WeRead Powered by ReaderPub
Cronica di Matteo Villani, vol. 3 / A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna cover

Cronica di Matteo Villani, vol. 3 / A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna

Chapter 86: CAP. LXXXIV. Come il re d’Inghilterra tornò in Francia.
Open in WeRead

About This Book

Il testo unisce un prologo di riflessione morale sulle vanità del potere con resoconti cronachistici: descrive una solenne incoronazione a Roma, le cerimonie, la processione e il soggiorno dell’imperatore fuori città, quindi rapporta vicende militari e politiche in Provenza, tra la presa notturna d’un castello da parte d’un nobile tornato dall’esilio e la reazione dei baroni che organizzano l’assedio. Tra dettagli cerimoniali e movimenti di truppe emergono osservazioni sulle relazioni tra autorità imperiale, principi stranieri e potere papale, nonché considerazioni sul declino o la corruzione delle signorie quando mancano virtù e giustizia.

CAP. LXXIX. Novità state in Udine.

Di questo medesimo mese d’agosto: o che il patriarca d’Aquilea facesse fare gravezze con oppressione al popolo della città d’Udine a lui soggetta, o che il vicario ch’era testa lucchese, chiamato messer Iacopo Morvello, per soperchia baldanza, ch’avea per moglie la figliuola del patriarca, facesse da sè cose sconce, a furore di popolo con l’aiuto d’alquanti terrieri del paese fu preso nel palazzo del comune, e tratto di là, fu racchiuso in prigione, e poco appresso senza processo dicollato, in grande vituperio e vergogna del patriarca, ch’era fratello dell’imperadore.

CAP. LXXX. Come abbondarono grilli in Cipri e in Barberia.

In questo tempo abbondarono nell’isola di Cipri tanti grilli, che riempierono tutti i campi alti da terra un quarto di braccio, e consumarono ciò che verde trovarono sopra la terra, e guastarono i lavori per modo, che frutto non se ne potè avere in quest’anno. E ’l simigliante avvenne questo medesimo anno 1355 in molte parti della Barberia, e massimamente nel reame di Tunisi; ed essendo mancato il pane al minuto popolo di Barberia, metteano i grilli ne’ forni, e cotti alquanto incrosticati li mangiavano i Saracini, e con questa brutta vivanda mantennero la misera vita, ma grande mortalità seguitò di quel popolo.

CAP. LXXXI. Come messer Maffiolo Visconti fu morto da’ fratelli.

Messer Maffiolo de’ Visconti di Milano essendo il maggiore de’ tre fratelli signori di Milano, perchè era dissoluto nella sua vita e senza alcuna virtù era riputato il minore nel reggimento della signoria: tuttavia messer Bernabò e messer Galeazzo gli rendeano assai onore. Avvenne, che per scellerato stemperamento della sua lussuria accolse nella camera sua venti tra donne maritate, e fanciulle, e altre femmine, colle quali, avendole fatte spogliare ignude, si sollazzava a suo diletto con loro bestialmente; e ricordandosi in quello sformato e sfrenato ardore di libidine d’una bella giovane moglie d’un buono cittadino di Milano, mandò per lei, e minacciandolo di farlo morire se immantinente non glie la menasse, o mandasse. Vedendosi questo buono uomo a così villano partito, come disperato piangendo se n’andò a messer Bernabò, e contogli il grave partito a che messer Maffiolo l’avea messo, dicendo, che innanzi volea morire ch’assentire a cotanta sua vergogna, pregandolo che ’l dovesse atare. Messer Bernabò disse: Io non ho a gastigare il mio maggiore fratello, per non mostrare a colui la sua intenzione, e di presente cavalcò all’ostiere di Messer Maffiolo, e trovò la scellerata danza del suo fratello; e senza dire alcuna cosa diede la volta, e accozzossi con messer Galeasso, e disse: Noi corriamo gran pericolo di nostro stato, e le sconce e dissolute cose di messer Maffiolo ci faranno cacciare della signoria, se per noi non si ripara a cotanto pericolo a che ci conduce. E manifestatoli ciò che facea delle donne de’ buoni uomini di Milano, e il richiamo che n’avea avuto, di presente s’accordarono alla morte sua, che altro gastigamento non avea luogo. E però essendo andato messer Maffiolo a Moncia a fare una caccia, la sera di sant’Agnolo di settembre, li feciono dare con quaglie veleno; e la mattina vegnente essendo nella caccia si cominciò a sentir male nel ventre, e di presente se ne tornò a Milano; e vicitato la sera da’ fratelli, la mattina si trovò morto in sù ’l letto. Alcuni dissono, che in quella visitazione e’ fu soffocato da loro, e altri tennono che morisse delle quaglie; e l’una cagione e l’altra potè essere, per non farlo storiare. Il vero fu che morì come un cane, senza confessione, di violenta morte, e forse degnamente per la sua dissoluta vita.

CAP. LXXXII. Come messer Bernabò ebbe la Mirandola.

Dappoichè la bastita da Modena per l’arsione fu ripresa da’ Modenesi, messer Bernabò tenne nelle castella ch’avea acquistate nel Modenese gente d’arme per scorrere il paese, e fare continova guerra a Modena: e oltre a ciò mise a campo tra Reggio e Modena millecinquecento cavalieri e assai masnadieri, i quali assediavano il castello della Mirandola, il quale era di certi gentili uomini loro patrimonio: e non essendo potenti a poterlo lungamente difendere da’ signori di Milano, s’accordarono con loro, e diedono la guardia del castello a messer Bernabò, ed egli li ricevette in amistà, e con provvisione li mise nelle sue guerre. E in questi dì, vedendosi messer Giovanni da Oleggio in pericolo della guardia di Bologna, cercò accordo con messer Bernabò; e messer Bernabò per poterlo rimettere in confidenza, per meglio potere venire alla sua intenzione, s’accordò con lui; e messer Giovanni gli promise di guardare Bologna per lui, e dopo la sua morte gliela lascerebbe, e riceverebbe nella città continuamente un suo potestà. E fece questo messer Giovanni da Oleggio senza volontà o consiglio de’ cittadini di Bologna, sperando rimanere in pace nella signoria, nella quale rimase in continovi aguati, come leggendo per innanzi si potrà trovare: e ricevette in prima per potestà di Bologna il signore della Mirandola sopraddetto.

CAP. LXXXIII. Come i Perugini presono a difendere Montepulciano.

I Sanesi vedendosi avere perduta in tutto la signoria ch’avere soleano in Montepulciano, trattavano della guerra; ed essendo cercato se co’ Sanesi si potea trovare modo d’accordo senza fargliene signori, non trovandosi, i signori che dentro v’erano ritornati, ricordandosi che ’l comune di Siena non avea attenuti i patti promessi loro altra volta sotto la sicurtà e fede del comune di Firenze e di Perugia, a cui i Sanesi l’aveano rotta con inganno assai sconcio e manifesto, al quale i detti comuni senza l’arme non aveano potuto mettere rimedio, e l’arme non aveano voluto pigliare, per questa cagione non si vollono più fidare alla corrotta fede de’ Sanesi; e vedendosi impotenti da difendersi da’ Sanesi, s’accordarono, e misono di volontà del popolo la guardia di Montepulciano con certi patti nelle mani de’ Perugini; e i Perugini vaghi di crescere signoria, e ricordandosi dell’ingiuria ricevuta in Siena per questi fatti di Montepulciano, accettarono la guardia, e incontanente la fornirono di loro soldati a cavallo e a piè per difenderla da’ Sanesi. Questa cosa conturbò molto il comune di Siena, e perciò facendosi la lega che seguitò appresso de’ Toscani, i Sanesi non vi vollono essere, e altre gravi cose ne seguirono, come innanzi si potrà trovare al debito tempo.

CAP. LXXXIV. Come il re d’Inghilterra tornò in Francia.

Quello che seguita è cosa bene strana: essendo il re d’Inghilterra, come poco innanzi avemo contato, ritornato di state nell’isola d’Inghilterra con tutto suo oste e col navilio, e dovendosi secondo usanza della guerra, il navilio e la gente d’arme riposare per la grazia del verno, il detto re di maggiore animo e ardire che altro signore al suo tempo, del mese d’ottobre del detto anno, co’ figliuoli, e colla moglie, e co’ baroni, e con grande moltitudine di suoi cavalieri e arcieri, di subito e improvviso a’ Franceschi valicò a Calese: e di presente fece tre osti, l’una accomandò al conte di Lancastro suo cugino, e questa mandò in Brettagna, e la seconda accomandò al suo maggiore figliuolo duca di Guales, e questa mandò in Guascogna, e l’altra ritenne a sè, per venire verso Parigi, e a catuna comandò che dimostrasse sua virtù, mettendosi innanzi fra le terre del re di Francia ardendo e predando, e facendo dimostranza di valorosi baroni contro a’ loro nemici.

CAP. LXXXV. Come il re d’Inghilterra cavalcò il reame fino ad Amiens.

Mandato ch’ebbe il re d’Inghilterra i detti baroni, catuno con grande compagnia di cavalieri e d’arcieri nel reame di Francia, egli in persona si mosse da Calese colla sua oste, e avviossi verso Parigi dov’era il re di Francia, e guastando le ville del paese con fuoco, facendo grandi prede se ne venne ad Amiens, e ivi s’arrestò alquanti dì. Ma vedendo che ’l soprastare gli era pericoloso per la gran cavalleria che ’l re di Francia apparecchiava contro a lui, e perchè i passi del suo ritorno erano da potere essere occupati, sopravvenendo la gente del re di Francia, a grave suo pericolo, come savio guerriere raccolse tutta la sua gente e tutta la preda ch’avea fatta, e senza contasto sano e salvo colla sua oste si tornò a Calese in dieci dì dalla sua mossa. Il conte di Lancastro entrò colla sua oste in Brettagna e cavalcò il paese, facendo danno assai e grandi prede, e stettevi più tempo: poi si raccolse colla sua oste, e con gran preda tornossi a salvamento.

CAP. LXXXVI. Della materia degl’Inghilesi medesima.

Il valente prenze di Guales colla sua compagnia di tremila cavalieri e quattromila arcieri mosso da Calese, a gran giornate si mise in Tolosana, e trovando i paesi sprovveduti del suo subito avvenimento, fece in Tolosana molte grandi prede, e con fuoco guastò molto paese; e senza arrestarsi in Tolosana cavalcò a Carcasciona, e vinse e prese l’antica città di Carcasciona, fuori che la rocca della villa, ch’era un forte castello; e recato in preda ciò che potè fare portare, arse la maggior parte della villa, e cavalcò più innanzi in Bideurese, e arse e fece preda grande senza contasto, e della sua gente corse insino presso a Mompelieri a poche leghe, e dimostrava di voler venire insino a sant’Andrea dirimpetto a Avignone, il Rodano in mezzo, e forte se ne temette nella corte di Roma; ma il papa gli mandò a dire che non venisse più innanzi, e incontanente per ubbidire al santo padre si tornò addietro, essendo stato nuovo flagello di quel paese, che memoria non v’avea per i viventi a quel tempo ch’altra guerra gli avesse molestati. Il conestabile di Francia, ch’era allora messer Giacche figliuolo del duca di Borbona, giovane cavaliere e di gran cuore, avendo accolta assai gente d’arme, in compagnia del conte d’Armignacca, e del conte di Foci e di più altri baroni del paese, sentendo tornare per quel paese il duca di Guales con tutta la preda, ch’era più di mille carrette cariche dell’avere de’ paesani, e più di cinquemila prigioni, si volle abboccare con gl’Inghilesi per combattere con loro per riscuotere la preda. Il conte d’Armignacca e gli altri baroni non vollono e non acconsentirono al conestabile, parendo loro avere disavvantaggio per la buona compagnia de’ franchi guerrieri ch’erano con il duca di Guales. Il giovane e franco barone ne prese sdegno, e cavalcò a Parigi e rifiutò l’uficio, e allora fu fatto conestabile il duca d’Atene conte di Brenna. Il valente duca di Guales intese a conducere la sua preda, ch’era oltre a modo grande, e sentendo i nemici appresso, come fu alla selva di Crugnì per maestria di guerra vi nascose una parte di sua gente in aguato, e i Franceschi vi mandarono ad imboscare, non sapendo degl’Inghilesi che v’erano, messer Astorgio di Duraforte con mille cavalieri, i quali entrando nella selva furono di subito assaliti dagl’Inghilesi che prima v’erano riposti, che poco sostennono, che furono sconfitti e sbarattati con loro danno, e d’allora innanzi non trovarono gl’Inghilesi contasto, e ricchi di preda, sani e salvi si tornarono a Bordello in Guascogna, del mese di novembre del detto anno.

CAP. LXXXVII. Come morì il re Lodovico di Cicilia, e l’isola rimase in male stato.

Di questo mese di novembre anno detto, Lodovico di Cicilia primogenito di don Pietro si morì molto giovane, e poco appresso di lui si morì il seguente suo fratello detto duca Giovanni, e de’ tre fratelli rimase Federigo il minore, il quale la setta de’ Catalani recarono appo loro, per potere sotto il titolo d’avere a governare il giovane, a cui s’appartenea il regno, aggiugnersi maggiore forza. Ma per questo l’altra setta degl’Italiani si feciono più strani contro al duca Federigo, e diventarono più animosi contro alla setta de’ Catalani. E per la detta maladizione di divisione e tempesta tanto intestina battaglia era nell’isola, che gli abitanti di catuna terra erano in fatica d’avere del pane per vivere, e consumavansi d’inopia e di carestia; e di questo seguitò poi grande novità nell’isola, come al suo tempo racconteremo.

CAP. LXXXVIII. Come in Napoli fu romore.

A’ Napoletani parendo essere gravati de’ danari pagati per la compagnia e d’alcune altre gravezze, del mese di novembre del detto anno, per mostrare la potenza e la franchigia di quella città, tutti di concordia presono l’arme, e feciono armare tutti i forestieri mercatanti e artefici ch’erano nella città, e levarono il romore, gridando: Viva la reina, e muoia il suo consiglio. E di questo tumulto seguitò solamente, che la misura del sale fu alcuna cosa consentita loro migliore mercato: convenevole prezzo di cotanto movimento, non volendosi francare dell’antica consuetudine della loro natura, che come sono pieni di furore per ambizioso vento, così poco mantengono l’ira, che li riduce a pace.