vedendo la persona di don Luigi, senza farli resistenza. E appresso preso più ardire, del mese di luglio con sei galee armate e con l’altra gente per terra venne a Palermo, e posevisi intorno credendolasi riavere, ma vedendo ch’e’ si difendeano colla gente forestiera che v’era per lo re Luigi di Puglia, fece danno assai nelle villate di fuori, e poi se ne ritornò a Catania.

CAP. LXVI. Novità di Padova.

Essendo messer Iacopino da Carrara signore di Padova, e avendo lungamente tenuta la signoria in compagnia di Francesco suo nipote carnale, avendosi portato insieme grande onore, non sentendosi alcuna cagione d’odio o di sospetto tra loro, salvo che messer Francesco volea pace co’ signori di Milano, e messer Iacopo la volea con loro, e voleala co’ signori di Mantova insieme con cui erano collegati, non dovea però per questo essere cagione d’odio tra loro, ma piuttosto quello che non soffera d’avere consorto nella signoria tra gli animi ambiziosi di quella; e per questo Francesco ch’era più giovane e più atto a guerra, e avea il seguito della gente d’arme, una sera, a dì 26 del mese di luglio del detto anno, essendo messer Iacopino nella sua sala posto a cena, messer Francesco con suoi compagni armati copertamente venne al palagio, dove non gli era nè di dì nè di notte vietata porta, e andato suso, trovò il zio che cenava, e accogliendo il nipote senza alcuno sospetto, fu da lui preso, e incamerato e messo in buona guardia, senza essere per lui alcuna resistenza fatta nel palagio. La mattina vegnente messer Francesco cavalcò per la città, e senza fare novità nella terra fu ubbidito in tutto come signore, e si scusò al popolo, che questo avea fatto perocchè avea trovato di certo, che poichè messer Iacopino si vide avere figliuolo, avea cercato di fare avvelenare lui: e che ciò fosse vero o no, tanto se ne dimostrò, che alcuni di ciò furono incolpati e martoriati, tanto che confessarono il malificio, e perderonne le persone.

CAP. LXVII. Come i Visconti tentarono di racquistare Bologna.

Di questo mese di luglio del detto anno, messer Bernabò de’ Visconti di Milano avendo tenuto alcuno trattato in Bologna, credendolasi racquistare, mandò di subito duemila cavalieri e di molti masnadieri di soldo sopra la città di Bologna, e la loro prima posta fu al Borgo a Panicale, e feciono vista d’afforzare loro campo presso a Bologna a tre miglia; poi all’entrata d’agosto si levarono di là e andarono a Budrio, e trovandovi difetto d’acqua, si partirono di là, e posono campo a Medicina tra Bologna e Imola, e là dimorarono attendendo che novità si movesse in Bologna. Lasceremo ora questa gente ch’attende di fare suo baratto, come al tempo innanzi racconteremo.

CAP. LXVIII. Come in Firenze nacquono quattro lioni.

A dì 3 d’agosto nacquono in Firenze quattro lioni, due maschi e due femmine; l’uno si donò al duca d’Osteric, che ’l domandò al comune, l’altro al signore di Padova.

CAP. LXIX. Novità fatte per gli usciti di Lucca.

All’entrata del mese d’agosto del detto anno, messer Arrigo e messer Gallerano figliuoli di Castruccio usciti di Lucca, con quella gente d’arme ch’avere poterono in Lombardia apparirono in Lunigiana, e ivi e di Garfagnana accolsono fanti a piè; e i Lucchesi guelfi usciti da capo si ragunarono e accozzarono co’ figliuoli di Castruccio, e di concordia, trovandosi quattrocento cavalieri e duemilacinquecento fanti, si posono ad assedio a Castiglione, che si guardava per i Pisani. I Pisani avuto l’aiuto da’ Sanesi, con cui erano in lega e compagnia, con settecento cavalieri e seimila pedoni uscirono di Pisa per andare a soccorrere il castello, e a dì 12 d’agosto del detto anno, trovandosi ne’ campi presso a’ nemici, feciono loro schiere. Gli usciti di Lucca, veggendosi il vantaggio del terreno, si feciono ordinatamente loro incontro da quella parte donde li vidono venire. I Pisani si mostrarono di volerli assalire da quella parte, e cominciaronvi l’assalto per tenere i nemici a bada; e cominciata la battaglia, il loro capitano con quella gente ch’e’ s’avea eletta, mentre che d’ogni parte si mantenea l’assalto, girò il poggio, e montò sopra i nemici da quella parte onde venia la vittuaglia agli usciti che teneano l’assedio, e fece questo sì prestamente, che i Lucchesi, ch’aveano assai di buoni capitani, non vi poterono riparare, ma veduto ch’ebbono ch’e’ nemici aveano tolto loro la via del pane, non vidono potere mantenere l’assedio al castello; e però si strinsono insieme, e arsone il campo loro, e ricolsonsi in alcuna parte ivi presso senza potere essere danneggiati da’ nemici; e raccolti quivi, senza alcuno danno di là si partirono salvamente, e valicarono l’alpe, e capitarono nel Frignano, e di là catuno con accrescimento d’onta, senza altro danno, perduta la speranza di tornare in Lucca, catuno tornò a procacciare sue condotte per vivere al soldo, e ’l castello rimase libero all’ubbidienza de’ Pisani.

CAP. LXX. Come i Catalani non vollono la pace co’ Genovesi fatta per i Veneziani.

Il re d’Araona essendo in Ispagna dopo l’acquisto fatto della Loiera, e dell’accordo preso col giudice d’Alborea, sentendo che i Veneziani aveano fatta pace co’ Genovesi senza il suo consentimento contro al giuramento della loro compagnia, fece di presente armare venti galee per sua sicurtà: e domandaronli i Genovesi la Loiera e altre terre di Sardigna, se con loro volea pace. E questa fu la cagione già scritta addietro, perchè il comune di Genova ribandì le quindici galee ch’aveano preso Tripoli, le quali feciono per tre mesi gravi danni nella riviera di Catalogna, spezialmente d’ardere e di profondare loro navili ne’ porti. Le venti galee del re avendo fortificate e fornite le terre di Sardigna, e reiterata la pace col giudice, si ritornarono in Catalogna senz’altra novità fare.

CAP. LXXI. Come messer Ruberto di Durazzo lasciò il Balzo.

Di questo mese d’agosto, essendo stato messer Ruberto di Durazzo stretto da’ Provenzali nel Balzo per modo, che non avea potuto correre il paese nè fare prede com’avea cominciato, benchè ’l castello potesse tenere lungamente, parendogli stare con sua vergogna senza guadagno, di sua volontà s’uscì del castello, e rilasciollo a’ signori del Balzo. Alcuni dissono, che ’l papa gli diè alcuni danari co’ quali si mise in arme, e andò a servire il re di Francia nelle sue guerre ove morì a onore, come a suo tempo racconteremo.

CAP. LXXII. Come arse la bastita da Modena.

Essendo lungamente mantenuta per la forza di messer Bernabò di Milano una grande e forte bastita sopra la città di Modena con molti cavalieri e masnadieri, i quali aveano per stretto modo assediata la città, e recata in grandi stremi, come piacque a Dio, quello che non avea potuto fare la gran compagnia nel caso della ribellione di Bologna, nè appresso tutta la forza della lega di Lombardia, fece subitamente un fuoco che vi s’apprese, ma piuttosto fu fama ch’un soldato corrotto dal signore di Bologna il vi mise. Questo fuoco infiammò per sì fatto modo la bastita, che per la gente dentro non si potè ammortare. I Modenesi stati a vedere lungamente, e sentendo il romore, presono l’arme, e corsono verso la bastita con smisurato romore. I cavalieri e’ masnadieri, che ve n’erano assai, impacciati dal fuoco, e impauriti del romore, si ritrassono fuori della bastita con animo di fermarsi di fuori, ma non ebbono potere di farlo, che di presente catuno cominciò a fuggire senza essere cacciati, e abbandonarono la bastita. I Modenesi la presono e spensono il fuoco: e appresso per tema che messer Bernabò non la rifacesse da capo riporre, ch’era il luogo molto forte, la feciono riparare e rafforzare, e misonvi gente a guardarla lungamente per sicurtà della terra.

CAP. LXXIII. Come fu fatto il castello di Sancasciano.

Tornando alquanto nostra materia al fatto di Firenze, occorse in questi dì, che tornando a memoria a’ collegi del nostro comune i danni ricevuti a’ tempi delle persecuzioni fatte al nostro comune, e i pericoli che occorsi erano alla città ponendosi i nemici a oste in sul poggio del borgo di Sancasciano in Valdipesa, e questo conosciuto per esperienza dell’imperadore Arrigo di Luzimborgo, e appresso di Castruccio tiranno di Lucca, e novellamente della gran compagnia di fra Moriale, che catuno nimicando il nostro comune tennono campo in quel luogo con podere, per lo vantaggio del sito, di potere vantaggiare assai e non potere essere danneggiati: acciocchè questo non potesse più avvenire, deliberò il comune di farvi un forte e nobile castello di mura, e incontanente del mese d’agosto del detto anno 1355 si cominciarono a fare i fossi, e all’uscita di settembre del detto anno si cominciarono a fondare le mura, e tutte s’allogarono in somma a buoni maestri con discreti e avvisati provveditori, dando d’ogni braccio quadro soldi sette di piccioli, di lire tre soldi nove il fiorino dell’oro, dando il comune a’ maestri solo la calcina, acciocch’e’ maestri avessono cagione di fare buone le mura. Le mura furono larghe nel fondamento braccia quattro, e fondate braccia uno sotto il piano del fosso, e sopra terra grosse braccia due, ristrignendosi a modo di barbacane, e sopra terra alle braccia dodici, con corridoi intorno i beccatelli, e armate di torri intorno intorno, di lungi braccia cinquanta dall’una torre all’altra, alzate braccia dodici sopra le mura e con due porte mastre, catuna con due torri più alte che l’altre e bene ordinate alla guardia. E questo circuito comprese il poggio e il borgo, e senza arresto fu compiuto e perfetto il lavorio del mese di settembre seguente 1356. E veduto il conto del detto edificio, costò al Comune di Firenze trentacinque migliaia di fiorini d’oro.

CAP. LXXIV. Come in Firenze s’ordinò la tavola delle possessioni.

Di questo mese d’agosto, alquanti cittadini di Firenze, parendo loro che dovesse essere util cosa al comune per levare la briga a’ creditori di ritrovare i beni del debitore, misono innanzi a’ signori che si facesse una tavola, nella quale si scrivessono tutti i beni immobili della città e del contado per popolo e per confini, e diedono il modo a catuno quartiere della città e del contado per se; e’ signori misono la petizione, e vinsesi, parendo a tutti che dovesse essere utile cosa. Agli uomini antichi, e savi e pratichi parea la cosa impossibile a potere avere perfezione, ma non fu loro creduto, se non quando per pratica si conobbe. Furono comandate le recate a ogni possessore sotto grave pena, e nondimeno ch’e’ reggitori de’ popoli anche le dovessono recare, catuno si provvidde di recare e di fare recare i beni in cui volle, e confinavali secondo che trovava l’usata vicinanza, e quando tali nelle loro recate mutavano i primi possessori, e così d’ogni parte discordavano i confini, e oltre a questa inconvenienza ve n’accorrevano molte altre maggiori. Per la qual cosa dopo la lunga scrittura, e la grande spesa cresciuta parecchi anni, in confusione senza frutto rimase abbandonata, e la sperienza ammaestrò il nostro comune alle sue spese. Avenne fatta memoria per esempio di coloro che verranno appresso, acciocch’e’ notino quello ch’è detto provato per opera; e ancora, che molti recavano una medesima cosa per mostrare che possedessero i beni: ma quello ch’è più forte, si è la mutazione de’ beni, che più occorre nella nostra città che altrove, perchè più abbonda di mercatanzie e di mestieri e d’arti, c’hanno a fare la mutazione de’ beni immobili.

CAP. LXXV. Come il re d’Inghilterra con grande apparecchio valicò a Calese.

Avendo noi addietro narrata la morte del conestabile di Francia, della quale il re di Navarra fu operatore, seguita, che d’allora innanzi il re di Navarra era in odio del re Giovanni di Francia, e per questa cagione tenne trattato col re d’Inghilterra di riceverlo nelle sue terre. Il re d’Inghilterra era di questo molto contento, e però mise in concio sua gente e suo navilio per valicare con forte braccio; e nel soprastare che facea, per sollecita operazione del cardinale di Bologna e d’altri baroni e’ fu fatta la pace tra ’l re di Francia a quello di Navarra, e perdonatoli liberamente l’offesa della morte del conestabile, e per suo amore a tutti gli altri ch’erano a ciò stati. Il re d’Inghilterra avendo apparecchiata la sua gente d’arme e ’l suo navilio, del mese di settembre del detto anno valicò a Calese. Il re di Francia avea d’altra parte apparecchiata la sua baronia, e con quindicimila cavalieri e molti sergenti gli si fece incontro in Normandia. Il re d’Inghilterra sentendo la pace fatta tra’ due re, e vedendo la gran forza apparecchiata contro a sè dal re di Francia, non si attentò d’uscire a campo, nè di seguire sua impresa, e data la volta, con sua vergogna si ritornò con tutta la sua oste in Inghilterra. Il re di Francia sentendo i suoi nemici tornati nell’isola si ritornò a Parigi, e dimostrando grande amore al re di Navarra, gli accomandò il Delfino suo maggiore figliuolo, i quali d’allora innanzi si congiunsono di fraternale amore, e di grande compagnia.

CAP. LXXVI. Come il re Luigi s’accordò colla compagnia del conte di Lando.

Mandaci il tempo materia di ritornare in Italia. Di questo mese di settembre del detto anno, essendo la compagnia ritornata presso a Napoli in Terra di Lavoro, e il re per arroto al danno per la gente condotta nel Regno alle sue spese, volendo atare i Napoletani che non perdessono le loro vendemmie, e non avendo il podere altro che con danari, rifece la nuova concordia, e promise loro centocinque migliaia di fiorini d’oro; le trentacinque migliaia contanti, e le settanta in due paghe a venire: e mentre che le penassono ad avere si doveano stare in Puglia. E per fornire la prima paga, il re Luigi gravò di fatto i Napoletani, e certi baroni, e forestieri, e mercatanti, e le loro mercatanzie, e pagò la compagnia, e andossene in Puglia alla roba d’ogni uomo, non senza grande rammarichio, contro alla corona degli uomini di quel paese.

CAP. LXXVII. Come il conte da Doadola fu sconfitto e morto dal capitano di Forlì.

Avendo il legato rivolto tutto suo intendimento di volere abbattere la tirannia di Francesco degli Ordelaffi capitano di Forlì, e guerreggiando la città di Cesena, il conte Carlo da Doadola con due figliuoli del conticino da Ghiaggiuolo de’ Malatesti si mise in preda con cento cavalieri e con assai masnadieri, e corsono insino presso alle mura di Cesena; e avendo raccolta una buona preda d’uomini e di bestiame, si raccoglievano per tornare al campo. Avendo questo sentito madonna Cia moglie del capitano, a cui egli avea accomandata la guardia di quella città, non come femmina, ma come virtudioso cavaliere montò a cavallo coll’arme indosso gridando, e smovendo i cavalieri soldati che v’erano che la dovessono seguire contro a’ nemici ch’erano di fuori. I cavalieri inanimati, vedendo tanto ardire in una femmina, di presente la seguitarono, e abboccatosi co’ nemici per forza li sconfissono, e fuvvi fedito il conte Carlo per modo che poco appresso morì, e presi i due figliuoli del conticino da Ghiaggiuolo, e la maggior parte de’ cavalieri e assai masnadieri furono prigioni; e riscossa la preda, con grande onore si tornarono in Cesena del mese d’agosto predetto.

CAP. LXXVIII. Come la gente del Biscione prese le mura di Bologna e furono cacciati.

Poco addietro ci ricorda, che noi trattammo de’ duemila cavalieri e de’ molti masnadieri che messer Bernabò avea mandati sopra Bologna, e le mute che fatte aveano di luogo in luogo; all’ultimo, all’uscita del mese d’agosto del detto anno, erano tornati al borgo a Panicale forniti di molte scale, e bolcioni ferrati da cozzare mura della città, e di queste cose il signore di Bologna non si prendeva guardia. E però una notte ordinata tutta l’oste se ne venne alle mura di Bologna dalla parte del prato, dov’era più solitario, ed ebbono poste le scale alle mura, e di subito vi montarono suso più di dugento cavalieri armati, ch’erano smontati de’ cavalli, e assai masnadieri, e traboccate le guardie che vi trovarono dalle mura in terra, cominciarono a perquotere le mura co’ bolcioni tanto che già l’aveano forate e aperte le mura da piè, innanzi che ’l signore o i cittadini se n’avvedessono, e alquanti per gagliardia erano scesi dentro e entrati per la piccola rottura; e parendo agli assalitori avere la forza delle mura e l’entrata, avvisando che dentro fosse dato loro alcuno aiuto per lo loro trattato, cominciarono a gridare ad alte boci: Vivano i popolani, e muoia il signore. A questo romore il popolo si cominciò a sentire, e ogni uomo a prendere l’arme, e certe masnade di fanti a piè toscani con alquanti cittadini trassono in quella parte ov’erano i nemici, e quanti ne trovarono a basso entrati uccisono, e ingrossandosi alla difesa quelli della terra a cavallo e a piè, con molti balestrieri cacciarono a terra quelli ch’erano montati su per le mura; e avvedendosi i capitani della gente di messer Bernabò, che per lo fallo dell’affrettato romore la città era difesa, con vergogna sonarono a ricolta e tornarsi al borgo a Panicale, e indi cavalcate le contrade d’intorno, e fatto assai danno d’arsione presono loro cammino e andarono a Milano; e il signore di Bologna, vedendo il pericolo ch’avea corso, prese miglior guardia.