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Cronica di Matteo Villani, vol. 4 / A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna cover

Cronica di Matteo Villani, vol. 4 / A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna

Chapter 80: CAP. LXXIX. Come la compagnia andò in Romagna.
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About This Book

A medieval chronicle opens with a prologue that argues eloquence often accomplishes more than military force and surveys historical examples of rhetoric shaping events. The narrative then records episodes in which sermons and moral exhortation spur political and social change: a friar in Pavia condemns usury, vice, and tyrannical rule, attracts large congregations, and organizes citizens into guards and centurial leaders who confront local lords and reclaim communal authority. Throughout, reflective passages about speech and power alternate with detailed accounts of popular mobilization, clerical influence, and conflicts between rulers and urban communities.

CAP. LXXVII. Come il comune di Firenze procedette ne’ fatti della compagnia.

I rettori del nostro comune avuta la novella della detta rotta, e di coloro ch’erano rinchiusi in Dicomano, e inteso come contro a’ patti i loro dinanzi aveano scorso infino a Vicchio, e le some del pane ch’erano a Dicomano aveano rubate, e tolti i muli, e fediti de’ vetturali; avendo mescolatamente queste novelle senza altro avviso de’ loro ambasciadori, conoscendo che la materia richiedea tostano consiglio e partito, di presente feciono consigli di numero di richiesti in gran quantità, nel quale furono molti notabili e savi cittadini, e consigliato sopra la materia, di grande concordia diliberarono, che i passi si tenessono per modo ch’e’ non entrassono sul nostro contado, e che non si desse loro niuno fornimento, nè si vietasse ad alcuno la loro offesa: e di presente si mandò per tutto il contado, che là si traesse d’ogni parte per non lasciarli passare. Il comandamento fu per li contadini subito adempiuto, perocchè gran voglia avea il popolo di levare di terra quella maladetta compagnia; ma benchè traesse il contado di gran volontà, mancaronli per mala provvisione capitani e conducitori, e nondimeno presono i passi, e stavano con grande appetito di cominciare la zuffa. E se fatto si fosse, come fare si potea e dovea, in Dicomano senza rimedio si spegnea il nome della compagnia per lungo tempo in Italia.

CAP. LXXVIII. Il fine ch’ebbe l’impresa de’ Fiorentini.

Se necessità non fosse imposta, poichè preso abbiamo la cura di scrivere, volentieri taceremmo per onore del nostro comune quello ch’al presente n’occorre a narrare; ma considerato che per li simili accidenti che nel futuro possono occorrere, quelli che per li tempi saranno a provvedere allo stato e onore del nostro comune possano prendere avviso, e riparare alle disordinate baldanze de’ suoi cittadini, che passano talora e gli ordini e quello ch’è loro imposto per lo nostro comune, ci conduciamo a scrivere. Noi dicemmo poco appresso di sopra l’utile e savia diliberazione che prese il nostro comune contro al resto della compagnia ch’era in Dicomano, la quale ebbe vere e giuste cagioni, della quale erano uscite lettere a’ conti Guidi e agli altri circustanti a que’ luoghi amici del nostro comune, e per lo contado molte n’erano andate, e più per segno di nostro comune. Il podestà era in que’ paesi stato mandato uomo bolognese, e di sì poca virtù, che non pensiamo che meriti d’essere qui nominato. Gli ambasciadori ch’erano con messer Amerigo, di subito mandarono in Firenze l’uno di loro per volere liberare la compagnia di coscienza del nostro comune; il perchè di nuovo e di maggiore numero si fece consiglio di cittadini, nel quale l’ambasciadore con belle dimostrazioni s’ingegnò di ottenere che la compagnia fosse posta in luogo sicuro, non facendo ricordo che per gli ambasciadori fosse preso partito di così fare; nel detto consiglio si prese e fermò quello ch’era stato ne’ primi. L’ambasciadore era di tanta autorità e podere, che a richiesta sua i priori ebbono tre altri consigli, cercando in essi il consentimento di quello ch’egli e’ compagni suoi presontuosamente aveano diliberato; in effetto in tutti si prese di concordia quello che dinanzi negli altri era stato fermato; e ciò fatto, si cominciò a dare ordine all’offesa di coloro cui il comune avea diliberato che fossono nimici, e ciò fu pubblicato per tutto. La compagnia era stretta in Dicomano in forma e per modo che tre dì vivere non vi poteano, e circondata era intorno in maniera, che se non volassono, partire non si poteano. I colli sopra la Sieve erano presi pe’ balestrieri fiorentini, e fatte erano grandi tagliate a’ passi dove l’uscite erano più larghe, ed erano bene guardate; e oltre al grande numero de’ pedoni ch’erano nel paese mandati per lo comune, e che per volontà v’erano tratti, v’avea quattrocento cavalieri, de’ quali era capitano uno broccardo Tedesco antico conestabile del nostro comune, il quale conoscendo il pericolo dov’era la compagnia, non servando suo giuramento, con alcuno caporale andò in Dicomano, e ristrettosi con messer Amerigo e’ suoi caporali presero insieme consiglio, il quale fu segreto, ma per effetti s’intese, al quale si credette che participassono gli ambasciadori, per avere di loro concetto e promessa la scusa, di presente gravi minacce fur fatte agli ambasciadori, e intra l’altre di torre loro vita se si trovassono di loro promessa gabbati; appresso delle quali fu detto, e offerto di largo, che voleano fare ciò che volesse il comune, e per osservanza voleano dare stadichi; fu riputato malizioso e sagace consiglio. Gli ambasciadori udito questo si strinsono insieme con fare vista d’avere gran paura, e diliberarono quello, che come è detto, altra volta aveano diliberato, ciò fu di trarli di Dicomano a salvamento, e di metterli a Vicchio in quello di Firenze, ch’era proibito loro, e farli signori del piano di Mugello con abbondanza di vittuaglia. In questo comprendere si può quanta baldanza era in que’ tempi ne’ cittadini dello stato, e quanta poca reverenza si portava per loro alla maestà del comune; e meritevolmente, perocchè nè premio delle virtù, nè pena de’ falli per lo comune si rendea in que’ giorni, ma le spezialità e le sette de’ cittadini faceano comportare ogni grande ingiuria del comune con grande pazienza, la quale talora è vicina di crudeltà per la remissione delle debite pene. Avendo preso questo partito, come detto è, non degnarono di manifestarlo per lo loro compagno al comune, e il comune avea provveduto alla gente sua di capitani, i quali sapendo l’intenzione del comune, più credettono agli ambasciadori ch’al comune, e consentirono a’ comandamenti che gli ambasciadori feciono a’ balestrieri e agli altri soldati del comune; ebbono gli ambasciadori in sul vespero Broccardo Tedesco con tutti i soldati a cavallo che volentieri feciono quel servigio, e ordinarli alla retroguardia, per tema de’ fedeli de’ conti che non si poteano raffrenare, e il passo ch’era preso per li pedoni e balestrieri fiorentini feciono allargare, e rappianare le tagliate e le fosse, e abbattere tutte l’altre insegne con una d’un trombadore da Firenze posta in su un’asta; e avendo fasciata dall’una parte e dall’altra quella compagnia de’ balestrieri del comune di Firenze li condussono a Vicchio, e feciono loro dare del pane che mandato era là per l’oste de’ Fiorentini. E avvenne, che non potendosi raffrenare i fedeli de’ conti dalla mischia, che i balestrieri del comune di Firenze furono costretti dagli ambasciadori di saettarli. I cittadini, e i contadini di Firenze, e i balestrieri, che di grande animo erano tratti per combattere la compagnia, udendo ch’elli erano condotti in signoria del Mugello, perderono il vigore, e grande dolore n’ebbono, più che se fossono stati sconfitti, e ben conobbono che ’l comune era stato beffato, e pubblicamente, e dentro e di fuori, appellavano gli ambasciadori per poco fedeli e diritti al loro comune.

CAP. LXXIX. Come la compagnia andò in Romagna.

Sentito a Firenze che contro alla diliberazione del comune la compagnia sotto la condotta de’ suoi cittadini s’era partita da Dicomano e ridottasi a Vicchio, e che era nella signoria del piano di Mugello, la città per comune se ne dolse, e li rettori d’essa non sapeano che fatto s’avessono, nè che fare s’avessono; e la grande moltitudine di gente a piè ch’era sparta per li poggi del Mugello non essendo capitanata, e non sapendo cui ubbidire nè offendere, non si partia dalle poste. Quelli della compagnia, che sentivano quello ch’era diliberato a Firenze, avendo preso riposo per un giorno e una notte in Vicchio, veggendo i poggi intorno a loro carichi di fanti, e massimamente di balestrieri, i quali per li vantaggi de’ luoghi onde aveano a passare più ridottavano, temendo che crescendo la forza del comune eziandio il piano loro non fosse impedito, la mattina raccolti insieme da Vicchio scesono nel piano, avendo per loro conducitore ritenuto messer Manno Donati, e come uomini usi nell’arme, vedendo che la gente del comune, che loro era vicina, era volonterosa senza ordine o capitano, lasciato nel piano addietro uno aguato di cento Ungheri, s’arrestarono nel piano; e ciò feciono non per guadagno che sperassono di fare, ma perchè vidono che i balestrieri aveano passata la Sieve, o per vedere, come folli, o per guadagnare, stimando, che se agramente ne gastigassono alquanti, gli altri intimidirebbono e darebbono loro meno affanno; e così venne loro fatto. Perocchè caduti nell’aguato, gli Ungheri gli assalirono da due parti, e non avendo i balestrieri soccorso, di presente furono rotti e sbarattati; e come dicemmo non attendendo a’ prigioni, ne uccisono più di sessanta; e ciò fatto, gli Ungheri si ritrassono alla massa de’ loro, e senza niuno arresto tutti si diviarono al cammino per lo passo dello Stale sotto la guida di Ghisello degli Ubaldini, e quel dì cavalcarono quarantadue miglia, fino ch’e’ giunsono in su quello d’Imola dove erano sicuri, malcontenti e palesi nemici del nostro comune. La cagione di così lunga giornata fu perchè Ghisello non volea s’arrestassono nell’alpe, per tema non facessono danno a’ suoi fedeli, mostrando, se s’arrestassono, ch’e’ sarebbono in gravi pericoli. E per tanto senza niuno indugio feciono il detto cammino; nel quale i masnadieri, per non rimanere addietro, lasciarono loro arme per l’alpe per essere più leggieri al cammino. Gli ambasciadori, fornito il servigio, tornarono a Firenze, e di loro falli presono scusa a’ governatori del comune con quelle belle ragioni che seppono meglio divisare; e conoscendo di quanta autorità erano coloro ch’erano a quel tempo all’uficio de’ signori, detto fu per alcuno de’ detti ambasciadori: Non cercate più questi fatti, ma dite che noi siamo i ben tornati.

CAP. LXXX. Come i signori di Francia vennono sopra Parigi in arme.

Tornando alle travaglie del reame di Francia, nell’addietro narrammo il subito e sfrenato movimento del popolo minuto, e de’ borgesi di Parigi e d’altre ville di Francia contro a’ baroni e gentili uomini del paese, sotto il mal consiglio e condotta del proposto de’ mercatanti e suoi seguaci; per la qual cosa il Delfino di Vienna mosso e sospinto da’ gentili uomini ch’erano stati dall’indiscreto popolo agramente offesi e malmenati, per repremere la sua trascotata e furiosa baldanza d’ogni parte si raccolsono insieme, e all’entrare del mese di luglio del detto anno vennono sopra Parigi in numero di cinquemila cavalieri, o in quel torno, avendo per loro capo il sopraddetto Delfino, e accamparonsi a sant’Antonio, presso a Parigi a due leghe; e ivi si dimoravano senza fare asprezza di guerra, perocchè ben sapeano che la comune di Parigi era sommossa, e ingannata dal proposto e da’ suoi seguaci per malvagio ingegno. Ed essendo nel paese il re di Navarra, che celatamente s’intendea col proposto e con certi suoi confidenti che guidavano il popolo, per mostrare di volere atare il popolo e’ borgesi dalla forza de’ baroni e gentili uomini ch’erano venuti sopra loro, s’accampò a san Dionigi con millecinquecento cavalieri ch’avea accolti di suo seguito, e che segretamente avea dal re d’Inghilterra, e con assai sergenti e arcieri inghilesi e guasconi; e stando quivi, dava ardire a coloro che con lui s’intendeano in Parigi, dicendo di volere combattere a petizione del popolo di Parigi col Delfino, e per tutto corse la boce che la battaglia era ingaggiata, e datole il giorno.

CAP. LXXXI. Come il re di Spagna uccise molti de’ suoi baroni.

Secondo che vogliono i savi, il parlare e lo scrivere debbe essere conveniente alla materia di che si tratta, e da questo principio procede l’arte del dire ch’è chiamata rettorica, la quale giunta al nobile ingegno, meglio mostra e fa più piacere quello di che si ragiona; di questa scienza niente sapemo, come nostra scrittura dimostra; e per tanto del nostro scrivere rozzo, ma vero, non diletto, ma frutto potranno prendere i belli parlatori. Questo per tanto n’è piaciuto di dire, perchè le bestiali crudeltà remote da ogni umanità le quali appresso scrivere dovemo, a bene dimostrarle meriterieno l’eloquenza di Tullio, ma noi le metteremo in nota col nostro usato volgare, fuggendo i vocaboli i quali per la prossimità della grammatica dalli volgari a cui scrivemo sono poco intesi. Il crudelissimo e bestiale re di Spagna, avendo contro al volere e consiglio de’ suoi baroni palesemente ritolta la sua concubina, o più volgarmente dicendo, bagascia, e quella sopra modo disonestamente magnificando nel suo reame, trascorse in tanto disordinata e sconcia vita, che tutto l’animo reale cambiò in crudele tirannia. Il forsennato re, per torsi dinanzi i riprensori de’ suoi modi sozzi e sfrenati, e coloro di cui potea temere che a tempo i suoi errori dovessono potere correggere, maliziatamente trasse fuori boce ch’e’ si cercava contro a lui ribellione, e di Burgos in Ispagna e d’altre sue terre, e sotto questo colore, come fiera crucciato, di sua mano uccise due suoi fratelli bastardi e il zio del re d’Araona, a cui per certa convegna s’appartenea la successione del reame di Spagna; appresso intra lo spazio di due mesi, o in quel torno, ancora di sua propria mano uccise venticinque de’ suoi baroni, con trovando cagioni, e prendendo ora dell’uno ora dell’altro infinte e simulate infamazioni. Mirabile certo e abominevole cosa, che un re cristiano di suoi baroni innocenti e fedeli senza giudicio di corte, almeno colorato, facesse morire, e che di sua malvagia e rabbiosa sentenza egli fosse il manigoldo e vile esecutore. Queste iniquitadi occorsono del mese d’agosto e di settembre detto anno.

CAP. LXXXII. Della detta materia di Spagna.

Il movimento del perverso tiranno di Spagna, non degno d’essere nominato re, ma bestia selvaggia, venne in questi dì in tanta furiosa pazzia, che costrignea i baroni che gli erano rimasi e campati di sua crudeltà, e i comuni, a giurare fedeltà e omaggio alla bagascia sua, essendo in addietro per tutti prestato il saramento alla reina vecchia madre del detto re; e facendo a ciò richiedere quelli di Sibilla, i cittadini, fatto sopra ciò loro consiglio, elessono dodici uomini de’ più savi e discreti, i quali per parte del comune andassono al re, e con savie parole gli mostrassono, com’elli erano per saramento d’omaggio obbligati alla reina vecchia, e che non poteano il nuovo saramento fare se prima non fossono assoluti del vecchio; e che cercassono dal suo disonesto proponimento levare il re, cortesemente mostrandoli che quello volea nè suo bene era nè suo onore. I valenti uomini seguendo il mandato del loro comune furono al re, e reverentissimamente li sposono quello ch’era loro imposto dal consiglio del comune di Sibilia. Il re chetamente, e senza mostrare atto niuno di turbazione, gli udì, e quando ebbono detto modestissimamente quello che vollono, credendo per loro dolce e savio parlare avere ritratto il re dalla folle e sconcia dimanda, il re loro non fece altra risposta, se non che si toccò la barba, e disse: Per questa barba, che male così avete parlato; e con tale breve e sospettosa risposta gli ambasciadori impauriti si tornarono a Sibilia. Il re infellonito poco appresso n’andò a Sibilia, e in una notte andando alle case loro tutti i detti ambasciadori senza niuna misericordia fece tagliare; nè contento a tanto male, in pochi giorni circa a quaranta buoni cittadini fece uccidere nelle loro case. Io non mi posso tenere ch’io non morda con dente di perpetua infamia la memoria di quello iniquo tiranno, e ch’io non passi a vituperarlo la semplicità del mio usato stile dello scrivere. Io ho letto e riletto nelle antiche scritture quello che in esse si pone degli iniqui e scellerati pagani, massimamente de’ barbari, e di simili cose ho trovate, ma che tanta ingiustizia, tanta empietà e crudeltà fosse in alcuno re cristiano, non mi ricordo d’avere letto giammai.

CAP. LXXXIII. Come la compagnia cavalcò a Cervia.

Come di sopra dicemmo, il resto della gran compagnia del conte di Lando sotto la condotta di messer Amerigo del Cavalletto s’era ridotta in Romagna, e ad essa tutti quelli ch’erano campati della rotta dell’alpe s’erano ricolti con assai gente sviata e atta a mal fare, che fuggendo l’oneste fatiche cercavano di vivere di preda, e a richiesta del capitano di Forlì cavalcarono su quello di Ravenna, e ’l sale che trovarono alle saline di Cervia insaccato, come fosse per caricarsi, e non piccola quantità, e simile di grano e bestiame, senza alcuno contasto levarono e portarono in Forlì: perchè si credette che fosse baratto del signore di Ravenna per fornire la città di Forlì, e non tanto per amore del capitano, quanto per tema di sè, stimando, che se il legato avesse Forlì la guerra si volgerebbe addosso a lui.

CAP. LXXXIV. Come il capitano di Forlì mise la compagnia in Forlì.

Il capitano, come uomo disperato, e con poca fede e legge, non avendo riguardo a’ suoi cittadini ch’erano stati a ogni martiro per sostenere lo stato suo, segretamente si convenne co’ caporali della compagnia di dar loro venticinquemila fiorini e il ricetto in Forlì, ed elli impromisono a lui di levare le bastite che gli erano intorno, e che per alcuno tempo starebbono in Romagna al servigio suo; di che seguitò, che all’entrante d’agosto e’ li mise in Forlì senza assentimento de’ suoi cittadini: i quali essendo stati rotti, come dicemmo, avendo patiti molti disagi, e per tanto essendo in gran bisogno di ricetto, per prendere riposo cominciarono a torre le case de’ cittadini, e loro masserizie e arnesi, e accomunare e abitare familiarmente con loro, e torsi delle cose da vivere oltre a bastanza, pigliando dimestichezze disoneste e spiacevoli colle famiglie de’ cittadini, che per non uscire di loro case e masserizie dimoravano con loro. Il perchè assai cittadini, a cui era più caro l’onore che la roba, si partirono di loro abituri, e ristrignensi in piccoli luoghi, lasciando in abbandono, per non contendere con gente bestiale, tutte loro cose. Nel quale avviluppamento manifesto si vide gli errori degli erranti e servili popoli, che per matta stoltizia disordinato amore portano a’ loro signori e tiranni. Di ciò il popolo molto si dolse, e nel segreto ricordava con mormorio la gran fede male meritata che portata aveano al loro capitano, sofferendo il lungo assedio in contumacia di santa Chiesa col perdimento di tutti i loro beni, con grandi disagi e affanni di loro e di loro famiglie. Onde meritevolmente in loro fu verificato quel proverbio che dice, chi contro a Dio getta pietra, in capo li ritorna.

CAP. LXXXV. D’una nuova compagnia di Tedeschi.

I Tedeschi di soldo che in que’ tempi erano in Italia, vedendo e conoscendo che altra gente d’arme che venisse a dire nulla, fuori di loro lingua, ne’ paesi di qua da’ monti non era, follemente pensarono di farsene signori: e vedendo che la compagnia del conte di Lando era in parte mancata per la rotta da Biforco, di presente s’intesono insieme i Tedeschi ch’erano al servigio de’ Sanesi, e quelli ch’erano al servigio de’ Perugini, con quelli ch’erano nella provincia della Romagna; perchè compiuta la ferma che Anichino di Bongardo avea co’ Sanesi, si ritrasse con sua gente in forma di compagnia, alla quale il conte Luffo con settecento barbute ch’erano al soldo de’ Perugini, e più altri conestabili tedeschi ch’erano in loro vicinanza, s’aggiunsono, sicchè furono circa a duemila barbute; e assai gente da piè atta a rubare trassono a loro, e andarsene su quello di Perugia, e co’ Perugini si patteggiarono in atto di ricompera per fiorini quattromila, e con avere il passo da Fossato per andare nella Marca: e d’indi passarono verso Fabriano, dove trovarono che i passi erano presi e guardati, onde si rivolsono per la Ravignana verso Fano, e in pochi dì, all’uscita d’agosto detto anno, s’aggiunsono a Forlì coll’altra compagnia, e posonsi di fuori della terra, entrando e uscendo a loro posta della città, e avendo vittuaglia dal signore. E per non disfare il gentile uomo ch’era assediato, mangiando quello di che vivere dovea insieme colla compagnia ch’era in Forlì, feciono cavalcate e da lunga e da presso, e ciò che poteano predare metteano in Forlì, facendo vendemmiare innanzi tempo le vigne vicine a’ loro saccomanni colle sacca, il perchè assai vino e altra roba da vivere assai misono nella città.

CAP. LXXXVI. Come si levò l’oste da molte terre.

Per la partita della gente d’arme di Toscana i Sanesi ch’erano a oste al Montesansavino se ne levarono e tornaronsi a Siena, e i Perugini che manteneano oste a Cortona anche se ne partirono; per la qual cosa in poco tempo quelli di Cortona con meno di cento cavalieri, e con alquanta gente da piè, feciono più cavalcate sul contado di Perugia, dilungandosi da Cortona le dieci e le dodici miglia, e trovando i contadini per li campi alle loro faccende, e il bestiame non ridotto in luogo sicuro, feciono prede assai e di uomini e di bestiame grosso e minuto. Ed era a tanto condotto il comune di Perugia per straccamento della guerra, che così pochi nemici cavalcavano ne’ loro più cari luoghi, e si tornavano colle prede a salvamento, quasi senza trovare alcuno contasto in niuna parte. Il dì che avvenne ultimamente, che cinquanta cavalieri e pochi pedoni corsono e girarono il lago dintorno, e colla preda senza niuno impedimento si tornarono a Cortona, che pare cosa incredibile a dire. Quinci si può notare quanto sono da fuggire, e quanto sono pericolose le imprese de’ comuni con soperchia voglia baldanzosamente cominciate, perocchè le più volte hanno altri fini che gli orgogliosi popoli, e pronti alle imprese maggiori che non possono portare, non istimano. Però non si può avere troppa temperanza per li savi governatori de’ comuni, nè troppa cura a raffrenare gli appetiti de’ popoli, a cui sovente dire si può: Signore, perdona loro, che non sanno che si fanno. È vero che al nostro comune spesso avviene il contrario, che o voglia il popolo o no, egli è tirato, e per forza sospinto nelle grandi e pericolose imprese da coloro che le dovrebbono vietare. Corsa la piena della gente dell’arme nella Romagna, il legato fece fortificare e fornire le bastite ch’avea intorno a Forlì di vittuaglia e di gente, e partissi da campo, e tornossi coll’oste a Faenza, e a Cesena, e per le castella dintorno, per stare a vedere quello che la compagnia facesse: e tutte queste cose fur fatte del mese d’agosto detto anno. E rinnovato fu il processo, e pubblicata la sentenza di santa Chiesa contro alla detta compagnia, come eretici e favoreggiatori dello scismatico capitano di Forlì, e che ogni uomo li potesse offendere, e contro a loro prendere la croce; ma tal fu la riuscita dell’altro legato quando li ricomunicò, e loro fè tributaria la Chiesa di Roma e’ comuni di Toscana, come addietro dicemmo, che a vile s’ebbe la sentenza e il processo, e sua esecuzione, eziandio da tutti gli amici e fedeli di santa Chiesa.

CAP. LXXXVII. Come si fè accordo dal Delfino a quelli di Parigi.

Come addietro facemmo menzione, il duca d’Orliens, e il Delfino di Vienna, e i gentili uomini aveano posto campo a Parigi, di che poco appresso seguente, che parendo a quelli d’entro e a quelli di fuori stare in molti disagi e pericoli assai, avendo ciascuno desiderio di concio, che per mezzani assai di lieve vi si trovò accordo; ma per tanto non vollono i borgesi che il Delfino o sua gente d’arme entrasse in Parigi, ma pacificamente e quelli d’entro e quelli di fuori praticavano insieme: nel quale accordo per operazione del proposto e de’ seguaci suoi s’inchiuse il re di Navarra con tutta sua gente; sotto la quale fidanza, o per vedere la terra, o per loro rinfrescamento, certi Inghilesi entrarono in Parigi, i quali come veduti furono da certi borgesi, loro levato fu il grido addosso in vendetta di loro signore ch’era in Londra in prigione, e tanto procedette avanti la cosa, che in quel furore in diversi luoghi in Parigi, come furono per avventura trovati, furono morti circa a cento Inghilesi. Ciò sentito nel campo del re di Navarra, tutto si mosse verso Parigi con animo di prendere del misfatto vendetta; il perchè il re a consiglio de’ suoi caporali mise un aguato, e con corridori fatti sottrarre i Parigini, e addirizzarli per tirarli nell’aguato, i folli borgesi inbaldanziti per quelli disarmati che aveano uccisi dentro uscirono fuori, e correndo alla scapestrata e senza ordine niuno caddono nell’aguato, ove ne fu morti oltre a trecento. La cosa fu rappaciata dentro e di fuori per operazione del proposto, che avea l’animo dirizzato a maggiori fatti, come appresso diremo.

CAP. LXXXVIII. Di detta materia, e come fu morto il proposto.

Seguendo suo iniquo e malvagio proponimento il proposto con certi suoi segretari con cui s’intendea, e che con lui teneano mano a tradire la corona, volendo trarre a fine il tradimento che lungo tempo avea menato e fermo col re di Navarra, vedendo che ’l popolo di Parigi si venia riconoscendo del fallo suo contro al Delfino e’ baroni, e temendo che l’indugio al suo maligno concetto non fosse dannoso, affrettò l’esecuzione del trattato e la morte sua; perocchè con certi borgesi del seguito suo, senza diliberazione o consiglio degli altri borgesi, bene apparecchiati in arme uscì di Parigi, e andonne a una delle bastite la quale aveano bene guernita e d’arme e di vittuaglia, e di gente per sicurtà della terra, e quella in gran parte sfornì d’armadura atta a difesa, e tolse le chiavi a colui a cui era stata accomandata di volere e consiglio di tutti i borgesi, e le diede a uno borgese di Parigi sospetto assai, perchè era stato tesoriere del re di Navarra; e come fece a questa bastita, così fece a tutte l’altre. Veggendo gli altri borgesi questa affrettata novità che si faceva senza niuno loro consiglio, nè cagione vedeano perchè ciò fare si dovesse, nè che pensiere a ciò fare avesse il proposto, cominciarono ad ammirare e a insospettire, ed in piccola ora col mormorio del popolo tanto crebbe il sospetto, che mandarono prestamente al Delfino, con cui novellamente aveano preso l’accordo, a sapere se ciò fosse di suo assentimento e volere; e avendo risposta del nò, tutto il popolo si levò a romore, gridando: Viva il Delfino, e muoiano i traditori; e in quella furia giunsono il proposto, e tagliarono a pezzi con certi suoi confidenti ch’erano con lui, e nel detto furore corsono alle porte, e uccisono tutti coloro che ’l proposto v’avea a guardare diputati, e alle bastite rinnovellarono e guardie e serrami.

CAP. LXXXIX. Come furono impesi que’ borgesi a cui erano state accomandate le chiavi delle bastite.

Il giorno dopo la morte del proposto, i borgesi di Parigi, riconosciuti del fallo loro, di comune consiglio mandarono nel campo al Delfino, che li piacesse, poichè morto era il traditore della corona co’ seguaci suoi, di volere dimenticare l’offesa che ignorantemente era fatta loro, come persone ingannate da coloro che falsamente li conducevano, e che in Parigi dovesse venire, e reggere e governare la città e il popolo come loro signore naturale, che presti e apparecchiati erano tutti a ubbidire e fare i suoi comandamenti. Il Delfino avuto suo consiglio rispose molto benignamenente agli ambasciadori, dicendo, che bene conoscea onde era mosso l’inganno del popolo, e che molto era contento che la comune di Parigi avea scoperti i loro traditori e della corona, e che per loro se n’era presa vendetta, ma ancora non a pieno: e però, innanzi ch’e’ volesse entrare nella città, volea che del tesoriere del re di Navarra e del compagno, a cui erano state date le chiavi delle bastite, fosse fatta giustizia, e poi lietamente e con pieno amore de’ suoi borgesi v’entrerebbe. Tornati gli ambasciadori nella terra, furono presi il tesoriere e ’l compagno, e tranati per la terra, e impesi al castelletto; e fatto ciò, il Delfino con tutta sua gente con grande festa entrarono in Parigi, ricevuti da tutti i cittadini con singolare allegrezza.

CAP. XC. Come si scoperse il trattato tenea il re di Navarra.

Il Delfino ordinato in Parigi generale parlamento, nel quale fece con savie e ornate parole mostrare al popolo la buona voglia ch’egli e’ baroni e’ gentili uomini aveano a’ borgesi di Parigi, e in quello fece nuovo proposto di mercatanti come a lui piacque, uomo di cui bene si potea fidare: e oltre a ciò, rendendo onore al popolo, fece dire, che quando volontà de’ borgesi fosse, e’ sarebbe contento che sei borgesi, i quali e’ fece nominare, fossono nella guardia e giudicio del popolo, perocch’e’ sentiva ch’erano stati segretari del proposto cui eglino aveano giudicato per traditore della corona. Come questo fu detto, senza arresto i detti sei borgesi furono presi, e venuti in giudicio, senza alcuna molestia o tormento confessarono, che la notte che il giorno dinanzi era stato morto il proposto, il re di Navarra dovea prendere le bastite, ed entrare in Parigi con tutta sua forza, e coll’aiuto del proposto e di suo seguito dovea correre Parigi; e che venendo prestamente fatto e al re e al proposto loro intenzione, il re si dovea fare coronare del reame di Francia per mano del vescovo di.... il quale allora era in Parigi, e si partì di presente come vide morto il proposto; e che il detto re di Navarra dovea riconoscere il reame di Francia da quello d’Inghilterra e fargliene omaggio, e restituirgli la contea d’Alighiero e altre terre, ed egli lo dovea atare a racquistare il reame con tutta sua forza; e che se ciò venisse fatto, com’era ordinato, il re d’Inghilterra dovea fare tagliare la testa al re Giovanni di Francia, cui egli avea in prigione, e che i Lombardi e’ Giudei ch’erano in Parigi doveano essere preda degli Inghilesi. Fatta la detta confessione, senza arresto i detti sei borgesi furono giustiziati; per li savi scoprire il processo fu poco senno tenuto, essendo il re di Francia e ’l figliuolo in prigione, perchè essendone il re d’Inghilterra infamato, si dovea potere muovere a cruccio, e mal trattare il re e ’l figliuolo.

CAP. XCI. Come il re di Navarra guastò intorno a Parigi.

Avendo avuto il re di Navarra dal proposto come avea cambiate le guardie, e dato ordine presto alla esecuzione del trattato, non sapendo ciò ch’era occorso al proposto, venne per prendere la prima bastita, la quale trovando fornita di gente nuova e bene in punto alla difesa, comprese che ’l trattato fosse scoperto: perchè mettendosi più innanzi in sentore, intese come il proposto co’ suoi consiglieri erano stati morti dal popolo; perchè vedendo in tutto suo pensiero annullato, d’ira e di mal talento incrudelito nell’animo suo, non ostante concordia nè pace ch’avesse co’ borgesi, tentò se per forza potesse vincere la bastita: e lavorando invano, partito da quella, scorse intorno a Parigi ardendo, e guastando, e predando ciò che potè. E poichè così ebbe fatto alquanti giorni, non trovando in campo contasto, se ne tornò a Monleone grosso castello, posto presso a Parigi a... leghe, e ivi si pose ad assedio. E come che ’l fatto s’andasse, al detto re cresceva gente d’arme da cavallo e da piè, la quale si movea d’Inghilterra non per manifesta operazione del re, ch’era nel trattato della pace, ma i cavalieri si mostravano muovere da loro e per loro volontà, come andare in compagnia. Ed essendo per li cardinali mezzani della pace detto al re che questo non era ben fatto, e che li piacesse mettervi rimedio, scusossi, dicendo, che ciò molto gli dispiaceva, ma che quella era gente disperata e di mala condizione, cui egli per suoi comandamenti non potea nè correggere nè arrestare. E con questa gente il re di Navarra cavalcava per tutto, e ardeva, e predava, e conduceva male il reame di Francia, non ostante l’ordine della pace preso; nel quale s’adattò il proverbio che dice, tra la pace e la triegua, guai a chi la lieva.

CAP. XCII. Come il marchese non volle dare Asti a’ Visconti.

Essendo per l’imperadore, per li patti della pace tra’ collegati e i signori di Milano, dichiarato che Pavia rimanesse a popolo e in libertà, e che Asti fosse renduto a’ signori di Milano, i signori di Milano della dichiarazione non contenti pertinacemente domandavano Pavia, e non che loro fosse ciò conceduto pe’ collegati, ma il marchese di Monferrato, che tenea Asti, nol volea rendere loro. Così ciascuna delle parti della pace fatta rimanevano malcontenti; e cominciarsi i collegati a temersi de’ signori di Milano, e quelli di Milano feciono loro sforzo, e mandarono a oste nel Piemonte contro ad Asti e all’altre terre che ’l marchese tenea in Piemonte, e ordinarono di riporre le bastite a Pavia, e ciò in piccolo tempo fornirono. Il marchese rimasto povero e di danari e d’aiuto per li Lombardi, che non si ardivano a scoprire per la pace fatta contro a’ signori di Milano, francamente s’apparecchiava alla difesa e alla guerra come meglio potea.

CAP. XCIII. Come la compagnia assalì Faenza.

Lasciando i fatti di Francia e di Lombardia e tornando ai più vicini, la compagnia, ch’era in Romagna tra Forlì e Faenza, sentendo male fornita di gente d’arme la città di Faenza, la quale si tenea per la Chiesa, dove non era che uno capitano con meno di cento uomini da cavallo, si strinsono alla terra, ed entrarono in uno dei borghi. Il detto capitano allora era di fuori, e volendo tornare dentro, fu abbattuto e ferito, e de’ suoi compagni assai magagnati. Per ventura erano in quel punto in Faenza trecento cavalieri del comune di Firenze all’ubbidienza d’uno cavaliere fiorentino, il quale vedendo il subito e improvviso assalto prestamente si mise alla difesa colla brigata sua, e riscosse il capitano, e i nemici fuori del borgo sospinse con loro assai danno, e ricoverato il capitano e l’onore della Chiesa si tornò in Faenza. Per lo detto assalimento baldanzoso e non provveduto si temette che non fosse nella terra trattato, ma se v’era, non si trovò. E ciò fu del mese d’agosto del detto anno. Appresso a pochi dì la compagnia de’ Tedeschi della bassa Magna sotto il capitanato d’Anichino di Bongardo s’accostò con quella ch’era in Romagna, e molti altri Tedeschi che spontaneamente si partivano da’ soldi degli Italiani s’aggiunsono con loro, e come ebbono fatta una massa, vedendosi forti cominciarono a gridare a Firenze, tenendosi per fermo e per lo consiglio e da tutti che da’ Fiorentini fossono stati traditi, e nell’alpe sconfitti. Di questa adunata e di sua mala parlanza gran sospetto si prese a Firenze, perchè si prese argomento di guardare i passi, come appresso diremo.

CAP. XCIV. Come i Fiorentini mandarono a Bologna per la quistione dello Stale.

Temendosi per lo nostro comune che la compagnia per lo passo dello Stale, che assai era largo e aperto, non li venisse addosso, in certa parte di quello luogo avea fatto fare e tagliare i palizzati, i quali erano abbandonati, perocchè per li patti fatti colla compagnia doveano passare da Biforco, come addietro dicemmo. E vedendo il comune che la compagnia partita da Vicchio di quindi era passata in Romagna, e considerando che quello era il più agevole passo che potesse fare gente d’arme che da quella parte venisse in offesa di nostro paese, prese ragionamento di farvi fortezza. Sentendo ciò gli Ubaldini e i conti da Mangona, a cui a tempo la fortezza potea essere nociva, di presente furono al signore di Bologna, e gli diedono a intendere che quello luogo era del comune di Bologna; perchè per la mala informazione turbato scrisse al nostro comune assai altieramente. Di che il nostro comune fè ritrovare l’antiche ragioni che ’l monistero di Settimo ha nello Stale e ne’ luoghi circostanti, colle quali per ambasciadori e difendere delle dette ragioni mandò a Bologna messer Francesco di messer Bico degli Albergotti d’Arezzo cittadino di Firenze, eccellentissimo e famoso dottore in ragione civile, il quale allora leggeva in Firenze. Questi circa lo spazio d’un mese stette a disputare co’ dottori bolognesi sopra la materia, e in fine in presenza del detto signore di Bologna fu determinato, che ’l nostro comune aveva ragione, tutto che gran punga fosse fatta per li detti Ubaldini e’ conti in contrario. E a fede di ciò, il signore scrisse appieno al nostro comune, e le lettere e cautela furono registrate del mese di settembre 1358.

CAP. XCV. Qui si fa menzione delle ragioni che ’l monistero di Settimo ha nello Stale.

E’ n’è di piacere, poichè nel precedente capitolo detto avemo dei modi tenuti per gli Ubaldini e’ conti di Mangona intorno alla quistione dello Stale, di fare in sostanza alcuna memoria delle ragioni che la badia di Settimo ha nel detto Stale, più per reverenza della buona e fedele antichità che per vaghezza di scrivere. Trovato fu nel monistero di Settimo una carta rogata negli anni dell’incarnazione del nostro Signore 1040 a dì 13 di dicembre, nel quale si celebra la festa della graziosa santa Lucia, e nell’anno secondo dell’imperio d’Arrigo, del cui tenore in parte togliemo questo. Guglielmo conte, figliuolo di messer Lottieri conte e di madonna Adalagia contessa, diede per rimedio dell’anima sua e de’ suoi genitori, alla Chiesa e al monistero di san Salvadore, nel luogo che si dice Gallano, ove si dice lo Spedale, con ogni ragione, e aggiacenza, e pertinenza sua, e qualunque e quanto a quel luogo s’appartiene, in perpetuo a noi Ugo, e agli Abati che per li tempi saranno; e appresso quello che concede confina così. Da oriente, dal Nespolo infino al Pero lupo, e infino alla Stradicciuola, e siccome corre la detta Stradicciuola infino alla collina; da mezzogiorno dalla detta collina infino a Ferimibaldi, e da Ferimibaldi infino a Feumicarboni, e da Feumicarboni infino a Collina de’ monti propio.... e infino a Fontegrosna, e siccome trae il vado d’Astronico. Dalla parte d’occidente, dal guado Astronico infino a Montetoroni, e infino a Ronco di Palestra, ritorna fino al Nespolo di Briga. E sono tutte le predette terre e cose, e tutti i piani, e alpi, e le loro pertinenze, secondo che si dice nella detta carta, infra ’l contado di Bologna e di Firenze. Nel 1292, a dì 19 di dicembre, il popolo di santo Iacopo a Montale e di san Martino di Castro per sentenza di lodo poterono usare i detti beni quattordici anni, dando la decima di tutto il frutto e certo censo al detto monistero. E perchè semo entrati in ragionamenti di confini, diremo de’ confini tra il nostro comune e quello di Bologna, per bene e pace dell’uno e dell’altro comune, i quali furono terminati per messer Alderighi da Siena arbitro in tra i detti comuni, e furono questi. Il Mulinello a piè di Pietramala è del nostro comune, e Baragazzo, e il Poggio del fuoco, e delle valli, e mezzo Montebene, e Sassocorvaro, e il prato di Baragazzo.

CAP. XCVI. Come la compagnia della Rosa di Provenza si spartì e disfecesi.

In questi dì, sentendosi le novità di Francia che narrate sono, e come il paese s’apparecchiava a nuova guerra per l’operazioni del re di Navarra, la compagnia, che lungamente era stata in Provenza, e avevanvi assai terre acquistate, vedendo che poco avanzavano stando quivi, ed essendo parte di loro richiesti dal Delfino, sperandosi più avanzare nelle guerre di Francia che nella povertà di Provenza, premono per partito di partirsi, e trattarono co’ paesani d’andare, e di rendere le terre e le castella che aveano prese; e venuti a concordia, ebbono ventimila fiorini d’oro, e catuno se n’andò dove li piacque, e lasciarono il paese di Provenza, ove erano stati predando i paesani e affliggendo più di diciassette mesi continui in guastamento del paese.

CAP. XCVII. Come s’afforzò e guardò i passi dell’alpe perchè la compagnia non passasse.

Poichè fu terminata la quistione dello Stale, sentendo il nostro comune che la compagnia s’apparecchiava a quello luogo, avendo posto campo tra Bologna e Imola, e temendo non prendesse indi suo vantaggio in Toscana, senza perdere tempo vi mandò provveditori e maestri per afforzare sì quel passo, che togliesse speranza alla compagnia, e a qualunque altra gente volesse offendere il comune, di quindi passare. E perchè a sicurtà i maestri e’ paesani potessono intorno a ciò lavorare, vi mandò il comune balestrieri assai e altra gente d’arme quale pensò alla difesa essere bastevole, con fare comandamento a tutti i paesani e vicini a quello luogo che vi dovessono essere e colle persone e colle bestie loro ad atare, tanto che ’l luogo fosse abbastanza afforzato, i quali vi mandarono volentieri per tema di non essere sorpresi incautamente dalla compagnia, che da quelli dell’alpe si tenea offesa, e avea appetito di vendicarsi. L’opera fu di volontà affrettata perchè il pericolo era vicino, e in piccolo tempo fu tutto fornito, cominciando dalla vetta de’ colli e passando per lo tramezzo delle valli, li fossi e li steccati, colle torri di legname e bertesche spesse a guisa di mura di terra, con tre belle e forti bastite in su i poggi per dare favore a quelli che difendessono i palizzati, e perchè, se caso di rotta avvenisse, si potessono ricogliere a salvamento. La chiusa per lungo fu intorno di passi ottomila, stendendosi insino presso a Montevivagni. Quelli della compagnia, che s’erano alloggiati in su quello d’Imola, più volte tentarono e per diverse parti passare in sul nostro contado, ma sentendo ch’e’ passi dell’alpe erano bene guardati (che più di dodicimila pedoni, la maggiore parte balestrieri, talora fu che si trovarono allo Stale, senza quelli ch’erano all’altre poste) mutarono proponimento, e rivolsonsi indietro nella Romagna, e massimamente sentendo venuto in Firenze messer Pandolfo di messer Malatesta da Rimini per capitano di guerra, non lasciando però le minacce contro al nostro comune.

CAP. XCVIII. Come l’imperatore fece il duca d’Osteric re de’ Lombardi.

Carlo imperadore de’ Romani, essendo nel detto anno 1358 del mese di settembre morto il duca vecchio d’Osteric, il giovane duca ch’era rimaso signore si fece a parente, e gli diè una sua figliuola per moglie; e lui volendo aggrandire, vedendo che la forza del genero giunta alla sua era grandissima, e per l’avviso del conte di Lando e degli altri caporali di lingua tedesca avea sentito, come le parti d’Italia, massimamente Romagna e Toscana, erano male disposte, e atte a potere venire sotto signore, si pensò ciò potere di lieve seguire con titolo di signore naturale, perocchè il nome del tiranno a’ liberi popoli, massimamente di Toscana, era terribile, e non potea essere accetto, e per tanto il detto duca fece e pronunziò re de’ Lombardi. Il duca, come giovane, e vago di crescere suo nome e signoria, accettò il titolo del reame: ciò sentito in Italia, non fu senza gran temenza; il perchè tantosto i signori e’ comuni s’intesono insieme, dando ordine a leghe e a tutto ciò che pensarono essere necessario e bastevole a impugnare l’impresa del nuovo signore.

CAP. XCIX. De’ processi della compagnia in questi giorni.

Noi dicemmo addietro come il capitano di Forlì per patto promise quindicimila fiorini alla compagnia, e la cagione perchè, onde venendo il tempo che pagare li dovea, e non avendo il di che, eziandio affannando di presta i suoi cittadini, diede a’ caporali contanti fiorini duemila: ed essendo suoi prigioni il figliuolo del conte Bandino da Montegranelli, e due figliuoli del conte Lamberto della casa de’ Malatesti detto il conticino da Ghiaggiuolo, i quali erano stati presi nella guerra del cardinale di Spagna, loro assegnò alla detta compagnia in parte di pagamento per fiorini diecimila. Currado conte di Lando, sentendo l’impotenza del gentiluomo, coll’animo suo diritto e libero dove avesse avuto di che sadisfare, cortesemente li fece accettare, attendendosi dell’avanzo alla fede e promessa del capitano; e per non stare in bargagno, avendo il conte bisogno di danari, assentì il riscatto de’ detti prigioni per quattromila fiorini: e ciò fatto, con tutta sua brigata prese cammino, e si strinse verso quello d’Imola e di Faenza, cercando preda per vivere. E nei detti paesi ha una valle grassa e abbondante d’ogni cosa da vivere che detta è Limodiccio, la quale è circondata di poggi altissimi e aspri, e con assai stretti cammini all’entrare e all’uscire per grandi montate e scese: i villani di quel paese s’erano ridotti alle guardie de’ poggi ov’erano l’entrate, non sperando che per lo grande disavvantaggio di chi venisse di sotto gente d’arme gli andasse ad assalire, poco avendo considerazione, che la fame fa cercare per lo cibo ogni luogo segreto, e assalire eziandio le impossibili cose. Quelli della compagnia assalirono le montagne con franchezza d’animo, facendo in fatti d’arme maraviglie; il perchè i villani impauriti e inviliti lasciarono i passi, e diersi alla fuga, onde la valle tutta venne in potestà de’ nemici, dove trovarono assai roba da vivere. E a loro fu bene bisogno di così trovare, per ristorare i disagi e la fame patita a Forlì: ed ivi adagiato e loro e loro bestie, vi dimorarono fino a dì 16 del mese di ottobre. E mentre che stavano a Limodiccio; più volte cercarono di passare in sul Fiorentino, ma ciò fu in vano; perocchè trovavano onde speravano passare sì forniti e ordinati al riparo, che non s’assicurarono di mettersi a partito. E andarono a Modigliana, e assaggiarono il castello con battaglia, e niente poterono acquistare. All’uscita del mese cavalcarono a Massa, che è del vescovo d’Imola, e come suole avvenire de’ beni de’ cherici, che non contendono se non a pelare, essendo il luogo male provveduto di guardia la presono, dove trovarono assai roba da vivere e arnese da preda. Alla rocca non feciono assalto, perocchè essendo nella guardia del signore d’Imola era bene guarnita e apparecchiata a difesa. I mascalzoni per la troppa roba vi trovarono vennono tra loro a discordia nel pigliare della roba, e per non venire a peggio tra loro misono fuoco nella terra, e arse tutta colla maggiore parte di ciò che v’era dentro, perchè convenne che la brigata si partisse e accampasse di fuori; e quivi soggiornarono alquanto verso i confini di Bologna: e non avendo la vittuaglia che a loro bisognava, il signore di Bologna ne dava loro, e sostenneli quivi tutto il mese di novembre. Ciò disse che fece, perchè il legato Cardinale di Spagna era in cammino per passare in Romagna a ripigliare la guerra, e non sapea l’intenzione sua, sicchè per gelosia di suo stato era contento d’avere la compagnia di presso.

CAP. C. Come il re del Garbo fu morto.

Buevem re del Garbo, il quale volgarmente è detto il reame della Bellamarina e di Tremusi, avendo lungo tempo con ardire e con senno sostenuto l’onore di sua corona, e avendosi sottoposto, come nel primo libro narrammo, gli altri re de’ barbari che gli erano vicini, cioè quello di Costantina e quello di Buggea i quali tenea in prigione, cadde in malattia da tosto guarire; ma la rabbia e la cupidigia del signoreggiare accese gli animi de’ figliuoli, che per nobiltà doveano a lui a tempo succedere, e sì lo strangolarono. E morto lui, il maggiore di loro d’età di sedici anni nominato Bugale prese la signoria, e fessi coronare, ma non con volontà e amore di tutti i baroni. Per la qual cosa alquanti di loro, e non de’ minori, s’accostarono all’altro fratello ch’era di meno giorni, cioè d’età di dieci anni, il quale era oltre a quello che tale età richiedea e intendente e astuto; e il suo nome era Bestiezti, e a lui dissono: Quando il padre tuo fu fatto re, per potere regnare senza sospetto de’ suoi fratelli, a venticinque fece tagliare la testa, e così pensa che tuo fratello farà a te: e però, se vogli seguire nostro consiglio, noi ti faremo re colla nostra potenza, se tu ci prometti di fare morire lui. La cagione di questo fu, ch’e’ dicea che i baroni non guidavano bene i fatti del reame. Il giovane per venire alla corona con tutto il suo consiglio a ciò s’accordò. Perchè essendo ancora il re giovane debole nella signoria nuova, e poco da sè accorto e meno avvisato, fu da’ baroni preso per comandamento del fratello, e come patricida saettato, sicchè in piccolo tempo spacciò il regno acquistato col micidio del padre, e sè di vita. Gli altri fratelli vedendo questo crudele principio fuggirono in Sibilia, e ’l minore fatto re, colla sua forza rimase nelle mani de’ baroni, perocchè non era in tempo da potere nè da sapere governare il reame. Con questa malizia fu il maggiore fratello abbattuto, onde molti de’ baroni avendo il re fanciullo a vile, occuparono assai delle giurisdizioni del reame. Di questo seguette, che uno antico barone e di grande seguito di fuori di Fessa si fece fare re alla setta sua, e cominciò a guerreggiare il giovane re. Sentendo Suscialim fratello del re Buevem morto, come dicemmo di sopra, il quale era fuggito in Sibilia, questa divisione de’ baroni, richiese il re Pietro di Sibilia d’aiuto, il quale li fece armare due galee e valicò a Setta, e là fu ricevuto come re; e avendo aiuto da’ paesani se n’andò a Fessa, ove il giovane re era con poco aiuto e consiglio; e però giunto a Fessa fu ricevuto come re; e disposto il fratello, e messo in prigione, e accolte maggiori forze andò contro al barone che s’era fatto re, il quale brevemente fece morire, ed egli rimase libero signore del reame della Bellamarina: e questo avvenne nel detto anno 1358. È vero che quando morì il gran re Buevem, che i re che avea in prigione furono lasciati, e ripresonsi i loro reami di Buggea e di Costantina: e il reame di Tremusi si rubellò, e tornossi allo stocco de’ re usati.

CAP. CI. Come i cardinali ch’erano in Inghilterra si tornarono a corte.

Essendo il cardinale di Pelagorga e quello di Roma messer Iacopo Capocci in Inghilterra, per seguire l’accordo de’ due re della pace ordinata con titolo di santa Chiesa, e ’l cardinale il quale fu cancelliere del re di Francia, il quale stava di là in proprio servigio del detto re, avvedendosi l’uno dì dopo l’altro che l’operazioni del re d’Inghilterra erano a impedire, che la moneta che si dovea pagare per lo re di Francia, e li stadichi che si doveano dare non si fornissono; e vedendo che il detto re mantenea in arme e in preda, e in grave intrigamento de’ paesi di Francia, il re di Navarra, e che di continovo li aggiugnea forza de’ suoi Inghilesi, per modo che i baroni colle comunanze di Francia non aveano destro d’accogliere la moneta nè di mandare li stadichi; e avendo di ciò per più riprese richiesto il re d’Inghilterra che vi mettesse ammenda, ed egli risposto loro, che nol potea fare; temendo che sotto l’ombra del dimoro non s’apparecchiasse loro più vergogna che onore, se ne partirono: e per la loro partita senza frutto feciono manifesto, che piuttosto guerra che pace dovesse seguitare; come poi n’addivenne, secondo che a suo tempo racconteremo. E questo fu del mese d’ottobre del detto anno.

CAP. CII. Della pace da Sanesi a’ Perugini.

Essendo dibattuti i Perugini e’ Sanesi nella loro guerra novella, come per noi addietro è fatta memoria, essendo continovo il comune di Firenze in sollicitudine di mettere tra loro pace co’ suoi ambasciadori, e inframettendosi anche il legato di Romagna di questa materia, all’ultimo l’uno comune e l’altro, avendo ciascuno voglia d’uscire di guerra e di spesa più onestamente che potesse, si rimisono negli ambasciadori del legato e de’ Fiorentini, i quali diligentemente praticarono con catuna parte, per vedere se modo convenevole si potesse trovare; e trovando che ’l dibattito era di potersi con alcuno mezzo terminare; vollono che da catuno comune venissono sindacati, e la fermezza de’ Perugini di quello, che per loro s’avesse a ordinare di Montepulciano, e da’ Sanesi di Cortona: e avuti i sindacati e le cautele che domandarono, diedono la sentenza, e tennonla segreta, e feciono a catuno comune pubblicare la pace, e sicurare le strade e’ cammini, e feciono pubblicazione in catuna città, e in Firenze fu celebrata solennemente dì ultimo del mese d’ottobre del detto anno: dappoi si manifestò la sentenza, e fu in questo modo. Che tra i detti comuni dovesse essere ferma, e buona e perpetua pace, e che i Perugini dovessono lasciare libera la terra di Montepulciano a’ suoi terrazzani, e dovessono patere mettere in Cortona da indi a quattro anni di tempo in tempo podestà, e dove i Cortonesi non lo volessono, dovessono dare il salario al detto podestà, il quale era di lire quattrocento l’anno, e dovessono i detti Cortonesi ogni anno de’ detti quattro anni dare a’ Perugini un palio di seta e che i Sanesi infra cinque anni non potessono mettere podestà in Montepulciano, ma lasciare la terra libera, e da cinque anni in là vi dovessono mettere podestà, ed avere il censo usato. Quando dopo la pace predetta ne fu fatta pubblicazione, e l’uno e l’altro comune se ne mostrò in grande turbazione, e ciascuno mandò solenne ambasciata a Firenze per fare rivocare la detta sentenza. Il comune di Firenze sentendo, che nel praticare della cosa gli ambasciadori de’ detti comuni erano stati quasi in concordia di questo, e che di nuovo non vi s’era fatto fuori che ’l termine e ’l modo delle signorie, riprendendo onestamente i detti comuni in persona de’ loro ambasciadori, rispose, che intendea che si osservasse la pace; ma però non rimasono in vista contenti i detti comuni, benchè novità di guerra non movessono insieme.

CAP. CIII. Come il cardinale tornò in Italia.

Io non posso fare ch’io non ripeta talora in alcuna parte le cose già dette, non per crescere scrittura (perocchè le cose notabili che occorrono continovamente tanto abbondano, che assai di spazio prendono nel libro) ma per giugnere insieme e le vecchie e le nuove cagioni, che ne’ principii non conosciute, o conosciute e non debitamente curate, o che peggio diremo, per grazia o potenza de’ cittadini con infiniti colori trapassate, hanno danni incredibili e pericoli gravissimi più volte giattato, e ridotta nostra città in temenza di non perdere sua libertà. E tutto che lo scrivere aperto in sì fatte materie, massimamente per lo pugnere cui tocca, dalli pochi intendenti paia ch’abbia in sè materia di cruccio e malevolenza, che nel vero appo li savi no; ma pure così fare si dee da qualunque per beneficio di sua città, e forse dell’altre prende la cura di scrivere; perocchè tacere il male, e solo il bene mettere in nota, toglie fede alla scrittura, e fa l’opera di meno piacere e profitto, e se sottilmente si guarda, forse è dannoso, perocchè li rei sentendo occultare le loro opere più baldanzosamente procedono al male, e di sè fanno specchio a coloro che devono venire a invitarli per l’impunità del segreto peccato alle pessime cose, d’onde tema d’infama li suole talora ritrarre, e il comune, per non essere avvisato delle malizie passate, con meno cautela e meno consiglio procede in quelle che li sono apparecchiate dinuovo. Questo parlare a molti forse parrà di soperchio in questo luogo, ma se si recheranno alla mente, per li ricordi che sono fatti e nelle vecchie e nelle nuove scritture, i modi per li nostri cittadini per l’addietro alcuna volta tenuti, troveranno, che chi per ottenere beneficii ecclesiastici, chi per essere tesoriere e capitano nelle terre della Chiesa di Roma, non solo hanno consigliato che sia dato aiuto e favore non dico alla Chiesa di Dio, che si dee sempre fare, ma ai forestieri, che sotto nome di duchi, conti, e capitani, o legati di papa, o altri titoli onesti nel nome ma tiranneschi nel fatto, della povertà di Provenza sono passati a signoreggiare i nobili e famosi paesi d’Italia, ma hanno sforzato o in uno o in altro modo e sospinto il nostro comune disonestissimamente a ciò fare. Il di che è più volte seguito, che essendo il mondano e temporale stato della Chiesa di Roma colla forza del nostro comune in Italia ingrandito e montato in sommo grado di signoria, i governatori d’essa insuperbiti, posto giù ogni religione e ogni vergogna, come ingrati e sconoscenti de’ beneficii ricevuti, a leggi e costumi di malvagi tiranni, hanno cerco con trattati e tradimenti per occulte e coperte vie, infino a venire in palese a volerci sottomettere a loro signoria, e torre nostra libertà; il perchè è stato di necessità al nostro comune, per difendere suo stato e giustizia, spendere milioni di fiorini, e che è stato peggio, operarsi contro alla Chiesa di Roma, che ne diè il segno di parte, sicchè si può dire quasi contro a sè stesso; e quanto che così suoni il grido, il vero è stato, che non contro a Chiesa, ma contro a malvagi pastori e mondani; e certo questo non è stato in pensiere a quelli che hanno fatto procaccio delle prefende e d’altre cose, che dicemmo di sopra. Or seguendo nostro trattato, conoscendosi per lo papa e per lo collegio de’ suoi cardinali, i quali aveano rivocato da sua legazione il legato di Spagna e posto in suo luogo l’abate di Clugnì, che esso abate era uomo molle, e poco pratico e sperto, e sì nell’arme e sì nelle baratte che richeggiono gli stati e le signorie temporali, e che per tanto era poco ridottato e meno ubbidito, parendo loro che suo semplice governo poco atto fosse ad acquisto, e pericoloso a sostenere le terre che la Chiesa avea racquistate nella Marca e nella Romagna, diliberarono di rimandare il cardinale di Spagna in Italia con più pieno e largo mandato che per lo addietro, e così seguette; il quale, tutto che fosse sagacissimo e astuto signore, non senza consiglio de’ nostri cittadini, di quella natura della quale avemo di sopra parlato, fè la via per Firenze, dove fu a costuma di papa pomposamente ricevuto con processione, e palio di drappo ad oro sopra capo, addestrato da’ cavalieri, e con altre ceremonie usate in simili casi per lo nostro comune, che piuttosto in atto d’arme che d’uficio chericile era mandato; li donarono due grandi destrieri, l’uno tutto di ricca e reale armadura coverto, e tanti altri doni, che passarono i milledugento fiorini d’oro. Giunto a Firenze, scavalcò a casa gli Alberti; e sentendosi in Firenze che ’l paese ov’era destinato avea gran bisogno di lui, per tutto si credette che giunto prendesse viaggio, ma coll’usato consiglio de’ nostri cittadini rimase a Firenze per spazio d’un mese, segretamente cercando l’accordo della compagnia, e lega col nostro comune, nella quale offerea il signore di Bologna, e tutto facea a suo vantaggio, e a mal fine e dannaggio di nostro comune; la qual cosa conosciuta ruppe il ragionamento, e il legato ciò molto ebbe a male, e si mostrò di partire malcontento dal nostro comune, avendo al servigio di santa Chiesa del continovo dai cinquecento a’ settecento cavalieri di quelli del comune di Firenze.

CAP. CIV. Come messer Gilio di Spagna parlamentò col signore di Bologna.

Partito il legato di Firenze, a dì 26 di dicembre detto anno, cavalcò dalla Scarperia, e poi traversò per l’alpe, per non appressarsi a Bologna, acciocchè ’l signore di Bologna non prendesse gelosia, e andò a Castelsanpiero; e ivi il signore di Bologna messer Giovanni da Oleggio gli si fece incontro bene accompagnato di gente d’arme, e ricevettelo onorevolmente in Castelsanpiero. E ivi essendo amendue, pochi giorni appresso feciono parlamento, ove furono ambasciadori del marchese di Ferrara, e della gran compagnia, e d’altri signori e comuni, nella quale in effetto nè de’ fatti della compagnia, nè del signore di Forlì niuna concordia pigliare si potè. Il conte di Lando venuto in Forlì per trovarsi di presso al legato s’arrestò ivi, e così niente fatto si partirono; il legato si tornò a Imola, e gli altri alle luogora loro.

CAP. CV. Come la compagnia si condusse per la Romagna.

Del mese di novembre sopraddetto la compagnia si partì dalla Massa e andonne a Savignano, dove per difetto di vittuaglia stette poco, e passò in quello d’Arimini, ove consumato in breve tempo quello che accogliere poterono, per forza di fame più giorni strettamente patita, come arrabbiati combatterono il castello di Sogliano, nel quale era assai roba da vivere, e quello vinsono, e uccisono senza misericordia niuna centoventitrè abitanti. E per la vittoria di quello sormontati in orgoglio combatterono il Poggio de’ Borghi, e vinsonlo, e uccisono centocinquantacinque uomini. Veggendo vinto le fortezze maggiori e più atte a difesa, per paura le castellette vicine tutte s’abbandonarono, nelle quali senza contrasto entrarono i nemici, ciò furono Raggiano, Strigaro, Montecongiuzzo, Compiano, e Montemeleto, e più altre terre poste in fortissimi luoghi in sulla stinca della montagna, ove trovarono grande abbondanza di tutta la roba da vivere. E però quivi s’arrestarono lungamente, tenendo in continovo sospetto il comune di Firenze, che temeano non scendessono l’alpe dalla Faggiuola al Borgo a Sansepolcro, e per quella di Bagno, e per questa temenza il comune di Firenze vi pose quello riparo che si potè e di gente e d’amici.

CAP. CVI. Dello stato della Cicilia.

Se bene si cercheranno le nostre scritture, e metterassi incontro tra le ree e buone fortune, troppo avanzeranno le sinistre le felici e avventurose, che appena si troverà non dirò uno mese dall’anno, ma uno dì solo, che tra’ cristiani, in qualche parte della terra che per loro si possiede, qualche pessima cosa e degna di nota surta non sia. Noi avemo per più riprese poco addietro parlato delle travaglie de’ nostri paesi e parte di quelle de’ Franceschi, e se intra esse fosse stato punto di tempo quieto o tranquillo; quello medesimo è stato negli altri paesi pericoloso e turbato, perocchè ne’ detti tempi sono mescolate le volture della Cicilia, la quale quasi del tutto divisa, e piena di scandali e di riotte, in continove guerre sboglientate, l’una parte e l’altra perseguitata con quello poco di gente che loro era rimasa, con guerra sanguinente e mortale, quelli di Messina si sono fatti capo di parte, e così hanno fatto quelli di Catania, senza redenzione offendendo l’uno l’altro, perchè n’è seguito gran danno di persone con piccolo vantaggio, e senza notabile acquisto o d’una o d’altra parte.

CAP. CVII. Del male stato del reame di Francia.

Il paese di Francia dopo la morte del proposto de’ mercatanti, e de’ suoi compagni e seguaci, non prese alcuna fermezza di buono stato, ma per contrario si ritrovò in grande confusione, che il Delfino non era amato nè ubbidito come signore nè dal popolo nè da’ baroni, e non ostante che lo tenessono per loro capo, poco era grazioso nel cospetto de’ grandi e de’ piccoli; e oltre a ciò per li trattati già scoperti stava in sospetto e paura, e per questa cagione poco potea provvedere, e meno atare il paese da’ suoi nemici. D’altra parte il re di Navarra si mantenea di fuori correndo e predando intorno a Parigi e altre ville circustanti senza trovare contasto fuori che delle mura, e continovamente sua gente cresceva d’Inghilesi, e sì di gente paesana pronta e disposta a mal fare; e per questo si scorse il paese, che fuori di Parigi e d’altre città e fortezze di Francia non si potea andare, che gli uomini non fossono presi. Il Delfino, come detto è di sopra, non potendo a tanto male porre rimedio, e temendo di tradimento, il quale poco appresso si scoperse, stava a riguardo, e aspettava si mutasse fortuna.

CAP. CVIII. Di mortalità d’Alamagna e Brabante.

Essendo ancora il braccio di Dio disteso sopra i peccatori non corretti nè ammendati per li suoi terribili giudicii a tutto il mondo palesi, e per gastigarli e riducerli a migliore vita, nel detto anno nel tempo dell’autunno ricominciò coll’usata pestilenza dell’anguinaia a flagellare il ponente, e molto gravò in Borsella, che del mese d’ottobre e di novembre vi morirono più di millecinquecento borgesi, senza le femmine e’ fanciulli, che furono assai. Ad Anversa, e a Lovano, e nell’altre ville di Brabante il simile fè. Non toccò la Fiandra, poichè altra volta non era molto stata gravata, e però Brabante più ne sentì; e per simile modo avvenne nella Magna a Basola, e in altre città e castella infino a Boemia e Praga, le quali dalla prima mortalità non erano state gravate. In questi tempi fu ne’ nostri paesi in Valdelsa, e in Valdarno, di sotto, e nel Chianti, quasi come l’anno dinanzi passato, generali infermità di terzane, e di quartane, e altre febbri di lunga malattia, delle quali pochi morivano. Di ciò si maravigliarono le genti di Valdelsa e di Chianti, perchè sono in buone arie e purificate, perchè due anni l’uno appresso l’altro fossono maculati di simili infermitadi, non conoscendo alcuna singulare cagione di quello accidente.

CAP. CIX. Di giustizia fatta in Parigi.

E’ non è da maravigliare della crudeltà de’ tiranni, a cui li savi e valorosi cittadini sempre furono paurosi e sospetti, s’e’ si dilettano nello spargimento del sangue innocente, per mantenere colla spaventevole rigidezza della infinta giustizia in sicurtà la gelosia del loro stato violento, e per tanto sospetti, e poco accetti a’ sudditi, e sottoposti a molti aguati e ruine. Ma di certo è da prendere singulare ammirazione, quando questo iniquo animo cade nel sangue reale per lo titolo della naturale signoria, la quale suole essere mansueta e benigna, e con umanità, eziandio offesa, trattare i sudditi suoi. Questo diciamo, perchè del mese di novembre detto anno, essendo il Delfino di Vienna nella città di Parigi, per sospetto d’alcuno trattato, del quale chiara verità non si potea sapere, fece pigliare il conte di Stampo parente del re di Navarra, e ’l conte di Rossì, e ventisette borgesi di Parigi, dicendo, che trattavano contro a lui col re di Navarra. Per questi borgesi l’università di Parigi turbata e commossa, mandarono il proposto de’ mercatanti con altri de’ maggiori borgesi al Delfino per riaverli, con dire che non erano in colpa. Il Delfino rispose, che dove non fossono in colpa, non bisognava loro di temere, e che sopra ciò procederebbe temperatamente infino ch’avesse la verità del fatto. E per questo savio modo racquetato il primo bollore del popolo, poco appresso, dicendo che li trovava colpevoli, tutti i detti borgesi fè decapitare; i conti riserbò in prigione. Di ciò la comunanza fu mal contenta, e mormorava, ma per paura catuno, non avendo capo a loro modo, soffersono il nuovo gastigamento del vecchio peccato, comportandolo senza altra novità, più per servile pazienza che per onorare o piacere al loro signore.

CAP. CX. De’ dificii fatti a sant’Antonio di Firenze.

Io non so s’egli è da lodare o da biasimare il prelato che spende negli edificii magnifichi il danaio che trae del beneficio a lui conceduto, perocchè, secondo che dicono gli antichi decreti de’ santi padri, il prelato dee fare delle rendite sue tre parti; l’una dee spendere nelle sue bisogne, l’altra dee distribuire a’ poveri, e dell’altra dee racconciare la Chiesa, quanto si richiede a onestà di religione fuori di pompa mondana: ma considerato che tutti coloro che prendono frutti de’ beni della Chiesa delicatamente ne vivono, e quello che loro avanza ai loro congiunti dispensano, e poco si curano perchè rovinino le Chiese, o perchè i poveri di Dio si muoiano di fame, assai è da considerare intorno a quello che qui è nel principio proposto. E certo, se vento di fama mondano non levasse in alto alquanti che hanno ne’ beneficii loro rilevatamente edificato, più sono da lodare che da biasimare, secondo il corso della Chiesa terrena lussuriosa e avara, al cui esempio assai disonesto e dannoso i secolari, che sono ghiotti de’ beni terreni, vivendo trascorrono in grandi e disordinati peccati. Questo tanto sia detto non per correzione, che non la vogliono udire, e nostro uficio non è predicare, ma per argomento alla materia che segue. Messer frate Giovanni Guidotti comandatore nella nostra provincia nell’ordine di sant’Antonio, nato nella città di Pistoia non di legnaggio gentile ma di meno che comune, uomo secondo suo stato d’animo grande e liberale, avendo de’ suoi beneficii accolta moneta assai, la quale secondo l’uso corrotto, del quale avemo parlato di sopra, poteane ne’ suoi prossimani convertire, la spese negli edificii magnifichi e nobili, i quali in questo anno fè cominciare al luogo dell’ordine suo posto presso alla porta a Faenza, ne’ quali convertì gran danaio. Avemone fatta memoria in rimprovero dell’avarizia di molti prelati, i quali spogliano le Chiese che ne’ paesi loro e ne’ forestieri a loro sono concedute, non curando nè l’ira di Dio nè l’infamia del mondo.