CAP. LXXVI. Come in questi giorni in Pisa ebbe gelosia di loro stato, e della difensione che saviamente ne presono.
In questi medesimi dì all’entrata d’ottobre, essendo Piero Gambacorti in Firenze, rotti i confini i quali avea a Vinegia, alquanti artefici e certi mercatanti pisani, che per lo partimento che i Fiorentini aveano fatto di Pisa e per loro cagioni, anzi quasi tutti i mercatanti forestieri che trafficavano co’ Fiorentini, e i reggenti che n’erano stati cagione udivano e sentivano costoro e molti altri di ciò rammaricare, dicendo, come al tempo de’ Gambacorti godeano la pace co’ Fiorentini, e’ guadagni del porto, e delle mercatanzie e dell’arti, e che loro era faltato e il procaccio e ’l guadagno; o che questa fosse la cagione, o che di loro sentissono alcuno trattato con Piero Gambacorti, ventidue ne presono, e a quattro de’ mercatanti feciono tagliare la testa; li altri si riserbarono in prigione, e a molti diedono i confini.
CAP. LXXVII. Come i Sanesi sotto la rotta fede ebbono la signoria di Montalcino.
In questo mese d’ottobre del detto anno, Giovanni d’Agnolino Bottoni con centocinquanta cavalieri e ottocento pedoni cavalcò improvviso sopra Montalcino per rimettervi gli usciti ch’erano suoi amici, e questo fece con ordine d’alcuno trattato ch’avea nella terra, ma i terrazzani presti alla difesa tolsono ardire di muoversi dentro a chi n’avea sentimento. Vedendo Giovanni che ’l trattato ordinato non gli venia fatto, per ricoprire sua intenzione si stava loro intorno. I terrazzani, che erano ubbidienti e in pace co’ Sanesi, maravigliandosi di questa novità mandarono a Giovanni di fuori a sapere perchè facea questo, e quello volea da loro: il savio e accorto disse, che volea che fossono in accordo col comune di Siena: i semplici terrazzani, sentendosi amici e ubbidienti al comune di Siena, elessono ventiquattro della loro terra i maggiori e più potenti che v’erano, e mandaronli per ambasciadori a Siena. Giovanni avvisò l’uficio de’ signori, come era tempo d’avere libera la signoria di quella terra, avendo appo loro li ventiquattro ambasciadori ch’erano il tutto della terra, ed egli essendo là con forza d’arme, la quale si fè accrescere, diceva di strignerli e tenerli in paura. Gli ambasciadori giunti a Siena, e fatta la riverenza, e sposta la loro ambasciata, ebbono per risposta, che non si partirebbono da Siena, che Montalcino sarebbe libero alla guardia de’ Sanesi; la cosa non potè avere contradizione, e però convenne ch’avessono libero Montalcino, e avuto, rimandarono indietro i ventiquattro ambasciadori sani e salvi, e smisurata festa in Siena se ne fece.
CAP. LXXVIII. Come i Turchi presono la città di Dometico ch’era dell’imperadore di Costantinopoli.
Del mese di novembre del detto anno, un grande signore de’ Turchi di Boccadave, sentendo l’imperadore di Costantinopoli giovane, e in discordia co’ suoi per la ragione già detta di Mega Domestico cui egli perseguitava, e altre volte essendo suo balio avea occupato l’imperio, accolse di suoi Turchi grande esercito, e vennesene ad assedio alla nobile e antica città oggi chiamata Dometico, la quale siede tra Costantinopoli e Salonicco, presso a quattro giornate a Costantinopoli, la quale appresso Costantinopoli solea essere sedia imperiale. I cittadini sentendo che Orcam con grande quantità di Turchi venia loro addosso, e non vedendo onde potesse a loro venire soccorso, inviliti (come è la volontà di Dio per la loro contumacia contro a santa Chiesa) abbandonarono la città forte e difendevole per lungo tempo, e abbondevole a sostenere sua vita. Orcam trovandola abbandonata v’entrò dentro co’ suoi Turchi, e misevi gente ad abitare e alla guardia con vittoria senza fatica, e si ritornò in suo paese con gran vergogna e vitupero e abbassamento dell’imperio di Romania.
CAP. LXXIX. Come il re di Castella mosse guerra a’ Mori di Granata, e al loro re Vermiglio.
Fermata la pace dal re di Castella a quello d’Araona del mese di settembre del detto anno, e tornato il re di Spagna in Sibilia con sua cavalleria, Maometto già stato re di Granata e cacciato dal re Vermiglio, come di sopra dicemmo, esso re di Spagna col detto Maometto cavalcò in Granata, e nel paese fece danno assai e d’arsione e di preda, e lasciato Maometto alle frontiere con sue genti e co’ cavalieri castellani a sufficienza a poter far guerra, del mese d’ottobre si tornò a Sibilia. Di poi a tempo ritornò a oste sopra il re di Granata, e stato sopra lui lungamente, in fine non avendo soccorso da’ suoi saracini del Garbo e di Bellamarina, perchè erano collegati col re di Spagna, disperato s’arrendè a quello di Spagna, il quale avuto e lui e suo reame ne fè che al re Vermiglio fece tagliare la testa, e fece re uno de’ reali della Bellamarina suo confidente, il quale da lui riconobbe il reame, e gli promesse suo aiuto e di suoi saracini in tutte sue guerre, e appresso li promesse ogni anno certo tributo.
CAP. LXXX. Come gli usciti Perugini presono per furto Civitella de’ Benazzoni, e poi l’abbandonarono.
I nuovi usciti di Perugia avendo per viltà abbandonate le loro forti tenute al comune di Perugia, in una cavalcata di due bandiere di cavalieri per furto entrarono poco appresso in Civitella de’ Benazzoni, assai forte castello e ben guernito. I Perugini di presente vi mandarono quaranta bandiere di cavalieri e con popolo grande, e puosonvisi ad oste. Gli usciti veggendosi male ordinati da potere attendere soccorso, per lo mene reo, come per furto l’aveano preso, così per furto se n’uscirono, avendo il nome la notte di quelli del campo, e ridussonsi a un castello ivi presso ch’era degli Spuletini, e quindi se ne vennono ad abitare ad Arezzo, cercando rimedii a loro fortuna.
CAP. LXXXI. Come i Bolognesi cominciarono a cavalcare sopra gli Ubaldini.
Essendo in Bologna speranza della pace, la quale parea ferma dal legato a messer Bernabò, e per tanto avendo alcuna speranza di potere sollevare le fatiche, sentendo che gli Ubaldini per tutta la boce della pace non si rimaneano di far danno e noia alla strada, cavalcarono sopra di loro, e raccolsono preda, e feciono danno nel paese. Gli Ubaldini gli lasciarono cavalcare, e ridussonsi a’ passi, e alla ritratta assalirono i Bolognesi, e rupponli, e racquistarono la preda, e vendicarono loro ingiuria. I Bolognesi all’uscita di novembre detto anno ricavalcarono con più ordine e forza sopra loro, e arsono e guastarono più e più villate, e senza contasto si tornarono a casa.
CAP. LXXXII. Del trattato delle compagnie che doveano entrare in Avignone.
La compagnia spagnuola accozzata con un’altra in Provenza aveano trattato con certi forestieri di più lingue ch’erano in Avignone come di furto potessono entrare nella città, dove speravano fare il sacco, ma non fuori di misura, con l’aiuto di quelli d’entro, che prometteano dare l’entrata, e per questa cagione di subito cavalcarono, e vennono infino presso alla città. La cosa si scoperse perchè era vogliosa, e con poco ordine e meno forza: dentro furono presi circa a trenta; alcuni ne furono decapitati, e alcuni impiccati, e la compagnia si tornò addietro senza fare altro danno, e per l’innanzi in Avignone si fè più sollecita guardia, e ciò fu all’uscita del mese di novembre del detto anno.
CAP. LXXXIII. Come i Pisani perderono Pietrabuona e vi puosono l’assedio, dove stando vollono torre Sommacolonna per incitare i Fiorentini a guerra.
Fu di sopra a suo luogo narrato, come i Pisani per soperchio d’astuzia aveano costretto i Fiorentini levare il porto da Pisa e recarlo a Talamone, e tutto ch’a’ Fiorentini sconcio e spesa fosse, tutto lietamente si comportava, mostrando a’ Pisani che poteano fare senza loro. E del fatto a littera ne seguiva quello che Piero Gambacorti detto n’avea a quelli mercatanti che al detto tempo si trovarono su il Rialto in Vinegia, dove il detto Piero era confinato quando la novella vi venne, che fu in questa maniera: Fiorentini, Fiorentini, se state fermi in vostro proponimento, Pisa in piccolo tempo diventerà un bosco: e veramente così ne seguia, perocchè essendo partiti i Fiorentini da Pisa, tutti coloro che con loro mercatavano e trafficavano, con quelli ch’a’ loro servigi rispondeano aveano fatto il simigliante, il perchè le case, i fondachi, e la terra tutti rimaneano oltre a mezza vota, e i mestieri degli artefici in gran dannaggio, onde il soprassenno de’ Pisani raccortosi di suo errore cercò per molte vie oneste e piacevoli, e a’ Fiorentini vantaggiose e onorate, di ritornarli a Pisa, e ciò non potendo ottenere, e seguendo del fatto, che quelli che teneano lo stato e governo della città n’erano caduti nell’odio e mal volere del popolo e de’ mercatanti, e stavano in paura del perderlo, avendo del continovo alla coda gli aderenti, seguaci e amici de’ Gambacorti, i quali erano di fuori e li sollecitavano; onde essi sottilmente pensarono di fare disfare due chiovi a uno caldo col fuoco della guerra, l’uno, di unire il popolo consueto nemico de’ Fiorentini e sopra modo parziale con la guerra, l’altro, che seguendo pace della guerra, come suole, patteggiare nella pace la tornata del porto: e per dette cagioni con le loro vie coperte e sagaci, per non parere d’essere i motori al rompere della pace, presono questa cautela, che una volta e più fittizziamente e simulatamente bandeggiarono di loro cittadini, contadini e distrettuali, uomini atti a cercare mutazioni e riotte, nominati e di seguito, disposti a fare piuttosto il male che ’l bene, e questi in diversi luoghi e tempi tolsono certe tenutelle del distretto del comune di Firenze di poca importanza; onde il comune secondo i tempi più volte ne mandò ambasciadori a’ Pisani, e quello ne rapportavano era: E’ ce ne pesa, sono nostri forbannuti, e loro appresso di voi semo acconci a perseguitare infino a morte e desolazione. Il comune di Firenze per non essere abominato di corrompere la pace se la portava pazientemente, e con infignere di non se n’avvedere; nè pertanto si rimaneano i Pisani di seguire la mala regola presa, cercando al continovo per questa via di torre delle terre a’ Fiorentini, e non delle peggiori, il perchè a’ Fiorentini fu forza a prendere loro costume, e con un Giovanni da Sasso famoso caporale e atto all’arme feciono tentare segreto trattato, che togliesse a’ Pisani il castello di Pietrabuona, il quale è vicino a Pescia, e così seguì, avendo prima per colorati misfatti ricevuto bando a Firenze della persona. A’ Pisani parendo loro avere ottenuto loro talento subitamente con grande ordine e sforzo assediarono il castello per forma, che niuna forza d’arme glie ne arebbe potuti levare, nè tor loro non lo racquistassono. Stando al detto assedio, veggendo non bastavano l’occulte a incitare e muovere i Fiorentini alla guerra, vennero alle aperte, e del mese di gennaio preso loro tempo si credettono furare Sommacolonna, e cavalcaronvi sforzatamente, ma non venne loro fatto. E per arrogere all’ingiuria, avendo i Fiorentini loro gente alla guardia di Pescia e dell’altre terre della Valdinievole, certi conestabili de’ loro a loro diletto usavano d’andare il dì sul poggio della Romita sopra a Pietrabuona, il quale era terreno de’ Fiorentini, e ivi si stavano a vedere badaluccare e gittare i trabocchi; i Pisani posto loro aguati li assalirono e uccisonne sette, e gli altri ne menarono a prigioni, e diedono palese e aperto principio della guerra.
CAP. LXXXIV. Come fu sorpreso il conte di Savoia dalla compagnia bianca co’ suoi baroni, e ricomperaronsi con gran quantità di moneta.
In questo medesimo tempo, essendo venuto il conte di Savoia di qua da’ monti a una sua terra che si chiama...... con molti baroni e cavalieri di sua contea, non prendendosi guardia, la compagnia bianca, la quale era vicina a quelli paesi, si mosse una notte facendo molto lungo e disordinato cammino, e sorprese il conte e’ baroni alla terra senza alcuna resistenza, salvo che ’l conte con pochi si rifuggì nel castello, gli altri tutti furono prigioni: e il conte assediato e sprovveduto, veggendosi a mal partito, trasse accordo, e tra di sè e di suoi baroni, e de’ cittadini della terra e delle cose loro, che tutto era in preda, venne a composizione di dare alla compagnia in diversi termini fiorini centottantamila d’oro, parte allora, e del resto fermezza, sicchè tutto lasciarono, e tornarsi in Piemonte.
CAP. LXXXV. La cavalcata che Piero Gambacorti fè sopra i Pisani.
Essendo Piero Gambacorti in Firenze, e avendo da’ suoi amici di Pisa sollecito conforto, che procacciasse d’appressarsi alla terra con alcuna forza, dicendo, che dove i cittadini il sentissono farebbono novità contro i reggenti, ch’erano comunemente mal voluti. Avvenendoli per caso che all’uscita di gennaio a Firenze erano col conte Niccola Unghero settecento Ungari usciti del Regno, i quali doveano andare in Piemonte in servigio del re Luigi, ma non avendo loro paga ordinata per lo re cercavano condotta, e i Fiorentini non li voleano, perchè non n’aveano bisogno, e non voleano un capo con tanta gente d’una lingua; in questo a Piero Gambacorti crebbe l’animo per lo conforto de’ suoi amici, e condusse questo conte co’ suoi Ungari, ed ebbe alcuno aiuto da certi usciti di Lucca, e seguito di più di dodici centinaia di fanti, niente essendoli contradetto dal comune di Firenze, e a dì 27 di gennaio uscirono di Firenze, e a dì 28 furono in Valdera, e certe terricciuole l’ubbidirono, e non volea far guasto nè lasciare fare preda, di che gli Ungari e i briganti n’erano assai malcontenti. I Pisani di presente mandarono a Firenze per sapere se il comune movea questo, e fu risposto di no; e per abbondante mandarono bando l’avere e la persona che niuno Fiorentino contadino o distrettuale non dovesse andare contra i Pisani, e chi andato vi fosse, sotto la detta pena se ne dovesse partire. I briganti non potendo guadagnare se ne partirono per lo disagio più che per lo bando, e rimase Piero con gli Ungari e con gli altri forestieri. Gli astuti e maliziosi Pisani vedendo che altri che Piero non era a guidare questa gente, costrinsono per forza i più intimi amici ch’avesse in Pisa, e fecionli scrivere da più parti a un modo, che si dovesse guardare la persona, perocchè gli Ungari aveano trattato di darlo preso a’ Pisani, e d’averne fiorini ventimila d’oro. Egli era a Peccioli quando le lettere di più parti li vennono, cominciò a dubitare, e a stare a riguardo, e vedendo l’adunanze degli Ungari parlare insieme, e non intendendoli, pensò che eglino il dovessono pigliare, e vedendosi presso a Volterra, senza congio con sua gente diè degli sproni al cavallo, e partissi dagli Ungari. Fu detto che alcuni il seguitarono, ma il vero fu poi certo che tutto fu fatto a mano per l’astuzia de’ Pisani. Gli Ungari il primo dì di febbraio senza far danno in alcuna parte si ritornarono a santa Gonda, e poi a Firenze.
CAP. LXXXVI. Come il re Luigi prese le terre di messer Luigi di Durazzo e lui mise in prigione, e trasse del Regno la compagnia.
Era Anichino di Bongardo stato lungamente stretto dagli Ungari in certe terre che teneano di messer Luigi di Durazzo, e non avendo potuto guadagnare erano in male stato, e cominciando a perdere delle terre vennono a patti d’avere sicurtà dal re, e uscirsi del Regno sotto la sua guardia e sotto la sua bandiera, e così fu promesso, e fatto a ciò fine. A messer Luigi dopo questo si rubellò sant’Angiolo, ed egli vedendosi povero e mal parato si rendè al re Luigi suo cugino, e venuto a Napoli, rendute tutte sue terre, fu messo in prigione nel castello dell’Uovo, sperandosi per molti che il re li dovesse perdonare, ma la sua fortuna dopo la morte del detto lo fece morire in prigione. Anichino con la sua compagnia assai male in arnese, alla condotta di certi baroni del re, com’era promesso, del mese di gennaio del detto anno uscì del Regno.
CAP. LXXXVII. Come le compagnie si partirono di Provenza.
In questo medesimo mese di gennaio, le due compagnie ch’erano in Provenza presono accordo co’ paesani per certa quantità di danari, e l’una se n’andò verso la Francia, e l’altra tenne in Borgogna, chiamata da certi baroni di Borgogna, perocchè era morto il loro duca, e temeano del re di Francia.
CAP. LXXXVIII. Come fu sconfitta la gente del re di Castella dal re di Granata.
Avendo lasciato il re di Castella in Granata lo re Maometto che n’era stato cacciato, e con lui il maestro di Ialatrenu, il detto maestro avendo quattromila cavalieri spagnuoli e gran popolo seco, badaluccando con la gente del re Vermiglio di Granata, con mala provvisione ringrossò il badalucco: il re mise loro addosso subitamente molta gente a cavallo e a piè, e combattendo insieme lungamente, in fine i Mori sconfissono quelli di Castella, e presono il capitano e più altri caporali, e de’ Castellani vi rimasono morti in sul campo tra cavalieri e pedoni più di tremila, li milleottocento cavalieri; e avuto il re Vermiglio questa vittoria, del mese di gennaio 1361, prese baldanza, e corse colle sue genti in sulle terre del reame di Castella, facendo spesso danno e vergogna al re di Spagna.
CAP. LXXXIX. Come per vendicare sua onta il re di Spagna andò sopra il re di Granata.
Del mese di febbraio del detto anno, il re di Castella sdegnato e infellonito contro al re Vermiglio, e contro ai suoi Mori, in furore dell’animo suo uscì di Sibilia a dì 20 del mese, avendo prima fatto comandamento di cuore e d’avere che catuno che potesse portare arme il dovesse seguire in sul terreno di Granata, e subito vi si trovò con diecimila cavalieri e trentamila pedoni in arme da combattere, e oltre a duemila carrette con vittuaglia e dificii da combattere le terre: e combattendo le castella, per infino a dì 22 d’aprile 1362 prese dieci forti castella piene e ubertuose, e molte altre ville di minore fortezza, e gli uomini tutti fece servi e schiavi, e quelli si difendevano erano morti, e quelli si rendevano salvi: per questo avvedendosi i Mori di Malica e di Saletta che lo re di Castella era per divenire loro signore, per non essere sottoposti a’ cristiani deliberarono di rimettere Maometto, ch’era con il re di Castella, in re di Granata, e incontanente lo misono in Malica, e poco appresso in Granata, e lo re di Spagna contento di questo, avendo fornite le terre prese, e ritenendole in sua guardia, si partì di Granata, e tornossi in Sibilia.
CAP. XC. Come messer Bernabò si credette avere Reggio per trattato.
Messer Bernabò mostrandosi poco contento della pace promessa a santa Chiesa, e usando parole contro il fratello messer Galeazzo, dicendo, che egli avea fatto più che da lui non avea avuto in mandato intorno alla pace, dando intendimento di volere fare maggior guerra a Bologna, accolse molta cavalleria di sua gente, e in persona con essa ne venne a Parma del mese di febbraio del detto anno, avvisandosi per tutto che dovesse andare sopra Bologna, ed egli avea trattato d’avere Reggio, ed entrarono dentro nella città circa a cinquemila masnadieri. Messer Feltrino avvedendosi della baratta, avendo grande ardire e gente poca, si fedì francamente fra loro; i masnadieri inviliti per tema di maggior forza vedendo l’ardire pensarono a campare, e molti ve ne furono morti e presi: sentitosi la novella, messer Bernabò si ritornò addietro. Appreso messer Bernabò che ’l verno era già passato, e che il tempo atto alla guerra ne venia, e che la mortalità era a lui riuscita con grande acquisto per quelli che morti erano senza eredi, i beni de’ quali erano incorporati alla camera del comune la quale era sua, e sentendo che la Chiesa era in poco podere di gente d’arme, e Bologna mal fornita, cominciò a domandare cose che mai non erano state, non che addomandate, ma nè pensate, e perciò mandò a corte di Roma suoi ambasciadori per terminare le dette domande; e infra l’altre arroganti domande fece chiedere che voleva il figliuolo arcivescovo di Milano, e volea che per decreto e rescritto papale l’elezione dell’arcivescovo fosse di elezione della casa de’ Visconti di Milano, e voleva il vicariato dell’imperadore, ed essere da lui restituito in tutte le sue dignitadi, e che lecito li fosse potere guerreggiare ogni terra e signore, fuori le terre della Chiesa, con patto che la Chiesa non se ne travagliasse, e non desse a quelle le quali egli guerreggiasse nè favore nè aiuto in alcuno modo, mettendo per sospetti i signori e comuni nominati per la guardia di Bologna, tanto ch’egli fosse pagato, e volea che la città di Bologna si guardasse per i Pisani; e domandando queste, e altre cose sconce e villane, al continovo non cessava di crescere la gente dell’arme sopra la città, e di guerreggiarla scorrendo tutto giorno fino alle porte. La Chiesa i patti che domandava con suo onore accettare non potea, e non si potea difendere dalla forza del tiranno nè dalla superbia sua, ricorse a Dio con singolare orazione comandata per tutta la cristianità, e la misericordia sua tosto vi provvedè di salutevole consiglio, come seguendo nostra leggenda trovare si potrà.
CAP. XCI. Come i Pisani feciono cosa da incitare i Fiorentini.
All’entrata del mese di marzo 1361, i Pisani feciono cavalcare lor gente a piè e a cavallo nella Cerbaia distretto de’ Fiorentini, e levarono preda di bestiame minuto, e condussonlo al Cerruglio. I Fiorentini di ciò sdegnati feciono della lor gente di Valdinievole cavalcare infino alle porti di Montecarlo, e la notte misono gente in aguato in Pietrabuona, ma i Pisani se n’accorsono, e ritennonsi dentro al battifolle, onde la gente de’ Fiorentini si ritornò in Pescia. Queste furono assai picciole cose, e poco degne di memoria, ma per quello che per questi inzigamenti dipoi ne seguì, che furono grandi cose, l’animo nostro ha patito di porre questi lievi principii.
CAP. XCII. Dell’operazioni delle compagnie in questi tempi.
Tornando a’ tormenti delle compagnie, in questi giorni del verno avanti alla primavera, la Compagnia bianca col marchese di Monferrato acquistate più castella le quali si teneano per messer Galeazzo nel Piemonte, e più feciono loro cavalcate infino a Pavia passando il Tesino, e quivi stati più giorni si ritornarono in Piemonte. La compagnia la quale era in Borgogna capitanata dal Pitetto Meschino, uomo alvernazzo e di niente, e per sua prodezza e maestria di guerra montato in grande stato e pregio d’arme, prese in Borgogna più terre, dove s’adagiò con la sua brigata, conturbando forte tutta la parte del re di Francia, riguardando sempre tutti quelli che al re erano contrari, il perchè il re condusse la compagnia delli Spagnuoli per cacciare il Pitetto Meschino di Borgogna, i quali Spagnuoli ne’ detti giorni erano in Berrì, e condotti, così faceano di male ad amici come a nemici, dove stendere potessono le mani senza guastare il paese o uccidere. La compagnia d’Anichino di Bongardo uscita del Regno, e condotta da messer Bernabò, in questi giorni se ne venne in Toscana per andare sopra Bologna. Così e molto più era intrigata e avviluppata la cristianità dalle maladette compagnie in questi tempi.
CAP. XCIII. D’una cometa ch’apparve di marzo nel segno del Pesce.
Del mese di marzo del detto anno, apparve tra ’l levante e ’l mezzodì sul mattutino una cometa nel segno del Pesce Con la coda lunga di colore cenerognolo, la quale alcuni astrolaghi dissono ch’era chiamata Ascone. Quello che di sua influenza si vidde fu, che il verno, fu bellissimo e asciutto, e non troppo freddo, atto molto alla sementa e coltivamento della terra; la primavera fu fresca e umida, e la state temperata d’acque, onde ne seguì grande abbondanza. E a dì 8 d’aprile l’anno 1362, alle due ore del dì, essendo l’aria serena e chiara uno grande tuono si sentì in aire, lo quale molto fece maravigliare la gente, e innanzi li venne un baleno con vapori incesi, che caddono in Firenze sopra il fiume d’Arno e da santa Maria in Campo senza fare alcuno danno, e l’aria rimase serena e chiara che era.
CAP. XCIV. Come la Compagnia bianca prese Castelnuovo Tortonese.
Del mese di marzo la Compagnia bianca essendo di lungi al contado di Tortona per tanto di spazio, che i paesani non aveano riguardo, partendosi di giorno, e cavalcando verso la notte, feciono a gente d’arme smisurato viaggio, e in sul dì seppono sì fare, che la mattina entrarono anzi dì di furto in Castelnuovo Tortonese, e come furono dentro, chi si volle difendere uccisono, il perchè i morti si trovarono sopra a trecento: il castello era bene di milledugento uomini. Sentito ciò messer Galeazzo v’andò con più di tremila cavalieri e bene quindicimila pedoni, e tutto che li paresse essere bene in apparecchio da combattere co’ nemici non s’attentò di mettersi a partito, ma fornì le castella d’attorno, e tornossi a Milano.
CAP. XCV. Come la compagnia del Pitetto Meschino sconfisse l’oste del re di Francia a Brignai.
Lo re di Francia infiammato d’onta contro la compagnia del Pitetto Meschino d’Alvernia suo picciolo servo fuggito, nonostante che avesse condotta la Compagnia spagnuola contro a loro, la quale ancora non era giunta in Borgogna, radunò prestamente del mese di marzo un’oste di bene seimila cavalieri franceschi, e tedeschi e di altre lingue che erano in Francia, e fattone capitano messer Giacche di Borbona della casa di Francia con quattromila sergenti gli mandò in Borgogna. E in que’ giorni la compagnia del Pitetto Meschino avea preso un castello del re che si chiama Brignai, e lasciatovi alla guardia trecento di sua compagnia, ed egli con tremila barbute e duemila masnadieri i più Italiani ch’erano in sua compagnia era cavalcato nel contado di Forese, facendo loro procaccio: in questo il duca di Borbona con l’oste sua giunse e puosesi a campo a Brignai, credendolosi in pochi giorni racquistare: e così standosi all’assedio baldanzosamente, e senza debita provvisione e con poco ordine, avendo con l’animo grande a vile il loro avversario, il Pitetto Meschino maestro e pratico di arme con la brigata sua vogliosa di zuffa, e ardita e bene in punto, essendo lontano da Brignai giornata e mezzo, avendo lingua come i Franceschi con molto disordine si reggevano a campo, confortata sua brigata, e animata della gran preda, con sollecito studio di cavalcare raccorciando i cammini, avanti al giorno di più ore giunse al campo sopra gli sprovveduti Franceschi, e senza alcuno arresto gli assalì con grande tempesta e romore; onde tra per le terribili grida, e per lo subito e sprovveduto assalto i Franceschi bairono, e mancarono di cuore, e non di manco ciascuno come meglio poteo ricorreva all’armi per difendersi, ma quelli della compagnia gli percoteano, e gli sollecitavano sì con l’arme, che non gli lasciavano far testa; e così quell’oste ove avea tanti baroni e valenti cavalieri sventuratamente fu rotta e sbarattata, con molti di loro morti e magagnati: quelli che camparono con loro cavalli e arnesi quasi tutti vennono in preda del vassallo del re di Francia Pitetto Meschino. Messer Giacche duca di Borbona fu a morte fedito di più fedite, ed essendo preso, vedendo che era per morire fu lasciato alla fede, e portato a Lione sopra a Rodano in pochi giorni passò di questa vita. Preso rimase il conte di Trinciaville, il conte di Forese, il maliscalco di Dunan, l’arciprete di Guascogna altra volta stato capo di compagnia, messer Broccardo di Finistagion Tedesco capitano di millequattrocento barbute, messer Amelio del Balzo, e il conte di Clugnì, tutti signori e gran baroni, e assai d’altri signori e cavalieri banderesi de’ quali uscì grande tesoro a riscatto. I soldati furono lasciati alla fede, e quelli che in sul campo furono morti o fediti lasciarono portar via. La valuta della preda fu tanta, che la compagnia se ne fè ricca: e per questa vittoria presono tanto d’audacia e d’ardire, che in grande tremore stette la corte di Roma, usa di essere pettinata dalle compagnie, che non corressono sopra Avignone, ma tanto dimorò la compagnia in Borgogna ch’ebbono i danari che si riscattarono i baroni e’ cavalieri. Lo re di Francia sentita questa novella sopra modo si turbò di cuore, e osò dire, che mai non ristarebbe, ed eziandio con porre la sua persona al pari d’un soldato, che dell’onta ricevuta si vendicherebbe. E per non avere più a tornare sopra la presente materia per infino che altra gran cosa non seguisse, il Pitetto Meschino e quelli di sua compagnia udite le minacce del re, per accrescere il dispetto e l’onta, mostrando d’avere il re e le sue parole a vile, del mese di giugno appresso se n’andarono vicini a Parigi, facendo gran preda e danni a’ paesani d’intorno alla città. Io non mi posso tenere, che io non dica qui per gl’intendenti ragionatori si misuri la gloria vana e fallace degli stati mondani; ma nella presente materia quelli massimamente che hanno avuto notizia della eccellenza del reale sangue di Francia, per cui al presente è tanto vilmente calcata: e certo il Pitetto Meschino è di sì oscuro luogo nato, che fuori del sapere che egli è Alvernazzo, non si sa chi fosse nè madre nè padre: e questo basti.
CAP. XCVI. Come fu fermo lega dalla Chiesa e i signori di Lombardia contro a messer Bernabò.
Veggendo gli altri signori della Lombardia la pertinacia di messer Bernabò intorno al racquisto di Bologna, e che per averla di sua fede e promessa mancava a santa Chiesa, nelle loro menti presono concetto, che se vincesse Bologna a loro non perdonerebbe, stimando che con cagioni controvate contro a loro volgesse la guerra con assai più vicino e possente braccio. Il perchè entrati in sospetto e paura, con loro segreti ambasciadori cercarono di far lega e tra loro insieme con la Chiesa di Roma; e nel trattato occorse che il signore di Verona diede la sorella per moglie al marchese di Ferrara; e fornito il parentado per modo che non potea tornare addietro, il signore di Verona come a stretto parente il fè con festa a sentire a messer Bernabò, il quale udito il fatto a maraviglia se ne turbò, dicendo: Io son fatto cognato di uno sterpone. Il marchese con tutto che di ciò avesse obria era d’animo nobile e valente uomo, magnanimo e di grande cuore, e compare di messer Bernabò, e molto l’avea servito contro alla Chiesa nella guerra di Bologna, dando libero il passo a sua gente d’arme, el a suo piacere vittuaglia e per acqua e per terra. Fermato il parentado intra i detti due signori, del seguente mese d’aprile lega e compagnia si fermò tra il legato di Spagna in nome di santa Chiesa e il signore della Scala, e il signore di Padova, e il marchese di Ferrara; e la taglia della gente della lega fu in nome di tremila cavalieri, de’ quali la Chiesa dovea pagare i millecinquecento cavalieri, e ciascuno degli altri cinquecento per uno: e oltre a ciò ne’ patti della lega promesse ciascuno a loro difesa, e della città di Bologna, e all’offesa di messer Bernabò, e d’ogni qualunque che contro alla lega facesse. E stando le cose in questi termini, messer Bernabò mandò al Finale navilio grande con molta vittuaglia per fornire le castella ch’avea sul Bolognese, e il marchese la fece volgere indietro. E appresso i detti signori di concordia per loro ambasciadori mandarono a dire a messer Bernabò, ch’a lui piacesse non volere fare più guerra alle terre di santa Chiesa, con ciò fosse cosa che d’allora innanzi con tutto loro sforzo si porrebbono alla difesa di questa lega: il superbo tiranno ebbe singolare e altero sdegno, e nelle sue rilevate parole molto gli avvilì, usando queste parole: Essi sono matti fantisini: e seguendo col fatto l’altero parlare, a catuno di loro per derisione mandò dono di vasellamento d’argento, de’ quali nello smalto di quelli da Verona era una scala appesa a un paio di forche, in quelli del signore di Padova erano colombi volanti, in quelli del signore di Ferrara una ferza, giusta la considerazione della sua vana e superbia fantasia; ma in picciolo tempo le cose seguirono in forma, che per opera vedere si potè che non avea a fare con fantisini, ma con valenti e savi signori, come seguendo nostro trattato racconteremo.
CAP. XCVII. Come fu morto il re Vermiglio di Granata.
E’ ne pare venire a scrivere cosa assai disusata e sconvenevole non che a re cristiano, ma a qualunque barbaro, ma quale è scriver la ci conviene. Sentendo il re Vermiglio di Granata come i Mori aveano sopra sè per loro re esaltato Maometto, cui egli avea altra volta del reame cacciato, conobbe che non potea resistere a Maometto avendo seco il re di Castella, e però mandò al re di Castella in Sibilia, e gli domandò sua sicurtà e fidanza, con dire di volere venire a sua ubbidienza. La sicurtà data gli fu libera e piena; ma chi il re volle scusare del gran tradimento disse, non seppe che per parte del re domandato fosse il salvocondotto, nè che per lui dato non gli fu. Costui, quanto che fosse Saracino, lasciato il reame a Maometto, con quattrocento tra di suo sangue, e amici e di suo seguito, con molta ricchezza, sotto la fidanza del salvocondotto, se ne venne a Sibilia là dove era Pietro di Castella re, e a dì 20 del mese d’aprile, gli anni Domini 1362, venne davanti al re, e gli si gittò a’ piedi con grande reverenza e umiltà. Il re con buono viso il vide e ricevette, e nella Giudecca, che è luogo di grandi abituri e d’intorno murato, lo mise, e quello luogo assegnò a lui e sua compagnia, e in quel giorno gli mandò e doni e presenti amichevolmente: dipoi venuta la notte lo detto re Pietro fece prendere lo re Vermiglio e sua compagnia, e rubare tutto loro tesoro, e arme, e cavalli e arnese, e loro tutti mettere in buone prigioni con buone catene: loro tesoro recò tutto a sè, che passò la stima di ottocento migliaia di fiorini d’oro. E il sabato appresso a dì 24 d’aprile, il re Pietro fece menare davanti da sè il detto re Vermiglio in Tavolata, che è un campo fuori della città di Sibilla forse una balestrata, in su un asino, e con lui appresso tre de’ suoi maggiori baroni, gli altri, ch’erano quarantuno, tutti grandi Saracini, tutti legati a una fune; lo re Pietro a cavallo con molti suoi baroni e cavalieri con lance in mano, e colle spade a lato, avendo i Saracini al campo legati, lo re in prima lanciò e fedì in prima lo re Vermiglio, e gli altri appresso gli altri, e in poco d’ora tutti furono tagliati a pezzi in sul campo, e le teste loro fece a Maometto presentare; tutti gli altri ch’erano con lui fè servi. Questo re Vermiglio fu colui che cacciò e volle uccidere il re Maometto, e fatto re un giovane fratello del detto re Maometto il fè morire. È fama che tutti quelli che morti furono in Tavolata erano stati al re Vermiglio aiutatori, consigliatori e favoreggiatori.
CAP. XCVIII. Come il re Maometto di Granata si fece uomo del re di Castella.
Avendo il re Maometto ricevuto il ricco e famoso presente della testa del re Vermiglio suo nemico, e de’ quarantaquattro suoi seguaci i quali aveano morto il fratello, riconoscendo come per operazione del re Piero di Spagna egli era ritornato nel suo reame di Granata, di presente mandò suoi ambasciadori con pieno mandato al re Piero, i quali li sommisono il reame di Granata, e da lui in vece e nome del re Maometto come da superiore lo riconobbono, e lo re Maometto ne feciono suo uomo, e omaggio glie ne fece, e in segno della sommissione del reame a loro usanza li mandò pennoni di tutte le sue buone città e terre; e oltre a questo li presentò ricchi doni, e con essi tutti i cristiani ch’erano in suo reame fu donato loro libertà per amore del detto re.
CAP. XCIX. Principio di guerra dai collegati a messer Bernabò.
Fermata la lega tra santa Chiesa e’ signori di Lombardia, come scritto è di sopra, anzi che altro movimento per i collegati si facesse, messer Bernabò mandò sue genti sopra il signore di Verona verso il Lago di Garda, il perchè i collegati in questo tempo del mese di maggio con duemila cinquecento cavalieri della lega, e con assai gente da piè, mossono da Modena per occupare il passo a messer Bernabò, sicchè non potesse mandare a fornire le castella che tenea sul Bolognese; e stando questa gente a campo, quella di messer Bernabò venne sul terreno di Modena, e puosesi dove già fu un castello che si chiamò Solaro, il quale era sopra il canale di Modena, e perchè era nelle valli in luogo infermo era abbandonato, e in su quello castellare fè porre una forte bastita, e quindi avea balía da potere ire alle castella del Bolognese. La cavalleria della lega si pinse innanzi verso Reggio, e puosonsi a un altro castello abbandonato similmente detto la Massa, che anche è sul passo, essendovi ancora gli antichi fossi pieni d’acqua gli afforzarono; onde Anichino di Bongardo, ch’era a Solaro con l’oste di messer Bernabò, avendo vittuaglia per fornire Castelfranco, e l’altre castella del Bolognese, la si ritenne per l’oste sua, non sperando poterne avere stando ferma la bastita della lega. Vedendo messer Bernabò che la lega era contro a lui ben fornita, e potente di gente e di danari, si pentè d’avere sconcia la pace colla Chiesa, e di presente mandò lettere a’ suoi amici e protettori in corte, e appresso ambasciata con cercare si fermasse la pace, levando via tutti gli articoli ed eccezioni che posti avea, e l’altre disoneste dimande, rimettendo Bologna nelle mani de’ Fiorentini, o di cui il papa volesse. Il papa era contento, non avendo ancora che fosse ferma la lega, ma in quello stante le lettere del legato vennero al papa, come la lega era ferma e possente a resistere al tiranno, e avute queste novelle, il papa e’ cardinali al tutto rinunziarono di fare la volontà di messer Bernabò, e seguirono loro processo, e feciono lui e chi gli desse aiuto o favore scomunicato, e nominatamente gli Ubaldini, i quali tennono con lui contro alla città di Bologna. Avendo messer Bernabò mandato a corte, anche scrisse al comune di Firenze scusandosi, che per lui non rimanea il seguire della pace, e che la guerra non venia da lui.
CAP. C. Come e quando morì Luigi re di Cicilia e di Gerusalemme.
Luigi re di Cicilia e di Gerusalemme, signore d’assai sconcia e dissoluta vita secondo che richiede la reale maestà, tocco da divina spirazione, quasi consapevole di sua morte vicina, lasciando l’usate vanitadi, punto dal giudicio di sua coscienza, per penitenza e ammenda de’ suoi misfatti e difetti si mise umilmente in pellegrinaggio, e andò a visitare i corpi de’ gloriosi apostoli, di messer san Bartolommeo il quale è a Benevento, quello di san Matteo lo quale giace a Salerno, e quello di sant’Andrea il quale sta ad Amalfi, secondo che nel paese certamente si tiene per antica e indubitata credenza: e di tale viaggio tornato a Napoli cadde in malattia, e come piacque a Dio, senza disporre altrimenti de’ suoi fatti, dicendo che niente avea di suo da testare, ma che tutto era della reina Giovanna, anzi il principio del dì a dì 26 di maggio, il giorno della santa Ascensione, rendè l’anima a Dio, e in quel dì fu sepolto con reali esequi a....... avendo tenuto il regno dieci anni forniti dal giorno di sua coronazione. Signore fu di poca gravezza e meno d’autorità, e in aspetto e fatto senza scienza alcuna, e in fatti d’arme poi fu re poco si travagliò. Poco amore portò al suo sangue; il fratello aggrandì più per paura che per carità, i cugini trattò male, e per forza li si fece rubelli. Fu di sue promesse mendace e di ciò come di virtù si vantava sovente. Coloro ch’erano più scellerati peccatori de’ suoi baroni appresso di lui erano del più segreto consiglio e di maggior potenza, e con loro non avea onorevole conversazione di vita. Mobile fu, timido e pauroso ne’ casi dell’avversa fortuna, perocchè appresso di sè non volea uomini virtudiosi nè d’autorità. Molto era cupido di fare moneta, e la giustizia mollemente mantenea, e poco si facea temere a’ suoi baroni. Con il suo balio messer Niccola Acciaiuoli gran siniscalco, e da cui a’ suoi bisogni avea aiuto e consiglio alle grandi cose, molte volte per punzellamenti e malvagi conforti de’ suddetti suoi baroni venne in sospetto, e quando la virtù di colui s’allungava dalla corte i fatti del re andavano male. Alla reina facea poco onore, e o per suo difetto, ch’assai n’avea, o per fallo della reina, molte volte come una vil femmina in grande vituperio della corona la battea, e di quello ch’era suo non le lasciava fare nè a sè nè ad altrui il debito onore. Delle magnifiche cose che a lui parea aver fatto a tempo di guerra e di pace tanto si lodava e vantava, che ogni uomo che l’udia tediando facea maravigliare; e di tali frasche fece comporre scritture d’alto dittato, compiacendosi nelle proprie lusinghe.
CAP. CI. Come i Fiorentini vollono difendere Pietrabuona, e non poterono.
Nel 1362 a dì 18 di maggio, i priori di Firenze raccolsono un parlamento d’oltre a seicento cittadini, nel quale spuosono i termini in che stava Pietrabuona, e come quelli che la teneano data l’aveano al comune di Firenze, e come i signori l’aveano presa a parole, pensando se si difendesse dalla forza de’ Pisani per quella riavere o Sovrana o Coriglia, terre da’ Pisani nel vero copertamente e maliziosamente tolte al comune di Firenze; non ostante che poco dinanzi per i detti signori fosse stato risposto agli ambasciadori pisani, che ’l comune non se ne travagliava, e più come ne’ prossimi giorni i Pisani aveano cavalcato sopra il terreno di Barga terra accomandata al comune di Firenze, e dandovi il guasto arando i seminati con più di cento paia di buoi, e tagliando loro gli alberi dimestichi, e le vigne e’ castagni, e come a undici soldati del comune di Firenze in sul distretto del comune di Firenze, i più conestabili, stando senza arme a vedere gittare i trabocchi in Pietrabuona, rabbiosamente ai più aveano tolta la vita e gli altri fatti prigioni; e recando alla mente le altre più gravi ingiurie per lo comune pazientemente passate con infignersi di non vederle, nonostante che poco dinanzi al detto parlamento per i signori di Firenze risposto fosse agli ambasciadori di Pisa, che de’ fatti di Pietrabuona il comune di Firenze non s’intendea di travagliare, si diliberò di concordia di tutto il detto consiglio che Pietrabuona e sua difesa si prendesse. In questi giorni avvedendosi i Pisani che i masnadieri di Pietrabuona erano caldeggiati dalla gente de’ Fiorentini, con molta più sollecitudine e studio procurarono di racquistarla, e combattendo con dodici trabocchi per dì e per notte tutta la macinavano. Dopo il partito preso della difesa, secondo il giudicio di molti intendenti, la difesa era presta dove il comune avesse fatto afforzare il poggio della Remita, che soprastava i battifolli de’ Pisani, ed era del distretto del comune di Firenze, ma nel tardare preso fu e guardato per i Pisani; e i Fiorentini in sul loro terreno dirimpetto a Pietrabuona, la Pescia in mezzo, puosono un battifolle che dava l’entrata e l’uscita libera agli assediati, il perchè molto se ne renderono sicuri quelli d’entro, ma dalli dificii i quali continovo il dì e la notte gettavano non poteano essere atati, e all’uscita di maggio vi cominciarono a gittare fuoco temperato, che eziandio offendeva alle pietre, e tanto spesso l’una pietra su l’altra venia disfacendo il castello, e offendeano alle persone, che ai pochi difenditori che stare vi poteano toglieva il vigore alla difesa. Oltre a queste continove battaglie i Pisani levarono un castello di legname sotto la guardia di loro battifolli, un’arcata vicino alla torre della rocca, contro al quale i Fiorentini feciono dirizzare un trabocco che l’avrebbe spezzato, se ’l maestro che ’l conducea fosse ito con fede a’ Fiorentini, ma era Aretino, e d’animo ghibellino, e però non adoperò quello ch’avrebbe potuto; i maestri dal lato pisano avendo alli quattro dificii giuntone uno più grosso, quello de’ Fiorentini sconciarono. In questi dì messer Bonifazio Lupo da Parma, chiamato da’ Fiorentini per tenere luogo di capitano, giunse a Firenze, e di presente andò a vedere il sito di Pietrabuona, e il modo e forma di suo assedio, e veduto ed esaminato tutto, scrisse a’ signori di Firenze che impossibile gli parea la difesa, e ciò fu a dì 4 di giugno; e a dì 5 del mese, il dì della Pentecoste, i Pisani, ch’erano presso al trarre delle balestra, con loro battifolli, con tutta loro forza di gente d’arme, e d’assai buoni balestrieri, movendo loro castello il condussono fino alla rocca. Quivi secondo il suo essere fu l’aspra battaglia a petto a petto, e non di manco li dificii de’ Pisani traevano sì temperati che loro genti non offendeano, e quelli del castello non lasciavano scoprire alla difesa; vollono gittare il ponte del castello del legname in su la torre di là, ch’era più bassa che il castello, e il ponte fu corto, e la difesa grande per l’operazione de’ buoni balestrieri d’entro, e durata questa pugna per spazio di parecchie ore, i Pisani si ritrassono addietro col castello del legname; quelli di Pietrabuona affannatisi ritrassono a rinfrescare, e non pensando per quello rimanente del giorno avere più battaglia, non di meno al soccorso loro erano tratti i cavalieri e’ masnadieri, quelli che stare vi poteano coperti da’ trabocchi. I Pisani in questo riposamento rallungarono il ponte al castello, e con più asprezza ritornarono alla battaglia, e condotto il castello lungo la rocca, gettarono il ponte in su la torre, ma per questo non si curavano quelli d’entro, che ben poteano tre a tre combattere; ma quale che si fosse la cagione quelli d’entro invilirono, e quelli ch’erano venuti al soccorso incominciarono a abbandonare il castello, e quelli ch’erano di que’ d’entro i caporali pensarono a volere salvare danari e altre cose sottili ch’aveano nella rocca, e però affocarono la torre e abbandonarono la difesa, onde i Pisani francamente presono la terra, e cui giugnere vi poterono misono al taglio delle spade, intra i quali fu Nieri da Montegarulli antico e pregiato masnadiere, il quale essendo arrenduto alla fede vi fu morto, e altri presi e feriti: coloro che l’altro dì v’andarono pe’ morti, e per ricogliere i prigioni, sopra i corpi de’ morti prendendoli furono morti, e simile i ricomperatori. La gente de’ Fiorentini abbandonato il battifolle e arso con non poca vergogna si tornarono a Pescia. Di questa vittoria la gloria e la burbanza de’ Pisani troppo fu sopra modo, e la befferia smisurata, e la festa tanto grande, che dove avessono acquistato una provincia non l’avrebbono potuta fare maggiore, dispettando e avvilendo i Fiorentini, e per loro lettere, e oltre a ciò aprendo quelle de’ mercatanti fiorentini di loro mano v’aggiugneano villane e ontose parole del nostro comune. I loro anziani e governatori posto il senno dall’uno lato osarono dire, che se i Fiorentini avessono cuore a muovere guerra, che i loro soldati ne legherebbe tre uno di loro, e se v’andassono i cittadini, li vincerebbono e legherebbono le femmine loro, e molte altre altere e brutte parole con la testa levata usarono contro il comune di Firenze per muoverli a cruccio e impresa di guerra, ignoranti delle rivoluzioni della fortuna, la quale per guerra assai loro apparecchiò di male.
CAP. CII. Come quelli della valle di Caprese furono traditi dagli Aretini.
Del mese di maggio, quelli della valle di Caprese con l’aiuto di loro vicini e amici tanto seppeno adoperare, che presono la Rocca cinghiata la quale era de’ Tarlati, e teneano questa e la rocca del Caprese, e con gli Aretini s’erano accordati di torre da loro potestà, e di dare loro ogn’anno certo censo riconoscendoli per maggiori, e doveano i nemici degli Aretini avere per nemici, e gli amici per amici, e li Aretini li doveano in loro stato conservare e difendere. Stando così gli Aretini infintamente feciono l’oste bandire sopra un castello di quelli da Pietramala, e richiesono quelli della valle di Caprese d’aiuto, i quali liberamente di buona voglia elessono di loro fanti dugento più eletti e pregiati, e uscito il podestà d’Arezzo coll’oste quelli della valle Caprese s’aggiunsono con lui, ed egli vedendosi costoro tra le mani ne presono centoventi, gli altri fuggendo camparono. Presi gli amici gli amici per questa via, e mandati ad Arezzo, la gente degli Aretini col podestà entrò nella valle di Caprese, e menarono a tondo guastando e consumando ciò ch’era in quella; rifuggiti i paesani alla rocca, la quale era da guatarla e lasciarla stare. Gli Aretini avendo i prigioni domandavano la rocca; i Caprigiani con franchi animi si dispuosono di volere innanzi morire, e di vedere i loro prigioni morire, che volessono le rocche dare agli Aretini, e di presente mandarono sindaco con pieno mandato per darsi al comune di Firenze, il quale stette sopra quindici dì in Firenze per ciò fare: gli Aretini con loro ambasciadori storpiarono che il comune non fece l’impresa, dicendo che le rocche erano in punto che contra loro non si poteano tenere, e che il loro comune era amico e fedele del comune di Firenze, e che avendo essi le rocche l’aveano i Fiorentini, e in breve tanto seppono dire e operare con gli amici loro, che ’l comune non li tolse, il perchè di poi si dierono a’ Perugini, e da loro si trovarono ingannati, come appresso a suo tempo diviseremo.
CAP. CIII. Della mortalità dell’anguinaia.
In questi tempi, del mese di giugno e luglio, l’usata pestilenza dell’anguinaia con danno grandissimo percosse la città di Bologna, e tutto il Casentino occupò, salvo che certe ville alle quali perdonò, procedendo quasi in similitudine di grandine, la quale e questo e quel campo pericola, e quello del mezzo quasi perdonando trapassa; e se similitudine di suo effetto dare si può, se ciò procede dal cielo per mezzo dell’aria corrotta, simile pare alle nuvole rade e spesse, per le quali passa il raggio del sole, e dove fa splendore e dove no. Or come che il fatto si vada, nel Casentino infino a Dicomano nelle terre del conte Ruberto fè grande dannaggio d’ogni maniera di gente: toccò Modona e Verona assai, e la città di Pisa e di Lucca, e in certe parti del contado di Firenze vicine all’Alpi, e nell’Alpi degli Ubaldini: a’ Pisani tolse molti cittadini, ma più soldati. Nell’Isola di Rodi in questi tempi ha fatti danni incredibili: e nel 1362 del mese di luglio e d’agosto assalì l’oste de’ collegati di Lombardia sopra la città di Brescia per modo convenne se ne partisse, e nella città fece danno assai. Nella città di Napoli e in molte terre dei Regno, ove assai, e dove poco facea, ove niente. Nelle case vicine a Figghine cominciò d’ottobre in una ruga, e l’altre vie non toccò. In Firenze ove in una casa ove in un’altra di rado e poco per infino a calen di dicembre.