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Cronica di Matteo Villani, vol. 4 / A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna cover

Cronica di Matteo Villani, vol. 4 / A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna

Chapter 161: CAP. LV. Come Pavia s’arrendè a messer Galeazzo.
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About This Book

A medieval chronicle opens with a prologue that argues eloquence often accomplishes more than military force and surveys historical examples of rhetoric shaping events. The narrative then records episodes in which sermons and moral exhortation spur political and social change: a friar in Pavia condemns usury, vice, and tyrannical rule, attracts large congregations, and organizes citizens into guards and centurial leaders who confront local lords and reclaim communal authority. Throughout, reflective passages about speech and power alternate with detailed accounts of popular mobilization, clerical influence, and conflicts between rulers and urban communities.

CAP. XXX. Come la compagnia mandò il guanto della battaglia al nostro capitano, e la risposta fatta.

Currado conte di Lando capitano e guida della compagnia, con gli altri caporali e conducitori, avendo da’ Pisani ferma promessa e dalla gente loro, ch’erano in numero di ottocento barbute e di duemila pedoni, la quale teneano in punto a Montechiaro sotto colore e nome di guardia, mischiandosi continovo con quella della compagnia, della quale cosa i Fiorentini n’erano crucciosi e male contenti, tutto che in vista accettassono le scuse de’ Pisani, e que’ della compagnia ne prendessono caldo e baldanza credendo spaventare col detto appoggio, a dì 12 del mese di luglio in persona loro trombetti mandarono con grande gazzarra trombando nel campo de’ Fiorentini con una frasca spinosa, sopra la quale era un guanto sanguinoso e in più parti tagliato con una lettera che chiedea battaglia, dicendo, che se accettassono l’invito togliessono il guanto sanguinoso di su la frasca pugnente; il capitano con molta festa e letizia di tutta l’oste prese il guanto ridendo; e ricordandosi che in Lombardia nel luogo detto la frasca era stata a sconfiggere il conte di Lando, con volto temperato e savio consiglio rispose in questa forma: Il campo è piano, libero e aperto in tra loro e noi, e pronti siamo e apparecchiati a nostro podere a difendere ed esaltare il campo in nome e onore del comune di Firenze e la giustizia sua, e per niuna altra cagione qui siamo venuti, se non per mostrare con la spada in mano che i nemici del comune di Firenze hanno il torto, e muovonsi male senza niuna cagione di giustizia o ragione di guerra; e per tanto speriamo in Dio, e prendiamo fidanza e certezza d’avere vittoria di loro: e a chi manda il guanto direte, che tosto vedrà se l’intenzione sua risponderà alla fiera e aspra domanda: e fatta questa risposta, e onorati i trombetti di bere e di doni, il capitano fece sonare li stromenti per vedere il cambio de’ suoi; e tutto che dubbioso sia l’avvenimento della battaglia, e che vittoria stia nelle mani di Dio, e diela a cui e’ vuole, grande sicurtà e fidanza prendeva nostra gente, che in que’ giorni era fortificata di trecento soldati di cavallo nuovamente fatti per lo nostro comune, e della venuta di messer Ambrogiuolo figliuolo naturale di messer Bernabò che in que’ pochi dì venne con cinquecento cavalieri e con mille masnadieri, il quale giunto, a grande onore ricevuto da’ Fiorentini, e donatoli uno nobile destriere, di presente cavalcò nell’oste e con molti cittadini, i quali stimando che si facesse battaglia si misono in arme e andarono all’oste. E infra l’altre cose che occorsono in questa faccenda fu, che messer Biordo e ’l Farinata della casa degli Ubertini essendo in bando per ribelli del comune di Firenze, s’offersono in suo aiuto e onore, ed essendo graziosamente accettati, vennono con trenta a cavallo nobilmente montati e bene in arnese, e veduti volentieri e lodati da tutti cavalcarono al campo, d’onde per tornare in grazia del nostro comune tanto si faticò messer Biordo, ch’era grande maestro di guerra, che ne prese infermità, e tornato a Firenze ne morì, e per lo nostro comune fu di sepoltura maravigliosamente onorato come a suo tempo diremo. E stando dopo la detta richiesta a petto l’un oste all’altro senza fare in arme atto nessuno, una notte di furto si partirono della compagnia trecento cavalieri con alquanti masnadieri, e cavalcarono verso Castelfranco, e ritraendosi senza, preda, si riscontrarono con tre cittadini di Firenze e altri Empolesi i quali alla mercatantesca tornavano da Fisa, i quali presono, e feciono ricomperare, e da indi innanzi più non s’attentarono di cavalcare in sul nostro contado e distretto. Stando le due osti vicine, parendo al conte di Lando, e agli altri caporali e a tutta la compagnia avere poco onore della invitata di giostra, a dì 16 del mese di luglio con le schiere fatte si misono innanzi verso l’oste de’ Fiorentini: il capitano saviamente consigliato, fatto della gente del nostro comune una massa, con maestria e bell’ordine di gente d’arme in tutte sue parti bene divisa e capitanata com’era mestiere, si dirizzarono verso i nemici, i quali veggendoli venire, si fermarono in un luogo che si chiama il Campo alle Mosche, il quale era cinto di burrati e aspre ripe, dove senza grande disavvantaggio di chi volesse offendere non poteano essere assaliti; i nostri gli aspettarono al piano, allettandoli alla battaglia il luogo il quale era comune; ma i grandi minacciatori, e di poco cuore, se non contro a chi fugge, non s’attentarono di scendere al piano, e co’ palaiuoli e marraiuoli che assai n’aveano da’ Pisani non intesono a spianare il campo, ma ad afforzarsi con barre e steccati in quel luogo, e ivi alloggiatisi, e arso il campo ond’erano partiti, il capitano de’ Fiorentini si fermò coll’oste dov’era arso il Campo, a meno d’un miglio di piano presso a’ nemici, e quivi afforzossi per non essere improvviso assalito, e spesse fiate con gli Ungheri insino alle barre facea assalire i nemici, ma nulla era, che tutti o parte di loro si volessono mettere a zuffa; il perchè faceano pensare che ciò facessono per maestria di guerra per cogliere i nostri a partito preso e a vantaggio loro; ma il savio capitano col buono consiglio sempre stava a riguardo e provveduto in forma, che con inganno non li facessono vergogna. I Sanesi veggendo che contro la loro opinione e pensiero i Fiorentini prosperavano, per ricoprire il fallo loro ne feciono un’altro maggiore, perocchè per loro ambasciadori si mandarono a scusare al nostro comune, e offerendo aiuto trecento barbute; la scusa fu benignamente ricevuta, e accettata la promessa, la quale feciono, che si convertì in fumo, perchè non si facea nè procedea di diritto e buon cuore.

CAP. XXXI. Come la compagnia vituperosamente si partì del Campo delle Mosche, e fuggissi.

Vedendo i conducitori della compagnia che l’oste de’ Fiorentini era loro appressata con molta allegrezza sotto il savio governo del buono capitano, e di molti altri valenti uomini d’arme famosi, e sofficienti ad essere ciascuno per sè capitano, e di tali v’erano ch’erano stati, e che la gente del comune di Firenze era fresca e bene armata, e la loro stanca, e la maggiore parte fiebole e male in arnese; e veggendo che al continovo a’ nemici forza cresceva, e temendo di non essere soppresi nel luogo dov’erano, e che i passi non fossono loro impediti; e sentendo, ch’e’ Fiorentini di ciò procacciavano, e presa esecuzione aveano mandati balestrieri e pedoni nelle montagne verso Lucca; e conoscendo che a loro convenia vivere di ratto spargendosi, e cercando da lunga la preda, o che essendo tenuti stretti a loro convenia o arrendersi o morire di fame; ed essendo stati a gravare i Pisani venti dì più che non era in patto con loro, soprastando quivi senza venire a battaglia temeano di soffratta di vittuaglia, aspettando il soperchio di non rincrescere ad altrui, e diffidandosi di vincere i Fiorentini per istracca, e tutto ch’avessono domandata battaglia la schifavano, e per tema di non esservi recati per forza s’erano afforzati con fossi e steccati, la vilia di santo Iacopo a dì 23 di luglio, di notte, innanzi l’apparita del giorno, misono nel loro campo fuoco, e in fretta sconciamente si partirono, quasi come in fuga, non aspettando l’uno l’altro, valicando il colle delle Donne in su quello di Lucca, ch’era loro presso; sicchè prima furono in su quello di Lucca infra sei miglia, che l’oste de’ Fiorentini li potessono impedire. E ciò avvenne, perchè il nostro comune avea imposto al capitano che si guardasse di non rompere la pace a’ Pisani cavalcando in su quello di Pisa o di Lucca, che la teneano allora, e per la detta cagione il capitano non si mise a seguirli. E certo e’ si portò valentemente in tenere a ordine e bene in punto così grande oste, e farsi temere e ubbidire alla gente che gli era commessa, e alla forestiera che serviva per amore, procedendo con savia condotta, e buona e sollecita guardia, per modo che in pochi giorni ricise il pensiero dell’offesa de’ nemici, e a loro tolse ogni speranza che ’l conte di Lando avea e gli altri caporali di fare quel male che aveano promesso di fare al nostro comune. Questa utile impresa e degna di fama fece assai manifesto, e fece conoscere pienamente a tutti i comuni di Toscana e d’Italia, e a’ signori, che gente di compagnia, quantunque fosse in numero grande, e terribile per sua operazione scellerata e crudele, si potea vincere e annullare, perocchè la sperienza occorse, che tale gente somigliante furono per natura vile e codarda cacciare dietro a chi fugge, e dinanzi si dilegua a chi mostra i denti. Noi vedemo, che il ladro sorpreso nel fallo invilisce, e lasciasi prendere a qualunque persona; e così addivenne di questa mala brigata, che solo per rubare si riducea in compagnia. E per non dimenticare il resto, quello di che giudichiamo degno di nota intorno a questa materia, pensiamo che fosse operazione di Dio, che in quel dì ch’elli erano stati sconfitti a piè delle Scalee nell’alpe, in quel medesimo dì rivolto l’anno e finito, essendo nel piano largo e aperto, si fuggirono del campo alle Mosche. Basti d’avere tanto detto, e faremo punto qui alle nostre fortune, per seguire delle straniere quante n’avvenne ne’ tramezzamenti di questi tempi, secondo che siamo usati di fare.

CAP. XXXII. Come il re d’Ungheria passò nel reame di Rascia.

Poco addietro di sopra scrivemmo i casi occorsi nel reame di Rascia, e come il re di Rascia s’era partito dall’omaggio del re d’Ungheria, ed erasi fatto rubello; e seguendo la detta materia, tenendo il re di Rascia parte della Schiavonia appartenere a dominio al re d’Ungheria, cessava fare il debito servigio, onde il re d’Ungheria n’era forte indegnato. Il perchè trovato che il passo della Danoia gli era sicuro, e ricetto di sua gente apparecchiato per lo barone del re di Rascia, che colla forza e aiuto degli Ungheri avea vinto e sconfitto il suo avversario, e fattosi uomo del re d’Ungheria, del mese di maggio 1359, il re d’Ungheria con più de’ suoi baroni passarono la Rascia con grande quantità d’arcieri a cavallo e d’altra gente d’arme, colla quale si partirono dalla riva della Danoia, e passando per piani corsono infino alle grandi montagne di Rascia, e quivi trovarono nel piano molto di lungi dalle coste de’ monti gran gente del re di Rascia, quivi ragunata per difesa del regno. Gli Ungheri vogliosamente s’abboccarono con loro, e dopo lunga battaglia li ruppono, onde in fuga abbandonarono il piano, e ridussonsi alla montagna. E avendo la gente del re d’Ungheria fatto questo principio, il re in persona valicò la Danoia con grande esercito, e accozzato con l’altra sua oste, e seguendo la fortuna, si mise contra quella gente vile, e combattendo vinse gli aspri passi per forza, sicchè in breve tempo tutta la grande montagna fu tutta in sua balìa. Veggendosi il re prosperare, diliberò di valicare in persona la montagna, ma i baroni suoi non glie l’assentirono, perchè non parve loro che per questo la persona del re si mettesse a questa ventura, ma molti de’ baroni e molta di sua gente valicò per combattersi col re de’ Servi, che così è titolato il re di Rascia; il quale in campo non osò comparire, ma con tutta sua gente si ridusse, secondo loro costume, alle fortezze delle boscaglie, ove non poteano essere impediti, senza smisurato disavvantaggio di chi ne fosse messo alla punga. Gli Ungheri senza trovare contradizione o resistenza alcuna piccola o grande cavalcarono infra ’l reame più d’otto giornate per li piani aperti, non trovando niente che potessono predare, perchè tutto era ridotto alle selve; alquanti cavalieri ungheri si misono il campo in una boscaglia, ed essendo assaliti d’alquanti villani, credendo avere trovato il grosso de’ nemici, assai di loro si ferono cavalieri, stimando di venire a battaglia, i quali appellati furono poi per diligione e scherno i cavalieri della Ciriegia, perocchè essendo abbattuti nel bosco a’ ciriegi, ne mangiavano quando da’ detti villani furono assaliti. Il re d’Ungheria, veggendo sua stanza senza profitto, non avendo trovato contasto, con tutta sua oste si ritornò in Ungheria.

CAP. XXXIII. Come messer Feltrino da Gonzaga tolse Reggio a’ fratelli.

Messer Guido da Gonzaga signore di Mantova, quando fermò la pace tra’ signori di Milano e la lega di Lombardia, segretamente promise a messer Bernabò, che per li suoi danari gli darebbe la città di Reggio. Questo segreto venne agli orecchi di messer Feltrino suo fratello innanzi che la detta promessa avesse effetto. Messer Feltrino prese suo tempo, e senza saputa di messer Guido entrò in Reggio, e con aiuto di gente e d’amici rubellò la città. Messer Guido credendo ricoverare la città per forza, del mese di maggio del detto anno ricolse grande gente d’arme, e impetrò ed ebbe aiuto da’ signori di Milano: e stando in Mantova, e ordinandosi per porre l’assedio, sentì che ’l signore di Bologna e ’l marchese di Ferrara aveano alla difesa fornita la terra, onde si rimase dell’impresa, la quale faceva malvolentieri, per non appressarsi troppo la forza de’ signori di Milano.

CAP. XXXIV. Come il vescovo di Trievi sconfisse gl’Inghilesi.

Il vescovo di Trievi veggendo il reame di Francia in tanta rivoluzione e traverse, e che necessario era a’ cherici per difesa di loro franchigia prendere l’arme, come uomo valoroso, ricolse gente d’arme e d’amistà e di soldo, e abboccossi per avventura in un assalto con certi Inghilesi, ch’erano guidati per gente del re di Navarra, e combattè con loro e sconfisseli, i quali erano intorno di millecinquecento, de’ quali assai ne furono morti. In questo medesimo giorno il Delfino di Vienna si mise ad assedio a Monlione, il quale era venuto alle mani degl’Inghilesi, per racquistarlo, e forte lo strinse, perchè essendo il castello presso a dieci leghe a Parigi, gli parea gran vergogna fosse della corona e grande abbassamento che fosse in podestà de’ nemici, e ’l luogo era molto presso a Parigi, e forte offendea. Durante l’assedio avea il Delfino a suo soldo certi baroni alamanni, e non avendo di che pagarli, loro diede in gaggio due buoni castelli del reame. Puossi considerare in quanta soffratta e debolezza era in questi giorni il reame di Francia, che si stimò per li savi se non fosse stato, com’era, antico e corale l’odio per lunghe riotte aveano avute i Franceschi e gl’Inghilesi, in dispetto innaturale convertito, il quale facea a’ Franceschi sostenere ogni affanno e ogni tormento, per certo il re d’Inghilterra era sovrano della guerra.

CAP. XXXV. Come fu soccorsa Pavia, e levatone l’oste de’ Visconti.

L’oste di messer Galeazzo signore di Milano lungamente era stato sopra Pavia con certe bastite, forte tenendo stretta la terra; il marchese di Monferrato preso suo tempo, con la più gente potè ragunare s’entrò cautamente in Pavia, e avuto per sue spie del reggimento dell’oste, e del poco ordine e guardie di quelli delle bastie, subitamente e aspramente li assalì improvviso, e li ruppe e sbarattò, e liberò dall’assedio, e menò in Pavia più di dugentocinquanta cavalieri e molti prigioni, e fornimento e arnese; e ciò fatto, si tornò alle terre sue. Messer Galeazzo per la sua gran potenza poco pregiando quella rottura rifornì subitamente le frontiere di Pavia di gente d’arme assai più che di prima, facendo tutto dì cavalcare in sulle porti di Pavia di gente d’arme assai più che di prima, sicchè senza tenervi bastia forte gli affliggea, e tenevagli sì stretti, che non s’ardivano d’uscir fuori persona, e di loro frutti non poteano avere bene. E del seguente mese di luglio il detto messer Galeazzo fece un’altra grande oste, e mandolla nel Monferrato addosso al marchese.

CAP. XXXVI. Come il capitano di Forlì s’arrendè al legato.

Avendo perduto il capitano di Forlì il caldo della compagnia, ed essendo per la lunga guerra molto battuto, e vedendo che più non potea sostenere, e che poco era in grazia e in amore de’ suoi cittadini per la messa che fatta avea della compagnia in Forlì, essendo tra il legato e lui per mezzani lungo trattato d’accordo, prese partito di arrendersi liberamente alla discrezione e misericordia del legato, con alcuna promessa d’essere bene trattato e del modo, che a dì 4 di luglio 1359, il legato in persona, avendo prima messa la gente sua e prese le fortezze, entrò in Forlì con grande festa e solennità e di sua gente e de’ cittadini di Forlì. Nella quale entrata Albertaccio da’ Ricasoli cittadino di Firenze, il quale al continovo era stato al consiglio segreto del cardinale, e delle sue guerre in gran parte conducitore e maestro, in sull’entrare del palagio fatto fu cavaliere. E ciò fatto, il legato ordinato la guardia della città e lasciatovi suo vicario se n’andò a Faenza, e ivi in piuvico parlamento, essendo dinanzi da lui messer Francesco degli Ordelaffi per addietro capitano di Forlì, riconobbe e confessò tutti i suoi falli ed errori che commessi avea contro la Chiesa di Roma e suoi pastori, i quali letti li furono nella faccia in presenza del popolo, domandando umilmente perdono e misericordia dalla Chiesa di Roma. Il legato fatto ciò, e in lungo e bello sermone gravando in parole l’ingiurie e la pertinacia della resia, e le pene nelle quali era incorso il capitano, privollo d’ogni dignità e onore, e per penitenza gl’impose, ch’elli vicitasse certe chiese di Faenza in certa forma; e ciò fatto, il legato cavalcò a Imola, ove venne il signore di Bologna sotto la cui confidanza il capitano s’era arrenduto; e stati a parlamento insieme più giorni, a dì 17 di luglio, il cardinale ricomunicò nella mensa messer Francesco degli Ordelaffi, e nominatamente tutti i suoi aderenti e quelli che l’aveano favoreggiato, e ristituillo nell’onore della cavalleria, e perdonogli tutte l’offese per lui fatte alla Chiesa di Roma, e annullò ogni processo per lui fatto di resia contro a lui, e ridusselo nella grazia sua, e dichiarò che dieci anni fosse signore di Forlimpopoli e di Castrocaro, potendo stare in ciascuno de’ detti luoghi famigliarmente, e rimanendo le rocche in guardia d’amici comuni, e liberamente li ristituì la moglie, e’ figliuoli, e tutti quelli che tenea in prigione degli amici e seguaci del capitano; e così ebbe fine la lunga e pertinace guerra e ribellione del capitano di Forlì; e per la detta cagione la Romagna rimase in pace, e liberamente all’ubbidienza della Chiesa di Roma.

CAP. XXXVII. Di una compagnia creata d’Inghilesi in Francia.

Volendo il re d’Inghilterra mostrare osservazione di pace secondo l’ordine, infintamente in suo titolo o nome niuna guerra fatta nel reame di Francia, ma i molti Inghilesi ch’erano nel reame seguendo il segreto ordine dato per lui ora con uno ora con altro caporale s’accostavano che li guidasse a guerreggiare e sconciare il reame di Francia; in questi tempi della state uno sartore inghilese il quale avea nome Gianni della Guglia, essendo nella guerra dimostrato prode uomo con gran cuore in fatti d’arme cominciò a fare brigata di saccardi e assai Inghilesi che si dilettavano di mal fare, e che attendeano a vivere di rapine, e cercando e rubando ora una villa ora un’altra nel paese crebbe in tanto sua brigata, che da tutti i paesani era ridottato forte; e per questo senza i casali non murati cominciarono tutti a patteggiarsi con lui, e li davano pannaggio e danari, ed egli li faceva sicuri; e per questo modo montò tanto sua nomea che catuno si facea suo accomandato, onde in pochi mesi fece gran tesoro. Essendo moltiplicato di gente e d’avere, cominciò a passare di paese in paese, e sì andando venne insino al Pau, e ivi prese laici, e’ cherici rubò, e’ laici lasciò andare; onde la corte di Roma ne mostrò gran paura, e pensava a farsi forte per resistere a quella brigata. Costui nell’avvenimento del Pau de’ signori d’Inghilterra lasciò il capitanato e la gente, e ridussesi all’ubbidienza del re, e de’ danari ch’avea accolti ne fè buona parte a’ reali; e così andavano in que’ tempi i fatti di Francia.

CAP. XXXVIII. D’una zuffa che fu tra gli artefici di Bruggia.

Noi avemo detto più volte, che ’l mondo per lo suo peccato non sa nè può stare in riposo, e le sue travaglie, le quali scrivemo, ne fanno la fede, che si può dire veramente l’opera nostra il libro della tribolazione, e nuove. In questi dì a dì 17 di luglio, avendo il conte di Fiandra ragunata la comune di Bruggia per alcuna sentenza che dare dovea per danno d’alcuno sopra certo misfatto, uno calzolaio prosuntuosamente si levò a dire nella ragunanza contro alla volontà del conte, il perchè due degli altri minuti mestieri parlando lo ributtarono, e dissono contro a lui. Il calzolaio trasse fuori la spada, e disse, che chi ’l volesse seguire con sua arme n’andasse alla piazza di Bruggia, il perchè molti de’ mestieri il seguirono; e ragunati in sul mercato con loro arme e transegne stavano in punto, e attenti per rispondere a chi gli volesse di quel luogo cacciare. Altri mestieri, che non erano contenti che costoro pigliassono nella villa maggioranza, de’ quali si feciono capo folloni e tesserandoli, s’andarono ad armare, e in breve spazio di tempo in gran numero si ragunarono in sul mercato, e di subito senz’altro consiglio in fiotto si dirizzarono a coloro ch’erano schierati in sulla piazza, e percossonli, e rupponli, e nell’assalto n’uccisono cinquantasette, e molti ne magagnarono di fedite. E ciò fatto, co’ loro avversari di presente feciono la concordia, e di loro feciono tre capi, uno tesserandolo, e uno carpentiere, e uno calzolaio, e in questi tre fu riposto e commesso il fascio e tutto il pondo di loro governamento e reggimento; e al conte non feciono violenza alcuna, nè niuno mal sembiante. E racchetò la furia e il bollore del popolo in un batter d’occhio, questi tre mandarono la grida, che catuno andasse a fare suo mestiero, e ponesse giù l’arme, e così fu fatto. Che a pensare, ed è incredibile cosa e maravigliosa, che il tumulto di tanto popolo con cotante offensioni e tempeste s’acquetasse così lievemente, senza ricordo delle ingiurie sanguinose mescolate della pace, ciò si può dire, che in un punto fu la pace, e l’aspra e crudele guerra.

CAP. XXXIX. Come l’imperadore de’ Tartari fu morto.

In questo tempo il figliuolo di Giannisbec imperadore de’ Tartari, ch’abitava intorno alla marina del Mare oceano detto volgarmente il Mare maggiore, avendo pochi anni tenuto l’imperio, e in quello piccolo tempo fatto morire per diversi modi quasi tutti quelli ch’erano di suo lignaggio, o per paura che non li togliessono la signoria, o per altro animo imperversato e tirannesco, ultimamente caduto in lieve malattia, affrettato fu di morire d’aprile 1359. E quanto che sua vita fosse con molta guardia e cautela, difendere non si seppe da morte violente, tanto era per sua iniquità mal voluto: e pur venne l’imperio dove con sollecitudine s’era sforzato che non pervenisse, a uno di sua gesta.

CAP. XL. Di novità de’ Turchi in Romania.

Nel medesimo tempo di sopra Ottoman Megi, il maggiore signore de’ Turchi, avendo riavuto il figliuolo il quale, come dicemmo, era stato preso da’ Greci, col detto suo figliuolo insieme con esercito grande di Turchi avea lungo tempo assediata Dommettica, nobile e bella città posta in Romania, la quale non essendo soccorsa dall’imperadore di Costantinopoli nè dagli altri, e non potendosi più tenere, s’arrendè, e venne in potestà de’ Turchi. E avendola Ottoman di sua gente di guardia fornita, con grandissima gente di Turchi si dirizzò a Costantinopoli, con speranza di prendere la terra, o per assedio, o per battaglia; e giunti, fermarono loro campo presso alla città, correndo spesso per tutti i paesi dintorno, e facendo a’ Greci grandissimo danno. E ivi stati lungamente senza fare acquisto di cosa che venisse a dire niente, veggendo che poco potea adoprare, se ne tornò in Turchia.

CAP. XLI. Come il Delfino di Vienna fece pace col re di Navarra.

Quanto che la pace fatta tra’ due re d’Inghilterra e di Francia in sostanza fosse nonnulla, nondimanco per non potere per onestà offendere palesemente forte era allentata la guerra, e molti Inghilesi s’erano tornati nell’isola con quello ch’aveano potuto avanzare del nò e del sì. Al re di Navarra pochi Inghilesi erano rimasi, onde non potendo tanto male fare quanto per l’addietro era usato, questa tiepidezza di tempo diede materia a quei baroni di cercare pace tra ’l re e ’l Delfino, la quale per le dette cagioni assai tosto seguì. E accozzati il re e ’l Delfino, per buona e ferma pace si baciarono in bocca, e il re promise di stare in fede della corona di Francia, e d’atare il Delfino a suo potere contro all’oppressione degl’Inghilesi. Questa pace molto fu cara, e di gran contentamento a’ Franceschi, perocchè la loro divisione era stata materia del guasto di Francia. Ma come che ’l fatto si fosse, la pace i più pensarono che fosse con inganno e a mal fine per la viziata fede del re di Navarra, e corrotta per l’usanza delle scellerate cose in che egli era trascorso, immaginando che non meno potesse nuocere sotto fidanza di pace, che fatto s’avesse nella guerra palese. E così ne seguette, come apparve poco appresso per segni aperti e manifesti.

CAP. XLII. Come l’oste de’ Fiorentini tornò a Firenze e la compagnia ne andò nella Riviera.

Fuggita la compagnia del campo delle Mosche dov’erano stati appetto dell’oste de’ Fiorentini per speranza venti giorni, com’è addietro narrato, ed essendo al ponte a San Quirico in sul fiume del Serchio, molti se ne partirono, e chi prese suo viaggio, e chi in uno e chi in altro paese; e la maggiore fortezza di loro, ch’era col conte di Lando, e con Anichino di Bongardo, quasi tutta di lingua tedesca, prese il soldo dal marchese di Monferrato: e ricevuto per loro condotta in parte di paga ventottomila fiorini d’oro, tutto loro arnese grosso con gran parte di loro gente misono in arme. E conducendoli sempre i Pisani, e avuto licenza dal doge e da’ Genovesi, e dato loro stadichi di non far danno per la Riviera, donde loro convenia passare, e di torre derrata per danaio, se n’andarono in sulla Magra; e s’affilarono uomo innanzi a uomo, e misonsi in cammino per li stretti e malagevoli passi, che alla via loro non era altra rimasa. Nè per ricordo si trova, che dal tempo d’Annibale in qua gente d’arme numero grande per que’ luoghi passasse, perchè sono vie malagevoli alle capre. E bene verifica la sentenza di Valerio Massimo, il quale dice, che la nicistà dell’umana fiebolezza è sodo legame, la quale in questa forma è rivolta in verbo francesco. Necessità fa vecchia trottare. In questo cammino senza niuna offesa, solo che di male vivere, misono tempo assai. La compagnia, come detto avemo, preso suo viaggio, l’oste del comune di Firenze stette ferma in sul campo infino al giovedì a dì primo d’agosto 1359; a quel dì con grande festa levarono il campo molto ordinatamente, e passarono da Serravalle, e alloggiaronsi la sera alla Bertesca tra i confini di Firenze e di Pistoia, stendendosi fino a Prato; il venerdì mattina a dì 2 d’agosto di quindi si tornarono a Firenze. I Fiorentini per onorare il capitano li mandarono incontro alla porta due grandi destrieri coverti di scarlatto, e un ricco palio d’oro levato in asti con grandi drappelloni pendenti alla reale, sotto il quale vollono ch’egli entrasse nella terra a guida di cavalieri, e gentili uomini e popolari, ma il valente capitano prese e accettò cortesemente con savie parole i cavalli, ch’erano doni cavallereschi, e ricusò di venire sotto il palio; e fulli a maggiore onore riputato. E per rendere al comune l’insegne, con la gente ordinata come l’avea a campo tenuta, nella prima frontiera mise i balestrieri e gente a piè, e appresso la camera del comune, poi gli Ungheri, appresso i cavalieri, e in fine mise il palio innanzi per onore del comune alla sua persona, e senza niuna pompa in mezzo del conte di Nola e del figliuolo di messer Bernabò, e’ venne per la città al palagio de’ signori priori, e ivi con grande allegrezza rassegnò il bastone e l’insegne a’ signori priori, le quali accomandate gli aveano, e da indi a pochi giorni fatto a grande numero di cittadini un nobile e solenne convito se ne tornò in Romagna.

CAP. XLIII. Della morte e sepoltura di messer Biordo degli Ubertini.

Messer Biordo degli Ubertini fu cavaliere gentilesco e di bella maniera, costumato e d’onesta vita, savio e pro’ della persona, e ornato d’ogni virtù, e per tanto in singolare grazia dell’imperadore, e molto amato dal legato di Spagna e da molti altri signori. Costui e’ suoi consorti in questi tempi forte s’inimicavano co’ Tarlati d’Arezzo, e molto erano da loro soperchiati; onde egli avendo provato che ’l caldo e il favore de’ detti signori era troppo di lontano di passaggio e di poco profitto, sopra tutto desiderava d’essere confidente e servidore del comune di Firenze, la cui amicizia vedea ch’era stabile e diritta, e che gratificava il servigio; perchè, come addietro dicemmo, per essere egli e’ suoi in bando e ribelli del comune di Firenze, offerse il servigio di sè e de’ suoi contro la compagnia, e accettato venne nell’oste, dove per mostrare quello ch’egli era s’affaticò sopra modo, che da tutti fu ricevuto da grande sentimento in opera d’arme, tornato col capitano a Firenze, subito cadde in malattia. Il comune avendo prima avuto a grado sua liberalità, e appresso l’opere sue, di presente lo ribandirono co’ consorti suoi, e per mostrare verso lui tenerezza, con molti medici alle spese del comune lo feciono medicare; ma come a Dio piacque, potendo più l’infermità che le medicine, la mattina a dì 16 d’agosto divotamente rendè l’anima a Dio. Il corpo si serbò sino nel dì seguente, per attendere il vescovo d’Arezzo suo consorto e gli altri di casa sua; ed essendo venuti, per lo comune furono fatte l’esequie della sua sepoltura riccamente, e alla chiesa de’ frati minori ove si ripose, che tutte le cappelle, e ’l coro, e sopra una gran capanna fu fornita di cera e con molti doppieri, e sopra la bara un drappo a oro con drappelloni pendenti coll’arme del popolo e del comune, e di parte guelfa e degli Ubertini, e con vaio di sopra con sei cavalli a bandiere di sue armi, e uno pennone di quello del popolo e uno di parte guelfa, con molti fanti e donzelli vestiti a nero. Fu cosa notabile e bella in segno di gratitudine del nostro comune, il quale volentieri onora chi onora lui, dimettendo le vecchie ingiurie per lo nuovo bene, e non avendo a parte rispetto, ma alle operazioni fedeli e devote. Alle dette esequie fu il detto vescovo, e ’l Farinata e tutti gli altri consorti vestiti a nero, e’ signori priori, e’ collegi, e’ capitani della parte, e gli altri rettori e uficiali del comune, e tutti i cherici e buoni cittadini, e ’l chericato tutto e’ religiosi di Firenze. Morì in casa i Portinari; e la bara si pose in sul crocicchio di Porta san Piero dalla loggia de’ Pazzi, dove posta la mattina, tanto vi stette, che ’l vescovo venne: e intorno alla bara erano fanti vestiti di nero, e cavalli e bandiere, l’uno appresso l’altro, parte per la via, che viene al palagio della podestà, e parte per quella che va a santa Reparata; fu cosa ricca e piatosa, e tutto il popolo piccoli e grandi trassono a vedere. Abbianne fatta più lunga scrittura che non si richiede, perchè ne parea fallire, se onorandolo tanto il nostro comune noi non l’avessimo con la penna onorato, e perchè pensiamo, che sia esempio a molti a tramettersi a ben fare, veggendo essere il bene operare premiato a coloro che ’l meritano.

CAP. XLIV. Come i Perugini mandarono ambasciata a Siena, e abominando i Fiorentini.

L’arbitrata sentenza data sopra la pace tra il comune di Perugia e quello di Siena, tutto che fosse comune utile e buona, all’uno e all’altro comune forte dispiacea, come addietro abbiamo narrato, e ciascheduno con sua ambasciata che piacesse al nostro comune per suo onore e grazia loro annullare; e ciò fare non volse, perchè quasi niente derivava da’ ragionamenti fatti con gli ambasciadori de’ detti comuni, se non ch’alquanto nel tempo e nel modo, onde la pace si rimase con le strade bandite, ma con gli animi pregni e pieni d’odio e di stizza, e vollonsi dirompere se l’impossibilità non gli avesse tenuti, perocchè tanto aveano speso, che premendo loro borse niente vi si potea trovare se non vento e rezzo. I Perugini pregni d’animo, alterosi e superbi, senza avere di loro possa riguardo, per mostrare sdegno d’animo contro a’ Fiorentini, crearono otto ambasciadori di loro cittadini più nominati e più cari, e vestironli di scarlatto, e accompagnaronli di giovanaglia vestiti d’assisa dimezzata di scarlatto e di nero, e con molta pompa li mandarono a Siena, dove furono ricevuti con festa rilevatamente all’usanza sanese, recandosi in grande gloria questa mandata; e qui ritta in parlamento, cortesemente infamando il comune di Firenze, nella proposta dissono; l’uomo nimico nel campo del grano soprassemina la zizzania, cioè il loglio; e recando il processo del parlare a questa sentenza, copertamente la ridussono e rivolsono contro al nostro comune, conchiudendo ch’e’ s’erano ravveduti, e a loro veniano come a cari fratelli, per fermare e mantenere con gli animi buoni, e magni e liberali, perpetua e liberale e buona pace, posta giù ogni onta e dispetto, e ogni cruccio nel quale a stigazione altrui fidandosi poco avvedutamente erano incorsi; e infine uditi volentieri, presono co’ Sanesi di nuovo fermezza di pace. I Fiorentini molto si rallegrarono della pace per sospicione che li tenea sospesi di rottura per lo poco contentamento che l’uno comune e l’altro dimostrava in parole di quella ch’era fatta, come fu detto di sopra; vero è che molto punsono le villane e disoneste parole de’ Perugini, e molto furono notate e scritte ne’ cuori de’ cittadini. Tutto poi che i Perugini s’ingegnassono di scusare loro baldanzosa e poco consigliata diceria e proposta, per la detta cagione poco appresso seguette, che avendo i Perugini fatta ragunata di gente, per fama si sparse che tentavano in Arezzo coll’appoggio degli amici di messer Gino da Castiglione. Onde per questo sospetto, a dì 12 d’agosto, il comune di Firenze vi mandò quattrocento cavalieri, e assai de’ suoi balestrieri: poi si trovò che nel vero i Perugini intendeano altrove, ma pure per l’odio che novellamente aveano in parole dimostrato, crebbe eziandio per questa non vera novella.

CAP. XLV. Come il comune di Firenze mandò aiuto di mille barbute a messer Bernabò contro alla compagnia.

Avendo la compagnia preso viaggio per la Riviera di Genova sotto titolo di soldo contro a’ signori di Milano, i Fiorentini il cui animo era a perseguitarla, e perseguire a loro podere il pericoloso nimico nome di compagnia in Italia, e avendo rispetto a questo volere, ma molto più al servigio ricevuto da messer Bernabò contro a essa compagnia; di tutta sua gente sceltane il fiore, e in numero di mille barbute, prestamente e senza resta, a dì 18 d’agosto la fece cavalcare verso Milano sotto la insegna del comune di Firenze, a guida di loro cavalieri popolari, i quali ricevuti graziosamente in Milano, cavalcarono nell’oste. Elli furono vincitori, come al suo tempo diviseremo, non tanto per lo numero loro, nè per la forza loro, quanto per la fama del favore del nostro comune, che grande era a quell’ora, per la viltà presa per la compagnia della gente del comune e de’ Fiorentini per lo ributtamento che fatto n’aveano.

CAP. XLVI. Come il castello di Troco fu incorporato per la corona di Puglia.

Carlo Artù, com’è scritto addietro, fu incolpato della morte del re Andreasso, e per la detta cagione condannato per traditore della corona, e i suoi beni pubblicati, e incorporati alla camera della reina, tra’ quali era il castello di Troco; il quale dappoi era stato privilegiato al prenze di Taranto, e lui l’avea conceduto a messer Lionardo di Troco di Capovana: e avendolo lungo tempo tenuto, in questo il conte di Santagata figliuolo del detto Carlo lo fè furare a’ masnadieri, i quali nel segreto il teneano per lui; onde aontato di ciò il prenze accolse circa a mille uomini a cavallo, e misesi a oste a Santagata, e gran tempo vi stette, e non potendo avere la terra del detto conte contro alla volontà del re Luigi, infine se ne partì con poco frutto; e bene ch’avesse animo ad altri processi, e li cominciasse a seguire, e’ ci giova, di lasciarli, come cose lievi, e tornare alle cose più notabili de’ nostri paesi.

CAP. XLVII. Come il comune di Firenze assediò Bibbiena.

I Tarlati d’Arezzo, per che cagione il facessono, mai non aveano voluto ratificare, come aderenti de’ signori di Milano, alla pace fatta a Serezzana intra’ detti signori e comuni di Toscana, e stavansi maliziosamente intra due, attenendosi alle fortezze loro, che n’aveano molte in que’ tempi, e guerreggiando agli Ubertini, senza mostrarsi in atto veruno contro al nostro comune; e intra l’altre terre, Marco di messer Piero Saccone possedea liberamente la terra di Bibbiena, la quale di ragione era del vescovo d’Arezzo, colla quale ne’ tempi passati molta guerra avea fatta a’ Fiorentini. Ora tornando a nostro trattato, come avanti dicemmo, gli Ubertini, nemici di quelli da Pietramala, col senno e buono aoperare erano tornati nella grazia e amore del nostro comune, ed essendo messer Buoso degli Ubertini vescovo d’Arezzo venuto a Firenze per la cagione che di sopra dicemmo, si ristrinse co’ governatori del nostro comune segretamente animandoli all’impresa di Bibbiena, conferendo di dare le sue ragioni al comune di Firenze. Il suo ragionamento fu accettato; e aggiunta l’intenzione buona del vescovo all’operazione di messer Biordo, il comune per gareggiare la famiglia degli Ubertini, e mostrare che veramente gli avesse in amore, a dì 23 d’agosto per riformagione ribandì gli Ubertini; e per confermare la memoria delle fedeli operazioni di messer Biordo, domenica mattina a dì 25 d’agosto fè cavaliere di popolo Azzo suo fratello, con onorarlo di corredi e di doni cavallereschi; e di presente lo feciono cavalcare a Bibbiena con gente d’arme a cavallo e a piè, e a dì 26 del detto mese con la detta gente prese il poggio al Monistero a lato a Bibbiena, e il borgo che si chiama Lotrina, e ivi s’afforzarono vicini alla terra al trarre del balestro. Era nella terra Marco e messer Leale fratello naturale di messer Piero Sacconi, attempato e savio, i quali per alcuno sentore di trattato aveano mandati di fuori della terra tutti coloro di cui sospettavano, e nel subito e non pensato caso si fornirono prestamente di loro confidenti e di molti masnadieri, il perchè convenia, ch’avendo la rocca e la forza i terrazzani stessono a posa e ubbidienti loro, e pensando che la cosa averebbe lungo trattato, s’ordinarono e afforzarono a fare resistenza e franca difesa, sperando nella lunghezza del tempo avere soccorso. Il comune di Firenze multiplicava a giornate l’assedio, e in servigio del comune v’andò il conte Ruberto con molti suoi fedeli in persona, e di presente pose suo campo, e simile feciono gli altri. E così in pochi dì la terra fu cerchiata d’assedio, e gli Ubertini in tutte loro rocche e castella vicine a Bibbiena misono gente del comune di Firenze, e per più fortezza e sicurtà di quelli ch’erano al campo. La guerra si cominciò aspra e ontosa secondo il grado suo, e que’ d’entro per mostrare franchezza aveano poco a pregio il comune di Firenze, uscivano spesso fuori a badaluccare, e a dì 30 d’agosto in una zuffa stretta fu morto il conte Deo da Porciano, che v’era in servigio de’ Fiorentini.

CAP. XLVIII. Come il comune comperò Soci.

Marco di Galeotto, come vide assediata Bibbiena, e avendovi presso Soci a due miglia, con sano consiglio abbandonò la speranza de’ Perugini che l’aveano per loro accomandato, e avuto licenza, perchè era in bando, se ne venne a Firenze a’ signori; e ragunati i collegi, e richiestili, liberamente si rimise nelle mani del comune con dire, che de’ fatti del castello Sanniccolò e di Soci, e di ciò ch’egli avea nel mondo, ed eziandio della persona ne facessono loro volontà: il comune per questa sua liberalità e profferta spontaneamente e di buono volere, e non ostante ch’e’ terrazzani di Soci si volessono dare al comune, e ciò era fattevole senza contasto per forza che appresso al castello avea il comune, tanto legò l’animo de’ cittadini, per natura benigni a perdonare, che ’l comune si dispose a sopra comperare, per mostrare amore e giustizia; e perchè il valente uomo si mostrasse contento, e sopra ciò provveduto discretamente, adì 26 d’ottobre 1359 per li consigli ribandirono Marco, e dierongli contanti fiorini seimila d’oro; e fè carta di vendita di Soci e di tutte le terre che in que’ luoghi avea, e le ragioni ch’avea in castello Sanniccolò concedette al nostro comune, e delle carte ne fu rogatore ser Piero di ser Grifo da Pratovecchio notaio delle riformagioni e altri notai, e così pervenne Soci a contado del comune di Firenze. Come per tema non giusta Marco di Galeotto si mise a venire a Firenze, e fece quello ch’avemo detto di sopra, e così vennono i conti da Montedoglio volendosi accomandare al comune, i quali non li vollono ricevere se prima non facessono guerra a’ Tarlati, e non volendo ciò fare, si partirono con poca grazia del nostro comune.

CAP. XLIX. Come il vescovo d’Arezzo diede le sue ragioni che avea in Bibbiena al comune di Firenze.

Messer Buoso degli Ubertini vescovo d’Arezzo, non potendo sotto altro titolo che d’allogagione a fitto, a dì 7 di settembre 1359 allogò al comune di Firenze per certo fitto annuale, facendo le carte dell’allogagione di sette anni in sette anni, e facendone molte, le quali insieme sono gran novero d’anni, e confessò il fitto per tutto il detto tempo, e largì al comune ogni ragione e giurisdizione e signoria che ’l vescovado d’Arezzo avea nella terra e distretto di Bibbiena, e le carte ne fece il detto ser Piero di ser Grifo; e con questa cautela fu giustificata l’impresa del nostro comune. Questa concessione fatta per lo vescovo fu approvata e confermata per lo comune d’Arezzo, il quale per fortificare le ragioni del nostro comune ogni ragione ch’appartenea per qualunque ragione avea in Bibbiena gli diede liberamente. A queste giuste ragioni s’aggiugnea l’animo e buono volere de’ terrazzani di Bibbiena, che volentieri fuggivano la tirannia di quelli da Pietramala: ciò cominciarono a mostrare quelli ch’erano cacciati di fuori, ch’erano nel campo de’ Fiorentini guerreggiando i Tarlati, e di poi lo mostrarono quelli ch’erano dentro quando si vidono il tempo di poterlo fare, come seguendo nostro trattato racconteremo.

CAP. L. Seguita la sequela della compagnia.

Seguendo i principii fatti per lo comune in mandare gente a messer Bernabò contro alla compagnia, il signore di Bologna, ch’allora era in pace con lui, li mandò cinquecento cavalieri, e quello di Padova, e quello di Mantova, e quello di Ferrara ancora li mandarono della gente loro; essendo il marchese di Monferrato fatto forte con la compagnia, uscì fuori a campo con molta baldanza, ma di subito i signori di Milano con loro oste li furono appetto, sicchè li convenia stare a riguardo, e per tenerlo a freno i detti signori posono l’oste a Pavia, e strinsonla forte. Il marchese avendo alla fronte il bello e grande esercito de’ detti signori, non si potea volgere indietro a dare soccorso a Pavia per non avere i nemici alla coda, e stando le due osti affrontati, non ebbono tra loro cosa notevole, se non d’uno abboccamento di cinquecento cavalieri di que’ della compagnia, che per avventura s’abboccarono con altrettanti di quelli del comune di Firenze, intra’ quali per onta e per gara e per grande spazio fu dura e aspra battaglia, e infine i cavalieri de’ Fiorentini sconfissono quelli della compagnia. Nella quale rotta furono presi tre caporali de’ maggiorenti della compagnia con più di dugento cavalieri, e assai ve ne furono morti e magagnati; e ciò avvenne d’ottobre del detto anno. Nell’assedio della città di Pavia occorse un altro caso più spiacevole per lo fine suo; che essendo preso da quelli da Pavia uno Milanese d’assai orrevole luogo, fuori d’ordine di buona guerra fu impiccato; e venuta la novella a messer Bernabò, e infocato d’ira, comandò a messer Picchino nobile cavaliere, e di grande stato e autorità in Milano, che quattordici prigioni di Pavia ch’erano nell’oste li facesse impiccare, infra’ quali ve n’era uno di buona fama, e di gentile luogo, e d’assai pregio, non degno di quella morte, per lo quale molti Milanesi ch’erano nell’oste pregarono messer Picchino che cercasse suo scampo. Il quale mosso da pietà e dalle giuste preghiere di tali cittadini mandò a messer Bernabò di tali cittadini, e della sua umilità ferventemente pregò il signore che per loro grazia e amore dovesse perdonare la vita a quello nobile uomo; il signore per queste preghiere invelenito e aspramente turbato comandò a messer Picchino che colle sue mani il dovesse impiccare; il gentile uomo stepidito, e impaurito di tale comandamento, e non meno di lui tutti i suoi amici e parenti, e molti buoni e cari cittadini, cercarono stantemente con sommessione e preghiera, che ’l nobile e gentile cavaliere, cui il signore avea fatto tanto d’onore, di sì vile e vituperoso servigio non fosse contaminato; il signore indurato alle preghiere, perseverando nella pertinacie sua, aggiunse al vecchio comandamento, che se nol facesse, primieramente farebbe impiccare lui. Il gentile cavaliere vedendo l’animo feroce del tiranno, che se non facesse quello che gli era comandato che li convenia vituperosamente morire, stretto da necessità, confuso e attristito, si spogliò i vestimenti e di tutti i segni di cavalleria, e rimaso in camicia, vestito di sacco con vile cappelluccio, e a maraviglia di dispetto, andò a mettere a esecuzione il comandamento del tiranno, con proponimento di non usare più onore di cavalleria, poichè era sforzato d’essere manigoldo; che assai diede per l’atto a intendere quanto fosse da prezzare il beneficio della libertà, da’ Lombardi non conosciuta.

CAP. LI. De’ fatti di Sicilia e del seguire l’ammonire in Firenze.

Per sperienza di natura vedemo, che l’uomo appetisce di vari cibi, e che di tale varietà lo stomaco piglia conforto, e fa digestione; e così quando l’orecchie con fatica pure d’un medesimo modo udire desidera intramesse d’altro parlare. Noi seguendo quello che natura per suo ricriamento acchiede in quello luogo, accozzeremo molte novelle occorse in molti luoghi e in uno tempo diversi, nè del tutto degni di nota, nè da essere posti a oblio, e farenne una nuova vivanda in queste parti. Per lo poco polso, e per la poca forza e vigore ch’aveano le parti che governavano l’isola di Cicilia, loro guerre erano inferme e tediose; il duca e’ Catalani col seguito loro aveano assai poca potenza, e la parte del re Luigi molto minore; e le lievi guerre e continove straccavano e consumavano l’isola, e nè l’una parte nè l’altra poteano sue imprese fornire, e pure si guastavano insieme con fame e confusione de’ paesani, che a giornate correano in miseria. Il duca avea alquanto più seguito, e que’ di Chiaramonte speranza nell’aiuto del re Luigi, che promettea loro assai, e poco facea; onde i gentili uomini non tanto per amore del re, quanto per sostenere sè medesimi, e loro fama e grandigia, intendeano alla guardia di Palermo, e d’alcuno castello che il duca tenea debolmente assediato col braccio de’ Catalani, tra che gli assediatori erano fieboli e di poca possanza, e gli assediati poveri d’aiuto, niuna notevole cosa era stata a oste di quelle terre; e lieve era agli assediati a schernire i nemici, e fargli da oste levare, perchè oggi si poneano, e ’l dì seguente se ne levavano, e parea la cosa quasi nel fine suo, per impotenza dell’una parte e dell’altra. Ma quello che segue, tutto paia da’ principii suoi da poco curare e di piccola stificanza, più nel segreto del petto che non mostra in fronte, se Dio per sua pietà non provvede, chi sottilmente mira, può generare divisione e scandalo nella nostra città. In questi giorni, colle febbri lente continove dell’isola di Cicilia, le nostre, civili mali, ne’ loro principii non curate, si perseguia l’ammonire chi prendesse o volesse prendere uficio, e non fosse vero guelfo, o alla casa della parte confidente. E certo in sè la legge era buona, come addietro dicemmo, ma era male praticata, e recata a fare vendetta, e altre poco oneste mercatanzie, perchè forte la cosa spiacea agli antichi e veri guelfi, e agli amatori di quella parte, e della pace e tranquillità del nostro comune. E scorto era per tutto, che ’l mal uso della riformagione tenea sospesi, e in tremore e in paura più i guelfi ch’e’ ghibellini, e sospettando di non ricevere senza colpa vergogna. A queste due travaglie aggiugneremo una novità d’altre maniere. I Romani, che già furono del mondo signori, e che diedono le leggi e’ costumi a tutti, erano stati gran tempo senza ordine o forza di stato popolare, onde loro contado e distretto si potea dire una spelonca di ladroni, e gente disposta a mal fare. Il perchè volendosi regolare, e recarsi a migliore disposizione, avendo rispetto al reggimento de’ Fiorentini, feciono de’ loro cittadini popolari alquanti rettori con certa podestà e balía assomiglianti a’ nostri priori, tutto che molto minore, e feciono capo di rioni sotto il titolo di banderesi: ivi rispondeano a ogni loro volontà duemilacinquecento cittadini giovani eletti e bene armati, i quali al bisogno uscivano fuori della città bene armati a fare l’esecuzione della giustizia contro a’ malfattori. Avvenne in questi giorni, che conturbando con ruberie il paese uno Gaetano fratello del conte di Fondi, fu preso, e senza niuna redenzione fu impiccato, con molti suoi compagni che furono presi con lui di nome e di lieva. Il perchè da queste e da altre esecuzioni fatte contro a’ paesani e’ cittadini che ricettavano i malfattori, oggi il paese di Roma è assai libero e sicuro a ogni maniera di gente.

CAP. LII. Come Bibbiena per nuovo capitano fu molto stretta.

La punga che ’l comune faceva per avere Bibbiena era grande, e la resistenza de’ Tarlati molto maggiore, e faceano forte maravigliare i governatori del nostro comune, veggendo la durezza e la pertinacie loro, non aspettando soccorso di luogo che venisse a dire nulla; e come che la cosa s’andasse, non fu senza infamia del capitano del popolo ch’era de’ marchesi da Ferrara, il quale era stato mandato per capitano di tutta l’oste, il quale vilmente e lentamente in tutte cose si portava, e d’alcuni cittadini che gli erano stati dati per consiglio. Onde il comune prese oneste cagioni e’ rivocarono il capitano e ’l suo consiglio, e in suo luogo mandarono il potestà con altri cittadini, il quale fu messer Ciappo da Narni, uomo d’arme valoroso, e sentito assai. Il quale avendo da Firenze molti maestri di legname e di cave, prestamente fece cignere la terra di fossi e di steccati, e imbertescando i luoghi dov’era bisogno, e in più parti, e alla rocca e alla terra fè dirizzare cave, e simile faceano que’ d’entro per riscontrare. Appresso vi dirizzarono due dificii che gittavano gran pietre, e di dì e di notte secondo uso di guerra li molestavano, senza dare loro riposo. Que’ d’entro per rompere e impedire i mangani dirizzarono manganelle, colle quali assai danno facevano. Nè contento il capitano alla detta sollicitudine, cominciò a cavare l’altre torri de’ Tarlati per tenerle strette, e in esse cercava trattati, ne’ quali fu preso Corone, e Giunchereto, e Frassineto per battaglia, e all’uscita di settembre presono Faeto castelletto ch’era di messer Leale, nel quale trovarono assai roba, e predato il paese, si tornarono al campo. E perchè le castella prese erano del contado d’Arezzo, il comune liberamente le rendè agli Aretini, i quali molto le ebbono a grado, e tutto che nostro comune perseguitasse quelli da Pietramala a suo potere, gli Aretini seguendo il grido non stavano oziosi, facendo dal lato loro, quanto poteano e sapeano di guerra. E nel detto tempo in sul giogo ripresono un loro castello che ’l conte Riccardo dal Bagno lungo tempo avea loro occupato; e perseguendo l’assedio, nell’entrante d’ottobre furono tratti a fine e forniti tre battifolli intra’ campi erano posti, onde la terra fu per modo circondata d’assedio ch’entrare nè uscire non potea persona. Lasceremo assediata Bibbiena, e a suo tempo diremo come fu presa, e diremo alquanto delle cose straniere, che in questi tempi avvennono da fare menzione.

CAP. LIII. Come il re d’Inghilterra passò in Francia con smisurata forza.

Poichè al re d’Inghilterra fu manifesto, che la pace che fatta avea col re di Francia da’ Franceschi non era accettata, e che il re di Navarra avea fatta pace col Delfino di Vienna, la quale si stimava per li discreti essere proceduta d’assento e ordine di esso re d’Inghilterra, sotto speranza, che essendo il re di Navarra ne’ consigli de’ Franceschi e creduto da loro, più dentro potesse a tempo preso di male operare in sovversione della casa di Francia, che di fuori colla guerra, perocchè come il savio dice, che niuna pestilenza è al nocimento più efficace che il domestico e famigliare nemico, aggravando alle cagioni della guerra, con dare il carico di non volere la pace a’ suoi avversari, fece suo sforzo di suoi Inghilesi e di gente soldata maggiore che mai per l’addietro, e mandò in prima il duca di Lancastro con centoventitrè navi, nelle quali furono millecinquecento cavalieri e ventimila arcieri, all’entrata d’ottobre 1359, e posto in terra la gente, si mise infra il reame di Francia verso Parigi, e col navilio predetto tornato nell’isola, aggiunte molte altre navi, all’uscita del mese il re Adoardo col prenze di Gaules e con gli altri suoi figliuoli, con esercito innumerabile di suoi Inghilesi a piè, quasi tutti arcieri, anche passò a Calese. E secondo ch’avemmo per vero, il numero di sua gente passò centomila. La detta mossa contro al tempo di guerra fa manifesto, che molto empito e smisurato volere movea il re Adoardo, e fermezza nell’animo suo ch’era grande e smisurato d’ottenere quello che lungo tempo avea desiderato, perchè principiò nell’entrata del verno, che suole dare triegua e riposo alle guerre. E perchè il tempo allora era dirotto alle piove, e il paese di Francia è pieno di riviere, molti stimarono che ciò facesse, per dimostrare a’ nemici quello che della guerra potesse seguire nella primavera e nella state, cominciando in sul brusco per spiacevole tempo, e per infiebolire gli animi loro sì con la possa smisurata, e sì con dare speranza di molta e tediosa lunghezza di guerra. Come procedette questa trionfale e terribile impresa, seguendo a suo tempo diremo.

CAP. LIV. La poca fede del conte di Lando.

Non è da lasciare in silenzio, oltre all’altre infamie, quello che della corrotta fede che in que’ giorni mosse il conte di Lando al marchese di Monferrato, il quale con molto spendio e fatica gli avea tratti di Toscana lui e sua compagnia, ove si potea dire veramente perduta, e fatti conducere a salvamento per la Riviera di Genova, e poi pel Piemonte nel piano di Lombardia, con patti giurati di tenerli fede infino a guerra finita contro a’ signori di Milano, con certo soldo limitato da potersi passare con avanzo, il traditore, rotta ogni leanza e promessa al marchese predetto, del mese d’ottobre con millecinquecento barbute prese segretamente il soldo di messer Bernabò, e uscì dell’oste del marchese, e se n’andò in quello de’ nemici con l’insegne levate, rimanendo Anichino e gli altri caporali col resto della compagnia al marchese; i quali molto biasimarono il fallo enorme del conte, pubblicamente appellandolo traditore; ma poco tempo appresso, tirati dal suono della moneta de’ signori di Milano, feciono il simigliante, e tutti abbandonarono il marchese, verificando il verso del poeta: Nulla fides, pietas que viris qui castra sequntur; che recato in volgare viene a dire: Niuna fede nè niuna pietà è in quelli uomini che seguitano gli eserciti d’arme, cioè a dire in gualdana a predare, e a fare male. I signori di Milano dopo la venuta del conte fortissimamente strinsono la città di Pavia, togliendo a que’ d’entro ogni speranza di soccorso, perocchè vedendo il marchese i modi tenuti per lo conte di Lando, ed origliando i cercamenti che i Tedeschi che gli erano rimasi faceano, non osava e non si confidava mettere a bersaglio per soccorrere la terra.

CAP. LV. Come Pavia s’arrendè a messer Galeazzo.

Gli affannati e tribolati cittadini di Pavia e disperati d’ogni soccorso, e spezialmente di quello del marchese, cui vedeano da’ Tedeschi gabbato e tradito, e altro capo non aveano che frate Iacopo del Bossolaro, col suo consiglio cercarono d’arrendersi a patti a messer Galeazzo il quale liberamente gli accettò con tutti que’ patti e convenienze che ’l detto frate Iacopo seppe divisare: e fermo tutto e’ ricevettono dentro messer Galeazzo con la sua gente del mese di novembre del detto anno; il quale entrato dentro con buona cera, si contenne senza fare novità, mostrandosi benigno e piacevole a’ cittadini e a frate Iacopo, e fecelo di suo consiglio, mostrandoli fede e amore, e avendolo quasi come santo e in grande reverenza; e con questa pratica e infinta sagacità ordinò con lui assai di quello che volle senza turbare i cittadini; e avendo recato in sua balía tutte le fortezze della terra e di fuori si tornò a Milano, mostrando a frate Iacopo affezione singulare, e lo menò seco, e come l’ebbe in Milano il fece prendere, e mettere in perpetua carcere, e condannato il mandò a Vercelli al luogo de’ frati dell’ordine suo, e ordinatoli quivi una forte e bella prigione, con poco lume e assai disagio, ponendo fine alle tempeste secolari che con la lingua sua ornata di ben parlare avea commesse. E ciò fatto, tenea all’opera più di seimila persone, e fece cominciare in Pavia una fortezza sotto nome di Cittadella, nella quale si ricogliesse tutta sua gente d’arme senza niuno cittadino; e ciò non fu senza lagrime e singhiozzi de’ cittadini, siccome di prima cominciarono a vedere il principio dello spiacevole giogo della tirannia, e sì per lo guasto delle case loro che si conteneano nel luogo, ove s’edificava lo specchio della miseria loro, dove portavano gran danno e disagio; e per nominare quello che suole addivenire a chi cade in mala fortuna, frate Iacopo era infamato degli omicidi, che non furono pochi, i quali erano proceduti delle prediche sue, e de’ cacciamenti di molti cari e antichi cittadini di Pavia sotto maestrevole colore di battere e affrenare i tiranni; ma quello che più parea suo nome d’orrore nel cospetto di tutti erano le rovine de’ nobili edifici di que’ da Beccheria e d’altri notabili cittadini che li seguivano, mostrando che l’abbattere il nido agli uomini rei era meritorio, quasi come se peccassono le case, che è stolta cosa, tutto che per mala osservanza tutto giorno s’insegna queste cose, parea che l’accusassono di crudeltà; e quello costringono d’avarizia, perocchè sotto titolo di cattolica ubbidienza aveano fatto statuti, che chi non fosse la mattina alla messa e la sera al vespero pagasse certa quantità di danari; e avendo sopra ciò fatte le spie, cui trovassono in fallo il minacciavano d’accusare, e sotto questa tema li facevano ricomperare. E certo chi volesse stare nel servigio di Dio e nelle battaglie di vita riligiosa, e mescolandosi nelle cose del secolo e ne’ viluppi è spesso ingannato da colui che si trasfigura in vasello di luce per ingannare quelli col principio della santa operazione, favoreggiando col grido del popolo il santo l’indusse a vanagloria e in crudeltà, e, come dovemo stimare, Iddio con le pene della croce lo ridusse alla vita d’onde s’era per lusinghe del mondo partito.

CAP. LVI. Come i signori di Milano sfidarono il signore di Bologna.

Come la sete dell’avaro per acquisto d’oro non si può saziare, così la rabbia del tiranno non si può ammorzare per acquisto di signoria; per divorare tiene la gola aperta, e quanto più ha cui possa distruggere e consumare, più ne desidera. Questo per tanto dicemo, perchè in questi dì, avendo i signori di Milano con la forza della moneta e col tradimento del conte di Lando e d’Anichino vinto e vergognato il marchese di Monferrato, e aggiunta per forza alla loro signoria la nobile e antica città di Pavia, ringraziando con lettere il comune di Firenze del bello e buono servigio della sua gente ricevuto, di presente la rimandò; e cresciuto loro l’animo per lo felice riuscimento della città di Pavia, entrarono in pensiero e in sollicitudine di rivolere o per amore o per forza la città di Bologna, non ostante che da messer Giovanni da Oleggio loro consorto che allora la tenea avessono avuto aiuto alla loro guerra seicento barbute, le quali ritennono ad arte e con ingegno al soldo loro, pensando d’avere mercato nel subito loro movimento del signore di Bologna, trovandosi ignudo e sfornito di gente d’arme a difesa; e con trovare rottura di pace, scrissono al comune di Firenze che non si maravigliasse, perchè sì subito assalissono con la forza loro il signore di Bologna, da cui erano stati traditi, e che a loro avea rotta la pace senza niuna giusta cagione; e nella lettera scritta di questa materia al comune era intramessa la copia di quella che mandarono al signore di Bologna, sfidandolo e appellandolo per traditore, la quale lettera fu appresentata al signore di Bologna come l’oste de’ signori di Milano giunse nel terreno di Bologna.

CAP. LVII. Come messer Bernabò mandò l’oste sua sopra Bologna.

Seguendo la materia del precedente capitolo, all’entrata di dicembre del detto anno, messer Bernabò fece capitano della gente che mandò nel Bolognese il marchese Francesco da Esti, il quale essendo cacciato di Ferrara era ridotto a messer Bernabò, ed era suo provvisionato, e senza niuno arresto con tremila cavalieri, e millecinquecento Ungheri, e quattromila pedoni e mille balestrieri lo fece cavalcare in su quello di Bologna, avendo il passo dal signore di Ferrara, allora in amicizia e compare di messer Bernabò, e oltre al passo, vittuaglia e aiuto; e come uscì del Modenese si pose a campo intorno al castello di Crevalcuore, e ciò fu infra dieci dì infra ’l mese di dicembre, e ivi stette più giorni; sollecitato con parecchie battaglie il castello, non avendo soccorso dal signore di Bologna, a dì 20 del detto mese s’arrendè a promissione di messer Giovanni de’ Peppoli, il quale era nell’oste al servigio di messer Bernabò; e ricevuto il castello e le guardie del capitano dell’oste, essendo il castello abbondevole di vittuaglia, assai n’allargò l’oste. Avuto Crevalcuore, le villate ch’erano d’intorno da lunga e da presso per non essere predati ubbidirono il capitano, facendo il mercato sotto il caldo e baldanza di questo ricetto. Bene che la vernata fosse spiacevole e aspra per le molte piove, quelli dell’oste ogni dì cavalcavano insino presso a Bologna, levando prede e prigioni, e tribolando il paese; il signore di Bologna, ch’era savio e d’animo grande, non faltò di cuore per la non pensata e subita guerra, e veggendosi per l’astuzia di messer Bernabò che gli avea levati i soldati, come dicemmo di sopra, povero di gente d’arme e d’aiuto, senza indugio trasse delle terre di fuori que’ terrazzani che si sentì ch’erano sospetti, e le rifornì di soldati, perchè i terrazzani non avessono podere d’arrendersi sì prestamente come fatto aveano quelli di Crevalcuore; e attendea con sollicitudine allo sgombro, e ad apparecchiare la città a difesa, e a fare buona guardia. Il cardinale di Spagna li mandò di soccorso quattrocento barbute che li vennono a gran bisogno. Lo detto signore conoscendo la sua impotenza, e non essere sufficiente a potere rispondere a quella de’ signori di Milano, nondimeno cercò sottilmente con segreto trattato, offerendo di fare alto e basso quanto fosse piacere del comune di Firenze, di torlo in suo aiuto, ma la fede promessa per la pace vinse ogni vantaggio che potessono avere.

CAP. LVIII. Come fu maestrato da prima in Firenze in teologia.

Poco è da pregiare per onestà di fama che uno sia con le usate solennitadi, ne’ luoghi dove sono li studi generali delle scienze privilegiate dalla autorità del santo padre e dell’imperio di Roma, pubblicamente scolaio maestrato; ma essendo questo atto primo e nuovo, e più non veduto nelle città che hanno di nuovo privilegi di ciò potere fare, bello pare e scusabile d’alcuni farne memoria, non per nome dell’uomo, che per avventura non merita d’essere posto in ricordo di coloro che verranno, ma per accrescimento di tali cittadi, ove tale atto da prima è celebrato. In questi giorni per virtù de’ privilegi alla nostra città conceduti per lo nostro papa Clemente sesto, infra l’altre cose contenne di potere maestrare in teologia, a dì 9 di dicembre nella chiesa di santa Reparata pubblicamente e solennemente fu maestrato in divinità, e prese i segni di maestro in teologia frate Francesco di Biancozzo de’ Nerli dell’ordine de’ frati romitani; e il comune mostrandosi grato del beneficio ricevuto di potere questo fare, per lungo spazio di tempo fece sonare a parlamento sotto titolo di Dio lodiamo tutte le campane del comune, e’ signori priori co’ loro collegi, e con tutti gli uficiali del comune, con numero grandissimo di cittadini furono presenti al detto atto di maestramento, che fu cosa notabile e bella.

CAP. LIX. Come fu morto il signore di Verona dal fratello.

Messer Cane della gesta di quelli della Scala signori di Verona, per morbidezze di nuova fortuna era divenuto dissoluto e crudele, e per tanto in odio de’ suoi cittadini grande, senza amore de’ suoi cortigiani, eziandio de’ suoi consorti e parenti; essendo per andare in questi tempi nella Magna a’ marchesi di Brandimborgo, ch’erano suoi cognati, e avendo i suoi fratelli carnali, messer Cane Signore e Polo Albuino, secondo il testamento di messer Mastino erano con lui consorti nella signoria, e non prendendo di niuno di loro confidanza, ma piuttosto sospetto, segretamente fè giurare i soldati nelle mani d’un suo figliuolo bastardo. Come questo sentirono i fratelli forte l’ebbono a male, e presonne sdegno: messer Cane Signore ne fece parlare dicendo al gran Cane, che tanta sconfidanza non dovea mostrare ne’ fratelli: le parole, quanto che assai fossono amorevoli, furono gravi e sospettose al tiranno, e con parole di minacce spaventò e impaurì il fratello, tutto che per avventura non fosse nell’animo suo quanto le minacce dicevano. Il giovane pensò che assai era lieve al fratello a fare quanto dicea in parole, perchè conoscea che molta crudeltà regnava nell’animo suo, e che per tanto poco al signore arebbe riguardato; onde un sabato, a dì 14 di dicembre detto anno, essendo cavalcato Gran Cane per la terra con piccola compagnia, e Cane Signore accompagnato di due scudieri di cui tutto si confidava se n’andò alla stalla del signore, e tolse tre corsieri i più eletti e i migliori vi trovò, e montativi tutti e tre a cavallo, con l’armi celate si mosse per la terra a piccoli passi cercando del gran Cane, e come lo scontrarono, il gran Cane disse al fratello, ch’e’ non facea bene a cavalcare i suoi corsieri, e Cane Signore rispose; Voi fate bene sì che voi non volete ch’io cavalchi niuno buono cavallo: e tratto fuori uno stocco ch’avea a lato accortamente gli si ficcò addosso, e con esso il passò dall’un lato all’altro, e menatoli un altro colpo in sul capo l’abbattè del cavallo, e per tema di non essere sorpreso prese la fuga, avacciando in forma il cammino che in Padova giunse la sera; ed essendo come da parte del signore ricevuto, li manifestò quello ch’avea fatto al fratello, e le ragioni che mosso l’aveano: il signore mostrò per la spiacevolezza del caso ne’ sembianti doglienza, senza assolvere il fatto o condannare, confortato il giovane che a lui era fuggito, con speranza che la cosa che proceduta era da sdegno arebbe buono fine. In questa miserabile fortuna di tanto signore non si trovò chi traesse ferro fuori, nè chi perseguitasse il fratello, e quelli ch’erano con lui, tremando di sè ciascuno, per immaginazione che sì alta cosa essere non potesse senza ordine, si fuggirono di presente, e lasciarono in terra il loro signore a morte fedito.