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Cronica di Matteo Villani, vol. 5 / A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna cover

Cronica di Matteo Villani, vol. 5 / A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna

Chapter 50: CAP. XLVIII. Come messer Bernabò venne sopra Bologna, e assediò e prese Pimaccio.
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About This Book

Una cronaca che intreccia riflessioni morali sulla superbia, illustrate con esempi antichi, a un dettagliato resoconto delle vicende politiche e militari che coinvolgono città e signori italiani. Descrive imposizioni fiscali, scorrerie e assedi, la fuga e la riorganizzazione degli eserciti, l'intervento di truppe straniere al servizio del legato papale, e la reazione popolare che libera fortificazioni assediate. Riporta anche misure di rifornimento e il ruolo dei capitani e dei condottieri, segnalandosi infine lacune manoscritte e interventi editoriali per colmarne i vuoti.

CAP. XXXVII. Come fu guasta la bastita che ’l cardinale di Spagna facea fare in sul canale della Pegola.

Nell’entrata di marzo del detto anno, il legato per tenere sicuro il cammino e ’l canale dalla Pegola a Bologna facea fare con grande studio una bastita in sul canale, ed era quasi che compiuta. I cavalieri di messer Bernabò ch’erano in Lugo, intorno di ottocento barbute, una notte si mossono, e vennono alla bastita, e sì improvviso a coloro che la guardavano che vi entrarono dentro, e mortine assai il resto presono, e rubato quella parte stimarono di portarne il resto arsono con la bastita, e senza contasto alcuno della preda, e’ prigioni ne menarono a Lugo. Della qual cosa a’ Bolognesi parve rimanere in male stato, per tema che quel cammino non fosse loro tolto, e per tal tema costretti rimisono mano a rifare la detta bastita, e a custodirla con più cauta e sollecita guardia, e poco appresso l’ebbono fatta e afforzata per modo non ne temeano. Lasceremo alquanto le tempeste de’ cristiani, per dar luogo un poco a quelle degl’infedeli che apparirono in questi tempi.

CAP. XXXVIII. Della grande pestilenza che percosse i saracini.

In questo anno pestilenza di febbri fu in Damasco e al Cairo tanto fuori di modo, che senza niuno riparo quasi generalmente ogni gente uccidea; il perchè si credette, che le provincie di là rimanessono disolate e senza abitatore, e se guari tempo fosse durata avvenia. I morti furono tanti, che stimare numero certo o vicino non si potè. La cagione onde mosse, a Dio solo, o cui lo rivela, è manifesta. La naturale necessità, la quale surge dall’influenza de’ cieli e delle stelle, dà luogo alla necessità soluta, che procede dalla sua volontà.

CAP. XXXIX. Come fu morto il soldano di Babilonia, e rifattone un altro, il quale uccise molti de’ suoi baroni.

Avvenne innanzi poco a questa mortalità, ch’essendo il soldano di Babilonia uscito a campo contro a quelli che rubellati gli s’erano, i baroni che con lui erano, qual cosa si fosse la cagione, s’intesono insieme alla morte sua, ed egli non prendendosi guardia di loro nel campo l’uccisono, e tornarsene al Cairo, e quivi un suo fratello feciono soldano; il quale presa la signoria, e confermato nel regno, non seguendo la volontà de’ suoi ammiragli, sentì che contro a lui s’erano congiurati per farlo morire, onde esso si provvedea di buona guardia, e niente mostrava di sentire contro a loro, ma l’un dì trovava cagione contra l’uno, e facealo morire, e l’altro dì contra l’altro facea il simile, e per questa via in pochi mesi la maggior parte fece morire, e nella fine la volta toccò a lui, e morto fu per le mani de’ suoi ammiragli del mese di febbraio detto anno, e feciono soldano un suo fratello piccolo, e rimaso di dodici l’ultimo, perchè non si potea traslatare il regno in altri senza gran confusione di tutti i sudditi suoi.

CAP. XL. Come un signore de’ Turchi trattò di fare uccidere l’imperadore di Costantinopoli.

Lo signore di Boccadave possente tra i Turchi, ed ai Greci vicino, avendo molte volte tentato con palese guerra di vincere Costantinopoli, e non ne possendo avere suo intendimento, cercò con doni larghi e con impromesse grandi fatte a certi Greci costantinopoletani, i quali erano della setta di Mega Domestico cacciati dall’imperadore, a modo tirannesco di farlo uccidere, pensando che morto lui per la inimicizia ch’avea nella provincia, e per molte terre ch’avea acquistate sopra l’imperio, d’essere del tutto signore; ma come piacque a Dio si scoperse il trattato, e quale de’ traditori fuggì, e quale rimase o preso o morto, ma non di manco la città ne rimase in mala disposizione. Il Turco nondimeno tenendo Gallipoli e altre terre vicine, con suoi legni in mare e con i suoi Turchi per terra tribolava e consumava il paese, senza trovarsi per i Greci alcun riparo fuori che delle mura. E in questi medesimi giorni il signore d’Altoluogo in Turchia si guerreggiava con un suo zio, e l’altro signore della Palata si guerreggiava col fratello; e portante guerre e divisioni de’ Turchi i paesi loro erano rotti e in grande tribolazione, e per questa cagione i Greci aveano minore persecuzione da loro; e più ciò fu materia al re di Cipro di fare l’impresa sopra loro con onore e vittoria grande, come a suo tempo racconteremo.

CAP. XLI. Come il legato si partì di Bologna per andare al re d’Ungheria.

Tornando alle italiane fortune, il legato di Spagna, uomo savissimo e pratico delle mondane volture, vedendosi per allora e a tempo senza potenza da resistere a messer Bernabò, e povero di danari, e veggendo la poca gente d’arme ch’avea alla difesa, conoscendo che il tiranno suo avversario era di sue entrate abbondante, e di quello che gravava i sudditi suoi, il perchè non si curava di mantenere la guerra, e per continovare la guerra gli parea essere certo di vincere Bologna, e perciò mantenea a Castelfranco e a Priemilcuore, a Pimaccio, e a Lugo tanta gente a cavallo e a piè, che con le loro cavalcate teneano sì assediata Bologna di verso la Lombardia e la Romagna, che poca roba vi potea dentro entrare, e di verso l’Alpe facea agli Ubaldini rompere le strade, perchè al legato ne parea essere a mal partito, e a’ cittadini a peggiore: e vedendo ch’a petizione di santa Chiesa niuno tiranno, comune o signore italiano si volea scoprire ad atare Bologna contro a messer Bernabò, avendo la Chiesa lungamente trattato col re d’Ungheria, il quale s’affermava che farebbe l’impresa con la persona, al primo tempo parve al legato d’uscire di Bologna sotto scusa d’andare a lui, e nel vero e’ non si fidava potervi stare con suo onore, nè senza grave pericolo. E però contro la volontà de’ cittadini prese d’andare al re, promettendo di tornarvi del mese di maggio prossimo, e a dì 17 di marzo se ne partì facendo la via d’Ancona, e là soggiornato alquanto mandò al re d’Ungheria, come seguendo nostro trattato diviseremo. In Bologna lasciò messer Malatesta e messer Galeotto suo figliuolo capitani de’ soldati e de’ cittadini alla guardia.

CAP. XLII. Della ribellione fatta per messer Giovanni di messer Riccardo Manfredi al legato.

Isidoro nelle sue etimologie afferma, che per la differenza e natura varia de’ climati i Greci per natura sono lievi, i Romani gravi, gli Affricani astuti e maliziosi, e gl’Italiani feroci e d’agro consiglio. Questo vedemo nella piccola provincia di Toscana, dove sono i Sanesi reputati lievi per natura, i Pisani astuti e maliziosi, i Perugini feroci e d’agro consiglio, i Fiorentini gravi, tardi, e concitati, e così per natura i Romagnuoli hanno corta la fede: e pertanto per antico proverbio si dice, che il Romagnuolo porta la fede in grembo: e però non è da maravigliare quando i tiranni di Romagna mancano di fede, conciosiachè sieno tiranni e Romagnuoli: i tiranni per paura di loro stato, e cupidi ancora di più signoria, usano e fanno arte di tradimenti. Messer Giovanni figliuolo naturale di messer Manfredi di Faenza avendo pace col legato, vide suo vantaggio per le promesse di messer Bernabò, e rubellossi alla Chiesa, e cominciò a fare guerra e da Bagnacavallo, e da Salervolo, e da altre sue tenute a Faenza e ad altre terre della Chiesa di Romagna, e avuta cavalieri da messer Bernabò ch’erano a Lugo, cavalcò a Porto Cesenatico, dove trovò molta mercatanzia, le case arse e ’l porto, e la mercatanzia e grossa e sottile e’ prigioni ne menarono in preda, e in quel porto peggiorò i cittadini di Firenze oltre a dodicimila fiorini d’oro di loro mercatanzie, e senza impedimento alcuno si tornò a Bagnacavallo. Per questa rebellione i suoi palagi di Faenza furono disfatti.

CAP. XLIII. Come il marchese di Monferrato trasse delle compagnie da Avignone per conducere in Piemonte.

Essendo lungamente la Provenza di là dal Rodano, e ’l Venisì, e la Provenza di qua dal Rodano, e la corte di Roma stata in grandissime persecuzioni delle compagnie addietro narrate, e tenuto il papa con loro per le mani di più baroni trattati di trarli del paese senza avere effetto, in fine il valente marchese di Monferrato, per la guerra ch’avea co’ signori di Milano, essendo molto amato dai buoni uomini d’arme, e favoreggiato co’ danari della Chiesa, in prima s’accordò con la compagnia ch’era a’ Mongiulieri, Inghilesi, Guasconi e Normandi, con la donna del siri di Ricorti: ed avendo fatto questo accordo del mese di marzo, non tennono il patto, ma sotto la sicurtà del trattato passarono il Rodano, e mutarono pastura; e un’altra maggiore compagnia valicò nel Venisì, e consumando il paese infino al maggio. Cominciata la fame e la mortalità in quelle provincie, la compagnia di Santo Spirito, avuto dal papa trentamila fiorini con patto di seguire il marchese lasciata la terra, e l’altra che ’l marchese con danari della Chiesa avea prima patteggiata s’accozzarono a volere passare in Piemonte, e non meno per fuggire la pestilenza e ’l paese, che per servire la Chiesa e il marchese, con tutto che più di centomila fiorini costasse al papa la spesa di levarlisi d’intorno. E spandendosi di ciò la boce per la Provenza, una gran parte se n’avviò a Marsilia, e credendosi entrare nella terra e non potendo, e non avendo da’ Marsiliesi il mercato, arsono i borghi della città, e feciono assai danno nel paese, e poi s’addirizzarono verso Nizza, e a parte a parte valicarono seguendo il marchese nel Piemonte, non senza grave danno de’ Provenzali. E nondimeno essendo di Provenza partiti da seimila cavalli, ne rimasono due altre compagnie, una di quà una di là dal Rodano, lungamente a vivere di preda e di rapina sopra i paesani, e teneano la corte in paura e in travaglio. Lasceremo delle compagnie, e torneremo ad altre più degne cose di nostra memoria.

CAP. XLIV. Della morte del duca di Lancastro cugino del re d’Inghilterra.

Egli è strano al nostro trattato fare memoria della naturale morte d’uomo, ma considerando l’altezza della superbia umana con la fragilità di quella recata alla mente degli uomini, non può passare senza alcuno frutto. Il conte d’Aui duca di Lancastro, cugino carnale del valente re Adoardo d’Inghilterra, avendo lungo tempo fatte grandi e notevoli cose d’arme, essendo sopra i Franceschi stato venticinque anni grave flagello, e riposata la guerra in pace con grande sua fama e onore, a dì 22 del mese di marzo gli anni Domini 1360 lasciò l’arroganze delle guerre, e le fallaci fatiche del mondo con la sua morte, lasciando senza ereda maschio due figliuole femmine ne’ suoi baronaggi.

CAP. XLV. Come riuscì l’impresa del re d’Ungheria, dove la speranza del legato di Spagna si riposava.

La Chiesa avea richiesto il re d’Ungheria al soccorso di Bologna, ed il re avea dato speranza alla Chiesa di fare l’impresa con la sua persona, e mandati però suoi ambasciadori a corte per fermare i patti, de’ quali per diversi modi si sparse la fama in Italia, in prima che dovea avere titolo dalla Chiesa e dall’imperio, e danari assai dal papa, che le terre ch’acquistasse fossono sue: l’altra boce era, che ’l papa il dovesse assolvere del saramento si dicea ch’avea fatto di fare il passaggio d’oltremare, e che dovea dispensare che la moglie, la quale apparve per infino a qui sterile, si rinchiudesse in un munistero di sua volontà, ch’egli potesse avere anche un’altra moglie, acciocchè ’l reame non rimanesse senza successione di sua generazione, e che di questo il legato avea dal papa piena legazione: verisimile e non senza grande cagione il legato andò a lui in Sagravia del mese di maggio del detto anno. Il re in quei giorni avea fatto bandire generale oste per tutto suo reame, per titolo di porre confini al suo regno, per lo quale tutti i baroni e popoli lo debbono servire, e credettesi che ciò fosse per intendere al servigio della Chiesa; ma come che la cosa s’andasse gli ambasciadori di messer Bernabò erano a lui, e ricevuti avea doni da parte di messer Bernabò. E però, o perchè non avesse dalla Chiesa quello che volesse, o avesse promesso al tiranno di non venire contro a lui, la vista fu ch’egli intendea d’andare con la sua gente per l’oste già bandita in altra parte; e quello che rispondesse al legato non si potè per parole comprendere, ma l’effetto si dimostrò per opere, che senza alcuno aiuto il legato del detto mese di maggio si ritornò ad Ancona, perduta la speranza del soccorso di Bologna, in grave pericolo di quella città, cresciuta la baldanza e l’oste dei suoi avversari.

CAP. XLVI. Della pestilenza dell’anguinaia ricominciata in diversi paesi del mondo, e di sua operazione.

In Inghilterra d’aprile e di maggio si cominciò, e seguitò di giugno e più innanzi, la pestilenza dell’anguinaia usata, e fuvvi tale e tanta, che nella città di Londra il dì di san Giovanni e il seguente morirono più di milledugento cristiani, e in prima e poi per tutta l’isola. Gran fracasso fece per simile nel reame di Francia; nella Provenza trafisse ogni maniera di gente. Avignone corruppe in forma che non vi campava persona: morironvi nove cardinali, e più di settanta prelati e gran cherici, e popolo innumerabile. E di maggio e giugno si stese e percosse la Lombardia, e prima Como e Pavia, con tanta roina, che quasi le recò in desolazione. In Milano mise il capo, dove altra volta non era stata, e tirò a terra il popolo quasi affatto, con grande orrore e spavento di chi rimanea. Vinegia toccò in più riprese, e tolsele oltre a ventimila viventi. La Romagna oppressò forte e assai quasi per tutte sue terre, ma più l’una che l’altra, e nell’entrata del verno cominciò a restare in Lombardia, e a gravare la Marca, e la città d’Agobbio forte premette. L’isola della Maiolica perdè oltre alle tre parti degli abitanti. Nè lasciò l’Alpi degli Ubaldini senza macolo per molti de’ luoghi suoi. E molti paesi del mondo in uno tempo erano di questa pestilenza corrotti, nè già quelli a cui parea che Dio perdonasse non ritornavano a lui per contrizione, partendosi dalle iniquitadi e dalle prave operazioni ostinate, e come le bestie del macello, veggendo l’altre nelle mani del beccaio col coltello svenare, saltavano liete nella pastura, quasi come a loro non dovesse toccare, ma più dimenticando gli uomini il giudicio divino si davano sfacciatamente alle rapine, alle guerre, e al mantenere compagnie contra ogni uomo, alle ingiurie de’ prossimi, e alla dissoluta vita, e a’ mali guadagni assai più che negli altri tempi, corrompendo la speranza della misericordia di Dio per lo male ingegno delle perverse menti; e ciò per manifesta sperienza si vide in tutte le parti del mondo dove la detta pestilenza mostrò il giudicio di Dio.

CAP. XLVII. Come per la fama delle compagnie che scendevano in Piemonte i signori di Milano si provvidono alla difesa.

Messer Galeazzo Visconti sentendo che il marchese di Monferrato venia in Piemonte con le compagnie tratte di Provenza del mese d’aprile del detto anno, e sapendo ch’ell’erano per poco tempo provvedute di soldi, e che già la mortalità era tra loro, e cominciata nel Piemonte, provvide di gente d’arme tutte le sue terre e le loro frontiere per fare buona guardia, e sostenere l’impeto de’ nemici, senza mettersi a partito di battaglia; e però messer Bernabò ritrasse della gente ch’avea a Lugo e a Castelfranco sopra Bologna la maggiore parte per dare favore al fratello, pensando straccare quella gente, come in parte venne loro fatto, con piccolo danno di loro distretto, come appresso si potrà nel suo tempo vedere. Nondimeno tra per lo riparo del Piemonte, e del fare la guerra a Bologna, continovo si fornivano di gente d’arme, non curandosi della grande spesa, perocchè bene la poteano comportare a quella stagione.

CAP. XLVIII. Come messer Bernabò venne sopra Bologna, e assediò e prese Pimaccio.

All’uscita del mese d’aprile del detto anno, messer Bernabò accolse gente, li più cittadini di sue terre, e con duemila cavalieri in persona venne da Milano a Castelfranco dov’era il forte di sua gente, e di nuovo fece combattere il castello di Pimaccio per due riprese, e appresso il fece assediare intorno, e a dì 9 di maggio per patto ebbe la terra, e la rocca si tenne. Di là poi si partì lasciando fornita la terra, e la rocca assediata, e con la gente sua cavalcò a Panicale presso di Bologna facendo danno assai; e del detto mese di maggio ebbe la rocca di Pimaccio, e andossene a Lugo, e l’accomandò a messer Francesco degli Ordelaffi, e diegli gente d’arme, con che egli guerreggiasse Bologna da quella parte e la Romagna; e fornite l’altre terre, e confortati gli amici suoi a fare guerra, e lasciato il marchese Francesco al ponte del Reno a campo, con milledugento cavalieri si tornò a Milano, e la sua gente ebbe fatta forte e ben guernita di tutto all’entrata di giugno la bastita dal ponte del Reno.

CAP. XLIX. Come il legato procurava aiuto contro messer Bernabò.

Il legato del papa, tornato senza niuna speranza d’aiuto dal re d’Ungheria, pur tanto s’aoperò, che ’l detto re scrisse e fece comandamento agli Ungheri ch’erano al servigio di messer Bernabò, che se ne partissono, e assai furono quelli che l’ubbidirono. Anche tanto operò con l’imperadore, che egli mandò comandando a messer Bernabò che si dovesse rimanere di fare guerra contro la Chiesa a Bologna, e quegli che fè il detto comandamento fu messer Giovanni da.... ed assegnogli termine infra i venti dì seguenti, com’era determinato per l’imperadore, e se questo non facesse fra il termine gli significò, com’egli il privava d’ogni onore, e dignità e privilegio che avesse dall’imperio; ma per tutto questo messer Bernabò non si rimanea dell’impresa, ma a suo potere continuo fortificava la guerra, dicendo: Io voglio Bologna mi. E questo fu del mese di maggio a’ 12 dì del detto anno. E in questo medesimo tempo per apostolica sentenza messer Bernabò fu condannato per eretico e contumace a santa Chiesa, e per tutta Italia in dì solenni fu da’ prelati scomunicato in presenza de’ popoli, ma di questo poco si curò, sollecitando per ogni modo pure di volere Bologna.

CAP. L. Come la compagnia d’Anichino di Bongardo ch’era nel Regno si rassottigliò e venne al niente.

Del mese d’aprile erano nella compagnia d’Anichino di Bongardo in Puglia gli Ungari tanto moltiplicati, che passavano il numero di tremila. Il re loro avendo di questo sentore loro mandò comandando, che non fossono contro i suoi consorti, per la qual cosa s’accordarono col re Luigi una gran parte, e partironsi dalla compagnia de’ Tedeschi, e promisono di dare vinta o cacciata la compagnia del Regno per trentasei migliaia di fiorini d’oro, de’ quali si convennono col re: e seguitando il gran siniscalco ridussono Anichino co’ suoi Tedeschi in Basilicata, e ridussonli in Atella terra tolta per loro al duca di Durazzo, e ivi li assediarono, stando d’intorno alle frontiere; e durando il giuoco lungamente, molti se ne tornarono nella Marca e nella Romagna, e gli altri rimasono al servigio del re, e senza cacciare o vincere la compagnia catuno consumava i paesani.

CAP. LI. Come i Sanesi ebbono Santafiore.

In questi dì, del mese di maggio del detto anno, i Sanesi avendo molto assottigliati e annullati i conti di Santafiore, in fine di questo mese medesimo ebbono Santafiore a patti.

CAP. LII. Come i Fiorentini comperarono il castello di Cerbaia.

Il comune di Firenze avea dato bando a Niccolò d’Aghinolfo de’ conti Alberti conte di Cerbaia perchè avea morto un popolare di Firenze; e vedendo che la Cerbaia era una chiave forte alla guardia del suo contado da quella parte, gli venne voglia d’avere quel castello, e fece trattato di comperarlo; il conte per uscire di bando, ed essere cittadino popolano di Firenze, e considerando che a tenere quella fortezza gli era non meno di spesa che d’entrata, e sempre ne vivea in gelosia, ne domandò per prezzo fiorini settemila d’oro, e ’l comune si fermò a sei, e ’l conte non vi si volle arrecare, e però si mise alla difesa, ed il comune, come contro a suo sbandito, a dì 21 di maggio vi pose l’assedio. Il conte vedendosi ribellato il fratello carnale, e collegato co’ Fiorentini e fattosi loro accomandato, vedendosi mal parato, l’ultimo dì di maggio diede il castello liberamente a’ Fiorentini, e rimisesi alla misericordia del comune: il comune lo ribandì, e fecelo suo popolare, e per via di diritta compera solennemente fattone le carte per ser Piero di ser Grifo notaio delle riformagioni, glie ne diè contanti fiorini seimiladugento d’oro, e fu descritto il castello di Cerbaia in possessione e contado del comune di Firenze, e tutti i fedeli dalla fedeltà furono liberati, e fatti contadini di Firenze.

CAP. LIII. Come il capitano già di Forlì, e messer Giovanni Manfredi si puosono tra Imola e Faenza.

Come messer Francesco Ordelaffi fu fatto capitano di messer Bernabò, e messer Giovanni di messer Ricciardo Manfredi collegato con lui s’intesono insieme, e puosonsi a campo tra Imola e Faenza per attendere l’avvenimento di quello ch’aveano trattato con uno più stretto e confidente famiglio ch’avesse messer Ramberto signore d’Imola, il quale per grandi promesse ricevute avea promesso d’uccidere il suo signore, ma come a Dio piacque il trattato si scoperse, e il famiglio fu preso, e negli occhi de’ nemici impiccato a’ merli delle mura della città; e incontanente l’oste ch’attendea l’omicidio si partì e tornò a Lugo: e poco appresso del detto mese di maggio cavalcarono sopra Forlì, e guastarono e predarono intorno e nel paese quello che poterono senza trovare contasto.

CAP. LIV. D’un gran fuoco che s’apprese nella città di Bruggia.

In questo mese di maggio del detto anno, nella città di Bruggia in Fiandra s’apprese il fuoco in alcuna casa, il quale cominciò ad ardere quelle ch’erano vicine, e a forte a montare con l’aiuto del vento, e delle case di legname ch’erano atte e disposte a riceverlo, e avvalorò per sì fatto modo, che niuno rimedio mettere vi si potea per operazione o ingegno d’uomini, che nella città non consumasse oltre a quattromila case, con grandissimo danno de’ cittadini: e in questi giorni medesimi il fuoco gran danno fece nella villa di Ganto e di Melina in Brabante.

CAP. LV. Delle compagnie d’oltramonti.

Appare che la penna non si possa passare senza fare memoria delle compagnie, che maravigliosa cosa è il vederne e udirne tante creare l’una appresso dell’altra in flagello de’ cristiani, poco osservatori di loro legge o fede. La moglie che fu del siri di Ricorti accolse da millecinquecento cavalieri di diverse lingue per volere fare guerra in suo paese, poi fu tirata dalla compagnia, e in persona con la sua gente venne in servigio della Chiesa e del marchese di Monferrato in Piemonte, e quivi lasciò con gli altri la sua compagnia a guerreggiare. E appresso a questa scese in Provenza un’altra gran compagnia d’Inghilesi, Guasconi e Normandi, e un’altra se n’adunò in questi tempi medesimi presso Avignone di Spagnuoli, Navarresi e altra gente, e questa venne sopra la città d’Arli, e corse voce che venia a petizione del Delfino, che si dicea che volea essere re d’Arli, ma non fu vero, per loro procaccio venne la compagnia, e una seguiva il Petetto Meschino Alvernazzo, che poi crebbe, e fece grave danno al re di Francia. Il paese di Provenza di là da Rodano e di qua, e ’l Venisì e la corte di Roma ne stava in continova tribolazione.

CAP. LVI. Come Francesco Ordelaffi si levò da Forlì, e andonne a oste a Rimini.

Essendo Francesco Ordelaffi stato d’intorno a Forlì, e fatto il guasto come a lui piacque, del mese di giugno del detto anno si levò da Forlì, e con duemila barbute e cinquecento Ungari si puose presso alle porti di Rimini, e fermò il campo a Santa Giustina, ardendo e guastando le ville d’intorno, e facendo gran preda, e poi si rivolse dall’altra parte e valicò il fiume, e cavalcò infino agli antiporti di Rimini, e tutto menò a fiamma il paese, facendo oltraggio e onta a’ Malatesti volontariamente, senza trovare chi gli facesse resistenza alcuna.

CAP. LVII. Come i Fiorentini manteneano Bologna per la strada dell’Alpe.

I Fiorentini erano stati molto sollecitati dal legato, poichè perdè la speranza del re d’Ungheria, che prendessono la difesa di Bologna, e non pure il legato, ma i signori di Lombardia, e i guelfi di Romagna e della Marca continovamente per loro segreti ambasciadori glie ne sollecitavano, mostrando che Bologna non potea più durare, che convenia che venisse alle mani di messer Bernabò, perocchè ’l suo contado era tutto consumato, e in podere de’ nemici infino alle porte d’ogni lato. E mostravano, come che venuta ella fosse a messer Bernabò, che Firenze sarebbe in pericolo, e male da potersi difendere da lui, allegando il verso di Orazio, il quale dice: Nam tua res agitur, paries cum proximus ardet: in volgare suona: Quando il pariete prossimo a te arde il fatto tuo si fa: soggiugnendo, che la pace e la guerra stanno nella volontà del potente tiranno, che ben sa a tempo con trovare le cagioni; per la qual cosa molte volte ne fu grande controversia intra i nostri cittadini ne’ segreti consigli, ma al tutto si sostenne che si mantenesse la pace promessa fedelmente, non ostante il pericolo che se ne stimava, e ancora l’autorità di santa Chiesa, che d’ogni cosa liberava con giustizia il nostro comune. È vero che per i discreti cittadini si stimava, che fatta l’impresa tutto il carico sarebbe lasciato a’ Fiorentini, e non potendola i Fiorentini liberare, cadevano in maggiore pericolo, consumato l’avere alla loro difesa: non dimeno per savio e diritto consiglio, non facendo contro a’ capitoli e ordine della pace, il comune intese con sollecitudine a sostenere la vita a’ cittadini di Bologna aprendo la strada dell’Alpe, e levando ogni divieto, per la qual cosa tanto grano, biada, olio e carne andavano di continovo in Bologna, ch’ella se ne reggea, e mantenea assai convenevolemente senza grande carestia. E gli Ubaldini non aveano ardire d’impedire i Fiorentini, e i Bolognesi per loro distretto facevano campo a Caburaccio; e per questo modo avendo Bologna perdute tutte le strade e canali, per questa strada si nutricò lungamente. E tanto era l’abbondanza a quel tempo ch’avea il contado di Firenze che poco rincarò ogni cosa, e se questo spaccio non fosse occorso, a niente sarebbe stato il grano e ’l biado e l’olio in quell’anno. Se non fossono nati quattro leoni, due maschi e due femmine, il dì di san Barnaba, passato mi sarei del non iscriverlo.

CAP. LVIII. Come l’oste di messer Bernabò volle rompere la strada da Firenze, e ricevette danno.

Messer Giovanni da Bileggio, valoroso e savio cavaliere milanese, e molto amato da messer Bernabò, era in quel tempo capitano generale della gente del Biscione sopra Bologna e di quella di Romagna, il quale avendo alla città tolte tutte le strade, e vedendo che rimaso non gli era altro sostegno che la strada dell’Alpe che venia a Firenze, si pensò di romperla, e ordinò una cavalcata a Pianoro. Il capitano di Bologna, che era Malatesta Ungaro, sentì il fatto, e mise la notte gente fuori, i quali si misono in aguato, e venendo i nemici uscirono loro addosso, ed ebbono vittoria di quella gente, ch’erano dugento barbute, che pochi ne camparono che non fossono o morti o presi, per la qual cosa il capitano dell’oste prese sdegno, e ordinò di strignersi più alla terra, e di fare correre fino alle porte d’ogni parte, e a mezzo il mese di giugno lasciate fornite l’altre bastite si mise innanzi con l’oste, e puosesi al Ponte maiore in sulla strada tra Bologna e Imola, e ivi fermò il campo presso alla città un miglio.

CAP. LIX. Come fu sconfitto l’oste di messer Bernabò al Ponte a san Ruffello.

Vedendo il capitano messer Giovanni da Bileggio avere recata la città di Bologna a grandi stremi, che rimasa non l’era via d’aiuto altro che la strada da Firenze, avendo animo di trarre quella guerra al suo desiderato fine, sentendo che nella città non avea oltre a trecento uomini d’arme a cavallo, e che ’l capitano che fu di Forlì era sopra d’Arimini, e correa senza contasto con millecinquecento cavalieri tutto il paese, pensò di porre una grossa e forte bastita al Ponte a San Ruffello presso a Bologna in sulla strada da Pianoro, acciocchè al tutto si levasse alla città ogni soccorso, e questo mise in opera, e mossesi con tutta la sua oste, ch’erano più di millecinquecento cavalieri, e duemila masnadieri, e molti altri fedeli degli Ubaldini, e con lui nel vero era tutto il fiore della gente di messer Bernabò, avendo mandati trecento altri cavalieri per scorta alla vittuaglia che venia di verso Ferrara, con grande apparecchio di vittuaglia e d’altro arnese, e a dì 16 di luglio del detto anno si misono per lo fiume della Savena, e senza trovare contasto furono al Ponte a san Ruffello, e quivi fermarono il campo per edificare la bastita, e con grande sollecitudine attendeano a fare i fossi, e conducere il legname d’ogni parte. In questo stante, come fu volontà di Dio, messer Galeotto de’ Malatesti da Rimini, cavaliere di grande ardire e maestro di guerra, avea ricolti in Faenza cinquecento barbute e trecento Ungari per danneggiare la gente di messer Francesco degli Ordelaffi, ch’era sopra Arimini, come detto è, il quale sentendo l’oste da Bologna messa in mal passo, di presente cavalcò a Imola, e da Imola la sera a dì 19 di luglio improvviso a’ nemici cavalcò per modo, ch’alle cinque ore di notte fu a Bologna, non sapendo i Bolognesi alcuna cosa. Messer Malatesta Unghero suo nipote capitano in Bologna il ricevette la notte sì contamente, che i nemici non lo sentirono, nè eziandio i Bolognesi che erano a dormire, pensando fossono gente di guardia, e in quel resto della notte agiarono le persone e’ cavalli come poterono il meglio: la mattina per tempo serrate le porte della città fece assentire a’ cittadini, come volea assalire i nemici, i quali inanimati e confortati dalla grazia la quale Dio mandava loro, tutti di volontà, con piena speranza di vittoria presono l’arme, e gran parte i falcioni in mano, e dato il segno d’uscire fuori al suono della campana della giustizia, la domenica mattina a dì 20 di luglio, ordinate le battaglie, e dato il nome, messer Galeotto col potestà di Bologna, ch’era pro’ e valente cavaliere, e messer Malatesta Ungaro con settecento barbute, e con trecento Ungari, e con quattromila Bolognesi i più bene armati, feciono aprire le porti, e uscirono della terra, e non tennono per la diritta strada, anzi si misono maestrevolmente per lo piano del fiume della Savena onde erano entrati i nemici, acciocchè quindi non potessono tornare, e alcuna parte del popolo misono per le ripe a traverso sopra dove erano i nemici. Il cammino fu corto, sicchè si veddono prima quelli del campo la gente addosso da due parti, che sapessono che gente d’arme fosse venuta in Bologna, nondimeno come uomini esperti in arme e di gran cuore, benché ’l subito caso gli smarrisse, presono ardire e feciono testa, ordinandosi alla battaglia in fretta come poterono il meglio, e di presente misono gente in su un colle sopra il ponte per riparare a quelli che scendevano per la valle; ma vedendo venire quelli della città baldanzosi e con gran cuore, abbandonarono il colle, e tornarsi all’altra oste. Messer Galeotto e i suoi gli assalirono molto arditamente innanzi alla venuta del popolo co’ falcioni, e i nemici francamente gli ricevettono, combattendo con loro aspramente; ma sopraggiugnendo il popolo, e cominciandosi a mescolare tra’ nemici con loro falcioni, dopo lunga difesa gl’invilirono e ruppono, e molti n’uccisono, e perchè erano in parte da non potere fuggire, quasi tutti s’arrenderono a prigioni, che pochi ne camparono. Il podestà di Bologna fu fedito a morte in quella battaglia, e poco appresso morì in Bologna. Trovarsi morti in picciolo spazio di campo dove porre si dovea la bastita quattrocentocinquantasei uomini, i quali tutti furono sotterrati nel fosso che fatto aveano, e per l’altro campo qua e là più d’altrettanti; in tutto numerati furono i morti novecentosettanta, e quattrocento cavalli. I presi furono oltre a milletrecento: a’ forestieri tolte furono l’armi e’ cavalli e lasciati alla fede, che furono più d’ottocento; gl’Italiani furono ritenuti, sì per lo scambiare, sì per porre loro la taglia. De’ caporali fu preso messer Giovanni da Bileggio capitano generale dell’oste, e Guasparre e Giovanni di Nanni da Susinana, e Andrea delle Piaggiuole tutti degli Ubaldini, e più altri; costoro furono rassegnati al legato, e imprigionati in Ancona. La vittuaglia che nell’oste trovarono fu grande quantità, e gli arnesi che presono furono di gran valuta, perocchè molto adorna era la cavalleria e i masnadieri d’arnesi d’argento, d’armadure e robe, e aveano danari assai, e venticinque migliaia di fiorini d’oro ch’erano giunti nel campo per fare la paga a’ soldati. La vittoria fu grande e singolare, che essendo Bologna abbandonata dall’aiuto della Chiesa, dall’imperadore, da’ signori di Lombardia e da’ comuni di Toscana, e posta negli estremi, per occulta via fu liberata, perocchè molti affermarono, e per intendimenti si tenne essere il vero, che veggendo il legato di Spagna, il quale era in Ancona tornato dal re d’Ungheria senza aiuto e senza consiglio, che Bologna era in termine che senza riparo dovea venire nelle mani di messer Bernabò, e per tanto temendo, e non osando di tornare a Bologna per non venire nel cruccio del popolo, o nelle mani del tiranno, che per le sue virtù e grande animo forte l’odiava, stando in forti pensieri, mandò per il vecchio messer Malatesta da Rimini, col quale più giorni stato in segreto sopra i fatti di Bologna, e per loro tirato in considerazione, che la forza del tiranno era tale, alla quale unita resistenza non era, e che messer Giovanni da Bileggio era voglioso al terminare dell’impresa per riportarne l’onore, e gli parea che il suo desiderio ritardasse la strada ch’era aperta a’ Bolognesi di verso Firenze; da questi luoghi il savio messer Malatesta prese il sottile avviso, che fatto gli venne, e con coscienza del legato mandò suo segreto ambasciadore nel campo a messer Giovanni da Bileggio con verisimili argomenti avvisandolo, che nel segreto amico non era del legato per le terre che tolte gli avea, e che di lui fidare non si potea, che venendo nel colmo di quello che appetia non gli togliesse il resto, e che però volentieri attenderebbe ad abbassare il legato e il suo orgoglio; ma perchè il legato gli avea sopra capo il castello di sant’Arcangiolo, non osava levare il dito, nel quale fermava avere trattato per torlo al legato se avesse spalle e forza di gente d’arme, la quale dicea non potere essere meno di millecinquecento barbute: giugnendo al fatto, che come messer Galeotto, ch’era in Bologna con messer Malatesta vicario, fosse da lui avvisato, sotto colore di soccorrere a Rimini, come verso là sentisse cavalcato la gente del signore di Milano, trarrebbe di Bologna tutta la buona gente d’arme, lasciando la trista sott’ombra di guardia della terra, e il simile farebbe dell’altre terre della Chiesa, e che venendo il pensiere ad effetto, come ragionevolmente dovea, esso messer Giovanni liberamente e senza contasto veruno potea porre bastite e rompere la strada fiorentina. A messer Giovanni piacque il trattato, e diede piena fede all’ambasciadore, lettera, suggelli, e carte a lui presentate da parte di messer Malatesta, e di presente elesse capitano di millecinquecento barbute, come detto è di sopra, messer Francesco degli Ordelaffi, e lo fè cavalcare sopra Rimini, come avvisò del tutto messer Galeotto avvisato della baratta di messer Malatesta, onde fè gli atti e le mostre dette di sopra, il perchè ne seguì la sconfitta al ponte a san Ruffello. Non so se più sagace e malizioso trattato s’avesse saputo ordinare Ulisse o il conte Guido da Montefeltro. Cesare non lasciava ragunare la gente di Pompeo, temendo il numero e la bontà de’ cavalieri; costui con astuzia la raunata divise, e indusse il savio capitano in folle impresa, della quale seguì la più notabile sconfitta di morte d’uomini pregiati d’arme che fosse in Italia di nostro ricordo di cento anni addietro.

CAP. LX. Come seguì appresso alla sconfitta di san Ruffello.

I trecento cavalieri che conduceano per loro scorta la vittuaglia nel campo, essendo in sul Bolognese, sentendo la novella della sconfitta abbandonaro la roba, e camparono le persone. Quelli delle bastite le lasciarono prima fossono assaliti, e salvaronsi in Pimaccio, e’ Bolognesi l’arsono, e la roba recarono alla città. Per questa vittoria i Bolognesi alquanto ne stettono in festa e in riposamento: il legato ne prese cuore di potere la città aiutare e sostenere: mostra ne fè, ma poca operazione ne fè in que’ tempi, perocchè sopra modo era la possanza del suo avversario e la volontà pertinace. Messer Bernabò quando questa novella sentì ne mostrò dolore singolare rodendosi dentro a guisa di cane arrabbiato, e vestissene a nero, e molti giorni stette che niuno gli potè parlare. Sentissi che di ciò contro a’ Fiorentini prese grave sdegno, affermando ch’erano cagione del suo danno e vergogna per lo mantenere della strada, ma non se ne scoperse, perocchè tutto che irato fosse ben conosceva che a’ Fiorentini era lecito di così fare senza corruzione di pace. Messer Francesco Ordelaffi come seppe la novella scorse la Marca, e di notte con sua brigata prese il congio per la via della marina, e in ventiquattro ore cavalcò cinquantasei miglia, e con la gente a lui accomandata si ricolse in Lugo.

CAP. LXI. Come messer Bernabò si credette prendere Correggio per trattato, e sua gente vi rimase presa.

L’animo che è insaziabile del tiranno, che sempre è con desiderio di sottomettere i popoli liberi, e gli altri tirannelli che sono minori, tenea messer Bernabò oltre alla presa di Bologna trattato di torre Correggio, nè la gastigatura di san Ruffello l’avea rimosso dal seguirlo; onde all’uscita di giugno detto anno, credendosi avere il castello di Correggio, messer Ghiberto che n’era signore, e da esso aveano il titolo di loro casa e famiglia, sentito il fatto, senza farne mostra procurò aiuto da’ signori di Mantova, i quali segretamente gli mandarono quindici bandiere di cavalieri, i quali di notte entrarono in Correggio: venuta la cavalleria di messer Bernabò nel fare del giorno, come era dato l’ordine, che furono diciassette bandiere, furono lasciati entrare nelle barre che erano davanti al castello, e fatto vista di volerli mettere nella terra, secondo l’ordine dato apersono le porti della terra, e calarono i ponti, e la gente da cavallo ch’era nel castello con molta fanteria si strinsono loro addosso con grandi grida, e rinchiusi tra le barre, e storditi per lo subito e non pensato assalto perderono il cuore alla difesa, e però gli ebbono tutti a prigioni, e guadagnate l’arme e’ cavalli liberaro il castello dall’aguato del tiranno.

CAP. LXII. Dell’armata del re di Cipro, e il conquisto di Setalia e del Candeloro.

Dando alcuna parte agli avvenimenti d’oltremare, lo re di Cipro avendo fatta sua armata, e non sapendo dove si dovesse andare, a dì 24 di luglio 1361 con ventiquattro galee armate, con l’aiuto di tre galee dello Spedale armate di franchi e valorosi frieri, e con altri legni e armati e di carico in numero di cento vele si partì di Cipro, e del mese seguente d’agosto percosse sopra la città di Setalia, la quale era d’un signore di Turchi di gran possanza, e avendo sua gente posta in terra, e combattendo la terra, che avea tre procinti di mura, de’ quali nel primo stavano mercatanti e Giudei, nel secondo i saracini, e nel terzo i Turchi ch’erano signori della terra, ed essendo tutta gente sprovveduta e poco atta alla difesa, il perchè i cristiani entrarono dentro per forza, onde il signore che v’era con poca gente se n’uscì, e la terra fu presa. Ma poco stante il Turco tornò con più di tremila Turchi tra a cavallo e a piè, e senza dubbio arebbe ripresa la terra, se non fosse la provveduta guardia che feciono li frieri, i quali sapendo loro costumi del continovo stavano apparecchiati: e ciò venne a gran bisogno, perocchè ritennono l’empito e subito assalto de’ Turchi, tanto che l’altra gente s’armò, e venne alla difesa. I Turchi veggendo che loro impresa venia stolta, con loro vergogna e dannaggio si partirono. Lo re di Cipro avuta questa vittoria montò in galea, e con sua armata se n’andò al Candeloro, il quale era al governo e signoria d’un altro Turco, il quale senza volere fare difesa s’acconciò con il re, e riconobbe la terra da lui, e li promise certo censo e tributo d’anno in anno: e il re lasciata fornita Setalia si tornò nell’isola di Cipro.

CAP. LXIII. Come i Turchi di Sinopoli assalirono Caffa, e furono vinti da’ Genovesi.

In questa state i Turchi di Sinopoli armarono quattordici galee nel Mare maggiore, e assalirono il Caffa terra e porto di Genovesi, e fecionvi danno assai e per mare e per terra, perchè i Genovesi di ciò non si guardavano; ma tantosto in Caffa e in Pera armarono quattordici galee come in fretta il meglio poterono per seguitare i Turchi nel ritorno che fare doveano a Sinopoli, e trovatili, li seguirono, fuggendo i Turchi, tanto che per forza li feciono dare a terra colle balestra loro, avendone molti e morti e fediti, onde i Turchi per forza costretti furono a disarmare, e disarmati i Turchi, i Genovesi lasciarono in que’ mari due galee armate, e l’altre disarmarono. I Turchi veggendo queste due galee rimase tra loro, di subito cinque n’armarono, e vennono contro quelle de’ Genovesi, le quali cominciarono a fuggire, e’ Turchi a seguitare, tanto che essi si trovarono insieme in alto mare. Come i Genovesi si vidono dilungati da terra, girarono le loro galee contro le cinque de’ Turchi, e misonsi tra loro, essendo bene ordinati, e colle loro balestra non gettavano verrettone in vano, ma fedivano soprassaglienti e galeotti senza rimedio, onde i Turchi si misono alla fuga, e i Genovesi li seguitarono tanto che si diedono a terra, e salvarono i corpi delle loro galee, mortine assai di loro, e fediti e magagnati.

CAP. LXIV. Come le compagnie condotte in Piemonte cominciarono a guerreggiare.

Le compagnie tratte per lo marchese e per la Chiesa di Provenza, condotte in Piemonte in questi tempi della moria cominciata in Milano del mese d’agosto, cominciarono a guerreggiare nel Piemonte, dove acquistarono al marchese sette castella le più loro arrendute. Messer Galeazzo si ridusse a Moncia fuggendo di Milano la morìa che asprissimamente li perseguitava, avendo le sue terre fornite di buona guardia, e in campo non mise persona: ben tentò di trarne al suo soldo di quelli della compagnia, e d’alcuna parte li venne fatto per la forza del fiorino d’oro, non dimanco il resto rimase sì grande, che corse insino al Tesino senza contasto. Messer Bernabò veggendo la pestilenza sformata in Milano, che per giorno fu che levò ottocento, e mille e milledugento, e tal fu dì de’ millequattrocento, e ben parea volesse ristorare i Milanesi, cui per l’altre moríe non avea assaggiati, si partì di Milano con tutta sua famiglia, e andonne al suo nobile castello di Marignano, il quale è verso Lodi, il luogo foresto e di sana aria, facendo gran guardia che nessuno non gli andasse a parlare, avendo ordinato col campanaro della torre, che per ogni uomo che venisse a cavallo desse un tocco. Occorse che certi gentili e ricchi uomini di Milano andarono a Marignano, ed entrarono dentro; il signore li ricevette bene, ma turbato contro il campanaro mandò su la torre suoi sergenti, e comandò lo gettassono della torre; i quali andati su, trovarono il campanaio morto appiè della campana: per la qual cagione messer Bernabò terribilmente spaventato di presente senza arresto abbandonò il castello, e si mise nel più salvatico e foresto luogo, ove più di due miglia da lunga fece rizzare pilastri con forche ne’ quali era scritto, che chi li passasse su vi sarebbe appeso. Per allora in avanti sua vita fu tanto remota e solitaria, che voce corse, e durò lungamente, ch’egli era morto, ed egli n’era contento per farne a tempo suo vantaggio. Giugneremo a questo, per non fare nuovo capitolo, che in questi tempi della moria, che anche requistava in Vinegia, morì il doge loro, e funne fatto un giovane di quarantasei anni, il quale non era di gran famiglia, nomato Lorenzo Celso: costui per la maturità de’ suoi costumi e virtù montò a questo onore, e innanzi ai più antichi e più nobili cittadini oltre a loro consuetudine: e pertanto notato l’avemo, e per la sequela del fatto.

CAP. LXV. Di grandi terremoti che furono in Puglia, e assai guastarono della città d’Ascoli.

A dì 27 di luglio del detto anno, in su l’ora del vespero, furono in Puglia grandissimi terremuoti, e apersono la città d’Ascoli di Puglia, e quasi tutta la subissarono con morte d’oltre a quattromila cristiani. A Canossa caddono parte delle mura della terra, e molti dificii puose in ruina; in altre parti fece poco danno. Furono ancora in questo anno grandine molte e sfoggiate, le quali ai grani e agli ulivi feciono danno assai più che nell’altre stati.

CAP. LXVI. Delle rivolture del paese di Fiandra in questa state.

Del mese di luglio del detto anno, nella città di Bruggia fu grande battaglia tra’ tesserandoli e folloni dall’una parte, e da’ borgesi dall’altra per assai lieve e subita cagione, e non senza molti morti e magagnati da catuna delle parti: e poco appresso seguitò ch’e’ tesserandoli e folloni della città depuosono il balio del conte senza colpa apponendoli tradigione. E in que’ giorni il conte Audinarda facea la festa della figliuola, la quale avea data per moglie al duca di Borgogna, il quale ciò sentendo mandò pregando li Schiavini e gli altri ch’elli attendessono tanto che egli avesse sua festa fornita, dicendo, che poi terrebbe giudizio del balio suo, e che se lo trovasse colpevole si rendessono certi che ne farebbe a loro sodisfazione rilevata giustizia e vendetta. I bestiali e arroganti di quei mestieri recando a vile la preghiera del conte, in vergogna e dispetto suo appendere lo feciono alle finestre del suo palagio: onde il conte con tutto suo seguito forte ne furono turbati, ma assisesi al mostrare di non calere, nè mostrare di sua onta.

CAP. LXVII. Come fu decapitato messer Bocchino de’ Belfredotti signore di Volterra, e come la città venne alla guardia de’ Fiorentini.

E’ ne pare di necessità per più brevità della nostra opera, e per meglio dare ad intendere il fatto di che dire intendiamo, raccogliere alquante cose, le quali in piccolo trapassamento di tempo hanno fine straboccato. Messer Francesco de’ Belfredotti da Volterra sopra il ciglio di Volterra tenea la forte rocca di Montefeltrano, e messer Bocchino di messer Ottaviano suo consorto era signore della terra, il quale cupido d’aumentare sua tirannia, con solleciti aguati cercava di torre a messer Francesco detta fortezza, e dopo la morte di messer Francesco, messer Bocchino non lasciava stare i figliuoli in Volterra. Il perchè il comune di Firenze sentendo la detta dissensione, perchè non terminasse a peggio, s’interpose tra loro, e li ridusse a concordia, e obbligaronsi insieme a pena, la quale per l’uno e per l’altro promise il comune di Firenze per osservanza di pace; per la quale i figliuoli di messer Francesco tornarono in Volterra sotto l’ubbidienza di messer Bocchino. E stando senza alcuno sospetto, all’uscita d’agosto del detto anno, il tiranno a un Volterrano, a cui nella guerra era stato morto un suo congiunto da un altro Volterrano amico e servidore de’ figliuoli di messer Francesco, con segreta licenza di messer Bocchino, trovando il suo nemico a dormire lo fece uccidere, e colui che morto l’avea con suoi parenti e amici fece testa, perchè la terra si commosse a cittadinesca battaglia, e alquanti degli amici de’ figliuoli di messer Francesco vi furono morti traendo al romore, e i detti figliuoli di messer Francesco, come era per lo tiranno ordinato, furono presi contro le convenenze per le quali il comune di Firenze era mallevadore; il perchè il comune per suoi ambasciadori mandò ricordando al tiranno li dovesse piacere non farli questa vergogna, dicendo, come a richiesta e preghiera di lui avea promessa sua fede. Il tiranno con simulate parole tenea gli ambasciadori a parole, e dal malvagio proponimento non si toglieva. I Fiorentini veggendo che le parole non ammollavano le parole finte e mal disposte del tiranno, e sentendo che ciò che fatto avea era contro alla comune volontà de’ Volterrani, e temendo che la cosa non avesse mal fine e pericoloso per lo comune, non furono lenti, ma prestamente mandarono gente d’arme, e fornirono la rocca de’ figliuoli di messer Francesco, minacciando di guerra se non si facesse ammenda. Il tiranno veggendo l’animo de’ Fiorentini contro a lui giustamente irato si forniva di gente di sua amistà, e spezialmente de’ Pisani, per riparare alla forza e mantenere sua fellonia, perseverando nel detto malvagio proponimento. Certi cittadini di Firenze per trattato che dentro aveano d’avere il torrione del monte, che è fuori delle mura, domenica mattina a dì 24 d’agosto vi cavalcarono, e dalla gente de’ Pisani vi furono scoperti, e ributtati con vergogna senza altro danno, il perchè il comune v’ingrossò gente, e pose oste a Volterra. La quale essendo in sul Volterrano, messer Bocchino per dispetto de’ Fiorentini trattò di dare la signoria a’ Pisani per trentadue migliaia di fiorini d’oro. Il popolo di Volterra sentendo ch’e’ si trattava di venderlo, e farli schiavi de’ Pisani, tutti d’uno volere presono l’arme, e corsono all’ostiere dove erano i cavalieri de’ Pisani, a’ quali incauti e sprovveduti tolsono le selle e’ freni de’ cavalli, e ciò fatto, senza far loro altra villania li misono fuori della terra, e loro renderono freni, selle, cavalli e armadure, e i fanti forestieri accomiatarono, e si partirono. Ciò fatto, appresso furono al palagio del tiranno, il quale con lunga e composta diceria volendo tiranneggiare li animava a mantenere loro libertà e franchigia, e quinci li credette dal loro proponimento levare, ma i terrazzani trafitti dalle sue crudeli operazioni a suo dire non prestarono orecchie, ma sdegnosamente rispuosono, che bene saprebbono usare loro libertà, e che per ciò fare voleano in guardia lui, e sua famiglia, e certi suoi congiunti, e a Firenze mandarono per capitano di guardia, e a Siena per podestà. Il capitano prestamente vi fu mandato un popolano, e dietro ad esso mandati furono quattro ambasciadori, e simile feciono i Sanesi. I Fiorentini temendo i movimenti de’ popoli vari, e vani e instabili, al continovo vi facevano cavalcare gente d’arme, e a cavallo e a piè, ancora perchè a loro parea che i Volterrani volessono col braccio de’ Sanesi raffrenare il nostro comune: il perchè alla gente de’ Fiorentini segretamente fu comandato, che procacciassono delle castella de’ Volterrani, i quali cavalcarono a Montegemmoli, ed ebbonlo per forza, ed a il loro Montecatino, e anche l’ebbono, e così più altre castellette. I Volterrani mandarono a Firenze loro ambasciadori per i quali domandavano libertà con l’ammenda de’ loro dannaggi, eleggendo capitano di guardia di Firenze: la cosa per più giorni stette in controversia e in dibattimento. I Fiorentini che in Volterra aveano i loro ambasciadori, e il capitano, e gran parte de’ nove, e di buoni popolani la maggior parte a loro segno feciono strignere la gente dell’arme vicino alle mura di Volterra, avendo presentito che la setta che voleva i Sanesi la notte vi doveano mettere gente d’arme, e così di vero seguiva, che la notte cinquanta cavalieri e centocinquanta fanti alla condotta d’alcuno de’ Malavolti, giugnendo con la gente alla fonte presso alla terra, cadde nell’aguato de’ Fiorentini, e fu preso con tutta la gente, e facendo vista di non conoscerli, loro fu tolta l’arme e’ cavalli, ma poichè per lingua e nome si furono palesati, ripresi da’ capitani dell’impresa facevano contro al comune di Firenze, assai cortesemente fu loro renduta l’arme e’ cavalli, e rivolti per la via ond’erano venuti, con assai vergogna di loro matta arroganza e presunzione. Il popolo di Volterra di suo errore ravveduto la guardia del cassero della città diedono a’ Fiorentini. I Sanesi ch’erano in Volterra senza aspettare comiato si partirono, e’ Fiorentini del tutto rimasono signori, con certe convegne, che i Volterrani promisono in perpetuo d’avere gli amici del comune di Firenze per amici, e i nemici per nemici, e che la rocca dieci anni si guardasse per i Fiorentini, e del continovo debbino prendere capitano di popolo di Firenze; e per loro ordine hanno fatto, che da Pisa, nè nella città nè nel contado loro non possa venire uficiali nè alcuno altro d’alcuna città o terra presso a Volterra a trenta miglia; e passato il tempo di quelli nove uficiali ne furono altri. E il popolo di Volterra al tutto volle che ’l capitano di Firenze che v’era facesse tagliare la testa a messer Bocchino, e così fece una domenica mattina a dì 10 d’ottobre del detto anno, messo prima nella terra la cavalleria de’ Fiorentini con volontà del popolo, il quale la ricevette a grande onore.

CAP. LXVIII. Come il patriarca d’Aquilea fu a tradimento preso dal doge d’Osteric.

Fama era per tutta Italia per lungo tempo, la quale si trovò in fine non vera, che ’l doge d’Osteric era dall’imperadore fatto re di Lombardia, ma quale la cagione si fosse, mosse di suo paese con grande compagnia di gente d’arme, e passò nel patriarcato d’Aquilea del mese detto, dove confidentemente fu ricevuto. Il patriarca avea ripresi di sue ragioni certi paesi d’entrata di fiorini cinquemila per anno o più al patriarcato, i quali dal duca vecchio erano stati occupati al tempo della vacazione del patriarcato. Questo duca movendo questione al patriarca di queste terre, vennono a concordia di stare di ciò alla sentenza dell’imperadore suocero del detto duca: e per trarre la cosa a pacifico fine di concordia si mossono di là, e in compagnia andavano all’imperadore, ed entrati nelle terre del duca nella città di Vienna, sotto colore di fare onore al patriarca il duca li fece apparecchiare un grande ostiere, e credendo il patriarca l’altro dì con lui seguire il suo viaggio, vi si trovò arrestato e preso; e domandandoli delle terre del patriarcato, il valente patriarca, messo sua persona a non calere, fece per suo segreto e fidato messo, e con sua lettera e suggello comandamento a tutti i sudditi suoi, che per niuno caso che gli avvenisse niuna glie ne dessono. Il patriarca era messer.... della Torre di Milano, prelato antico e di buona fama. Questa fu la riuscita della grande fama del detto duca per lo reame d’Arli, la quale per più riprese fece ristrignere a parlamento i signori di Lombardia per provvedere a loro difesa.

CAP. LXIX. Di fuoco che senza rimedio arse in Roma san Giovanni Laterano.

Egli è da dolere a tutti i cristiani quello che ora sono per narrare della nobile e venerabile chiesa di san Giovanni Laterano di Roma, e ciò pare piuttosto ammirabile che degno di fede. Uno maestro ricopriva il tetto della nave maggiore della detta chiesa, la quale essendo coperta di piombo conveniva che con ferri roventi le congiunture delle piastre si congiugnessero per ammendare i difetti, ed avendo il maestro il fuoco acceso di carboni sopra il tetto, per sinistro avvenimento un poco di carbone cadde, e come che si entrasse, senza avvedersene il maestro si posò sopra una trave, e quella incese, e appresso con quella tutto l’altro edifizio senza potere essere atato a spegnere, non che grande popolo non vi traesse con ogni argomento, ma quasi come fosse volontà di Dio tutta la nave della chiesa, e tutte l’altre parti di quella, e tutte le cappelle con quella di Sancta Sanctorum arse, che nulla vi restò fuori che le mura, con danno inestimabile del costo di tale e tanto edificio: è vero che le reliquie di Sancta Sanctorum si camparono; e ciò avvenne del mese d’agosto del detto anno. Giugnendo fuoco a fuoco, in questo medesimo tempo nelle contrade di Bossina fuoco cadde da cielo, e arse gran paese senza riparo nessuno.

CAP. LXX. Del maritaggio del duca di Guales primogenito del re d’Inghilterra.

Contato avemo addietro le prodezze e grandi valentrie del duca di Guales primogenito del famoso re Adoardo d’Inghilterra, a cui vivendo la corona succedè. Costui in questi giorni si tolse per moglie una sua consobrina contessa di Chienne, la quale era di tempo, e vedova di due mariti di piccoli baronaggi, e aveva fatti più figliuoli. La maraviglia che di ciò prese chiunque sapea suo alto stato, vita e condizione, ce n’ha fatto qui fare nota, forse con iscusa alcuna.

CAP. LXXI. Come papa Innocenzio riformò santa Chiesa de’ cardinali morti per la morìa.

Erano morti in pochi dì nella corte di Roma il vicecancelliere di Preneste, il cardinale Bianco, quello d’Ostia e di Velletri, quello di Calamagna, messer Andrea da Todi detto il cardinale di Firenze, il cardinale della Torre, e quello che fu generale de’ frati minori, e un altro. Il papa volendo riformare santa Chiesa di cardinali, nel tempo delle digiune del mese di settembre dello anno ne fece altri otto: il cancelliere di Francia, l’arcivescovo di Ravenna assente, che poi morì in cammino, ed era Caorsino, l’abate di Clugnì Borgognone, il vescovo di Nemorsi Francesco, l’arcivescovo di Carcassone nipote del papa, messer Guglielmo suo referendario ch’era di Limosi, il figliuolo di messer Pietro da san Marcello, e l’arcivescovo d’Aques in Guascogna, tutti oltramontani, e niuno ne fece Italiano, dimostrando che di visitare la cattedra di san Piero a Roma era strano al tutto del desiderio e appetito degl’Italiani.

CAP. LXXII. Come il re Buscialim della Bellamarina fu morto, e delle rivolture di Granata.

Regnando Buscialim in Fessa, ed essendo tornato al regno con l’aiuto del re di Castella, certi caporali cristiani e mori del detto re si levarono senza cagione debita contro al re, e uccisonlo, dicendo, che loro non dava loro soldi, ma il vero fu, che morire lo feciono perchè egli era troppo amico del re di Castella, e la cagione si prese, perocchè avendo il re di Castella guerra col re di Granata, mosse Maomet cacciato dal detto re di Granata, che dovea essere re egli, a ritornare nel paese, e il re Buscialim a petizione di quello di Castella avea scritto a tutti i rettori delle sue terre ch’avea in Ispagna, che ubbidissono il detto Maomet come la sua persona, della qual cosa turbati i Mori uccisono il loro re Buscialim; e morto costui, feciono re un Busciente, ch’era in prigione fratello del detto re, ma non era di sana mente, e però altri governava il reame, e costoro incontanente contramandarono a’ balii delle terre di Spagna, che non lasciassono entrare Maomet in loro terre. E poco appresso, del mese di novembre del detto anno, quelli di Fessa, vedendosi avere il re smemoriato, mandarono ambasciadori a Sibilia a un giovane della casa reale di Bellamarina, il quale si stava a Sibilia con un altro suo fratello minore assai poveramente: gli ambasciadori lo addomandarono, il re di Castella li fece armare una galea e menarlo a Setta, e di là per terra il condussono a Fessa, e in ogni parte fu ricevuto per loro re, e l’altro ch’era mentecatto fu rimesso in prigione: e allora il re di Castella fece pace co’ Mori, e con il loro novello re ritenne grande amistà, e da lui ricevette ricchi doni.

CAP. LXXIII. Come la compagnia spagnuola ch’era nel vescovado d’Arli prese Vascona, e poi ne furono cacciati.

In questi dì la compagnia degli Spagnuoli ch’era in Provenza per una notte feciono una lunga cavalcata ed entrarono in Venisì, e improvviso a quelli di Vascona entrarono nella città, e uomini e femmine con arnesi con grandissimo danno e di cittadini e di forestieri recarono in preda; e intendendo così fornito a volersi partire, ma i paesani d’ogni parte sopravvennono prestamente loro addosso, e furono tanti, che per forza vinsono la compagnia, e con gran danno d’essa racquistarono la preda, e cacciaronli del paese.

CAP. LXXIV. Come si scoperse che messer Bernabò era vivo, e ’l trattato tenea del castello di Bologna.

Essendo tanto stata la fama di non sapere novelle di messer Bernabò, che li più affermavano che morto fosse per molti indizi e congetture che ciò parevano mostrare, esso in questi giorni lavorava alla coperta colla lima sorda, nulla dimostranza dando di sè, ma piuttosto ampiando la fama della morte sua, e cercava trattato, lo quale ordinato avea con uno Spagnuolo e due suoi famigli, a’ quali in grande confidanza il legato di Spagna avea accomandato la guardia del castello della porta che va verso Modena di Bologna: costui per ingordo boccone di danari per tornarsi ricco a casa l’avea promesso a messer Bernabò, e di ciò era stato il motore a messer Bernabò messer Giovanni da Bileggio mentre che là era in prigione, anzi che mandato fosse ad Ancona, e dovea averlo la notte di san Bartolommeo d’agosto: e scopersesi questo trattato per un ragazzino che venne al castellano di notte, e fu preso. Per questa cagione messer Bernabò venne in persona a Parma con duemila barbute non sapendosi la cagione nè il perchè, se non che scoperto il tradimento si tornò alla caccia, e il castellano con gli altri che gli erano consenzienti in Bologna furono attanagliati e impiccati.

CAP. LXXV. Come si scoperse in Perugia una gran congiura di notabili cittadini per mutare stato e reggimento.

Erano nella città di Perugia in questi tempi molti e molti cittadini, e gentili uomini e popolari di buone e antiche famiglie d’animo guelfo, le quali quasi del tutto erano schiusi dagli ufici e governo della città, reggendosi la terra per popolani mezzani e minuti, sotto la guida e consiglio della famiglia de’ Michelotti e di Leggieri d’Andreotto, il quale a quel tempo era il da più, e il maggiore cittadino di Perugia, e il più creduto dal popolo, e molte altre famiglie di buoni popolari e uomini singolari da molto che teneano con loro sotto il nome e titolo di Raspanti. Quelli ch’allora s’appellavano i mali contenti, e mossi e sollecitati con ammirabile astuzia da uno Tribaldino di Manfredino spirito malizioso, sagacissimo e inquieto, le cui operazioni dipoi scoperte li feciono dai suoi cittadini meritare il nome del secondo Catilina; e forse non indegnamente, perocchè facendo comparazione da città a città, non era minore quella di Tribaldino verso di sè, che quella di Catilina verso di sè. La congiura fu per lui lungamente guidata tanto copertamente e cautamente, che niuno segno se ne potè vedere nè scorgere per i reggenti, e infra l’altre sagaci cautele, che ne usò molte, fu questa, che per li parenti e amici ch’avea intra i reggenti sovente facea falsamente muovere che trattato v’era nella terra, il quale criato era, e trovato non vero, il perchè spesseggiando ai priori e a’ camarlinghi di Perugia in cui stava il tutto del reggimento, era venuto a rincrescimento e a niente che si ragionasse di trattato, nè prestavano orecchi nè davano fede: e ciò fece il malvagio traditore, perchè quando il vero trattato venisse in campo senza prendere avviso il governo della città, più certamente e più liberamente avesse l’effetto suo. Quelli cui ’l malvagio uomo trasse in congiura furono questi: messer Averardo di...... da Montesperello, messer Guido dalla Cornia, messer Alessandro....... messer Giovanni di....... da Montemellino, messer Niccolò di...... delle Mecche, messer Tivieri di...... da Montemellino, tutti cavalieri, Colaccio di Cucco de’ Baglioni, Francesco di messer Rinuccio da...... detto il Zeppa, Francesco di messer Andrea e Iacopo di messer Guido da Montemellino, Piero di Neri delle Mecche, Erculano di........ Mattiolo di....... e....... detto lo Squatrano, con altri simili in numero di più di quarantacinque gentili uomini e popolani, con seguito d’altri novantaquattro che ne furono condannati, ed oltre a quattrocento altri cittadini, i quali per non fare troppo gran fascio furono lasciati addietro. Costoro aveano fatto loro capitani Colaccio di Cucco de’ Baglioni, il Zeppa di messer Rinuccio e Mattiolo di...... e nelle loro mani aveano giurato. Costoro a un giorno preso doveano correre la piazza, e pigliare il palagio de’ priori e delle signorie, perocchè come detto è pensavano per le beffe de’ trattati non veri trovare i priori addormentati: per la città a’ loro seguaci dispersi in vari luoghi deveano fare infocare case per tenere alla bada de’ fuochi i cittadini, doveano uccidere i priori e’ camarlinghi, e qualunque innanzi loro si parasse senza riguardo d’amico o di parente. Messer Averardo dovea stare di fuori a sollecitare i loro lavoratori, e amici del contado e le loro amistà, e a ribellare delle castella. E per certo il sollecito reo uomo seguendo lo stile di Catilina avea dato ordine, che se Dio non avesse posto il rimedio a tanto pericolo, per certo la città ne venia in desolazione e tirannia. Esso Signore che tutto vede puose nel cuore a messer Tivieri da Montemellino, uno de’ principali congiurati, che lo revelasse, acciocchè tanto pericolo e male non fosse; il quale essendo quasi vicino a Leggieri d’Andreotto, sotto sicurtà della sua persona senza domandare altro merito gli rivelò il fatto, il quale di presente n’andò in palagio de’ signori, e quivi con loro, e co’ camarlinghi, e con gli altri dello stato si mise a’ ripari. Fu preso messer Niccolò delle Mecche, e Ceccherello de’ Boccoli con quattro loro masnadieri di nome, e con sette altri mascalzoni, gli altri congiurati tutti si dierono alla fuga. Seguette, che il dì di santo Michel Agnolo si fece l’adunanza generale, che noi diciamo parlamento, nella quale si determinò, che i detti cavalieri, gentili uomini e popolani, insino nel numero di quarantacinque, fossono condannati per traditori e rubelli del comune di Perugia infino...... e che altri novanta secondo loro gravezze di loro colpe fossono condannati di danari, e alcuni a stare a’ confini; gli altri per meno male passati furono sotto silenzio. Più vi si provvide, che Tribaldino guidatore e ordinatore del male, con messer Averardo, e con alquanti degli altri più focosi principali fossono dipinti ad eternam rei memoriam colle mitere in capo in piè della piazza nella faccia del casamento del maggior sindaco: e così seguitò, che messer Niccola delle Mecche, e Ceccherello de’ Boccoli con i quattro masnadieri furono decapitati, e i sette mascalzoni furono appesi; gli altri tutti ebbono bando come nell’adunanza era ordinato, e così furono dipinti quelli che doveano esser dipinti. Bollendo e ribollendo ragionevolmente la città in questo stato dubbioso e sospetto, come il male venne agli orecchi del nostro comune tantosto vi mandò ambasciadori con cento uomini di cavallo. I Pisani domandato licenza di mandarvi cento cavalieri per lo nostro contado, e liberamente ottenuto, anche vi mandarono loro ambasciadori con la detta gente, i quali co’ nostri insieme assai temperarono l’animo voglioso e crucciato debitamente de’ Perugini.