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Cronica di Matteo Villani, vol. 5 / A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna cover

Cronica di Matteo Villani, vol. 5 / A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna

Chapter 204: CAP. CII. Come si fece pace tra’ Fiorentini e’ Pisani.
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About This Book

Una cronaca che intreccia riflessioni morali sulla superbia, illustrate con esempi antichi, a un dettagliato resoconto delle vicende politiche e militari che coinvolgono città e signori italiani. Descrive imposizioni fiscali, scorrerie e assedi, la fuga e la riorganizzazione degli eserciti, l'intervento di truppe straniere al servizio del legato papale, e la reazione popolare che libera fortificazioni assediate. Riporta anche misure di rifornimento e il ruolo dei capitani e dei condottieri, segnalandosi infine lacune manoscritte e interventi editoriali per colmarne i vuoti.

CAP. LXXXV. Come messer Pandolfo passò nel Mugello colla gente da cavallo per tenere stretti gl’Inghilesi.

Essendo gl’Inghilesi passati nel Mugello per mala provvedenza di chi potea riparare, messer Pandolfo fu fermo nell’usato pensiero di farsi signore, e disse di volere cavalcare nel Mugello con la gente dell’arme che era nella città, ch’era nel torno di dodici centinaia di barbute; gli otto della guerra gliele interdiceano facendogliene espressa proibizione, e non senza cagione, avendo rispetto a’ modi per lui altra volta tenuti, e veggendo la città in grave pericolo: egli per pertinacia seguendo sua intenzione disse, o che cavalcherebbe, o che rifiuterebbe l’uficio del capitanato. Gli otto stando pur fermi, per la città ne surse mormorio e sollevamento di scandalo; onde stando il popolo insollito sotto ombra di cittadinesca riotta, gli otto temendo gli concedettono l’andata, e cavalcò con circa a mille barbute, e in compagnia del conte Arrigo di Monforte, a cui imposto fu per gli otto che cura all’operazioni di messer Pandolfo poco fidato al comune avesse; giunti nel Mugello, il conte s’alloggiò nella Scarperia, e messer Pandolfo nel borgo a san Lorenzo. Occorse in quei giorni, che circa a trenta della brigata del conte per avventura si scontrarono in cento o più Inghilesi, e per spazio di due ore insieme si combatterono: un gentiluomo della brigata del conte nome Arrigo veggendo il soperchio degl’Inghilesi discese a piede, e con una lancia in mano di sua persona fè maraviglie, perocchè, secondo che avemmo da persona degna di fede che si trovò al fatto, con la detta lancia spuose da cavallo da dieci Inghilesi de’ quali due morirono, e per lo detto atto e per li compagni che francamente lo seguirono gl’Inghilesi inviliti dierono le reni, e di loro, massimamente di quelli ch’erano rimasi a piede, alquanti ne furono presi, alquanti ne rimasono morti nella battaglia. Avemo con piacere per tanto di ciò fatto ricordo, perchè ne’ nostri dì tanta prodezza di rado è stata veduta, e per mostrare quanto di valore e di cuore a un esercito presta non solo il valente capitano, ma eziandio il valente cavaliere, e così il vile viltà. L’opere d’arme per tenere gl’Inghilesi stretti erano del conte Arrigo e del conte Ridolfo, ch’era chiamato il conte Menno, e di loro brigate, ch’altri poco se ne dava travaglio.

CAP. LXXXVI. Come gl’Inghilesi si partirono del Mugello e tornarsi nel piano di Pistoia.

Gl’Inghilesi essendosi assaggiati co’ Tedeschi e co’ paesani che aveano cominciato a mostrare loro il volto e a volere de’ loro cavalli, sentendo che il passare per lo Mugello a san Salvi per i molti stretti passi era loro pericoloso, e quasi impossibile, e veggendo il luogo dove s’erano condotti, incominciarono forte a dubitare, ed era loro di mestiere, se avessono avuto chi avesse voluto attendere a provvedere contro a loro, come dovea e potea, e tale ne portò mala fama, massimamente perchè loro faltava la vita e per le bestie e per le persone, onde loro convenne fuggire alle usate malizie, onde con sollecitudine mostrarono di volersi alloggiare a san Michele del bosco, afforzandosi di sbarre e palancati, con mettere pure in loro boce che riposati alquanto farebbono il cammino di che aveano minacciato a malgrado di chi non volesse, e ciò faceano per levare le poste alle vie ond’erano venuti quelli che v’erano tratti a guardare, mostrando d’ire innanzi non di tornare addietro, e così avvenne, che essendo quelle vie non guardate, la notte di san Giorgio presono loro via per la valle di Bisenzio e tornarsi nel piano di Pistoia.

CAP. LXXXVII. Come messer Pandolfo Malatesti si partì dal servigio del comune di Firenze.

Stando messer Pandolfo al Borgo involto in su gli usati pensieri favorati dal male stato de’ Fiorentini, li cadde nell’animo, ch’essendo Firenze nel dubbioso e forte partito dove per allora parea che fosse lo dovesse gareggiare e tenerlo per idolo; onde volendo tentare se il suo pensiere rispondea col fatto, e per sua parte fè dire a’ signori di Firenze e agli otto della guerra, che casi gravissimi e poderosi gli erano occorsi nel suo paese pericolosi allo stato suo, e che a riparare necessario era che sua persona vi fosse, e li fece pregare che loro piacesse in tanto bisogno non doverli mancare per dodici o quindici dì licenziarlo: i signori con gli otto ne tennono consiglio di richiesti, nel quale muto di dicitori, Bindo di Bonaccio Guasconi disse, che pensava che ’l gentiluomo, amico egli e sua casa del nostro comune, dicesse il vero, e che essendo le cose gravi come ponea, non gli andava per animo che in così breve spazio di tempo come domandava le potesse spacciare, e che non solo per dodici o quindici dì si licenziasse, ma per tutto il tempo che sua condotta durava, e che in suo luogo fosse posto il conte Arrigo di Monforte, e così nel consiglio s’ottenne, e fu eletto il detto Bindo a ire a messer Pandolfo con piacevole commiato. Bindo v’andò, e da sè a lui aperto li mostrò tutti i suoi errori, i quali dal popolo erano stati bene conosciuti, e che agevolmente potea avvenire, che perseverando in cotali pensieri con opera, forse che un giorno il popolo li farebbe un sozzo scherzo, al quale non potrebbono porre riparo nè i signori nè gli otto. Veggendo messer Pandolfo che questo avviso come gli altri gli era venuto fallito, e tornato in vergogna, se ne venne a Firenze, e fu a’ signori, e loro disse, che non ostante che ’l suo bisogno fosse grande, per lo presente vedea quello del comune di Firenze era maggiore e pertanto e sè e la sua brigata alle sue spese offeria al comune: di ciò fu ringraziato, e dettoli, che ’l comune non avea nè di lui nè di sua brigata bisogno, onde si partì a sua posta senza onore di comune, o di privati cittadini.

CAP. LXXXVIII. Come gl’Inghilesi e’ Tedeschi co’ guastatori de’ Pisani s’accamparono a Sesto, e Colonnata, e santo Stefano in pane.

Gl’Inghilesi usciti del Mugello a salvamento insieme co’ Tedeschi e guastatori s’accamparono a Sesto e Colonnata, e per le coste di Montemorello, prendendo santo Stefano in pane, e tutte le pianure d’intorno, dove soprastettono per alquanti giorni, sicchè i guastatori de’ Pisani ebbono destro a fare male, e arsono palagi e ricchi abituri e altri casamenti per lo piano, e per le coste di Montemorello per lo spazio di tre miglia o circa intorno al campo, e riservando a levare del campo i luoghi che per loro necessità aveano riserbati, e stando quivi gualdane di loro passarono l’Uccellatoio e Starniano, ed entrarono in Pescia luogo aspro e riposto, ove trovarono molta roba rifuggita, oltre n’andarono infino a Calicarza, Montile, e Curliano, paesi malagevoli assai a cavalcare, senza trovare alcuna contesa. Ancora infra questo tempo combatterono la Petraia, ch’era loro sopra capo, e aveanla armata e fornita alla difesa i figliuoli di Boccaccio Brunelleschi: e nel vero fortemente sdegnavano che sopra tante migliaia di gente d’arme pregiata e famosa signoreggiasse quella piccola fortezza in dispregio loro, il perchè si deliberarono di vincerla, e la prima battaglia colle schiere ordinate fu degl’Inghilesi, dove con acquisto di vergogna alquanti ne furono morti e molti magagnati, la seconda de’ Tedeschi in simile acquisto; ultimamente essendo cresciuta l’onta e ’l dispetto, anzi il levare del campo Tedeschi e Inghilesi insieme con aspro assalto la combatterono, e niente poterono acquistare, se non al modo usato danno e vergogna. Di questo avemo fatta memoria per mostrare, che i privati cittadini in que’ tempi più erano accorti e valorosi a difendere loro fortezze, che i governatori del comune quelle della città, e massimamente perchè confortati, che nel rispetto ch’aveano da’ nemici, e poteanlo fare assai leggermente nol vollono fare, onde ne risultò gran vergogna al comune. L’invidia e ’l mal talento col poco senno che allora occupava il governamento ogni virtuoso operare impedia. In sul levare del campo i guastatori pisani arsono tutti i casamenti che per loro ostellaggi aveano riserbati.

CAP. LXXXIX. Come gl’Inghilesi e’ Tedeschi coi guastatori pisani presono il colle di Montughi e di Fiesole, e combatterono i Fiorentini alla porta a san Gallo, e fessi Anichino di Bongardo cavaliere.

L’ultimo dì d’aprile i nemici mutando campo presono il colle di Montughi e di Fiesole, spargendosi per tutte le circostanze infino a Rovezzano, e il primo dì di maggio per giorno nomato colle schiere fatte se ne vennono sopra la costa della via di san Gallo di sotto al podere d’Altopascio, dove erano fatti tre serragli, il primo sopra la via che va a santo Antonio, l’altro sopra la via che va a san Gallo, il terzo sopra le case poste sopra via che ne va lungo le mura, e questo era di carri, dove era il conte Arrigo di Monforte con tutta la gente da cavallo; a’ primi due serragli erano molti Fiorentini usciti di volontà, i quali impedivano la buona gente dell’arme ch’erano alla difesa, e ammoniti da messer Manno Donati, e da messer Bonifazio Lupo, e da messer Giovanni Malatacca, e dagli altri valenti uomini, che si tirassono addietro, e lasciassono fare la gente dell’arme, nol vollono fare, il perchè furono cagione della perdita de’ serragli con morte e presura di molti di loro. Nello scendere delle schiere un poco davanti due notabili uomini e pregiati in arme, Averardo Tedesco e Cocco Inghilese, a lento passo l’uno dall’un lato della via l’altro dall’altra si calarono giù a’ serragli facendo rilevate prodezze; seguendo appresso le schiere vinsono e gettarono in terra i detti due serragli, con danni assai e di morti e di prigioni de’ vogliosi e disordinati Fiorentini, che s’erano voluti mettere alla difesa contro a’ buoni uomini d’arme, e contra loro volontà. Averardo passò in sulla piazza di san Gallo, e con molti che appresso il seguivano infino al piè delle case a fronte si fè al conte di Monforte, il quale stando come una massa di ferro mai da’ nemici non fu tentato, tutto che le frecce degli arcieri inghilesi che scendeano sopra l’altra brigata sembrassono gragnuola. Dalla porta e antiporta e mura scoccavano le balestra, e a tornio e a staffa, che il tuono del romore piuttosto cresceano che facessono danno. Scese le schiere, fuoco fu messo in sant’Antonio del vescovo, e per simile in molti altri casamenti. In quel fuoco, in quel tumulto, in quelle grida Anichino di Bongardo si fè cavaliere in sulla costa della via che vede la porta, con tanti suoni, con tante grida, che parea che ’l cielo tonasse, ed egli fè cavaliere messer Averardo e più altri, come se fatti fossero in battaglia campale: e ciò fatto, fu sonato a ricolta, e tutti, accortamente senza impaccio si ritrassono addietro chi a Montughi e chi a Fiesole, e la notte con l’ordine dato tra loro feciono la festa de’ cavalieri novelli, la quale fu in questa forma: che le brigate a cento i più a venticinque i meno con fiaccole in mano si vedeano danzare, e l’una brigata si scontrava con l’altra gittando talora le fiaccole, e ricevendole in mano, e talora mettendole a giro, e a modo d’armeggiatori seguendo l’un l’altro ordinatamente, e queste fiaccole passavano le duemila, con gran gavazze di grida e stromenti; e per quello che s’intese dalle brigate ch’erano nel piano vicino alle mura dispettose parole usavano contra il comune di Firenze, e intra l’altre, Guardia studia i collegi, manda pe’ richiesti, e simili parole usate nel palagio de’ priori, le quali erano intese e da quelli che erano in sulle mura e da quelli ch’erano da piè. E per dileggiare il popolo di Firenze in sulle tre ore di notte quetamente mandarono un loro trombettino e un tamburino in sul fosso delle mura della Porta alla croce, i quali sonando come a stormo, il popolo di Firenze tutto si commosse a romore, correndo boci per la terra che i nemici aveano prese le mura dove le bertesche erano fatte, e che parte di loro n’erano dentro discesi. La paura fu sopra modo, e i cittadini come smemoriati correvano qua e là per la terra, e le femmine poneano le lucerne alle finestre, e con lamenti l’armavano di pietre. La cosa nel suo aspetto a vedere orribile era, ma saputo il vero, subitamente si racchetò il bollore fatto in danno e vergogna come detto è. Il seguente dì 2 di maggio schierati tutti passarono Arno di sotto alla Sardigna assai presso alla città, e puosono campo a Verzaia stendendosi infino a Giogoli e Pozzolatico e per Arcetri, ardendo tutto infino presso alle mura; e sopra questo con le schiere fatte, e con le loro barbare strida e suoni di stromenti da battaglia vennono verso la porta di san Friano per combattere nella forma che fatto aveano a quella di san Gallo. I nostri che ne’ giorni passati s’erano assaggiati con loro, e trovato aveano ch’erano uomini e non leoni, aveano armato il casamento delle monache da Verzaia, e quivi fatte le sbarre ricevettono francamente il baldanzoso assalto, rispondendo loro co’ ferri in mano in modo e forma che li ributtarono indietro con molti fediti e alcuni morti, il perchè niente avanzando se non danno e vergogna si ritrassono al campo: bene arsono allora sopra il ciglio della città Bellosguardo e molte altre belle e ricche possessioni e palagi, e soprastati per alquanti giorni, per dare agio ai fediti loro i quali passavano il numero di duemila, veggendo che i Fiorentini s’ausavano all’arme, e andavano a riguardo, sicchè poco con loro poteano avanzare, e che le brigate che uscivano di notte sì de’ cittadini come de’ contadini, che erano trafitti e aveano bisogno di ristorarsi, stando essi sparti baldanzosi, e per dispetto quasi senza guardia veruna, e di prigioni e di cavalli e d’uccisioni li danneggiavano forte, si partirono. Il lor viaggio fu sopra san Miniato a monte, e sopra l’Ancisa passando per lo Valdarno, e loro albergheria fu al Tartagliese, e il seguente dì feciono vista di combattere la Terranuova, dove trovato la risposta, con alquanti di loro morti e magagnati si partirono, e così mollemente tentarono dell’altre terre del Valdarno, il perchè aperto s’intese che per quella via gli avea volti il danaio: che usciti del contado di Firenze in su quello d’Arezzo, e trovandolo sgombro, passarono su quello di Cortona, e quindi in su quello di Siena facendo danno assai d’arsioni prigioni e prede, infine voltisi per la Valdelsa e per la Valdinievole si fermarono in su quello di Pisa a san Piero in campo. Quivi vollono vedere la rassegna delle loro brigate, dal tempo ch’entrati erano in sul Fiorentino, e trovarono che più di seicento buoni uomini d’arme aveano perduti, e oltre a duemila n’erano fediti, de’ quali assai poscia perirono.

CAP. XC. Come il conte Arrigo di Monforte capitano de’ Fiorentini prese e arse Livorno.

Nel paesare e nel raggiramento che messer Anichino di Bongardo faceano in su quello d’Arezzo insieme con gl’Inghilesi, come abbiamo detto, il conte Arrigo di Monforte capitano de’ Fiorentini, e con lui il conte Giovanni e il conte Ridolfo colle brigate loro de’ Tedeschi, ch’erano con quelli del conte Arrigo millecinquecento barbute, e con l’altra gente di cavallo de’ Fiorentini ch’erano per le castella alle frontiere, la quale fè adunare in san Miniato del Tedesco, e con cinquecento balestrieri scelti, e più con assai Fiorentini a cavallo e a piè che di volontà l’aveano voluto seguire, e col consiglio di messer Manno Donati, e di certi degli altri provvisionati, de’ quali di sopra facemmo menzione, fatto fornimento da vivere per quindici giorni, venerdì mattina a dì 21 di Maggio 1364 si partì di san Miniato del Tedesco, e la sera prese albergo su l’Era vicino al castello di Gello, e il sabato mattina passando vicino di Pisa, e facendo quel danno che fare si potea s’accampò a san Piero in Grado. E in quel giorno vennono a Pisa di Lombardia millequattrocento uomini di cavallo sotto nome di compagnia, i quali veniano per pigliare inviamento di loro mestiere in Toscana. I Pisani vedendosi improvviso giugnere questa ventura loro donarono duemila fiorini d’oro, ed elli coll’altra gente loro che rimasa era in Pisa, come soperchio a’ Tedeschi e Inghilesi che cavalcati erano in sul Fiorentino, e con parte del popolo andassono a combattere co’ Fiorentini ch’erano accampati a san Piero in Grado, e così promisono di fare, e preso rinfrescamento, con la gente e col popolo uscirono di Pisa schierati, e a pian passo contro i nemici. Il conte di Monforte sollecitato era molto da messer Manno che passasse il ponte allo Stagno contro Livorno, ed egli dubitando forte stava sospeso, e per conforto che fatto gli fosse non si attentava a passare quello lagume, e non sapere dove, se non quando vidde il gran polverio della gente ch’usciva di Pisa, quindi mosse passo, e di presente messer Manno chiamò Filippone di Giachinotto Tanaglia, che quivi appresso di lui era, e prese due scuri in mano tagliarono due pali in su che si posava il ponte, e lo feciono nello stagno cadere, e a pena aveano fornito il servigio che i Pisani sopraggiunsono e per acqua e per terra. Messer Manno conoscea tutti i soldati che praticavano in Lombardia, e pertanto domandò di volere parlare con alcuno di loro caporali, e tantosto vennono parecchi, e con lieta accoglienza lo viddono, rallegrandosi ch’aveano cessato materia di zuffa, e a lui dissono, che aveano ricevuto duemila fiorini d’oro perchè commettessono battaglia con loro, e che credeano che i Pisani attenderebbono a loro persecuzione, ma che essi per suo amore lentamente procederebbono, e da lui preso congio, a passi scarsi si tornarono verso Pisa. E in ciò cadde perdimento di tempo a’ Pisani, utile e necessario alla gente de’ Fiorentini, come può qualunque intendente udendo il fatto comprendere, perocchè deliberarono i Pisani che la detta gente cavalcasse a Montescudaio, e togliesse il passo a’ Fiorentini, e se ciò fosse per mala fortuna avvenuto, senza dubbio tutta la gente ch’era in quella cavalcata era perduta. La detta gente la sera soprastette in Pisa, e la mattina seguente persono tempo tra nell’armarsi e mettersi in ordine. I Fiorentini in quel giorno che passarono il ponte allo Stagno presono Porto pisano e Livorno, e trovaronlo sgombro, perocchè quelli che dentro v’erano diffidandosi di poterlo tenere da tanto sforzo, prestamente si diedono allo sgombrare fuggendo loro famiglie e cose, e così le mercatanzie in mare in su le navi, che solo una balla di panni e una ricca cortina nel fondaco trovato non fu, or non di manco messo in preda quello che trovato vi fu, il conte fece ardere la terra. Messer Manno udito il generale avviso della gente dell’arme che s’era data a servire a’ Pisani, come uomo avvisato e pratico de’ casi che sogliono ne’ fatti dell’arme avvenire, subito gli corse in pensiero, che i Pisani non rivolgessono quella gente in Maremma a tor loro il passo di Montescudaio, e cominciò forte a dubitare, e avvisonne il capitano, e vennono presto a’ rimedi, perocchè messasi innanzi la gente da piè, perchè del camminare avessono più agio, e rinfrescato alquanto i loro cavalli, alle tre ore di notte presono viaggio, e dirizzaronsi verso Montescudaio per vie montuose e aspre e malagevoli, e tutta quella notte senza arresto cavalcarono, e il seguente dì con dare poco d’agio alle bestie e a loro misono in cavalcare come fossono in fuga, e alle tre ore di notte uscirono del passo di Montescudaio, e ridussonsi in su quello di Volterra in luogo sicuro, trovandosi avere camminato in ventiquattro ore miglia trentotto di pessima via. E in quella medesima notte circa alle sette ore la gente de’ Pisani giunse a Montescudaio per torre il passo, e trovando che i Fiorentini erano passati, dello scorno che loro parea avere ricevuto presono cordoglio. Emmi stato piacere particolarmente narrare questa particella di storia per dimostrare quello che può e fa la fortuna nelle maledette confusioni delle guerre. Ben furono di quelli che vollono dire, che la cavalcata era stata di coscienza de’ Pisani, perchè pace si potesse cercare, e se vero fu, alla Pisanesca bel tratto faceano, avendo il caso fortuito loro prestato la gente dell’arme, colla quale stimarono poterlo fare, e assai presso vi furono.

CAP. XCI. Come il corpo del re Giovanni di Francia fu trasportato di Londra a Parigi, e come onorato.

Per tramezzare alquanto la continuanza delle scritture nella guerra tra’ Fiorentini e’ Pisani ne occorre di scrivere, che ’l dì primo di maggio il corpo del re Giovanni di Francia di Londra ne fu portato a santo Antonio presso a Parigi la sera, e quivi per onorarlo e farne l’esequie reale stette quattro giorni, e a dì 5 detto mese ne fu portato a nostra Donna di Parigi accompagnato da tutte le processioni delle chiese e regole di Parigi, e da tre suoi figliuoli, ciò furono, Carlo primogenito delfino di Vienna e duca di Normandia, Luigi duca d’Angiò, Filippo duca di Torenna lo più giovane di tutti, e fuvvi lo re di Cipri, Giovanni duca di Berrì era in Inghilterra: e portarono il corpo del detto re quelli di parlamento secondo loro uso; e ciò è di ragione, perchè elli rappresentano la giustizia in luogo del re: e a dì 6 si disse la messa, e subito il corpo ne fu portato a santo Dionigi, seguendo appresso d’esso i suoi tre figliuoli Carlo Luigi e Filippo, e il re di Cipro, e sopra i franchi della villa, poi montati a cavallo infino a santo Dionigi, e a dì 7 si fè l’esequio a santo Dionigi. E seppellito il detto corpo con grande onore, tantosto appresso Carlo suo primogenito se n’andò in un pratello, e appoggiato ad un fico ricevette più omaggi da’ peri di Francia e da’ grandi baroni, e a dì 9 si partì per andare a Rems a prendere la corona.

CAP. XCII. Come messer Beltramo de Cloachin sconfisse il luogotenente del re di Navarra in Normandia.

Nel detto anno a dì 16 dì Maggio, messer Beltramo de Cloachin si combattè davanti Choncel presso alla Croce di san Leffon contra al Captal del Comuff luogotenente del re di Navarra in Normandia, e fu il detto Captal sconfitto e preso, e la maggior parte di sua gente morta e presa; e per avere il detto Captal lo re di Francia diede al detto messer Beltramo tutta la Longavilla e la Giusfort ch’erano state del re di Navarra. E lo re di Francia ec.

Qui manca il fine di questo capitolo con tre altri capitoli delle rubriche che erano così intitolati.

CAP. XCIII. Come Carlo primogenito del re di Francia fu consegrato a Rems a re di Francia.

CAP. XCIV. Come si combatterono messer Carlo di Bos duca di Brettagna, e messer Gianni di Monforte.

CAP. XCV. Come i Fiorentini con la forza del danaio ruppono la compagnia de’ Tedeschi e Inghilesi, e levaronla da provvisione de’ Pisani.

Per supplire in parte a ciò che manca in questo luogo nel codice Ricci, ecco ciò che ne fornisce l’Epitome dell’Istorie dei tre Villani di Domenico Boninsegni, che poco addietro ho citato.

«Essendo le genti de’ Pisani a san Piero in campo, e i Fiorentini vedendosi mancare la speranza della Compagnia della Stella, per operazione di messer Galeazzo, e della gente della Magna, cercarono accordo con gl’Inghilesi e’ Tedeschi ch’erano presso alla fine di loro condotta, e i Pisani cercavano di riconducerli, pure vinsero l’opere de’ Fiorentini, che già segretamente avevano dato ad Anichino novemila fiorini quando erano in sul contado di Firenze, e alla sua brigata ne donarono trentacinque migliaia, e agl’Inghilesi settantamila, e tutti si partirono dal servigio de’ Pisani, eccetto Giovanni Aguto con milledugento Inghilesi: e anche in segreto feciono patto con messer Ugo della Zucca e altri Inghilesi. I patti con queste compagnie in sostanza furono, che per cinque mesi non sarebbono contro il nostro comune, o suoi sudditi o accomandati in alcun modo; anzi tutti n’andarono in su quello di Siena a predare e ardere, per merito di quello feciono alla Compagnia del cappelletto soldati nostri.»

CAP. XCVI. Come i Fiorentini presono in capitano di guerra messer Galeotto Malatesti.

«Fatto l’accordo che di sopra è detto, parve a’ governatori di Firenze necessario d’avere un capitano italiano, e procacciando messer Galeotto Malatesti, secondo si disse, per cancellare la disgrazia con la quale s’era partito il suo nipote, infine l’ottenne, e fu eletto nostro capitano, con assai ammirazione di molti agli scherni ricevuti dal nipote, e venne in Firenze a dì 17 di luglio a ore ventuna per i consigli d’astrolagi. E innanzi che scendesse da cavallo appiè della porta del palagio de’ priori con le usate solennità prese il bastone e l’insegne, e lui diè quella de’ feditori al conte Arrigo di Monforte, e fecelo vece capitano; la reale diè a messer Andrea de’ Bardi, e altre ad altri cittadini, e senza arresto uscì di Firenze, e posate l’insegne in Verzaia tornò in Firenze, e per intendersi co’ signori e altri uficiali dell’informazione della guerra, e soprastette alcuni dì, perchè voleva piena balìa di potere dare a sua volontà a’ soldati paga doppia e mese compiuto.» Alla fine essendo fuori le insegne, ed egli stando pertinace, per lo meno male e meno vergogna di comune la sua domanda fu messa a esecuzione, la quale i sottili venditori non ebbono per meno che domandare giurisdizione di sangue. Avuto suo intendimento, mosse a dì 23 del mese di giugno, accompagnato infra gli altri da trecento cittadini ben montati e riccamente armati, i quali spontaneamente vi cavalcavano per vendicare l’ingiurie de’ Pisani novellamente fatte al loro comune.

CAP. XCVII. Battaglia tra’ Fiorentini e’ Pisani fatta nel borgo di Cascina, nella quale i Fiorentini furono vincitori.

Domenica, a dì 29 di luglio anni 1364, rivolto l’anno che nel medesimo giorno i Pisani aveano corso il palio al ponte a Rifredi, fatti cavalieri, battuta moneta, impiccati asini, e fatte molte altre derisioni e scherne a’ Fiorentini, messer Galeotto Malatesti capitano de’ Fiorentini, movendo la notte dinanzi campo da Peccioli, la mattina s’accampò ne’ borghi di Cascina presso di Pisa a sei grosse miglia, ma di via piana e spedita, e infra il giorno per lo smisurato caldo le tre parti e più dell’oste, che erano oltre di quattromila uomini di cavallo che di soldo, che d’amistà, e che de’ Fiorentini, che per onorare loro patria di volontà erano cavalcati, e di undicimila pedoni, s’era disarmata, e quale si bagnava in Arno, quale si sciorinava al meriggio, e chi disarmandosi in altro modo prendea rinfrescamento. E il capitano, sì perchè molto era attempato, sì perchè del tutto ancora libero non era della terzana, se n’era ito nel letto a riposare senza avere considerazione quanto fosse vicino all’astuta volpe, e al volpone vecchio Giovanni dell’Aguto, e tutto che al campo fossono fatti serragli, deboli erano, e cura sufficiente non era data a chi li guardasse; il perchè avvenne, che il valente cavaliere messer Manno Donati, come colui a cui toccava la faccenda nell’onore, andando provveggendo il campo e i modi che la gente dell’arme tenea, conosciuto il gran pericolo in che il campo stava, e temendo che nel fatto non giocasse malizia, e dove no, quello che ragionevolmente secondo uso e costume di guerra ne dovea e potea avvenire, e tantosto n’avvenne, mosso da fervente zelo incominciò a destare il campo, e dire, noi siamo perduti, e con queste parole se n’andò al capitano, e lo mosse a commettere in messer Bonifazio Lupo e in altri tre e in lui la cura del campo; ciò fatto messer Manno di subito corse al più pericoloso luogo, e donde l’offesa più grave e più pronta potea venire, cioè alla bocca della strada che si dirizzava a san Savino e quindi a Pisa, e il serraglio il quale era debole fece fortificare, e alloggiovvi alla guardia i fanti aretini con alquanti pregiati Fiorentini, e con loro i fanti de’ Conti di Casentino; e perchè nel capo li bolliva per diversi e ragionevoli rispetti quello che di presente ne seguì, aggiunse alla guardia messer Riccieri Grimaldi con quattrocento balestrieri genovesi. I Pisani avendo per loro spie e dai luoghi vicini al campo, e massimamente da san Savino, dello sciolto e traccurato reggimento del campo, ma non della provvisione fatta per messer Manno, perchè al fatto fu troppo vicino, conferito con Giovanni dell’Aguto sopra la materia, infine in lui commisono il tutto dell’impresa, e il popolo animoso e voglioso a furore presa l’arme nelle braccia sue si pose con lieta speranza di vittoria, quasi siccome non dovesse potere perdere. Giovanni Aguto preso il carico senza perdere punto di tempo diede ordine a quanto fu di mestiere, e uscì col popolo di Pisa, e fè capo a san Savino, e come mastro di guerra fè il campo de’ Fiorentini per tre riprese assalire da gente che prima era fuggita che giunta, affinchè i nemici attediati non conoscessono il vero assalto quando venisse, e venneli fatto, che ’l campo fu tre volte mosso ad arme dal campanaro indarno, e il capitano turbato di suo riposo fè comandare al campanaro alla pena del piè, che che che si vedesse non sonasse senza licenza sua. Appresso il detto Giovanni aspettò la volta del sole, perchè i raggi fedissono nel volto de’ nemici, e a’ suoi nelle spalle. Ancora per la pratica ch’avea del paese conobbe, che a tale ora surgea un’aura che la polvere venia a portare negli occhi de’ nemici. Solo in uno per gl’intendenti giudicato fu che egli errasse, che non misurando le miglia da san Savino a Cascina, che sono quattro di polveroso e rincrescevole piano, nè avendo rispetto alla fiamma del sole che divampava il mondo, nè al grave peso dell’arme, fidandosi nella gioventù e prodezza de’ suoi Inghilesi nati e cresciuti nelle guerre di Francia, a’ quali per animarli e soperchiare ogni fatica e ogni paura avea messo che nel campo erano quattrocento Fiorentini, tal buono prigione per mille, tale per duemila fiorini, e del tutto ignoranti dell’arme, esso fè tutta gente scendere a piè, il perchè lassi e mezzi stanchi giunsono al campo. Mosselo a ciò fare due ragioni, l’una perchè la gente a piè più chetamente cavalca, l’altra perchè leva meno polverio, immaginando, come avvenne, che prima fossono al campo che sentiti, e così prendere il campo di furto prima che si potesse ordinare: e tutte le dette cose fatte furono per Giovanni Aguto, che niente ne sentì messer Galeotto, o per difetto di spie, o perchè poco curasse ciò che potessono fare i nemici, e questo è più da credere. Adunque messi nella prima fronte delle schiere quelli aspri e duri Inghilesi cui tirava la voglia della preda, tutto l’esercito fè muovere quando gli parve, e prima i suoi Inghilesi furono vicini alle sbarre che da’ nostri fossono sentiti. Il romore e le strida del subito assalto a’ nostri furono le spie. I fanti che posti erano alla guardia del luogo, i quali per lo giorno furono assai più che uomini, francamente presono l’arme non curando le spaventevoli strida, ma ordinati di subito alla resistenza non si lasciarono torre una spanna di terra. E il valente messer Riccieri Grimaldi compartiti i suoi balestrieri dove necessario gli parve, e allogatine gran parte nelle ruine delle case, le quali erano di mattoni, e pertugiate e di costa a’ nemici, confortandoli a ben fare, e sollecitandoli dolcemente e qui e quivi a rinterzare colla forza de’ verrettoni rintuzzò la fiera rabbia de’ baldanzosi nemici. Mentre che la battaglia era e quinci e quindi animosamente attizzata alle sbarre, il vero grido del fatto come era senza suono di campana o altro sollecitamento di capitano corse per lo campo e lo strinse ad armare, e il primo che giunse al soccorso alle sbarre, come quelli che temendo sempre stava in punto, fu messer Manno Donati, il quale veggendo quivi soprabbondare gente da cavallo, per non stare indarno uscì con tutta sua brigata del campo, e percosse i nemici ne’ fianchi, conturbando gli ordini loro, e facendo loro danno assai; e in poca d’ora vennono alle sbarre il conte Arrigo di Monforte colla insegna de’ feditori, e con lui il conte Giovanni e il conte Ridolfo chiamato dal volgo il conte Menno, e costui come giunse alle sbarre le fè gettare in terra, e si avventò sopra i nemici facendo colla spada cose da tacerle, perchè hanno faccia di menzogna. Per simile il conte Arrigo co’ suoi Tedeschi sollecitando i cavalli colli sproni senza averne riguardo contro a’ nemici gli ruppono, passando tutte loro schiere infino alle carra che da Pisa recavano e veniano con vino per rinfrescare loro brigata. Il sagace messer Giovanni dell’Aguto, il quale era nell’ultima schiera co’ suoi caporali e altri pregiati Inghilesi, avendo compreso che la testa delle sue schiere non era di fatto entrata nel campo come si credette, e che la resistenza era dura, si giudicò vinto, e senza aspettare colpo di spada di buon passo co’ detti caporali si ricolse a san Savino, dove aveano lasciati i loro cavalli, lasciando nelle peste il popolo de’ Pisani faticato, e poco uso e accorto negli atti dell’arme. I Genovesi Aretini e’ fanti dell’Alpe come vidono rotte le schiere de’ Pisani, e mettersi in fuga, seguitando la caccia ne presono assai. Essendo adunque per gli Aretini Fiorentini e’ fanti del Casentino alle sbarre ben sostenuta la puntaglia de’ nemici, e mezza vinta loro pugna, per i balestrieri genovesi e per i Tedeschi in poco tempo recati a fine, il capitano fè muovere l’insegna reale, la quale per spazio d’un miglio o poco più si dilungò dal campo, sotto il cui riguardo assai d’ogni maniera si misono a perseguitare i nemici, e trovandoli sparti in qua e in là, lassi e spaventati, ne presono assai. Stando la cosa in estrema confusione per i Pisani, per alcuni valenti e pratichi d’arme, parendo loro conoscere il vantaggio, consigliato fu messer Galeotto che seguitasse la buona fortuna, la quale li promettea la città di Pisa: rispose, che non intendea il giuoco vinto mettere a partito, e più fè, che tantosto fè sonare alla ricolta, sotto il dire che temea degli aguati de’ sottrattori e sagaci nemici; onde molti che sarebbono stati presi ebbono la via libera a fuggirsi, e massimamente gl’Inghilesi ch’erano fediti e rifuggiti in san Savino, nè osavano sferrarsi de’ verrettoni che giunti in Pisa, dov’ebbono solenni medici, e in pochi giorni gran numero ne perì. Tornato il capitano al campo, e cercato il luogo dove fu la battaglia, assai vi si trovarono morti, ma molti più il seguente dì per le fosse e per le vigne, quale per stracco, quale di ferite, e molti colla sete in Arno mettendovisi dentro vi annegarono. Stimossi che i morti per detta cagione passassono i mille: i presi furono vicini a duemila, de’ quali tutti i forestieri furono lasciati, e i Pisani presi da quelli ch’erano venuti al servigio del comune si furono loro. Tutta gente di soldo fu per messer Galeotto in segreto istigata e sollecitata a domandare a lui paga doppia e mese compiuto, ed egli per la balìa presa dal comune la promesse loro, che montò a dannaggio del comune circa a centosettantamila fiorini e più, perchè presa la speranza della detta promessa gran quantità di ricchi e buoni prigioni i soldati trabaldarono, e feciono con poca di cortesia riscuotere. Forte e molto diè che pensare a quelli savi e valenti cittadini, che in que’ giorni si trovarono nel numero de’ reggenti, messer Galeotto, il più famoso uomo allora d’Italia in cose militari e in podere d’arme, meritasse d’essere in tal forma assalito nel campo da uomo non meno famoso nè meno saggio in simili atti di lui, e che esso fosse l’autore, che i soldati per difendere il campo contro buono uso di gente d’arme pertinacemente volessono eziandio e con minacce e atti disonesti paga doppia e mese compiuto, le quali cose diligentemente ponderate furono cagione d’affrettare il trattato della pace, dando di ciò pensiere ad alquanti discreti e intendenti cittadini. Ma noi tornando al processo della guerra, il dì seguente, che fu l’ultimo di luglio, messer Galeotto, con tutto l’esercito e con i prigioni, girandosi pure vicino a Pisa per tornarsene a san Miniato del Tedesco assai bene in ordine e colle schiere fatte, in quello cavalcare fè cavaliere Lotto di Vanni da Castello Altafronte, giovane di gentile aspetto, e degli accomandati al comune di Firenze, Piero de’ Ciaccioni di san Miniato, e Bostolino de’ Bostoli d’Arezzo.

CAP. XCVIII. Come furono assegnati i prigioni al comune da’ soldati, ed entrarono in Firenze in sulle carra.

Essendo condotti i prigioni pisani in Monticelli fuori della porta a san Frediano di Firenze, alquanta di resistenza in parole feciono i soldati di non darli se certi non fossono di paga doppia e mese compiuto, e conobbesi essere moto altrui e a mal fine; il perchè ricevuta speranza d’averla da quelli savi cittadini che con loro ne parlarono, diedono liberamente i prigioni, i quali ricevuti con dispettoso e vile spettacolo, col capitano, con l’insegne, e con la gente dell’arme furono messi in città, perocchè i popolani di basso stato con alquanti d’un poco meno che mezzano furono allogati in sulle carra, e furono quarantaquattro carrate; a’ nobili e gente da bene fu conceduto il venire a cavallo. E innanzi che questa pompa entrasse nella città, tutte le campane del comune cominciarono a sonare alla distesa acciocchè tutto il popolo traesse a vedere, e dinanzi alle carra tutti gli stromenti e suoni del comune, e così quelli della parte guelfa, vista certamente esemplare di diversa e varia fortuna, verificante quello disse David, che disse: Vario è l’avvenimento della guerra, e quinci e quindi consuma il coltello. I prigioni furono allogati nelle prigioni del comune il più abilmente che si potè, e dalle buone e pietose donne fiorentine a gara furono abbondantemente provveduti di tutto ciò che loro bisognava.

CAP. XCIX. Come la parte guelfa di Firenze prese a far festa di san Vittore, e perchè.

In questa vittoria universale che s’ebbe del popolo di Pisa, la quale non pensata nè cercata fu, ma piuttosto recata, perchè singulare, e fu nel giorno che la santa Chiesa fa festa di san Vittore papa e martire glorioso, la parte guelfa di Firenze ad eterna memoria di tanto fatto prese di fare festa in Firenze ogni anno di san Vittore divotamente, come a patrone de’ guelfi, a similitudine come san Barnaba: e feciono in santa Reparata fare una cappella in reverenza del detto santo, con intenzione di migliorarla, perchè venendo la chiesa a sua perfezione stare non può quivi dov’è, e ogni anno vi fanno solennemente celebrare la sua festa con bella offerta della parte, e poi nel giorno fanno correre un ricco palio di drappo a figure foderato di drappo vergato: e vollono e tennono che l’arti guardassono il giorno, e così l’altro popolo.

CAP. C. Come la gente dell’arme del comune di Firenze prese tira di non cavalcare, e quello ne seguì.

Fatta la festa de’ prigioni, per contentamento del popolo, che non si potea vedere sazio di vendetta dell’ingiuria in ultimo fatta per i Pisani con la forza d’Anichino di Bongardo e degl’Inghilesi, tutta la gente del comune col capitano uscì fuori per cavalcare in su quello di Lucca, ma imbizzarrita sopra volere paga doppia e mese compiuto, come da altrui erano nel segreto inzigati, si fermò fra Montetopoli e Marti, e quivi stettono infino a dì 18 d’agosto assai in atti e in parole turbata contro al nostro comune: in fine vinta la gara e conseguito loro intento per meno male, cavalcarono i nemici afflitti e tribolati oltre a modo, e a dì 28 del mese messer Galeotto fermò l’oste a san Piero in campo. Bene avvenne infra il tempo, che essendo condotti gl’Inghilesi dal comune di Firenze, andarono per ubbidire il capitano, e puosono di per sè campo, e, o che i Tedeschi sollevati da sagace ingegno per vedere peggio, o pur perchè la gloria dell’arme non potessono patire di vedere gl’Inghilesi, il seguente dì vennono a riotta con loro, e ordinati e provveduti gli assalirono al campo di ciò niente pensati. La zuffa fu aspra e pericolosa assai, e quinci e quindi ne morirono, e molti ne furono magagnati. Gl’Inghilesi loro campo francamente difesono, tutto che predati e soperchiati fossono da’ Tedeschi, come sprovveduti: e quel giorno il capitano con gli altri caporali del campo loro feciono fare triegua per tre dì, e il seguente dì poi per quindici. E in quello inviluppamento il capitano con tutta la gente dell’arme, eccetto gl’Inghilesi che si rimasono al campo loro, cavalcarono in su quello di Lucca, e feciono campo nel borgo di Moriano, facendo danni e prede assai. I Fiorentini per dilungare gl’Inghilesi da’ Tedeschi glie ne mandarono nel Valdarno di sopra. In queste tenebre e confusioni i governatori del comune di Firenze per fuggire la grande e incomportabile spesa dell’arme, e’ loro dangieri e pericoli, come fu tocco in parte di sopra, e ne’ segreti e pubblici consigli determinarono che a pace si venisse, e cura ne dierono a dieci buoni e discreti cittadini; e infra il tempo l’ambasciadore del santo padre col favore degli ambasciadori de’ comuni di Toscana duplicando essa sollecitudine, perchè vedeano le cose de’ Pisani per ire in fascio, e in mala parte e tosto, tanto sollecitarono, che i Pisani mandarono loro solenni ambasciadori alla terra di Pescia con mandato pieno a conchiudere la pace. Il comune di Firenze appresso vi mandò messer Amerigo Cavalcanti, messer Pazzino degli Strozzi, messer Filippo Corsini, messer Luigi Gianfigliazzi, e Gucciozzo de’ Ricci per simil modo col mandato larghissimo, nè però tanto, che li quinci e li quindi disposti alla pace tanto seppono e poterono onestamente avacciare, che Giovanni dell’Agnello, tutto sollevato e disposto dal consiglio e caldo di messer Bernabò a farsi signore di Pisa, più non avacciasse a farsi signore, prevenendo la pace la quale gli tagliava ogni suo pensiero e rendevalo vano.

CAP. CI. Come Giovanni dell’Agnello si fece signore di Pisa sotto titolo di doge.

Giovanni dell’Agnello cittadino di Pisa di gesta popolare, per antichità di sangue non chiaro e per ordine mercatante, piuttosto scaltrito e astuto che saggio, presuntuoso a maraviglia e vago di cose nuove, e sopra tutto sollecito, questi era in questi giorni tornato da messer Bernabò dove ito era per ambasciadore del suo comune, e col tiranno avea tenuto trattato che i Pisani fossono suoi accomandati, ed egli gli atasse con darli delle terre loro, e per detta cagione da lui ebbe in prestanza trentamila fiorini. Di questo trattato nacque il baldanzoso parlare e pensiero di Giovanni dell’Agnello di farsi signore di Pisa, immaginando che venendo Pisa e le membra sue a tiranno, i Fiorentini fossono più contenti di lui che di messer Bernabò. Essendo adunque Pisa sospesa, in tremore e spavento, e più volte abbandonati dalla speranza della pace, feciono un gran consiglio di più gravi e notabili cittadini della terra, nel quale fu messer Piero di messer Albizzo da Vico, avanti che andasse per ambasciadore di Pisa alla terra di Pescia per conchiudere la pace, e il consiglio fu di provvedere a loro stato: e intra gli altri vi fu il detto Giovanni dell’Agnello, il quale era reputato buono mercatante e fedele cittadino; costui levato in consiglio osò dire, che necessario li parea che si venisse a signore per un anno, dirizzando il suo parere che quel fosse messer Piero di messer Albizzo da Vico dottore di legge, il quale con ogni istanza che seppe quel carico rifiutò, e fulli cagione di affrettare sua gita a Pescia ad accozzarsi con gli ambasciadori fiorentini. Veggendo Giovanni contradire a messer Piero, come stimò, si rimise a consigliare che pure convenia a uno degli altri pigliare quella sollecitudine, cura e gravezza: e allora ser Vanni Botticella, anticamente per genia di beccaio, s’offerse di prendere quel carico. Giovanni dell’Agnello disse, che buono e sufficiente era, ma che gli bisognava d’avere trentamila fiorini al presente per pagare la gente dell’arme: a questo rispose ser Vanni non si sentire sofficiente, e per quel giorno rimasono, che ogni uno si pensasse d’uno che a ciò fosse sofficiente, e altra volta tornasse il consiglio. Di questo strano ragionamento e spaventevole consiglio surse, che uno de’ seguenti dì in sul fare della sera molti buoni e cari cittadini, avendo presa sospezione e gelosia del dire del detto Giovanni così affettatamente in consiglio e con fronte pertinace, e perchè nel mormorio del popolo voce correa che esso facea ragunata di fanti, s’andarono ad armare, e armati insieme se n’andarono al palagio degli anziani, e questo tantosto venne a notizia di Giovanni dell’Agnello, che continovo stava in sentore, ed egli pensando che farebbono quello che feciono, sagacemente e prestamente si mise a’ ripari, e i fanti che egli avea stribuì per le case di certi suoi fidati e singolarissimi amici, e alla moglie e alla famiglia di casa ordinò tutto ciò che dovessono fare, ed egli con l’arme celata ond’era vestito con una fonda cappellina in capo se n’andò nel letto, e la moglie fece ire allato appresso di lui. Come fu venuta la notte, i cittadini con la volontà degli anziani e con la famiglia loro se n’andarono a casa Giovanni dell’Agnello, e come ordinato era per lui, di presente fu aperta la porta, ed essi di subito presono viaggio alla camera d’esso Giovanni, e l’udirono russare e sembrare veramente dormire, come uomo che gran bisogno n’avesse. La donna, come ammaestrata era, con tutto il petto nudo si levò in sul letto a sedere, dicendo a’ cittadini che bisogno avea di posare, ma se voleano lo svegliasse che lo farebbe; i cittadini preso vergogna della veduta della donna, e fede della libera dimostrazione della camera e della casa, togliendo il parlare della donna, per semplice, si partirono della camera e della casa, e si tornarono agli anziani, e riferirono loro tutto ciò che aveano trovato, onde posto giù il sospetto, ciascuno si tornò a casa sua, e posta giù l’arme diede suo pensiere a dormire. Giovanni dell’Agnello, che con Giovanni dell’Aguto avea temperato la cetera, temendo che la dilazione del tempo nel quale il fatto si potea palesare non li fosse nociva, pieno di sollecitudine, quella notte medesima la quale avea assicurati e gli anziani e’ cittadini, con Giovanni dell’Aguto e con gli amici e’ fanti che avea ragunati se ne venne in piazza, e senza niuno romore ebbe l’entrata del palagio degli anziani con quella brigata che a lui era abbastanza, l’altra lasciò a guardia della piazza, ed entrato nel luogo dove sedeano gli anziani si mise a sedere nel seggio del proposto, e ad uno ad uno fece destare gli anziani, e venire dinanzi da sè, e per dire a che fine, così dicesse in forma come disse egli, che è semplice detto, se non fosse congiunto alla forza di Giovanni dell’Aguto, che la Vergine Maria gli avea revelato, che per bene e riposo della città di Pisa dovesse prendere sotto titolo e nome di doge la signoria e ’l governo della città di Pisa per un anno, e così avea preso, e avea de’ trentamila fiorini contenta la gente dell’arme che seco erano in palagio e in piazza, e così si fè confermare agli anziani, e sotto lo splendore delle spade li fece in sua mano giurare; e senza intervallo di tempo e per parte degli anziani mandò per quelli cittadini pensò li potessono essere avversi, e come ciascuno giugnea li significava come e perchè avea presa la signoria, e accomandati cortesemente in forma non si sarebbono potuti partire all’uno promettea il vicariato di Lucca, all’altro di Piombino, e così agli altri secondo i gradi loro, o per amore o per paura tutti l’indusse a giurare nelle sue mani, e in questo servigio consumò tutta la notte. Alla dimane con gli anziani, con costoro e con la gente dell’arme titolatosi doge, cavalcò per la terra, e a grido di popolo fu fatto signore, nè vi fu chi ricevesse un buffetto, prese il palagio in possessione, e tutta la gente dell’arme fè giurare nelle sue mani. E per mostrare che mansuetamente veniva al governo, e preso avea il nome e quello che il nome importava non come tiranno, quel medesimo giorno elesse sedici famiglie di popolari di comune stato, e gli si fece a consorti, e prese con tutti arme novella d’un leopardo d’oro rampante nel campo rosso, con dare a intendere che d’anno in anno uno di loro, qual più boce avesse, fosse fatto doge: e in fine, seguitando il consiglio del conte Guido da Montefeltro a papa Bonifazio, le promesse fur larghe e lunghe, ma lo attendere stretto e corto, che di cosa che promettesse niente osservò, ma pigliando la signoria a giornate come tiranno, lasciato il titolo del doge, si facea chiamare signore. E se mai fu signoria fastidiosa piena di burbanza quella fu dessa, e negli ornamenti e nel cavalcare con verga d’oro in mano; e quando tornato era al palagio si mettea alle finestre a mostrarsi al popolo come fanno le reliquie, con drappo a oro pendente tenendo le gomita sopra guanciali di drappo ad oro, e patìa e volea che come al papa o all’imperadore le cose che gli s’avessono a esporre innanzi gli si esponessono ginocchione, e altre simili cose molto più vane.

CAP. CII. Come si fece pace tra’ Fiorentini e’ Pisani.

Parendo a messer Piero di messer Albizzo ambasciadore de’ Pisani, in cui giacea il tutto della pace per la parte loro, che lo stato di Pisa intorno alle condizioni di sua libertà vacillasse, forte sollecitava la conclusione della pace, e per Carlo degli Strozzi, uno dell’uficio de’ signori priori di Firenze, a cui per lo volgo ignorante del segreto posto era carico di volere che la pace si facesse al tempo dell’uficio suo, e per i suoi compagni, sentendosi il segreto del trattato che Giovanni dell’Agnello tenea con messer Bernabò Visconti, il quale in effetto era che i Pisani fossono accomandati del tiranno, e ch’egli avesse di loro terre, e ch’egli li difendesse, e prendesse la guerra contro a’ Fiorentini, ed era già tanto innanzi, che avendo messer Bernabò addomandato Lucca e Pietrasanta, i Pisani già gli aveano consentito Pietrasanta, e per loro disperazione si temea non passassono più oltre; per la libertà di Toscana in segreto consiglio fu preso, che si venisse alla pace per lo migliore modo e più onorevole che si potesse, e scritto fu agli ambasciadori del comune ch’erano a Pescia, che il più tosto che potessono onestamente ne venissono al fine. Onde seguì, che a dì 28 del mese d’agosto, non sapendo l’una parte dell’altra che ciascuna voglia n’avesse, si fermò la pace con pubblichi e solenni stromenti, la quale in Firenze si pubblicò e bandì il primo dì di settembre, nell’ora ch’entrarono i nuovi priori, la quale dall’ignorante popolo de’ segreti del comune mal conosciuta forte fu biasimata, pensando che Carlo per troppa baldanza e della famiglia e dello stato fosse stato l’autore. Onde il popolo vittorioso, a cui parea essere al di sopra della guerra, incominciò in piazza non solamente a mormorare, ma con altere parole e atti forte a sparlare contro a Carlo. Onde i priori e i vecchi e i novi temettono di commozione, e che Carlo nel tornare a casa o alla casa in su quel furore non ricevesse villania, e pertanto dai loro mazzieri e da’ fanti lo feciono accompagnare, e tanto stare loro famiglia con lui che l’ira fosse passata. La pace fu onorevole, e da’ savi e buoni cittadini assai commendata, e nelle parlanze per la città sostenuta per le sue condizioni e circostanze laudabili, che furono di questa maniera: la prima, perchè fatta fu essendo messer Galeotto capitano de’ Fiorentini con loro gente sopra il terreno de’ nemici: la seconda, che tanto si dichinarono i nemici che la vennono a conchiudere nelle terre del comune di Firenze: la terza, perchè Pietrabuona, la quale era del contado di Pisa, origine in grido e cagione della guerra, in premio di vittoria per patto rimase al comune di Firenze, confessando per questo essere ricreduti e vinti: la quarta, perchè Castel del Bosco, e certe altre loro tenute e fortezze per patto si vennono a disfare: la quinta, perchè confermarono tutte le franchigie che il comune di Firenze o suoi mercatanti mai avessono avuto in Pisa: la sesta, perchè per dieci anni si feciono tributari del comune di Firenze, dando ogni anno nella vigilia di san Giovanni Battista pubblicamente diecimila fiorini d’oro. Gli stromenti della pace in sustanza contennono prima la remissione delle offese, e promettere di non offendere per l’avvenire, come è di costume in somiglianti atti e contratti; appresso confermate e di nuovo per patto concesse furono tutte le franchigie che avesse per l’addietro avute il comune di Firenze o suoi mercatanti in Pisa o nelle terre loro. Obbligossi il comune di Pisa per ammenda di danni a dare ai comune di Firenze centomila fiorini d’oro in dieci anni seguenti, diecimila ogni anno in Firenze nella vigilia della natività di san Giovanni Battista: e più a dare al comune Pietrabuona, che era stata cagione della guerra, e tutte altre terre del comune di Firenze, o a esso comune accomandate, che ’l comune di Pisa o nella guerra o innanzi la guerra per eccitarla, o direttamente o per indiretto avesse prese, ed e converso facesse così il comune di Firenze, e così si fè. Spianare Castel del Bosco, e certe altre tenute de’ Pisani, che per i patti si disfeciono. La detta pace fu confermata in nome di papa Urbano quinto, colle solennità della Chiesa e colle pene ecclesiastiche, per messer Piero Cini arcivescovo di Ravenna, e per frate Marco di Viterbo generale de’ frati minori, il quale poco appresso fu fatto cardinale. Il popolo di Firenze a giornate conoscendo il frutto e il bene della pace riconobbe suo errore, e rimase per contento, e il comune dolcemente si levò da dosso la spesa di messer Anichino di Bongardo e degl’Inghilesi. Messer Anichino co’ suoi Tedeschi e con molti mascalzoni che non sapeano nè poteano vivere se non di rapina, nel mese di novembre in forma di compagnia cavalcò in terra di Roma, e presono prima Sabina e poi Sutri, e quivi vernarono. La compagnia degl’Inghilesi arso e predato in parte il contado di Siena se n’andò all’Aquila, e quindi passò in Puglia a vernare. E per non avere più a capitolare giugnerò a questa gente famosa la morte di messer Malatesta il vecchio, il quale lungo tempo fece gran segno in Italia di savio guerriere, di uomo e d’alto consiglio e pratico in tutte cose, il quale passò di questa vita del mese d’agosto 1364. E gli Aretini presono e disfeciono la Serra.

FINE DELLA CRONICA DI MATTEO
E FILIPPO VILLANI.